Il Quadriregio/Libro secondo/XIII

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XIII. Come l’autore vede la Fortuna

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Federico Frezzi - Il Quadriregio (XIV secolo/XV secolo)
XIII. Come l’autore vede la Fortuna
Libro secondo - XII Libro secondo - XIV
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CAPITOLO XIII

Come l'autore vede la Fortuna.

     Per l’aspero cammin di quella valle
eravamo iti, al mio parer, un miglio,
lasciando il van timor dietro alle spalle,
     quando per veder meglio alzai lo ciglio
5e dalla lunga la Fortuna io vide
mirabil sí, ch’ancor me ’n maraviglio.
     Minerva a me:— Se ti losinga o ride,
e s’ella mostra a te il viso giocondo,
fa’ ch’allor ben ti guardi e non ti fide.
     10Quella è che molti inganna in questo mondo
col rider suo e spesso alcun inalza
per abbassarlo e farlo ire al fondo.
     Guarda la faccia sua quant’ella è falza
e che di chiara in torba la trasmuta,
15quando da alto alcuno in terra sbalza.—
     Quando da presso poi l’ebbi veduta,
conobbi quant’è grande quella donna,
quant’è sinistra e quanto alcuno adiuta.
     Era maggior che non fu mai colonna,
20e sol dinanti avea capelli in testa,
e d’oro fin dinanti avea la gonna.
     Ma dietro calva, e dietro avea la vesta
tutta stracciata, ed era di quel panno,
che vedoa porta in dosso, quando è mesta.
     25Ghignando con un riso pien d’inganno,
volgea con una man sette gran rote,
che come spere in questo mondo stanno.

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     La quarta er’alta insino onde percote
con le saette Iove, ove il vapore,
30dal gel costretto, da sé l’acqua scuote.
     La terza d’ogni lato era minore,
e le seconde poi minor che quelle;
e minime eran poi quelle di fuore.
     Nella metá le ruote paralelle,
35dico nella metá, ch’alla ’nsú monta,
erano orate e preziose e belle.
     Ma l’altra parte, quando su è gionta,
giú vien calando a quella donna dietro;
quanto piú cala, piú del mal s’impronta
     40e fassi oscura; e da quel lato tetro
descender vidi molti a capo basso
con gran lamento e doloroso metro.
     Poiché caduti son con gran fracasso,
ogni amico li fugge e li dispregia:
45chi li sospinge e chi lor dá del sasso.
     Ma alli salenti dalla parte egregia
ognun si mostra amico ne’ sembianti:
chi li losinga e chi di loda ’i fregia.
     Come da due nel carro triunfanti
50mescolato era il dolce con l’amaro,
usando inver’ di lor contrari canti,
     cosí su ad alto e giuso due cantâro
nel colmo delle rote e due di sotto,
un d’allegrezza e l’altro del contraro.
     55La dea Minerva giá m’avea condotto
sino alla donna, che voltava il giro:
allor parlò, che pria non facea motto.
     E disse:— Io, che a basso e ad alto tiro
le sette rote, son la dea Fortuna
60e solo a quei dinanti lieta miro.
     Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna
in me di securtá ovver fidanza,
ch’io mostro faccia chiara, e quando bruna.

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     E nullo a basso perda la speranza
65tutta di me, ché spesso io son la scala
di poner in ricchezza e gran possanza.
     Ma vegga ben ognun, anzi ch’e’ sala,
che non si lagni poi, né faccia grido,
se ’l mando a quella parte che ’ngiú cala;
     70ché, quando si lamenta, ed io mi rido;
e se me chiama cruda, ed io lui pazzo,
che ’n tanta sicurtá faceva il nido.
     E questo è ’l gioco mio e ’l mio solazzo,
atterrar quel dalla parte suprema,
75ed esaltare un vestito di lazzo.
     Se falsa alcun mi chiama e mi biastema,
io non me ’n curo, e lamentevol voce
dell’allegrezze mie niente scema.—
     Io riguardai la rota piú veloce,
80di cui il cerchio quasi terra tocca;
e lí stava uno a gran tormento e croce.
     E quando sotto va l’anima sciocca,
tra ’l duro suolo e la rota s’accoglie,
e gli strascina il ventre giú e la bocca.
     85— Colui che su e giú ha tante doglie,
è Ission ed ha tal penitenza,
ché volle a Iove giá toglier la moglie;
     ché la sposa di Dio sua Provvidenza
procacciò di veder col suo intelletto,
90sí come vano colla sua scienza.
     Saper si puote bene alcuno effetto,
quand’è futuro, nella sua cagione,
come puoi nella _Fisica_ aver letto.
     Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone,
95se Dio non lo rivela, mai si vede
da intelletto creato o per ragione.
     Or mira quel che su nel colmo siede
del terzo cerchio e piú salir non pò,
che cosí ride e securo esser crede.

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     100Quegli è il milanese Barnabò;
ma tosto mostrerá Fortuna il gioco,
com’ella sòle e s’apparecchia mò.
     L’altro, che sale dietro a lui un poco,
è suo nipote, il qual del reggimento
105il caccerá e sederá in suo loco.
     E quanto ad una cifra cresce il cento,
cotanto accrescerá il biscion lombardo
e di Toscana fie in parte contento;
     se non che ’l giglio roscio, c’ha lo sguardo
110sempre a sua libertá, contro lui opposto
fará che ’l suo pensier verrá bugiardo.
     Nella seconda rota in cima è posto
Cola Renzo tribuno, ed è salito
nel colmo, ond’altra volta fu deposto.
     115Ma stato è troppo folle e troppo ardito,
c’ha presa la milizia su nel sangue
de’ principi roman tanto gradito,
     per che Colonna ed altri ancor ne langue;
ma tosto Roma a lui trarrá il veleno,
120c’ha nella lingua il malizioso angue.
     Nel primo cerchio, che si volge meno,
stanno li duci che si mutan spesso:
però da ogni parte n’è sí pieno.
     E quel, che sale al sommo ed è sí presso,
125tre volte a quella ruota gira intorno,
e su e giú tre volte será messo.
     Egli è chiamato Antoniotto Adorno:
Genova bella, nella quale è nato,
metterá ne’ malanni e nel mal giorno.
     130Nel quinto cerchio lá dall’altro lato
regina sta magnifica Ioanna
col capo di Sicilia incoronato.
     Ma la Fortuna, che ridendo inganna,
mostrerá a lei ed a quel che sal poi,
135che chi in lei fida, sta in baston di canna.

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     Del sesto cerchio se tu saper vuoi,
lí sonno posti i novelli Caini,
consumatori de’ fratelli suoi,
     quei Della Scala spiatati Mastini
140e piú crudeli che rabbioso cane;
ma tosto abbasso calaranno chini.
     Dall’altra rota, che di lí rimane,
Ioanni dell’Agnello fará il salto,
mutando il fasto e le sembianze vane.
     145E proverá quant’è duro lo smalto
del suol di Lucca, quando la percossa
egli averá, cadendo su da alto.
     Romperagli quel caso l’anche e l’ossa;
ed in un punto le terre, ch’egli ha,
150e Pisa del suo iugo sará scossa;
     ed ei saprá s’è duro: e ben gli sta.