Il Baretti - Anno II, n. 3/Foglietti letterari/Davanzati e la Toscana

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Giuseppe Raimondi

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Davanzati e la Toscana.

Talvolta, per bene intendere lo stile e la natura di uno scrittore, io son d’avviso che giovi conoscerne qualche poco il paese, anzi dirci non solo l’aspetto d’assieme ma la qualità dei luoghi dove visse e lavorò.

Cosi, vedendo e imparando a conoscere le campagne toscane può venir fatto di pensare che per essere tanto coltivate, conosciute e antiche e quasi sedi millenarie di civiltà e di popoli, venisse a mancare nel loro carattere quel tanto di ignoto, di abbandonato e di fantastico per cui da esse nascessero, tra gli infiniti scrittori classici che pure vi nacquero, poeti propriamente idillici. Quella stessa materia georgica che in Teocrito per naturale tendenza a volgere in canto l’oggetto della reale osservazione diviene idillio, e quasi perde ogni giusto controllo colla verità pratica, sotto la mano di Davanzati prende un tono di cauta esperienza e di dottrina, rallegrato e come alleviato da riposi di una moralità da lunario popolare, e da riflessioni e conclusioni di una sapienza da proverbio antico. Rileggiamo la «Toscana coltivazione delle viti e delli arbori» di Bernardo Davanzati. Questo è il naturalismo toscano. E' il colore della terra toscana, il grigio e il verde, resi dall’aria, dalla luce e dalla natura che cominciano a comparire discendendo dopo Pracchia, e ritrovi nei prati aspri e remoti del Mugello, e vedi intorno alle colline di Arezzo. Dino Campana vi avrebbe aggiunto il bianco dell’acqua dei torrenti d’Appennino. E son questi i due toni, grigio e verde, che, quasi sostanza geologica, negli affreschi in cui Paolo Uccello a S. Maria Novella ha figurato le scene favolose della vita di Noè, durano a resistere alle insidie del tempo. Volger la mente da questa pittura e immaginar i miti meravigliosi e l’accesa fantasia di Raffaello è come venire al confronto dello stile che Annibal Caro, un marchegiano adottava sulle cadenze dell’idillio. Anche Virgilio si ricordava di quelle musicali campagne che il Po lambendo rende ubertose di grano e di canapa verde, e inclinava alla dolcezza di quel canto, dove dice: « omnia fert actas animum quoque». Ed erano i paesaggi della pianura mantovana, evocati e dipinti dei colori della nostalgia. Davanzati a parer mio, e si veda il capitoletto sul tempo della potatura, esprime in pieno la sua discendenza dalla tradizione plastica, dal materialismo dell’arte toscana. Le stagioni mettono su questa terra un fermo lume quasi di perenne primavera che schiarisce e limita divinamente la natura e le cose, come vediamo talvolta nei mattini di marzo la trasparenza del cielo fare risplendere paesi e campagne. Gli uomini, ispirandosi a questa diffusa sovranità della materia creata, conducono per cosi dire una vita senza sogni, senza pentimenti o fughe, almeno vi giungono di rado, occupati come sono a tramandarsi, di generazione in generazione, la storia e quasi: il senso di quella terra che è parte di loro stessi. Così in Davanzati, un respiro di poesia che noi pure avveriamo non è da credere che aliti dalle parole scritte, nude disadorne e usuali, ma dall’oggetto di esse, dalle cose medesime che descrivono, cioè una poesia che nasce e che noi sorprendiamo come su un pezzo di natura, resa nella sua immediata realtà, senza intervento di opera umana nè di artificio letterario.