Il Dio dei viventi/XXXVII

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Parte XXXVII

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XXXVI XXXVIII

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Anche il padre preferiva l’insolenza sana alla passività malaticcia di Bellia.

E poichè anche l’ospite gioviale era a passare il sabato e la domenica con la famiglia, furono di nuovo due lieti giorni di baldoria omerica.

Il sabato vi fu banchetto dall’ospite: la domenica dai Barcai. Un’aria di festa spirava anche sul mare: il venticello di ponente increspava l’acqua così limpida sulla sabbia ondulata che pareva l’acqua d’una fontana e quasi invitava a berla.

Molta gente estranea, del paese e dai paesi più lontani, era scesa alla spiaggia; si vedevano qua e là famiglie di scarpe abbandonate sulla rena, e ragazzi che correvano lungo la riva e pareva non dovessero fermarsi mai.

Per rendere più allegro il pomeriggio festivo l’ospite invitò il suonatore di fisarmonica. Le donne ballavano fra di loro; i [p. 217 modifica]bagnanti aristocratici della casa bianca scesero allo spiazzo della casetta rocciosa attirati dal chiasso e dalla musica.

Il lunedì Zebedeo se ne andò dopo aver raccomandato al figlio di essere prudente, di non far inquietare la madre; egli sarebbe ritornato a riprenderli fra una quindicina di giorni; ma appena via lui Bellia ricominciò a fare il piacere suo in mare e in terra. La sera stessa del lunedì andò in paese col suonatore di fisarmonica, che era un ragazzo triste vizioso e vagabondo, e ritornò a notte tarda.

La madre lo aspettava inquieta, seduta con la serva sulla duna di sassi davanti alla casetta: era una diversa inquietudine di quando il suo ragazzo era nel pericolo delle acque, ma più viva, più gelosa.

— Chi ne sa niente dove sarà andato? Adesso si dà alle cattive compagnie: forse andrà all’osteria, o da qualche donna di mali costumi, chi ne sa niente? Quel ragazzaccio che suona sempre, che non ha altro mestiere, che è già stato in America, mi dà l’idea del figlio della Tentazione. [p. 218 modifica]

Invano la serva cercava di rassicurarla.

— Ragazzi, sono! E il vostro Bellia bisogna pur bene che si stacchi dalla vostra gonna.

La padrona guardava le stelle, l’Orsa alta sul confine fra la brughiera e il mare, e neppure il silenzio delle onde e la serenità della notte profumata d’alghe e di menta selvatica riuscivano a chetarla. Era quasi mezzanotte; anche i lumi della casa bianca si spegnevano: solo sul mare lungo gli scogli errava una barca fantastica con una fiammella a prua e una figura che si sporgeva come a guardare e misurare la profondità delle acque.

— Ti pare, Rosa, che Bellia e quel ragazzaccio siano in quella barca, diretti alla grotta della Sirena? Anche oggi ne parlavano.

— È un pescatore d’arselle. Ma può essere anche un’anima errante: ad ogni modo Bellia vostro non è.

Finalmente si sentì lontano come venisse dal mare il suono della fisarmonica: in quel momento la madre benedisse lo [p. 219 modifica]strumento del vagabondo che gli annunziava il ritorno del figlio.

E non rimproverò Bellia, quasi fosse il figliuol prodigo; ma non fece neppure tacere la serva che lo sgridava per conto suo.

— Tu dovresti vergognarti di andare con un ragazzaccio così, che è peggio dei mendicanti: i mendicanti se non altro hanno un po’ di educazione: quello lì è più maligno e puzzolente della volpe: eppoi dicono che rubi anche.

— Se ruba lo farà per necessità, — rimbeccò Bellia. — Se tu fossi nelle sue condizioni saresti mille volte peggiore di lui.

— Basta basta, — disse la madre, — è mezzanotte; non è ora di questioni. Andiamo a letto.

— Se torna qui, quell’anima errante la fermo io a colpi di pietra, — promise Rosa: e Bellia sogghignò, pronunziando una frase che turbò la madre.

— Tu sei gelosa di lui.

— Perchè dovrei essere gelosa? Sono forse la tua innamorata? Vieni qui che ti soffio il naso. Del resto tutti parlano male di lui. [p. 220 modifica]

— Perchè tutti sono invidiosi di lui.

La serva rideva sghignazzando come una cornacchia: e in lontananza rispondeva la fisarmonica e pareva dicesse, per conto del suo padrone:

— Sì, sì, tutti m’invidiano perchè sono padrone della terra e del cielo: dove mi trovo mi stendo, e non ho paura di nessuno: nessuno può farmi del male perchè il male io già lo conosco in tutte le sue forme e non può nuocermi più! E neppure della morte ho paura perchè la mia tristezza è tanta che il pensiero della morte mi è dolce.

La madre sentiva confusamente queste cose e la sua pena si faceva più profonda, più misteriosa.

Quella notte dormì meno delle altre notti: le pareva che Bellia fosse sempre in pericolo; tutti glielo volevano prendere, il mare, la terra, gli uomini; e non riusciva a persuadersi che era la vita stessa che glielo prendeva. [p. 221 modifica]