Il Circolo Pickwick/Capitolo 14

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Contenente una breve descrizione della compagnia riunita al Paone, ed il racconto del corriere

../Capitolo 13 ../Capitolo 15 IncludiIntestazione 14 agosto 2010 75%

Charles Dickens - Il circolo Pickwick (1836)
Traduzione dall'inglese di Federigo Verdinois (1904)
Contenente una breve descrizione della compagnia riunita al Paone, ed il racconto del corriere
Capitolo 13 Capitolo 15

È cosa piacevole volgersi dal contemplare la lotta e il trambusto della vita politica al tranquillo riposo della vita privata. Il signor Pickwick s’era abbastanza acceso all’entusiasmo del signor Pott, per dare tutto il suo tempo e la sua attenzione alle operazioni elettorali, delle quali il capitolo precedente offre una descrizione compilata delle sue stesse memorie. Nè già, mentre egli era intento a questo, se ne stava in ozio il signor Winkle. Impiegava tutto il suo tempo in piacevoli passeggiate e brevi escursioni campestri in compagnia della signora Pott, la quale non mancava mai, quando le si presentava il destro, di cercare un qualche sollievo alla fastidiosa monotonia che così spesso la facea lamentare. Avendo così i due amici trovato la loro nicchia in casa del direttore, i signori Tupman e Snodgrass si vedevano ridotti a dover contare sulle proprie risorse. Prendendo alla pubblica cosa uno scarso interesse, ingannavano le ore con quei passatempi che il Paone offriva, i quali si limitavano ad un giuoco di trottola al primo piano e ad un giuoco di birilli nel cortile. Nella scienza e nei segreti di questi due giuochi, che sono molto più astrusi di quanto si creda dalla comune degli uomini, furono gradatamente iniziati dal signor Weller, che li conosceva profondamente. Così, benchè privati in gran parte della compagnia del signor Pickwick, potevano ingegnarsi in modo da passar benino la loro giornata senza starsene a dirittura con le mani in mano.

Era però nelle ore della sera che il Paone offriva tali divertimenti da far sì che i due amici potessero anche resistere agli inviti del dotto, benchè verbosissimo Pott. Era la sera che nella sala commerciale si riuniva una brigata amichevole, della quale il signor Tupman si compiaceva di osservare i caratteri e i modi, e il signor Snodgrass di registrare i detti e le azioni.

Si sa bene che cosa siano questa sorta di luoghi. Il camerone del Paone non differiva punto all’aspetto dagli altri soliti; era cioè una gran sala nuda, la cui mobilia era stata certamente migliore quand’era più nuova, con un tavolone nel mezzo, una collezione svariata di tavolini negli angoli, uno strano assortimento di seggiole spaiate, ed un vecchio tappeto turco sull’impiantito che faceva, in proporzione della camera, quella stessa figura che avrebbe fatto il fazzoletto di una signora posto per tappeto nel casotto d’una sentinella. Le pareti erano ornate di una o due grandi carte geografiche; e vari rozzi pastrani, sciupati dal mal tempo e con baveroni molto intricati, pendevano da una lunga fila di pioli in un angolo. Sulla mensola del caminetto si vedevano un calamaio di legno con entro un tronco di penna ed una mezza ostia, una Guida pei viaggiatori, una storia della Contea meno la copertina, e gli avanzi mortali di una trota in un feretro di vetro. L’atmosfera era impregnata dal fumo di tabacco, che avea già comunicato una certa tinta grigiastra a tutta la camera, e più specialmente alle tende rosse e polverose che pendevano alle finestre. Sulla credenza, un miscuglio di articoli di varia natura, fra i quali i più cospicui erano alcuni vasetti di salsa di pesce, due o tre fruste, altrettanti scialli da viaggio, una collezione di coltelli e di forchette, e la mostarda.

Qui appunto i signori Tupman e Snodgrass stavano seduti la sera dopo l’elezione, in compagnia di altri passeggieri, fumando e bevendo.

— Ebbene, signori miei, — disse un uomo sui quaranta, robusto, bruciato dal sole e con un occhio solo, — un occhio lucido e nero, che brillava con un’espressione maliziosa di canzonatura e di buon umore, — alla salute delle nostre eccellenze, signori. Io propongo sempre questo brindisi alla compagnia, e bevo alla salute di Marietta. Eh, Marietta?

— Via di qua, birbone, — disse la fantesca, non affatto scontenta però, a quanto si vedeva chiaro, del complimento.

— Non ve n’andate, Marietta, — disse l’uomo dall’occhio nero.

— Lasciatemi stare, noioso, — disse la giovane.

— Va bene, va bene, — disse il guercio alla ragazza che usciva dalla camera. — Vengo subito, Marietta, non dubitate. State allegra.

E così dicendo, compiè l’operazione punto difficile di strizzare il suo unico occhio alla compagnia con indicibile diletto di un vecchiotto dal viso sudicio e con una pipa di gesso fra i denti.

— Curiose creature le donne, — disse, dopo un momento, l’uomo dal viso sudicio.

— Ah sì! non c’è che dire, — esclamò di dietro al suo sigaro un uomo molto rosso in viso.

Dopo questo piccolo saggio di filosofia, vi fu un’altra pausa

— Badiamo però, ch’ei si danno a questo mondo dell’altre cose molto più curiose delle donne, — disse il corriere, l’uomo dall’occhio nero, caricando lentamente una grossa pipa olandese.

— Siete ammogliato? — domandò quell’altro.

— Non posso dire di sì.

— L’avevo indovinato.

E l’uomo dal viso sudicio, tutto lieto della sua bella risposta, si abbandonò ad una rumorosa ilarità, alla quale si unì un signore dalla voce blanda e dalla fisonomia pacifica, che avea per massima di trovarsi sempre d’accordo con tutti.

— Checchè se ne dica, signori, — venne su l’entusiastico Snodgrass, — le donne sono il sostegno e la poesia della nostra esistenza.

— Precisamente, — disse il signore tranquillo.

— Quando però sono di buon umore, — osservò l’uomo dal viso sudicio.

— E questo è verissimo, — approvò la voce blanda.

— Respingo questa restrizione! — riprese il signor Snodgrass che tornava col pensiero ad Emilia Wardle; — la respingo con indignazione. Mostratemi l’uomo che sparla delle donne, come donne, ed io dichiaro francamente ch’egli non è un uomo.

E il signor Snodgrass, togliendosi il sigaro dalla bocca, diè un gran pugno sulla tavola.

— Ecco un argomento solido, — disse il signore pacifico.

— Contenente un’asserzione che io nego, — interruppe quegli dal viso sudicio.

— E c’è anche una gran parte di verità in quel che voi osservate, signore, — disse il signore pacifico.

— Alla vostra salute, signore, — riprese il guercio, volgendo un’occhiata di approvazione al signor Snodgrass.

Il signor Snodgrass ringraziò.

— A me mi piace sempre di sentire di questi discorsi, — proseguì il corriere; — un argomento interessante, capite. Ci s’impara sempre qualche cosa. Giusto questa discussioncella sulle donne mi ha fatto venire in mente una certa storia che contava un mio zio, epperò ho detto poco fa che si danno al mondo delle cose molto più curiose delle donne.

— Vorrei sentirla cotesta storia, — disse l’uomo rosso dal sigaro.

— Davvero? — replicò il guercio, continuando a tirare delle gran boccate di fumo.

— Ed anch’io, — disse il signor Tupman, parlando per la prima volta. Egli mirava sempre ad accrescere la sua dose di esperienza.

— Davvero, davvero? Ebbene, ve la dirò. No, no. Son sicuro che non ci crederete, — disse l’uomo dall’occhio malizioso, volgendosi al signor Tupman e rendendo quell’organo più malizioso che mai.

— Se voi dite ch’è vera, ci crederò di certo, — disse il signor Tupman.

— Bene, quando è così ve la dico. Avete mai inteso a parlare della casa Bilson e Slum? Una gran casa. Ma non importa che ne abbiate o non ne abbiate inteso a parlare, perchè gli è un gran pezzo che si son ritirati dal commercio. Fanno ormai ottant’anni che il fatto accadde ad un commesso viaggiatore della casa; ma questi era tutt’una cosa con mio zio, e mio zio ha poi contato la storia a me. Si chiamava Tom Smart, un nome curioso, ed egli la diceva press’a poco come ve la dico io, e la chiamava

La storia del corriere.

"Una sera d’inverno, verso le cinque, proprio nel punto che cominciava ad imbrunire, si sarebbe potuto vedere, sulla strada che attraversa il piano di Marlborough, un biroccino con dentro un uomo che correva in direzione di Bristol e dava sodo con la frusta al cavallo affaticato. Dico che si sarebbe potuto vedere, e certamente sarebbe stato veduto, se si fosse trovato a passar qualcuno che avesse avuto gli occhi in fronte; ma il tempo era così cattivo, e la sera così umida e fredda, che non c’era da trovar fuori altro che acqua. Sicchè il viaggiatore andava avanti nel mezzo della via solitaria e malinconica, e nessuno lo vedeva. Se un qualunque corriere di allora avesse visto un momento quel rompicollo di biroccino, con la cassa color creta e le ruote rosse, con quella giumenta baia, lunga, ossuta e viziosa, che andava di buon passo e pareva una specie d’incrociatura tra un cavallo di beccaio e una rozza della piccola posta, avrebbe capito subito che il viaggiatore non poteva essere altri che Tom Smart, della gran casa Bilson e Slum, Cateaton street, City. Però, siccome di corrieri che guardassero non ce n’era, nessuno sapeva niente della cosa; e così Tom Smart e il suo biroccino grigio e rosso e la giumenta capricciosa se n’andavano avanti, tenendosi il segreto fra loro, e nessuno ne sapeva un tanto di più.

"Vi sono molti posti, anche in questo mondaccio, più piacevoli del piano di Marlborough quando il vento tira forte; e se ci mettete per giunta una serataccia d’inverno, una strada rotta e pantanosa, una pioggia fitta che non vi dico, e vi ci provate da voi stesso, tanto per far la prova, allora capirete tutta la forza della mia osservazione.

"IL vento soffiava, non già di dietro o di faccia, che già non è mica una bella cosa, ma proprio di traverso, mandando giù la pioggia come le righe che ci tiravano nei quaderni di scuola per le aste. Per un po’ si chetava; e il viaggiatore incominciava a lusingarsi che per la gran furia di prima se ne fosse andato a letto. Ma sul più bello, ecco che lo sentiva sibilare e urlare di lontano, e da capo se ne veniva a precipizio scavalcando le colline, spazzando la pianura, fischiando e soffiando più forte quanto più s’avvicinava, fino a che veniva a sbattere contro l’uomo e il cavallo, spingendo loro la pioggia nelle orecchie e soffiando il suo alito guaccio e umido nell’ossa loro; e poi passava oltre e se ne andava mugolando e rumoreggiando, come se li volesse canzonare, come se ridesse della loro debolezza e fosse tutto tronfio della sua forza e del suo potere.

"La giumenta baia, con le orecchie basse, sguazzava nella mota e nell’acqua, e di tanto in tanto scrollava la testa come per esprimere il suo disgusto a questa condotta sconvenientissima degli elementi. Andava però sempre di buon passo, quando una ventata più furiosa delle altre la fece fermare di botto. Si puntò sulle quattro zampe per non esser portata via. E fu una grazia di Dio che facesse così, perchè se il vento l’avesse portata via, era così leggiera la giumenta, e così leggiero il biroccino, e Tom Smart anche lui così leggiero, che sarebbero volati tutti come una piuma fino ai confini della terra o fino a che il vento non dava giù; e nell’uno o nell’altro caso è probabile che nè la giumenta, nè il biroccino grigio e rosso, nè Tom Smart, sarebbero mai più stati buoni a nulla.

"— Accidenti alle mie staffe e ai miei baffi! — gridò Tom Smart, che aveva qualche volta la brutta abitudine di attaccare i suoi bravi moccoli, — accidenti alle mie staffe e ai miei baffi! —dice Tom, — se non gli è un bel tempo questo, voglio essere soffiato a morte.

"Voi forse mi domanderete com’è che Tom Smart dopo tanto vento che gli soffiava da tutte le parti, volesse proprio sottomettersi allo stesso processo di ventilazione. Per me, non lo so; quello che so io è questo che Tom Smart disse così, — o almeno così diceva sempre a mio zio di aver detto, il che torna precisamente lo stesso.

"A morte, — dice dunque Tom Smart; e la giumenta nitrì come se fosse della stessa opinione del padrone.

" — Sta su, zitellona, — disse Tom accarezzando la giumenta baia sul collo col manico della frusta. — Non serve andare avanti con una notte come questa; tiriamo alla prima casa che si trova, sicchè più corri e più presto ci siamo. Da brava, così, da brava, zitellona mia!

"Sia che la giumenta fosse così pratica dei vari toni della voce di Tom da capire quel che voleva dire, sia che sentisse più freddo a star ferma che a muoversi, questo poi non ve lo so dire. Certo è che Tom aveva appena finito di parlare, che la bestia rizzò le orecchie e pigliò una scappata che facea ballare e scricchiolare il biroccino come se ad ogni momento tutti i raggi rossi delle ruote avessero a schizzare qua e là per la pianura di Marlborough; e lo stesso Tom, per bravo cocchiere che fosse, non potette nè fermarla nè farla andar piano, fino a che non si fu fermata, di capo suo e senza che nessuno gliel’avesse detto, davanti ad un’osteria a dritta della strada, all’incirca un mezzo quarto di miglio passata la pianura.

"Tom dette una mezza guardata di sopra in sotto alla casa, gettando le redini al garzone di stalla e la frusta nel biroccino. Era una curiosa stamberga, vecchia, impastata come a dire di ciottoli, e con certe travi incrociate, con gli sporti di su le finestre che facevano come tante tettoie sulla strada, ed una porticina bassa sotto un’arcata scura, e un par di scalini dirupati che scendevano nella casa invece di quella mezza dozzina di scalini che usa ora e che vanno in su anzi che in giù. L’aspetto non era poi tanto birbone, perchè si vedeva dalla finestra della sala una bella luce allegra che illuminava la strada e arrivava fino alla siepe di faccia; e poi da un’altra finestra si vedeva un chiarore tremolante, un po’ debole, un po’ che parea volesse bruciar le tendine abbassate, e che facea capire di un gran fuoco che ardeva dentro. Notando questi piccoli segni con l’occhio di un consumato viaggiatore, Tom smontò alla svelta, per intirizzite che avesse le gambe, ed entrò nella casa.

"In meno di cinque minuti Tom s’era situato nella sala di faccia al banco — proprio la sala dove s’era figurato che ci avesse ad essere il fuoco — davanti a un bel fuoco scoppiettante, composto di una buona misura di carboni e di tanta legna e fascinotti da farne una mezza dozzina di fratte decenti, ammontati nel caminetto e che facevano un cigolio e uno scoppiettio da scaldare il cuore di qualunque persona ragionevole. E questa era una bella cosa, ma non era mica tutto; perchè c’era poi una ragazzotta azzimata, con un par d’occhi lucenti e un piedino da farne un boccone, che stendeva una tovaglia di bucato sulla tavola; e siccome Tom s’era messo a sedere coi piedi nelle pantofole e le pantofole sugli alari e con le spalle alla porta aperta, vedeva nello specchio del caminetto una bella prospettiva del banco dell’ostessa, con tante file di bottiglie verdi con le scritte dorate, e vasetti di sottaceto e di conserve, e formaggi e prosciutti, e manzo affumicato, aggiustati sulle scansie che era una vera delizia e una tentazione. E anche questa era una bella cosa; ma nemmeno questo era tutto; perchè, dietro il banco, se ne stava a prendere il suo tè, seduta davanti ad un amore di tavolinetto e vicino ad una vera grazia di fuocherello, una vedovella appetitosa che poteva avere i suoi quarantotto anni o giù di lì, con una faccia allegra come era allegro il banco, e che era senza dubbio la padrona della casa e l’assoluta governatrice di tutte quelle belle possessioni. C’era soltanto un fondo scuro, una brutta ombra che sciupava la bellezza di tutto il quadro; ed era un uomo lungo e grosso, — un omaccio, — con un soprabito scuro a bottoni di metallo, baffi neri e capelli neri e ricciuti, che teneva compagnia alla vedova, e che si vedeva chiaro l’andava persuadendo a non esser più vedova e a dare a lui il privilegio di sedere a quel banco, vita natural durante.

"Tom Smart non era mica invidioso e nemmeno bilioso; ma in un modo o nell’altro, l’uomo lungo dal soprabito nero coi bottoni di metallo gli mosse dentro quel po’ di fiele che si trovava di avere, e lo fece arrabbiare sul serio, tanto più che gli veniva fatto di vedere di tanto in tanto, dal suo posto davanti allo specchio, certe piccole familiarità affettuose tra l’uomo lungo e la vedova, le quali mostravano chiaro che l’uomo lungo pigliava tanto posto nelle buone grazie della vedova per quanto posto pigliava quel suo corpaccione. Tom gli piaceva il ponce caldo, — posso anche dire il ponce caldo; gli piaceva assai, — sicchè, dopo ch’ebbe dato un occhio alla giumenta e visto che avea mangiato bene e s’era coricata meglio, e dopo aver sparecchiato fino all’ultima briciola il pranzetto squisito che la vedova stessa gli avea preparato con le proprie mani, Tom ordinò un bicchiere di ponce, tanto per provare. Ora, se c’era cosa in tutta l’arte casalinga che la vedova sapesse manipolare meglio d’un’altra, era precisamente quest’articolo, e il primo bicchiere andò così a genio di Tom, che egli ne ordinò subito subito un secondo. IL ponce caldo signori miei è una bella cosa, — una cosa eccellente in qualunque circostanza, — ma in quel salottino, davanti a quella fiammata, col vento che soffiava di fuori e faceva scricchiolare l’ossatura stessa della vecchia baracca, Tom Smart lo trovò a dirittura delizioso. Ne ordinò un altro bicchiere, e poi un altro — non son proprio certo che non ne ordinasse dopo anche un altro — ma il certo è che più ponce beveva e più gli stava davanti agli occhi l’uomo lungo.

"— Sfacciato maledetto! — diceva da sè a sè Tom Smart; — che ci ha egli da vedere dietro a quel banco? È brutto come la peste, anche! Se la vedova avesse un briciolo di gusto, potrebbe raccattare un fusto un po’ meglio fatto di quell’animale.

"Qui gli occhi di Tom passarono dallo specchio del camino al bicchiere sulla tavola, e siccome si sentiva venir dentro il sentimento, vuotò il quarto bicchiere di ponce e ne ordinò un quinto.

"Tom Smart, signori, era sempre stato molto portato alla vita pubblica. Avea sognato per tanto tempo di stare dietro un banco di sua proprietà, vestito di un bel soprabito verde, calzoni di velluto e stivali a tromba. Aveva una grande idea di stare a capo tavola in qualche desinare di gala, e spesso aveva pensato come avrebbe parlato bene in una sala propria e che esempio avrebbe potuto dare ai suoi avventori quando si trattasse di alzare il gomito. Tutte queste cose gli passavano e ripassavano nella testa, mentre se ne stava a bere il suo ponce davanti al fuoco, e naturalmente si sentiva montar la mosca al naso che l’omaccio lungo si trovasse lì lì per essere il padrone di una casa di quella fatta, mentre egli, Tom Smart, se ne trovava più lontano che mai. Sicchè, dopo avere un po’ deliberato sopra gli ultimi due bicchieri per vedere se non aveva tutte le ragioni del mondo di attaccar briga con l’omaccio lungo per la birbonata di aver carpito le buone grazie di quel bocconcino di vedova, Tom Smart arrivò finalmente a questa conclusione soddisfacente ch’egli era un uomo molto perseguitato e maltrattato dalla sorte e che valeva meglio andarsene a letto.

"La vispa ragazzotta accompagnò Tom su per una scala larga ed antica, facendo da paralume con la mano alla candela per difenderla dalle correnti d’aria, le quali in una baracca sgangherata come quella avrebbero avuto tutto il posto per darsi bel tempo, senza spegnere la candela; ma che nondimeno la spensero; dando così buono in mano ai nemici di Tom per asserire che era stato lui, e non il vento che avea spento la candela, e che mentre egli pretendeva di riaccenderla, non faceva in effetto che accoccare un bacio alla ragazza. Comunque stesse la cosa, la candela fu riaccesa, e Tom fu menato, per un arruffio di camere e di corridoi, alla camera preparata per lui, dove la ragazzotta gli diè la buonanotte e lo lasciò solo.

"Era un camerone dalle porte massiccie, con un letto da poter servire a tutta una camerata di scolari, per non dir nulla d’un par di stiponi che avrebbero potuto contenere il bagaglio di un piccolo esercito; ma quel che più colpì la fantasia di Tom fu un certo seggiolone a bracciuoli, dalla spalliera alta, vecchio e ingrognato, con certi intagli stravaganti, coperto di damasco fiorato, e coi piedi avvolti ben bene di pezze rosse, come se avesse la gotta. Di qualunque altra seggiola stravagante, Tom avrebbe pensato soltanto che era una seggiola stravagante e buona notte; ma in quella seggiola, c’era una qualche cosa, ch’ei non sapeva dire che fosse, così curiosa e così diversa da ogni altro capo di mobiglia che avesse mai visto, che sembrava quasi affascinarlo. Si mise a sedere davanti al fuoco e stette per una mezz’ora buona a guardar fiso il seggiolone. Maledetto seggiolone, gli era una certa anticaglia così bisbetica, che non ne poteva proprio staccare gli occhi.

"— Bè, — disse Tom, spogliandosi lentamente e guardando sempre al seggiolone che se ne stava tutto misterioso accanto al letto, — in vita mia non ho mai provato niente di così curioso. Molto strano, — disse Tom, che il ponce aveva reso un po’ meditativo, — molto strano.

"E Tom crollò il capo con un’aria di profonda saggezza, e guardò di nuovo al seggiolone. Non ne cavava nulla però, sicchè entrò subito a letto, si tirò su le coperte e pigliò sonno.

"In capo a mezz’ora, Tom si svegliò di botto da un suo sognaccio di uomini lunghi e bicchieri di ponce, e la prima cosa che gli venne davanti fu il seggiolone.

"— Non lo voglio guardare più, — disse Tom a se stesso, e serrò forte gli occhi, e cercò di persuadersi che stava ripigliando sonno. Ma niente; non poteva vedere altro; gli ballavano davanti una folla di seggioloni, intrecciando ed alzando le gambe, urtandosi con le spalliere, e facendo ogni sorta di sgambetti e capitomboli.

"Tant’è che veda un seggiolone vero, che tre o quattro dozzine di seggioloni falsi — disse Tom, cacciando il capo di sotto le lenzuola. E il seggiolone era sempre lì, rischiarato dalla luce del fuoco, e più provocante che mai.

"Tom guardò al seggiolone; ed ecco che tutto ad un tratto, te lo vede mutarsi in un modo straordinario. L’intaglio della spalliera prese a poco a poco i tratti e l’espressione di una faccia umana vecchia e grinzosa; il cuscino di damasco divenne una sottoveste all’antica floscia e sbiadita; i piedi tondi si mutarono in due piedi per davvero ficcati in due pantofole di lana rossa, e tutta quanta la seggiola pigliò l’aspetto di un vecchio decrepito, del secolo passato, con le braccia sui fianchi. Tom si alzò a sedere nel mezzo del letto e si strofinò gli occhi per cacciar via l’illusione. Signor no. Il seggiolone era proprio un signore brutto e decrepito; e quel ch’è peggio, sbirciava Tom Smart.

"Tom era, naturalmente una malacarne, che niente ci poteva e per giunta aveva nello stomaco cinque bicchieri di ponce; sicchè a malgrado che sulle prime fosse un po’ spaurito, incominciò ad aversela a male quando vide il vecchio che strizzava l’occhio e gli faceva un suo ghigno pieno d’impudenza. Risolvette alla fine di non volerlo soffrire; e siccome quella faccia grinzosa seguitava più che mai a ghignare, Tom disse con un tono di voce molto irritato:

"— O che diascolo avete a strizzarmi l’occhio?

"— Ho che così mi piace, Tom Smart, — rispose il seggiolone, o il vecchio, come vi torna meglio. Però smesse di far l’occhiolino e incominciò invece a mostrare i denti come un vecchio scimmione.

"— Com’è che sapete il mio nome, faccia di cartapecora? — domandò Tom Smart, un po’ titubante, benchè volesse parere di fare il bravaccio.

"— Via, via, Tom, — disse il vecchio, — cotesta non è la maniera di parlare al mogano massiccio. Non mi trattereste con meno rispetto, perdincibacco, se fossi dell’impiallacciatura.

"Dicendo queste parole, il vecchio signore aveva la faccia così scura che Tom si sentì dentro un certo che di tremarella.

"— Non ho mica avuto intenzione di mancarvi di rispetto, signore, — rispose Tom in un tono molto più umile di prima.

"— Bene, bene, — riprese il vecchio, — forse no, forse no. Tom.

"— Signore...

"— Io so tutto sul conto vostro, Tom, tutto. Voi siete molto povero, Tom.

"— Questo è vero, — disse Tom Smart. — Ma come avete fatto a saperlo?

"— Cotesto non monta, — disse il vecchio; — a voi, Tom, vi piace troppo il ponce.

"Tom Smart stava lì lì per sacramentare che non ne aveva mai assaggiato un gocciolo da che era venuto al mondo; ma s’incontrò con gli occhi del vecchio e li trovò così astuti, che si fece rosso e non aprì bocca.

"— Tom, — riprese a dire il vecchio, — la vedova è una bella donnetta, una donnetta aggraziata, eh, Tom?

E il vecchio voltò gli occhi in su, alzò una delle sue gambe magre, e pigliò nel tutt’assieme un aspetto così sdilinquito e stomachevole, che Tom si sentì proprio disgustato della leggerezza della sua condotta; — e a quell’età poi!

"— Io sono il suo tutore, Tom, — disse il vecchio.

"— Davvero? — domandò Tom Smart.

"— Ho conosciuto sua madre, Tom, e anche sua nonna. Mi voleva un gran bene, e fu lei, Tom, che mi fece questa sottoveste.

"— Proprio? — fece Tom Smart.

"— E queste scarpe anche, — aggiunse il vecchio alzando una delle pantofole di lana rossa; — ma lasciamo star questo, Tom. Non vorrei si sapesse che m’era tanto affezionata. Ne potrebbe nascere qualche disturbo in famiglia.

E nel dir questo il vecchio furfante faceva una faccia così impertinente, che Tom Smart, come ebbe a dire in seguito, gli si sarebbe seduto addosso senza rimorso.

"— A tempo mio, Tom, sono stato il cucco delle donne io, — disse il vecchio libertino; — delle centinaia di belle donnette sono state qui, per ore ed ore, a sedere sulle mie ginocchia. Che ne dite, eh, bricconaccio?

"E il vecchio stava per dar fuori qualcuna delle sue storielle di gioventù, quando fu pigliato da un accesso così violento di scricchiolii della gola che non potette andare avanti.

"— Ti sta il dovere, scimunito scostumataccio! — pensò Tom Smart; ma non disse niente.

"— Ah! — sospirò il vecchio, — mi dà ora una gran noia questa tosse. Mi fo vecchio, Tom, e vado perdendo a poco a poco tutti i miei piuoli. Ho dovuto anche subire un’operazione, — una bietta ficcata nella spalliera, — e l’ho trovata dolorosa, Tom, molto dolorosa.

"— Lo credo io, — disse Tom Smart.

"— Del resto, — riprese il vecchio signore, — non si tratta mica di questo. Tom, io desidero che voi sposiate la vedova.

"— Io, signore! — fece Tom.

"— Voi, proprio voi, — rispose il vecchio.

"— Che il cielo benedica i vostri capelli bianchi, — esclamò Tom (gli rimanevano qua e là dei ciuffi di crini) — ma la non mi piglierebbe di sicuro per marito.

"E Tom pensava al banco e sospirò involontariamente.

"Non vi piglierebbe? — domandò con tono imperioso il vecchio signore.

"— No, no, — disse Tom; — c’è qualcun altro per aria. Un uomo lungo, un maledetto omaccione coi baffi neri.

"— Tom, — disse il vecchio, — quello lì la vedova non lo sposerà.

"— No, eh? — fece Tom. — Se foste stato giù anche voi al banco, non direste così.

"— Poh, poh! — disse il vecchio signore. — So tutto, so tutto.

"— Tutto che? — domandò Tom.

"— I baci dietro l’uscio e cose simili, Tom, — disse il vecchio con un’altra occhiataccia impudente, che fece montare a Tom la mostarda al naso, perchè come tutti sapete, signori miei, un vecchio, che dovrebbe dar lui il buon esempio, e che vi discorre di queste faccende, vi par sempre una brutta cosa, una cosa stomachevole.

"— So tutto, — disse il vecchio, — so tutto. Al tempo mio, Tom, di queste cose ne ho viste fare molto spesso fra tante persone che non serve nominarvi; ma non si venne mai ad alcuna conclusione.

"— Avete dovuto vedere delle cose molto strane. — disse Tom con un’occhiata di curiosità.

"— Eh, eh, non dico di no, Tom, — rispose il vecchio strizzando l’occhio. — Io sono l’ultimo della mia famiglia, Tom.

"E mise un sospirone di malinconia.

"— Una famiglia lunga? — domandò Tom Smart.

"— Eravamo in dodici, — rispose il vecchio; — belli, forti, diritti di spalliera. Niente di cotesti aborti moderni; tutti a bracciuoli e tirati a pulitura, Tom, che solo a guardarci non fo per dire, era una consolazione.

"— E che n’è stato degli altri? — domandò Tom Smart.

"Il vecchio signore si asciugò gli occhi col gomito e rispose:

"— Morti, Tom, morti. Si lavorava sodo, Tom, e non tutti avevano la mia costituzione. Pigliarono dei reumatismi nelle gambe e nelle braccia, e furono mandati nelle cucine e in altri ospedali; ed uno poi, che avea fatto un lungo servizio ed era stato usato assai, perdette a dirittura i sensi; divenne così grasso che si dovette bruciarlo. Una cosa molto dolorosa, Tom.

"—Terribile! — disse Tom Smart.

"Il vecchio tacque per qualche minuto, oppresso forse dalla sua emozione, e poi ripigliò.

"— Del, resto, Tom, noi usciamo dal seminato. Cotest’uomo lungo, Tom, è un furfante d’avventuriero. Il giorno stesso che sposasse la vedova, venderebbe tutta la mobilia e se la batterebbe. E quale ne sarebbe la conseguenza? La povera donna sarebbe abbandonata e rovinata, ed io andrei a morire di freddo in qualche magazzino di rigattiere!

"— Sì, ma...

"— Non m’interrompete. Di voi, Tom, io ho tutt’altra opinione; perchè so bene che, una volta costituitovi in un’osteria, non la lascerete mai più fino a che ci sarà un gocciolo da bere.

"— Vi sono obbligatissimo della vostra buona opinione, signore, — disse Tom Smart.

"— Dunque, — conchiuse il vecchio in tono da dittatore, — voi ve la sposerete e lui no.

"— E che cosa lo impedirà? — domandò ansiosamente Tom Smart.

"— Questa rivelazione, — rispose il vecchio; — egli è ammogliato.

"— E come posso provarlo? — domandò Tom, balzando mezzo fuori del letto.

"Il vecchio signore spiegò il bracciolo destro, e dopo avere accennato ad uno stipone di quercia, lo rimise subito nella prima posizione.

"— Ei non sospetta mica, — disse poi, — che nella tasca dritta di un par di calzoni chiusi là dentro, ha lasciato una lettera, che lo scongiura di tornare dalla moglie desolata con sei.... badate bene, Tom.... sei bambini, e tutti piccini.

"Pronunciando solennemente queste parole, i lineamenti del vecchio signore s’andarono confondendo e tutta la sua persona divenne più vaporosa. Una specie di pellicola calò sugli occhi di Tom. Pareva che il vecchio si sprofondasse nella seggiola; la sottoveste di damasco si risolveva in un cuscino, le pantofole rosse si mutavano in pezze di lana legate insieme. Il chiarore del fuoco a poco a poco si spense, e Tom Smart ricadde sul cuscino e si addormentò come un ceppo.

"La luce del giorno lo destò dal sonno letargico che lo avea preso alla sparizione del vecchio. Si pose a sedere sul letto, e per qualche minuto si sforzò inutilmente di raccapezzarsi su quello ch’era avvenuto la notte. Di botto se ne ricordò. Guardò al seggiolone: era certamente un mobile bieco e fantastico, ma ci voleva proprio una fantasia vivace e ingegnosa per scoprirvi una qualunque somiglianza con un vecchio.

"Come ti va, vecchietto? — domandò Tom.

"Si sentiva più coraggio di giorno, come succede a tanti.

"Il seggiolone non si mosse e non fiatò.

"— Brutta giornata, — disse Tom.

"Niente. IL seggiolone non voleva appiccar discorso.

"— Che stipone m’avete indicato? cotesto poi me lo potete dire.

"Peggio di peggio, signori miei. Sempre muto come un pesce.

"— Del resto, non ci vuole molto ad aprirlo; — disse Tom, balzando giù dal letto. Si accostò ad uno degli stiponi. La chiave era nella toppa; la girò, aprì la porta. C’era proprio un par di calzoni. Cacciò la mano nella tasca dritta e ne cavò fuori la lettera precisa che il vecchio aveva detto!

"— Curiosa davvero! — disse Tom Smart guardando prima al seggiolone e poi allo stipone, e poi alla lettera, e poi da capo al seggiolone. — Curiosa davvero!

"— Ma siccome a guardare non ne cavava nulla, pensò bene di vestirsi e di aggiustare a primo appetito la faccenda dell’uomo lungo, tanto per non farlo aspettare.

"Tom esaminò con occhio da padrone tutte le camere che dovette attraversare scendendo a terreno, pensando che di lì a poco non era mica impossibile che divenissero sua proprietà con tutto quel che c’era dentro. L’uomo lungo se ne stava al banco, con le mani dietro, come se fosse a casa sua. Accolse Tom con un sorriso astratto. Qualcuno avrebbe forse detto ch’ei lo facesse per mostrare i suoi denti bianchi; ma Tom Smart pensò che un sentimento di trionfo si mostrasse in quel punto dove l’uomo lungo doveva avere il cervello, se pur ne aveva. Tom gli rise in faccia e chiamò l’ostessa.

"— Buon giorno, signora, — disse Tom Smart, chiudendo la porta della camera quando la vedova fu entrata.

"— Buon giorno, signore, — rispose la vedova. — Che desiderate per colazione, signore?

"Tom pensava al modo di attaccare il suo discorso particolare, sicchè non rispose.

"— C’è del prosciutto squisito, — disse la vedova. — e un bel pollo rifreddo. Volete che ve li faccia servire, signore?

"Queste parole destarono Tom dalle sue riflessioni ed accrebbero la sua ammirazione per la vedova. Che donna attenta! che buone maniere! che previdenza!

"— Chi è quel signore al banco, signora? — domandò Tom.

"— Si chiama Jinkins, signore - rispose la vedova facendosi un po’ rossa.

"— È un uomo molto lungo, — disse Tom.

"— È un bell’uomo, signore, — rispose la vedova, — una persona molto per bene.

"— Ah! — fece Tom.

"— Volete altro, signore? — domandò la vedova, un po’ imbarazzata dal contegno di Tom.

"— Ma.... sì, — disse Tom. — Signora mia cara, volete avere la bontà di accomodarvi un momentino?

"La vedova si mostrò molto sorpresa, ma si mise a sedere, e Tom sedette anche lui proprio accanto a lei. Io non so come la cosa accadesse, signori miei — veramente mio zio doleva dirmi che Tom Smart diceva di non saperlo nemmeno lui — ma in un modo o nell’altro la mano di Tom cadde sulla mano della vedova e rimase lì tutto il tempo ch’egli stette a parlare.

"— Mia cara signora, — disse Tom Smart, il quale se la sapea sempre cavar per benino quando si trattava di fare il galante, — mia cara signora, voi vi meritate un marito eccellente ve lo meritate davvero.

"— Gesù mio, signore! — disse la vedova, e non potette dire altro perchè il modo di intavolare la conversazione era un po’ insolito, per non dire stravagante, pigliando in considerazione il fatto che Tom la sera innanzi non le avea messo gli occhi addosso. — Gesù mio, signore!

"— A me non mi piace grattar la gente, signora, — disse Tom Smart. — Voi vi meritate una perla di marito e chiunque egli sia sarà un uomo felicissimo.

"E dicendo questo, gli occhi di Tom giravano da per loro dalla vedova alle belle comodità che gli stavano intorno.

"La vedova si mostrava più impacciata che mai, e fece per alzarsi. Tom le strinse dolcemente la mano come per trattenerla, ed ella si stette a sedere. Le vedove, signori miei, non son solite ad aver paura, come diceva sempre mio zio.

"— Io vi sono tanto tanto obbligata, signore, per la vostra buona opinione, — disse la bella ostessa con un mezzo sorriso; — e se mai ripiglio marito...

"— Se? — fece Tom Smart sbirciando maliziosamente con la coda dell’occhio sinistro - Se?

"— Ebbene, — disse la vedova ridendo stavolta addirittura; — quando lo ripiglierò spero di averne uno così buono come lo descrivete voi

"— Jinkins, per esempio, — disse Tom.

"— Gesù mio, signore! - esclamò la vedova.

"— Oh, non me ne parlate, — disse Tom, — io lo conosco.

"— È certo che chiunque lo conosce non può dire un tanto contro di lui, — disse la vedova, mettendosi un po’ sulla sua a quell’aria misteriosa di Tom.

"— Eh, eh! — fece Tom Smart.

"La vedova cominciò a pensare ch’era tempo di piangere sicchè tirò fuori il fazzoletto, e domandò se Tom la voleva insultare e se gli pareva questa un’azione pulita di sparlare di un altro uomo alle spalle sue, e perchè mai, se aveva da dirgli qualche cosa, non la diceva proprio a lui, faccia a faccia, come un uomo, invece di spaventare a quel modo una povera donna; e via di questo passo.

"— Glielo dirò sul muso, non dubitate, — disse Tom; — soltanto voglio che lo sappiate voi prima.

"— Di che si tratta? — domandò la vedova guardando negli occhi a Tom.

"— Io vi farò cascar dalle nuvole, — disse Tom, cacciandosi una mano in tasca.

"— Se gli è che non ha danaro, — disse la vedova, — lo so da un pezzo, e non c’è bisogno che ve ne diate pensiero.

"— Poh, sciocchezze! — fece Tom; — nemmeno io ne ho. Non è mica questo.

"— Gesù mio, e che può essere? — esclamò la povera vedova.

"— Non vi spaventate, — disse Tom Smart. E cavò la lettera e la spiegò. — Non griderete? — disse poi un po’ dubbioso.

"— No, no, — rispose la vedova; — lasciatemi vedere.

"— Non vi farete venire gli attacchi o altre scioccherie simili? — disse Tom.

"— No, no, — replicò la vedova tutta affannosa.

" — E non scapperete fuori per accopparlo, — disse Tom, — perchè ci penserò io per voi a tutto questo; meglio è che non vi scalmaniate, insomma.

"— Bene, bene, — disse la vedova, — date qua, date qua.

"— Ecco, — rispose Tom Smart; e mise la lettera in mano alla vedova.

"Signori, mio zio mi diceva che Tom Smart gli giurava, che i lamenti della vedova a quella terribile rivelazione avrebbero trapassato un cuore di pietra. Il cuore di Tom era tenero assai e si fece a dirittura in due parti. La vedova si dibatteva di qua e di là e si torceva le mani.

"— Ah, cane traditore! — gridava la vedova.

"— Orribile, mia cara signora, orribile! ma calmatevi, vi prego! — disse Tom Smart.

"— Oh no, non mi parlate di calmarmi! Io non troverò mai nessuno cui vorrò tanto bene quanto ne ho voluto a lui.

"— Oh sì, che lo troverete, anima mia, — disse Tom Smart, lasciandosi scorrere dagli occhi, dalla gran passione per le sventure della vedova, un torrente di lagrime tanto fatte. Tom Smart, nello slancio della sua pietà, avea posto un braccio intorno alla vita della vedova; e la vedova, in un accesso di dolore, aveva stretto la mano di Tom. Poi guardò in viso a Tom e sorrise fra le lagrime. E Tom guardò lei e sorrise fra le sue.

"Io non ho mai potuto appurare, signori miei, se in questo momento preciso, Tom avesse o non avesse dato un bacio alla vedova. Egli soleva dire a mio zio che non gliel’avea dato, ma io ci ho i miei bravi dubbi. In confidenza, signori, io credo che glielo dette.

"In tutti i modi, mezz’ora dopo Tom mise bravamente a calci fuori della porta l’uomo lungo, e un mese appresso sposò la vedova. E soleva poi girare pel paese col suo biroccino grigio e rosso, con la giumenta viziosa e camminatora, fino a che chiuse bottega molti anni dopo e se n’andò in Francia con la moglie; e allora la vecchia osteria fu diroccata."

— E che ne fu del seggiolone? — domandò il vecchio signore curioso.

— Fu osservato, — rispose il guercio, — che il giorno delle nozze scricchiolò come se si volesse rompere; ma Tom Smart non era sicuro se scricchiolasse per il piacere o per gli acciacchi. Credeva però che fosse per questo, perchè in seguito non ci fu più caso di sentirlo a discorrere.

— E tutti credettero alla storia? — domandò l’uomo dal viso sudicio, ricaricando la pipa.

— Meno i nemici di Tom, s’intende. Alcuni dicevano che era tutta da cima a fondo una invenzione di Tom; altri che Tom era brillo e che avea sognato, e che andando a letto s’avea pigliato per isbaglio i calzoni di quell’altro. Ma nessuno ci badò mai a tutte coteste maldicenze.

— Tom Smart diceva ch’era vera?

— Arciverissima.

— E vostro zio?

— Ci giurava sopra.

— Bei figuri che dovevano essere tutti e due, — disse l’uomo dal viso sudicio.

— Proprio così, — rispose il guercio; — più belli di quanto vi possiate figurare.