Il Re Peste (Poe-Cinti 1920)
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
IL RE PESTE
(Storia che contiene una allegoria)
| Gli dei sopportano e autorizzano benissimo nei re le cose di cui hanno orrore fra la canaglia. |
Buckhurst - Ferrex e Porre.
Verso la metà, circa, di una notte del mese di ottobre, sotto il regno cavalleresco di Edoardo III, due marinai appartenenti all’equipaggio del Free and Easy, goletta di commercio che faceva servizio fra l’Ecluse (Belgio) e il Tamigi, e che era allora all’ancora in questo fiume, furono meravigliatissimi di trovarsi seduti in una taverna della parrocchia di Sant’Andrea, a Londra, — la quale taverna aveva per insegna il ritratto dell’Allegro Lupo di mare.
La sala, quantunque mal costruita, annerita dal fumo, bassa di soffitto, e simile d’altronde a tutte le bettole di quell’epoca, era, secondo l’opinione dei grotteschi gruppi di bevitori sparsi qua e là sufficientemente adatta al suo scopo.
Di quei gruppi, i nostri due marinai formavano, credo, il più interessante, se non il più notevole.
Quello che sembrava il più anziano e che dal compagno veniva chiamato col nome caratteristico di Legs (gambe) era anche, considerevolmente, il più alto dei due. La sua statura poteva essere di almeno sei piedi e mezzo, e una curvatura consueta delle spalle pareva in lui la conseguenza necessaria di una sì prodigiosa statura. — Ciò che egli aveva di superfluo in altezza era nondimeno più che compensato da manchevolezze in altre cose. Era straordinariamente magro, e, come affermavano i suoi compagni, avrebbe potuto sostituire, quando era ubbriaco una fiamma dell’alberatura, e quando invece era digiuno, l’asta del fiocco. Ma evidentemente queste celie ed altre analoghe non avevano mai prodotto effetto alcuno sui muscoli cachinnici di quel lupo di mare. Coi suoi zigomi sporgenti, il suo gran naso di falco, il suo mento sfuggente, la sua mascella inferiore depressa e i suoi grandi occhi bianchi protuberanti, la sua fisonomia, quantunque recasse l’impronta di una specie di burbera indifferenza, aveva una espressione solenne e seria al di là di ogni descrizione e di ogni imitazione.
Il marinaio più giovane era, in tutto il suo aspetto, il contrario e la reciproca del suo compagno. Un paio di gambe arcuate e tozze reggeva il suo corpo pesante e massiccio, e le sue braccia singolarmente corte e grosse, terminate da pugni più che ordinarii, pendevano e si dondolavano ai suoi fianchi come le zampe d’una tartaruga marina. Due occhi piccoli, di un colore impreciso, brillavano nella sua testa, profondamente infissi. Il suo naso rimaneva sepolto nella massa di carne che avvolgeva la sua faccia tonda, piena e purpurea, e il suo grosso labbro superiore si riposava compiacentemente sull’inferiore, ancor più grosso, con un’aria di soddisfazione personale, aumentata dall’abitudine che aveva il proprietario delle suddette labbra, di leccarsele di tanto in tanto. Egli guardava, evidentemente, il suo lungo compagno di bordo con un sentimento che era per metà di meraviglia e per metà beffardo; e talvolta, se lo guardava in faccia, sembrava il sole quando, rosso al tramonto, sogguarda la cima delle rupi di Ben-Nevis.
Le peregrinazioni di quella degna coppia nelle diverse taverne delle vicinanze, durante le prime ore della notte erano state varie e piene di avvenimenti. Ma i fondi, anche i più copiosi, non sono eterni e i nostri amici si erano avventurati con le tasche vuote nella bettola a cui abbiamo accennato.
Nel momento preciso in cui veramente comincia questa storia, Legs e il suo compagno Hugh Tarpaulin stavano seduti, nel centro della sala, ognuno coi due gomiti puntati sulla grande tavola di legno e con la faccia fra le mani. Sotto la protezione di una capace bottiglia di humming-stuff, non pagata, essi sbirciavano le sinistre parole: — Niente gesso![1] — che, non senza stupore e indignazione, vedevano scritte sulla porta a grandi caratteri tracciati proprio col gesso, — con quello spudorato gesso che osava dichiararsi assente! La facoltà di decifrare i caratteri scritti — considerata dal popolo di quel tempo come un po’ meno cabalistica dell’arte di tracciarli, — non avrebbe potuto, secondo una stretta giustizia, essere attribuita a quei due discepoli del mare. Ma, a dire il vero, quelle lettere avevano certi attorcigliamenti, e nel loro insieme, una non so quale indescrivibile agitazione, che facevano prevedere ai due marinai una burrasca della peggior specie, e che li deciser ad un tratto, secondo il linguaggio metaforico di Legs, a preparare le pompe, ad abbassare le vele e a scappare davanti al vento. Così, dopo aver bevuta la birra che restava, e dopo essersi solidamente allacciati i loro corti farsetti, si slanciarono infine verso la strada. Tarpaulin, veramente, entrò due volte nel vasto camino, prendendolo per la porta, ma la loro fuga finì coll’effettuarsi felicemente, e, mezz’ora dopo mezzanotte, i nostri due eroi, evitata la burrasca, filavano risolutamente per una viuzza buia, dirigendosi verso la scala di Sant’Andrea, inseguiti con ardore dall’ostessa dell’Allegro Lupo di mare.
Molti anni prima dell’epoca in cui si svolge questa drammatica storia, e molti anni dopo, tutta l’Inghilterra, ma più particolarmente la metropoli, echeggiava periodicamente del sinistro grido: «La peste!» La città era in gran parte spopolata, — e, negli orribili quartieri vicini al Tamigi, nelle viuzze e negli angiporti neri, angusti e immondi, che il demone della peste aveva scelti, così allora si supponeva, come suoi luoghi di nascita,
s’incontravano soltanto, pavoneggiantisi soddisfatti, lo Spavento, il Terrore e la Superstizione.
Per ordine del re, quei quartieri erano chiusi, ed era proibito a chiunque, con minaccia della pena di morte, di penetrare nelle loro orribili solitudini. Tuttavia, nè il decreto del monarca, nè le enormi barriere elevate agli sbocchi delle vie, nè la prospettiva della morte atroce che quasi sicuramente inghiottiva ogni miserabile che nessun pericolo valeva a distogliere dall’avventura, impedivano che le case senza più mobili e disabitate venissero spogliate, in rapine notturne, del ferro, del rame, del piombo, di qualunque cosa, insomma, potesse esservi di smerciabile.
Si constatò specialmente, ad ogni inverno, quando annualmente s’aprivano le barriere, che le serrature, i chiavistelli e i sotterranei segreti avevano solo mediocremente protette le grandi provviste di vini e di liquori che, dati i rischi e le difficoltà dello spostamento, molti dei numerosi bottegai di quei quartieri si erano rassegnati ad affidare a sì insufficienti difese.
Ma, in mezzo al popolo colpito da terrore, erano pochissimi coloro che attribuivano quei fatti all’azione di esseri umani. Gli Spiriti della peste, i Demoni della febbre, erano, secondo il volgo, autori di ogni sventura; e si narravano incessantemente, su quell’argomento, cose tali da agghiacciare il sangue, cosicchè tutto il complesso degli edifici condannati fu poco a poco avvolto nel terrore come in un sudario, e il ladro stesso, in molti casi, sgomentato dall’orrore superstizioso generato dalle sue imprese, finiva col lasciare il vasto circuito del quartiere maledetto, alle tenebre, al silenzio, alla peste e alla morte.
Appunto da una delle temute barriere a cui si è accennato, e che indicavano l’ingresso di una zona proibita, Legs e il bravo Hugh Tarpaulin, in fuga per un vicolo, videro improvvisamente fermata la loro corsa. Non potevano pensare a retrocedere, e non c’era tempo da perdere. Poichè avevano già quasi alle calcagna i loro inseguitori. Per due marinai puro sangue, l’arrampicarsi su quell’armatura rozzamente costruita non era che un gioco, — e, esasperati dalla duplice eccitazione della corsa e dei liquori bevuti, essi balzarono risolutamente dall’altra parte, poi, riprendendo la loro corsa pazza, con grida e urli, si smarrirono in breve in quelle profondità complicate e mefitiche.
Se non fossero stati ubbriachi tanto da aver preso completamente il senso morale, i loro passi vacillanti sarebbero stati paralizzati dagli orrori della loro condizione. L’aria era fredda e brumosa. Fra l’erba alta e robusta che saliva fino alle caviglie, i ciottoli scalzati giacevano in gran disordine. Case crollate ostruivano le vie. I più fetidi e più deleterii miasmi regnavano dappertutto; — e, grazie a quella pallida luce, che anche a mezzanotte emana sempre da un’atmosfera brumosa e pestilenziale, si sarebbero potute scorgere, giacenti attraverso le vie ed i vicoli, o in putrefazione entro le case prive di finestre, molte carogne di ladri notturni, fermati dalla mano della peste nel corso delle loro delittuose imprese.
Ma nè aspetti, nè sensazioni, nè ostacoli di simile natura potevano arrestare la corsa di due uomini che, fondamentalmente coraggiosi, e, quella notte in particolar modo, traboccanti di coraggio e di humming-stuff, sarebbero ruzzolati intrepidi, direttamente quanto lo avrebbe consentito loro l’ubbriachezza, fin dentro le fauci della Morte. Avanti, sempre avanti, andava il sinistro Legs, facendo echeggiare in quel deserto solenne grida simili al terribile urlo di guerra degli Indiani. È con lui sempre, sempre correva il tarchiato Tarpaulin, aggrappato al farsetto del compagno più agile, e superando i maggiori sforzi di quest’ultimo nella musica vocale, con muggiti da basso, tratti dalle profondità dei suoi polmoni stentorei.
Evidentemente, essi erano giunti alla fortezza della peste. Ad ogni loro passo o ad ogni capitombolo la strada che percorrevano diveniva più orribile e più infetta, con passaggi sempre più stretti e più intricati. Grosse pietre e travi che cadevano qua e là dai tetti in rovina, provavano, con le loro cadute pesanti e tremende, quanto fossero prodigiosamente alte le case circostanti. E, quando essi dovevano fare uno sforzo energico per aprirsi un varco attraverso i frequenti mucchi di macerie, accadeva spesso che le loro mani si posassero su uno scheletro o affondassero in carni decomposte.
Ad un tratto i due marinai incespicarono contro l’ingresso di un vasto edificio di aspetto sinistro; un grido più acuto d’ogni altro proruppe dalla gola dell’esasperato Legs, e dall’interno rispose un’esplosione rapida, successiva di urli selvaggi, demoniaci, che quasi parevano scoppi di risa. Senza spaventarsi per quelle voci, che per la loro natura, in un simile luogo, in un simile momento, avrebbero agghiacciato il sangue entro petti meno irreparabilmente incendiati, i nostri due ubbriachi si scagliarono a testa bassa contro la porta, la sfondarono e piombarono nell’interno, eruttando un turbine di imprecazioni.
La sala nella quale si trovarono, altro non era che il magazzino di un impresario di pompe funebri; ma una botola aperta in un angolo del pavimento, presso la porta, dava accesso a una serie di cantine, le cui profondità, come fu proclamato da un rumore di bottiglie infrante, erano ben munite del loro contenuto tradizionale. In mezzo alla sala, una tavola apparecchiata; — in mezzo alla tavola, un gigantesco vaso, pieno, a quanto sembrava, di punch. Bottiglie di vini e di liquori, insieme con vasi, boccali e fiale d’ogni forma e di ogni specie, erano sparse a profusione sulla tavola. Tutt’intorno, su dei suoi compagni, stava seduto un personaggio che pareva fosse il presidente della festa. Era un essere scarno, di alta statura, e Legs fu stupito di trovarsi di fronte a un uomo più magro di lui. Il volto di quell’essere era giallo come lo zafferano; — ma i suoi lineamenti, eccettuato uno solo, non avevano nulla che li rendesse degni di una descrizione particolare. Quell’anormalità unica consisteva in una fronte sì straordinariamente e sì orribilmente alta da sembrare una corona di carne aggiunta alla testa naturale. La sua bocca smorfieggiante era contratta da un’espressione di affabilità spettrale, e i suoi occhi come gli occhi di tutti coloro che erano a quella tavola, brillavano della singolare lucentezza prodotta dai fumi della ubbriachezza. Quel gentleman era vestito da capo a piedi di un mantello di velluto di seta nero, sontuosamente ricamato, che ondeggiava negligentemente intorno al suo corpo, a guisa di una cappa spagnuola. La sua testa era abbondantemente irta di pennacchi da carri funebri, che egli faceva dondolare con grande affettazione, e, nella mano destra, teneva un gran femore umano, col quale aveva colpito allora, a quanto sembrava, uno dei membri della compagnia, per imporgli di cantare una canzone.
Dirimpetto a lui, e colle spalle rivolte alla porta, c’era una dama la cui fisonomia era altrettanto straordinaria. Quantunque non meno alta del personaggio or ora descritto, costei non aveva alcun diritto di lagnarsi di una magrezza anormale. Era, evidentemente, nel periodo estremo dell’idropisia, e il suo aspetto generale era molto simile a quello dell’enorme botte di birra d’ottobre che si innalzava, sfondata in alto, in un angolo della sala. La sua faccia era singolarmente rotonda, rossa e piena; e la stessa particolarità, o piuttosto assenza di particolarità che ho già notata pel presidente caratterizzava la sua fisonomia; e cioè una sola parte di quella faccia meritava uno sguardo speciale. D’altronde il chiaroveggente Tarpaulin vide subito che la stessa osservazione poteva essere applicata a tutti quei personaggi, ognuno dei quali pareva essersi accaparrato, per sè solo, un pezzo di fisonomia. Nella dama in questione, questo pezzo era la bocca: — una bocca che cominciava dall’orecchia destra e correva fino alla sinistra, disegnando un terrifico abisso, nel quale i cortissimi orecchini pendenti si tuffavano ad ogni istante. La dama, tuttavia, faceva ogni sforzo per tener chiusa quel la bocca e per darsi un’aria dignitosa. Il suo abbigliamento consisteva in un sudario recentemente inamidato e stirato, che le saliva fin sotto al mento, con un collarino pieghettato di mussolina di batista.
Alla sua destra, stava seduta una giovane signora minuscola che pareva sotto la sua protezione. Quella delicata creaturina lasciava scorgere nel tremito delle sue dita emaciate, nella lividezza delle sue labbra e nelle lievi macchie rosse spiccanti sul suo colorito plumbeo, i sintomi evidenti di una tisi sfrenata. Tutta la sua persona, non dimeno, aveva un aspetto assai nobile. Ella indossava con grazia e con grande disinvoltura un ampio e bellissimo sudario di lino indiano di impareggiabile finezza; i capelli le cadevano sul collo in lunghi riccioli; un sorriso dolce le accarezzava la bocca; ma il naso, estremamente lungo, sottile, sinuoso, pendeva molto più in giù del suo labbro inferiore; e quella proboscide, nonostante la mossa delicata con cui ella la spostava di tanto in tanto, muovendola a destra o a sinistra, con la lingua, dava alla sua fisonomia un’espressione un tantino equivoca.
Dall’altra parte, a sinistra della dama idropica, era seduto un vecchio 0miciattolo gonfio, asmatico e gottoso. Le sue guancie si posavano sulle spalle come due enormi otri di vino d’Oporto. Con le braccia conserte e con una gamba tutta fasciata che teneva stesa sulla tavola, pareva ch’egli sì ritenesse degno di una certa considerazione. Traeva evidentemente molto orgoglio da ogni pollice del suo involucro personale, ma provava un piacere più speciale ad attirare gli sguardi sul suo soprabito sgargiante. Veramente, quel soprabito aveva dovuto costargli molto, ed era tale che si adattava perfettamente. Era fatto di uno di quei panneggiamenti di seta, curiosamente ricamati, pendenti intorno ai sontuosi stemmi che vengono messi, in Inghilterra e altrove, in un punto ben visibile, sulle case delle grandi famiglie assenti.
Accanto a lui, alla destra del presidente, c’era un signore con grandi calze bianche e con mutande di cotone. Tutto il suo corpo era scosso in modo ridicolo da un tic nervoso che Tarpaulin chiamava le angoscie dell’ubbriachezza. Le sue mascelle, rase da poco, erano strettamente chiuse in una fasciatura di mussolina, e le sue braccia ugualmente bendate fino ai polsi non gli permettevano di servirsi liberamente i liquori della tavola. Era quella una precauzione resa necessaria, secondo la opinione di Legs, dal carattere singolarmente abbrutito della faccia di poppatoio che distingueva quell’individuo. Tuttavia un paio di orecchie prodigiose, che certo era impossibile bendare, sorgevano nello spazio, ai due lati della testa di quell’uomo, ed erano, di tanto in tanto, come trafitte da uno spasimo, al rumore d’ogni turacciolo che si faceva saltare.
Sesto ed ultimo, di fronte a costui, si vedeva un personaggio dall’aria singolarmente rigida, e che, essendo affetto da paralisi doveva sentirsi veramente molto a disagio nei suoi abiti estremamente incomodi. Indossava un abbigliamento forse unico nel suo genere, che consisteva in un bel feretro di mogano, nuovissimo. La parte superiore del coperchio formava sul cranio dell’individuo una specie di elmo o di cappuccio e dava a tutta la faccia un aspetto indescrivibilmente interessante. Dei fori erano stati praticati ai due lati, tanto per comodità delle braccia, che per eleganza; ma quell’abito, tuttavia, impediva al disgraziato che l’indossava di stare verticalmente su una sedia, come i suoi compagni; e siccome era appoggiato a un cavalletto e inclinato secondo un angolo di quarantacinque gradi, i suoi grossi occhi a fior di testa giravano e dardeggiavano verso il soffitto i due terribili globi biancastri, come in un assoluto stupore della loro enormità.
Davanti ad ogni convitato, c’era una metà di cranio, di cui ognuno si serviva come di una coppa. Sopra alle loro teste pendeva uno scheletro umano, tenuto da una corda annodata a una gamba e fissata a un anello del soffitto. L’altra gamba, che era libera, si staccava dallo scheletro ad angolo retto e faceva ballare e piroettare tutta la carcassa vuota e fremente, ogni volta che un soffio di vento s’insinuava nella sala. Il cranio di quell’orribile cosa conteneva una certa quantità di carbone acceso, che proiettava su tutta la scena una luce vacillante ma viva; e i feretri e tutto il materiale di un impresario di funerali ammucchiati fino a una grande altezza lungo i muri, e contro le finestre, impedivano al benchè minimo raggio di quella luce di trapelare nella via.
Alla vista di quella straordinaria assemblea e del suo equipaggiamento ancor più straordinario, i nostri due marinai non ebbero quel contegno decoroso che si sarebbe avuto il diritto d’aspettare da loro. Legs, appoggiandosi al muro presso il quale si trovava, lasciò cascare la sua mascella inferiore ancor più in giù del solito e
spiegò i suoi vasti occhi in tutta la loro estensione, mentre Hugh Tarpaulin chinandosi tanto da porre il naso a livello della tavola, e mettendosi le mani sulle ginocchia, proruppe in una risata smoderata e intempestiva, ossia in un lungo, rumoroso, assordante ruggito.
Tuttavia, senza mostrarsi offeso da una condotta così straordinariamente grossolana, il gran presidente sorrise con molta grazia ai nostri intrusi, — fece loro col capo impennacchiato di nero, un cenno dignitosissimo, e, alzatosi prese l’uno e l’altro per un braccio e li condusse verso due seggi predisposti per loro dagli altri personaggi; Legs non oppose resistenza alcuna e si sedette dove fu condotto; mentre il galante Hugh, preso il cavalletto che gli era stato assegnato, a capotavola, lo portò accanto alla donnina tisica del bel sudario, si lasciò cadere a sedere vicino a lei, con grande allegria, e, versandosi un cranio di vino rosso, trincò augurandosi una più intima conoscenza. Ma, a tale presunzione, il rigido gentiluomo dal feretro parve singolarmente esasperato; e la cosa avrebbe potuto dar luogo a gravi conseguenze, se il presidente, battendo sulla tavola col suo scettro, non avesse attirata l’attenzione di tutti i presenti sul seguente discorso:
— La lieta occasione che ci si presenta c’impone il dovere di...
— Fermati; — interruppe Legs, con grande serietà; — fèrmati un momento, ti dico, e spiegaci chi diavolo siete, tutti voialtri, e che cosa fate qui, equipaggiati come tanti demoniacci e intenti a tracannare il buon torcibudella del nostro onesto amico Will Wimble il beccamorti, divorando tutte le sue provviste ammucchiate nella stiva per l’inverno!
A quell’imperdonabile saggio di pessima educazione, tutta la strana compagnia si alzò a metà ed emise rapidamente una quantità di gridi diabolici simili a quelli che dapprima avevano attirata l’attenzione dei due marinai. Il presidente, tuttavia, fu il primo a ricuperare il suo sangue freddo, e, rivolgendosi a Legs con grande dignità, riprese:
— Soddisferemo con perfetta buona volontà ogni curiosità di ospiti illustri quali voi siete, quantunque non siate stati invitati. Sappiate dunque che io sono il monarca di questo impero e che regno qui, unico signore, col nome di Re Peste Primo.
«Questa sala che voi, molto ingiuriosamente, supponete sia il magazzino di Will Wimble, l’impresario di pompe funebri, — uomo che non conosciamo, e il cui nome plebeo non aveva mai, prima di questa notte, scorticate le nostre reali orecchie, — questa sala, dico, è la sala del trono della nostra reggia, consacrata ai consigli del regno e ad altre riunioni di un ordine sacro e superiore.
«La nobile dama seduta di fronte a noi è la regina Peste, nostra serenissima sposa. Gli altri personaggi illustri che vedete qui sono tutti della nostra famiglia, e portano l’impronta della origine regale nei loro nomi rispettivi: Sua Grazia l’arciduca Pest-Ifero, — Sua Grazia il duca Pest-Ilenziale, — Sua Grazia il duca Tem-Pestoso, — e Sua Altezza serenissima l’arciduchessa Ana-Peste.
«Quanto alla vostra domanda, — soggiunse, — relativamente agli affari che trattiamo qui, in consiglio, ci sarebbe facile rispondere che essi si riferiscono a nostri interessi regali e privati, e che, non riferendosi ad altro, non hanno importanza per altri che per noi stessi. Ma, considerando i riguardi che potreste rivendicare nella vostra qualità di ospiti e di stranieri, ci degneremo anche di spiegarvi che noi siamo qui, questa notte, — preparati mediante profonde ricerche e accurate investigazioni, — per esaminare, analizzare e determinare perentoriamente lo spirito indefinibile, le incomprensibili qualità e la natura di questi inestimabili tesori della bocca, vini, birre e liquori della eccellente metropoli in cui ci troviamo, e per contribuire in tal modo ad accrescere l’autentica prosperità di quel sovrano che non è di questo mondo, che regna su tutti noi, i cui dominii non hanno limiti e che si chiama La Morte!
— E che si chiama Davy Jones! — esclamò Tarpaulin, porgendo alla dama che aveva accanto un cranio pieno di liquore fino all’orlo, ed empiendone un altro per sè.
— Profano briccone! disse il presidente rivolgendo allora la sua attenzione verso il bravo Hug; profano ed esecrabile furfante! — Abbiamo detto che in considerazione di quei diritti che non ci sentiamo affatto propensi a violare, nemmeno nella tua sozza persona, acconsentiamo a rispondere alle vostre villane e intempestive domande. Nondimeno, crediamo che, vista la vostra profana intrusione nei nostri consigli, sia nostro dovere condannare te ed il tuo compagno, ognuno ad un gallone di black-strap, che berrete alla prosperità del nostro regno, in una sola sorsata, ed in ginocchio. Dopo di che, sarete immediatamente liberi, tutti e due, di proseguire per la vostra strada o di rimanere a partecipare ai privilegi della nostra tavola, secondo i vostri gusti personali e rispettivi.
— Sarebbe una cosa assolutamente impossibile, — replicò Legs, a cui le grandi arie e la dignità del re Peste I avevano evidentemente ispirato qualche sentimento di rispetto, e che si era alzato ed appoggiato alla tavola mentre il monarca parlava; — sarebbe una cosa assolutamente impossibile, dicevo col beneplacito della Maestà Vostra, fare entrare nella mia stiva anche soltanto la quarta parte della quantità di liquore di cui Vostra Maestà ha parlato poc’anzi. Senza nemmeno accennare a tutte le mercanzie che abbiamo caricate a bordo, nella mattinata, come zavorra, e senza menzionare le diverse birre e i diversi liquori che abbiamo imbarcato stasera in parecchi porti, io ho, per ora, un forte carico di humming-stuff, preso e debitamente pagato, all’insegna dell’Allegro Lupo di mare. Vostra Maestà vorrà dunque usarci la bontà di accontentarsi della buona volontà; — poichè io non posso nè voglio in alcun modo ingollare neppure una goccia di più, e tanto meno una goccia di quella brutta acqua di stiva che risponde al saluto di black-strap.
— Ormeggia questa! — interruppe Tarpaulin, non meno stupito per la lunghezza del discorso del suo compagno, che pel genere del rifiuto di lui. — Ormeggia questa, marinaio di acqua dolce! — Ohè, Legs! Vuoi finirla, di ciarlare? Il mio scafo è ancora leggiero, mentre tu, lo confesso, mi sembri un po’ troppo carico in alto. Quanto alla tua parte di mercanzia, piuttosto che lasciar venire una burrasca, le troverò un posto nella mia stiva, ma...
— Questo accomodamento, interruppe il presidente, è in assoluto disaccordo coi termini della sentenza, o condanna che dir si voglia, la quale per sua natura è immutabile e inappellabile. Le condizioni che abbiamo imposte saranno eseguite alla lettera, e ciò senza nemmeno un minuto di esitazione. Altrimenti, decretiamo che sarete legati insieme pel collo e pei piedi, e debitamente annegati come ribelli nella botte qui presente di birra d’ottobre.
— Ecco una bella sentenza! — Che sentenza! — Giusta, giudiziosa sentenza! — Che glorioso decreto! — Che degnissima, irreprensibile e santissima condanna! — gridarono tutti insieme i membri della famiglia Peste.
Il re fece agire la sua fronte in innumerevoli grinze; il vecchio omiciattolo gottoso sbuffò come un soffietto; la dama dal sudario di lino fece oscillare il suo naso a destra e a sinistra; il gentiluomo in mutande agitò convulsivamente le orecchie; la dama idropica spalancò la bocca come un pesce in agonia; e l’uomo dalla bara di mogano sembrò ancora più rigido e strabuzzò gli occhi verso il soffitto.
— Uh! Uh! — fece Tarpaulin, sbellicandosi dal ridere senza curarsi dell’agitazione generale. — Uh! Uh! Uh! — Uh! Uh! Uh! — Io dicevo, quando il signor re mi ha interrotto, che, la questione dei due o tre galloni di black strap in più o meno, era cosa da nulla, per una solida barca come me, non eccessivamente carica; — ma, dato che si tratta di bere alla salute del Diavolo (che Dio possa assolverlo!) e d’inginocchiarmi davanti alla brutta Maestà qui presente, la quale, lo so, non è altri che Tim Hurlygurly, il pagliaccio! — oh! in questo caso la cosa cambia aspetto, e supera assolutamente i miei mezzi e il mio comprendonio!
Non gli fu permesso di finire tranquillamente il suo discorso. Al nome di Tim Hurlygurly, tutti i convitati balzarono sui loro scanni.
— Tradimento! — urlò Sua Maestà il re Peste I.
— Tradimento! — disse l’omiciattolo gottoso.
— Tradimento! — guaì l’arciduchessa Ana Peste.
— Tradimento! — borbottò il gentiluomo dalle mascelle bendate.
— Tradimento! — grugnì l’uomo dal feretro.
— Tradimento! Tradimento! — gridò Sua Maestà la donna dalla boccaccia enorme.
E, afferrato per la parte posteriore dei calzoni il disgraziato Tarpaulin, che stava appunto cominciando a riempire per sè un cranio di liquore, lo sollevò lentamente in aria e lo fece cadere, senza riguardi, nella grande botte scoperchiata piena della sua birra preferita. Sballottato qua e là per alcuni secondi, come una mela in un vaso di toddy, egli scomparve infine in un turbine di schiuma che i suoi sforzi avevano naturalmente sollevato in quel liquido già molto schiumoso per natura.
Ma il marinaio gigantesco non vide con rassegnazione lo scorno del suo compagno. Dopo aver precipitato il re Peste nella cantina aperta, il valoroso Legs chiuse violentemente la botola su di lui, proferendo una bestemmia, e corse verso il centro della sala. Ivi, strappato giù lo scheletro sospeso sopra la tavola, lo tirò a sè con tanta energia e tanta buona volontà, che riuscì, mentre gli ultimi bagliori si estinguevano nella sala, a spaccar la testa dell’omiciattolo gottoso.
Allora, precipitandosi con tutta la sua forza sulla fatale botte piena di birra d’ottobre e di Hug Tarpaulin, la rovesciò, in un attimo, e la fece rotolare. Ne eruppe un diluvio di birra sì furibondo, sì impetuoso, sì invadente, che la sala fu inondata da un muro all’altro, — la tavola si rovesciò con tutto ciò che v’era sopra, — i cavalletti, furono scaraventati a gambe all’aria, — il gran vaso di punch andò a finire nel camino, — e le dame furono prese da crisi di nervi. Mucchi di oggetti funebri si sfasciavano e galleggiavano qua e là. I vasi, i boccali, le grosse bottiglie vestite di giunchi cozzavano fra loro in un terribile parapiglia, e i fiaschi urtavano disperatamente contro le borracce corazzate di corda. L’uomo dalle angoscie rimase annegato al suo posto, — il piccolo gentiluomo paralitico navigava al largo nella sua bara, — e il vittorioso Legs, afferrata pei fianchi la dama idropica, si precipitò con lei nella via e puntò la prua direttamente verso il Free-and-Easy, prendendo bene il vento e rimorchiando il formidabile Tarpaulin, che, dopo aver starnutato tre o quattro volte, ansava e soffiava dietro di lui, traendo seco l’arciduchessa Ana-Peste.
Note
- ↑ Niente credito!