Ielone di Siracusa o la battaglia d'Imera, canto epico

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Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1853 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu poesie Ielone di Siracusa o la battaglia d'Imera, canto epico Intestazione 21 luglio 2020 25% Da definire

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I

IELONE Dí SIRACUSA

o

LA BATTAGLIA D’IMERA

CANTO EPICO

ALLA SICILIA

T’avvolgi in bianca veste
e al l’odorate chiome
d’ebano intessi un ramuscel di lauro,
prima dea del mio cor, vergine musa.
5Vieni, e fuggiam da queste
favole senza nome ;
vieni, e voliam dalla cittá del Tauro
sotto il dorico ciel di Siracusa ;
cercbiam degli anni spenti
10i segni e le memorie,
l’ire, i trofei, le glorie
vive ancor nel custode eco de’ venti.
Lá, in cima al flutto, che si cruccia e scaglia

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contro i giganti sassi,
15è il suon della battaglia.
Lá par che splenda e passi
lungo i gementi clivi
de’ mirti e degli ulivi
l’antica e bella deitá d’Amore,
20sola che, in tanta morte
di fantasie, non muore.
Ah! se il clamor tu ascolti
de’ popoli sepolti,
prendi or la cetra e canta,
25nel divino furor che t’affatica,
la tua canzon piú forte,
musa, de’ forti amica.
Oh, quanta mole di gucrricr si stende
per le pianure orrende!
30quanti archi e quante spade
trombe, cavalli e tende!
quanta luce infernal l’etere invade!
Pugna barbara e santa,
ch’altra simile occhio di sol non veggia,
35suona per Paure intorno.
L’irato spettro di lelón lampeggia.
Questo c d’Imèra il giorno.
Egli, poiché il canoro arco di Tebe,
Simonide ed Alceo son nuda polve,
40a te, musa, si volve
e chiede un inno. E, se di Delfo i modi
t’ardono al core in fondo,
vergine austera, sull’avel de’ prodi
sali e lo canta al mondo.
45Sul freddo Olimpo i convitati numi
siedono intorno al Regnator, la molle
Ebe mirando e il giovinetto argivo

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che il cibo eterno e la nettarea coppa
mescon taciti a Giove.
Ebri, nel riso
50generante del ciel, privilegiati
d’incorruttibil tempra, in tutto estrani
al duol della caduca e faticosa
stirpe di Prometèo, lá, sulle sfere,
senza cura od amor che di se stessi,
55con arguto piacer guardano all’uomo,
che li invoca e li teme, ei, primamente
loro artefice e padre.
— A che badargli,
querelator perpetuo e si superbo?
figliuol d’odio e d’inganno? avido, audace
60maestro d’ire e di sogni? Egli i suoi bruti
sventri su Pare, o se medesmo immoli,
bruto peggior. Che premi altri ha menato
se non le beffe eterne? —
In cotal guisa
parla il senno immortai. Questa è la dolce
65data agl’iddíi del fortunato Olimpo
caritá pei viventi. E lá dal forte
supplicar di quaggiú solvan gli orecchi
con le palme divine; e lá, trescando,
dall’osceno fumar dell’ecatombe
70torcon le auguste nari; e lá, giocondi
strani parti dell’uom, regnati la terra.
Musa, ridiam. Ma non del vecchio seme
favolator scortese ira ti prenda.
Credi; lá pur, tra quei bugiardi numi,
75alle forti famiglie in nebbia avvolte
non fu ignoto il tuo Dio. Nelle battaglie
per la terra natia, nei sacri canti
dei poeti c dei sofi, entro le tazze
di cicuta spumanti, e nel perenne
80rimordimento della conscia colpa

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il tuo Dio balenò. L’nnime illustri
l’han sentito, morendo. E. quando l’arco
armò la furibonda Africa ignuda,
e sui carri la immane Asia laneiossi
85il gran petto a ferir dell’Occidente,
al sacro petto, non gl’iddíi bugiardi,
fu corazza il tuo Dio. Sopra ogni greca
elsa brillava l’avvenir: l’eterna
promission de’ cieli.
Ancor non era
90venuta al mondo la ragion di Plato,
né si pernia dell’empia tazza Atene.
Volvean giorni remoti. Ed in quei giorni
Satana, antico come il tempo e immane
contra Tuoni che gli serve o lo disfida,
95anelava battaglie.
E, abbandonate
le gran caverne dei dolenti regni,
cupida belva, s’avvolgea, ruggendo,
per le sale rii Serse a concitarvi
il furor delle pugne, onde su’ greci
100di Micale e Platea si vendicasse
l’antico lutto. E poi correa d un volo
nella stess’ora alTa f rican deserto,
quel fiero seme a stimolar, che l’atre
sue cavalle lanciasse a dissetarsi
105nel freddo Imèra e con le zampe orrende
risvegliar Siracusa e calpestarla.
Tanto Tellenie e le sicane case,
custoditrici del penate antico,
quel mostro abborre, e al livido camita,
110figlio gigante deil’error, sorride!
Ed ecco in giostra dalle perse prode
e dai cartaginesi antri s’avventa
contra le greche e sicule fortune
Amilcare e ’l gran re. Pugna un laceno

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115pe’ greci suoi; per Siracusa il forte
Ielón di Gela.
Eccelse membra: altèro
capo chiomato; portamento insigne:
vasto senno; gran cor; muscolo invitto;
uom strano al vario parteggiar; prescelto
120dalla plebe e da’ grandi alla difesa
del penate natio; caldo la mente
d’un divino pensier che gli lampeggia
nelle veglie e ne’sogni: ei tuttoquanto
appar nell’armi, e un semidio somiglia.
125 Splendidi nel dolor toglie i congedi
dalla pia Demareta, all’onor sommo
de’suoi talami assunta; arde su l’ara
i bianchi tauri; c nelle fonde righe
di fanti e catafratti, a rincorarle,
130lancia il destrier famoso.
A lui da lato
Terón cavalca, il giovine tiranno
della bella Girgenti.
All’improvviso
baglior degli elmi, alle ondeggianti piume,
al sonar de’cavalli, a quell’immenso
135pelago d’aste, sopra cui si spandono
i purpurei stendardi all’aure in preda,
moto orrendo di campo, il conturbato
punico, che stringea di tormentose
macchine Imèra, fa levar quel tetro
140apparecchio d’assalti e di ruine,
salva lasciando la cittá pugnace,
mal pretesto alla guerra. E la gran torma
de’ suoi trecentomila afri alle ripe
e ai vasti piani addensa, ordina e sparte,
145lochi ed opre assegnando; e lor veleggia
parallela di fianco e minacciosa
l’armata selva delle gran triremi.

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Alto c ne’cieli il sole. Or di due genti
si risolvono i fati. E la vicina
150aurora, usa a raggiar su quel terrestre
paradiso sicano, ahi! non potrebbe
diman trovarvi che un fumante averno,
e sui sassi de’ tempii e le colonne
ferocemente il barbaro seduto
155a indir la servitú.
Stanno i due campi,
di collera cocenti e di vendetta,
in silenzio a guatarsi, a quella guisa
che si stan misurando entro il deserto
due nemici leoni. Ardon le vaste
160pupille, balza sugl’immani dorsi
l’ampio volume delle orrende giubbe,
e con la febbre nel convulso artiglio
raspan la terra, ma non dan ruggito.
Presso la tenda di Ielón, col viso
165colorato di carmi e d’ardimento,
sorge a cantar Leucippo, amor di Cora,
la bella figlia di Ielón; Leucippo,
nato in riva al Cefiso, inclito greco,
splendor di Siracusa agl’inni amica.
170— Greci e sicani padri,
non v’abbia l’Orco inulti
piú lungamente o la tenaria diva.
I parvoli leggiadri
altín son fatti adulti
75 pel cimiero e pel brando. Evviva! evviva!
Cinti i capei di rose,
greche e sicane spose,
uscite aIfi 11. Nei fulminanti valli
guidate un forte ognuna.
180Evviva! evviva! andiamo ai tondi balli
di morte c di fortuna.

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Son l’ore di vittoria
l’ore dell’uom più belle.
Spunta sull’urne, eterno fior, la fama.
185Vita priva di gloria
è notte orba di stelle;
e gli oscuri né i rei Giove non ama.
Lieto chi pére o (angue,
tinto Tacciar nel sangue
190dell’inimico che morrá con lui!
Al Tartaro ben giugne
chi lascia il nome nelle lingue altrui
dopo le illustri pugne.
Tu la cidonia lira
195m’hai data, Febo. E forse
questa, ch’io mando, è la canzon dell’Orco.
Pur ti fu cónta l’ira,
che amara il cor mi morse,
degl’ignobili sonni in ch’io mi corco.
200Ben trar di freccia appresi;
ma a terra il daino stesi,
e non i prodi. Nella destra mia
oggi altro sangue freme.
Ella te, Febo, e il doric’arco oblia:
205meglio un acciur si preme.
Cartagine è venuta,
siccome lupa a sera,
trovar credendo di cervetti un branco.
Del vile error pasciuta,
210la maledetta fiera
senta l’artiglio dei lion nel fianco.
Porpore, bende, armille,
tende e cavalli a mille
fien nostra preda, e i cotonati e i morti.
215Pria che tramonti il sole,
d’Affrica un vezzo ognun di voi riporti
a spose, a madri, a prole.

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Io non lo posso. O antica
madre, il mio cor ben ode
220sul remoto Cefiso i tuoi lamenti.
Presto qualcun ti dica:
— Leucippo vostro è un prode.
D’Imèra all’acque si cerchiò di spenti. —
E se narrar ti deve,
225ch’io son caduto, ahi! greve
noi ti sia, madre. Anzi tu possa altèra
sciamar, com’i’ ’l desio:
— Ben cadde il figlio di Nearco. Egli era
sangue di Grecia e mio! —
230Quante armi intorno! oh, quanti
petti di Siracusa,
petti di ferro ed anime di foco!
lelón, lelón, gl’istanti
deh! raccorciam. La chiusa
235vampa del cor chiede alimento e loco.
Arde le sacre vene
di Siracusa e Atene
un egual dio. Greche e trinacrie donne,
trafitti o vincitori,
240diman vestite le piú allegre gonne,
e ornate il crin di fiori. —
Non finia di cantar, per un araldo,
lelón chiede Leucippo entro la tenda.
E gli dice: —Guerrieri però che l’inno
245ti meritò tal nome, ai di far bello
il di della tua fama?
— Ardo obbedirti,
gloria gentil della terrena razza,
che in te mi splende la ragion d’un dio.

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— Orben! m’odi, Leucippo. Oltre il costume
250icr mi vedesti balenar di gioia.
Né il perché ti fu noto. Un messaggero
de’ punici arrestammo. A Selinunte
cbiedea soccorsi; e Amilcare li tuspetta
d’uomini molti. È cortesia guerriera
255di non farlo aspettar. V’oglio inviargli
io questi attesi. Intendi?...
— E tu m’eleggi
del bel numero, spero.
— Anima e senno
ti die’ Nearco, o figliuol mio. Gli sguardi
ben menasti e ’l pensier della mia Cora.
260Lieti imenei suggelleremo. Or, senti.
Di Selinunte a mascherar la fede,
bandiere, abiti ed arme ho preparato.
Settemila di voi le vestiranno.
E tu, speranza del mio cor, Leucippo,
265tu, guiderai l’impresa. Ahi! forse a morte
Iclón vi manda.
— E morirem — l’ardente
giovinetto sciamò. — Sol ci prometti
che ai nostri corpi faran cerchia e vallo
molte africane salme.
— Ogni mio prode
270consolerò di sterminata strage:
Ielón tei giura. E, se cadrai, né ascolti
lá, dai regni dell’Orco, il mio trionfo
rumoreggiar sulla tua sacra fossa,
di’ che Ielón peri. —
Lungo un amplesso
275del giovin greco e del guerrier siamo
ruppe le voci. E alla risolta impresa
rateo fur cinti i settemila brandi.
il dado della pugna è per gittarsi.
Sopra le cime dell’Euráco, in guardia,

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280sta piantato Satán. Folgora Marte
dai battifredi della scabra Imèra.
L’antico capo e le giganti spalle
Nettuno alza dal mar. Dentro una nube
voi ve la Sorte, deitá bendata,
285la ferrea ruota. E Giove onnipotente,
da sommo l’arco dei rapiti cieli,
col tacito girar del sopraciglio
governa il Tutto.
Ben mertò quel gioco
spaventoso di lance e di saette,
290che fu giocato sull’antica terra,
tai spettatori.
Chi ’I giocò, disparve.
Ma Clio s’asside sulle tombe, e il canta.
Quanto moto di squadre! che lampi
manda il sol su due selve d’acciari!
295Di lelone e d’Amilcare i campi
empion l’aria d’un sordo rumor;
come il rombo che fanno due mari
tormentati dall’ira del nembo,
che lor mugge segreto nel grembo
300pria di rompere i flutti in furor.
Ecco, splende un’insolita luce
di lelón nell’intenta pupilla.
Simil gioia del punico duce
dall’intenta pupilla traspar.
305Giú pei greppi, nell’aria sfavilla
Selinunte coi noti stendardi,
che qua porta i promessi gagliardi
per la barbara gente a pugnar.

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Bando, o stolti, allo stolto desio!
310Sclinunte ben altra s’avanza.
È la spaila, la spada di Dio,
che sul collo e alle reni vi sta.
Cominciata è l’orribile danza;
suona l’etere d’urli nefandi;
315procellosi tempestano i brandi;
Selinunte aspettar non si fa.
Vi guidò settemila campioni
la gentil. Ricambiate gli amplessi.
Settemila furenti leoni
320le chiedeste: esultate! son qui.
Ma assetati e digiuni son essi;
non urlate se adrettan le cene,
se vi rompon le barbare vene,
se vi squarcian le carni cosi.
325Nel covil delle tigri si voi ve
di Leucippo il fulmineo drappello.
Fere i mille e li prostra alla polve,
e altri mille poi torna a ferir.
Viva viva il Davidde novello!
330nel suo brando dei cieli è la possa.
Preparate, africani, una fossa
al Golia, che qua venne a morir.
Tarde vittime Amilcare immola
al gran dio dell’ondosa Anfítrite.
335Come tauro piagato alla gola,
schizza fiamme e precipita al suol.
Cozza immensa de’brandi la lite;
tutto è morte, spavento, ruina;
fa la polve un’orrenda cortina
340fra i due campi e la faccia del sol.

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Di lelón le avvampanti cavalle
dan nei petti alle pallide torme;
le martella nei fianchi e alle spalle
di Girgenli il chiomato guerrier.
345E d’Amilcare il teschio deforme
sulle punte dei ferri confitto
paga a tutta Sicilia il delitto
dell’ingiuria e del nome stranier.
Oh, mirar potestú de’ tuoi forti
350come folta la fuga è giá resa!
Che infinito sepolcro di morti!
Ma Leucippo, Leucippo dov’è?
Pochi istanti la pugna è sospesa;
fatto è raro il cozzar delle spade;
355siede e stupe dell’orrida clade
fin del Tartaro il pallido re.
Sepolcral dalle alture rimbomba
della tromba la fiera canzone;
è il Signor che destò quella tromba,
360è la Morte che fiato le dá;
Iosuè che si mesce a Iclone,
che flagella la ciurma nemica,
che il singulto di Ierico antica
nell’immenso deserto porrá.
365—Vili! — rugge Orosmán, lacrimando,
coll’antenna sul petto ai fuggenti.
— Vili, indietro! È un consiglio nefando
far si presto Sicilia gioir.
A Cartago non portino i venti
370che si cadde nel tergo feriti;
non facciam dei codardi mariti
tante lemme imbelli arrossir! —

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E. quai tigri anelanti a vendetta,
per falangi rincalzan la pugna.
375Ma Ielón, come un dio, li saetta ;
Orosmane ha due frecce nel cor.
Del destrier di Terón sotto l’ugna
Farnabazzo, Aretéo son caduti ;
ma i fuggenti alla pugna cresciuti
380quinci e quindi s’addensano ancor.
No, sicani. Una greggia di schiavi
non vi sgomini il cor di paura.
Su! veloci! alle navi! aile navi!
Poiché il sol, come spento, dispar,
385l’atterrita fumante pianura
vi dimanda i fanali supremi:
date il loco alle cento triremi,
fate allegra la notte del mar.
Oh che festa! quel tetro convesso,
390lungo il vasto giron della spiaggia,
da infernali riverberi è fesso:
or comincia l’esequia final.
il dimón della vampa viaggia
col furor di carena in carena;
395arde il flutto, fiammante è la rena;
piú non sibila in fallo uno stral.
A quei razzi volanti di foco
de’ trafitti rosseggiati le pire.
La Demenza possiede ogni loco;
400urla pazzo chi uccide e chi muor.
Il Terror nuovi colpi, nuov’ire;
nuove salme la Morte vi stipa;
ah! quel campo, quel ciel, quella ripa
è l’inferno d’un Dio punitor.

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405Come mandra insanita di fiere,
fogge Libia all’Eurdco petroso;
di Ieiòn la gran lancia li fere;
sembra l’angiol dell’ultimo di.
Né il Furor, né la Morte ha riposo;
410Io Sterminio continua i macelli.
Viva! viva! Scavate gli avelli.
Sull’Imèra l’estranio peri.
Dov’è Leucippo? il mesto
pensier di Cora e suo terror segreto?
415Sparsa la negra chioma
per le virginee spalle,
lá, dall’aeria vetta,
d’Imèra i campi e i padiglioni affisa
la fulminata in core
420dalla possente immago.
E la speme negli occhi or nasce or muore
ad ogni suon di vento,
ad ogni fischiar di fronda.
Forse Leucippo è spento,
425forse la spoglia sua colora l’onda
fatai d‘Imèra o dell’Euráco i sassi.
Amore, amor, son questi
i beni egregi che ti dan gli dei,
gioie interrotte e corte,
430pallide rose e gelidi imenei
nell’ombra della morte!
Però, che son, sul mar delle terrestri
fortune alzalo a sdegno,
Leucippo e Cora? due non viste vele,
435che il vasto nembo ha rotte,
e il freddo abisso, non curando, inghiotteOh,
che rumor di torme
pel campo esterniinato!

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quanta di prigionier pallida pregia!
440che tumulto di carri e di corsieri!
che ondeggiar di guerrieri!
quanta barbara elude e quante spoglie!
e raccontar d’eventi,
e pianger sugli uccisi,
445e mescolar di visi,
e rinnovar di non sperati amplessi!
Tutta la bella Siracusa è in gioia.
Ielón cantano i bardi;
Ielón le donne ai fanciulletti insegnano;
450Ielón mirano i vecchi,
letiziando. Intanto
i pii d’arme compagni
cercan Leucippo tra gli spenti prodi;
o dall’Intéra indarno
455e dal pugnato Euróco
l’attendono venir. Povera Cora!
sospendi un tratto il pianto:
forse t’è dato di vederlo ancora.
Il giovine Terón quella fuggiasca
460Affrica serra alle montane falde
con vive mura di sicani tetti;
ne salvarsi oggimai dalla catena
potrá quella sparmiata orda dai brandi.
Del pensoso Ielón nei penetrali
465la pia conso te Demareta or muove,
gratulando al trionfo. Indi gli narra
come sien giunti i punici legati
da Cartagine, ornai per chieder pace
al fortunato vincitor. Che in lei
470locar l’ultima speme; ond’ella il prega,
se mai grazia trovò nel suo cospetto,
per le care vigilie e i fortunati
talami e l’incorrotta inclita fede.

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conscia di sua grand’alma, a temperarsi
475da novo eccidio, e far men vasto il lutto
delle puniche madri e delle spose,
giá in negre bende.
— Non temer, mia donna:
troppo sangue s’è sparso. E su quell’onda
ancor fumante con letizia gli occhi
480io giá non pongo. Ma voluta ei l’hanno
questa orrenda battaglia. Avidi e stolti
tentar coi vasti desidèri il cielo.
Vanne, e riporta che lelón fra breve
detterá i patti. E non saran, coni’essi
485giá li mertár; ma come all’uom li insegna
la gran mente de’ numi. —
In cotal guisa
soavemente l’accommiata. E solo
con sé medesmo si raccoglie, e sciama,
nell’antico pensier che gli martella
490l’anima eccelsa:
— È al fi n risolto il fiero
gioco dei brandi. La vittoria è mia.
Vendicata è Sicilia. Han combattuto
l’ombre degli avi colle nostre spade.
Ci sorriser gli dèi.
Che gioverebbe
495chieder tesori al vinto od immolarlo
sull’altar dell’eccidio? Altri disegni
da me, ch’uom nacqui in secolo di belve,
la dolorosa Umanitá s’aspetta.
Questa è l’ora, e non fugge; io l’ho nel pugno
500il destin me l’ha data. Or la consacri
la ragion de’celesti.
Io sulla terra
ospite venni e la trovai giá antica.
Vi posi il guardo col tcrror nell’alma,
e, aimè! la vidi sigillata in fronte

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505con sigilli di sangue. Interrogai
labbra vive e sepolte, e m’han risposto
che tal fu sempre, e la ragion nel chiuso
grembo di Giove.
E veramente debbe
esser cosi. Misterioso è tutto
510sopra la terra, anche il furor dcH’uomo.
Pur io, pur io mi consolai nel sangue,
né rimorso m’offese. Arco e faretra
portai fanciullo, e la ferina preda,
che nell’avide man mi sanguinava,
515non mi fece tremar. Dunque un arcano
dritto accompagna la faretra e l’arco
del cacciatore. Mi lanciai tra l’armi,
ruppi il petto dell’uom; né reo per questo
mi sentii, né mi sento. Un dritto enorme
520dunque è la guerra, e la famiglia umana
lo riceve e l’applaude.
All’omicida
degli spruzzi nefandi imporporate
mirai le vesti, e inorridii. Fuggiasco
vidilo, e dissi: — È in abbominio ai numi! —
525E, quando ruppi all’uccisor la gola,
Nemesi insupplicata, orror non ebbi
di quel secondo sangue, e pensai meco:
— Forse è un dritto dell’uom. —
Piogge all’Olimpo
chiesi a purgar quel sangue, e la mia vita,
530pur da cupe mestizie esercitata,
in silenzio correa. Quasi era pace
quel mio lento cammin per questa valle
dell’antico dolor.
Ma, quando vidi
sull’empio altare, tra le pompe e il pianto,
535l’uom dall’uomo immolarsi, e della strage
far complici gli dèi, tutto il mio sangue

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levossi in ira, e m’agitò spavento
dell’esser nato. E, in riguardar le orrende
are selvagge, e in odorar quel denso
540vapor di sangue, io dissi: — Ancor non nacque
sulla terra un mortai, cui la natura
fesse vindice suo? Deh! se m’arrida
il destino e l’evento...—
E da quel giorno
arti, studi, pcnsier posi in un voto
545arduo cosi, che mi sembrò talvolta
sogno od insania. E non fu insania o sogno!
Crebbi soldato, alla mia gente piacqui,
capitan de’ suoi brandi ella mi tolse,
e volli un giorno di battaglia, e l’ebbi,
550e ho pugnato, e l’ho vinta, e or mi s’inchina
questa barbara Libia. Ecco la stella
del mio destino alla sua gran salita.
Impor la legge è dritto mio. Nel nome
della oltraggiata umanitá la impongo.
555Abbia questa selvaggia Africa pace,
se il rito infame abolirá. Se il niega,
guerra c sterminio. E sui riversi altari
maculati di bai baro olocausto
scalpiterá la sicula cavalla,
560turbineranno i nembi ossa ed arene,
piú voce d’uom non ferirá il deserto,
nelle puniche ville inabitate
faranno i pardi e le pantere il nido,
e avrá Ielón sulla nefanda razza
565vendicati gli dèi.
Questo a Cartago
portino i messi, e narreran le pugne
d’Imcra, e imparerá l’Africa infida
a provocar di Siracusa i numi. —
L’ultime note consegnò al papiro
570Ielón, gloria del mondo. E i due legati

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a Cartaio recar la portentosa
caritá d’un vivente.
Egli, compiuto
quel divin suo disegno, apre all’affjnno
di genitor la mesta anima alfine,
575e la sua Cora nel paterno amplesso
preme a lungo e sospira.
Ahi! di Leucippo
segno o nuova non giunge, e il quarto sole
sull’Imcra tramonta.
Odesi un grido.
580No, non è inganno. E di Leucippo il nome
tristamente è profferto.
Il giovinetto
eccolo. Ahi! vien, ma non coi forti passi
della sua vita. Il portano su denso
letto di frasca di Terón gli schiavi.
585Tcrón niedesmo e un punico vegliardo
gli st ilino a’ fianchi. Come sasso immota,
Cora lo guarda, e due gelate stille
spande da’ vitrei lumi, unico segno
del Tesser viva. 11 vincitor d’Intéra,
590Ielón, piangea.
Ruppe i silenzi il sire
di Girgenti:
— Ielone, accompagnarti
volli io medesmo il tuo guerrier. Scemato
ben è di sangue per le illustri piaghe;
ma vive, e forse non morrá. —
Quel detto
595riscosse Cora, c suH’amata salma,
il dolor col pudor ricompensando,
tutta lanciossi. E la pia madre insieme
que’ suoi due cari, lacrimante, al seno
premea.
Terón continuò:
— Sospinto

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600dall’ardor della pugna i fuggitivi
per l’Euráco ei seguia. Lassú fu preso,
e il voleano immolar. Ma questo antico
augure, che qua scemi ad adorarti,
persuase ai feroci altro consiglio.
605E, dicendo di te, nelle cui mani
stavan di Libia i fati, e che trarresti
di ciò vendetta, e ch’era meglio il prode
renderti salvo per averti mite,
ambo arrivar nella mia tenda. Ed io
610volli guidarli, onde abbracciar l’insigne
mio fratei d’arme, il vincitor.
— Vincemmo,
Terón, del pari. A funestar la bella
vittoria nostra, ah, non tramonti il fato
di questo prode! E tu, punico saggio,
615torna all’Euráco, e porta ai capitani
d’Africa tua che una gran preda han reso,
oggi, a Ielón, cui non potrien le gemme
pagar dei mari.
E poi, franco di ceppi,
come il contento vincitor tei dice,
620riedi al deserto. E sappiano le madri
cartaginesi che Ielón quest’oggi
farle dolenti non avria \oluto.
Ma che pel grembo e per li dolci nati
piú, d’ora in poi, non tremeran; ché Lare
625dell’umano olocausto io co’ miei brandi
oggi stesso ho disperso; io, quel nemico,
contra cui tanta prole han rovesciato.
Ultima spero, se ne’ vostri petti
pudor s’annida. E tu, se il tuo crin bianco
630ti fece il core, insegna a’ tuoi che questo
ai’borrito sicán, ch’oggi li ha vinti,
pur patteggiò per ogni tempo e stirpe,
anche per essi. E che mal scende a Fiuto

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chi ’l benefizio degli dèi ricusa. —
635II punico vegliardo a’ piè gittossi
di Ielón lacrimando. Avea veduto
strapparsi, un tempo, dalle inermi braccia
una sua verginella, e, cinta il capo
d’infauste rose, all’orrido coltello
640dar la candida gola ed oscurarsi.
Alla figlia Ielón gli occhi affannati
e alla pia sposa e al suo guerrier portando,
cosi li congedò.
La tremebonda
Cora intanto spandea sul freddo viso
645di quel caro giacente i conturbati
veli e le trecce, e sulle ceree palme
gli alitava la vita.
— Apri. Leucippo,
questi lumi, una volta. È la tua Cora,
che ti prega e ti chiama. È ben la voce
650che ti fu cara un tempo. A me s’aspetta
di sanar queste piaghe o qua morirti
al dolce collo avvinta. —
Il vulnerato
divinamente i languid’occhi aperse;
e con la man le ricercò le chiome,
655in soave delirio, e con la bocca
accennò di baciarle. Un cheto sonno
quindi Io colse, e ralleni l’amaro
duol delle piaghe.
Nelle membra inferme,
fosse d’amor portento o di natura,
660lenta ma dolce rifluia la vita.
Cora e la madre invigilar l’amato
capo hanno assunto.
Di Ielón la soglia
tutta splende di palme e di trofei,
e il popolo s’addensa ad adorarla.

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665Rotte le pietre del nefando rito
su pei barbari mari e nel deserto,
Cartago ha pace. E di Sicania ai figli,
degni però dell’immortai fratello,
appar Ielone, come un dio.
Ma nuovi
670recò la sorte e strepitosi eventi
per le campagne alte del mar.
Chi giunge?
chi guidò quella prora?
— I greci! i greci! —
suona dovunque, e di Leucippo il volto
arde al nome diletto.
Ecco, alle case
675di Ielón s’incammina il valoroso
di Chio Tamante e Lisida, canuto
senno di Sparta.
— Ospiti miei, ben giunti!
Che recate a Ielón?
— Stupende cose,
degne del cielo! 1 nostri figli han vinto
680una insigne battaglia. Orrido ancora
suona il clamor dei barbari ladroni
per le Tessaglie. Il pallido tiranno
vólto è in fuga, ululando. Asia trafitta
l’Ellesponto ri varca.
— Evviva! evviva!
685— Degno d’eterne lodi e di compianto
fu di trecento il fato.
— Oh, narra, narra!
Come fu? come avvenne!
— Era giá Serse
con sue vaste falangi ai primi sassi
della Tessaglia. Ed ecco, ai re di Sparta,
690 per araldi superbi, invia chiedendo
che ponessimo l’armi. — A tòrle ei vegna —

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Leonida rispose. E il re per novi
messi fa dir: — Della mia Persia i dardi
son tanti ornai che oscureran la luce
695del sol, pugnando. — Pugneremo all’ombra —
Leonida proruppe. E sulle labbra
gli rifiori lo scherno. Infellonito
per le audaci parole, ecco il tiranno
rompe soste, invia messi, ordina veglie,
700duci aduna, arde fochi, arma elefanti;
file interza, ale appunta, argana carri,
spiana vie, move il campo, incita, incalza,
sta per domar gli ultimi gioghi e tutta
versar l’Asia su noi. Né il campo nostro
705né il navilio era pronto alla difesa.
Ancor due giorni, e calenati schiavi
noi saremmo di Serse. I capitani,
dell’ardir di Leonida crucciati,
lacrimavan di sdegno. Alta paura
710flagellava ogni cor. Solo un portento
l’empie fortune scongiurar potea.
E il soprauman Leonida a compirlo
destinaron gli dèi.
— Greci — egli disse, —
se il cavallo di Serse avrá varcato
715lá quelle chiuse, la vittoria è sua.
Uopo, a forza di petti, è contrastarle,
finché arrivino i nostri. Io sono un solo:
chi vuol di voi meco morir? — Trecento
levar le spade, fremebondi, in segno
720d’assentimento.
Ei gli raccolse a notte
ne’ suoi palagi a banchettar. Di rose
si cinser tutti il fiero crin.
— Fratelli!
— l’ospite disse — coroniam le tazze
l’ultima volta. Cenerem domani

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725alle mense di Pluto. — E quel che disse,
con gloria eterna della Grecia, avvenne.
Dell’ellenico dio Tallirne invase,
quei trecento sui tessali macigni
saltar come leoni. E il sole antico
730non vide mai tanto valor. Mortali
giá non parver quei polsi e quelle spade,
tanta strage adunár! Fiumi di sangue
corser le ròcche ignude. E, innanzi a tutti,
Leonida feria l’Asia ululante.
735Alfin sulle ginocchia egri e prostesi,
contrastando così Tultime vite,
al tramonto del sol, videro intorno
arrivar procellosi i nostri campi;
videro, e sceser giubilando all’Orco;
740e trecento di persi alte cataste
furon le tombe dei trecento uccisi. —
Finia Tatuante.
E il giovinetto infermo,
da divino delirio, ah! posseduto,
prese e svegliò la doric’arpa al canto.
745— Oh prodi! oh benedetti
del Flegetonte in riva!
nati di greche madri e a me fratelli!
Per gli squarciati petti
sangue di numi usciva,
750polve di numi è nei trecento avelli.
Ah! sugli eterni sassi
tu, radiante luna,
per correr d’anni, non avrai tramonto.
Vedo a fuggiaschi passi
755l’asiatica fortuna
i flutti insanguinar delTEllesponto.
Ecco il tiranno. Oh, quale
ira di nembo i vasti legni assale!

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Leonida t’incalza
760con sua gentil coorte,
ombre nude, sul mar, barbaro audace.
Dalla tessala balza
rugge vento di morte,
che alla tua Persia non dará piú pace.
765Madre! non esser mesta
se, mancato ai trecento,
non pugnò sulla rupe il brando mio.
Qui pur s’è fatta festa,
e il greco nascimento
770provai col sangue, sull’Imèra, anch’io.
Me pur... la morte... afferra;
quella che ha posto i gloriosi in terra.
Addio... Ielón. Mia Cora,
addio. Nel cheto Eliso
775nostri dolci imenei si compiranno.
Come sull’ultim’ora
brilla di Grecia il riso!
Quante larve di miei presso mi stanno!
Moriam. La gioia immensa
780di due trionfi... io reco
nel Tartaro... e le grandi ombre lá veggio.
O re de’ morti, a mensa
se quei trecento hai teco,
deh!... serba all’arrivante ospite un seggio.
785Nella funerea cena
cantano i prodi... Siracusa... e Atena! —
Trascolorati di diverso affetto
seguian sull’arpa flagellata il canto
Cora, Ielone, i greci eroi. Deh, come
790splendea d’insania il bardo! Alla suprema
nota il cor gli si ruppe; un repentino
alto pallor lo invase; e nelle braccia,

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essi un urlo mettendo, egli un sorriso,
lo raccolser morente.
— Addio... mia Cora!...
795Addio. Mi nuoti... negli stanchi lumi.
Deh! Cora mia... con questi orrendi pianti,
deh! se mi amasti, non turbar l’occaso
degli anni miei... si bello! —
E qui si spense.
Lungo un plorato lo segui alla negra
800ripa d’Averno, dove giunto egli era,
ombra consorte, nel divino amplesso
di quel di Sparta.
I disperati gridi
di Cora ogn’eco delle patrie case
rompeano; e Cora sulla inerte spoglia
805poi cadea, delirando. E supplicava
i parenti e gli dèi che alle promesse
nozze il crin le fiorissero, e dei veli
del funebre imeneo tutta a coprirla
venisse Morte.
— O mio Leucippo! Il sole
810m’è in odio e il mondo. Vincitor felici!
poi ch’egli è spento, che mi giova il suono
delle vostre battaglie e le domate
genti e i trofei? Da ineccitabil notte
questi lumi son chiusi. Ecco l’amara
815parte che m’è rimasa. O mio Leucippo,
perché lasciarmi? E tu, fatai Tatuante,
perché narrar quei casi? Ed io, di tutti
piú fatale a me stessa, ond’è che al duolo
non so morir?...
— Non sollevarti, o figlia,
820contra la legge degli dèi! — con mesta
severitá lelón proruppe. — Il fato
d’altre infelici è piú crudel del tuo.
Quante barbare donne oggi la benda

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portati del lutto! e quanti figli orbati
825dei dolci padri! e quante morti oscure
ben piú di questa!
Oh giovinetta! Impara
anzi a lodarti degli dèi, che t’hanno
dato l’amor d’un prode, e te l’han tolto
in un’ora di gloria. E colle greche
830vergini e colle madri abbi comune
quest’alto affanno, e, di ine figlia, il porta
con fermo aspetto. Sulla terra alberga
vecchio il dolor, né senza lui si fanno
le gran cose del mondo. Ogni mortale
835debbe tór la sua parte a rassegnarsi,
lieto assai, se non sia quella piú oscura
del dolor senza gloria e senza fede.
Anch’io, poc’anzi, un gran dolor mi tolsi
d’aver spento gli umani e d’aver fatto
840pianger l’Africa immensa. E, se non era
un solenne pensier di tutte quante
beneficar le stirpi, alta vergogna
sentirei del mio brando.
Anima ed ossa
dell’ossa mie! La funebre ghirlanda
843tessi al tuo prode, e, di lui degna, accetta
la tua parte d’affanno, e ti rallegra,
che la piú bella t’assegnár gli dèi. —
Cora lanciossi nel paterno seno
e amaramente consolata pianse.
830Indi Ielone a Lisida e Tamante
porse la destra; e, congedando, disse:
— Addio, spartano Lisida. Nomarsi
oggi da Sparta è gran ventura. Addio,
Tamante. Riedi alla tua Grecia, e narra
855come vedesti di Ielón le case
e deH’Imèra i campi. E di’ch’io piansi
di Leonida al fato, e che una morte

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contristò la mia soglia, onde lungh’anni
n’avrò mesto il pensiero. Indi al Cefiso,
860pregoti in cortesia, l’antica madre
cerca di questo prode, e le racconta
com’ei visse e mori. Dille che, quando,
per le memorie dell’amato capo,
il suo fiume solingo al cor le incresca,
865venga alle case di Ielón, che tutta
Sicilia mia la onorerá. Poi rendi
grazie ad Atene dell’annunzio insigne
che mi seppe inviar. Dille che il brando
di Ielone è suo brando, e che, ove spunti,
870da qual sia parte, una nimica vela
o un barbaro destriero ad insultarci
la mia Triquetra alla sorella Atene
chiede l’onor di vendicar l’insulto. —
Questi fúro i congedi.
E, alla stess’ora,
875lá, iti quel mondo d’eroi figli del cielo,
la doppia pugna di Satán fu vinta.
Ielón, Cora, Leucippo, e di Girgenti
Terone, e l’Asia e quegli enormi altari,
e quelle stirpi, che Gesú non vide,
880ma ’l sommo Padre alle gran braccia accolse,
passár nell’ombra.
L’oriuol del Tempo
mosso ha l’indice suo. Nuove fortune
sulle antiche arrivar.
Plato e Dione
qua meditáro. Al rigido Epicarino
885Talia qua rise; e sibilár le carte
d’Empedocle pensoso; e al tallon sacro
Euripide alligò l’ampio coturno,
in tirannici muri anima schiva
d’ogni viltate. E visitar quest’aure

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890di Simonide i canti e le guerriere
di Pindaro armonie. Timoleonte
qua die’le leggi, e d’Archimede gli occhi
misurarono i cieli. E poi l’artiglio
ruppe di Roma i fortunati nidi,
895in che l’aletta di Marcel si crebbe.
E cangiar le favelle e ’l corso e ’l nome
a fiumi e sassi. Dalle pingui aiuole
lungamente brucò l’erba sanguigna
l’arabo corridor stellato in fronte.
900E poi domato dall’arcion normanno,
quando i dodici pii pellegrinanti,
rotti i torpidi sonni al fatainita,
coll’acciar di Roggero e del Guiscardo
qua piantaron la croce. E qua sorrise
905in mira forma al cavalier di Cristo
il superbo desio di Palestina.
E qua di fior si coronò la bella
Nina di Dante; e qua nella celeste
lingua, che tanto innamorò Vaichiusa,
910cantar primi d’amore Enzo e Manfredi.
Poi tirannie di Francia e di Castiglia,
noia alle vive e alle cittá sepolte,
sull’Aretusa e sul divino Alfeo
sceser col ferro,,e, a dissiparle indarno,
915sonar le vespra. La semenza avara,
sin del giglio ne’ calami trasfusa,
vinse gli ausòni fati, e ancor s’inrama
nelle sicule valli, e rinacerba
il vetusto dolor.
Spina non nasce
920nella selva del male, ahi! si feconda,
su cui passando una cauta gente
Torma non piaghi.
O dorici sicani,
riso e flagel della bendata dea!

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ben vi rugge la vecchia ira dell’Etna
925ancora intorno; e, pellegrina eterna,
vi saluta la luna; e il sol vi guarda,
seme di prodi. E vi ha pur ier percossi
d’un divo raggio.
Ma infelici or siete,
come tutte le genti. E le pupille
930fiere e leggiadre delle vostre donne
han perduto la gioia, e nelle dolci
case il terror vi chiude, e fuor di quelle
vi balestra l’esiglio.
Ebben! per questo,
che mala signoria vi fa dolenti,
935il poeta, che a voi palpita e piange,
dal sepolcro del Tempo ha suscitato
la insigne larva deH’Imèra, a farvi
superbir, se il potea, dell’esser nati,
e di vivere al mondo anco in catene,
940se di tai padri siete.
Io so che il nume
de’ miei canti v’è caro. E anch’io del sangue
venni d’Ausonia, e nel cor vostro antico
batte il mio cor.
Deh, raccogliamci intorno
alle funebri fosse! ,
È gran dolcezza
945favellar cogli estinti, ai giorni amari,
e imparar l’arme e il senno, e, nelle notti
cosi meste d’Italia e così belle,
baciar l’ombre cognate e sollevarsi
nel magnifico ciel della Speranza.