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I ricordi del Signor Augusto Bedloe

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I ricordi

del Signor Augusto Bedloe



Verso la fine dell’anno 41837 mentre abitavo presso Charlottesville, nella Virginia, conobbi per caso il signor Augusto Bedloe. Questo giovane gentleman era notevole, sotto tutti rapporti, ed eccitava in me una curiosità e un interesse profondi. Giudicai impossibile rendermi conto esattamente del suo essere fisico e morale, e non riuscii ad ottenere alcuna informazione positiva sulla sua famiglia. D’onde veniva? Non lo seppi mai bene. Anche relativamente alla sua età, quantunque lo abbia chiamato un giovane gentleman, Vera qualche cosa che mi lasciava assai perplesso. Certamente, egli sembrava giovane, e anzi, ostentava di parlare della sua età giovanile; ma in certi momenti non avrei affatto esitato ad attribuirgli un centinaio d’anni. Il suo aspetto era assolutamente eccezionale. Egli era singolarmente alto e snello, molto curvo, e aveva membra straordinariamente lunghe e scarne. La sua fronte era larga e bassa; la sua complessione, assolutamente esangue; la sua bocca, larga e flessibile, e i suoi denti, quantunque sani, erano più irregolari di quanti ne vidi mai in una bocca umana. L’espressione del suo sorriso, tuttavia, non era affatto sgradevole, come si potrebbe supporre; ma non aveva alcuna specie di sfumatura. Era di profonda malinconia, di tristezza senza fasi e senza intermittenze. I suoi occhi erano di una larghezza anormale e tondi come quelli di un gatto. Le pupille subivano una contrazione e una dilatazione proporzionali al crescere e al diminuire della luce, esattamente come fu osservato nelle razze feline. Nel momenti d’eccitazione, quelle pupille divenivano lucenti quasi inconcepibilmente e pareva emettessero raggi di un fulgore non riflesso, ma interno, come fa una fiaccola o il sole. Tuttavia, nella loro condizione consueta erano talmente fosche, inerti e nuvolose, da far pensare agli occhi di un corpo sepolto da molto tempo.

Queste particolarità personali pareva lo infastidissero molto, ed egli vi faceva allusione continuamente, in una forma per metà esplicativa e per metà giustificativa, che, la prima volta, produsse in me un’impressione penosissima. Mi ci assuefeci in breve, però, e quell’impressione svanì. Pareva che egli avesse intenzione d’insinuare, piuttosto che d’affermare positivamente, che il suo fisico non era sempre stato qual’era; che una lunga serie di accessi nevralgici l’aveva ridotto, da una condizione di bellezza non comune, a [p. 220 modifica]quella che vedevo. Da molti anni, egli era curato da un medico che si chiamava Templeton, vecchio signore settantenne, che l’aveva incontrato per la prima volta a Saratoga. Dalle cure di quel medico, Bedloe aveva avuto allora, o aveva creduto di avere, grande giovamento. Da ciò era risultato che, ricco in quel tempo, Bedloe aveva stipulato col dottor Templeton un contratto, secondo il quale quest’ultimo, in cambio di una generosa retribuzione annua, aveva acconsentito a dedicare il proprio tempo e la propria esperienza unicamente a curare quell’ammalato.

Il dottor Templeton aveva viaggiato, durante la sua gioventù, ed era diventato, a Parigi, uno dei settarii più ardenti delle dottrine di Mesmer. Unicamente per mezzo di rimedî magnetici, egli era riuscito ad alleviare i dolori acuti del suo ammalato, e quei successi avevano, molto naturalmente, ispirato a quest’ultimo una certa fiducia relativamente alle opinioni che a quei rimedi servivano di base. D’altra parte, il dottore, come tutti gli entusiasti aveva lavorato come meglio aveva potuto a far sì che Bedloe divenisse un perfetto proselite, e, infine, vi era riuscito a tal segno, da decidere il paziente a sottoporsi a numerosi esperimenti. Ripetuti spesso, questi produssero un risultato il quale, da molto tempo, è divenuto tanto comune da non attirare che poco o punto l’attenzione, ma che, all’epoca di cui parlo, si era manifestato, in America, solo rarissimamente. Voglio dire che fra il dottor Templeton e Bedloe si era stabilito a poco a poco una relazione magnetica molto distinta e molto accentuata. Non ho, tuttavia, l’intenzione di affermare che tale relazione si estendesse oltre i limiti della potenza sonnifera; ma questa stessa potenza era giunta ad una grande intensità. Al primo tentativo fatto per produrre il sonno magnetico, il discepolo di Mesmer aveva fallito completamente. Al quinto o al sesto, era riuscito solo in modo molto imperfetto, e dopo sforzi ostinati. Soltanto al dodicesimo, il successo era stato completo. Dopo quell’esperimento, la volontà del paziente aveva rapidamente ceduto in tutto a quella del medico, tanto che, quando io li conobbi, il sonno veniva quasi istantaneamente per effetto di un semplice atto di volizione dell’operatore, anche quando l’ammalato non aveva nozione della presenza di lui. Soltanto ora, nell’anno 1845, ora che miracoli simili sono stati quotidianamente attestati da migliaia d’uomini, ch’io mi azzardo a citare quell’apparente impossibilità come un fatto positivo.

Il temperamento di Bedloe era al massimo grado sensitivo, eccitabile, entusiasta. La sua immaginazione, singolarmente vigorosa e creatrice, traeva senza dubbio una forza addizionale dall’uso consueto dell’oppio. Egli consumava grandi quantità di questa droga, senza la quale non avrebbe potuto vivere. Era sua abitudine prenderne una forte dose, immediatamente dopo la colazione, ogni mattina, — o, per dir meglio, immediatamente dopo una tazza di caffè molto carico, poichè egli non mangiava nulla prima di mezzogiorno, — e poi egli usciva solo, o accompagnato soltanto da un cane, per una lunga passeggiata attraverso la catena di selvagge e lugubri alture che si stende ad ovest e a sud di Charlottesville, e alle quali vien dato il nome di [p. 221 modifica]Ragged Mountains (Montagne Squarciate).

In una giornata fosca, calda e brumosa, verso la fine di novembre, durante quello strano interregno di stagioni che in America chiamano l’estate indiana, il signor Bedloe uscì, come soleva, dirigendosi verso le alture. La giornata passò intera, ed egli non ritornò.

Verso le otto della sera, impensieriti seriamente per quell’assenza tanto prolungata, stavamo per accingerci a delle ricerche, quando egli ricomparve, inaspettatamente, in condizioni di salute nè migliori nè peggiori, e più animato del solito. Il racconto che fece della sua gita e degli avvenimenti che l’avevano trattenuto fuori di casa fu, veramente, singolarissimo.

— Vi ricorderete, disse, che erano circa le nove antimeridiane, quando uscii da Charlottesville. Diressi immediatamente i miei passi verso la Montagna, e alle dieci, press’a poco, entrai in una gola che non avevo mai veduta. Seguii tutte le sinuosità di quel passaggio, con molto interesse. La scena che mi si presentava da ogni parte, pur non meritando, forse, ch’io la chiami sublime, aveva in sè un carattere indescrivibile, e per me delizioso, di lugubre desolazione. La solitudine, in quei luoghi, sembrava assolutamente vergine. Non potevo impedirmi di credere che le erbe verdi e le pietre grigie che calpestavo non fossero mai state toccate da alcun piede umano. L’ingresso del burrone è sì completamente nascosto e in realtà inaccessibile, fuorchè attraverso una serie di accidenti, che non era affatto impossibile ch’io fossi veramente il primo avventuriero, — il primo e l’unico, — che avesse osato penetrare in quelle solitudini.

«La nebbia densa e singolare, simile a fumo, che distingue l’estate indiana, e che si stendeva pesantemente su tutte le cose, rendeva certo più profonde le impressioni vaghe che quegli oggetti generavano in me. Quella poetica bruma era tanto fitta, che in nessun momento mi era dato di vedere più d’una dozzina di yards del mio cammino. Questo era straordinariamente sinuoso, e, poichè non si vedeva il sole, avevo perso ogni idea della direzione dei miei passi. Ma l’oppio aveva prodotto in me il suo effetto consueto, che consiste nel dare a tutto il mondo esterno una grande intensità d’interesse. Nel tremolìo di una foglia, — nel colore d’un filo d’erba, — nella forma d’un trifoglio, — nel ronzìo di un’ape, — nel luccicore d’una goccia di rugiada, — nel sospiro del vento, — nei vaghi odori che venivano dalla foresta, — io sentivo tutto un mondo d’ispirazioni, una processione magnifica e variopinta di pensieri disordinati e rapsodici.

«Tutto assorto in simili fantasticherie, camminai per parecchie ore, durante le quali la nebbia si addensò intorno a me a tal segno che fui ridotto a cercare a tastoni la mia via. E allora un indefinibile malessere s’impossessò di me, — una specie d’irritazione nervosa e di tremito. Temevo, nell’andare innanzi, di precipitare in un qualche abisso. Mi tornavano alla mente, inoltre, certe strane storie su quelle Ragged Mountains e su una razza d’uomini bizzarra e selvaggia che si diceva vivesse nei loro boschi e nelle loro caverne. Mille pensieri vaghi mi premevano e mi sconcertavano, — pensieri tanto più dolorosi in quanto, appunto, erano vaghi. Ad un tratto, la mia attenzione fu fermata da un forte rullar di tamburo. [p. 222 modifica]

«Il mio stupore, naturalmente, fu estremo. Un tamburo, in quelle montagne, era cosa sconosciuta. Non sarei rimasto maggiormente sorpreso se avessi udito squillare la tromba dell’Arcangelo. Ma una nuova e ancor più straordinaria causa d’interesse e di perplessità si manifestò. Udii avvicinarsi un romorìo selvaggio, un tintinnio, come prodotto da un mazzo di grosse chiavi, — e in quello stesso momento un uomo seminudo, dal volto abbronzato, passò davanti a me emettendo un grido acuto. Passò tanto vicino alla mia persona, che mi sentii sul viso il calore del suo alito. Egli teneva in una mano uno strumento composto di molti anelli di ferro, che agitava con forza, mentre correva. Era appena scomparso nella nebbia, allorchè, ansante dietro di lui, con la bocca aperta e gli occhi scintillanti, si slanciò una bestia enorme. Non era possibile ch’io sbagliassi, circa la sua specie: era una iena.

«La visita di quel mostro, anzichè accrescere i miei terrori, mi fu di sollievo; — poichè ero ben sicuro, ormai, che sognavo, e già mi sforzavo di destarmi. Camminai risolutamente e lentamente in avanti. Mi stropicciai gli occhi. Gridai molto forte. Mi pizzicai le membra. Vidi una piccola sorgente, e mi fermai, per bagnarmi le mani, la festa e il collo. Mi parve allora di sentire che si dissipavano le sensazioni equivoche che mi avevano tormentato fino a quel momento. Quando mi risollevai, ebbi la sensazione di essere un uomo nuovo, e continuai, con fermezza e con piacere pel mio ignoto cammino.

«Infine, completamente spossato dal moto e dalla pesantezza opprimente dell’atmosfera, mi sedetti appiè d’un albero. In quel momento apparve un debole raggio di sole, e l’ombra del fogliame di quell’albero cadde sull’erba leggermente ma sufficientemente definita. Per alcuni minuti fissai quell’ombra con stupore. La sua forma mi empiva di meraviglia. Alzai gli occhi. L’albero era un palmizio.

«Mi levai precipitosamente, e in uno stato di eccitazione terribile, — poichè il pensare che sognavo non mi bastava più, ormai, — e vidi, e sentii che governavo perfettamente i miei sensi — e questi sensi portavano ora alla mia anima un mondo di sensazioni nuove e singolari. Il caldo divenne ad un tratto insopportabile. L’aria era carica di uno strano odore. Un mormorìo profondo e continuo, come quello che si eleva da un fiume gonfio, ma che scorra regolarmente, mi giunse all’orecchio, insieme al brusìo particolare di una moltitudine di voci umane.

«Mentre ascoltavo, con uno stupore ch’è inutile descrivervi, un forte e breve colpo di vento strappò via, come avrebbe fatto una bacchetta magica, la nebbia che opprimeva la terra.

«Mi vidi allora alla base di un’alta montagna che dominava una vasta pianura attraverso la quale scorreva un fiume maestoso. In riva a quel fiume sorgeva una città d’aspetto orientale, come se ne vedono nelle Mille e una notte, ma di un carattere ancor più singolare. Dal mio posto, che era molto al disopra del livello della città, potevo scorgere ogni parte, ogni angolo di questa, come se fosse stata disegnata su una carta. Le vie sembravano innumerevoli e s’incrociavano irregolarmente in tutte le direzioni, ma più che vie, parevano lunghi viali, e formicolavano letteralmente di abitanti. Le case [p. 223 modifica]erano stranamente pittoresche. Da ogni parte balconi, verande, minareti, nicchie e torrette fantasticamente frastagliate. I bazar abbondavano; le più lussuose mercanzie vi erano in mostra, infinitamente varie e molteplici: sete, mussoline, lame abbaglianti, diamanti e gioielli meravigliosi. Intorno, si vedevano da ogni parte padiglioni, palanchini, lettighe in cui erano magnifiche dame severamente velate, elefanti coperti di gualdrappe sontuose, idoli grottescamente intagliati, lance, tamburi, stendardi e tam-tam, mazze dorate e inargentate. E nella folla, nel clamore, nella confusione, fra un milione d’uomini neri e gialli con vesti lunghe e turbanti, e con barbe prolisse, circolava una moltitudine innumerevole di buoi santamente adorni di nastri, mentre legioni di scimmie oscene e sacre s’arrampicavano, stridendo e sbraitando, su per gli ornamenti delle moschee, o si dondolavano dall’alto dei minareti e delle torrette. Dalle vie brulicanti alle ripe del fiume scendevano innumerevoli scale che conducevano a dei bagni, mentre il fiume stesso pareva s’aprisse a stento un varco attraverso le vaste flotte di bastimenti sovraccarichi, che tormentavano in ogni senso la sua superficie. Oltre le mura della città, si elevavano frequenti, in gruppi maestosi, i palmizi e gli alberi di cocco, con altri alberi secolari, giganteschi e solenni; e qua e là si poteva scorgere qualche risaia, la capanna di stoppie d’un contadino, una cisterna, un tempio isolato, o una graziosa fanciulla solitaria incamminantesi, con un’anfora sul capo, verso le rive del magnifico fiume.

«Ora, certamente, direte che sognavo. Ma no. Ciò che vedevo, ciò che udivo, ciò che sentivo, ciò che pensavo, non aveva nulla, in sè, dell’idiosincrasia del sogno, sulla quale non si può sbagliare. Tutto era logico, tutto era consistente. Dapprima, dubitando di non essere realmente desto, mi sottoposi ad una serie di prove, le quali mi convinsero che non dormivo affatto. Ora quando un uomo sogna e nel suo sogno sospetta di sognare, avviene sempre che il sospetto sia confermato, e il dormiente si sveglia quasi immediatamente. Così, Novalis non s’inganna dicendo che siam vicini a svegliarci quando sogniamo di sognare». Se la visione mi si fosse offerta tale da farmi sospettare che fosse un sogno, essa avrebbe potuto non essere altro che un sogno. Ma, poichè mi si presentò come ho detto, e poichè fu sospettata e verificata, io son costretto a classificarla fra altri fenomeni.

— In questo, non affermo che abbiate torto, osservò il dottor Templeton. Ma continuate. Vi alzaste, e scendeste nella città.

— Mi alzai, continuò Bedloe guardando il dottore con un’aria di profondo stupore; mi alzai, come dite, e scesi verso la città. Mi trovai in mezzo ad una immensa plebe che ingombrava tutti i viali dirigendosi tutta dalla stessa parte e mostrando nei suoi atti la più violenta animazione. Improvvisamente, e sotto non so quale pressione inconcepibile, mi sentii profondamente preso da un interessamento personale per quello che stava per avvenire. Contro la folla che mi circondava, provai, tuttavia, un profondo sentimento di animosità. Uscii in fretta da quella confusione, e, rapidamente, per un viale circolare, giunsi alla città e vi entrai. Essa era in preda a un tumulto e alla [p. 224 modifica]più violenta discordia. Un piccolo drappello d’uomini vestiti un po’ all’indiana e un po’ all’europea, e comandata da signori che avevano una divisa in parte inglese, sosteneva un combattimento molto disuguale contro la gentaglia formicolante nei viali. Io raggiunsi quella debole milizia, m’impadronii delle armi di un ufficiale ucciso e colpii a casaccio, con la ferocia nervosa della disperazione. Fummo in breve schiacciati dal numero e costretti a cercare un rifugio dentro una specie di chiosco. Ci barricammo e fummo provvisoriamente al sicuro. Da una feritoia vicina al fastigio del chiosco, io scorsi una vasta folla furiosamente agitata, che circondava e assaltava un bel palazzo dominante il fiume. Da una finestra superiore di quel palazzo, un personaggio d’aspetto effeminato, scese verso l’acqua per mezzo di una corda fatta coi turbanti dei suoi domestici. Si calò così in un battello, nel quale fuggì verso la riva opposta.

«E allora una nuova preoccupazione s’impossessò della mia anima. Rivolsi ai miei compagni alcune parole precipitate ma energiche, ed essendo riuscito ad ottenere il concorso di alcuni per l’esecuzione del mio disegno, feci una sortita furibonda. Ci scagliammo sulla folla che assediava il chiosco. Gli assedianti fuggirono, dapprima; indi si riunirono, combatterono con rabbia e si ritirarono di nuovo. Frattanto ci eravamo allontanati dal chiosco, ed erravamo, ora, smarriti e imbarazzati, in un dedalo di vie strette, soffocate da alte case in fondo alle quali il sole non aveva mai mandata la sua luce. La plebe s’accalcava impetuosamente contro di noi, tormentandoci con le loro lance e scagliandoci nugoli di frecce. Queste ultime erano notevoli e somigliavano in qualche modo al kriss contorto dei Malesi, imitando il movimento di un serpente che striscia; lunghe, nere, colla punta avvelenata. Una di esse mi colpì alla tempia destra. Io girai su me stesso, caddi a terra. Un male istantaneo e terribile si impadronì di me. Mi agitai, mi sforzai di respirare, — morii.

— Certo non vorrete ostinarvi, dissi sorridendo, a credere che tutta la vostra avventura non sia stata un sogno! Vi proponete forse di sostenere che siete morto?

Pronunciate queste parole, m’aspettavo che Bedloe mi rispondesse con qualche motto di spirito; ma vidi con profondo stupore che egli esitava, tremava, diveniva terribilmente pallido, e taceva. Alzai gli occhi verso Templeton. Egli stava rigido sulla sua sedia; — batteva i denti, e i suoi occhi sporgevano dalle orbite.

— Continuate! egli disse infine a Bedloe, con voce rauca.

— Per alcuni minuti, continuò il narratore, la mia sola impressione, la mia sola sensazione, fu quella della notte e del non-essere, con la coscienza della morte. Poi mi parve che una scossa violenta e improvvisa come l’elettricità mi attraversasse l’anima. Con quella scossa, ebbi il senso dell’elasticità e della luce. Quest’ultima, la sentii, non la vidi. Pel momento mi parve di sollevarmi da terra; ma non possedevo più la mia presenza corporea, visibile, udibile o palpabile. La folla si era allontanata. Il tumulto era cessato. La città era completamente tranquilla. Sotto di me, giaceva il mio corpo, con tutta la testa molto gonfia e sfigurata. Ma tutte queste cose, le sentii, non le [p. 225 modifica] Immagine dal testo cartaceo [p. 227 modifica]vidi. Non m’interessavo di nulla, e anche il cadavere mi pareva una cosa colla quale non avessi nulla di comune. Non avevo alcuna volontà, ma mi parve d’esser messo in moto e d’involarmi lievemente fuori dalla città, percorrendo lo stesso circuito pel quale vi ero entrato. Quando giunsi, nella montagna, a quel punto della gola dove avevo trovata la iena provai nuovamente una scossa come quella che può dare una pila galvanica. Il sentimento del peso e quello della sostanza rientrarono in me. Ridivenni mè stesso, il mio proprio individuo, e diressi in fretta i miei passi verso casa mia. — Ma il passato non aveva perduta l’energia vivente della realtà, — e nemmeno ora posso costringere la mia intelligenza, nemmeno per un minuto, a considerare tutto ciò come un sogno.

— Non è stato un sogno, disse Templeton con grande solennità; ma sarebbe difficile dire quale altro termine definirebbe meglio il caso in questione. Supponiamo che l’anima dell’uomo moderno sia sull’orlo di qualche prodigiosa scoperta psichica. Accontentiamoci di questa ipotesi. Quanto al resto, posso chiarire alcune cose. Ecco un quadretto all’acquarello, che vi avrei già mostrato se un indefinibile sentimento d’orrore non me lo avesse impedito finora.

Guardammo il dipinto ch’egli ci presentava. Io non vidi in esso alcun carattere molto straordinario, ma l’effetto prodotto su Bedloe fu incredibile. Visto appena il quadretto, per poco egli non svenne. Pure, non si trattava che di un piccolo ritratto, di un ritratto meravigliosamente eseguito della fisonomia di lui, tanto originale. Questo, almeno, fu il mio pensiero, guardandolo.

— Potete vedere la data del dipinto, disse Templeton; è qui, appena visibile, in questo angolo: — 1780. È l’anno in cui fu eseguito questo lavoro, che è il ritratto di un mio amico defunto, un certo signor Oldeb, del quale divenni molto amico a Calcutta, durante l’amministrazione di Warren Hastings. Avevo, allora, appena vent’anni. Quando vi vidi per la prima volta, signor Bedloe, a Saratoga, fu la miracolosa somiglianza che esisteva fra voi e questo ritratto, che m’indusse a parlarvi, a desiderare la vostra amicizia, e a combinare con voi un patto pel quale divenni vostro compagno inseparabile. Ad agire così ero spinto in parte, e forse principalmente, dai ricordi pieni di rimpianti che serbavo del defunto, ma in parte anche da una curiosità inquieta che voi m’ispiravate e che non era esente di un certo terrore.

«Nel vostro racconto della visione che vi si presentò nella montagna, voi avete descritto coi più minuziosi particolari la città indiana di Benares, sul Fiume Santo. Gli assembramenti, le scaramucce, il massacro, furono gli episodî autentici dell’insurrezione di Cheyte-Sing, che ebbe luogo nel 1780, anno nel quale Hastings vide in grandissimo pericolo la propria vita. L’uomo che avete visto fuggire mediante la corda fatta coi turbanti, fu appunto Cheyte-Sing. Il drappello del chiosco era composto di cipayes e di ufficiali inglesi, comandati da Hastings. Io ero in quel drappello, e feci ogni sforzo per impedire quella imprudente e fatale sortita dell’ufficiale che poi cadde colpito da una freccia avvelenata. Quell’ufficiale era Oldeb. Vedrete da questo manoscritto (e a questo punto il dottore mostrò un libro di appunti nel quale [p. 228 modifica]alcune pagine parevano di data recentissima) che, mentre voi pensavate a queste cose in mezzo alla montagna, io lavoravo, qui in casa, a descriverle, sulla carta.

Una settimana, all’incirca, dopo quella conversazione, l’articolo seguente apparve in un giornale di Charlottesville:

«È per noi un dovere doloroso l’annunciare la morte del signor Augusto Bedlo, un gentiluomo che per i suoi modi cortesi e per le sue numerose virtù era da molto tempo assai caro ai cittadini di Charlottesville.

«Il signor B., da alcuni anni soffriva di una nevralgia che spesso aveva assunto caratteri minacciosi; ma essa non può essere considerata che come causa indiretta della sua morte. La causa diretta fu di un genere singolare e particolare. In una sua escursione nelle Ragged Mountains, alcuni giorni or sono, egli contrasse un leggiero raffreddore con febbre, che fu seguito da un gran movimento del sangue alla testa. Per dargli sollievo, il dottor Templeton ricorse al salasso locale. Delle sanguisughe furono applicate alle tempie dell’ammalato. In uno spazio di tempo terribilmente breve, l’ammalato morì, e si constatò che, nel vaso contenente le sanguisughe ne era stata introdotta, per caso, una di quelle velenose, che si trovano qua e là negli stagni circonvicini. Questa si era fissata da sè su una piccola arteria della tempia destra. La sua assoluta simiglianza con la sanguisuga medicinale fece sì che l’errore fosse scoperto troppo tardi.

«N. B. — La sanguisuga velenosa di Charlottesville può sempre essere distinta dalla sanguisuga medicinale per la sua nerezza e specialmente per i suoi contorcimenti, o movimenti vermicolari, molto simili a quelli di un serpente.»

Incontrai il direttore del giornale in questione. Stavamo parlando di quel singolare accidente, quando pensai di domandargli perchè il nome del defunto fosse stato stampato con l’ortografia: Bedlo.

— Suppongo, dissi, che abbiate avuto qualche ragione per pubblicarlo così. Ma credetti sempre che quel nome si dovesse scrivere con un e finale.

— Qualche ragione? No, mi rispose il giornalista. Si tratta di un semplice sbaglio del tipografo. Il nome è Bedloe, coll’e. Tutti lo sanno, ed io non lo vidi mai scritto diversamente.

— Può essere, dunque, mormorai a me stesso, mentre mi allontanavo, che una verità sia più strana di tutte le finzioni. Infatti, Bedlo senza e non è forse Oldeb a rovescio? E quell’uomo mi dice che si tratta di un errore tipografico!