Il Baretti - Anno II, n. 16/L'esotismo nella letteratura francesce contemporanea

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L'esotismo nella letteratura francesce contemporanea

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L’esotismo nella letteratura francese

L'esotismo entra nella letteratura francese in tempi non precisamente moderni, come attestano il Paul et Virginie e i romanzetti americani del visconte di Chateaubriand: una letteratura caotica vora o propria è costituita dalle cento e cento relazioni di viaggio frequenti nel 1600 o nel 1700 francese. Ed era esotismo di marca sopraffina, non contraffazione lettoraria alla maniera dello Zadig. Anche nella poesia appare press'a poco nell’istessa epoca, nello rimo del piacevole abate Delille. Ma fu l'unico, all’incirca con Andrea Chenier l’esotismo comincia a transubstanziarsi: si sviluppa per un lato tutto interiore e lascia atrofizzarsi il punto di vista del colore, della pittura. E’ illecito parlar d'esotismo a proposito di Lamartino, di Hugo: in Leconte de Lisle e in Dierx riappare la sollecitudine per i colori descrittivi, ma è più che altro un motivo lirico casuale, legato ai ricordi d'infanzia di codesti due poeti nati in terre lontane, come J. M. de Hérédia.

Ma ora convien faro una distinzione fra quei poeti per cui la descrizione di paesi è tema lirico centrale, essenza dell'opera — ed altri che la scelsero come sfondo mutevole allo sbocciare di un lirismo tutto interiore e non sottomesso a pretesti geografici. Questa distinzione sussiste anche nei tempi nostri, poiché se in Cendrars, prototipo dei poeti dell’esotismo, questo è centro della poesia, in Ségalen e in Morand non é che decorazione o punto di partenza. Altra differenza bisogna mostrare fra poeti nella cui opera appaion saltuariamente colori d'esotismo, per lo più letterarii, como Claudel o Salmon, e quelli che son precisamente — o solamente — poeti di terre lontane.

La Nouvelle Revue Francaise annunzia da qualche mese la pubblicazione d’una Lettera aperta su l'esotismo, di L. P. Fargue, lettera che dov'essere più che interessante per parecchie ragioni: innanzi tutto per la sottigliezza di codesto poeta troppo raro; poi ci ricordiamo di aver letto in Commerce, la magnifica rivista diretta appunto dal Fargue, una coloratissima e diffusa relazione d'un viaggiatore del 1700 sui costumi e i caratteri dell'Indocina; o infine poiché il Fargue, assieme a Valéry Larbaud, scrisse la prefazione, alle poesie postume di H. M. Levet, che fu probabilmente l'iniziatore di un certo esotismo nuovo nella poesia.

Poiché in verità bisogna affermare che non c’é nulla d'esotico nella poesia di Laforgue o di Corbière, sebbene quello sia nato a Montevideo e questo abbia viaggiato, o ambedue citin nei loro versi nomi di terre lontane. In quol periodo vibrava nella poesia un'ampia ispirazione verso il viaggio e l’avventura, ma cme l’esotismo di Baudelaire si limita a cantar la mua negra e ad accozzare un paio d’aggettivi scelti bene a due nomi di continenti, così tutte le scorrerie oltre confine dei simbolisti sono puramente letterarie. Wagner faceva scuola: i posti si commovevano epilogando su le nevi del Nord o sui galoppi di Brunilde, ma era una moda. E le canzoncine sottovoce dei brucellosi, le chiazze di colore dei fiamminghi nemmeno erano esotismo. Oggi ancora quei nomi e quelle citazioni che si vedon quà e là nelle rime di Duhamel son protesti: come i canti a Schéherazade e alla Boemia di T. Kleingsor.

Occorre separare il cosmopolitismo dall’esotismo: cosmopolitismo non è una parola esatta, poiché se é bene applicata a significar la sostanza della poesia di Larbaud o di Morand, non spiega il casuale apparir di nomi di paesi europei nell’opera di queato o quel poeta. Tutti hanno viaggiato, e tutti trovan la maniera d’incastrare uno o due nomi di stazioni viste da un trono, in fondo a una poesiola di venti versi. Questo non ha nulla in comune con l’esotismo. E’ certamente stupido localizzare i motivi d’erotismo solo in Cina o nelle pampas: perciò ci sembra si debba comprendere in codesto termine più generale anche il cosmopolitismo.

Nell’opera lirica di Ségalen, nello poesie in prosa di Peintures e nei versetti claudeliani delle Steles, pochi particolari ricordano lo scorrevolissimo narratore della Cina di René Leys o della Tahiti degli Immémoriaux, ov ’è evidente il partito preso di dipingere, sotto complicate trame, i paesi: nelle poesie l’esotismo é accidentale, è la sontuosa ornamentazione dei sentimenti che codesto epigono dei simbolisti stilizza all’eccesso. Sogni d’eroismo o nenie d’amor sconfitto, pompe o incensi dell'estasi o tentativi d’esprimer la sensazione raffinata, la Cina in quelle poesie corrisponde al Nord ch’é nelle leggende di Vielé-Griffin: evidentemente Ségalen vissuto lungamente in Cina e imbevutosi; della sapienza orientale, anche senza volerlo, imprime al suo lirismo un color d’esotismo. Ma la ricerca della musicalità o dell’estasi, o, dopo, il frugare in fondo ai viluppi d’idee per estrarre da esse succhi essenziali, è ciò che caratterizza l’opera di Victor Ségalen.

Por molti aspetti simile alla sua, la poesia di O. W de L. Milosze di Saint Léger-Léger — o St. John-Perse che dir si voglia — ambedue epigoni del simbolismo o seguaci della ritmica di Claudel, è anche fondata su la musicalità dell’idea: nella Confession de Lemuel del primo spesso l’universo stilistico della metafisica sconfina nei campi del lirismo, abolendo ogni suggestione possibile dei paesaggi lettoni a mala pena intervisti; così egli Elogese poi ancora più l’Anabase di St. Léger-Léger, assai vicino in questo a Ségalen, approdano ad un’esaltazione del sentire o del pensare cinese, senza che avvenga un’attrazione verso i colori del popolo e dei paesi.

Diversissima é la poesia di Morand: si potrebbe dimostrare che ogni suo quadro lirico è l’abbozzo d’un frammento di novella o di romanzo. L’andatura senz’armonia del verso che or s’appiglia a Cendras, ora si fa perfin scheletrico quasi secondo i dettami del neo-classicismo di J. Romains, ammassa fulmineo comparazioni dallo schema eguale a quello dello stile di Quvert la Nuit. Poco lirismo puro è in lui, che traspare dalla delicata rete di parole dell’Ode a Marcel Proust. In generale la sua poesia è dominata da constatazioni sociali e morali; l’ombra del fenomeno e della catastrofe sta’ sempre li a coprire ogni istinto. La Germania in Mort d’un autre juif, l’America di Business, l’Italia di Paradiso-Belvedere non sono nel centro della poesia: o so ci sono, Morand le ha viste schematicamente, secondo ispirazioni sociali. Perciò egli preferisce quei, riepiloghi — come Echantillon o Signal d’Alarme — che ritroveremo in Larbaud, baraonda costruita, torre di Babele voluta per la suggeestione dell’universo allo sbaraglio. Morand è probabilmente — come Larbaud — il prototipo dell’homo europeus: attirato dal consesso degli uomini organizzati, o non dagli uomini visti in libertà, né dai colori dei paesi.

Il M. Levet, morto a 32 anni nel 1906, é un precursore: egli é il poeta marittimo, il poeta dei transatlantici e delle cartoline postali, che porta a spasso su l’Atlantico «il fiore della sua malinconia anglosassone». I suoi ritmi slegati, certe stilizzazioni come «in questo mare piatto come la mano», meritano ch’egli sia considerato quale assai vicino ai giochi stilistici della poesia moderna. In lui quello che diverrà poi lo spregiudicato cosmopolitismo di Larbaud si fonde con le ultime risonanze del simbolismo, ironiette alla maniera di Jammes o di Laforgue:

Ni les attraits des plus aimables Argentins
ni les courses à cheval dans la pampa
n’ont le pouvoir de distraire de son spleen
le Consul Général de France à son Plata...

La fine del suo sonetto Outword permette che gli si avvicinino le Poesies de A. O. Barnabooth di Larbaud: esiste fra questi due poeti una somiglianza di sentimenti, e non ha errato chi ha detto Levet «fratello maggiore di Barnabooth». Ma so Levet è il poeta marittimo, e non il primo, Larbaud é l’iniziatore autentico della poesia degli sleeping-cars, la poesia dei grandi espressi europei e americani. Ho già detto che la parola «cosmopolitismo» lo veste come un abito perfetto. Con lui nasce una poesia fondata sui nomi delle stazioni o dei treni, in cui di rado appare un personaggio che non sia il poeta stesso, in cui il paesaggio non si rivela mai. Larbaud stesso, intitolando Borborygmes alcune delle sue liriche, confessa un’esatta definizione d’esse: «Gorgoglìo, soffocato, rumore della boccia che si vuota...», rimescolii dell’io, nel rarefatto ambiente di paesi intervisti dal finestrino della cabina, su l’yacht: «ho su l’anima un cerchio luminoso: il finestrino, come una vetrina di bottega ove ti vendeste il mare». Non interamente liberatosi dal simbolismo, ma già abbastanza disponibile da osare un «never more - et puit Zut» Larbaud chiede per il suo spleen biricchinesco «il tuo gran chiasso, il tuo ampio andare così dolce, il tuo scivolar notturno attraverso l’Europa illuminata, o treno di lusso!» Spagna, Russia Meridionale, Italia, Inghilterra, Scandinavia, tutta l’Europa — come nella seconda parte dello poesie — vasta atmosfera in cui é a suo agio il poeta che poi saprà ritornare, in una delle liriche più belle del volume, alla «vecchia stazione di Cahors... ritirata dagli affari... che stende al sole delle colline i suni marciapiedi vuoti...» Canti d’un europeo: non proprio erotismo, poiché tutta l’Europa è la patria di Larbaud.

Non si può parlar d’esotismo, a essere esatti, a proposito di P. J. Toulet o di J. Supervielle. Supervielle è nato a Montevideo, corno Lautréamont e Laforgue: e se nulla nella sua opera ricorda l'autore dei Canti di Maldow, le sue prime poesie poste sotto l’invocazione de «l’humour triste» facevano pensare a Lafergue. In quelle e nei Débarcadères che vennero dopo il lirismo si sprigionava dal poeta al cospetto della pampa come una vampa d’erba secca per un’invisibile e infinita scintilla. Ampia poesia ov’erano i soli interminabili e le galoppate, enorme sbocciare del frutto ricco di succhi verdi cielo e distesa di terre, ritmo del cuore calmo e del galoppo. Ma per Supervielle la pampa è la grande patria, dov’é nato e cresciuto: ed è malagevole parlar d’erotismo per tal poesia.

Toulet, d’origine creola, costrinse in acide ed ellitiche strofi il sole della sua isola, e in versi più scherzosi piccole impressioni della Cina — quolla Cina tutta letteraria che ritornerà ne L’etrang Royaume — o dell’Algeria troppo simile ai suoi paesi baschi o all’isola della Riunione. Esotismo monocorde, breve gioco d’un rimatore troppo abile, che si perde nell’esagerata stilizzazione.

Ma a tutti questi poeti, per un verso o un altro, si può contestar la qualifica d’esotisti: il poeta completo e perfetto, dal punto di vista dell’esotismo, é Blaise Cendrars, uno dei maestri della avanguardia francese.

Cendrars, nato in quel salotto politico del l’universo che è la Svizzera, è divenuto poeta del «mondo intero». L’Africa e le due Americhe per lungo o per largo, tutta l’Europa e per la Transiberiana fino al Giappone, e perfino l’Oceania lontana, il mondo intero percorso a piedi o in terza classe, lavorando o «arrangiandosi» come il generale J. A. Suter, eroe suo romanzo L’Or, il mondo che mai finisce d’esser bello e ch’è tanto piccolo. Du mondo entier è il libro di poesia su cui tutta una generazione ha voluto modellarsi senza riuscirvi. Poeta rude e nudo cho abolisce ogni ritmica o ogni musica, — ottenendo per istinto armonie barbare inacessibili a tutti i tentativi, — Ceudrars costruisce la lirica a nocchi pieni, a solida compatta architettura cui presiede qualcosa di meglio che una passività creatrice, — una volontà. Il misticismo a fior di pelle di Pâques a New York la storia doi sette zii nell’indiavodisea sentimontale della Prose du Transsiberien, vero e proprio treno sborniato dopo «il Bateau fvre di Rimbaud», come ha eccellentemente scritto Jean Cocteau, e dopo le istantanee di Kodak o delle Feuilles de Route, nel Far-West e nel Brasile, nell’Oceania o nello Indie, hanno introdotto nella poesia francese colori e forme che prima non esistevano. Solo nell’immenso ambiente che edifica intorno a lui tutto il mondo, con i paesi e gli uomini, le piante e i cieli, solo in tanta atmosfera respira liberamente il lirismo di Cendrars.

Ma in lui come non avviene nella maggior parte dei poeti citati qui — l’esotismo s’incorpora nel suo sentire, compone un tutto da cui è impossibile scindere l’amore per le terre lontane, poiché non é uno stimolante fittizio, non é un artificio. La sua poesin rozza e colante come lava può essere con giustezza asomigliata all’uccello Roc, che con le sue ali spalancate copre il sentimentalismo di tutto il mondo, e da esso trae una linfa inevitabilmente barbara.

Nino Frank.