Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee - Vol. 1/Libro II. Capo III

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Libro II. Capo III. Del Contado dell'Ossola

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CAPO III.


Del Contado dell'Ossola


Pochissime sono le notizie che abbiamo di questocontado; anzi possiamo dire, che come tale non ci è noto che da un diploma di Arrigo II Imperatore, dal quale sappiamo essere stato conceduto a Pietro Vescovo di Novara l'anno 1014, testimonio lo stesso Giulini, che nella Parte III delle citate Memorie così ne scrive alla pag. 96. «Qui comparisce un altro contado rurale posto nella Diocesi di Novara, ma nel distretto di Milano, cioè il piccolo Contado d'Ossola, il quale dal tempo di questa concessione venendo innanzi per molti secoli, fu posseduto dal Vescovo di Novara.»

Or qui sorge spontanea la domanda, se l'origine e l'esistenza di questo contado si deva riconoscere solo dalla data di questo diploma, ovvero deva ritenersi anteriore e sino dai [p. 194 modifica]tempi dei Carolingi. In uno di questi casi la storia dell'Ossola presenterebbe una lacuna di oltre due secoli, che non si saprebbe comprendere. Perciò importa a noi di conoscere prima di tutto, qual parte dell'Ossola abbia inteso di donare l'Imperatore al Vescovo di Novara; secondo, quale fosse la condizione di quel territorio nei tempi precedenti a questa donazione; terzo finalmente, quali ne fossero i confini. Queste cognizioni ci sono necessarie altresì per poter determinare i limiti del contado stesso di Stazona da questo lato. Poche sono le carte che abbiamo in sussidio di tali ricerche, non dispero tuttavia di ricavare da esse quel lume sufficiente che sia atto a guidarci a probabili conclusioni.

Prendiamo le mosse dall'esame del detto diploma1. Leggiamo in esso esposta chiarissimamente l'origine di tal concessione. Il Vescovo Pietro, ivi è detto, per essere rimasto fedele alla causa dell'Imperatore dovette patire di molti danni per opera di Ardoino e dei suoi fautori. Spogliato della maggior parte dei possedimenti, che aveva la sua Chiesa, e perseguitato anche personalmente, avea dovuto per campare la vita andarsene lungamente ramingo tra le Alpi con infiniti disagi e pericoli e da ultimo ricoverarsi alla corte di quel Monarca per implorare in persona un compenso a'suoi patimenti2. Difatti, come seppe egli quivi che Ardoino più non regnava, non fu tardo il buon Vescovo dall'implorare da quell'Augusto la restituzione dei beni tolti alla propria Chiesa e di più a ristoro de'sofferti danni la donazione di un certo piccolo contado (quemdam Comitatulum), ch'era posto entro i limiti della propria parochia (così chiamavasi allora quella che oggidì [p. 195 modifica]appelliamo Diocesi) con tutti i privilegi e i diritti inerenti ad esso contando3. L'Imperatore con quel diploma gli concesse quanto gli domandò, e in questo modo la Chiesa di Novara venne in possesso di quel piccolo Comitato4.

Ciò conosciuto, ricerchiamo ora se essa Chiesa in forza di questo diploma ebbe in dono l'Ossola intera, come pare accenni di credere il Giulini nel brano che abbiamo recato di sopra, ovvero una parte sola di essa.

Veramente la stessa espressione diminutiva di comitatulus usata in esso diploma, e ripetuta anco tre volte a breve distanza l'una dall'altra, mostra abbastanza chiaro che si tratta di un contado di assai ristretti confini. È nota ad ognuno la distinzione in uso pure oggigiorno dell'Ossola in Superiore e Inferiore. Pertanto se nel nostro diploma colla parola Comitatolo si fosse inteso di comprendere in esso anche l'Ossola Inferiore, cioè l'Ossola intera colle valli da essa dipendenti, c'pare che quel vocabolo, così almeno a me sembra, non sarebbe stato bene appropriato, specialmente se si paragoni ad altri che furono detti Comitati, e sono di gran lunga meno estesi dell'Ossola.

Ma vi ha inoltre altra ragione nello stesso diploma per escludere dalla donazione fatta al Vescovo Pietro l'Ossola Inferiore. Ivi di fatto leggiamo, che l'Imperatore gli concede bensì il diritto di pesca nel fiume Toce, ma solo in quei luoghi, nei quali la Chiesa ha possedimenti su amendue le sponde del [p. 196 modifica]fiume (in illis scilicet locis, ubi Ecclesia ex ulraque fluminis tenet parte). E similmente che l'Imperatore concede bensì il diritto di caccia ed ogni altra cosa, ma solo di quelle, che spettanti alla parte pubblica possono esigersi dallo stesso Comitato (et cum venationibus seu omnibus rebus, quae ad publicam partem ex eodem Comitatulo exigi possunt). E da ultimo l'Imperatore, oltre le dette regalìe, gli concede senza limite alcuno ogni diritto di entrata, che apparteneva ad esso Contado (cum omnibus functionibus, quae in ipso Comitatulo publicae parti pertinent). Si rileva dunque da questo che altri possessori di terre e fondi vi aveano allora nell'Ossola, che godevano di simiglianti diritti, esenti od immuni da ogni qualsiasi prestazione; e che i diritti di pesca sul fiume Toce e di caccia erano limitati da altri che erano già anteriormente in possesso di tal privilegio posti a confini di esso Comitatolo; d'onde si trae, se non erro, che non tutta l'Ossola, ma solo una parte di essa fu conceduta allora alla Chiesa di Novara.

E questo stesso a me pare che possa dedursi anche dalla stessa maniera, colla quale nel nostro Diploma viene descritto questo Comitatolo. Ivi è detto ch'esso è situato nella Valle Ossola (quemdam Comitatulum, qui in Valle Ausula ... adiacere dignoscitur). Una cosa che esiste in un'altra, non può essere che una parte di questa; perciò se il Comitatolo donato al Vescovo Pietro era nell'Ossola, questa di sua natura doveva essere più estesa di esso Comitatolo; chè altramente si verrebbe a dire che la parte è eguale al tutto, cioè si verrebbe a dire un'assurdità.

Mi conferma poi in questa sentenza anche un Diploma dell'anno 1033, presso lo stesso Giulini (l. c. p. 237), col quale Corrado ad istanza dell'Imperatrice Gisla sua moglie, concede al monastero di S. Pietro in Cielo d'oro in Pavia, tra le altre cose anche la corte di Vergonte col diritto di pesca nel fiume Tosa (cortem insuper, quae Vergonto dicitur, et piscarium quue est in Tauxa). È chiara da questa concessione, che il diritto di pesca accordato a questo monastero non poteva esercitarsi che entro i limiti soltanto assegnati ad essa corte e senza lesione alcuna di quelli, che aveva già sul medesimo fiume il [p. 197 modifica]Vescovo di Novara; altramente saremmo costretti di dire, che Corrado tolse a questo nel 1033 quel diritto, che gli aveva confermato nel 1028 e che il detto Comitatolo non può estendersi oltre ai limiti dell'Ossola superiore.

Ma un'altra osservazione ancora gioverà fare su quelle parole del nostro Diploma, nel quale è detto, che esso Comitatolo giaceva entro i limiti della parochia ossia Diocesi di Novara (infra ipsius episcopatus parochiam). Ora è noto che l'Ossola tutta quanto al civile non solo, della qual cosa qui non è mestieri occuparci, ma e quanto ancora allo spirituale sino dei tempi primitivi del Cristianesimo spettava alla Diocesi di Milano, anche pel fatto della esistenza anteriore di questa, come già abbiamo veduto. In qual epoca sia avvenuto il passaggio di questa regione dall'una all'altra Diocesi, non ci è dato di definire con precisione.

Sembra, scrive a questo proposito il Dott. Cavalli (l. c. T. 1, p. 54), che le Chiese dell'Ossola e di Vegezzo fossero soggette prima dell'anno mille all'Arcivescovo di Milano e non passassero alla Diocesi di Novara se non in forza della donazione fatta da re Enrico al Vescovo Pietro l'anno 1014. Questa opinione, comecchè nella sostanza possa parer vera non tenendo conto di qualche diecina d'anni, soffre però qualche modificazione da questo stesso Diploma, che fa supporre essere passata l'Ossola Superiore sotto la giurisdizione del Vescovo di Novara almeno qualche tempo innanzi alla data del sullodato Diploma, e ne soffre anche un'altra rispetto all'Ossola Inferiore dal fatto che sono ora per narrare, e che ci mostra questa essere stata ancora in potere dell'Arcivescovo di Milano pure molti anni dopo, se è giusta la conghiettura.

Lo storico Wippone racconta presso il Muratori ne'suoi Annali d'Italia e presso il Giulini (P. III, p. 204 e segg.) che l'estate dell'anno 1026 fu sì cocente, che molti uomini e molte bestie perirono per l'eccessivo calore, e che il re Corrado trovandosi allora in Lombardia, per isfuggirlo si ritirò in luoghi montuosi oltre l'Ati, nei quali fu regalmente mantenuto da Eriberto Arcivescovo di Milano per oltre due mesi: Rex vero [p. 198 modifica]Chuorandus nemini cedens, nisi soli Deo et caloribus aestivis, ultra Atim fluvium propter opaca loca et aeris temperiem in montana secessit; ibique ab Archiepiscopo Mediolanensi per duos menses, et amplius regalem victum sumptuose habuit.

Disputano gli eruditi quale fiume si deva intendere sotto il nome Atis. Il Muratori confessa d'ignorarlo ritenendolo tuttavia nella Diocesi di Milano per la ragione, che dovette essere in luogo di spettanza dell'Arcivescovo5. Il Giulini aderendo a questa ragione del Muratori sentenziò che l'Atis di Wippone non poteva essere altro che l'Adda. Due difficoltà però di non lieve conto si opponevano al suo avviso; ma egli seppe trarsene d'impaccio con tutta facilità. Il fiume Adda nelle antiche carte si scrive generalmente Atua o Adua, e più spesso Addua, ma poco importa: si legga a dirittura Atua in luogo di Atis. Ma l'ultra Atim significa al di là dell'Adda, e quel territorio non è soggetto alla giurisdizione dell'Arcivescovo, si intenda dunque al di qua, e così potrà collocarsi Corrado nella Brianza. Quanto arbitraria sia questa interpretazione del Giulini niuno è che nol vegga; mentre attenendoci alla semplicità del testo e seguendo l'opinione, che ritiene l'Atis di Wippono per l'Atosa, o Tosa, che scorre per la Valle dell'Ossola, è manifesto che l'ultra Atim inteso di luogo posto al di là di esso fiume, Corrado era ancora sotto la giurisdizione dell'Arcivescovo di Milano. E così di fatto la intesero il Puricelli ed i Sassi, citati dallo stesso Giulini, così la intese il Durandi (Alpi Graie e Pennine p. 78), e così recentemente anche il lodatto Dott. Cavalli (l. c. T. 1, p. 117), il quale inoltre crede molto probabile che re Corrado siasi recato a passare l'estate in Val Vegezzo.

Ora supposta vera, come a me sembra, questa interpretazione, abbiamo da essa stessa un argomento per ritenere che la sola Ossola superiore, nella quale trovavasi certamente quel [p. 199 modifica]Comitatolo, spettasse allora alla Diocesi Novarese, mentre tutto il resto di essa apparteneva alla Milanese.

Del resto che questa Valle colle sue adiacenti, fossero sino ab antico nel territorio di Milano, e che l'Arcivescovo vi esercitasse pure la sua giurisdizione, e intervenisse colla sua autorità in tutti gli atti, che riguardavano i possedimenti della sua Chiesa in essa Valle, non solo ai tempi di Corrado Imperatore, ma anche innanzi a quello di Arrigo suo predecessore, è dimostrato evidentemente da un documento d'altronde assai noto e del quale sarà utile qui fare un cenno.

È questo un istrumento di permuta stipulato il 22 giugno dell'anno 999 tra Arnolfo Arcivescovo di Milano e Lanfranco (altri leggono Lanfredo) abate del monastero di S. Salvatore di Arona6. Si ha da esso che la Chiesa Pievana di S. Pietro di Brebbia possedeva una notevole quantità di beni nella Valle Ossola e in quelle contermine di Vedro e di Vegezzo come anche in Valle Anzasca. Ora l'Arcivescovo Arnolfo colla sua qualità di commendatario di detta Chiesa, cede questi beni all'abate di Arona in cambio di altri, che questi possedeva dal lato opposto del Lago. Il trovare pertanto che questo [p. 200 modifica]istrumento viene stipulato in Milano e firmato in primo luogo dall'Arcivescovo stesso, poi da Ildegario suddiacono in qualità di messo Imperiale, quindi da Ariberto giudice de milemprimis, da Dagiberto giudice del Sacro Palazzo e finalmente, oltre che più testimonii, tra i quali uno ve n'ha de arce Aronae, dal notaio imperiale, sono tutte circostanze, che mostrano apertamente che si trattava di fondi e beni posti in un territorio appartenente alla città di Milano.

Ma da questo stesso sorge una nuova difficoltà. Se tutta l'Ossola formava parte del territorio di Milano, e solo una piccola porzione di essa era stata eretta in Comitato nel XI secolo, che dovrà quindi dirsi della sua precedente costituzione nel X e nel IX secolo?

Una risposta chiara e precisa a questa domanda è sommamente difficile, stante la povertà dei documenti che abbiamo, e che io conosco; non si può dunque ricorrere che alle conghietture e di queste non dispero di darne alcuna, almeno probabile.

Anzi tutto gioverà osservare che il piccolo Contado concesso al Vescovo Pietro, qualunque ne sia poi stata la sua estensione, dovette certamente essere di data anteriore a questa donazione. Ciò sembra che si possa arguire dal modo, col quale ci è indicato nel diploma. Se si fosse trattato di una erezione del suo territorio in Contado all'atto stesso della donazione, io credo che non si sarebbe omesso di farne memoria nello stesso diploma. Egli è vero che non si sa da chi fosse posseduto prima; e che su questo osserva un alto silenzio il medesimo donatore; ma è appunto da questo silenzio, che mi pare si possa argomentare, che esso Comitatolo probabilmente di ragione del fisco regio, sia stato invaso qualche tempo innanzi dai fautori di re Ardoino, dal quale è altresì probabile, che il precedente suo possessore n'abbia ottenuta l'investitura, e che colla caduta di esso re, sia stato confiscato, o meglio ricuperato, da Corrado, e quindi da questo sia stato donato in fine al Vescovo Novarese.

Un appiglio a questa conghiettura mi viene anche dal citato Provana, il quale parlando della divisione d'Italia al principio del secolo XI scrive (l. c. p. 97) che «i principali Comitati [p. 201 modifica]soggetti al marchese d'Ivrea erano quelli di Aosta, di Ossola, di Stazona, di Novara, di Vercelli, di S. Agata e di Lomello e il Ducato di S. Giulio.» Io non so d'onde abbia egli tratta questa notizia rispetto al Contado d'Ossola; ma da essa frattanto si apprende, che realmente, al principio almeno del detto secolo, esisteva già con tal nome quel Comitato.

Ma questo ancora non basta per rilevare la primitiva costituzione dell'Ossola. Qualche lume per questa credo che possa aversi da altre due carte, benchè di poco anteriori alla data del nostro diploma, e scritte appunto durante il regno contrastato e turbolento del medesimo Ardoino. L'una è del 1º dicembre dell'anno 1001 e l'altra del 6 giugno 1007. Sono state anche queste pubblicate nel citato Volume e contengono la donazione di alcuni beni fatta da diverse persone, a quanto appare, dell'Ossola stessa a quella Chiesa plebana, la quale viene indicata nella prima in questo modo: Ecclesia plebis Sancti Protasi sita Valle Osila (così) prope castro, qui dicitur novo; e nella seconda: Ecclesia plebis sanctorum Gervasi et Protaxii, qui est constructa in Valle, qui dicitur Auxola et prope castro, qui nominatur novo7.

Non mi arresterò qui ad osservare che la stessa denominazione di castro novo è prova dell'esistenza in quel medesimo luogo di altro castello ivi fabbricato in antico, sia poi che questo fosse allora distrutto, o continuasse a sussistere insieme col nuovo; nè tampoco a notare che coll'aggiunta di novo si deva intendere, che esso sia stato allora allora costrutto, ben conoscendosi che tali denominazioni date una volta rimangono sempre inerenti alle cose, anche quando quel titolo col tempo sia contraddetto dal fatto. Più importante per noi sarà il considerare che l'atto di donazione contenuto nelle dette carte è stato fatto e firmato in questo medesimo castello alla presenza [p. 202 modifica]dei donatori e di più testimoni8; difatti leggiamo nella prima: Actum infra castro qui dicitur novo, e nella seconda: Actum in supra scripto castro novo; e, ciò, che maggiormente ancora interessa, convalidato dalla firma di un notaio del sacro palazzo; il quale nella prima dichiara: Ego Bonizo notarius sacri palacii scriptor uius (leggi Huius) cartule ofersionis post tradite complevi et dedi. E finalmente ancora si avverta, che in queste carte non si da menzione alcuna del re d'Italia e dell'Imperatore, secondo che solea praticarsi mai sempre negli atti sia pubblici sia privati, firmati da pubblici notai.

Fu già notato dal Giulini e da altri, che in questi tempi, segnatamente durante il regno di Ardoino, nelle carte di Milano e del suo territorio, come anco altrove, si omettevano ad arte quei nomi: indizio questo non dubbio e dello spirito d'indipendenza, che si andava risvegliando in Italia sino dai primordii di questo secolo, e del favore di alcuni principi Italiani, massime dell'Arcivescovo di Milano, alla causa di re Ardoino. Per la qual cosa, tutto considerato, non mi pare priva di fondamento l'opinione, che il piccolo condado di Ossola posto nella Valle di questo nome possa avere avuto origine intorno a questi medesimi tempi, e certo non molto lontana da essi.

Da questi retrocedendo vediamo ora se si possa fare qualche altra conghiettura sugli anteriori, sempre basati sugli indizii, benchè tenui, che ci offrono le nostre carte.

Noi già abbiamo veduto che Oscela era capoluogo della sua Valle e delle circostanti e sede di un procuratore di Augusto, con autorità civile e militare, sino da quando queste Alpi furono assoggettate all'Impero Romano: abbiamo veduto, che abolito questo governo, il territorio dell'Ossola fu attribuito ai [p. 203 modifica]municipii propinqui, tra i quali buona parte toccar dovette Milano: abbiamo inoltre veduto, che Oscela conservò il titolo di città, ch'essa dovette aver certamente anche all'epoca Romana, pure sotto il Dominio dei Longobardi secondo la testimonianza dell'Anonimo Ravennate. Ora poi vediamo che essa dovette conservare la sua antica importanza egualmente sotto il Domionio dei Carolingi, argomentando questo dall'esistenza in essa di un antico castello, e dalla costruzione di un nuovo; onde anche sede dobbiamo dire che fosse di un castellano o di un giudice, che dir si voglia: la qual cosa ci viene attestata dal trovare colà pure residente un notaio del sacro palazzo per la confezione degli atti o stromenti di qual sia genere. Ravviciniamo queste notizie all'altra, che ricaviamo dal Diploma di Arrigo, dell'esistenza cioè nell'Ossola di una parte pubblica, sotto il quale nome abbiamo detto doversi intendere il fisco regio: e noi avremo da tutti questi dati, se grandemente non erro, un indizio più che bastevole per giudicare che l'Ossola fosse già proprietà regia, e come tale spettasse ai re d'Italia.

Scrivono a questo proposito il Co. Vesme e il Fossati in quell'eccellente loro lavoro, che h per titolo: Vicende della proprietà in Italia dalla caduta dell'Impero Romano sino allo stabilimento dei feudi9, che presso i Longobardi il pubblico o la parte pubblica, ovvero pubblica in modo assoluto, era chiamato il patrimonio regio, ossia il fisco; che estesissime erano allora le possessioni regie (e noi avremo più innanzi occasione di vederne non poche sulle sponde del nostro Lago), e che appartenevano ad essi re intere città, ville, castelli, corti e feudi.

Niuna maraviglia pertanto che, trovandosi nel nostro Diploma la detta formola (parte publica), l'uso della quale dovette passare dai Longobardi ai Carolingi, e quindi ai lor successori10 niuna maraviglia, diceva, che anche l'Ossola potesse [p. 204 modifica]essere stata compresa tra i luoghi assegnati sino dal tempo dei re Longobardi al fisco regio, e che come tale sia potuto venire in potere dei re Carolingi, che loro successero e nel titolo e nei diritti e da questi di mano in mano in quello dei re e Imperatori di stirpe Germanica e finalmente dello stesso Arrigo. Questo spiegherebbe altresì le successive smembrazioni del suo territorio in più parti, quante furono le donazioni fatte da essi alle Chiese ed ai monasteri, quale sarebbe a cagion d'esempio quella della Corte di Vergonte al monastero di S. Pietro in Pavia, e le tante modificazioni delle proprietà avvenute in questi tempi, e il passaggio quasi continuo e ripetuto di uno in altro di questi beni, del quale sebbene non si abbiano notizie speciali per ciascun luogo, in generale però possiamo dire di averne positive testimonianze. Fatta quindi ragione dei tempi, tale io credo potesse essere stata la condizione dell'Ossola all'epoca dei Carolingi, della quale ci occupiam di presente.

Ciò posto, non dubito anche di asserire, che essendo l'Ossola in buona parte, che tutta non oserei dire, patrimonio regio, nella divisione, che si fece del territorio di Milano in più contadi, essa sia stata compresa in quello prossimo a Stazona. Questo darebbe ragione eziandio dall'asserzione di parecchi scrittori delle cose del nostro Lago, che la giurisdizione cioè di questo contado si estendesse in antico dalle vette del Sempione a quelle del Gottardo e spiegherebbe da ultimo la unione per questo mezzo dell'Ossola con Milano anche rispetto il governo spirituale; nulla ostando per questo, che fossero comprese entro i limiti di esso contado pure le regie Corti o i patrimonii, che dir si vogliano regii, sebbene esenti da ogni dipendenza dai conti locali; della qual cosa non occorre ora recare esempio veruno, tanti ne vedremo in appresso.

Certo un residuo dell'antica estensione del contado di Stazona lo abbiamo ancora nella descrizione che ne fa il Giulini [p. 205 modifica]medesimo nel XII secolo, comprendendo dei proprii limiti dall'una parte le pievi di Biasca, di Blegno e di Faito, che furono più tardi cedute agli Svizzeri e spettano al canton Ticino, mentre oggi giorno sono ancora sotto la giurisdizione dell'Arcivescovo di Milano, e dall'altra la pieve di Omegna colla corte di Cerro. Noi poi vedremo tra poco, quale argomento si abbia per affermare entro i limiti di questo stesso contado anche la pieve di Margozzo all'epoca medesima dei Carolingi. Per la qual cosa non esiterei di conchiudere, che il territorio di Milano, come ho sospettato sin da principio, anzi che in nove, potesse essere stato diviso in otto soli contadi, comprendendo nel contado di Stazona anche l'Ossola, tuttochè più tardi da esso smembrata, e costituita il parte essa stessa in separato contado.

Ben mi avveggo che queste sono conghietture più o meno probabili secondo il fondamento che ne presta la base, sulla quale si appoggiano. Ma nella storia particolare dei luoghi nell'epoca, della quale trattiamo, anche le conghietture possono trovare il posto loro. Toccherà poi ad altri, che vorranno pigliare ad esame queste mie conghietture, o su nuovi documenti, che si potranno scoprire, o su altri che sfuggirono alle mie ricerche, rigettarle o approvarle od anco modificarle come che sia. Credo però che non sarà senza frutto anche per essi il lavoro da me intrapreso, qualunque possa essere il risultato delle nuove indagini loro.

  1. Fu questo Diploma pubblicato da molti; non ultimo de'quali merita di essere ricordato il Cav. L. G. Provana, che lo inserì nell'Appendice tra i documenti dei suoi Studii critici sopra la Storia d'Italia ai tempi del re Ardoino, Torino, 1844, in 8.º sotto il n.º 38.
  2. Petrus, dice il nostro Diploma, nostrae fidelitatis causa multa sustinuit, famem videlicet, sitim, aesius et frigus, et insuper glaciosus rupes collesque satis asperos nudis pedibus, persequentibus inimicis, fugiendo superavit; qui etiam nune praesentialiter multa damna Arduino devastante recepit, etc.
  3. Quatenus, leggiamo nel detto Diploma, pro sui laboris compensatione et suorum damnorum restauratione QUEMDAM COMITATULUM, qui in valle Ansula infra ipsus Episcopatus parochiam adiacere dignoscitur, praedictae Ecclesiae Novariensi cum amnibus functionibus, quae in ipso COMITATULO publicae parti (così chiamavansi allora i beni spettanti al fisco regio) pertinent, concederemus (come di fatto concede) cum omni districtu er teloneis ac piscationibus, quae in flumine Toxo sunt, in illis scilicet locis, ubi Ecclesia ex utraque fluminis tenet parte et cum venationibus seu omnibus rebus, quae ad publicam partem ex eodem COMITATULO exigi possunt.
  4. Questa donazione fu poi confermata dai successori di Arrigo come da Corrado II nel 1028 (V. Giulini, P. III, pag. 223 e segg.), da Enrico III e da altri.
  5. Si noti a questo proposito che l'Arcivescovo di Milano era stato tra i principi Italiani il solo, che invitis illis ac repugnantibus, come scrive lo storico Arnolfo presso il Durando, della Marca di Ivrea, Torino, 1804, pag. 39, offerse a Corrado la corona d'Italia ed anche lo consacrò circa il 20 marzo di questo stesso anno 1026. (ivi, pag. 61).
  6. Fu in parte pubblicato dal Giulini (P. II, pag. 404) sulla fede dello Zaccaria, e poscia riprodotto nel Vol 1. Chartarum dei Monumenta Historiae Patriae, ed è assai importante per le molte località dell'Ossola in esso ricordate sin da quel tempo. Però è molto scorretto e gioverà qui indicare qualche errore nei nomi, che fu occasione ad altri di errar similmente. A cagion d'esempio l'Ossola è in esso chiamata Cuxola. Non se ne avvide il Giulini (l. c.) e quindi registrò colle altre valli anche quella chiamata Cuzola presso il Lago Maggiore, che con questo nome non ebbe mai ad esistere. Egualmente la Valle Diveria è detta al principio del nostro istrumento Valle de Vegna, e questa fu da taluno creduta essere la Valle di Vagna o Val Bugnanco (V. lo Scaciga, Stor. dell'Ossola, pag. 49); mentre è manifesto dalle parole predicta Valle de Vedria, che si leggono più sotto, essere questa la vera lezione da sostituirsi all'erronea precedente. — E giacchè ho notato anche altrove in quanti modi si trovi variato il nome Ossola nelle antiche carte mi si conceda di aggiungere che in un'altra del 12 ottobre 1217 pubblicata nel suddetto Volume dei Monumenti di Storia Patria si ricorda un Dominus Ubertus de Osola Vercellarum potestate, il quale forse si ha da ritenere essere stato dell'Ossola nella detta carta.
  7. Anche la dedicazione di questa Chiesa pievana ai due santi celebri della Chiesa Milanese Gervasio e Protasio è pur qualche indizio dell'antica giurisdizione di questa Chiesa in codeste parti; come sono indizio di ciò anche i molti beni e fondi posseduti (per fattane donazione da varii de'suoi abitanti= nell'Ossola della Chiesa plebana di Brebbia spettante alla stessa Diocesi.
  8. Trovo che tra i testimonii, che firmarono la seconda di queste carte due ve ne furono del nostro Invorio, ossia Ivorio, come ivi si scrive. Eccone i nomi. Signum †† manibus Walfridi filius quondam Rimberti et Gautefridi de laco Ivorio tenes.
  9. Fu pubblicato nel Tomo XXXIX delle Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino l'anno 1836, donde anche se ne trassero più copie a parte.
  10. Per confrontare di un qualche altro esempio l'uso di questa formola dell'XI secolo riferirò le parole che si leggono in un Diploma di re Ardoino del 23 marzo 1002, col quale dona a Pietro Vescovo di Como omnem illam partem de castro Brizona (così, più sotto Berizona), quae ad nostram publicam pertinuit tam intus quam fortis, etc. Fu pubblicato dal Provana, l. c. p. 363 e seg. sotto il n.º 23.