Il Dio dei viventi/XX

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Parte XX

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XIX XXI

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Una sera Zebedeo decise di tornare da Lia. Ella non s’era fatta più viva, anzi a quanto riferivano le donne del vicinato viveva ritirata e lavorava in casa senza voler ricevere nessuno. Zebedeo tuttavia non si fidava di quella quiete apparente. [p. 95 modifica]

Questa volta trovò anche il ragazzo accanto alla madre che cuciva: tutti e due seduti su piccoli sgabelli, presso la tavola, sotto la luce diretta d’un lume ad olio; e il riflesso dorato dei capelli di Salvatore faceva contrasto con la massa opaca della testa di Lia avvolta in un fazzoletto nero.

Zebedeo non aveva pensato di poter trovare il ragazzo e la sua presenza lo turbò; quegli occhi vivi e astuti, dolci e intelligenti, gli penetravano fino all’anima.

D’altronde pensava che quello che aveva da dire alla madre poteva sentirlo anche il figlio, e se quei due penetravano a fondo nella sua pena e ne provavano pietà tanto meglio, o se ne provavano gusto tanto meglio ancora: egli veniva lì per frugare nella sua piaga e cercare dolore per conforto.

Tuttavia prese un tono scherzoso rivolgendosi al ragazzo.

— Studi ancora, a quest’ora? E mettilo a dormire, quel libro: non vedi che è stanco di essere letto? E tu va fuori a giuocare coi ragazzi. [p. 96 modifica]

— Il mio Salvatore non va mai fuori, la sera — disse seria la madre alzandosi per accostare una sedia a Zebedeo. — Siedi.

— Non va fuori per obbedirti; ma i ragazzi devono sempre disobbedire.

— Tu dicevi così al tuo Bellia?

— Non lo dicevo ma lo pensavo. I ragazzi che obbediscono non sono veri ragazzi sani. Sai che cosa sono, Salvatore?

Il ragazzo lo guardava con gli occhi luminosi, tanto che Zebedeo non sapeva distinguere se in quello sguardo vi fosse più ostilità o benevolenza, beffa o malizia; ma fu contento nel veder ridere Salvatore quando egli disse:

— Sono ragazze.

Lia credette che l’uomo volesse parlare da solo a solo con lei, e per questo consigliasse il ragazzo ad uscire.

— Va a dormire, Salvatore.

Allora fu Zebedeo a pregarla di lasciarlo e il ragazzo abbassò gli occhi sul libro, ma per quanto leggesse non voltava mai la pagina. Anche Lia cuciva: e Zebedeo [p. 97 modifica]vedeva le sue mani e l’ombra delle sue mani sulla tela e l’ago e l’ombra dell’ago ficcarsi nella tela con un movimento misterioso; e aveva paura che la donna mormorasse fra di sè maledizioni e scongiuri.

— Non sono più venuto, Lia, perchè in questi ultimi giorni le disgrazie mi sono fioccate come la grandine. Una sventura non viene mai sola. Forse saprai già dell’incendio.

Il viso di lei parve farsi più acuto per un lieve sorriso di scherno.

— Che cos’è una tettoia per te, Zebedeo Barcai? Se ti lamenti per questo! O forse devi venire da me per prestarti cento scudi per accomodarla?

— Beffami pure — pensava Zebedeo — se ciò ti fa piacere e sminuisce il tuo odio, beffami pure.

— Eppoi ho il bestiame malato, e anche il mio Bellia ha una mano malata. (Sapeva Lia o fingeva di non sapere? Il suo viso s’era abbassato e si nascondeva. Bisognava dirle tutto? Bisognava.) Gliel’ha morsicata il puledro del povero Basilio, e [p. 98 modifica]pure ci sia un po’ d’infezione. Domani il dottore gli deve fare un taglio per portar via la materia.

— Il dottore! Il fuoco lo bruci. Tu dai retta al dottore! Egli taglia la carne viva ai cristiani per trarne del denaro. Io se avessi un male non mi lascerei neppure toccare da lui.

— Tu vuoi impressionarmi per ritardare l’operazione e far venire la cancrena al mio Bellia, — pensava Zebedeo, eppure la donna gli sembrava sincera e già le sue parole gli destavano un senso di diffidenza contro il dottore.

— Non gliela far toccare la mano, a tuo figlio. Lascia che il male si maturi da sè: poi basta che tua moglie lo punga con un ago e tutto è fatto. Basta la punta di un ago. Ti ricordi (ella pungeva la tela per dimostrare come andava fatto) ti ricordi quando il povero Basilio ebbe quell’ascesso al collo? Il dottore diceva di tagliare: egli taglia sempre, quel figlio di boia; ma Basilio diede retta a me. Bastò la punta di un ago per farlo guarire. [p. 99 modifica]

— Ma che cosa credi che abbia da fare il dottore? La lancetta non è che un grosso ago.

— A volte.... — ella disse a bassa voce — a volte sono loro, i dottori, che avvelenano la lancetta per far continuare il male e poi prendersi la grossa paga.

— Lia! Una donna saggia come tu sembri non dice queste cose.

— Perchè? Sono angeli, i dottori? Sono uomini; amano il denaro e quindi sono anch’essi capaci di tutto.

Quell'anch’essi turbò Zebedeo: accennava a lui? Accennava a lui.

— Salvatore, senti che dice tua madre? per fortuna tu non credi a queste cose.

Il ragazzo sollevò gli occhi dal libro ma non rispose: ci credeva o non ci credeva?

— Tu fai male, Lia, a far credere al ragazzo certe cose — disse l’uomo abbassando anche lui la voce.

— Quali cose? Che ci sono uomini senza scrupoli? Purtroppo lo imparerà anche da sè. Basta che sia buono lui e che il male resti fuori di lui. [p. 100 modifica]

— Senti, Lia — riprese Zebedeo — io non credo ch’esista tanto male nel mondo. Lo pensiamo noi; pensiamo che gli altri possano fare tanto male, ma è fantasia nostra. Ed è peggio che essere cattivi noi.

Egli parlava così perchè il ragazzo sentisse: non sapeva perchè, ma adesso la sua pena maggiore era che Salvatore lo credesse colpevole.

— E anche se lo tocchiamo con le dita, il male, dobbiamo sempre crederlo minore di quello che è: ai ragazzi poi non bisogna parlarne. Ne avranno l’esperienza, sì, ma c’è tempo davanti a loro. Lasciamoli godere finchè possono. Io al mio Bellia non ho mai detto: il tale fa questo male, il tale fa quest’altro. Per questo è cresciuto buono lui: a sedici anni è ancora come un bambino.

— Il tuo Bellia è nato in un letto di rose e la fortuna gli è stata madrina; per questo è ancora bambino e sarà sempre bambino; ma altri nascono col fiore della sventura in mano e non hanno ancora i denti che l’esperienza della vita li ha [p. 101 modifica]fustigati: non parliamone — ella concluse aggrottando le sopracciglia. Allora Zebedeo cambiò discorso: raccontò della donna che aveva ricevuto la visita di Sant’Antonio, con barzellette che fecero sorridere Salvatore: però gli sembrava strano che il ragazzo non parlasse mai.

— Ma la lingua non ce l’hai — domandò quasi irritato di quel silenzio. — Il maestro non t’insegna a parlare?

— Il maestro m’insegna a tacere — rispose il ragazzo; e parlava sul serio, eppure sembrò a Zebedeo che quel moccioso si burlasse di lui.

— Bello, quel maestro! È solo lui che vuol parlare? Digli da parte mia che lui parla per tre, per trenta anzi, se a tutti voi trenta scolari v’insegna a tacere! E se gli darete retta diventerete tutti idioti. Tacere! È quando l’uomo non sa parlare che tutti gli saltano addosso come le mosche all’asino senza coda. E se viene incolpato di qualche malanno e non sa difendersi lo schizzano in aria come un masso spaccato dalla mina. [p. 102 modifica]

— Se non fa del male nessuno lo incolpa — disse Salvatore.

L’altro replicò; e parlava animatamente e pareva fosse venuto solo per questo, per discutere col ragazzo. La madre guardava il suo Salvatore con ammirazione; le pareva Cristo fanciullo di contro ai dottori cavillosi del tempio.