Il Libro dei Re - Volume I/Vita di Firdusi

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I. - Vita di Firdusi

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Prefazione Sunto del Libro dei Re
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I.

Vita di Firdusi.


Non vi ha forse in tutto il mondo paese più ricco della Persia in leggende eroiche. La Persia, o meglio l’Iran, col qual nome si designa quel vasto paese che dall’alto Indo si distende fino quasi al Tigri e dall’Osso va fino al Belucistân, ci ha tramandato fino dagli antichissimi tempi un tesoro inesauribile di racconti eroici, raccolti tutti in un gran poema, detto il Libro dei Re, vestiti di una splendida forma poetica da Firdusi.

Lasciando di trattare in altro lavoro, più ampio e speciale, delle origini di queste antiche leggende, diremo qui soltanto che, sebbene la forma in cui le abbiamo, sia alquanto recente, essendo Firdusi del 1000 dell’Era volgare, esse però rimontano, se non tutte, ad una grande antichità, trovandosene un chiaro e pieno ricordo non solo nei libri religiosi del Medio Evo iranico, ma ancora nell’Avesta o Zendavesta, il sacro codice che la tradizione attribuisce a Zoroastro. In questo libro che contiene antichissime tradizioni, abbiamo non solo accennati moltissimi punti principali della leggenda eroica dell’Iran, quale troviamo poi in Firdusi, ma ancora alcune leggende integralmente riferite e con gli stessi particolari. Ciò che dimostra che questa leggenda epica risale a remotissime età. Nei Vedi stessi dell’India, e specialmente nel Rigveda, trovansi [p. 2 modifica]ancora alcune figure mitiche che, per essere una stessa cosa con le iraniche, fanno intendere che esse appartengono ad un tempo anche più antico, in cui, secondo le congetture dei dotti, Irani e Indiani dovevano abitare uno stesso paese, formando un popolo solo, quando i nomi di Irani e d’Indiani erano ancora ignoti.

Con tanta antichità che la leggenda epica può vantare, è cosa strana forse che essa abbia tardato tanto ad essere raccolta con cura e vestita di una forma poetica, degna di essere tramandata ai posteri. Certamente, anche in remotissime età, vi furono canti epici popolari, e un esempio di ciò si potrebbe anche trovare nella leggenda di Yima, al secondo capitolo del Vendidàd nell’Avesta, in cui il Westphal per il primo ravvisò un racconto di epopea. Quel racconto delle prime imprese di Yima che iniziò l’agricoltura, ampliò la terra abitabile e fabbricò il recinto in cui salvò gli uomini e gli animali e i semi delle piante da quella intemperie, una specie di diluvio, che Ahura Mazdào gli aveva predetto, è assolutamente di natura epica e può riguardarsi come un primo tentativo di canto epico; esso, benchè apparentemente in prosa, fu anche ridotto agevolmente alla sua forma metrica primitiva. Forse furono molti i tentativi fatti per dar bella forma poetica a queste antiche leggende; e certamente, prima che la perfezione della poesia di Firdusi potesse essere raggiunta, gl’ingegni poetici dell’Iran, se ve ne fu qualcuno, dovettero far lunghe e ripetute prove; così la perfezione di Omero può riguardarsi, sotto un certo rispetto, come il frutto, di molti e molti tentativi antecedenti.

Ma noi nulla sappiamo di tutto ciò. Lasciando [p. 3 modifica]adunque tutta questa parte congetturale per tener conto soltanto di ciò che sappiamo per vera testimonianza storica, trovasi che nell’Iran, quantunque tardi, fu dato tuttavia un pensiero alle belle leggende eroiche del paese per raccoglierle tutte in un libro che fin da principio ebbe il nome di Libro dei Re. Pare che primo di tutti il re Chosroe Anùshîrvàn (531-579 d. C.) facesse raccogliere queste leggende epiche e formarne un libro. Yezdeghird terzo, ultimo dei Sassanidi, ritornò alla prova, e dicesi che un dotto del suo tempo, di nome Dànishver, facesse un’ampia raccolta di leggende epiche e ne formasse pure un libro che poi andò perduto. Queste raccolte erano tutte scritte in lingua pehlevica, che era la lingua di Persia di quel tempo.

Ma, mentre per una ragione o per un’altra, tali tentativi riuscirono infruttuosi, un grande avvenimento sopravvenne poi a mutare ogni cosa nell’Iran. Nel 651 dell’Era volgare, dopo la morte di Yezdeghird ultimo dei Sassanidi, l’Iran cadde in potere degli Arabi conquistatori che insediarono a Bagdad il loro capo spirituale e temporale, il Califfo cioè o successore di Maometto. Con gli Arabi entrarono nell’Iran la loro lingua e la loro religione; l’Iran in breve ora si convertiva all’Islamismo, e intanto, dopo un tempo di scompigli e di torbidi, giugnevasi all’ottavo e al nono secolo, al tempo cioè, in cui cominciava a perder vigore la potestà del Califfo di Bagdad, e nella parte orientale dell’Iran cominciavano a sorgere principati dipendenti di nome dalla sovranità di lui, ma liberi di fatto e sciolti interamente. Un poco più tardi i nuovi principi, animosi e avidi di potere, tosto che si accorsero della debolezza del loro sovrano di Bagdad, ne [p. 4 modifica]scossero il giogo e proclamarono indipendenti. Questo fatto però aveva origini più profonde e più intime di quello che potrebbe sembrare, nè esso è dovuto soltanto all’ambizione dei principi novelli, ma bensì anche ad un risveglio potente del sentimento nazionale nell’Iran, specialmente nell’Iran orientale. I principi cominciarono a bandire dalle loro corti la lingua araba che era come il linguaggio ufficiale, per introdurvi la bella e armoniosa lingua persiana, e tosto, volendo ripristinare la gloria degli antichi sovrani del paese, risuscitarono tutte quante le memorie e storiche e leggendarie del tempo antico. In queste memorie la gente dell’Iran trovava la propria gloria, o meglio la gloria di un passato grande e splendido, che, se non si poteva rinnovare, si doveva almeno ricordare, per contrapporlo a tutto ciò che di straniero era venuto dall’Occidente con la conquista degli Arabi. Grande pertanto fu l’ardore con cui i principi del nono e del decimo secolo si diedero attorno per cercar le sparse leggende epiche e raccoglierle e comporne libri, aiutati specialmente da una classe di persone, di cui ora è d’uopo di parlare.

Secondo l’antica costituzione iranica, ogni borgo o villaggio (in persiano dih) era governato da un capo, da un borgomastro, che dicesi dihgàn in lingua persiana. Questi borgomastri erano i legittimi capi del popolo, appartenevano alle più antiche e più nobili famiglie dell’Iran, e molti anche pretendevano di discendere dagli antichi re. Ma avvenuta nel 651 la conquista, quando furono mandati da Bagdad governatori arabi per le città e per i villaggi, questi borgomastri si trovarono immediatamente in conflitto coi nuovi venuti; conservarono tuttavia il possesso delle [p. 5 modifica]loro terre e alcune franchigie inerenti al loro grado, come avvenne appunto dei capi delle antiche famiglie Sassoni in Inghilterra dopo la conquista normanna. Ora, questi borgomastri, tra per la dignità offesa, tra per l’orgoglio di paese e di famiglia, aiutarono potentemente i principi, appena che si furono resi indipendenti da Bagdad, nel loro intento di raccogliere le antiche leggende eroiche. Sognarono forse di risuscitare con quei principi la gloria antica dell’Iran, e perchè appunto presso le loro famiglie si era conservata più tenacemente la memoria delle leggende, così essi, ai principi bramosi di averle, ne somministrarono buona parte, sempre nell’intento di contrapporsi con essi alla coltura straniera. Così, ad esempio, Firdusi stesso ci afferma di raccontar la morte di Rustem, del più grande eroe dell’epopea, soltanto dopo averne avuta conoscenza secondo quella tradizione che si era conservata nella famiglia di uno di questi borgomastri, di un Azàd-serv, quale pretendeva discendere niente meno che da Sàm, avo dello stesso Rustem. Ecco le parole di Firdusi:

Intanto, recherò da libri antichi

Nel verso mio la dolorosa istoria
Come Rustem perì. — Stavasi un vecchio
(Azad-sèrv il suo nome) e si vivea
In Merv lontana con Ahmèd, che figlio
Era di Sahl, dov’ei teneasi intatto
Il gran Libro dei Re, membra vantava
Ed aspetto d’eroe. Quel suo gran core
Di saggezza era pieno e la memoria
Di racconti d’eroi, piena la lingua
Di passate leggende. Anche traea

Fino a Sam, di Nirèm nobile figlio,
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Il nascimento suo, molte battaglie
A mente avea di Rùstem cavaliero,
Ed io tutte dirò quante da lui
Leggende udii, mettendo le parole
L’una con l’altra.

Avvenne quindi che questo nome di dihgàn che propriamente significa borgomastro, venisse poi a significare un narratore o un raccoglitore di storie, tantochè trovasi in un autorevole vocabolario persiano, il Behàr-i-agem, l’asserzione non certo lontana dal vero che, mentre i dotti di Persia ignoravano le antiche leggende eroiche, i soli borgomastri le sapevano e gelosamente le conservavano.

Comunque sia, è cosa certa che questi borgomastri furono di valido aiuto ai principi dell’oriente dell’Iran; e sappiamo che Yakùb Ibn Lays (morto nell’879 d. C.) che fu prima calderaio come il padre suo, poi ladro, poi soldato, poi principe di quasi tutta la Persia e capo della dinastia dei Saffàridi, come fu uno dei primi che si rendesse indipendente dai Califfi di Bagdad, così fu anche il primo che facesse ricerca delle antiche leggende, continuando l’opera iniziata più anticamente dai re Sassanidi. La sua raccolta, fatta su quella di Dànishver, più sopra ricordata, ordinata dal re Yezdeghird, si sparse ben presto pel Khorassan e fu letta avidamente. Firdusi, nella introduzione al suo poema, ne parla con grandissimo favore, e rende conto del modo che Yakùb Ibn Lays tenne nel formarla, radunando da tutte le parti sacerdoti e sapienti che possedevano frammenti antichi del libro di Dànishver. Più tardi, i principi Sàmànidi che successero ai Saffàridi nel nono e nel decimo secolo, [p. 7 modifica]tentarono di far versificare dal poeta Dekìki tutte quante le leggende epiche raccolte; e Dekìki si era messo volenteroso all’opera, ma fu improvvisamente ucciso da uno schiavo, quando non aveva composto più di mille distici, raccontando le imprese del re Gushtàsp.

Ma poichè anche questo tentativo era riuscito infruttuoso, un altro ne fece Mahmùd di Ghasna, figlio di Sabuk-teghìn, che nel decimo secolo, dopo aver conquistato grandissima parte dell’Oriente, dal Gange all’Eufrate, dopo la gloria delle armi cercava quella delle lettere e delle arti. Più che ogni altro dei principi suoi antecessori, egli potè avere ampie raccolte di leggende; avute le quali, egli bandì un concorso ai poeti raccolti nella sua splendida corte, per cercarvi chi veramente fosse degno di versificare tutta quanta l’infinita raccolta; e dicesi che l’altissimo onore fosse aggiudicato ad Ansari, uscito vittorioso al concorso.

Eppure, nemmeno ad Ansari doveva toccar lavgloria di compiere la grande impresa.

Nel 940 dell’Era volgare, in un piccolo villaggio presso Tùs nel Khorassan, era nato Abù-’l-Kàsim Mansùr, più conosciuto sotto il nome di Firdusi. Dicesi che egli fosse figlio di un giardiniere e che da ciò gli venisse il nome di Firdusi che appunto alluderebbe a quella sua condizione; secondo altri, il nome di Firdusi gli fu imposto dallo stesso Mahmùd, come vedremo più innanzi. Comunque sia, egli ebbe però dal padre suo, Fakhr-ed-dìn Ahmed, una perfetta educazione. Fu istruito nella lingua araba e, come sembra, anche nella lingua pehlevica, lingua del Medio Evo persiano, in cui erano scritte le raccolte delle antiche leggende epiche. Avvenne intanto la morte di [p. 8 modifica]Dekîki nel 960 dell’Era volgare, e Firdusi concepì allora il disegno di compiere l’opera alla quale Dekîki era stato destinato. Egli stesso, nella introduzione al poema, ci dice che con grande difficoltà, e soltanto per generoso animo di un giovane suo amico, potè avere una copia del libro già composto da Dànishver, e parla dei tumulti e degli scompigli del suo tempo e della nessuna generosità dei principi verso gli eletti ingegni.

Pur tuttavia, incoraggiato da quel suo amico, Firdusi incominciò a verseggiare le antiche leggende, e l’entusiasmo che destò quella di Dahâk e di Frèdùn da lui composta, gli diede l’accesso fino ad Abù Mansùr, prefetto del Khorassan, che l’esortò con ardore grandissimo a continuare l’opera incominciata. Nell’introduzione del poema si trovano pure le lodi di questo personaggio che per il primo indovinò l’ingegno del poeta.

Spargevasi intanto la fama che Mahmùd cercava un poeta; e allora tutti quelli che conoscevano il merito di Firdusi, lo sollecitarono a recarsi a Ghasna e a presentarsi alla corte. Firdusi parti da Tùs, e si dice che nel suo entrare nella gran città, la città dalle dodicimila moschee, nelle vicinanze di un albergo dov’egli si era recato per alloggiare, in un giardino, s’imbattesse in tre poeti della corte. I quali, vedendo che Firdusi loro si accostava, deliberarono di allontanarlo dicendogli che nella loro compagnia non si accoglievano che poeti. — Anche il vostro servitore è un poeta, disse ingenuamente Firdusi. — E quelli, nell’intento di confonderlo e di pigliarsi giuoco di lui, gli proposero di improvvisare un verso dopo che ciascuno di essi ne avrebbe improvvisato uno. Firdusi accettò la [p. 9 modifica]sfida, e i tre poeti, i cui nomi erano Ansari, Farrukhi, Usgiudi, improvvisarono tre versi, uno per ciascuno, con una rima (che era in shen) difficilissima da ritrovare. Pensarono essi che dopo tre rime in shen l’incognito poeta non ne avrebbe trovata un’altra, e avrebbero perciò goduto della sua confusione. Ma Firdusi, senza esitare, improvvisò un verso che nel senso si accordava con i tre antecedenti, e, ricordando la battaglia di Ghêv, eroe persiano, nei campi di Peshen, potè con questo nome compiere la rima. I versi furono i seguenti nel seguente ordine:

Ansari: Come la guancia tua luna non splende;

Farrukhi: Rosa non è in giardin pari a tua guancia;
Usgiudi: Passa gli usberghi ogni tuo sguardo e fende.

Firdusi: Come in giostra a Peshèn di Ghev la lancia.

Non è a dire come restassero meravigliati i poeti; che anzi, per colmo di lor confusione, essi dovettero dimandare a Firdusi quale fosse mai la battaglia di Peshen, e Firdusi loro la narrò, lasciandoli poi scornati e dolenti della loro presunzione.

Ma Firdusi, prima di poter essere ammesso alla presenza del principe, dovette superare molti ostacoli, perchè i poeti della corte, accortisi omai del suo valore, volevano ad ogni costo impedire che il principe ne avesse conoscenza. Ma poi, secondo alcuni, un amico di Firdusi, di nome Màhek, presentò al Sultano la leggenda di Rustem e d’Isfendyàr che Firdusi già aveva composta. Altri dicono che fu lo stesso Ansari che introdusse Firdusi da Mahmùd e volle far giustizia al merito di lui, declinando anche l’incarico già avuto dal principe, come vincitore del [p. 10 modifica]concorso. In ogni modo, Mahmùd restò stupito alla lettura dei versi del nuovo poeta, e volle tosto conoscerlo di persona e ascriverlo anche fra i poeti di corte. Dicesi che al continuar delle letture che Firdusi gli faceva de’ suoi versi, Mahmùd preso da entusiasmo esclamasse un giorno: Ma tu sei veramente un Firdusi!, — alludendo così al significato di questo nome che in persiano significa il paradisiaco. Altri dicono che il nome di Firdusi fu trovato dal Sultano stesso e imposto al poeta per designare l’eccellenza dell’arte sua. Avvenne poi che il principe, sempre più vinto da meraviglia, fece consegnare a Firdusi tutti quanti i libri dov’erano raccolte le antiche leggende, con l’ordine di porle tutte in versi; e fu convenuto che Firdusi avrebbe ricevuta una moneta d’oro per ogni distico che avrebbe composto. Al poeta fu assegnata una casetta in un giardino adorno di figure di eroi, di leoni, di tigri e d’elefanti, perchè ne eccitassero la fantasia; ed egli si raccolse in quella solitudine ad attendere al gran lavoro, mentre un giovinetto stava sempre in sua compagnia e di quando in quando toccava con mano maestra le corde d’un liuto. Di tratto in tratto Firdusi leggeva i suoi canti a Mahmùd, e i manoscritti del suo poema ci recano le miniature che rappresentano Mahmùd seduto in trono ad ascoltare: stanno attorno i cortigiani, e Firdusi siede in basso con le sue carte sopra un leggio, mentre di rincontro si vedono i suonatori di liuto e un gruppo di danzatrici che accompagnano con gesti in cadenza la lettura del poeta. Nel 1011 dell’Era volgare Firdusi compiva appunto il suo Shàh-nàmeh o Libro dei Re in sessantamila distici, con le seguenti parole: [p. 11 modifica]
Poi che l’inclito libro

Così venne al suo fin, del verso mio
Tutta è piena la terra. Ognun che alberga
Senno e fede e saggezza entro al suo core,
Mi loderà dopo la morte mia,
Ned io morrò più mai, ch’io son pur vivo,

Da che il seme gittai di mia parola.

E prima ancora, a metà del suo poema, aveva anche potuto dire:

Sire, un’opra fec’io che monumento

Sarà di me nel mondo. Ogni superba
Mole cadendo va del sol pel raggio
O per la piova; ma col verso mio
Tal monumento io sì levai, che danno
Da pioggie non avrà, non da procelle.
Passeranno le età su questo libro,
E il leggerà chiunque abbia nel core

Di senno un germe.

Ciò che ci richiama alla memoria quei versi di Orazio (od. III, 30);

 Exegi monumentum aere perennius,
Regalique situ Pyramidum altius,
Quod nec imber edax aut Aquilo impotens
Possit diruere.

Maintanto che Firdusi componeva il suo poema, l’animo dei cortigiani diversamente si atteggiava al suo riguardo. Lo stesso Mahmùd che prima era stato preso da così grande entusiasmo per Firdusi, ora mostravasi alquanto indifferente e poco se ne curava, quantunque ascoltasse sempre con piacere le sue letture. Dei cortigiani, [p. 12 modifica]alcuni gli erano avversi, altri ne erano ammiratori; di questi, alcuni lo soccorrevano di denaro; quelli invece, ed erano specialmente gli altri poeti di corte, spargevano sul suo conto velenose calunnie, dicendo ch’egli era settario per aver celebrato con soverchio entusiasmo gli eroi dell’antica religione, e gli istigavano contro il primo ministro del Sultano, Hassan Maymendi cioè, che già nutriva mal celato rancore contro di lui, perchè Firdusi non l’aveva punto lodato, come altri, nel suo poema. Il ministro, che pure aveva avuto l’ordine di provveder di tutto il poeta, lo lasciava bene spesso mancar di ogni cosa necessaria. A queste cose accenna lo stesso Firdusi qua e là nel suo poema, ma non tanto quanto in questi versi in sulla lino di esso:

Ben molti

Grandi di Persia e dotti e di gran sangue,
Senza premio donar, li versi miei
Trascrivendo venìan. Da lungi io stava
A riguardarli assiso, e detto avresti
Ch’uom per mercè condotto er’io per quelli.
Altro che un «Bene hai fatto!» era la mia
Parte assegnata, e il vigor mio, per quello
«Bene hai fatto!», scemavasi frattanto
E si perdea. Ma chiusi erano i cofani
Degli antichi tesori, e quel serrarne
Alto il cor mi ferìa. Pur, fra que’ prenci
Di quest’alma città grandi o famosi,
Era Alì Dilemita, ei che ben giusta
Sua parte or tocca, ch’egli ognor, sereno
Dell’alma e liberal, l’opera mia
che bella procedeva, ebbesi cara.
Hussèyn Kotèyb è pur de’ generosi,

Qual non si tolse mai di me un sol detto
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Senza premio donar. Vesti da lui
Ebbimi e cibo ed oro e argento, e moto
Ebbi alle mani e a’ piè. Per lui non ebbi
Di catasti o d’imposte o di tributi
Alcun gravame, e qual dentro a una coltrice
Ravvolgermi io potei con cor tranquillo.

Eppure, quando Firdusi gli presentò l’intero volume del Libro dei Re, il sultano Mahmùd, nell’entusiasmo suo, ordinò che al poeta fosse donato un elefante carico d’oro. Ma il ministro Hassan Maymendi, prese sessantamila monete d’argento, quanti erano i distici del poema, le mandò a Firdusi che allora trovavasi al pubblico bagno. Firdusi, sclamando che egli non aveva sopportato così grande fatica per essere ricompensato con argento, spartì i denari del principe, dandone un terzo a chi glieli aveva recati, un terzo al bagnaiuolo, e l’altro terzo ad un giovinetto, venditor di birra, che allora passavagli accanto per caso. Preso un bicchiere e vuotatolo rapidamente, gridando che tutto il frutto del suo lavoro gli era valso quanto un bicchier di birra, gettò nel grembo del garzone che la guardava stupito, i denari.

Si sdegnò Mahmùd quando seppe l’opera del ministro, ma poi si lasciò vincere dalle insidiose calunnie di lui, e il misero poeta, rappresentato fittiziamente come settario e seguace dell’antica religione, fu condannato ad essere calpestato sotto i piedi di un elefante. Firdusi, udita la terribile sentenza, ritornò alla corte, e là, attendendo in un giardino il Sultano che di là appunto doveva passare, improvvisò alcuni versi in sua lode, al suo passaggio. Mahmùd, tocco nel cuore, gli perdonò; ma Firdusi, ben [p. 14 modifica]comprendendo che egli omai non poteva più restare in corte, in quella notte stessa, dopo aver consegnata ad Ayàz, favorito del principe, una lettera suggellata con l’incarico di consegnarla a Mahmùd passati venti giorni, partì da Ghasna solo solo, senza recar nulla con sè. Lungo la via però lo raggiunse un corriere, mandato da Ayàz, che gli recava alcuni soccorsi di denari. Così il poeta proseguì il suo viaggio finchè giunse a Bagdad, alla corte del Califfo Al-Kàdir Billahi Abassi, allora regnante. Il Califfo ricevette con grandissimo onore il profugo poeta, il quale, anche per assicurare il suo nuovo protettore della sua fede di maomettano, compose per lui un poemetto intorno alla storia di Yùsuf e di Zuleykhà, inspirandosi al racconto del Corano. Il poemetto è giunto fino a noi, ma è inferiore al Libro dei Re e rivela l’età grave e la stanchezza del genio di Firdusi.

Ma la lettera suggellata che Firdusi aveva consegnata ad Ayàz, conteneva una terribile e violenta invettiva contro di Mahmùd. Questa satira o invettiva che giunse fino a noi, è riferita per intero, da me tradotta, alla fine del presente scritto. Mahmùd, alla lettura di quei versi concitati, fu preso da subito furore e scrisse al Califfo di rimandargli in qualunque modo il poeta fuggitivo. Ma il Califfo, dopo aver disarmata con un’arguta risposta l’ira del Sultano, s’accorse tuttavia che era pericoloso il ritener Firdusi, come era non generoso l’abbandonarlo nelle mani del suo adirato signore; e perciò gli consigliò la fuga. Firdusi allora, partitosi da Bagdad, soggiornò qualche tempo ad Ahvàz nell’Iràk-agemi, indi passò nel Kohistàn presso Nàsir Lak, governatore di quella provincia. Nàsir Lak era un [p. 15 modifica]antico amico del poeta e caldo ammiratore del suo ingegno; onde, appena egli seppe della sua venuta, gii mandò incontro alcuni suoi famigliari per riceverlo. Firdusi, ospitato con grandissimo onore in casa di lui, già concepiva il disegno, e già lo traduceva in atto, di comporre un altro lavoro per eternar la memoria del suo nuovo protettore e condannare all’infamia quella di Mahmùd. Ma Nàsir Lak ne lo dissuase, e, avuti nelle mani i versi che Firdusi già aveva composti, li distrusse, promettendo al poeta di scrivere una lettera al Sultano per rimproverargli la sua ingiustizia. Firdusi intanto, animato forse dalla speranza di un mutamento nell’animo di Mahmùd, ritornò a Tùs, alla sua città natia, e là visse qualche tempo ancora con una sua figlia, finchè un giorno, per la piazza di Tùs, avendo udito un fanciullo che per caso cantava questi versi della invettiva di lui contro il Sultano:

Se il padre suo

Regnato avesse, una corona d’oro

Il figlio suo posta mi avrebbe in fronte,

preso da improvviso dolore nel ricondursi alla mente le sue sventure, cadde svenuto al suolo. Di là trasportato alla sua casa, vi morì poco dopo, mentre già toccava l’ottantesimo anno di sua età, nel 1020 dell’Era volgare. Saputasi la sua morte, il Sceicco Abù-’l-Kàsim Gurgàni si rifiutò di recitar sulla sua bara le preghiere dei morti, perchè Firdusi, benchè saggio e sapiente, aveva cantati gli eroi dell’antica religione. Ma poi, come si racconta, avvertito nella notte da una visione, nella quale Firdusi gli era apparso [p. 16 modifica]in tutta la sua gloria, si determinò ad accompagnarne il cadavere alla sepoltura e a recitar sulla bara le preci dei defunti.

Ma, intanto, nell’animo di Mahmùd era entrato il pentimento, e già le lettere del Califfo di Bagdad e quelle di Nàsir Lak lo avevano profondamente colpito. Un giorno, anche, al luogo nella moschea, laddove egli era solito pregare, aveva trovati due distici scritti da Firdusi di propria mano prima di partire, cioè:

L’inclita reggia di Mahmùd è un mare.

Qual mar! di cui non vedesi la sponda.
S’io mi tuffai, nè perle ebbi a trovare,

Colpa fu del mio fato e non dell’onda.

Così a poco a poco entrava nell’animo del principe il sentimento della propria ingiustizia, finchè poi un giorno, punito il perfido ministro, autore della disgrazia di Firdusi, mandò a Tùs messaggieri suoi riccamente vestiti e con magnifici presenti, per invitare nuovamente alla corte lo sventurato poeta. Dicesi che la sua bara usciva appunto dalle porte della città quando s’incontrò nei pomposi messaggieri di Mahmùd. I doni del quale furono offerti alla figlia di Firdusi; ma essa rispose di non potere accettare ciò che era stato negato a suo padre. Allora, fattane la proposta da una sorella del poeta, furono costruiti pubblici edifizi in Tùs, che Nàsir Khusrev, in un suo libro di viaggi, dice di avervi veduto di fatto nel 1045. La tomba di Firdusi che fu modesta assai, si vedeva ancora al principio di questo secolo, non lungi da Tùs, secondo il Ritter, e la piccola cappella che fu innalzata alla sua [p. 17 modifica]memoria, fu vista dal Fraser; ma il Nicolas de Khanikoff più tardi non trovò in quel luogo che una campagna seminata di frumento, e ora al forestiere che visita il paese, soltanto per tradizione si addita il luogo in cui fu sepolto il più grande poeta della Persia.