Il Buddha, Confucio e Lao-Tse/Parte Prima/APPENDICI/I

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I - Delle scritture buddhiche

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Parte Prima - APPENDICI Parte Prima - II

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I


Delle scritture buddhiche.


Il Buddhismo ha il canone sacro più esteso e più ricco di qualunqu’altra delle religioni, che posseggono un codice scritto. I Buddhisti amano vantarsi di questa loro ricchezza; ond’è che il Prajñâpâramitâ afferma, che Çâkyamuni pronunziò 84,000 istruzioni; e il Ratnakûta dice, che fin da principio la Dottrina era composta di 100,000 capitoli (Wassiljew, p. 154). La storia pertanto di queste scritture, come molti punti della storia delle dottrine religiose e filosofiche, presenta singolarità notevoli e problemi non ancora chiariti.

Intorno alla conservazione della dottrina di Çâkyamuni, gli autori indigeni, al contrario di quello che hanno preteso i credenti di altre religioni, si sono trovati d’accordo in affermare, che si fece da una generazione all’altra di preti, per tradizione orale. Non solo nessuna autorità dice che i libri sacri fossero stati scritti al tempo del Buddha; ma si afferma di più, che ciò accadde dopo qualche secolo, che, come dicemmo, essi erano stati trasmessi di bocca in bocca, affidandone la incorruttibilità alla memoria dei sacerdoti, che prendevano ognuno ad imparare una certa parte del Tripitaka. D’un tal fatto si trova la prova in tutti i precetti del Vinaya, [p. 206 modifica]che è la più antica opera del codice; e anche parecchi antichi Sûtra parlano della necessità di essere imparati a mente: inoltre non devesi dimenticare, che i primi apostoli della religione erano chiamati Çrâvaka, che vuol dire uditori (Wassiljew, p. 19).

Il Wassiljew (p. 47) dice, che non si trova menzione di sacra letteratura scritta piú innanzi di Mahâpadma, che regnava a Pâtaliputra intorno il V secolo dopo il Buddha. In questo tempo, secondo il Târanâtha (cap. xi), vennero scritti da Vararuci molti Vibhâshâ, per essere distribuiti ai predicatori della Legge. E lo stesso Târanâtha dice in altro luogo (cap. xii), che i Vinaya, i Sûtra e gli Abhidharma non furono trascritti che durante il terzo concilio (quello tenuto dal re Kanishka). — Pel codice Pali, che si conserva nel Ceylon, gli autori sostengono che non fu conosciuto sotto forma scritta, se non nell’ultimo secolo dell’èra nostra (Mahâvança, cap. xxxiii; e Sâra sangraha cit. in Hardy, Theor. and Leg. p. 492).

A queste affermazioni assolute degli scrittori buddhici noi non possiamo opporre nessuna ragione; imperocchè sembra naturale, che se essi avessero avuto certezza del fatto importantissimo di una antica compilazione scritta del loro canone, l’avrebbero vantata come cosa, che tornava in gran vantaggio e onore della loro religione. Non negherò dunque addirittura, che, la legge del Buddha, per circa quattrocento anni, fosse tramandata ai posteri, affidata alla debole e inefficace memoria degli uomini; ma non posso lasciar di notare, che non poche ragioni farebbero pur nascere il dubbio, che questa credenza degli, autori indigeni, più che sul fatto vero, riposasse sull’idea, che essi avrebbero avuta, di vantare la eccellenza e l’importanza dei loro sacerdoti, facendoli i soli, necessarii conservatori del prezioso deposito della dottrina religiosa. — È noto che la scrittura era adoperata nell’India sin dalla prima età del Buddhismo; e lo provano le numerose iscrizioni del re Açôka, delle quali si è fatto parola nel cap. iv. È noto pure che Kaccâyana (Kâtyâyana), che si fa passare per discepolo del Buddha, è il fondatore della grammatica Pali, [p. 207 modifica]per la quale gode la stessa fama che Panini per la Sanscrita. E si sa finalmente, come siansi scoperte, nelle provincie settentrionali dell’isola di Ceylon, alcune iscrizioni, non ha guari copiate dal dottore Paolo Goldschmidt; la più antica delle quali, scritta in Singhalese, rimonta al tempo del re Devânampiyatisso, contemporaneo del re Açôka. Come potrebbesi ora supporre, che avendo gli abitanti dell’India e del Ceylon il mezzo di conservare inalterati i dommi fondamentali della loro fede, essi non lo avessero adoperato? Queste ragioni, infatti, hanno indotto lo Spence Harly (Theor. and. Leg., p. xxvi) a non accettare questa trasmissione orale degli insegnamenti religiosi, quasi vantata dagli autori indigeni, perchè impossibile e opposta ai fatti.

Qualunque sia stato il tempo, in cui il Tripitaka, o canone sacro, ricevette forma scritta, si disputò per sapere in qual lingua fu scritto la prima volta. Alcuni furono d’avviso che venisse adoprato, a tale uopo, l’idioma Pali, altri il Sanscrito. — È stato detto che una delle ragioni, che spiegano perchè il Buddhismo ebbe tanto vantaggio sopra i suoi rivali, e si sparse tanto rapidamente, fu il costume, che ebbe Çâkyamuni, di predicare al popolo in lingua vernacola. Quantunque nulla provi che i Brâhmani insegnassero in Sanscrito, piuttosto che in lingua volgare, non si può negare che questo fatto sia vero per i primi apostoli della religione buddhica. Anche alcuni passi di libri originali ne fanno fede, come, per esempio, il seguente, tolto da un Sûtra: «Tutti gli esseri, dice quel libro, possono distinguersi in tre classi: quelli che sono nell’errore e vi resteranno, quelli che tendono al vero e sono per la via di arrivarvi, finalmente quelli che sono nella incertezza. Se io (Buddha) rivolgo i miei insegnamenti ai primi, questi sdegneranno di ascoltarmi; che io ammaestri i secondi è vano, imperocchè da per loro troveranno la scienza; ma in quanto agli uomini che sono nell’incertezza, se io parlo, conosceranno la verità, se io taccio, vivranno forse per sempre nell’errore. Allora il Buddha sentì gran pietà verso coloro che sono nell’incertezza, e ad essi predicò la sua [p. 208 modifica]Legge». Insegnò dunque al popolo e nella lingua del popolo; e non ai Brâhmani, i quali non lo avrebbero ascoltato; non ai dotti, i quali non avevano bisogno della sua Scienza. La lingua popolare del Magadha, paese dove Gâutama esercitò principalmente la sua predicazione, era il Pali: idioma che è chiamato anch’oggi, dai Birmani e dai Siamesi, Magada basa o Magada phatha. In quel reame il Sanscrito, a quel tempo, non era più la lingua parlata, ma quella dei dotti: una lingua come fu il Greco in Alessandria, e il Latino fra noi nel Medio evo.

Ma ammesso, come del resto è assai naturale, che Çâkyamuni abbia predicato in lingua vernacola, chi potrebbe conchiudere, che i libri buddhici originariamente fossero stati scritti in Pali? La predicazione e la propagazione della religione è cosa ben diversa dalla elaborazione di quei principii e di quelle dottrine, su cui essa si fonda. La predicazione può essere stata in volgare, ma i dommi filosofici, che formano la base del credo popolare, è assai verosimile che fossero ridotti a sistema per mezzo della lingua sanscrita. Così l’Hodgson è di parere, che i Buddhisti adoperassero le due lingue: la volgare, usata dai missionarii per l’opera di propagazione, la classica, usata dai filosofi per stabilire i principii della dottrina.

Comunque sia, è oramai notissimo che le scritture sacre, quali si conservano oggi, debbono riferirsi a due compilazioni. L’una in Sanscrito, che si conserva nei monasteri del Nepal, e fa autorità presso i Buddhisti del settentrione e dell’occidente dell’India; l’altra in Pali, che si conserva nel Ceyloni, ed è il codice sacro dei popoli dell’Indo-Cina, eccetto gli Annamiti, e del Ceylon stesso. Le dottrine, che si contengono in queste due collezioni di libri, furono elaborate e stabilite nei quattro concilii, di cui discorremmo a suo luogo; il prima dei quali fu tenuto subilo dopo la morte di Çâkyarauni nella città di Râjagriha; il secondo venne adunato dal re Kâlâçôka nella città di Vâiçalî, cento anni dopo il primo; l’altro si tenne, nel iii secolo innanzi l’èra nostra, a Pataliputra, per comandamento del re Dharmaçôka; e il quarto finalmente, che accadde quattrocento anni dopo il nirvâna del Buddha, [p. 209 modifica]fu convocato da Kanishka re del Kâçmîra. — Dopo il concilio di Vâiçalî, il Buddhismo cominciò la sua opera di proselitismo, che doveva dargli in seguito il dominio di tutta l’Asia orientale. Risalendo il Gange, si estese alle provincie nordovest dell’India; poi si propagò ai popoli della Persia orientale, che abitavano la riva destra dell’Indo; si introdusse nel Kâçmîra, nella Bactriana, a Bactra; e a poco a poco, per il Kokan e Kotan, giunse sino ai confini della Cina, presso quei popoli che i Cinesi chiamano Yüeh-cih e Hiung-nu: fra i quali lo ritrovarono, in una spedizione militare, i generali dell’imperatore Han Wu-ti, nell’ultimo secolo avanti l’èra nostra. Così si arrivò al tempo del terzo concilio, convocato dai Dharmaçôka; il qual re, quasi prevedendo che nuove persecuzioni potessero distruggere il prezioso deposito delle tradizioni religiose, che aveva raccolte, inviò nell’isola di Ceylon, l’anno 316 av. C., il suo figliuolo, o fratello secondo che altri credono, per nome Mahêndra, o Mahindo come lo chiamano i Singhalesi, perchè anche quel paese si facesse conservatore degli insegnamenti buddhici.

Il nuovo indirizzo che Dharmaçôka diede al Buddhismo, e la nuova vita che gli infuse, ravvivò con la fede l’amore allo studio degli scritti che contenevano gl’insegnamenti di Çâkyamuni. Questo studio occupò anche molti uomini letterati, che diventarono poi capi di varie scuole, le quali amavano occuparsi più specialmente della parte speculativa delle dottrine del Buddha. Per tal modo ebbero a poco a poco nascimento tutti que’ sistemi filosofici e quelle sètte, che furono cagione che s’adunasse un nuovo concilio. Fu quello appunto convocato da Kaniskha; ed ebbe per resultato la riunione di tutte le scuole di filosofia, come vedemmo più innanzi, e la compilazione d’una nuova e più vasta raccolta di tradizioni religiose.

Da quanto ho esposto qui ed altrove, mi sembrerebbe verosimile congetturare, che le odierne scritture buddhiche derivano da due sorgenti, piuttosto che da una sola: cioè a dire, che le due collezioni Sanscrita e Pali non sono una copia l’una [p. 210 modifica]dell’altra, ma sibbene originali entrambe. I testi sacri raccolti per opera di Dharmaçôka, essendo stati in special modo destinati a conservare le predicazioni di Çâkyamuni, è probabile che fossero scritti in quella lingua, che il popolo del Magadha parlava, e nella quale il Buddha aveva predicato, voglio dire in Pali: tanto più, che il sodalizio monastico, non essendo presso i Buddhisti formato solamente della parte più nobile della popolazione, poteva ricevere i precetti e gli insegnamenti della religione in lingua volgare. Quando poi, in quattro secoli di vita, il Buddhismo ebbe tale incremento, che non il volgo solo ne professava le dottrine, ma anche i brâhmani; quando la letteratura religiosa, lasciando il modesto ufficio di tramandare incorrotta la dottrina primitiva, prese ad esporre teoremi di speculazioni filosofiche; allora la società monastica, per quanto non diventasse mai casta privilegiata, cominciò a distinguersi dal comune degli uomini; e, obbligata a studii più astrusi e difficili, sentì forse la necessità di adoperare la lingua sanscrita a fine letterario: anche per valersene nelle dispute co’ dotti che professavano il brâhmanesimo. Onde con molta apparenza di vero si può dire, che l’ultima compilazione dei Libri della Legge, fatta nel quarto concilio, convocato appunto in paese, dove, a preferenza di altre contrade dell’India, si mantenne più puro l’antico linguaggio ariano, dovette essere stata fatta in Sanscrito. La collezione Pali del Ceylon, dunque, non solo ha probabilità d’essere originale; ma è certo quella che conserva la Dottrina più antica e genuina, come del resto lo mostra l’esame dei libri che ne fanno parte: essa starebbe a rappresentare la collezione dei testi, raccolti nel concilio di Pataliputra. A tale opinione indurrebbe anche il vedere, che, tanto nelle tradizioni del nord, quanto in quelle del sud, si enumerano tre soli concilii, invece di quattro. Secondo la prima tradizione, l’ultimo concilio, che stabilì il canone sacro, fu quello tenuto nel Kâçmîra, e non si fa parola di quello di Pataliputra; nella seconda tradizione, invece, si fa menzione di quest’ultimo sinodo, come quello che compilò le sacre scritture, e non si parla affatto del concilio convocato da Kanishka.

[p. 211 modifica]L’Abidharma kôsha vyakhia dice, che tutti i libri della Religione buddhica sono in numero di sei mila, e che il loro complesso si distingue col nome di Dharma skandha o Corpus Legis (Burnouf, Int., p. 34). Il Dharma skandha porta anco il nome di Tripitaka, in Pali Pitakattayam, in Singhalese Tunpitakaka, in Cinese Santshang: nomi che accennano alle tre categorie, nelle quali si dividono i testi che compongono la collezione. — Così pure in tre parti si distingueva l’antico codice indiano, cioè Mantra, Brâkmana e Sûtra; ed in tre parti ancora il codice semitico, che erano i libri storici, i profetici e i poetici. — Le tre categorie dei libri buddhici sono i Vinaya, gli Abhidharma ed i Sûtra. Questa distinzione in tre raccolte, dei libri religiosi, rimonta all’epoca del concilio di Râjagriha, dove vedemmo più sopra Kâçyapa, Ananda e Upâli occupati a compilare ciascuno una parte di questa triplice collezione (v. pag. 102). — II Wassiljew (p. 62) crede che i soli Vinaya siano comuni a tutte le scuole; e tiene i Sûtra e gli Abhidharma come produzioni delle due scuole Vâibhâshika e Sâutrântika, nelle quali si sono confuse le diciotto sètte, che le hanno precedute (cfr. cap. iv, p. 114 e 116). I Sûtra, dicono alcuni testi, sono fatti per gli uomini secolari, i Vinaya per i preti e gli Abhidharma per gli Dei. Secondo il Gogerly: (J. R. A. S. Ceylon branch, 1845) l’ordine di questa divisione è: Sûtra, Abhidharma e Vinaya; ma i sacerdoti Singhalesi, quelli del Siam e quelli della Birmania mettono i Vinaya nel primo posto; e in ciò sono d’accordo coi Savii, che fecero parte del primo concilio, i quali, secondo la tradizione, dissero a Mahâkâçyapa che lo presiedeva: «Conviene incominciare [la compilazione delle scritture] dal Vinaya, perocchè è la via delle dottrine del Buddha» (G. Turnour, An Exam. of the Pâli Bud. Ann., J. A. S. of Bengal, p. 18). Qualche volta i testi sacri vengono distinti solamente in Vinaya e Dharma, comprendendo in quest’ultima categoria i Sûtra e gli Abhidharma.

La parte del Tripitaka, che porta il nome di Vinaya, è una raccolta delle più antiche scritture, la compilazione delle [p. 212 modifica]quali precedette quella dei Sûtra, e, a più forte ragione, quella degli Abhidharma. Infatti, nelle adunanze dei Bhikshu dei primi tempi della religione, le quali si tenevano ogni mese, non viene detto che i monaci leggessero, o meglio recitassero i sûtra; ma è bensì narrato, che la confraternita, radunata all’aperto, ascoltava la recitazione ripetuta dei precetti disciplinari dell’ordine, che formano il Vinaya. Questa raccolta è inoltre quella che hanno di più comune fra loro le diverse scuole; le quali, non ostante la loro straordinaria diversità di Opinioni filosofiche e dommatiche, in questa parte della letteratura sacra hanno discrepanze di pochissimo rilievo (Wassiljew, p. 17). Siffatta unità, nei precetti disciplinari delle varie comunità monastiche, prova anch’essa, che il Vinaya fu compilato prima delle altre parti del Tripitaka: quando cioè nel clero non erano ancora nati gli scismi che lo divisero. È pure da notare, che nel primo concilio tenuto a Vâiçalî i monaci contemporanei di Çâkyamuni non discussero su le idee religiose sui dorami, ma intorno alle cose concernenti la disciplina della vita monacale. Infine, come prova della priorità del Vinaya, su le altre scritture, si può aggiungere, che alcuni dei più antichi sûtra non furono fatti con altro fine, che di spiegare i precetti del Vinaya stesso.

Il Vinaya pitaka non è pertanto, come ora ho detto, la esposizione delle dottrine der Buddhismo, mia una raccolta di leggi e di comandamenti, compilata ad uso di coloro, che volevano consacrarsi alla vita di Bhikshu. Questi scritti si propongono lo scopo di unire i monaci in fraterna comunità, di condurli alla perfezione, di procacciar loro la tranquillità dello spirito; e di insegnare a signoreggiar le passioni, a fuggire il peccato e finalmente a liberarsi dal giogo della vita presente e della futura. Insomma, quantunque l’esame dei libri che formano il Vinaya, ci mostri che essi andarono soggetti ad una elaborazione successiva, il lor contenuto ci prova però chiaramente, che nel tempo di questa elaborazione il Vinaya stesso non richiedeva, come cosa necessaria, la esistenza delle due altre parti del Tripitaka. (Wassiljew, p. 81-82).

[p. 213 modifica]Questa prima raccolta del canone sacro è assai estesa. In lingua Tibetana essa occupa l’ottava parte del Bka’-’gyur (13 opere), senza contare i commentarii, che hanno il loro luogo nel Bstan-’gyur. Il Cinese è ancora più ricco in questo genere di scritture, imperocchè, secondo che afferma il Wassiljew (p. 89), mentre in Tibetano non si trova che il Vinaya della scuola Mulaçarvâstivâdin, le traduzioni cinesi conservarono anche quello delle scuole Mahâsânghika, Dharmagupta e altre.

Passiamo ora a parlare delle scritture che portano il nome di Sûtra. Nella letteratura Vedica i sûtra formavano il complemento dei brâhmana, dei quali compendiavano il contenuto essenziale, esponendolo per aforismi: e rappresentavano l’ultimo periodo di quelle scritture, che si distinguono appunto in Mantra, Brâhmana e Sûtra. I Buddhisti hanno dato il nome di Sûtra, che vuol dire propriamente «guida, norma», a tutti quei libri che sono compresi nella seconda parte del Tripitaka. Essi furono detti anche Mûlagrantha, perchè sono tenuti come libri autentici di testo, e Buddhavacanam, perchè si dice che conservino la parola del Buddha. I Cinesi, nelle loro traduzioni, danno a questi scritti il nome di King: quel medesimo nome, col quale quei della scuola di Confucio chiamano i libri, che contengono le dottrine del loro maestro e le antichissime memorie della loro nazione.

Quantunque gl’insegnamenti della Legge buddhica siansi incominciati a scrivere molto tempo dopo l’apparizione della religione, non si può negare ad alcuno di questi Sûtra, ed in particolare modo a quelli, che riportano alcune predicazioni di Gâutama intorno alle Quattro verità, una antichità notevole (W., p. 13). — Nei Sûtra più moderni si trovano molti passi discordi con l’antica dottrina. Così, mentre il Buddhismo primitivo non ammetteva come fondamento che quelle Quattro verità, alcuni di tali scritti le tengono in poco conto, e vi sostituiscono la teoria dei Dodici nidâna; mentre in antico si pretendeva, che il più alto stato dello spirito fosse di togliersi dall’azione di ogni operazione del pensiero, molti [p. 214 modifica]Sûtra invece esaltano e raccomandano la contemplazione: che è quanto dire, tenere il pensiero in una costante attività verso un determinato oggetto. — I primi Sûtra, come l’ho già avvertito, ebbero per scopo di spiegare alcuni passi del Vinaya; ma essi non si restrinsero soltanto all’apologia di qualche statuto o precetto della società monastica, e nemmeno alla semplice esposizione delle teorie religiose. Quando i Buddhisti si furono sparsi nell’India, dove i monasteri presto si moltiplicarono, ebbero origine molle leggende; le quali, per dar credito a tutti quei nuovi conventi, narravano come il Buddha vi avesse soggiornato, predicato e fatto miracoli. Ora i Sûtra presero a conservare anco queste tali leggende: anzi non piccolo numero di essi è dato a narrazioni di simil genere; come ve ne sono pure altri, che raccontano fatti relativi a qualche celebre discepolo di Çâkyamuni, o riportano l’elogio del maestro, fatto per bocca di alcuno di essi. Le predicazioni che si attribuiscono al Buddha stesso, le profezie intorno agli scismi che dovevano nascere, sono anche soggetti, che si trovano svolti in molti Sûtra.

Sarebbe cosa difficile trovare il modo di dare una disposizione razionale a tutte queste scritture, compilate in tempi e luoghi diversi, e sotto l’ispirazione di diverse scuole. La storia della religione non ci dà il succedersi cronologico de’ Sûtra nè il nome dei loro autori. Per avere un po’ di luce fra la disordinata congerie di questi libri, sarebbe d’uopo uno studio faticoso di comparazione; esaminando dapprima quali sono quelli, che portano l’impronta di una maggiore antichità nelle dottrine e di una priorità di compilazione. Ottenuta, con questo studio critico preliminare, una sufficiente chiarezza intorno al tempo, in cui apparvero siffatte scritture, si sarebbe preparato similmente un importantissimo materiale, per tessere con certezza la storia dello svolgimento delle dottrine buddhiche. Chi si mettesse a questo lavoro di comparazione troverebbe nei Sûtra espresse tutte le dottrine, che nacquero a mano a mano nei sei secoli di vita laboriosa che ebbe la religione di Guátama, e conoscerebbe la ragione del loro [p. 215 modifica]nascere e del loro trasformarsi. Dai brevissimi Sûtra, che trattano con semplicità i primi dommi dell’antico Buddhismo, ai Sûtra del Mahâyâna, detti Vâipulya o ampliati, dove entrano in iscena un mondo di semidei, e dove si parla di cose meravigliose e di miracoli, troverebbersi pure, in quella serie numerosa di scritti, conservate le dottrine intermedie, che portarono gradatamente questa religione dallo stato, nel quale Çâkya la lasciò dopo la sua morte, fino a quello, a cui giunse nel tempo dell’ultimo concilio tenutosi nel Cascemir. (W., p.22).

I Sûtra primitivi erano composti di soli aforismi, i quali in seguito vennero ampliati, formando quelle scritture che furono dette Vâipulya sûtra. — Il Sûtra delle quattro verità, a modo di esempio, che abbiamo ragione di credere che fosse dei più antichi, sembra del tutto rifatto, presentandovisi il soggetto nel suo più ampio svolgimento. — Vedremo fra poco, sotto quali classi sono compresi tutti i Sûtra del Tripitaka: in quanto alla loro natura o contenuto, essi vengono pertanto distinti come appresso: 1. Sûtra, esposizione in prosa; 2. Geya, canti; 3. Veiâkarana, prefazioni; 4. Gâthâ, strofe; 5. Udâna, trattati sulla natura e attributi del Buddha, esposti dal Buddha stesso; 6. Nidâna, trattati simili agli Udâna, ma dove il Buddha non parla che in risposta alle domande dei discepoli; 7. Avadâna, dove si spiega la dottrina per via di metafore e parabole; 8. Ittivrittika, che trattano del passato; 9. Jâtaka, o storie sui rinascimenti; 10. Vâipulya, amplifirazioni; 11. Adbutadharma, racconti di miracoli; 12. Upadeça, esame analitico delle dottrine. (Wassiljew, p. 109-110).

Un prodotto dello svolgimento di questa parte della Tripitaka sono gli Agâma, che contengono il sunto delle varie dottrine del Hînayâna, e vennero composti con estratti tolti dai diversi Sûtra. La parola Agama, dicono i Buddhisti, significa Legge incomparabile, o Insegnamento primo, nel senso che è il tesoro inesauribile di tutta la dottrina. Vi sono quattro specie di Agama, le quali, pel contenuto, hanno uno stretto legame fra loro: 1.° Gli Ekottarikâgana, che sono una enumerazione dei dommi, secondo i soggetti, ai quali si [p. 216 modifica]riferiscono; 2.° Dirgâyama o Grandi agama, ove si trovano amplio discussioni sull’ordine dell’universo; 3.° I Madyamâyana, in cui si discutono soggetti filosofici, principalmente per via di parabole e comparazioni; 4.° I Sanyuktâyama, che si occupano delle varie regole per la contemplazione religiosa. — Gli Agama costituiscono il fondamento della scuola Sâutrântika, in opposizione alla Vâibhâshrika; e sono perciò popolari nel Ceylon, dove il Buddhismo, che vi è professato, si avvicina di più all’Hînayâna. (W., p. 115).

L’Abhidharma rappresenta l’ultimo svolgimento della letteratura buddhica. Queste scritture non riportano le parole del Buddha, come è ufficio de’ Sûtra in generale; ma contengono dei commentarii sulla dottrina fondamentale, i quali presentano tali sottigliezze metafisiche e psicologiche, che non è possibile che fossero escogitate nei primi tempi della religione. — L’opera principale, a cui pose mano il sinodo convocato da Kanishka, oltre alla compilazione del Tripitaka, fu quella voluminosa raccolta di scritti, che ebbe il nome di Vibhâshâ, fatta per concordare lutti gli Abhidharma, e conciliare, con questo mezzo, le opinioni filosofiche di tutte le scuole. La comparsa degli Abhidharma, che riunivano tutte le speculazioni metafisiche delle varie sètte, a mo’ di commento alle dottrine buddhiche, fu perciò un gran passo all’avvicinamento e all’unificazione delle sètte medesime. La scuola che venne fuori dall’unione di queste sètte (i Buddhisti ne contano diciotto, annoverando forse le principali, vedine il quadro tracciato a p. 120), prese il nome di Vâibhâshika. Ma non tutti i Buddhisti vollero riconoscere tale accordo; nè l’opera del concilio fu conosciuta in ogni parte dell’India. Onde tutti quelli che non ammisero la concordanza degli Abhidharma, che gli scritti del Vibhâshâ si erano sforzati a provare, formarono una scuola a parte, che si chiamò Sâutrântika o Suttavada. E questo nome venne dato loro, perchè nelle dottrine non vollero riconoscere altra autorità che quella dei Sûtra.

Per quanto la scuola Vâibhâshika sostenga che Abhidharma, che prese per guida, sia stato compilato durante la vita [p. 217 modifica]di Çâkyamuni, molti fatti concorrono a far credere che il più antico Abhidharma non fosse scritto innanzi il V o VI secolo dopo il Buddha (Wassiljew, p. 48). — Esaminando gli Abhidharma nella loro forma odierna, ci possiamo facilmente convincere, come si è detto di sopra, che essi non possono essere una produzione primitiva della letteratura buddhica; imperocchè espongono la religione, come un sistema elaborato da lungo tempo, e mostrano che prima della loro compilazione erano già sorte molte questioni intorno a diversi temi di religione e di filosofia.

I testi saeri del Tripitaka sono distribuiti per diverse categorie, le quali, secondo la collezione Pali, che é la più compiuta, e conserva meglio la prima disposizione, stanno nell’ordine seguente:

     I. Vinayapitaka (Vinipitagat o Phra Vinay in 84 Phuk volumi di foglie di Palma).1 Si divide in cinque sezioni:

1. Parâjikâ (Biku-patimouk e Bikuni-patimouk) ;

2. Pâcitti (Vipang. Biku-vin e Bikuni-vin);

       3. Mahâvaggo Bracket right 3.png I, (Kandaka, diviso in Mahavak e Culonvak);
       4. Cûlavaggo

5. Parivârapâtho (Parivara o Parivon);

     1. Il Parâjikâ è una specie di codice criminale. Enumera e discute le cagioni di esclusione dalla comunità religiosa. Queste cagioni sono principalmente la incontinenza, il furto, l’uccisione, l’usurpazione del titolo di Arhat. Uno di questi peccati richiede la espulsione immediata dalla società monastica.

   2. Il Pâcitti è il seguito e il complemento del Parâjikâ; e vi si espongono i motivi, per i quali è fatto il regolamento speciale pei religiosi. Per maggiore comodità fecesi, fin da principio, un estratto di queste due opere, che fu chiamato Pratimôksha; il quale contiene tutte le prescrizioni della [p. 218 modifica]disciplina monacale, tanto pei Bikshu, quanto per le Bikshuni, e comprende circa 250 precetti. — Il Gogerly ha data la traduzione della Pratimôksha dei Bikshu nel Friend of Colombo, t. iii. (Vedine anche la traduzione del Beal, A Catena of Bud. Script., p. 304-239).

3. Il Mahâvaggo è il codice ecclesiastico, che contiene, eccetto i precetti contro i peccati punibili con l’esclusione, tutte le minuzie della vita religiosa. — La prima parte di quest’opera porta il titolo di Kammavâtya, che si trova anco come scrittura a parte. Il Kammavâtya, fu tradotto per la prima volta in italiano dal padre Maria Percoto, missionario in Ava e Pegu col titolo: «Kammuva, ossia trattato della ordinazione dei Talapoini del second’ordine, detti Pinzi». Questa traduzione, tuttavia manoscritta, è menzionata da Fra Paolino da San Bartolomeo nel suo libro: Musei Borghiani codices. Essa e i commentarii del cardinale Borgia servirono al prof. Adler per la traduzione tedesca ch’egli ne fece, inserita nel primo volume dell’Egger’s Deutshes gemeinnütziges Magazin. Una versione inglese si deve al Clough (Miscellaneous Translations from Oriental Languages, t. ii), un’altra al Gogerly, che diede anche quella di molti brani del Mahâvaggo nel J. R. A. S. Ceylon branch, 1845. Vedi inoltre il Buchanan-Hamilton nel suo articolo On the religion and literature of Burmas. (Asiatic Researches, t. vi). Il testo Pali del Kammavâtya, con versione latina, fu pubblicato dallo Spiegel. (Liber de officiis sacerdotum Buddhicorum, Bonn, 1841). La Biblioteca di Propaganda si dice che conservi pure una traduzione latina ed un testo Pali del padre Percoto.

4. Il Cûlavaggo è il codice civile dei religiosi; e prescrive la condotta che deve tenere il monaco nelle sue attinenze con la società e col mondo, da cui non si può isolare, del tutto. — Il primo concilio non distinse il Mahâvaggo dal Cûlavaggo; e confuse queste due opere in un libro solo, che si chiamò col nome di Khandakam. — Vedi Turnour, J. A. S. of Bengal, 1837, pag. 30; e Gogerly, J. R. A. S. Ceylon branch, 1845, p. 95.

[p. 219 modifica]5. Il Parivârapâtho, sotto forma di domande e risposte, è l’epilogo, e spesso lo schiarimento, del contenuto delle altre quattro opere.

Il commento fatto da Buddhagosha al Vinayapitaka (Vinayapitaka-atthakathâ) porta il titolo di Samantapâsâdika; e contiene notizie preziose sui primi tempi del Buddhismo, sui tre concilii, sulla compilazione del canone, su questioni liturgiche e dommatiche, e molli episodi della vita del Buddha. Il Samantapâsâdika ha avuto anch’esso un commentario, che si chiama Vajrabuddhatikâ.

   II. Suttapitaka (Ehuts-pitagat o Phra-Sutr, in 200 Phuk). Questa parte (che è detta anche Dharma, titolo che giustifica quello di Abhidharma dato alla metafisica) è pure essa divisa in cinque sezioni od opere, e sono:

1. Dîghanikâya (Nida-nike);

2. Majjhimanikâya (Nidrima-uike);

3. Sanyuttanikâya (Thangoutha-nike);

4. Anguttaranikâya (Engonta-nike);

5. Kuddakanikâya.

La parola nikâya o nikâyo, che segue i nomi dati a queste cinque opere del Tripitaka, significa «corpo, collezione, raccolta».

   1. Il Dîghanikâya, ossia «la grande collezione», non ostante il titolo, non è più esteso delle altre opere di questa parte del canone. Contiene trentaquattro Sûtra; ed è una di quelle raccolte di scritture, che il pellegrino cinese Fa-hsien andò a cercare nel Ceylon, non avendola trovata nell’India. — Il primo Sûtra di questa collezione è il Brahma jâla, che riporta importantissime notizie sulle diverse scuole filosofiche, che il Buddha aveva preso a combattere. Il Gogerly (J. R. A. S. Ceylon branch, 1846, p. 18-62) ha tradotto il Brahma jâla sûtra, la cui prima parte si trova anche nella versione del Samañña phala di Burnouf (Lotus, p. 850). Dal Dîghanikâyo sono stati tradotti ancora dal Bournouf (op. cit., appendice) il Subha sutta e il Vêvija sutta, e dal Gogerly (J. R. A. S., 1838, p. 8) l’Aggañña sutta.

[p. 220 modifica]2. Majjhimanikâya contiene 152 Sûtra, alcuni dei quali furono tradotti dal Gogerley, come il Cûla kamma vibhanga sutta, dove il Buddha discute intorno alla ineguale repartizione in questo mondo dei beni e dei mali.

3. Il Sanyuttanikâya è pure essa una di quelle scritture che Fa-hsien andò a cercare nel Ceylon. Da alcuni viene suddivisa in cinque parti, di cui ciascuna comprende un certo numero di sanyutta o «gruppi di Sûtra». Queste cinque parti sono: 1. Sagâtha; — 2. Nidâna; — 3. Khandha; — 4. Salâyatana; — 5. Mahâvaggo.

5. Il Khuddakanikâyo, come lo indica il titolo, è una raccolta di frammenti dei discorsi di Çâkyamuni, che non hanno trovato luogo nelle altre quattro raccolte menzionate. Abbraccia quindici scritture seguenti, alcune delle quali brevissime, altre assai estese:

1. Khuddakapâtha (Koudakapata). — 2. Dhammapada (Dammapada). (Vedi Fansböll, Dham. ex tribus codicibus Havniensibus Palice edidit, Latine veriit etc., Havniae, 1855; Gogerly, nel The Friend of Colombo, t. iv, 1840; Latter, Selections from the vernacular Boodhist Literature of Burmah, Maulmain, 1850; Weber, nella Zeit. der Deut. Morg. Gesel, t. xiv, 1860; Max Müller, Buddha’s Dhammapada, London, 1870). — 3. Udânam (Udana). — 4. Jtivuttakam (Ithivoutaka). — 5. Suttanipata (Thouttamibat). — 6. Vimânavatthu (Vi-nama vouttu). — 7. Pêtavattu (Pita-vouttu), collezione di storielle. — 8. Theragâthâ (Terakatta) e 9 Thêrigatha (Terikatta), raccolta di inni per i monaci e per le monache, con estesi commenti. — 10. Jâtaka (Dzattakami) è la più celebre opera della collezione, ed è stata oggetto di grandi commentarii. Si credette a torto che contenesse la storia dei 550 rinascimenti del Buddha. Consiste in una raccolta dì versi gnomici, come il Dhammapada; soltanto gli ultimi dieci capitoli parlano delle ultime dieci incarnazionì del Buddha, nel resto sono aforismi, sentenze morali e proverbi. — Il Gogerley ha tradotto molti Jâtaka del primo capitolo nel J. A. S. Ceyl. bran., 1837, p. 111-148. (Vedi anche Fausböll, Five Jâtaka in the originai Pali text, with [p. 221 modifica]translations and notes, Copenhagen, 1861; — Childers, The Jâtaka, together with its commentary). — 11. Niddesam è un trattato tutto dato alla metafisica. — 12. Patisambhidâmaggo (Pitisambika) è dello stesso genere, e il Tournour lo ha tradotto in parte nel J. A. S. of Bengal, 1838, p. 5. — 13. Apadânam (Apadana), raccolta sul genere degli Avadâna. — 14. Buddhavança (Buddha-vattu) contiene la storia e la genealogia dei 24 Buddha, compreso il Buddha Çâkyamuni.2 Il Tournour ha dati lunghi estratti dei commentarii a quest’opera, fatti da Buddhagohsa, nel J. A. S. Calcutta, 1838, p. 16-44. — 15. Cariyapitaka è una raccolta di storielle in versi, risguardanti le nascite anteriori del Buddha. Vedi il Gogerly nel J. R. A. S. Ceylon branch, t. ii, p. 1, dove se ne trova tradotte buona parte.

Il commento di Buddhagosha al Dighanikâya porta il nome di Sumangala vitâsini, quello al Mjjhimanikâya, di Papancâ sudani e quello all’Anguttaranikâya, di Manoratha purâni. — [p. 222 modifica]Il Tournour ha dato alcuni frammenti di questi commentarii o Atthakathâ, nel J. A. S. Calcutta, 1838, p. 16.

  III. Abhidhammapitaka (Abhidhama pitagatu). Nel canone del Ceylon, del Siam e della Birmania, è la parte più breve del Tripitaka. Si compone di sette opere:

1. Dhammasanganipakarana (Dammathinyakâmi), II commento porta il nome di Atthasâlini.

2. Vibhangapakarana (Vittin), il cui commentario è detto Sammoha vinodani.

3. Dhâtukathâpakarana o Kathâvatthu (Kathvattu). Nei commenti fattivi da Buddhagosha si trovano importanti notizie intorno al terzo concilio e alle dottrine degli scismatici.

4. Puggalapaññattipakarana o Puggalapamatti (Punggalapignia).

5. Dhâtukathâ o Kathavatthupakarana (Datugatta).

6. Yâmakapakarana o Yamaka (Yamaik).

7. Patthânapakarana (Patan).

I commentarii di Buddhagosha a quest’ultima parte del Tripitaka sono detti Sammovino dana e Sattaka.

I libri sacri della Religione buddhica cominciarono a conoscersi in Europa, nella prima metà del secolo presente. Fu il Brian Houghton Hodgson, rappresentante politico della Compagnia delle Indie a Khatmandu nel Nepal, che circa il 1821 giunse a sapere come nei monasteri di quel paese si conservassero alquanti manoscritti sanscriti, i quali si diceva contenessero la dottrina di Çâkyamuni. L’Hodgson si procurò da un vecchio prete di Patun un catalogo di questi libri; e più tardi, anche alcuni dei libri stessi. La tradizione diceva che i monaci del Nepal conservavano, nei loro conventi, queste scritture, fin dal secondo secolo dell’èra nostra, e che esse provenivano dal paese di Magadha. Ma più facilmente de’ detti manoscritti, l’Hodgson ebbe pure nello stesso tempo libri stampati in lingua tibetana, che passavano anch’essi per scritture buddhiche. Nel 1825 i dotti d’Occidente ebbero contezza di questa importante scoperta scientifica; e la Società asiatica del Bengala ricevette in dono, dallo scopritore, sessanta volumi in [p. 223 modifica]Sanscritto e dugento cinquanta in Tibetano. Il resultato degli studii dell’Hodgson sur i testi sanscritti, e i titoli delle opere da lui raccolte si possono vedere nel vol. xvi della Asiatic Researches, e nel vol. ii delle Transactions of the R. Asiat. Soc.3

Mentre nel Nepal venivano rintracciati i primi libri buddhici, e i dotti orientalisti si accingevano allo studio di quelli, l’ungherese Csoma di Körösi ebbe il pensiero di recarsi nell’Asia centrale, nelle alte valli dove ha le sorgenti l’Amuderia e scorre l’Indo superiore, col, fine di cercarvi la culla del Popolo Magiaro. Solo, senza danari, senza mezzi e senza sapere nemmeno una parola delle lingue parlate in quelle lontane regioni, intraprese il periglioso viaggio, sostenuto soltanto dalla sua ferrea volontà. Egli arrivò nel 1822 nel Tibet occidentale. Là alcune tribù aborigene, che portano il nome di Magâr, Magora, Magheri, gli fecero nascere l’illusione di trovare in quel paese i remoti antenati della nazione Magiara. Si pose assiduamente allo studio della lingua Tibetana, chiuso per quattro anni nel monastero di Kanum nel Kanawar, sulle rive del fiume Satlegge. Apprese a fondo quella lingua, sotto la direzione di un dotto Lama, e giunse a leggere tutti i libri sacri del Tibet. Se Csoma Korosi non ottenne, come è facile immaginarsi, il fine che si era prefisso, di scoprire le origini della sua nazione, splendidi oltremodo e proficui per la scienza furono i profondi suoi studii: arricchì la filologia di nuove [p. 224 modifica]cognizioni e diede alla scienza delle religioni molti e preziosi materiali. A Calcutta egli pubblicò un’eccellente analisi delle due grandi collezioni di libri buddhici, che portano il nome di Bka’-’gyur e Bstan-’gyur.4

Per quel che concerne il Buddhismo del Sud, l’Europa possiede oggi una collezione quasi intera di testi Pali raccolti dal Grimblot ne’ conventi del Ceylon.5 [p. 225 modifica]

Note

  1. I nomi fra parentesi sono quelli del canone conservato dai Birmani, che è provenuto dal Ceylon.
  2. Nonostante che le scritture concernenti in qualche modo la persona di Çâkyamuni formino un corpo ragguardevole, e facile per tanto, distinguerle in varii gruppi. Buddhagosha, uno degli uomini più celebri, di cui faccian menzione gli annali religiosi, ce ne ha dato l’esempio appunto nel suo commento all’opera che porta il titolo di Buddhavança. In esso commento tutte le tradizioni relalive al Buddha vengono divise in tre serie: — I. Dûrenidâna, che contengono quelle scritture, che portano la narrazione dal momento, in cui Çâkyamuni riceve da Dipankara la profezia della sua grandezza futura, fino all’ultimo suo rinascimento (avacâra) nel cielo Tushita. — II. Avidûre nidâna, che abbracciano la vita del Saggio dalla sua discesa dal detto cielo fino al suo conseguimento della dignità di Buddha perfetto. — III. Santiko nidâna, che contengono la tradizione relativa al periodo susseguente della vita dì Çâkya fino alla sua morte. Questa divisione si fonda specialmente sur una distinzione reale, che si trova nelle scritture che conservano tali leggende. Alla prima dì queste sezioni corrispondono i Jâtaka, alla seconda i libri come il Lalitavistâra, alla terza i Sûtra. (Senart, nel Jour. Asiatique, 1873, agosto-settembre, p. 115-116).
  3. Notice of the languages, literature and religion of the Buddhas of Nepal and Bhot, nelle Asiat. Resear., t. xvi. — Sketch of Buddhism nelle Trans. of the R. A. Soc., t. ii, p. 229. — Quotations in proof of the Sketch of Buddism nel Jour. of the R. A. S. of Bengal, t. v, p. 288. — Vedi anche; Notice sur la langue, la litterature et la religion des Buddhistes du Nepal et du Bhot etc. nel Journal Asiatique, 1830, serie ii, t. 6, p. 81. — Wilson, Notice sur trois ouvrages buddhiques reçus du Nepal, Journal Asiat., 1831, serie ii, t. 7, p. 97. — Catalogue des livres bouddhiques en Sanscrit fait copier au Nepal, Jour. Asiat., 1837, serie iii, t. 4, p. 296.
  4. Analysis of the hdul-va (Vinaya), Asiat. Resear., t. xx pag. 41. — Analysis of Sher-chin (Abhidharma), Asiat. Resear., t. xx, p. 393. — Abstract of the contents of the hddl-va, Jour. of the Asiat. Soc. of Bengal, t. i, p. 1-375. — Extracts of Tibetan Works, Jour. Asiat. Soc. Beng., t. iii. — Abstract of the contents of the bstan-gyur, Asiat. Resear., t. xx.
  5. Non ostante la gran ricchezza di manoscritti riguardanti tanto la letteratura buddhica della scuola settentrionale, quanto della meridionale, il numero dei testi sanscriti, tibetani o pali pubblicati in Europa è assai scarso. Il Buddhismo del nord possiede i testi seguenti: Bhagavatiprajnâpâramitâhrîdaya, in Tibetano, edito a Lipsia, 1835. — Mdsangs-blun, in Tibetano, sûtra appartenente al Bka’-’gyur, pubblicato dallo Schmidt, Pietroburgo, 1843. — Un frammento del Lalitavistâra sûtra, in Tibetano, pel Foucaux, Parigi, 1841. — L’originale sanscrito del Lalitavistâra sûtra, edito da Rajendralal Mittra, Calcutta, 1853. — Il iv capitolo del Saddharmapuntarîka, in Sanscrito e Tibetano, pel Foucaux, Parigi, 1852. — Il xxiv dello stesso Saddharmapundarîka, in Cinese e Giapponese, per F. Turrettini e C. Puini, Ginevra, 1870. — I seguenti testi, tutti pubblicati dal Feer a Parigi: Sûtra dai ventidue articoli, in Cinese, Tibetano e Mongolo, 1868; Candra sûtra, Sûrya sûtra e Catur gâthâ, in Tibetano, 1864; Estratto del Mahâkarunâ pundarika sûtra, in Tibetano, 1865; Catur dharmaka sûtra, pure in Tibetano, 1866; Kalyâna mitra sêvanam, in Sanscrito e Tibetano, 1866; Brahmaçri vyâkarana, in Tibetano, 1866; Estratto del Pravrjaita vasto del Vinaya, 1866; Nandopananda nâgarâja damana sûtra (Avadâna) in Tibetano, 1869; Kumâra dristânta sûtra, 1869; Dharmacakrapravartanam, in Sanscrito e Tibetano, 1870.
       Il Buddhismo del Sud in fatto di testi pali possiede i seguenti; Mahâvança, edito dal Turnour, 1836-37; — ratnâcari, per E. Upham, Londra, 1833; — Kammavâtya, per T. Spiegel, Bonn, 1841; — Rasavâhini e Uragasutta negli Anecdota Palica dello stesso, Lipsia, 1845; Dhammapadam, per V. Fausböll, Copenaghen, 1855; — Cinque Jâtaka, pure dello stesso, Copenaghen, 1861; — Dasaratha Jâtaka, pure dello stesso, Copenaghen, 1871; — Nandopananda nâgarâja sûtra, per L. Feer, 1869; — Dahara sutta per lo stesso, 1869; — Estratti del Paritta, pel Grimblot, nel Journal Asiatique, 1870; — Khuddaka patha, per. C. Childers, Londra, 1870.
       In quanto alle traduzioni europee di testi buddhici, oltre a quelle citate nel corso di queste notizie sulle scritture del Tripitaka, farò qui menzione di alcune altre, per comodo degli studiosi: — Sûtra dai ventidue articoli, dal Tibetano in Tedesco per A. Schiefner nelle Mélan. Asiat. St. Pètersbourg, t. i, 1852; dal Mongolo in Francese per i sigg. Gabet e Huc, nel Jour. Asiat. quarta Serie, t. xi, 1848; dal Cinese in Inglese per S. Beal nel Jour. of the R. Asiat. Soc. t. xix, 1862. — Lalitavistâra sûtra: un’analisi del Lenz nel Bul. de l’Acad. de St. Pètersbourg t. i, 1836; tradotto dal Tibetano in Francese dal Foucaux, Parigi, 1847-48. — Saddharma pundarika sûtra, dal Sanscrito in Francese per E. Burnouf, Parigi, 1852. — Vajrachedika sûtra, dal Cinese in Inglese per S. Beal, nel Jour. of the R. Asiat. Soc. N. S. t. i, 1, 1864. — Amitâbha sûtra dello stesso. Ibidem, t. ii, 1, 1866. — Prajñâpâramitâ sûtra, per Schiling de Canstadt. Pietroburgo, 1845; dal Cinese in Inglese, per S. Beal, A Cat. of Bud. Script. p. 282-369. — Alcune traduzioni del Feer, nel Journal Asiatique. — Abhinishkramana sûtra o Buddhacaritra, dal Cinese in Inglese, per S. Beal, Londra, 1875.