I pirati della Malesia/Capitolo XXI - La resurrezione di Tremal-Naik

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Capitolo XXI - La resurrezione di Tremal-Naik

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Capitolo XXI - La resurrezione di Tremal-Naik
Capitolo XX - Il combattimento Capitolo XXII - Le due prove

Capitolo XXI
La resurrezione di Tremal-Naik


Il drappello sbucava dal folto del bosco. Era composto da Sambigliong, da un ufficiale della guardia del rajah, da dieci indiani disarmati e da Yanez che non aveva né le mani né le gambe legate.

Sandokan, nello scorgere l’amico, non fu capace di padroneggiarsi. Gli corse incontro e allontanando violentemente gli indiani, se lo strinse al petto con frenesia. Eppure quell’uomo era la Tigre della Malesia, era il feroce capo dei pirati di Mompracem, che da tanti anni insanguinavano i flutti del mar malese.

— Yanez!... Fratello mio! — esclamò egli con voce soffocata dalla gioia.

— Sandokan, amico mio, finalmente ti rivedo!... — gridò il buon portoghese, che non era meno commosso. — Temevo di non abbracciarti mai più!

— Non ci lasceremo più, amico mio, te lo giuro.

— Lo credo, fratello mio. La gran bella idea che hai avuto, di far prigioniero il rajah. L’ho sempre detto che tu sei un grand’uomo. E Tremal-Naik? Dov’è quel povero indiano?

— A pochi passi da noi.

— Vivo?

— Vivo, ma ancora addormentato.

— E la fidanzata?

— È ancora pazza, ma tornerà in sé.

— Signore, — disse in quell’istante una voce.

Sandokan e Yanez si volsero. James Brooke stava loro dinanzi, calmo, ma un po’ pallido e colle braccia incrociate sul petto.

— Siete libero, James Brooke, — disse Sandokan. — La Tigre della Malesia mantiene la sua parola.

Il rajah fece un leggero inchino e si allontanò di alcuni passi, poi tornando bruscamente indietro:

— Tigre della Malesia, — disse, — quando ci rivedremo?

— Volete una rivincita? — chiese Sandokan con ironia.

— James Brooke non perdona.

Sandokan lo guardò per alcuni istanti in silenzio, quasi fosse sorpreso che quell’uomo osasse sfidarlo, poi, stendendo il braccio destro verso il mare, disse con un accento che faceva fremere:

— Laggiù v’è un’isola: Mompracem. Il mare che la circonda è ancor rosso di sangue e ancor pieno di navi fracassate. Quando vi avvicinerete a quelle coste udrete il ruggito della Tigre e i suoi tigrotti vi muoveranno incontro. Ma non scordatevi, James Brooke, che la Tigre e i suoi tigrotti han sete di sangue.

— Verrò a trovarvi.

— Quando?

— L’anno venturo.

Un sorriso sfiorò le labbra del pirata.

— Sarà troppo tardi, — disse.

— Perché? — chiese il rajah con sorpresa.

— Perché allora non sarete più rajah di Sarawack. Allora la rivoluzione sarà scoppiata nel vostro Stato e il nipote del Sultano Muda-Hassin siederà al vostro posto.

Il rajah, nell’udire quelle parole, impallidì e fece un passo indietro.

— Perché inventate ciò? — chiese egli con tono di voce tutt’altro che calmo.

— Non invento nulla, milord, — rispose Sandokan.

— Voi sapete qualche cosa dunque?

— È probabile.

— Se vi pregassi di spiegarvi, mi...

— Non mi spiego di più, — interruppe Sandokan.

— Non mi resta che ringraziarvi dell’avvertimento.

Fece nuovamente un leggero inchino, raggiunse le sue guardie e si allontanò a rapidi passi, dirigendosi verso Sarawack.

Sandokan colle braccia incrociate, lo sguardo cupo, lo seguiva cogli occhi. Quando più non lo vide, un sospiro gli uscì dal petto.

— Quell’uomo mi porterà sventura, — mormorò. — Lo sento.

— Che cos’hai, Sandokan? — gli chiese Yanez. — Mi sembri inquieto.

— Ho un triste presentimento, fratello, — disse il pirata.

— Quale mai?

— Fra noi e il rajah tutto non è finito.

— Temi che ci assalga?

— Il cuore me lo dice.

- Non credere ai presentimenti, fratello mio. Fra due o tre giorni noi avremo abbandonato queste coste e più nulla avremo da temere da parte del rajah. Dove andiamo ora?

— Alla baia e subito. Qui non mi sento sicuro.

— Partiamo dunque. Ma... e Tremal-Naik?

— Prima di mezzodì non si sveglierà.

Sandokan diede il segnale della partenza e il drappello coi feriti e con Tremal-Naik, malgrado la rapidissima marcia del mattino, si rimise in cammino, seguendo un piccolo sentieruzzo, aperto, chi sa quanti anni prima, dagli abitanti della foresta.

Sandokan e Yanez con dieci dei più coraggiosi tigrotti aprivano la marcia colle carabine in mano e, dietro, venivano le barelle e tutti gli altri, a due a due, cogli occhi volti ai lati del sentiero e gli orecchi tesi per cogliere il più piccolo rumore.

Avevano percorso un mezzo miglio circa, quando Aier-Duk, che si era spinto alcuni passi più innanzi per esplorare la via, improvvisamente si arrestava armando il fucile. Yanez e Sandokan s’affrettarono a raggiungerlo.

— Non muovetevi, — disse il Dayaco.

— Che cos’hai veduto? — chiese Sandokan.

— Un’ombra attraversare rapidamente quelle macchie che stanno laggiù.

— Un uomo od un animale?

— Mi parve un uomo.

— Può essere un povero dayaco, — disse Yanez.

— E anche un spia del rajah, — disse Sandokan.

— Lo credi?

— Sono quasi certo. Aier-Duk, prendi quattro uomini e batti il bosco. Noi intanto andremo innanzi.

Il Dayaco chiamò quattro compagni e si cacciò nella fitta boscaglia, strisciando fra le radici, i rami d’albero ed i cespugli.

Poi la marcia fu ripresa attraverso due fitte linee di sontar, specie di palme che danno, incidendo il loro tronco, un succo zuccherino assai gradevole e delle cui foglie anticamente si servivano i popoli della Malesia per scrivervi sopra.

Poco dopo il drappello veniva raggiunto da Aier-Duk e dai suoi compagni. Avevano perlustrato la foresta in tutti i versi, ma nulla avevano trovato fuorché delle tracce recenti di piedi umani.

— Erano numerose? — chiese Sandokan che era ancora assai inquieto.

— Quattro, — rispose il dayaco.

— Erano impronte di piedi nudi o calzati?

— Di piedi nudi.

— Forse quei due erano dayachi. Affrettiamoci, qui non siamo troppo sicuri.

Per la terza volta il drappello si rimise in cammino, sorvegliando attentamente gli alberi ed i cespugli, e dopo tre quarti d’ora giungeva sulle rive di un ragguardevole corso d’acqua, il quale scaricavasi in un’ampia baia semicircolare.

Sandokan mostrò al portoghese un isolotto, distante tutt’al più trecentocinquanta metri, ombreggiato da bellissimi gruppi di alberi sagù, di durion, di mangostani e di arenghe saccarifere; difeso, verso la punta meridionale, da un vecchio ma ancor solido fortino dayaco, costruito con panconi e pali di tek, legno duro quanto il ferro e resistente alle palle di un cannone di non piccolo calibro.

— È là che riposa la Vergine della Pagoda? — chiese Yanez.

— Sì, entro quel fortino, — rispose Sandokan.

— Non potevi trovarle un posto migliore. La baia è bella assai e l’isolotto ben difeso. Se James Brooke verrà ad assalirei, avrà un osso duro da rodere.

— Il mare è a cinquecento passi dall’isolotto, Yanez, — disse Sandokan, e una nave può bombardare il fortino.

— Ci difenderemo.

— Non abbiamo cannoni.

— Ma i nostri uomini sono coraggiosi.

— È vero, ma sono pochi e...

— Che cos’hai?

— Zitto!... Hai udito?...

— Io?... Nulla, Sandokan.

— Mi parve che un ramo si fosse spezzato.

— Dove?

— In mezzo a quel macchione.

— Che ci siano proprio delle spie?... Comincio ad essere inquieto, Sandokan.

— Ed anch’io. Affrettiamoci: sospiro il momento di giungere all’isolotto. Aier-Duk!...

Il Dayaco s’avvicinò alla Tigre.

— Prendi otto uomini e accampati in questo luogo, — disse Sandokan. — Se vedi degli uomini ronzare in questi dintorni verrai ad avvertirmi.

Sandokan, Yanez, e gli altri scesero verso la baia, le cui sponde erano coperte da fitte boscaglie, e giunsero ad una piccola cala, presso la quale stava nascosta, sotto un ammasso di canne e di rami d’alloro, una scialuppa.

La Tigre girò all’intorno un rapido sguardo, ma non vide alcuno. Una viva inquietudine si dipinse sul suo volto.

— Uno dei miei uomini dovrebbe guardare la scialuppa, — disse.

— Saranno tutti e due al fortino, — disse Yanez.

— Ed hanno lasciato qui la scialuppa!... Yanez... ho il cuore che mi batte forte... temo una disgrazia.

— Quale?

— Che abbiano rapito Ada.

— Quale terribile colpo se ciò fosse vero!

— Taci!

— Ancora un rumore?...

— Sì, capitano Yanez, — confermarono i pirati impugnando le armi. Si vedevano i rami di un macchione agitarsi a cento passi dalla spiaggia.

— Chi vive? — gridò Sandokan.

— Mompracem, — rispose una voce.

Poco dopo un pirata usciva dai cespugli. Era ansante e sudato, come se avesse fatto una lunga corsa e stringeva un fucile.

— Viva la Tigre! — esclamò, scorgendo il capo.

— Da dove vieni? — chiese Sandokan.

— Dalla foresta, capitano.

— Dov’è la Vergine?

— Nel fortino.

— Sei certo?...

— L’ho lasciata due ore or sono sotto la guardia di Koty. — Sandokan respirò liberamente.

— Cominciavo a temere, — disse. — Come sta?

— Benissimo.

— Che cosa faceva?

— Quando la lasciai, dormiva.

— Da dove vieni?...

— Dai boschi.

— Hai veduto qualcuno?

— Io no, ma Koty stamane ha veduto un uomo passare lungo la sponda e guardare con viva curiosità il fortino. Vedendosi osservato s’affrettò a scomparire.

— E l’hai veduto quell’uomo?

— Ho cercato, ma non sono riuscito a scoprirlo.

— Che sia una spia del rajah? — chiese Yanez.

— E’ probabile, — rispose Sandokan che pareva preoccupato.

— Che vengano ad assalirci qui?...

— Chi può dirlo?

— Che cosa conti di fare?...

— Lasciare questo posto al più presto possibile. Imbarchiamoci.

I due capi ed i loro uomini salirono nella scialuppa, attraversarono il braccio di mare che era largo due o trecento metri e sbarcarono ai piedi della fortezza ove li attendeva Koty.

— Dorme ancora la vergine? — gli chiese Sandokan.

— Sì, capitano.

— È accaduto nulla di straordinario?

— No.

— Andiamo a vederla, — disse Yanez.

Sandokan gli additò Tremal-Naik che era stato deposto su di uno strato di erbe e di foglie verdi.

— Mancano pochi minuti a mezzodì, — disse. — Aspetta che si svegli. Ordinò ai suoi uomini di entrare nel fortino e si assise accanto all’indiano che non dava ancora segno di vita. Yanez si sdraiò vicino a lui.

— Ci vorrà molto, avanti che apra gli occhi? — chiese, dopo alcune fumate, a Sandokan che guardava attentamente il viso dell’indiano.

— No, Yanez. Vedo che la sua pelle a poco a poco riacquista il colore naturale. È segno che il suo sangue ricomincia a circolare.

— Gli farai subito vedere la sua Ada?

— Subito no, ma prima di questa sera sì.

— E se non lo riconoscesse? Se ella non riacquistasse la ragione?

— La riacquisterà.

— Io dubito, fratello mio.

— Ebbene, tenteremo una prova.

— E quale mai?

— A suo tempo te lo dirò.

— E perché...

— Taci!...

Un debole respiro aveva improvvisamente sollevato l’ampio petto di Tremal-Naik e aveva fatto leggermente vibrare le labbra.

— Si sveglia, — mormorò Yanez.

Sandokan si curvò sull’indiano e gli posò una mano sulla fronte.

— Si sveglia, — disse.

— Subito?

— Subito.

— Senza fargli alcuna puntura?

— Non c’è bisogno, Yanez.

Un secondo respiro, più forte del primo, sollevò nuovamente il petto di Tremal-Naik e le sue labbra tornarono a muoversi. Poi le sue mani, che erano aperte, lentamente si chiusero, le sue gambe pure lentamente si piegarono e infine i suoi occhi si aprirono dilatandosi assai, arrestandosi su Sandokan.

Rimase così alcuni istanti, come se fosse sorpreso di trovarsi ancora vivo, poi, con uno sforzo violento, si alzò a sedere esclamando:

— Vivo!... Ancora vivo!

— E libero, — disse Yanez.

L’indiano guardò il portoghese. Lo riconobbe subito.

— Voi!... Voi!... — esclamò. — Ma che cosa è successo? Come mi trovo qui? Ho dormito io?

— Per Bacco! — esclamò Yanez, ridendo. — Non vi ricordate di quella pillola che vi diedi nel fortino?

— Ah!... Sì, sì... ora ricordo... voi eravate venuto a trovarmi... Signore, signore, quanto vi ringrazio di avermi liberato!...

Così dicendo Tremal-Naik erasi precipitato ai piedi di Yanez. Questi lo rialzò e se lo strinse affettuosamente al petto.

— Quanto siete buono, signore! — esclamò l’indiano, che pareva avesse subito ricuperato le sue forze e che era fuori di sé dalla gioia. — Libero! Alfine sono libero!... Vi ringrazio, signore, vi ringrazio!...

— Ringraziate quest’uomo, Tremal-Naik, — disse Yanez additandogli Sandokan che, colle braccia incrociate sul petto, guardava con occhio commosso l’indiano. — È a quest’uomo, alla Tigre della Malesia, che voi dovete la vostra libertà.

Tremal-Naik si precipitò verso Sandokan che lo accolse fra le sue braccia, dicendo:

— Sei mio amico!

In quell’istante un urlo di gioia risuonò alle loro spalle. Kammamuri, che era allora uscito dal forte, correva colla rapidità di un cervo, urlando:

— Mio buon padrone!... mio padrone!

Tremal-Naik si slanciò verso il fedele maharatto che pareva impazzito.

I due indiani si abbracciarono a più riprese, senz’essere capaci di scambiarsi una sola parola.

— Kammamuri, mio buon Kammamuri! — esclamò finalmente Tremal-Naik. — Credevo di non rivederti mai più su questa terra. Ma come sei tu qui? Non ti hanno ucciso i Thugs, dunque?

— No, padrone, no. Io sono fuggito per cercar te.

— Per cercar me! Ma sapevi tu che io ero in questo luogo?

— Sì, padrone, l’avevo saputo. Ah! Padrone! quanto ti ho pianto dopo quella notte fatale. Io ti stringo fra le braccia, io ti sento, eppure io stento a credere che tu sia ancora vivo e libero. Non ci lasceremo più, è vero?

— No, Kammamuri, mai più.

— Vivremo assieme al signor Yanez e alla Tigre della Malesia. Che uomini, padrone! Se tu sapessi quanto hanno fatto per te, se tu sapessi quante battaglie...

— Alto là, Kammamuri, — disse Yanez. — Altri uomini avrebbero fatto quello che abbiamo fatto noi.

— Non è vero, padrone. Nessun uomo potrà mai fare ciò che hanno fatto la Tigre della Malesia e il signor Yanez.

— Ma perché interessarsi tanto di me? — chiese Tremal-Naik. — Eppure non vi ho mai veduti, signori.

— Perché foste un giorno il fidanzato di Ada Corishant, — disse Sandokan, — e Ada Corishant era cugina della mia defunta moglie.

A quel nome l’indiano aveva fatto un passo indietro, tentennando a destra ed a sinistra, come se avesse ricevuto una pugnalata in mezzo al petto. Poi si coprì colle mani il viso, mormorando con voce straziante:

— Ada!... O mia adorata Ada!...

Un singhiozzo sollevò il suo petto e due lagrime, forse le prime che stillavano da quegli occhi, gli rotolarono giù per le abbronzate gote.

Sandokan gli si avvicinò e, abbassandogli le mani, gli disse con dolcezza:

— Perché piangete, mio povero Tremal-Nai? Questo è un giorno di gioia.

— Ah, signore!... — mormorò l’indiano. — Se voi sapeste quanto ho amato quella donna!... Ada!... oh mia Ada!...

Un secondo singhiozzo lacerò il petto dell’indiano e nuove lagrime gli spuntarono sulle ciglia.

— Calmatevi, Tremal-Naik, — disse Sandokan. — La vostra Ada non è perduta.

L’indiano risollevò il capo che teneva curvo sul petto. Un lampo di speranza balenava nei suoi occhi neri.

— Ella è salva?

— Salva!... — disse Sandokan. — Ed è qui in quest’isolotto.

Un urlo, giammai uscito da gola umana, irruppe dalle labbra di Tremal-Naik.

— Ella è qui... qui! — urlò, gettando all’intorno sguardi smarriti. — Dov’è?... Io voglio vederla, io voglio vederla!... Ada!... Ada!... Oh mia adorata Ada!...

Fé’ atto di slanciarsi verso il fortino, ma Sandokan lo afferrò pei polsi e con tale forza da fargli crocchiare le ossa.

— Calmatevi, — gli disse. — Ella è pazza.

— Pazza!... la mia Ada pazza!... — gridò l’indiano. — Ah!... Ma io voglio vederla, signore, io voglio vederla fosse pure per un solo istante.

— La vedrete, ve lo prometto.

— Quando?

— Fra pochi istanti.

— Grazie, signore! grazie!

— Sambigliong! — gridò Yanez.

Il Dayaco, che ronzava attorno al fortino, esaminando attentamente le palizzate onde assicurarsi se erano abbastanza solide da sostenere un assalto, alla chiamata del portoghese accorse.

— Dorme la Vergine della Pagoda? — chiese Sandokan.

— No, capitano, — rispose il pirata. — E’ uscita alcuni minuti fa coi suoi guardiani.

— Ove si è diretta?

— Verso la costa.

— Venite, Tremal-Naik, — disse Sandokan, prendendogli una mano. — Ma vi raccomando di essere calmo poiché è pazza.