Il Circolo Pickwick/Capitolo 39

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Il signor Samuele Weller, incaricato di un messaggio d'amore, lo esegue; con qual successo si vedrà nel presente

../Capitolo 38 ../Capitolo 40 IncludiIntestazione 14 agosto 2010 75%

Charles Dickens - Il circolo Pickwick (1836)
Traduzione dall'inglese di Federigo Verdinois (1904)
Il signor Samuele Weller, incaricato di un messaggio d'amore, lo esegue; con qual successo si vedrà nel presente
Capitolo 38 Capitolo 40

Durante tutto il giorno appresso, Sam tenne sempre in vista il signor Winkle, deliberato a non staccarne gli occhi fino a che non avesse ricevuto esplicite istruzioni dalla fonte principale. Ma per fastidiosa che fosse quell’assidua vigilanza, il signor Winkle pensò di sopportarla in pace, anzi che per un qualunque atto di violenta opposizione esporsi al rischio di esser portato via con la forza; avendo più di una volta il signor Weller accennato esser quella la linea di condotta cui lo costringeva la coscienza del proprio dovere. E non c’è dubbio che Sam avrebbe subito fatto tacere i suoi scrupoli riportandosi a Bath il signor Winkle legato mani e piedi, se la pronta attenzione fatta dal signor Pickwick alla lettera consegnatagli da Dowler non avesse prevenuto lo scandalo. In somma alle otto della sera, il signor Pickwick in persona entrava nella sala del caffè della Siepe, e diceva a Sam con un sorriso di approvazione che s’era condotto benissimo e che non era altrimenti necessario montar la guardia.

— Ho pensato venir da me, — disse il signor Pickwick volgendosi all’amico Winkle, mentre Sam lo sbarazzava del mantello e dello scialle, — per accertare, avanti di dare il mio consenso all’impiego di Sam in questa faccenda, la serietà del vostro proposito riguardo a questa signorina.

— La massima serietà, ve lo giuro con tutto il cuore, con tutta l’anima! — rispose con grande energia il signor Winkle.

— Ricordatevi, — disse il signor Pickwick con occhi lucenti, — ricordatevi, Winkle, che noi l’abbiamo conosciuta in casa del nostro eccellente amico Wardle. Sarebbe un rispondere molto male alla sua ospitalità trattare con leggerezza e senza la debita considerazione i sentimenti di questa signorina. Io non lo perrnetterò mai, signore, mai.

— Non ho mica questa intenzione,— esclamò con calore il signor Winkle. — Ho ben ponderato la cosa e per molto tempo, e sento pur troppo che la felicità è tutta chiusa in lei.

— Questo sì che vuol dire chiuderla in uno scatolino, — osservò con un grazioso sorriso il signor Weller.

Il signor Winkle fece un po’ il viso dell’armi a questa interruzione, e il signor Pickwick ammonì severamente il suo domestico di non scherzare con uno dei migliori sentimenti della nostra natura; al che Sam rispose che se ne sarebbe guardato molto bene, se l’avesse saputo; ma che tanti ce n’erano di questi migliori sentimenti, che non gli riusciva mica di capire quali erano i migliori quando li sentiva a nominare.

Narrò allora il signor Winkle quel che c’era stato tra lui e Ben Allen riguardo ad Arabella; dichiarò che il suo scopo era di procacciarsi un colloquio con la ragazza per farle una formale dichiarazione dei propri affetti; ed espresse il suo convincimento, fondato su certi brontolii e certi indizii non molto precisi del suddetto Ben, che, dove che stesse imprigionata, ella non doveva essere lontana dalle Dune: e questo era tutto quanto egli sapeva o sospettava sull’argomento.

Con questo leggerissimo indizio, fu deliberato: che il signor Weller dovesse partire il giorno dopo per un viaggio di esplorazione; fu anche convenuto che i signori Pickwick e Winkle, meno fiduciosi nelle proprie forze, presidiassero intanto la città passando di tratto in tratto dal signor Bob Sawyer, nella speranza di vedere o di udire qualche cosa intorno alla dimora della signorina.

Il giorno appresso Sam Weller partì per la sua spedizione di scoperta, niente affatto abbattuto dalla scoraggiante prospettiva; e se n’andò un piede dopo l’altro su per una strada e giù per un’altra — stavamo per dire su per un monte e giù per un altro se alle salite di Clifton corrispondessero delle discese — senza imbattersi in qualcuno o in qualche cosa che potesse gettare la menoma luce sulla faccenda in questione. Molti furono i colloqui che Sam intavolò con mozzi che facevano pigliar aria ai cavalli, o con balie che facevano pigliar aria ai bambini; ma nè dagli uni nè dalle altre potette cavar nulla che si riferisse in un modo qualunque all’oggetto delle sue assidue ed artifiziose ricerche. C’erano molte signorine in molte case, la maggior parte delle quali davano molto a sospettare alla servitù maschile e femminile di essere profondamente attaccate a qualcuno o di essere prontissime ad attaccarsi, se la buona opportunità si presentasse. Ma siccome nessuna di queste ragazze era la signorina Arabella Allen, le raccolte informazioni giovarono soltanto a questo, che Sam ne sapesse precisamente quanto ne sapeva prima.

Sam si avviò per le Dune con un gran vento che gli soffiava sulla faccia, domandandosi se in quella parte del paese fosse necessario tenersi il cappello in capo con tutte e due le mani; ed arrivò ad un posto ombreggiato, intorno al quale erano sparse qua e là delle villette tranquille e ridenti. Davanti la porta d’una stalla, in fondo ad un sentiero, uno stalliere sciattato se ne stava ad oziare, figurandosi, a quanto pareva, di far qualche cosa con una vanga ed un carrettino. Notiamo qui di passata, che ben di rado ci è accaduto di vedere uno stalliere presso una stalla nei suoi momenti di ozio, che non fosse vittima, dal più al meno, di questa singolare illusione.

Sam pensò che tanto valeva parlare a quell’uomo lì quanto ad un altro, considerando specialmente che una bella e comoda pietra di faccia al carrettino lo invitava a riposarsi dal gran cammino. Si cacciò pel sentiero e messosi a sedere sulla pietra, impegnò la conversazione con quella franca disinvoltura che lo distingueva.

— Buon giorno, amico.

— Buona sera, volete dire, — rispose il mozzo sbirciando Sam di traverso.

— Avete ragione, amico; volevo dire buona sera. Come si va?

— Non mica meglio per aver visto voi,— rispose il mozzo di mala grazia.

— Curiosa cotesta,— replicò Sam, — perchè mi avete l’aria così allegra che davvero è una consolazione il guardarvi la faccia.

Il mozzo arcigno fece il viso anche più arcigno, ma non tanto da produrre un qualsiasi effetto su Sam, il quale subito domandò con viva ansietà se per caso il suo padrone si chiamasse Walker.

— No,— rispose il mozzo.

— E nemmeno Brown?

— No.

— Nè Wilson?

— No, nemmeno.

— Bè, vuol dire che ho preso un granchio, e ch’ei non ha l’onore di conoscermi mentre io mi figuravo che l’avesse. Prego, prego, non vi trattenete per riguardo mio, — disse Sam, vedendo che il mozzo spingeva il carrettino e si preparava a chiudere la porta. — Prima il proprio comodo e poi i complimenti, bambino mio. Fate pure, fate pure.

— Vi spaccherei la testa per mezza corona, — disse il mozzo, sbatacchiando mezza porta.

— Non mi converrebbe a cotesto patto, — rispose Sam. — Per voi sarebbe tutto il salario della vostra esistenza, e per la testa mia sarebbe troppo buon mercato. I miei complimenti a casa. Dite pure che non m’aspettino a desinare e che non me ne conservino, perchè ci sarebbe il caso di trovarlo freddo.

In risposta a ciò, il mozzo borbottò di una sua gran voglia di rompere qualche cosa a qualcuno; ma disparve senza recare in atto la minaccia, tirandosi dietro la porta con fracasso e non badando punto all’affettuosa promessa di Sam che gli avrebbe lasciato, prima di andar via, una ciocca dei suoi capelli.

Sam se ne rimase a sedere sulla pietra, meditando sul miglior partito da prendere e rivolgendo in mente un suo piano di bussare a tutti gli usci di Bristol pel circuito di cinque miglia, pigliandoli a centocinquanta o duecento al giorno e cercando con questo disperato espediente di trovare la signorina Arabella, quando il caso gli fece venir davanti all’impensata quel che forse non avrebbe trovato anche a star lì seduto per dodici mesi di fila.

Nel medesimo sentiero dov’egli stava si aprivano tre o quattro cancelli di giardini, appartenenti ad altrettante case le quali benchè staccate le une dalle altre non erano separate che dai loro giardini. Ed essendo questi piuttosto larghi e lunghi e fitti di alberi, non solo le case si trovavano ad una certa distanza ma la maggior parte erano nascoste alla vista. Sam se ne stava là seduto con gli occhi fissi sul monticello di polvere fuori al cancello più vicino alla porta di dove il mozzo era sparito, e andava volgendo e rivolgendo dentro di sè le enormi difficoltà della sua intrapresa, quando il cancello si aprì, ed una fantesca venne fuori nel sentiero per battere alcuni tappeti.

Sam era così immerso nei propri pensieri, che forse non si sarebbe altrimenti occupato della giovane che alzando gli occhi e notando l’aggraziata personcina di lei, se i suoi sentimenti di cavalleria non fossero stati fortemente eccitati dal vedere ch’ella non aveva alcuno che l’aiutasse e che i tappeti sembravano per la forza di lei troppo pesanti. Il signor Weller era un gentiluomo galantissimo a modo suo, e non sì tosto ebbe notato questo particolare si alzò dalla pietra e si avanzò verso la fantesca.

— Cara mia,— disse poi avvicinandosi di lato con grande rispetto,— voi vi rovinerete cotesto amore di figurino sbattendo da voi sola cotesti tappeti. Lasciate che vi dia una mano.

La ragazza, che avea fatto le viste con un certo suo vezzo, di non sapere che un signore le stava così vicino, si voltò alle parole di Sam,— certo (come in seguito ebbe a dire) per respingere l’offerta da uno che le fosse sconosciuto,— quando invece di rispondere, diè un passo indietro e mandò un piccolo strido. Non meno sorpreso fu Sam, poichè nella fisonomia della graziosa donnetta, ebbe a riconoscere i lineamenti della sua Valentina, della cara fantesca del signor Nupkin.

— Ohe, Maria, mia cara! — esclamò Sam.

— Oh Dio, signor Weller,— rispose Maria,— che paura voi fate alla gente!

Sam non fece a questa esclamazione nessuna risposta verbale, nè possiamo noi dire con precisione che specie di risposta fosse stata la sua. Sappiamo questo soltanto che dopo una breve pausa Maria disse: "Via, smettete mo, signor Weller!" e che il suo cappello gli era caduto qualche momento prima — indizi eloquenti che ci porterebbero a sospettare che uno o più baci fossero passati fra le parti.

— E com’è che siete venuto qui? — domandò Maria, quando la conversazione così interrotta fu ripresa.

— Per cercar voi, anima mia, questo si capisce,— rispose il signor Weller, permettendo per una volta che la passione sua la vincesse sulla veracità.

— E come avete fatto a sapere che mi trovavo qui? Chi ha potuto avervi detto che io mi trovai un altro servizio ad Ipswich e che poi ce ne venimmo qua tutti quanti? Chi mai ha potuto informarvi di questo, ecco quel che vorrei sapere!

— Ah, sicuro, — rispose Sam con un’occhiata arguta, — qui sta il punto! Chi me l’ha potuto dire?

— Non è stato mica il signor Muzzle, mi figuro.

— Oh no,— rispose Sam con un solenne scrollar del capo, — non è stato lui.

— Dev’essere stata la cuoca.

— Naturalmente dev’essere stata lei.

— O chi se la sarebbe mai figurata una cosa simile!

— E nemmeno io me la figuravo. Ma, cara Maria di questo cuore (e qui i modi di Sam divennero tenerissimi), cara Maria, io ho per le mani un altro affare che mi preme assai assai. C’è uno degli amici del padrone... il signor Winkle... vi ricordate...

— Quello col giubettino verde? Eh, altro se me ne ricordo!

— Ebbene, egli è cotto e stracotto, bambina mia; un amore disperato, che pare impossibile.

— Gesummio! — esclamò Maria.

— Sicuro,— riprese Sam.— Ma questo sarebbe nulla, se soltanto potessimo scovare la ragazza...

E qui Sam, con varie digressioni sulla bellezza personale di Maria e sulle indescrivibili torture che gli avevano lacerato il cuore dal momento che s’era staccato da lei, espose fedelmente e minutamente il caso del signor Winkle.

— Vedi, vedi! — esclamò Maria.— Questa sì che non me la sarei figurata mai!

— Naturalmente,— rispose Sam,— e nemmeno io e nessuno; ed ecco che me ne vado attorno pel mondo come l’Ebreo errante, un certo figuro di cui forse avrete inteso parlare, cara Maria, il quale avea fatto la scommessa di camminare fino a che camminava il tempo, e non andava mai a letto, e me ne vado cercando questa signorina Arabella Allen che non mi riesce di trovare.

— Signorina chi? — esclamò Maria col massimo stupore.

— Signorina Arabella Allen.

— Oh povera me! — disse Maria accennando alla porta di dove il mozzo di mala grazia era sparito. — Ma gli è proprio in quella casa lì; la è qui da sei settimane. La loro cameriera m’ha detto ogni cosa davanti al lavatoio una mattina che le signore erano ancora a letto.

— Come, proprio quella porta lì?

— Proprio quella, sì.

Il signor Weller si sentì così sopraffatto da questa comunicazione che trovò indispensabile attaccarsi per non cadere alla sua bella informatrice, con la quale vari piccoli passaggi amorosi ebbero luogo, prima ch’egli fosse abbastanza tornato in sè da ripigliare il filo del discorso.

— Orbene, — disse Sam alla fine,— se questo non mette a posto il combattimento dei galli, io non son più io, come disse il lord Mayor quando il capo segretario di Stato fece un brindisi alla sua signora a tavola sparecchiata. Proprio quella casa lì! E dire che io ho un’ambasciata per lei e che ho consumata tutta una giornata per potergliela fare.

— Ah, ma a fargliela adesso non ci pensate neppure, perchè soltanto verso il tardi scende un po’, proprio un poco, a dar due passi in giardino; non va fuori mai senza la vecchia signora.

Sam ruminò per qualche momento e si fermò alla fine sul seguente piano di operazioni: tornare sull’imbrunire, ora della passeggiata di Arabella, e introdotto da Maria nel giardino della casa dove ella stava a servire, scavalcare il muro di divisione di sotto a certi rami di un gran pero che lo avrebbero molto bene nascosto; compiere la delicata commissione e possibilmente concertare un abboccamento per la sera appresso nella stessa ora nell’interesse del signor Winkle. Architettato prontamente questo disegno, ei diè una mano a Maria nella ritardata operazione di sbattere i tappeti.

Non è, come potrebbe parere, una cosa molto innocente questa specie di sbattimento; o almeno non ci sarà forse gran male nello sbattere, ma in quanto a piegare il processo è veramente pieno d’insidie. Fino a che dura lo sbattere e le due parti son tenute discoste da tutta la lunghezza del tappeto, il passatempo è senza dubbio uno dei più innocenti che si possano immaginare; ma quando incomincia l’altra operazione del piegare, e la distanza fra l’una e l’altra gradatamente si accorcia da tutta la primitiva lunghezza ad una metà ad un quarto, ad un ottavo, ad un sedicesimo, e poi ad un trentaduesimo — se il tappeto è lungo abbastanza — la posizione diventa pericolosissima. Noi non sapremmo dire con precisione quanti tappeti fossero piegati nel caso attuale, ma possiamo affermare che per quanti essi furono, tante volte Sam baciò la vezzosa cameriera.

Il signor Weller si trattò poi con una certa moderazione nella più vicina osteria, e quando l’aria si fu fatta un po’ oscura, se ne tornò al viale di poche ore fa, centro del suo piano d’attacco. Introdotto da Maria nel giardino e ricevute da lei le varie ammonizioni affettuose sul miglior modo di non rompersi il collo, si arrampicò sul pero ed aspettò che Arabella fosse in vista.

Ma l’aspettare diventava così lungo ch’ei cominciò a temere non dovesse vederla altrimenti, quando dei passi leggieri fecero stridere la sabbia del viale, e subito Arabella sì avanzò. tutta sola e pensosa. Non appena fu giunta quasi sotto il pero, misterioso, Sam incominciò, tanto per darsi a conoscere senza spaventarla, a fare diversi rumori diabolici simili a quelli che sarebbero forse naturali in una persona affetta fin dall’infanzia da una combinazione di laringite, infiammazione alla gola, cruppe e tosse canina.

A questo punto, la signorina volse una rapida occhiata alla parte donde i terribili suoni procedevano; e non calmandosi punto il suo allarme dal vedere un uomo nascosto fra i rami, avrebbe senza meno preso la fuga e messo a rumore tutta la casa, se una. provvida paura togliendole ogni movimento, non l’avesse fatta cadere sopra un sedile che per buona sorte le stava vicino.

- Eccola che mi sviene, - disse da sé a sé il signor Weller molto perplesso. - Diamine che queste creature vogliano proprio svenire quando non dovrebbero. Via, via, signorina! signorina Segaossi, signora Winkle, smettete, via!.

Fosse la magia del nome di Winkle, fosse la freschezza dell’aria aperta o un confuso ricordo della voce del signor Weller, che rianimasse Arabella, poco importa sapere. Certo è ch’ella alzò il capo e languidamente domandò: "Chi è? che volete?"

- Zitta! - disse Sam mettendosi a cavalcioni del muro e appollaiandosi lì in quel minore spazio che potette. - Sono io, signorina, sono io.

- Il domestico del signor Pickwick! - esclamò con calore Arabella.

- Proprio lui, signorina. C’è il signor Winkle, signorina, disperato, ridotto a mal partito.

- Ah! - fece Arabella accostandosi al muro.

- Ah, sicuro. Ieri sera poco mancò che non gli mettessimo la camicia di forza; ha fatto il pazzo tutto il giorno, e dice che se per domani sera non vi vede, non si chiama come si chiama se non s’annega come un pesce.

- Oh no, no, signor Weller! - esclamò Arabella stringendo insieme le mani.

- Questo è quel che dice, signorina, - rispose Sam freddamente. - E come lo dice lo farà, perché gli è un uomo di parola. Ha saputo tutto sul conto vostro dal Segaossi con gli occhiali.

- Da mio fratello!

- Io non so bene qual è vostro fratello, signorina. E’ il più sudicio dei due?

- Sì, sì, signor Weller, ma parlate. Fate presto, ve ne prego.

- Ebbene, signorina, ha saputo tutto da lui; e il parere del mio padrone è proprio questo che se non lo vedete subito, il Segaossi in questione riceverà tanto piombo nella testa che gli farà piuttosto male se poi lo vorranno mettere nello spirito.

- Oh, e che posso fare io per impedire queste terribili questioni?

-Tutto sta nell’idea che voi abbiate qualcun altro in testa. Fareste meglio a vederlo, signorina.

-Ma come? ma dove? - esclamò Arabella. - Io non oso uscir di casa. Mio fratello è così burbero, così irragionevole. Io so quanto vi deve parer strano, signor Weller, ch’io vi parli a questo modo ma io sono molto, molto infelice!

E qui la povera Arabella si mise a piangere con tanta amarezza che Sam diventò cavalleresco.

- Può sembrare molto strano che mi parliate di questa sorta d’affari, signorina, - disse Sam con forza; - ma quel che posso dire io è questo che io sono prontissimo a fare qualunque cosa per aggiustar la faccenda; e se mai c’è bisogno di buttare dalla finestra uno di quei Segaossi, ecco qua il vostro uomo.

E così dicendo Sam Weller si rimboccò i polsini, a rischio di cader dal muro, per mostrare la sua buona volontà di mettersi subito all’opera.

Per lusinghiere che fossero queste professioni di affetto e di devozione, Arabella recisamente rifiutò (e capricciosamente, secondo Sam) di valersene. Per un po’ si ostinò anche a non accordare il colloquio col signor Winkle con tanto calore richiesto da Sam, ma alla fine, quando la conversazione minacciò di essere interrotta dall’arrivo importuno di un terzo, ella gli fece capire in gran fretta e con molte proteste di gratitudine che possibilmente si sarebbe trovata in giardino la sera appresso un’ora più tardi. Sam intese questo benissimo, ed Arabella con uno dei suoi più dolci sorrisi graziosamente si allontanò, lasciando Sam in uno stato di grande ammirazione così dei vezzi personali come delle doti mentali di lei.

Disceso sano e salvo dal muro, e non dimenticando di dedicare qualche momento alle sue faccende particolari dello stesso genere, il signor Weller si avviò di buon passo alla Siepe, dove la sua prolungata assenza avea dato motivo a molte congetture e ad un certo allarme.

— Bisogna esser cauti, — disse il signor Pickwick dopo aver prestato attento ascolto al racconto di Sam, — non per noi, ma per la signorina. Dobbiamo usar molta prudenza.

— Dobbiamo! — esclamò con enfasi il signor Winkle.

Il momentaneo sguardo d’indignazione del signor Pickwick al tono ammirativo del suo giovane amico, si mutò nella sua caratteristica espressione di benevolenza, nel rispondere ch’ei fece:

— Dobbiamo, signore! Io vi accompagnerò.

— Voi! — esclamò il signor Winkle.

— Io,— tranquillamente rispose il signor Pickwick.— Accordandovi questo colloquio, la signorina ha dato un passo, forse naturale, ma nondimeno molto imprudente. Se al colloquio mi ci trovo anch’io, un amico comune che per la sua età vi può esser padre a tutti e due, la voce della calunnia non potrà mai in seguito levarsi contro di lei.

Gli occhi del signor Pickwick, nel dir questo, brillavano di onesta esultanza per la propria preveggenza. Il signor Winkle fu commosso da questo tratto di delicato rispetto per la giovane protetta del suo amico, e gli strinse la mano con un sentimento di riguardo poco dissimile dalla venerazione.

— Verrete, — disse il signor Winkle.

— Ci verrò sicuro,— rispose il signor Pickwick. — Sam, apparecchiate il mio scialle e il mio pastrano, e ordinate una, carrozza per domani sera piuttosto presto per trovarci in tempo.

Il signor Weller si toccò il cappello in segno di obbedienza e si ritirò per fare i preparativi della spedizione.

La carrozza fu puntuale per l’ora fissata, e il signor Weller dopo avere debitamente installati i signor Pickwick e Winkle, prese posto a cassetta. Smontarono, come s’era convenuto, circa un quarto di miglio prima del luogo del convegno e dicendo al cocchiere di aspettarli seguitarono a piedi.

Fu a questo punto dell’intrapresa che il signor Pickwick, con molti sorrisi e vari altri indizi di grande soddisfazione personale, tirò fuori da una delle tasche del pastrano una lanterna cieca, della quale s’era munito per l’occasione e la cui singolare bellezza meccanica ei prese a spiegare, via facendo all’amico Winkle con non piccola sorpresa dei pochi passanti che incontravano.

— Mi sarei trovato un po’ meglio in quell’altra mia spedizione se avessi avuto una faccenda come questa qui, eh Sam? — disse il signor Pickwick volgendosi di buon umore al suo fedele seguace che se ne veniva dietro.

— Bellissime cose quando le si maneggiano a dovere, signore,— rispose il signor Weller; — ma quando non dovete esser veduto, credo che siano più utili dopo spenta la candela che prima.

L’osservazione di Sam dovette fare un certo colpo sull’animo del padrone, il quale si rimise in tasca la lanterna e riprese il cammino.

— Eccoci arrivati, — disse Sam ad un tratto. — Lasciatemi andare avanti. Questo qui è il viale, signore.

Entrarono nel viale, essendo molto fitta la oscurità. Il signor Pickwick cavò una o due volte la sua lanterna e gettò davanti un brillantissimo cerchio di luce di circa un piede di diametro. Era una bella cosa a vedere, ma sembrava produrre l’effetto di rendere gli oggetti circostanti più oscuri di prima.

Arrivarono finalmente alla pietra, e qui Sam raccomandò al padrone e al signor Winkle di mettersi a sedere, mentre egli si sarebbe spinto ad una ricognizione per accertare la presenza di Maria.

Dopo un’assenza di cinque o dieci minuti, Sam tornò a dire che il cancello era aperto e tutto era tranquillo. Seguendolo con passo cauto, i signori Pickwick e Winkle si trovarono subito nel giardino. Qui tutti e tre dissero: Zitti! parecchie volte di seguito; e fatto questo, nessuno di loro sembrava di avere un’idea ben precisa di quel che si dovesse fare appresso.

— È già in giardino la signorina Allen?— domandò tutto agitato il signor Winkle.

— Non so,— rispose la graziosa cameriera. — Quel che c’è da far di meglio è che il signor Weller vi aiuti a montar sull’albero, e intanto il signor Pickwick, se non gli dispiace, guarderà se qualcuno viene dal viale mentre io farò la guardia dall’altra parte del giardino. Gesummio! che cosa è questa?

— Questa lanterna maledetta ci rovinerà tutti! — esclamò Sam indispettito. — Badate a quel che fate, signore; voi mandate la luce proprio nella finestra del salotto.

— Impossibile! — disse il signor Pickwick, voltando di botto la lanterna. — Non l’ho mica fatto a posta.

— E adesso illuminate la casa accanto.

— Misericordia! — esclamò il signor Pickwick voltandosi dall’altra parte.

— E adesso la scuderia, e crederanno che ha preso fuoco. Chiudetela per bacco! o che non vi riesce di chiuderlo cotesto negozio?

— È la più straordinaria lanterna ch’io abbia mai visto! — esclamò il signor Pickwick, intontito dai fenomeni pirotecnici che mal suo grado aveva prodotto. — Non ho mai visto un riflettore così potente.

— Sarà anche troppo potente per noi, se lo tenete così spalancato, — disse Sam mentre il signor Pickwick, dopo molti sforzi, veniva a capo di chiudere la malaugurata lanterna. — Ecco la signorina, la sento che viene. A voi, signor Winkle, su!

— Un momento, un momento! — esclamò il signor Pickwick. — Voglio prima parlarle io. Aiutatemi, Sam.

— Adagino, signore,— rispose Sam puntando il capo contro il muro e facendo arco delle spalle.— Montate qua su questa spianata. A noi, su!

— Ho paura di farvi male, Sam.

— Niente paura, signore. Dategli una mano, signor Winkle. Andiamo, via, questo è il momento.

Sam parlava ancora, e già il signor Pickwick era riuscito a montargli addosso a furia di sforzi quasi soprannaturali per un uomo del suo peso e della sua età. Dopo di ciò, aggrappatosi il signor Pickwick all’orlo del muro, Sam raddrizzandosi lentamente e il signor Winkle spingendolo per le gambe, riuscirono insieme a portar gli occhiali di lui a livello dell’estremità superiore.

— Mia cara,— disse il signor Pickwick guardando di sopra al muro ad Arabella,— non abbiate paura, mia cara, sono io

— Oh, ve ne scongiuro, signor Pickwick, andate via! Dite loro che se ne vadano. Ho tanta paura! Caro signor Pickwick, non rimanete così; cadrete di sicuro e vi ammazzerete,

— Via, via, figliuola mia,— riprese il signor Pickwick con tono incoraggiante.— Non c’è ombra di pericolo, ve lo giuro. Fermo, Sam! — disse poi, volgendosi di sotto.

— Non dubitate, signore,— rispose Sam.— Però non vi trattenete troppo, se è possibile; siete un tantino gravante, signore.

— Un altro momentino, Sam. Voleva dirvi soltanto, mia cara, che non avrei consentito a questo colloquio clandestino col mio giovane amico, se la situazione in cui v’hanno messo gli avesse offerto un mezzo più conveniente. Ma per fare che la cosa non v’avesse a recare in seguito qualche dispiacere, ho voluto farvi sapere ch’io son qui. Ecco tutto.

— Davvero, signor Pickwick, vi sono tanto tanto grata della vostra bontà e della vostra preveggenza,— rispose Arabella asciugandosi gli occhi col fazzoletto.

Avrebbe certamente detto di più se la testa del signor Pickwick non fosse improvvisamente scomparsa per effetto d’un passo falso da lui fatto sulle spalle di Sam e in grazia del quale si trovò a terra di botto. Nondimeno fu subito rimesso in piedi, e detto che ebbe al signor Winkle di non menare troppo in lungo il suo colloquio, corse in capo al viale per montar la guardia con tutto il coraggio e l’ardore d’un giovanotto. Il signor Winkle, eccitato dall’occasione, scavalcò il muro in meno di niente, senza però dimenticare, nel momento di scendere dall’altra parte, di raccomandare a Sam che stesse attento al padrone.

— Non dubitate, signore, ci penso io — rispose Sam.

— Dov’è, Sam? che fa?— domandò il signor Winkle.

— Che il signore Iddio lo benedica! Eccolo là che monta la guardia con la sua lanterna cieca. Non ho mai conosciuto un più brav’uomo di lui. Metto pegno che gli è venuto prima lui al mondo e venticinque anni dopo gli è nato dentro il cuore.

Il signor Winkle non s’era fermato per sentir l’elogio del suo amico. Balzato nel giardino s’era gettato ai piedi di Arabella e le giurava amore con una eloquenza degna dello stesso signor Pickwick.

Mentre queste cose seguivano all’aria aperta, un signore di una certa età e di molta rinomanza nel campo scientifico, se ne stava a sedere nella sua biblioteca, due o tre case più in là, tutto inteso a dettare un trattato filosofico, addolcendo di tanto in tanto la gola e la fatica con un po’ di vino che gli stava accanto in una polverosa bottiglia. Nelle agonie della composizione, l’erudito scrittore guardava un po’ al tappeto, un po’ al soffitto, un po’ al muro; e quando nessuna di queste tre guardate gli dava il necessario grado d’ispirazione, ei guardava dalla finestra.

In uno di questi angosciosi momenti di creazione, il profondo filosofo guardava astrattamente alle tenebre di fuori quando ad un tratto una vivissima luce lo colpì, che strisciò nell’aria a breve distanza dal suolo e che quasi istantaneamente sparì. Dopo pochi minuti, il fenomeno s’era ripetuto, non già una o due volte, ma parecchie.

Alla fine, lo scienziato posò la penna, e si diè a cercare la probabile cagion naturale di queste apparizioni.

Non erano meteore, perchè erano troppo basse. Non erano lucciole, perchè erano troppo alte. Non erano fuochi fatui; non erano stelle cadenti non erano fuochi lavorati. Che cosa potevano essere? Qualche straordinario e maraviglioso fenomeno di natura, che nessun filosofo aveva mai prima osservato, qualche cosa la cui scoperta era stata riservata a lui solo, e che lo avrebbe immortalato come uno dei grandi benefattori del genere umano. Tutto pieno di questa idea, il nostro scienziato afferrò di nuovo la penna, e confidò alla carta varie note su queste nuove ed insolite apparizioni, con la data, il giorno, l’ora, i minuti primi e secondi, il tutto per servir di base ad un voluminoso trattato pieno di ricerche accurate e di dottrina profonda che avrebbe colmato di stupore tutti i meteorologi del mondo incivilito.

Si sdraiò intanto sul suo seggiolone, godendosi in anticipazione la sua grandezza. Il misterioso chiarore riapparve più vivo di prima, saltando da un capo all’altro del viale, traversando di qua e di là, e muovendosi in un’orbita non meno eccentrica di quella delle stelle comete.

Lo scienziato era scapolo. Non aveva una moglie da chiamare e da far stupire, sicchè tirò il campanello e fece venire il domestico.

— Pruffle, — disse lo scienziato, — c’è nell’aria stasera qualche cosa di molto straordinario. L’avete veduta?

E in così dire accennò alla finestra, di dove il chiarore tornava ad esser visibile.

— Signor sì, l’ho veduta.

— Che ne pensate, Pruffle?

— Che ne penso?

— Sì. Voi siete cresciuto nelle campagne. Qual’è, secondo voi, la causa di quelle striscie di luce?

E lo scienziato anticipò con un sorriso la risposta di Pruffle di non poter assegnare nessuna sorta di causa. Pruffle stette un po’ sovrappensiero.

— Io dico per me che hanno da esser ladri,— disse finalmente.

— Siete uno sciocco, Pruffle! andate, andate! — esclamò lo scienziato.

— Obbligatissimo, — rispose Pruffle, obbedendo.

Ma lo scienziato non poteva sopportare l’idea che l’ingegnoso trattato del quale avea gettato le fondamenta andasse perduto pel mondo, il che senza meno sarebbe avvenuto quando l’ipotesi ridevolissima del signor Pruffle non fosse soffocata in sul nascere. Si mise subito il cappello e discese senza perder tempo in giardino, deciso ad esplorare la cosa fin dentro alle viscere.

Ora, pochi momenti prima di questa discesa, il signor Pickwick era corso con tutta la sveltezza delle sue gambe fino in fondo al viale per portare un falso allarme che qualcuno veniva da quella parte, aprendo di tanto in tanto la lanterna cieca per cansare il pericolo di cadere in qualche fosso. Dato appena l’allarme, il signor Winkle riscavalcò il muro ed Arabella riscappò in casa; il cancello del giardino fu chiuso, e i nostri tre avventurieri se n’andavano più che di passo verso lo sbocco del viale, quando gli arrestò di botto il rumore che fece lo scienziato nell’aprir la porta del giardino.

— Fermi! — bisbigliò Sam, che naturalmente stava alla testa della brigata. — Aprite un tantino la lanterna, proprio un capello.

Il signor Pickwick eseguì, e Sam vedendo una testa di uomo che cautamente si spingeva fuori a breve distanza dalla propria, le assestò un colpettino col pugno serrato che la fece battere con un certo suono cupo contro la porta. Compiuta questa impresa con grande sollecitudine e mirabile destrezza, il signor Weller si pigliò in collo il signor Pickwick e si mise a correre sulle pedate del signor Winkle con una speditezza che, considerato il fardello che portava sulle spalle, era assolutamente maravigliosa.

— Avete ripigliato fiato, signore? — domandò Sam quando furono giunti allo sbocco del viale.

— Perfettamente,— rispose il signor Pickwick.

— Andiamo dunque, — disse Sam rimettendo in piedi il padrone — Venite in mezzo a noi, signore. Meno di mezza miglio di corsa. Figuratevi di dover guadagnare un premio. Orsù, marche!

Incoraggiato a questo modo, il signor Pickwick lavorò di gambe il meglio che seppe, e si può francamente affermare che un paio di uosa nere non corsero mai più svelte di quelle del signor Pickwick in questa mirabile occasione.

La carrozza aspettava, i cavalli erano freschi, le strade erano eccellenti e il cocchiere pieno di buona volontà. Tutta la brigata arrivò sana e salva alla Siepe prima che il signor Pickwick avesse potuto respirare liberamente.

— Subito dentro, signore,— disse Sam aiutando il padrone a scendere di carrozza. — Non vi fermate nella via nemmeno un minuto dopo cotesto esercizio. Scusate, signore, — continuò poi toccandosi il cappello mentre il signor Winkle scendeva,— spero che non ce n’erano degli attaccamenti anteriori.

Il signor Winkle strinse la mano dell’umile suo amico, e gli bisbigliò all’orecchio: "Tutto va bene, Sam, tutto!" al che il signor Weller si diè tre colpettini distinti sul naso in segno d’intelligenza; sorrise, ammiccò, e si mise a ripiegare la predellina con una fisonomia piena della massima soddisfazione.

In quanto allo scienziato, ei dimostrò in un dottissimo trattato che quei straordinari chiarori erano effetto dell’elettricità, e splendidamente dimostrò la sua tesi descrivendo in tutti i particolari in qual modo uno sprazzo di luce lo avesse abbarbagliato nel momento preciso di mettere il capo fuori della porta, e come ricevesse una scossa che gli cagionò uno stordimento della durata di quindici minuti: la quale dimostrazione fu accolta con piacere indicibile da tutte le associazioni scientifiche e lo fece considerare da allora in poi per un luminare della scienza.