Il Buddha, Confucio e Lao-Tse/Parte Seconda/Capitolo X

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X - Filosofia taose - Il Tao-té-king

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Capitolo X.


Filosofia taose. — Il Tao-té-king.


§ 1. — Il Tao-té-king si compone di ottantun capitoli divisi in due libri. I Cinesi han voluto contare anche il numero delle parole che contiene: alcuni ne hanno contate cinquemila settecento quarantotto; altri, cinquemila trecento trenta; ed altri, un altro numero. «Quando Sse-ma-Thsien», «dice un autore cinese citato dal Julien»,1 «ricorda, nelle sue Memorie storiche, che il libro di Lao-tse contiene un poco più di cinquemila parole, ha voluto intendere che non ne contiene più di seimila, e dare un numero tondo. Ma è accaduto che molti editori ignoranti, per fare sì che il libro contenesso le cinquemila parole, le quali s’immaginavano dovesse sicuramente contenere, hanno levato via molte particelle ausiliari, espletive e finali». Il testo è divenuto a questo modo anche più oscuro di quel che era in origine; e l’opera del commentatore, più necessaria e più ardua. Parlo de’ commentatori, che s’ingegnavano di rintracciare i concetti di Lao-tse; e non di quelli che cercavano nel suo testo quel che essi avevano soltanto nella fantasia; che costoro in quella oscurità di forma si trovavano anzi a loro agio.

Alla prima lettura, il libro di Lao-tse ci fa l’effetto d’una serie di paradossi; dove non si sa se dobbiamo più maravigliarci dell’ingegno o della stranezza dell’autore. [p. 472 modifica]A ogni frase pare che egli si piaccia di dire tutto il contrario di quello che gli uomini son soliti di credere; e non dubita affermare, che «le parole giuste sono in fondo le più contrarie alla ragione».2 Persuaso di questa bella verità, egli ne dice delle curiose, alcune delle quali merita il conto di riferire, come saggio delle altre.

«Quando le pubbliche faccende sono in mano di gente di corta intelligenza e di poco sapere, il popolo prospera ed è felice; quando in vece sono in mano di gente di molto intelletto e molta scienza, il popolo manca eziandio del necessario.

La felicità nasce dalla sventura; e la sventura è nascosta in seno alla felicità.

Se non avrete in alcun conto la saviezza e la prudenza, il popolo sarà cento volte più felice. Se terrete in non cale la carità e la giustizia, il popolo tornerà a praticare la filiale osservanza. Se non farete caso del guadagno e delle ricchezze, i ladri e i malandrini diventeranno galantuomini.

Per vincere non si deve combattere. — Il più gran capitano è colui che ha meno arder bellicoso. — Un forte esercito non riporterà mai vittoria».3

Non intendiamo dire che la scrittura, la quale ora siamo per esporre, sia un ammasso di pazzie; ci sarà, se vogliamo, poco di quel che si suol chiamare senso comune, ma il buon senso non manca di certo. Lao-tse era un filosofo che non la pensava come gli altri del tempo suo, e nemmeno forse come nessuno de’ tempi moderni, che è tutto dire; ma in paragon di tant’altri, sì d’oriente come d’occidente, fa la figura di uomo abbastanza savio e ragionevole.

[p. 473 modifica]Fra i più antichi e più celebri commentatori di Lao-tse è da menzionare Ho-shang-kung, del quale non si conosce il nome vero; e vien sempre chiamato come ora ho detto, perchè abitava una capanna solitaria, posta in riva al Fiume Giallo. Egli si era fatto dottissimo nella filosofìa taose; ed era spesso chiamato a corte dal sovrano d’allora, Hsiao-Wên-ti (179-156 av. C.); il quale aveva un singolare amore per siffatto studio; ma l’oscurità de’ testi, e l’astrusità delle teorie, gli rendevano necessario l’aiuto d’alcun sapiente della materia.

Intorno alla denominazione dell’opera, di cui trattiamo, molti autori indigeni hanno detto il lor parere; ma i più son d’opinione, che venisse chiamata Tao-té-king dalle prime parole Tao e , colle quali incominciano i due libri che la compongono. Non ho messa accanto a que’ due monosillabi la traduzione, perchè, al solito, non è facile trovare due parole, che dicano interamente quello che esprimono le dette voci, secondo il concetto dei taosi. Perciò, cominciando questa breve esposizione dalla dottrina di Lao-tse, chiariremo dapprima le due espressioni surriferite, che formano il titolo del testo sacro del Taoismo.

§ 2. — Abbiamo avuto occasion di parlare non poche volte della parola Tao, secondo il pensare de’ letterati e de’ filosofi confuciani, la quale infatti si trova frequentissimamente negli scritti di quella scuola. Essa, in questo caso, significa «Legge»: legge che governa l’ordine dell’universo e le operazioni dello Yin-Yang, che regola le azioni umane secondo una norma eternamente costante; significa la strada che deve percorrere l’uomo dabbene, il quale vuol conformarsi a’ decreti del Cielo o del destino.4 Per i Buddhisti cinesi il Tao è la Bôdhi o [p. 474 modifica]sapienza;5 e il savio che è giunto a possederla sì chiama Tao-jên, «Uomo della Scienza».6

Quel che sia il Tao, secondo la dottrina di Lao-tse, lo vedremo ora con le parole stesse di questo filosofo. — «Il Tao è vago, confuso, profondo, oscuro, vuoto, puro;7 acromo, afono, incorporeo,8 inesauribile.9 È eterno, innominabile: appartiene al non-essere: e si può chiamare una forma senza forma, un’immagine senza immagine.10 Egli è sparso per tutto l’universo».11 — Questo Tao, come è facile accorgersi, non ha nulla di comune col Tao dell’antico Confucianesimo, nè con quello de’ filosofi del tempo de’ Sung. Lao-tse distingue fin dapprincipio del suo libro il Tao ordinario, che è la via della giustizia, della carità ecc., dal Tao eterno, sublime, inesprimibile, che non può esser definito. — «Il Tao che può essere espresso con parola, non è il Tao eterno; come il Verbo che può essere espresso con parola, non è il Verbo eterno».12 [p. 475 modifica]Il nome delle cose, venendo loro dalla forma e dalla natura lor proprie, sparisce quando la cosa perde la sua entità; perciò il Tao, riguardato come l’assoluto, è Wu-ming «senza nome». L’Wu-ming, il «senza nome», il Tao eterno, è il «principio del mondo». Il mondo avuto che ebbe principio, il Tao dovette pur essere chiamato in qualche modo; e allora diventò lo Yu-ming, l’«avente nome»; il quale fu la «madre delle cose».13 «Il principio del mondo si convertì in madre del mondo»;14 e ciò fu il Tao innominabile, eterno, assoluto, che diventò qualcosa di nominabile per verbo. Ma con qual voce sarà esso chiamato? «Il Tao, continua Lao-tse, può riguardarsi come la madre dell’Universo; io non so il suo proprio nome; e per qualificarlo lo chiamo Via».15 Tao, infatti, vuol dir «via, strada»; e questo nome fu scelto dal nostro filosofo, perchè tutto quel che nacque e si produsse uscì fuori pel Tao. Il quale ha dato passaggio a tutte le creature; ed è stato come la via, dalla quale sono sboccati nel mondo gli esseri per venire alla vita, a quel modo che l’acque d’un fiume sboccano nell’Oceano.

Il Tao, dicemmo, era vago, oscuro, confuso, vuoto, ma non di meno «conteneva in sè tutte le forme, gli esseri, l’essenze, il vero».16 — «Tutte le cose esistenti hanno avuta la lor propria natura dal Tao».17 — «Il Tao si estende dapertutto; le creature nascono, crescono, divengono perfette pel suo aiuto».18 — «Il [p. 476 modifica]Tao produce gli esseri, li nutrica, gli alimenta, li fa crescere, li niatura, li perfeziona, li protegge».19 — Se ad alcuno venisse in mente di scorgere nel Tao un Jehova taose, come alcuni hanno riconosciuto un Jehova confuciano nello Shang-ti, il passo che segue, il quale nell’originale vien subito dopo a quello ora citato, son certo terrà loro l’inganno. «Il Tao crea gli esseri, ma non se li appropria; li fa ciò che sono, ma non se ne gloria; regna su di essi, ma li serba liberi». — Questo stesso concetto è ripetuto anche in altri capitoli.20

Il Tao è anche chiamato il Non-essere. «Tutte le cose sono nate dall’essere, l’essere è nato dal non-essere».21 E il commentatore osserva: «L’infinito numero degli enti ha avuto nascimento dal Cielo e dalla Terra, i quali, avendo un posto determinato nell’universo, son quel che nel testo è detto essere; il Cielo e la Terra sono nati dal Tao, il quale, non avendo forma ed essendo vacuo, è detto il non-essere». «Il Tao era prima che fossero e Cielo e Terra».22

Il testo sacro de’ taosi insegna, che il Tao cominciò ad aver nome, quando esso principiò a dividersi;23 e, come il Thai-ki della scuola de’ filosofi de’ Sung, diventò creatore appena perse la sua unità originaria. «Il Tao produsse l’uno, l’uno produsse il due, il due produsse il tre, il [p. 477 modifica]tre produsse tutte le cose».24 L’unità è il tempo, in cui il Tao cominciò a rivelarsi a sè stesso, per dar principio al mondo; il due è lo Yin-Yang o la potenza fecondatrice e produttrice, il tre sta a dir l’armonia che nasce da’ due principii, Yin e Yang ora detti, che si congiunsero per procreare le cose; le quali non son altro che «l’essenza condensata di quest’armonia».25

Il Tao fu innanzi che esistesse tutto, è da per tutto, ed è il sommo principio di tutto. Esso è il non-essere, la perfetta unità, il senza-nome. Quando il Tao cominciò a essere, a dividersi, a dar forma e figura all’universo, allora divenne potenza, divenne virtù, ehhe nome, e si chiamò . La virtù e la potenza, manifestazione del Tao, è il non-fare. Il Tao è la perfezione. Ogni alterazione, benchè minima, di quell’unità perfetta, è imperfezione, difetto, peccato. Il buono e il cattivo, il brutto e il bello, il vizio e la virtù sono indistintamente altrettanti difetti di fronte al Tao: sono gradi più o meno grandi di male. Il Tao non è buono, non è bello, non ha virtù: il Tao è il senza-nome. Tutto quaggiù è relativo: di assoluto non v’è che il non-essere (o il Tao) e il non-fare (o il ), che è la schietta manifestazione del primo. Il resto si riduce a espressioni negative di que’due concetti, che soli esistono realmente e veramente. «Da che il Tao s’indebolì, nacque nel mondo la Virtù; da che questa venne meno, nacque l’Amore; caduto in difetto anche questo, venne in sua vece la equità; diminuitasi pur essa, cominciò la Cortesia; la quale è una studiata e artificiosa maniera d’addimostrare una virtù, che non è più in [p. 478 modifica]cuore».26 Lao-tse non iscende più basso. Oltre l’urbanità, la cortesia, c’è il disordine assoluto dello Stato: essa non è proprio il male, è il principio del male; tien posto di quella virtù che l’uomo è andato a mano a mano perdendo, da che ha abbandonato il non-fare; è l’espressione d’una degradazione morale dell’umana natura, dovuta alla civiltà; è un’apparenza necessaria, mancata la quale la società si dissolve.27

Questo passo di Lao-tse, che abbiamo ora riferito, fu una vera pietra di scandalo, lanciata nel campo de’ confucianisti. La «Cortesia» (Li), che essi tengono come principal qualità dell’umana natura, che fa l’uomo atto al civile consorzio, divenuta poco men che ipocrisia!; la «Carità» e la «Rettitudine»: queste celesti virtù, che sono il più bell’ornamento del «Santo» secondo Confucio, chiamate difetti, e quasi vizii! Se una tal dottrina prendesse radici, quale inesprimibile disordine e confusione in tutto il mondo! I Taosi si difendono come possono. «Quelli che ragionan così, dicono essi, non son capaci di comprendere il fine che si era proposto Lao-tse; nè, percorrendo la storia del nostro paese, di scoprire le vere cagioni de’ disordini. Al tempo degli Thsin il disordine era immenso; e il male non poteva esser maggiore. Ora gli uomini di quel tempo praticavano eglino la dottrina di Lao-tse? Certo no. Non senza ragione il nostro maestro ci apprende a non apprezzare la carità, la rettitudine, la urbanità e lo studio. Se egli predica che gli uomini lascino in disparte quelle virtù, è per ritornare al Tao e al , ossia al non-essere e al non-fare; se egli ci consiglia di non amare la civiltà [p. 479 modifica]e lo studio, è per metterci su la strada del vero. Quanto a’ perversi uomini di Thsin, ben vediamo che tennero in non cale e Amore e Giustizia, ma non si dettero per questo a praticare il Tao; vediamo che abbandonarono la cortesia e lo studio, ma si tennero però ben lontani dalla verità».28

Torniamo al Tao. Dopo quanto abbiamo riferito intorno a questa espressione, mi sembra evidente di non potere star con coloro, ì quali, tenendosi all’opinione del Rémusat, chiamano i Taosi settari della Ragione, Razionalisti. Secondo questo autore il Tao vuol significare «la raison primordiale, l’intelligence qui a forme le monde, et qui le régìt comme l’esprit régit le corps».29 Egli trova che anche il λόγος di Platone, e la ragione universale di Zenone e di Cleante hanno molta analogia col Tao. Il Julien traduce di frequente il vocabolo, di cui ora discorriamo, con la parola «Via»; infatti, in alcuni passi, è questo il suo proprio significato; ma non è il solo. E il lettore che avrà percorsi i brani che abbiamo arrecati di sopra, converrà meco che è impossibile rendere correttamente una simile voce; e che il meglio da farsi è lasciarla tal quale, senza tradurla. Ma se qualche parola delle nostre si volesse far corrispondere al monosillabo Tao, io forse sceglierei «Natura»; nel senso che l’hanno usata alcuni filosofi: cioè come principio universale degli esseri, i quali emanano dal suo seno e vi ritornano: principio privo di pensiero e d’intelligenza, come appunto si dice essere il Tao. Il quale i più antichi filosofi di questa scuola lo qualificano non solo sprovvisto d’azione, ma anche di giustizia e d’intelligenza.30

[p. 480 modifica]Questa Natura taose cieca ed inerte è pertanto buona di per sè medesima. La bontà originaria della Natura è un concetto, che i seguaci del Tao hanno comune con quelli della scuola classica. Se non che, secondo gli ultimi è di mestieri all’uomo conoscere le leggi naturali, adoprarsi a osservarle, e aiutare quasi la natura stessa a operare; secondo Lao-tse, basta non opporre ostacoli di sorta al libero svolgimento di quella. Laonde Confucio vuol che l’uomo indirizzi le proprie azioni conformemente a’ naturali ordinamenti; Lao-tse predica invece l’assoluta inazione. La Natura, a suo dire, lasciata a sè stessa darebbe nascimento a un mondo sovranamente perfetto; ma gli uomini sono un impedimento alla manifestazione spontanea di lei; le loro azioni non son altro che vincoli posti alla libertà della natura.

Sembra che secondo il concetto di Lao-kün, la Natura avesse in sè stessa potenza e virtù da comporre e ordinare il mondo fisico e il morale. Ma perchè essa operi è necessario che sìa libera di commuoversi, svolgersi, e formarsi spontaneamente; laonde il Tao, il Cielo e il Santo devono con ogni possa tutelare questa sacra libertà della natura. Un ostacolo che si frapponga allo spedito e spontaneo procedere di lei, è come interrompere il continuato lavorìo della creazione. Per la qual cosa noi troviamo, nel libro del nostro filosofo, sempre ripetuta questa verità fondamentale, che il Tao, il Cielo e il Santo sono in uno stato di assoluta inazione. La sola cosa utile ed efficace, la sola cosa infallibile e onnipossente è il non-operare.31 — «Quando il Santo pratica il non-operare, ogni pubblica faccenda procede a dovere.... Colui che opera può fallire, o perder quel che [p. 481 modifica]invece ambisce acquistare; colui che si mantiene sempre nell’inazione è sicuro di giungere in ogni cosa a prospero fine. Dimanierachè il Cielo e la Terra, in virtù dell’inazione loro, fan nascer gli uomini, gli animali e tutto quel che esiste». — «Il Tao non parla, e nondimeno lo Yin e lo Yang spandono per la terra i loro germi fecondi. Il Cielo e la Terra non parlano, e pure le quattro stagioni seguono il loro corso regolare, e ogni essere viene alla vita. Il Tao e la Virtù sono inerti, e non ostante il Cielo e la Terra danno alle creature quel che loro conviene al loro perfetto incremento».32 Il Santo dunque neppur esso opera, affine di non turbare lo spontaneo procedere delle cose secondo natura.33

Lao-tse si vuole sforzare di rendere evidente, quanto più è possibile, il vantaggio dell’inazione. Ma nel mondo, dove tutto è moto, vita e lotta, era difficile trovare un immagine della quiete assoluta; eppure il nostro filosofo trovò qualcosa che dà, secondo lui, un’idea dell’utilità del «non-operare», dell’opportunità e convenienza dell’inazione. Qualità che s’avvicinano all’inazione, sono la debolezza, la docilità, la compiacenza. I Cinesi hanno una parola, jo-jou, che riunisce in un concetto solo tutti i detti requisiti; e Lao-tse l’adopra di continuo, per far vedere l’eccellenza, a cui giungono le persone o le cose che hanno siffatta virtù. Le lodi di questa qualità, sorella dell’inazione, sono frequentissime nel nostro testo; essa è portata, per cosi dire, a cielo, con una serie di paradossi; i quali, come avvertimmo, abbondano in questo singolare monumento dell’antica letteratura cinese, che [p. 482 modifica]stiamo esaminando. — «Quando gli alberi nascono, sono pieghevoli e molli; quando muoiono, sono rigidi e forti; la cedevolezza e la debolezza son le compagne della vita; la rigidità e la forza son le compagne della morte. Per la qual cosa un forte esercito non riporta vittoria;34 un albero robusto viene abbattuto. Tutto ciò che è grande e potente ha nel mondo il più basso stato; tutto ciò che è umile e debole ha in verità il più alto.35 — «La debolezza è lo stato costante del Tao: se non fosse tale non potrebbe esistere lungo tempo».36 Essa virtù è riguardata anche come quella che riconduce gli esseri al Tao, da cui sono usciti, e che fa conseguire all’uomo la perfezione. «Quanto più la volontà si fa debole, tanto più il cuore si vuota; e quando il vuoto del cuore è assoluto, l’uomo entra in quello stato di quiete perfetta, nel quale il Tao si mantiene eternamente.37

La fermezza e la forza sono vinte dalla docilità e dalla debolezza. Questa asserzione che Lao-tse ama spesso ripetere,38 si adopra anche a spiegar con un esempio. — [p. 483 modifica]«Nel mondo», «dice il nostro filosofo», «nulla è più molle e più debole dell’acqua, e pertanto essa vince i più forti ostacoli, e consuma le rocce più dure». — «Egli è perchè l’acqua è docile», «continua il commentatore». «Essa scorre in direzioni diverse, scende, s’innalza, riempie i vasi, qualunque sia la loro forma; se le opponi un ostacolo, s’arresta; se le scavi un solco, la conduci dove più ti aggrada. Frattanto sopporta le navi, sconvolge e trascina massi pesanti, scava le valli, fora le montagne: e a goccia a goccia consuma i macigni».39 — «L’uomo di gran virtù deve perciò esser come l’acqua».40

§ 3. — Veniamo ora a ragionare del savio perfetto, dell’uomo ideale, secondo Lao-tse. Per Confucio «Santo» è colui, che avendo conseguito in tutto la perfezione s’adopra incessantemente ad essere utile agli altri e a sè; per Lao-kun il «Santo», che vuol conseguire quello stesso fine, deve tenersi strettamente alla massima del «non-fare», conservarsi sempre in uno stato di quiete assoluta.

L’uomo perfetto deve possedere il Tao: cioè condursi costantemente in quella stessa maniera, in cui si condusse e si conduce il Tao nella produzione e nel mantenimento del mondo e delle creature. I pregi del «Santo» sono quelli medesimi che fanno grande e potente il Tao; laonde il suo carattere si compone di qualità tutte negative, sforzandosi d’abbandonare e perdere quelle che naturalmente lo spingerebbero a operare. — «L’uomo che conosce il Tao non parla; colui che parla non è arrivato a conoscerlo. Chiude gli occhi, e finge di non udire, se qualcosa da vedere o da udire gli si para dinanzi: si [p. 484 modifica]reprime se il desiderio di far qualcosa lo prende. Si libera da ogni legame; cerca di offuscare la sua intelligenza: si fa simile al volgo. Nel mondo tutto è indifferente per lui: e la felicità e la sventura, la povertà e la ricchezza, la gloria e l’ignominia non mutano la tranquillità del suo animo».41 — «In antico colui che praticava il Tao era così pien di mistero, che mi sarebbe impossibile di farlo del tutto conoscere. Non di meno mi sforzerò di darne un’idea. Egli era timido, come chi d’inverno s’accinge a guadare un fiume; incerto e timoroso, come se gli occhi di tutti fossero addosso a lui: grave pertanto e dignitoso, come uno straniero dinanzi al suo ospite. Egli era come un pezzo di ghiacciò che si dilegua e si disfà a poco a poco;42 ma il suo carattere era naturale e rozzo, come legno non lavorato. Egli non possedeva nulla: era come un essere vuoto: sembrava circondato di tenebre e privo d’intelligenza; si confondeva col volgo, e le sue azioni parevano non differire da quelle della comune degli uomini».43

Quantunque il nostro testo affermi, che «colui, il quale cammina pel Tao, non lascia traccie»,44 pur non ostante il Santo che pratica il Tao è proclamato modello all’universo mondo. — «Il Santo che possiede e conserva l’Unità (il Tao), è specchio al mondo. Egli non si pone [p. 485 modifica]in mostra, eppure ognuno lo conosce; non fa pubblica la propria condotta, eppure è veracemente celebre. Perchè ha merito, non è vantatore; perchè è realmente il più grande degli uomini, non è vanaglorioso. Egli non combatte mai, perciò non può essere mai vinto».45 — «Possedendo il Santo la grande immagine del Tao, tutto il mondo va a lui; e quando tutte le creature si son ricoverate in lui, egli, non che danneggiarle, dà loro la quiete de’ sensi, la pace del cuore, e la tranquillità dello spirito».46

La gran triade Cielo, Terra e Uomo, che simboleggia l’universo, formulata dalla scuola de’ letterati prendendone il concetto da’ libri classici, si trovava pure nella mente di Lao-tse. Il Tao, come abbiam veduto, è il produttore, l’ordinatore e il conservatore dell’universo, al pari del Thien, dello Shang-ti, del Thai-ki; e il «Santo» del taoismo, al pari del «Santo» del confucianesimo, è il compagno di questo lavoratore e mantenitore di tutte le cose. L’uomo perfetto, l’uomo ideale, oltre ad esser messo a pari del Cielo e della Terra,47 è anche descritto nel Tao-té-king con le medesime qualità del Tao: si può identificare con esso, e avere un’eguale potenza. Tutti gli esseri che vengono alla vita invocano l’aiuto del «Santo»; ed egli a niuno lo rifiuta, e può dar loro ciò, di cui abbisognano. «Egli fa il bene, e non se ne prevale; compie grandi cose, e non ne trae utile»,48 come poco sopra s’è detto del Tao.

«Il Santo è il più perfetto degli uomini, ma agli occhi degli altri sembra pieno d’imperfezioni. Non [p. 486 modifica]ostante la sua realtà, sembra vano; non ostante la sua rettitudine, sembra ingiusto; non ostante la sua gran mente, sembra stupido».49 — «I pensieri del Santo non sono immutabili: son quelli dell’altra gente. Egli non vuole offendere i sentimenti d’alcuno. Il Santo tratta gli uomini come se tutti fossero virtuosi e onesti. Il popolo, fanciullo!, che ha detto: questa è virtù, cotesto è vizio; il popolo, lodi o disprezzi».50

§ 4. — Il quietismo assoluto, prodotto dalla distruzione de’ desiderii, e d’ogni attività della mente e del cuore, questo stato tanto simile al Nirvâna buddhico, inculcato come, il più alto grado di perfezione umana, parrebbe che avesse dovuto condurre i seguaci del Tao a menare vita solitaria negli eremi, come i seguaci di Câkyamuni. E anche sembrerebbe naturale che nel libro di Lao-tse il consorzio umano, la società, il governo, fossero tutte espressioni che non s’avessero a trovare, salvo che per dirle cose indegne dell’attenzione del savio. S’intende che Confucio e Mencio, i quali vogliono che ognuno adoperi le proprie forze e le proprie facoltà a vantaggio di tutti, sì che l’opera d’ognuno riunita costituisca quel che si chiama vita civile, ragionino ne’ loro scritti dell’arte di governare; ma non ci aspetteremmo di certo, che Lao-tse, il quale predica il quietismo e l’inerzia, detti anche precetti per ben reggere il popolo e per formare il principe saggio: e precetti fondati su quella massima fondamentale del suo sistema di filosofia, che impone al saggio di non operare in nessuna circostanza della vita. Eppure Lao-tse, non ostante che la sua dottrina si avvicini in parte a quella di certe sètte indiane, che [p. 487 modifica]volevano la mortificazione della carne, la rinunzia ai piaceri del mondo, la morte della passione e del sentimento, non eccita l’uomo ad abbandonare il consorzio civile, e a condurre vita d’anacoreta. Lao-tse prima di tutto è cinese; e un cinese non sa concepir l’uomo fuor della società; non sa escogitare una dottrina che lo separi affatto da essa. Perciò il nostro filosofo tratta anch’egli, nel suo libro, del governo e del principe; e non c’è nulla di più stravagante che l’applicazione del suo quietismo alla politica, l’ideale della quale è pur esso il non-operare.

Vediamo or dunque che cosa egli dice a questo proposito. — «L’inazione è il mezzo di mantenersi al governo dello Stato». E il commentatore spiega: «Quando il principe osserva strettamente il precetto che lo esorta al non-operare, non mette fuori soverchio numero di Leggi, e il popolo vive in pace, e gli è affezionato; quando invece l’amministrazione della cosa pubblica, per soverchia attività de’ reggitori, diviene importuna e molesta, allora i popoli prendono in odio il sovrano, e gli si ribellano».51 Il testo poi continua: «Quanto più il sovrano dà fuori leggi, e gride, e ordinazioni, tanto più il popolo cadrà in miseria. Quanto più si darà al popolo mezzi di guadagno, tanto più cresceranno le discordie nello Stato. Quanto più il popolo sarà abile e ingegnoso, tanto più si faranno cose inutili e bizzarre. Quanto più si porterà la legge a conoscenza della gente, tanto più aumenterà in essa il desiderio di rubare. Per la [p. 488 modifica]qual cosa il santo principe pratica l’inazione; e il popolo da sè stesso si fa migliore, e da sè stesso progredisco nel cammino della civiltà».52

Il mondo va da sè, basta che non se ne turbi il procedere naturale; i sovrani e i sudditi attendino a questa gran verità: ecco in che consiste tutta la politica di Lao-kün. — «Se i re e i principi vassalli si atterranno al non-fare, tutte le genti, spontaneamente, a poco a poco, entreranno nella via, che conduce a quella maniera di perfezione che lor conviene. Ma può accadere, che il popolo giunto al suo proprio stato di ben’essere, venga commosso da nuovi desiderii e da nuove passioni; ed ora volendo far bello quel che è di natura soltanto vero, ora complicato quel che é al tutto semplice; accrescendo valore alle cose da poco, dando prezzo alle cose da nulla, può accadere, dico, che si renderà di nuovo infelice. Stia, dunque all’erta il savio principe; e sradichi fin dal lor germogliare le mal’erbe dal suo campo. Il Tao, l’ente senza-nome, che si manifesta col non-fare, solo esso può dominare la forza delle passioni. Ma non si desideri nemmeno il Tao; chi è disposto a desiderarlo, è in pericolo d’avere altri desiderii ancora. Il Tao verrà a noi, tosto che in noi ogni desiderio sarà spento. Allora soltanto potremo godere veracemente la pace; allora governi e popoli diverranno spontaneamente giusti e felici».53

Render possibile la società, e società civile, non comunità, di religiosi, spentì che sian negli uomini i germi de’ desiderii, è certo la più strana fra le tante strane cose che si leggono nel libro del nostro filosofo. Questo [p. 489 modifica]miracolo, che al dir di Lao-tse viene operato dal Tao, è indubitatamente il più grande fra tutti i miracoli, che furono attribuiti dagli uomini a’ più potenti degli Dei.

Secondo Lao-tse i primi sovrani della Cina praticavano il Tao; cioè a dire si mantenevano nella più assoluta inazione, e l’impero, per questo, prosperava tranquillo. — «Nella più remota antichità il popolo sapeva appena che vi fossero principi; in appresso si cominciò a lodarli e ad amarli; poi, a temerli: più tardi si disprezzarono».54 — «I principi del tempo antico», «vien fuori a dire la parafrasi del testo», «osservavano il non-operare, e nessuna traccia lasciavano del loro governo. Quelli che vennero dietro ad essi, erano uomini di merito assai minore; vollero governar con l’amore, con la rettitudine, e con le altre virtù, delle quali ci han lasciato il nome. Il popolo li pregiò molto, e fu loro molto affezionato. Ed ecco che dopo questi vennero altri, i quali credettero bene di corregger la gente; in quanto che l’amore, la rettitudine e le altre virtù avevano perso la loro efficacia; e allora fecero leggi, e imposero punizioni. Il popolo cambiò di fuori, ma dentro rimase lo stesso: solo, prese a temere i governanti. Quelli che successero poi furono i peggiori: in quel tempo non solamente la virtù, ma anche la forza aveva perso efficacia».55

L’umiltà, la condiscendenza, la docilità e le altre doti, che s’avvicinano all’inazione, sono da Lao-tse altamente pregiate nel governo degli Stati. A questo proposito così egli si esprime: — «Un gran reame non deve mostrarsi orgoglioso e prepotente, ma fingersi umile. Il mare e [p. 490 modifica]i grandi fiumi sono sempre più bassi de’ torrenti, de’ fossi e de’ rigagnoli; ed è per questo appunto che tutte le acque corrono a’ fiumi, corrono a’ mari. La femmina non è certo più forte del maschio, e pure con la docilità, con la dolcezza lo soggioga e lo vince; or questa docilità, questa dolcezza non sono esse nella femmina una maniera d’addimostrarsi inferiore? Tal’è d’un principe d’un vasto regno; s’egli sarà dolce, tranquillo, umile dinanzi a’ piccoli Stati, gli attrarrà a sè a poco a poco».56

Sarà facile indovinare, da quanto abbiamo riferito, che Lao-tse non dev’essere amico della guerra; pertanto non dispiacerà saper la sua opinione da lui stesso. — «I ministri, dice, non devono rendere i sudditi obbedienti al sovrano con la spada;57 imperciocchè i sudditi rendono quel che vien dato loro.58 Quando il bisogno è estremo, quando il paese é in tal pericolo che non si scansi che con le armi, un colpo vigoroso, decisivo, e basta. Perchè portare la strage e la morte per tutta la terra? I nomi d’invitto, di glorioso, di grande, acquistati a tal prezzo, son nomi d’obbrobrio.... Quei deserti eran campi biondeggianti di messi, dove hanno accampato soldati. La miseria e la fame che affliggono il vostro popolo, son frutto delle vostre gloriose imprese guerresche».59

[p. 491 modifica]In quanto alla pena di morte, sarà anche facile argomentare che Lao-hün era propenso a crederla inutile. Ecco come espone un commentatore il luogo del testo risguardante cosiffatto soggetto: — «Questo capitolo si propone di dimostrare l’inefficacia delle leggi penali. Se il popolo temesse da vero la morte, il timore di quella potrebbe trattenerlo dal mal fare. Ma invece i delitti aumentano, quanto più aumentano i gastighi e le esecuzioni capitali. Chi più de’ principi della dinastia dei Thsin usò supplizi atroci per frenare i rivoltosi e i ribelli?; e qual numero di ribelli e di masnadieri ci fu maggiore, che in que’ tempi sventurati? Il popolo non teme la morte; perchè dunque spargere inutilmente il sangue, quand’osso non giova a ristabilire l’ordine e la tranquillità nello Stato? Il Cielo soltanto è arbitro sapiente della vita degli uomini; come soltanto il boscaiolo esperto può tagliare gli alberi della foresta. Se tu vorrai fendere il tronco d’un albero, senza saper tener l’ascia in mano, correrai rischio di tagliarti un piede. I principi non sanno distribuire la morte: sono boscaioli inesperti che fallano i colpi a lor danno».60

Altri pensieri risguardanti il governo, i quali io non starò ad arrecare qui, si trovano nel Tao-té-kìng. Ce ne son de’ bizzarri, e ce ne sono de’ veramente giusti; ma tutti addimostrano la singolarità dell’ingegno di questo filosofo. Riferirò due soli passi, per terminar l’argomento, che meritano d’esser conosciuti. — «Colui che vuol governare un popolo, deve far come chi vuol friggere un piccolo e delicato pesciolino».61 Il commentatore si [p. 492 modifica]prende la pena di spiegare questa stravagante similitudine. — «Quando alcuno cuoce un pesce piccolino, egli dice, non fa come quando ne cuoce uno grosso: non gli leva cioè le interiora, e non gli toglie via le scaglie; ma lo mette intero intero nella padella, e lo rivolta con la massima delicatezza, per non lo sciupare». — E altrove si trova scritto: — «I principi e i re, a guardar bene, non esistono. Principe e re son nomi collettivi di Popolo; come Cocchio è il nome collettivo di tutti i diversi pezzi che lo compongono. Se tui fai attenzione a’ pezzi, avrai le ruote, il timone, l’asse, i mozzi è va’ dicendo, ma non avrai il Cocchio; se fai astrazion delle parti, allora avrai il Cocchio. Il quale per quanto bello e magnifico sia, non è tale, che per l’unione di molte cose piccole e umili, di nome diverso».62

§ 5. — In mezzo alle pagine di Lao-tse, le quali siamo andati ora sfogliando, e dove si alternano paradossi e verità incontrastabili, pensieri or bizzarri or giusti, concetti fanciullescamente ingenui e osservazioni acute e sottili, in mezzo a tutto questo non mancano belle massime morali, che appaiono come necessario ornamento degli ottantun capitoli che compongono la detta scrittura. Innanzi tratto è da avvertire, che il nostro filosofo si addimostra nemico de’desiderii e della carne, da quanto il religioso Gâutama e tutti gli asceti, che menarono vita contemplativa sulle rive del Gange. Confucio e Mencio, al pari d’ogni solenne maestro di morale, furono anch’essi nemici delle concupiscenze; ma eglino vogliono il governo delle passioni e de’ sentimenti; quegli altri ne vogliono la morte.

Il Tao, che è il non-essere e il non-operare, è [p. 493 modifica]naturalmente ancora senza desiderii;63 e il savio che vuol possederlo, deve spogliarsi al tutto d’ogni concupiscenza:64 anzi abbiam visto, che nemmeno è permesso il desiderio d’acquistarlo.65 «Con pochi desiderii ci avviciniamo al Tao, con molti ce n’allontaniamo.66 Per la qual cosa, siccome l’uomo che si dà allo studio ogni giorno aumenta in sapere, cosi chi si dà al Tao diminuisce ogni giorna la propria energia: diminuisce, diminuisce fin che arriva all’inazione assoluta.67 Allora l’uomo gode perfettissima quiete».68

La distruzione assoluta del desiderio nel cuore umano è in vero soltanto inculcata a colui che vuol diventar «Santo», che vuol giungere all’apice della perfezione taose. Ma anche gli uomini sommamente pii s’arrestano spesso prima d’arrivare alla santità; la quale, in ogni religione, costa pel solito troppe privazioni delle cose del mondo, in cui si vive. Per questi cotali che si contentano d’esser solamente buoni, lasciando agli altri la santità, vi sono massime, le quali essi devono aver molto a caro. Il nostro filosofo, per esempio, raccomanda di contentarsi del proprio stato: cosa che si sa benissimo, ridetta tantevolte, ma che non è ripetuta mai abbastanza. Raccomanda ancora, a chi vuol vivere fuor degl’impicci, di cui son seminate tutte le vie del mondo, di non uscir mai da una condizione modesta. L’aurea mediocrità! cosa anch’essa conosciutissima per buona; ma che anch’essa non è mai apprezzata abbastanza, nè abbastanza lodata. — «Non v’è [p. 494 modifica]maggior male che darsi a desiderii smodati; maggiore sventura che non bastare a sè stesso. Chi si contenta di quel che ha, non sarà mai infelice».69 — «Fuggi gli onori, la gloria, le passioni, i piaceri, come i tuoi più grandi nemici».70 — E poi altre massime di simil genere, che io tralascio. Ma non voglio però tralasciare alcuni pensieri morali, co’ quali mi par terminar bene questo capitolo.

«Le grandi passioni son fonte di grandi dolori».71

«L’umiltà è la virtù che maggiormente esalta l’uomo».72

«Rendi bene per male».73

«Provvedi ad arrestare il male prima che esso sia veramente tale; sta’ in guardia a frenar le passioni, appena appena ti agitano».74

«Non imprendere cose grandi e difficili a un tratto: comincia dalle agevoli e dalle piccole, e procedi con costanza. Una vigorosa quercia è nata da una radichetta come un capello; un’altissima torre è sorta da una manciata di terra; un viaggio di mille miglia è incominciato con un passo».75

«Qual cosa stimi più, te stesso o la tua fama? Qual cosa pregi più, la tua persona o le tue ricchezze? Se ami più te stesso, e se dai più prezzo a te che a’ tuoi danari; perchè corri continuo rischio di perderti, per acquistare e gloria e ricchezze?».76

[p. 495 modifica]Alcuni passi del libro di Lao-tse, che io ho lasciati fuori, darebbero occasione ad alcune questioni; le quali, anche se riescisse a noi di risolvere, il che siam lontani dal credere, richiederebbero molto più tempo e più spazio, di quello che oramai è a nostra disposizione. Rimettendo ciò ad altra occasione, nel capìtolo seguente porremo termine a questa rapida esposizione del sistema taose, con la disamina d’un altro testo, che nella letteratura sacra de’ seguaci del Tao tiene il secondo posto.


Note

  1. Le livre de la voie et de la vertu, compose dans le VI siècle avant l’ère chrétienne, par le philosophe Lao-tseu, traduit en frangais et publié avec le texte chinois et un cominentaire perpetuel par Stanislas Julien, Paris, 1842, pag. xxxv.
  2. Tao-té-king, cap. lxxviii, in fine.
  3. Ibidem, capitoli xix, lviii, lxviii, lxxvi.
  4. Vedi pag. 276 e seg.
  5. Vedi pag. 34 e seg.
  6. Tao-jên, secondo i dizionari indigeni, è colui che ha acquistato il Tao o la Bôdhi; Tao-cê, colui che, abbandonato il mondo, s’è dato alla ricerca della scienza, Bôdhi; Tao-shi è colui che pratica il Tao, ed è il termine usato per designare i seguaci delle dottrine di Lao-tse.
  7. Tao-té-king, capitoli iv e xxi.
  8. Ibidem, cap. xiv.
  9. Ibidem, cap. xxxv.
  10. Ibidem, cap. xiv.
  11. Ibidem, cap. xxxii.
  12. In cinese Ming «Nome», parola composta di due elementi, uno che vuol dire «notte», l’altro che vuol dir bocca; perchè, dicono i dizionarii, l’oscurità della notte, impedendo agli uomini di vedersi l’un l’altro, sono costretti ad adoperar la bocca, e nominarsi. Khang-lisi-tse-tien, clas. 30, fol. 11 v.
  13. Tao-té-king, cap. i.
  14. Ibidem, cap. lii.
  15. Ibidem, cap. xxv.
  16. Ibidem, cap. xxi.
  17. Ibidem, cap. xxxix.
  18. Ibidem, cap. xxxiv.
  19. Tao-té-king, cap. li.
  20. «Quando (il Tao) ha fornito di pregi una creatura, non la riguarda come cosa sua: ama nutrirla e allevarla, ma non farsene signore». Cap. xxxiv. — «Egli (il Tao) produce gli esseri, e non li riguarda come sua proprietà; li benefica, e non esige da essi riconoscenza; è il potente fra essi, ma non se ne crede il padrone». Cap. x.
  21. Ibidem, cap. xl.
  22. Ibidem, cap. xxv.
  23. Ibidem, cap. xxxii.
  24. Tao-té-king, cap. xlii.
  25. Ibidem, cap. xlii, Commento.
  26. Tao-té-king, cap. xxxviii. Conf. anche il cap. xviii.
  27. Vedi i Commenti al cap. xxxviii ora citato.
  28. Tao-té-king, commento al cap. xxxviii.
  29. Rémusat, Mémoire sur Lao-tse, pag. 19.
  30. Vedi Julien, op. cit., pag. xiii.
  31. Tao-té-king, cap. xxxviii, xliii, xlviii, lxiv, lxxiii e altrove.
  32. Tao-tè-king, commento al cap. xliii.
  33. Ibidem, lxiv.
  34. Il commentatore spiega così questo passo: «Un forte esercito, fiducioso di sè, combatte alla leggera; e non badando che a uccìdere, e a sparger da per tutto desolazione e stragi, si fa nemica ogni gente. Gl’inermi allora si uniscono a difesa comune; e l’unione dei deboli divien cosi la forza che abbatte i vigorosi e i potenti».
  35. Ibidem, cap. lxxvi. — Il commentatore illustra quest’ultimo passo, come segue: «Gli esseri che son forti e vigorosi son per perdere la loro armonia vitale, e morire: è dunque giusto che e abbian di fronte agli altri un grado inferiore. Quelli che son molli e deboli, son per possedere a pieno l’armonia vitale, l’apogeo della vita; perciò devono esser riguardati superiori agli altri». Conf. anche il cap. xxx, in fine.
  36. Ibidem, cap. xl e commento.
  37. Ibidem, Commento al cap. xl.
  38. Conf. i capitoli xxxvi e xliii.
  39. Tao-té-king, cap. lxxviii.
  40. Ibidem, cap. viii.
  41. Tao-té-king, cap. lvi.
  42. «L’uomo appena nato, dice il commentatore, è come un gran vuoto; a poco a poco si condensa e prende corpo, in quella maniera che l’acqua diventa ghiaccio. Perciò colui che pratica il Tao procura di liberarsi del corpo per rendersi all’essenza primitiva, come il ghiaccio si fonde per divenire acqua».
  43. Tao-té-king, cap. xv. — Così intendono alcuni commentari l’ultimo passo di questo brano, del resto assai oscuro nel testo.
  44. Ibidem, cap. xxvii.
  45. Tao-té-king, cap. xxii.
  46. Ibidem, cap. xxxv.
  47. Conf. cap. v e vii.
  48. Ibidem, cap. lxiv.
  49. Tao-té-king, cap. xlv.
  50. Ibidem, cap. xlix e commento.
  51. Questo stesso concetto è ripetuto anche in altro capitolo. «Quando il governo è amministrato con liberalità e indulgenza, il popolo gode vita quieta e agiata; ma quando l’amministrazione è minuziosa, prolissa e molesta, il popolo impicciato a ogni passo non può nemmeno guadagnarsi onestamente la vita». Ibidem, cap. lviii, commento.
  52. Tao-té-king, cap. lvii.
  53. Ibidem, cap. xxxvii e commento.
  54. Tao-té-king, cap. xvii.
  55. Ibidem, cap. xvii, commento.
  56. Tao-té-king, cap. lxi. Conf. anche il cap. xxviii.
  57. Dice un commentatore: «Le armi sono istrumenti di desolazione; non si devono usare altro che quando si rendono necessarli: per esempio, affine d’intimorire i tiranni del popolo».
  58. «Chi ferisce di spada, perirà di spada». Lo stesso pensiero è espresso da Mencio: «Quel che vien da voi, ritornerà a voi», per dire che gli uomini restituiscono o il bene o il male che si fa loro.
  59. Tao-té-king, cap. xxx. Conf. anche il cap. xxxi.
  60. Tao-té-king, cap. lxxiv e commento.
  61. Ibidem, cap. lx.
  62. Tao-té-king, cap. xxxix e commento.
  63. Tao-té-king, cap. xxxiv.
  64. Ibidem, cap. lxiv.
  65. Vedi pag. 488.
  66. Tao-té-king, cap. xxii.
  67. Ibidem, cap. xlviii.
  68. Ibidem, cap. xxxvii.
  69. Tao-té-king, cap. xlvi.
  70. Ibidem, cap. xiii.
  71. Ibidem, cap. xliv.
  72. Ibidem, capitoli lxi, lxvi, lxxviii.
  73. Ibidem, cap. lxiii.
  74. Ibidem, cap. lxiv.
  75. Ibidem, cap. lxiii, lxiv.
  76. Ibidem, cap. xliv.