I predoni del Sahara/Capitolo 18 - El-Melah

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Capitolo 18 - El-Melah

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18 - El-Melah


L'indomani, quando il marchese uscì dalla tenda, trovò l'uomo che aveva strappato miracolosamente alla morte, seduto sulla sella d'un cammello, cogli sguardi fissi sulle bande d'uccelli di rapina che continuavano ad accorrere da tutti i punti dell'orizzonte onde prendere parte a quell'orgia di carne corrotta.

“Come state, giovanotto?” gli chiese il signor di Sartena, battendogli familiarmente sulle spalle. “Potete vantarvi di godere una forza fenomenale ed una resistenza incredibile.”

Il superstite si era alzato guardando il marchese attentamente e quasi con diffidenza.

“È a voi che devo la vita, è vero?” chiese, dopo qualche istante di silenzio.

“Sì, sono stato io a strapparvi dalle sabbie.”

“Grazie, signore.”

Poi guardandolo con maggior attenzione riprese, con un accento che tradiva una certa inquietudine:

“Voi non siete un arabo.”

“Che cosa ve lo fa sospettare?”

“Avete un accento che tradisce la vostra origine francese.”

“Forse conoscete la mia lingua natia?” chiese il marchese, con stupore.

“Sono stato parecchi anni in Algeria,” rispose il giovane, dopo una breve esitazione.

“Siete anzi un algerino.”

“No, v'ingannate; sono del Tuat,” rispose il giovane con vivacità.

“Sono stati i Tuareg a distruggere la vostra carovana?”

“Sì, signore. Ci hanno sorpreso l'altra sera, mentre ci eravamo appena accampati ed il loro assalto fu così violento e terribile, da impedirci di preparare la difesa.

“Erano tre o quattrocento, per la maggior parte armati di lance e di fucili e hanno fatto di noi uno spaventevole macello. Che orrore! Vivessi mille anni, non mi scorderò giammai quella strage.”

“E perché hanno risparmiato voi?”

“Non lo so, signore,” rispose il giovane, con aria quasi imbarazzata. “Invece di uccidermi mi hanno seppellito vivo. Un capriccio feroce del loro capo; ma una tortura ben peggiore della morte toccata agli altri, perché senza il vostro provvidenziale aiuto, chissà quanto si sarebbe prolungata la mia agonia.”

“Da dove era partita la carovana?”

“Da Tafilelt.”

“E andava a Marabuti?”

“Chi ve lo ha detto?” chiese il sahariano, guardandolo con sorpresa.

“E doveva spingersi a Tombuctu, è vero?” continuò il marchese.

“Ah!”

“Confessatelo.”

“È vero.”

“Era quella che noi cercavamo di raggiungere!” esclamò il marchese. “L'uomo che io cercavo sarà morto! Maledizione!...”

“Quale uomo, signore?”

“Un algerino.”

“Ve n'erano parecchi nella carovana. Come si chiamava?”

“Scebbi o meglio El-Abiod: l'avete conosciuto?...”

Il sahariana aveva provato un trasalimento nervoso ed era rimasto muto, guardando il marchese quasi con terrore. Il signor di Sartena era però così preoccupato, che non si era accorto della viva inquietudine che traspariva sul volto del giovane.

“El-Abiod!...” disse finalmente, passandosi una mano sulla fronte. “Io non ho mai udito questi nomi, signore. Eravamo in centosessanta e non tutti ci conoscevamo. Già, quell'uomo sarà caduto anche lui ed il suo cadavere sarà stato dilaniato dagli avvoltoi.”

Poi lasciandosi cadere sulla sella che gli serviva da sedia, come se fosse stato colto da una improvvisa debolezza, aggiunse con voce lamentevole:

“Sono stanco, signore. Mi pare che le dune girino intorno a me.”

“Ritiratevi sotto la tenda e riposatevi,” disse il marchese. “Oggi ci fermeremo qui, non avendo ormai nessuno scopo per raggiungere presto i pozzi di Marabuti. Frugate e rifrugate la vostra memoria; forse quel nome l'avete udito ripetere dagli uomini della carovana.”

“Mi proverò, signore; ma anche se mi rammentassi a che cosa vi servirebbe? Quell'uomo non sarà sfuggito al massacro.”

“I Tuareg possono averlo risparmiato; doveva contare non pochi amici fra gli assalitori. Forse è stato quel miserabile a far sorprendere la carovana. A proposito, come vi chiamate voi?”

“El-Melah, signore,” rispose il sahariano, con voce appena distinta, mentre grosse gocce di sudore gli irrigavano la fronte.

“Andate a riposarvi e non temete; siete fra persone che non si lasceranno sorprendere dai Tuareg, e che sapranno anche vendicare i vostri compagni.”

Mentre il sahariano si ritirava sotto la tenda, Rocco e Ben avevano raggiunto il marchese.

“Mi sembrate assai preoccupato,” disse l'ebreo. “Forse quel colloquio vi ha messo dei timori?”

Il marchese li trasse lontani dalla tenda del sahariano e li mise al corrente di quanto aveva appreso.

“Il traditore è morto!” esclamò Rocco.

“La cosa è grave,” disse Ben. “Se quell'El-Abiod è stato ucciso, noi non potremo sapere più nulla della sorte toccata al povero colonnello Flatters ed ai suoi compagni.”

“Non ci resta che fare una cosa,” rispose il marchese. “Continuare la nostra marcia verso Tombuctu. Se è vero che il colonnello è stato condotto colà per essere venduto al sultano, noi lo troveremo e lo libereremo.”

“Volete che vi dica che cosa penso dell'uomo scampato?” disse Rocco.

“Parla,” comandò il marchese.

“L'ho esaminato attentamente quando parlava con voi e non mi è piaciuto. Mi pare che abbia qualche cosa di falso nel suo sguardo.”

“È una opinione tutta tua. Quel povero diavolo dev'essere ancora spaventato.”

“Sarà come voi dite, marchese, nondimeno lo sorveglierò da vicino.”

“E farete bene,” disse Nartico. “Noi non sappiamo ancora chi sia ed a Tombuctu non è prudente presentarsi con un uomo poco fidato.”

“Quando partiamo?” chiese Rocco.

“Questa sera, se i Tuareg non si mostrano,” rispose il marchese. “Approfitteremo di questa fermata per esplorare i dintorni,” disse Ben. “Non son tranquillo.”

Il marchese e Ben presero i fucili e le rivoltelle, si provvidero di abbondanti cartucce e saliti sui cavalli si spinsero attraverso le dune, dirigendosi verso il campo della strage.

Quella corsa però non diede alcun risultato. Pareva che i Tuareg avessero definitivamente rinunciato a raccogliere le poche armi e gli oggetti rimasti ancora fra le sabbie.

Quando tornarono dopo una galoppata di quasi due ore, trovarono il sahariano seduto fuori della tenda, intento ad osservare con particolare attenzione Esther e Rocco, i quali si affaccendavano a preparare il pranzo. I suoi sguardi, che avevano strani bagliori, erano specialmente fissi sulla giovane ebrea, seguendone i più piccoli movimenti.

Era così profondamente immerso nella sua contemplazione, che non udì nemmeno il marchese accostarglisi.

“Vi sentite meglio?” chiese il corso.

Il sahariano udendo quella voce trasalì come un uomo colto di sorpresa.

Invece di rispondere, chiese con una intonazione quasi selvaggia: “È vostra sorella quella giovane?”

“No, è sorella di quell'uomo che sta scendendo da cavallo.”

“Il sultano di Tombuctu la pagherebbe ben cara.”

Il marchese lo guardò, aggrottando la fronte.

“Sareste forse un provveditore di carne umana a quel sultano?” chiese.

“Io!” esclamò El-Melah. “Oh! No, signore.”

“Perché avete detto che il sultano la pagherebbe cara?”

“Pensavo in questo momento ai Tuareg, i quali vendono a quel monarca tutte le donne che fanno prigioniere. Se sapessero che qui vi è una così splendida perla, metterebbero sossopra tutte le loro tribù per rapirvela. Quella giovane è un pericolo per la vostra carovana.”

“Sapremo difenderla, El-Melah. Noi non temiamo quei ladroni, ve lo dissi già.”

“Voi siete troppo buono, signore.”

Esther e Rocco avevano fatto dei veri prodigi. Dopo tanti giorni di privazioni si erano promessi di offrire al marchese ed a Ben un vero banchetto per festeggiare il ritorno dell'acqua, un banchetto ornato anche di due bottiglie di Bordeaux.

Tutti fecero onore al pranzo, anche il sahariano, il quale forse non si era mai trovato ad un simile banchetto, e le due bottiglie bagnarono, forse per la prima volta, le gole di El-Haggar e dei beduini, a dispetto di Maometto e del Corano.

Durante il pasto, El-Melah si era mantenuto silenzioso, però non aveva levato un solo istante gli sguardi di dosso a Esther, tanto che la giovane aveva finito per accorgersene.

Dapprima lo attribuì ad una pura curiosità, ma poi provò qualche inquietudine, perché in quegli occhi nerissimi aveva sorpreso talvolta dei lampi selvaggi, quasi feroci.

Alla sera, rassicurato dalla calma che regnava nel deserto, il marchese dava il segnale della partenza, premendogli di frapporre il maggior spazio possibile fra la carovana ed il campo della strage.

“Faremo una lunga marcia,” aveva detto El-Haggar. “Quantunque l'acqua non ci manchi, desidererei essere già ai pozzi di Marabuti.” Lasciò sfilare dinanzi a sé la carovana e si mise alla retroguardia con Ben, mentre Rocco vegliava sul cammello di Esther in compagnia di El-Melah.

Avevano già percorso un paio di miglia, mantenendo la direzione del sud, quando il marchese, che distanziava l'ultimo cammello di tre o quattrocento passi, nel volgersi credette di scorgere qualche cosa di bianco apparire sulla cima d'un monticello di sabbia, per poi scomparire subito.

“Alto, Ben,” disse. “Siamo seguiti.”

“Da chi?” chiese l'ebreo, arrestando il cavallo.

“Forse dai Tuareg.”

“Oh! che vi siate ingannato, marchese?”

“No, ho scorto una forma umana avvolta in un ampio mantello bianco. È comparsa sulla cima di quella duna, quella che si alza a quattro o cinquecento passi da noi.”

“Sarà qualche spia dei Tuareg!...” osservò Ben.

“Se non fosse uno di quei predoni, non si sarebbe nascosto.”

“È vero,” mormorò Ben. “Cosa fare, marchese?”

“Lasciamo che la carovana prosegua la sua marcia e andiamo a scovare quella spia.”

“Forse non è sola, marchese.”

“Abbiamo quattordici colpi da sparare, senza aver bisogno di ricaricare le armi, e siamo entrambi buoni bersaglieri. Venite, Ben; chiarita la cosa, saremo più tranquilli.”

Esaminarono i fucili e le rivoltelle, si sbarazzarono degli ampi caic onde essere più liberi, poi spronarono i cavalli dirigendosi verso la collinetta sabbiosa, sulla quale il marchese aveva veduto comparire quella forma bianca.

El-Haggar e Rocco, credendo che eseguissero una semplice ricognizione, avevano continuato la loro marcia aizzando i cammelli onde allungassero il passo.

Giunti a circa cento passi dalla duna, rallentarono la corsa e presero i fucili.

“Dividiamoci,” disse il marchese. “Voi girate la duna a destra ed io a sinistra. In tal modo prenderemo la spia fra due fuochi.”

“Alto, marchese,” disse Ben, trattenendo di colpo il cavallo e facendolo impennare.

“Avete veduto qualche cosa?”

“Sì, un oggetto brillante sulla cima della collinetta, forse la punta d'una lancia o la canna d'un fucile.”

“Dunque non mi ero ingannato!”

“Accostiamoci con prudenza e giriamo la duna senza separarci.” Il marchese si guardò alle spalle.

La carovana era lontana allora quasi un miglio e s'avanzava in mezzo ad un labirinto di montagnole di sabbia, le quali la proteggevano a destra ed a sinistra.

“Avanti, Ben,” disse. “I nostri compagni sono al sicuro.”

Stavano per girare la duna, quando tre o quattro lampi balenarono verso la cima, seguiti da fragorose detonazioni.

Il cavallo del marchese s'impennò violentemente cercando di sbarazzarsi del cavaliere e mandò un nitrito di dolore.

“Signore!” gridò Ben.

“È nulla!” rispose il corso. “Una palla ha portato via la punta d'un orecchio al mio cavallo. Fuoco, Ben, e carichiamo!”

Vedendo comparire sulla duna alcuni turbanti, scaricarono i loro fucili, poi impugnate le rivoltelle lanciarono i cavalli al galoppo per snidare gli assalitori.

Un urlio assordante, terribile, arrestò quasi subito il loro slancio.

Quelle grida li avevano avvertiti del grave pericolo che stavano per affrontare.

“Fermate, marchese!” aveva comandato Ben, facendo fare al proprio cavallo un fulmineo volteggio.

Dodici mehari, montati da altrettanti uomini armati di lance e di moschettoni, erano sbucati dietro alla duna e si preparavano a loro volta a caricare i due imprudenti.

“Un agguato!” esclamò il marchese, lasciando la rivoltella e introducendo rapidamente una cartuccia nel fucile. “Alto là, briccone! Non siamo marocchini da lasciarci sgozzare come montoni!”

Mirò freddamente il capo fila che si dimenava come un ossesso sulla cima del suo mehari, incoraggiando con acute urla i compagni, e fece fuoco alla distanza di centocinquanta passi.

Il Tuareg allargò le braccia, lasciò cadere il moschettone e la lancia, poi stramazzò al suolo fulminato.

“Gambe ora!” gridò il marchese, spronando vivamente il cavallo.

I predoni, spaventati dall'ammirabile precisione di quel colpo di fucile, si erano arrestati, mandando urla feroci.

Ben ed il marchese ne approfittarono per guadagnare altri trecento passi, distanza sufficiente per mettersi fuori di portata da quei moschettoni vecchi di qualche secolo e d'un tiro molto dubbio.

“Fuciliamoli con calma,” disse il marchese, rallentando la corsa.

“E stiamo per ricevere anche dei soccorsi,” disse Ben.

“Da chi?”

“Ecco Rocco che galoppa verso di noi.”

“Un bersagliere di vaglia, mio caro Ben. Quel sardo tira come uno svizzero di S. Gallo.”

Dopo un momento di esitazione i predoni avevano ripreso la corsa urlando a squarciagola e agitando furiosamente le loro armi.

“Faremo fare loro una splendida galoppata,” disse il marchese. “Prima gli uomini e poi i mehari.”

In quell'istante un colpo di fucile rimbombò e un altro Tuareg cadde mandando un grido terribile.

Rocco aveva fatto fuoco alla distanza di quattrocento metri, annunciando con quel superbo colpo la sua presenza.