Il Sofista e l'Uomo politico/I

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I — I dialoghi dialettici

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Platone - Il Sofista e l'Uomo politico (IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Giuseppe Fraccaroli (1911)
I — I dialoghi dialettici
II

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CAPITOLO I.


I dialoghi dialettici




Sommario: 1. Il nesso del Sofista col Teeteto. — 2. La doppia redazione del Teeteto. — 3. Il dialogo scientifico. — 4. I personaggi.


1. Chi per la prima volta prenda in mano il Sofista o l’Uomo politico, che ne è la continuazione e il complemento, con l’impressione fresca dell’arte perfetta del Gorgia e del Simposio, del Fedone e della Repubblica, non è meraviglia se lì per lì prova un senso sgradevole di durezza e di secchezza. La dialettica ha soverchiato la drammatica; la logica ha troppo spesso cacciato dal nido l’estetica; e questo può non piacere. È infatti una lettura faticosa; richiede attenzione intensa e ininterrotta, e nel Sofista non c’è alcuna oasi di riposo: solo nel Politico l’antico poeta qualche volta s’affaccia di nuovo, come nel mito del mondo alla rovescia e nella rappresentazione grottesca delle leggi. Perchè Platone abbia mutato a questo modo, vedremo tosto: perchè poi, ciò non ostante, l’un dialogo e l’altro egli si sforzasse di riconnetterli al Teeteto, che ha pur la freschezza dell’arte di prima, e come in tale intento egli riuscisse, questo è il quesito che dobbiamo proporci innanzi tutto.

[p. 4 modifica]La scena del Teeteto è a Megara. Euclide ha appena incontrato Teeteto che veniva trasportato in fin di vita, ferito e malato dal campo di Corinto ad Atene, quando simbatte in Terpsione: gli dice il caso di questo povero giovane, e, come succede, lo compiangono; un giovane di cui Socrate aveva mostrato tanta stima, e che dava tante promesse! Aveva infatti Socrate, parecchi anni prima, riferito ad Euclide un certo dialogo in cui Teeteto aveva avuto una parte notevole, e poichè gli era tanto piaciuto, egli, Euclide, lo aveva posto in carta. — Entriamo dunque in casa, dice, e facciamocelo leggere. — Entrano e si legge.

Il luogo in cui si immagina svolgersi il dialogo letto è una palestra, verosimilmente il Liceo1; interlocutori sono Socrate, Teodoro cirenaico e Teeteto, che dà nome al dialogo: vi assistono pure altri giovani, tra i quali se ne nomina2 espressamente uno, omonimo del protagonista, Socrate il giovane, che però non parla mai. La discussione è sostenuta tutta da capo a fondo dal vecchio Socrate, il quale argomenta con Teeteto e in parte con Teodoro; e il tipo del dialogo meraviglioso, oltre la perfezione dello stile, presenta le due caratteristiche più salienti del metodo socratico, cioè la majeutica e la conclusione essenzialmente negativa: la conoscenza, che ne è la ricerca fondamentale, non è nè sensazione, nè retta opinione, nè retta opinione accompagnata da ragione; ma che cosa sia non si dice. Viceversa quanto vivamente drammatico, come tutti i dialoghi in cui Socrate è protagonista, altrettanto, specie nella seconda parte, il Teeteto è rigorosamente dialettico: esso potrebbe servire d’introduzione pratica allo studio della filosofia meglio di qualsiasi propedeutica teorica; e qui col Sofista e col Politico c’è analogia di metodo e di spirito.

Finito di discutere, tirata la somma, il Teeteto termina [p. 5 modifica]con queste parole: “Ed ora io devo andare al Portico del Re per l’accusa che Meleto mi ha dato: domattina per tempo, o Teodoro, troviamoci di nuovo qui„. Per che fare, non si dice. Ed effettivamente li troviamo insieme l’indomani nel Sofista, ma con gli altri viene un nuovo personaggio, il Forestiero di Elea, dal quale Socrate dice desiderar di sapere, che concetto abbiano al suo paese del sofista, dell’uomo politico e del filosofo; e il forestiero, per così dire, monta in cattedra, e, lasciando Socrate del tutto da parte, definisce i due primi, l’uno di seguito all’altro, nei due dialoghi che da essi rispettivamente prendono il nome: quanto poi al filosofo, di che avrebbe dovuto trattare il terzo dialogo, o questo è andato perduto, o non fu composto: perchè si deva accettare la seconda conclusione, vedremo più oltre.

2. Dal modo di concepire e di scrivere del Teeteto non si passa a quello del Sofista e del Politico dall’oggi al domani: è perciò assolutamente necessario ammettere tra esso e questi dialoghi un lungo intervallo di tempo. Le ricerche stilistiche concordano con questa asserzione. Ma il Sofista è il primo dialogo dell’ultima maniera di Platone, e come tale non può esser collocato più tardi del suo terzo viaggio in Sicilia o giù di lì3. E il Teeteto? Vi si parla di una battaglia presso Corinto, e un fatto d’armi appunto fu ivi combattuto circa il 394, un altro circa il 368: a quale allude? Non al più tardo: prima perchè Teeteto è rappresentato come ancora un giovane di belle speranze, e nel 368 non avrebbe dovuto essere lontano dai cinquanta; e poi perchè, a lasciare tra il fatto e il dialogo il tempo materiale di scriverlo, ci si accosterebbe troppo alla data del Sofista. Contro alla battaglia più antica, viceversa, si suole opporre che si risalirebbe troppo indietro4; ma io non capisco [p. 6 modifica] affatto questa obbiezione. Perchè non poteva Platone ricordare un fatto storico anche parecchi anni dopo avvenuto?5.

Ritenuta la data più lontana torna meglio spiegabile anche quella doppia redazione del dialogo che fu con seri argomenti affermata già da Alessandro Chiappelli6 e subito dopo confermata da una preziosa scoperta. Di certo intanto ora ci consta che vi fu veramente un’altra redazione del suo proemio; e ce l’attesta l’Anonimo autore del Commentario Berlinese7, il quale aggiunge ancora che l’altro proemio era più freddo, che aveva press’a poco la stessa lunghezza, che cominciava così: “Ragazzo, hai portato il discorso intorno a Teeteto?„, e che il nostro è quello buono8. Se dunque l’altro proemio era lungo come il nostro, questo esclude intanto che ne fosse un sunto: che il nostro poi, e non quello, sia stato l’ultimo scritto, lo si può argomentare da ciò che il nostro contiene.

Vi si dice infatti come ad Euclide eran parsi molto interessanti i discorsi che Socrate gli riferiva aver avuto con Teeteto, tanto che appena andato a casa aveva [p. 7 modifica]preso degli appunti (ὑπομνήματα) ; che poi a suo agio riandandoli li aveva distesi in iscritto, e che finalmente, tutte le volte che andava ad Atene (οσάκις 'Αθήναζε αφικοίμην), ridomandava a Socrate ciò di cui non si ricordava esattamente, e tornato a Megara correggeva. Ora è ovvio osservare, che quando si sia ammesso esser la conversazione di Teeteto con Socrate avvenuta appunto il giorno in cui si apriva il suo processo, poiché gli Ateniesi ignoravano affatto le lungaggini favolose della nostra incivile procedura, per quanto ci può constare, e per quanto si può indurre con verisimiglianza, da quel giorno alla morte del filosofo non ci può stare affatto ciò che Euclide racconta, cioè, la prima relazione di Socrate ad Euclide, che dal contesto non pare avvenuta l’indomani di quei discorsi nè il doman l’altro (l’indomani poi è occupato dal Sofista e dal Politico), — le ripetute andate di Euclide ad Atene, andate occasionali (οσάκις αφικοίμην), non deliberate a questo scopo, — la calma di Euclide nello scrivere (κατὰ σχολήν) — e meno che mai ci sta, che una persona discreta, sia pure un filosofo, vada a importunare con tali domande un galantuomo condannato a morte, o che sta per essere condannato. Se Socrate la portava con serenità, non vuol dire che per altri fosse decente mostrar verso lui così sfacciata indifferenza.
 È questa dunque una delle tante irrazionalità, che Platone compiacevasi di lasciar correre per la disperazione dei pedanti, ogni volta che quel fatto o quell’osservazione avesse uno scopo per la sua tesi? E che scopo o interesse poteva avere? O come avvenne questo screzio?
 Prima ancora che fosse pubblicato il papiro di Berlino, il Chiappelli 9 lo aveva già notato. Questo luogo, dice parlando appunto del proemio nostro, è notevolissimo, “perchè Euclide, che qui rappresenta Platone stesso, chiarisce la genesi del dialogo e i mutamenti [p. 8 modifica]ai quali fu sottoposto. Chi ha pratica della lingua figurata e dell’arte di Platone intende bene che qui l’autore accenna ad un doppio lavoro letterario: il primo, il quale finisce con l’abbozzo scritto, ossia γραφή, del dialogo, contiene gli originari ὑπομνήματα; il secondo contiene la posteriore ripresa (figuratamente i nuovi viaggi per interrogar Socrate e i ritorni a casa) con un lavoro di miglioramento e di complemento (ὲπανωρθούμην)„. La geniale intuizione del Chiappelli è confermata ora dal papiro. L’altro prologo cominciava là dove il nostro finisce, e la storia tutta della ripetuta elaborazione, se venne premessa nel prologo attuale, per qualche cosa deve essere stata premessa.

Di questo s’accorse anche l’Anonimo, che al luogo citato continua10: “E pare che abbia scritto in forma drammatica il dialogo di Socrate che discorre con Teodoro e con Teeteto, e quindi, poichè c’erano molte intricate difficoltà, vi aggiunse il proemio, come fosse Euclide che riferisse a Terpsione ciò che aveva sentito da Socrate„. Ora per quanto le notizie che dà l’Anonimo, come bene avvertono i suoi editori, sieno di seconda o di terza mano, che Euclide sia un personaggio aggiunto nel prologo secondo, egli ce lo dà come un fatto che conosce: poteva essere dunque nella sua fonte. L’altra asserzione invece, che la forma drammatica fosse originale, non c’è dubbio che sia una mera congettura (ἔοικε). Ma è una congettura che non regge. Dice infatti Euclide nel prologo attuale, come nel redigere il dialogo egli per maggiore scorrevolezza sopprimesse tutta la parte narrativa e gli “egli disse„ o “egli rispose„, introducendo senz’altro i personaggi a parlare. Ebbene, a chi crederemo dei due? A Platone stesso o all’Anonimo? Ci può essere dubbio? Effettivamente facilità maggiore [p. 9 modifica]con la forma drammatica diretta si dà; a introdurre invece Euclide e Terpsione nel prologo, non si vede affatto per la facilità come potesse giovare. Quello dell’Anonimo è un ragionamento che non corre. Corre invece tutto molto bene, se anche a questa affermazione di Euclide diamo il senso delle altre, e la intendiamo come segno d’una correzione anche questa, che volesse dire insomma che la redazione prima era narrativa, e che la si cambiò in rappresentativa. Questo forse diceva anche la fonte dell’Anonimo, ch’egli o non intese o compilò male: certo è che ciò che egli qui dice, cosi come lo dice, nulla spiega e non ha senso.

Al rifacimento del prologo corrisponderebbe per tal modo un rimaneggiamento, almeno nella forma, anche del dialogo. E con l’ammettere ciò si risolve nella maniera più piana e attendibile anche un’altra difficoltà punto lieve. Dopo che Platone avesse espressamente riconosciuto la maggiore convenienza del dialogo drammatico, mal si capirebbe come più tardi egli potesse fare un passo indietro e ritornare alla forma meno buona del dialogo narrato. Eppure a questa forma, a negar la seconda redazione, egli sarebbe ritornato nel Parmenide11, il qual dialogo per molte ragioni è da ritenersi al Teeteto posteriore: vi sarebbe ritornato proprio in quel dialogo in cui la forma narrata ci sta più a disagio. È possibile? O non è invece più probabile che, fatta nel Parmenide l’esperienza penosa degli inconvenienti di quella forma, nel riadattare il dialogo più antico alla serie dei nuovi, egli l’abbia appunto corretto in questo senso, dando insieme nel proemio la ragione del tipo [p. 10 modifica]sostituitovi e che si adotterà anche per l’avvenire stabilmente?

Al lume di queste informazioni riprendiamo ora in esame le parole della chiusa. Esse si dividono in due momenti: 1° “Ed ora, io devo andare al Portico del Re per l’accusa che Meleto mi ha dato„; 2° “Domattina per tempo, o Teodoro, troviamoci qui un’altra volta„. A quale redazione appartengono esse?

Il primo periodo è da ritenersi della prima. Per quale ragione Platone abbia creduto porre il Teeteto precisamente nel giorno in cui si apriva il processo, noi non possiamo più rintracciare. Vero è che a pag. 173 B e seguenti, s’era a lungo insistito sull’inettitudine assoluta dei filosofi per la vita pratica ed in ispecie per le diatribe forensi, ed il ravvicinamento col processo poteva servire di documento a questa affermazione. Con tutto ciò è una novità questa che ci càpita improvvisa nella chiusa del dialogo, senza che ne avessimo prima alcun sospetto: come avvien che nel prologo almeno non se ne tocchi affatto affatto? Che ci fosse qualche cosa nel prologo di prima? — C’è di peggio. Lo stato di fatto presunto dal prologo nostro è effettivamente diverso. “Mi pare,„ dice Euclide,12 “che egli (Socrate) si sia imbattuto in lui (Teeteto) adolescente poco prima di morire„. Ma se egli sapeva, e lo pose in carta proprio lui, che la presentazione di Teeteto a Socrate13 era avvenuta precisamente nel giorno stesso del dialogo, cosa c’entra qui questo mi pare? Non ci vedo pertanto altra soluzione possibile se non nel ritenere che il secondo prologo modificasse l’ipotesi della prima redazione: data l’età di Teeteto, molto indietro non si poteva risalire, volendo con verosimiglianza farlo discorrere con Socrate di cose tanto gravi; ma e il “mi pare„ e il “poco prima di morire„ introducono pure una certa indeterminata larghezza da poter collocarvi senza troppa [p. 11 modifica]assurdità quel procedimento che Euclide ci descrive. Certo è che allora quelle parole della chiusa avrebbero dovuto esser cassate: se rimasero, fu solo per dimenticanza o trascuranza.

Aggiunte invece, e aggiunte per sostituir queste, sono evidentemente le parole ultime. Per il Teeteto infatti, poste le prime, peggio che essere inutili, le parole ultime non fan che guastare l’effetto di quelle, e se non fossero aggiunte come addentellato col Sofista,14 ci starebbero a pigione interamente. E sono un goffo addentellato. Non si presentano infatti, neppure apparentemente come una continuazione di pensiero, ma proprio come una zeppa. Troviamoci domani, dice; ma a che fare? Il discorso è finito: Socrate aveva conchiuso di non avere altra arte che la majeutica; non c’era perciò altro da dire. Aggiungi che nel Teeteto nè si accenna nè si immagina l’intervento del forestiero Eleate, e perciò l’appuntamento non si può spiegare con tale scopo: aggiungi che senza questo nuovo personaggio il convegno successivo manca assolutamente di materia; aggiungi che il rapporto dei dialoghi posteriori col primo è piuttosto d’antitesi che di continuità, in quanto questi giungono a una conclusione positiva che corregge la negativa dell’altro, e che neppur questo è nel Teeteto affatto preveduto, da poter essere lo scopo dell’invito. Queste parole perciò non si spiegano se non come un’aggiunta posteriore per procacciare col Sofista un collegamento pur che fosse. Chè in sì fatti rabberciamenti gli antichi procedevano un po’ [p. 12 modifica]materialmente. Avvezzi a scrivere seguendo il filo naturale del pensiero, quando volevano innestarne insieme due diversi e non congiunti organicamente tra loro, non avevano l’arte di dissimulare il rappezzo: un esempio lampante di ciò, e non senza analogia col caso nostro, lo si può vedere nel rifacimento delle Nuvole d’Aristofane. E così fece qui anche Platone: egli volle che i dialoghi fossero tra loro collegati, ma non badò o non si curò che fossero ben collegati.15

Similmente possiamo notare che, più che inutile e superfluo, è per il Teeteto ingombrante l’accenno a Socrate il giovane a p. 147 D, inutile e ingombrante, poichè in tutto il resto del dialogo questo personaggio non ha che fare, e nel luogo stesso ov’è citato si associa semplicemente e superfluamente a Teeteto a far ciò che egli pur fa. Socrate il giovane ha parte e vera ragione di essere soltanto nel Politico;16 dunque l’una delle due: o Platone quando scrisse il Teeteto aveva già in mente la trilogia intera, il che oramai nessuno può credere17; o anche il cenno di Socrate è un’aggiunta posteriore per collegare il terzo dialogo col primo.

3. Platone nell’intervallo fra il Teeteto e il Sofista aveva modificato notevolmente il suo metodo: dalla [p. 13 modifica]vita la sua filosofia si era ritirata nella scuola,18 dall’arte egli era passato alla scienza. Venuto in possesso della verità, egli ora insegna dogmaticamente: il suo pensiero si è mutato non tanto di contenuto quanto di organismo. Dalla larghezza dell’analisi, come era del resto naturale, maturandosi il suo ingegno, egli era proceduto sempre più verso la sintesi, raggiungendo nel Fedone e nella Repubblica il giusto contemperamento dei due processi: era naturale altresì che progredendo più oltre, fissa la mente diritta allo scopo da raggiungere, quella majeutica, che aveva prima formato la caratteristica geniale e suggestiva del sistema socratico, oramai paresse una lungaggine,19 un fuor d’opera, e con essa tutto ciò che non contribuiva a guidare allo scopo con maggior sicurezza e con maggior prestezza. Resta bensì ancora nel Sofista e nel Politico la forma dialogica, ma le risposte del discepolo, che è ridotto ad essere veramente ed esclusivamente discepolo, potrebbero facilmente levarsi, sostituendo del tutto la forma dogmatica continua del Timeo, che fu preferita da Aristotele: si parla anzi fin da principio della possibilità di adottarla.20 Se non la si adotta, è più che altro per effetto di abito, non perchè la forma dialogata abbia più alcun motivo di essere. Il dialogo serviva appunto come antidoto dell’ipse dixit: esso dava pure le ragioni avversarie; esso rappresentava come si era venuta formando quella tal convinzione: qui invece si dà la conclusione, non il processo; non si discute, si insegna: l’uditore, se non è per anco una [p. 14 modifica]testa di legno, come, per esempio, quello delle Tusculane, non ha più una sua personalità: al dramma non si bada più, si bada solo alla logica. Anche quelle che pajono deviazioni o digressioni, non sono più nè riposi, nè libere volate, nè colorazioni di concetti già espressi; ma, secondo il paragone del Politico, sono tanti fili che devono quindi essere intessuti nell’unità della tela.

Il Sofista e il Politico sono perciò dialoghi scientifici, come tutti gli altri che seguirono, cioè il Filebo, il Timeo, il Critia e le Leggi, dialoghi scientifici con linguaggio scientifico e con metodo scientifico21, naturalmente con anche tutte le imperfezioni che nei primi tentativi sono inevitabili, e che Platone non seppe e in parte non volle evitare22. Sono dialoghi scientifici la cui sostanza, anche palesemente, non è la rappresentazione della vita ma la definizione dei concetti; e perciò nel Politico23 il forestiero cita il Sofista non come un discorso, ma come un libro, la prima volta che in Platone troviamo una citazione di sè in questa forma. Ebbene, ciò che dice Euclide nel nuovo prologo del Teeteto sullo scrivere, sul correggere, sul rifare, sull’omettere le parole ingombranti, non è che il programma del metodo nuovo; la quale dichiarazione, se anche nel Teeteto il metodo non potè essere applicato che in parte, era non pertanto necessaria per [p. 15 modifica]raccogliere anche questo dialogo nell’unità della trilogia a cui lo si volle costringere.

La quale unità, del resto, quanto alla forma esteriore, è forzata del tutto anche per altri rispetti. O che s’ha da intendere che il servo d’Euclide dopo letto il Teeteto abbia infilato di seguito il Sofista e poi anche il Politico? C’era da far venir fredda nonchè la colazione anche la cena. È vero che Platone del tempo, com’era in pieno diritto, non tiene affatto un calcolo razionale, e basti pensare per questo al dialogo della Repubblica anche molto più lungo: nel prologo del Teeteto per altro Euclide parla di un dialogo solo, e se, a tirarcela, si potesse farci stare anche il Sofista, in quanto Teeteto vi interloquisce lui solo da capo a fondo, non c’entra in nessun modo il Politico, dove Teeteto solamente ascolta e si riposa. C’è di peggio: se l’ipotesi del Teeteto s’ha da estendere anche al Sofista, Euclide avrebbe dunque messo in carta la confutazione di sè stesso (poichè è di lui e della sua scuola che si parla a pp. 248 sgg.), raccolta dalla bocca di Socrate prima ch’egli, Euclide, avesse formulata la sua tesi! Gli è che le idee nella mente del filosofo, come anche in quella di ogni mortale, non sono mai ferme, ma continuamente divengono, e ad una certa distanza di tempo chi crede ripigliarne una che prima ebbe, si trova avere in mano altra cosa: l’ipotesi del Teeteto non si ripresenta perciò più allo stesso modo, quando tanti anni dopo la si vuol rinnovare per il Sofista; di qui lo screzio. L’abito critico, a cui oggi siamo informati, uno screzio tale ce lo potrebbe far evitare: è un guadagno? Per noi è un guadagno anzi che Platone non l’abbia evitato, quando anche in questo screzio abbiamo una delle prove più dimostrative della grande distanza che separa la prima concezione del Teeteto dai nostri due dialoghi24.

[p. 16 modifica]Ritenuto dunque che tra il Teeteto e il Sofista corra un lungo intervallo di tempo, dimostrato che Platone volle a forza congiungerli, si domanda di nuovo perchè li volle congiungere. Non dubito di accedere alle ragioni che ne dà il Jowett.25 “Nel Teeteto„, egli dice, “cercammo di scoprire la natura della conoscenza e della falsa opinione; ma la natura della falsa opinione parve impenetrabile, perchè eravamo incapaci di intendere come vi potesse essere alcuna realtà nel Non essere. Nel Sofista la questione è di nuovo ripresa, la natura del Non essere è scoperta, e non vi è più alcun impedimento metafisico ad ammettere possibile il falso„.26 C’è dunque rapporto di conformità tra i due dialoghi, perche il nodo sostanziale è lo stesso; e c’è anche rapporto di opposizione, l’uno majeutico, negativo e socratico, l’altro dogmatico, positivo e non socratico. Non poteva Platone quest’ultima caratteristica porla in maggiore evidenza. Socrate non solo non ha più le prime parti, ma neanche le seconde nè le terze: egli non fa altro che ascoltare.

Badiamo bene per altro. Socrate si ritira nel fondo del quadro; il suo metodo largo e analitico è sostituito da un procedimento più serrato e sintetico, ma lo spirito socratico non è disdetto, e il forestiero di Elea ne è anzi l’erede: resta ancora l’ironia, specie nel Politico, anzi è più acre; restan gli esempi volgari, anzi [p. 17 modifica]triviali, scelti a illustrare le più alte verità; resta che la saggezza si riduce a conoscenza; resta che la confutazione è riconosciuta come una purgazione dell’anima.27 Gli argomenti stessi presi a trattare sono sempre socratici: che cosa sia il sofista, si indaga in parecchi altri dialoghi notissimi; e “che cosa sia la città, che cosa l’uomo politico, che cosa il comando degli uomini, che cosa l’uomo atto a comandare„, erano quesiti che Socrate realmente si proponeva e discuteva, come ci è attestato dai Memorabili,28 e rappresentato ampiamente dall’Eutidemo platonico, in un passo che recheremo per disteso più oltre in un altro capitolo. Altri tratti genuinamente socratici saranno indicati occasionalmente nelle note.29 Platone non ismentiva dunque il suo maestro; solo si guardava dall’attribuirgli una teoria, di cui non era punto responsabile; solo del suo metodo lasciava quella parte che, essendo ottimamente appropriata alla confutazione e alla demolizione, non era affatto acconcia all’edificare.

4. Come abbiamo veduto, i personaggi dei nostri due dialoghi sono, tranne uno, gli stessi del Teeteto, cioè Socrate, che qui fa la parte di semplice uditore, Teodoro cirenaico, che pure dice poche parole, Teeteto e Socrate il giovane, i quali semplicemente rispondono alle argomentazioni del protagonista, il primo nel Sofista, il secondo nel Politico.

Di Teodoro cirenaico, da non confondersi con l’ateo, basti dire che era stato seguace della scuola di Protagora, e perciò del principio che l’uomo è la misura di tutte le cose; poi s’era dato agli studi di geometria, e [p. 18 modifica]in questi eccelleva.30 Diogene Laerzio ci riferisce31 che Platone avrebbe visitato in Cirene la sua scuola: del resto anche ad Atene, si vede da questi dialoghi, dovette Teodoro essere stato solito di trattenersi a insegnare. Pare fosse uomo grave, poco amante delle dispute, e piuttosto solitario.

Teeteto era figlio di Eufronio Suniese, giovanissimo, ricco, sebbene i tutori gli avessero sciupata gran parte della sostanza, e liberalissimo.32 Quest’ultima caratteristica non poteva constare al tempo del dialogo, se egli non fosse stato già padrone di sè: i diciott’anni perciò doveva averli compiuti. Era d’ingegno molto pronto e discepolo di Teodoro nelle matematiche: gli venne per testimonianza di Suida33 attribuito dagli antichi uno scritto intorno ai cinque solidi regolari, per comporre il quale fra il 399 e il 394 ci sarebbe stato tutto il tempo opportuno. Ad ogni modo, se delle ferite e della malattia contratta a Corinto egli sia morto, non sappiamo: qualora però sia vero ciò che Suida ci aggiunge, aver egli tenuto scuola in Eraclea,34 converrebbe forse ammettere che sia sopravvissuto.

Come questi era fisicamente il ritratto di Socrate, lo stesso naso schiacciato, gli stessi occhi sporgenti,35 così omonimo del filosofo è l’altro giovane, Socrate, che lo sostituisce a disputar nel Politico, e del quale nulla di attendibile sappiamo. Identità di nome e somiglianza di volto pajono dunque le ragioni per le quali questi due furon scelti a interloquire in sostituzione del maestro: non potea il vecchio Socrate fare la parte dello scolaretto, ma insieme giovava il ricordare che non che disdirsi si continuava anzi e si svolgea in nuovi germogli quel germe fecondo che egli avea seminato.

[p. 19 modifica]Ma il personaggio nuovo e protagonista vero di tutt’e due i dialoghi è il Forestiero di Elea. Chi è costui? È detto che è scolaro di Parmenide, e nient’altro: troppo poco per poterlo identificare. Poichè nelle Leggi il Forestiero Ateniese fu facilmente riconosciuto per Platone, ci fu chi pensò a Platone anche qui. A me questa ipotesi non par nè probabile, nè utile. Del Forestiero di Elea non è affatto tracciato alcun carattere: egli rappresenta solo un ragionamento, un sistema. Contentiamoci di sapere che continua Parmenide e in parte lo corregge: chi proprio egli sia, dato che sia pure qualcuno, è tanto impossibile indagare quanto è indifferente sapere.




Note

  1. Cfr. Euthyphro, p. 2 A.
  2. Pag. 147 D.
  3. Per maggiori particolari veggasi il cap. V di questi Prolegomeni.
  4. O forse anzi troppo poco; se si ammettesse la tesi di A. Goedeckemeyer, in “Archiv für Gesch. der Philos.„ N. F., XV, 4 (1909), essere il Teeteto il primo dei dialoghi non socratici e perciò anteriore persino al Menone, di che è sperabile pochi vorranno persuadersi, quando, per giungere a questa conclusione, non solo bisogna prescindere da tutti i dati stilistici, ma altresì disconoscere che i paradimmi che sono ὲν τᾥ ὅυτι (p. 176 E) abbiano a che fare con la teoria delle idee.
  5. Ben lo vide anche il Raeder, Platons philos. Entwickelung, p. 296.
  6. Ueber die Spuren einer doppelten Redaction des Platonischen Theaetets, in “Archiv für Gesch. d. Philos.„ N. F., X, 3 (1904), pp. 320-33.
  7. Berliner Klassikertexte, II. Anonymer Kommentar zu Platons Theaitet (Papyrus 9782), bearbeitet von H. Diels und W. Schubart, Berlin, 1905.
  8. Col. III, ll. 28-37 (ometto i segni delle integrazioni, perchè sono sicure): φέρεται δὲ καὶ ἄλλο προοίμιον ὑπλοψυχρον σχεδὸν τῶν ἵσων στίχων, οὖ ἀρχή — ἆρά γε, ὦ παῖ, φέρεις τὸν περὶ Θεαιτήτου λόγον; — τὸ δὲ γνήσιόν ἐστιν οὗ ἀρχή — ἄρτι, ὦ Τερψίων.
  9. L. c. pag. 326.
  10. Ibid. II. 37-49: ἔοικε δὲ πεποιηκέναι μέν δραματικόν διάλογον τοῦ Σωκράτους προσδιαλεγομένου Θεοδώρῳ τε καὶ Θεαιτήτῳ, εἴτε ὲπεὶ εἶχεν πολλὰ ἀγκύλα προσέθηκεν τὸ προοίμιον, ὡς Εὐκλείδου ἀπομνημονεύοντος πρὸς Τερψίωνα, ὧν ἠκηκόει Σωκράτους.
  11. Effettivamente il Parmenide è narrato solo nella prima quarta parte, mentre da p. 137 C in poi è praticamente rappresentato con la regolar soppressione dei “disse„ e “rispose„. È dunque una forma di mezzo tra le due. S’intende poi da sè che l’essersi Platone a un certo punto deciso per la forma drammatica, non importa menomamente che egli l’abbia scoperta solo allora e non l’abbia anzi usata occasionalmente più volte anche prima.
  12. Pag. 142 C: δοκεῖ γάρ μοι ὀλίγον πρὸ τοῦ θανάτου ἐντυχεῖν αὐτῷ μειρακίῳ ὄντι.
  13. Pag. 144 D.
  14. Analogo al principio del Sofista è quello del Timeo, che vuole ricongiungersi alla Repubblica; solo nella fine della Repubblica non v’è alcun addentellato. E la stessa analogia si estende alla disposizione complessiva delle parti: tutt’e due le volte Socrate nel dialogo precedente era stato il protagonista, nel secondo diventa semplice uditore; tutt’e due le volte i personaggi del secondo dialogo, per combinazione, avevano ragionato di quell’argomento anche in precedenza (Soph. p. 217 B, Tim. p. 20 C), e così si trovavano meglio preparati.
  15. Aristofane grammatico (Diog. Laerzio, III, 62) congiungeva in una trilogia il Teeteto, l’Eutifrone e l’Apologia: ignorava egli la chiusa attuale del Teeteto che lo congiunge al Sofista?
  16. Nel Sofista, p. 218 B, egli è pur nominato fra i presenti, e ciò è a proposito, poichè seguendo ad esso il Politico senza alcuna interruzione, era bene sbrigare la presentazione dei personaggi tutti in una volta.
  17. Lo credeva lo Zeller, Die Philos. d. Gr. II6 1, p. 544, perchè poneva il Sofista nel così detto periodo megarico, collocazione dimostrata ora erronea. Cfr. più oltre cap. V, § 2. Ciò che dice l’Hirzel (der Dialog, I, p. 258) che le parole τῷ σῷ ὁμωνύμῳ τούτῳ Σωκράτει non importano che questo giovane fosse presente, ma possono significar solo “con quel noto tuo omonimo„, anche se fosse vero, il che non credo, non fa che la citazione sia per il Teeteto più a proposito, anzi.
  18. Cfr. Ivo Bruns, Das literarische Porträt der Griechen in fünften und vierten Jahrhundert vor Christi Geburt, p. 272.
  19. Il Parmenide, che precede certo il Sofista, segna il passaggio al nuovo metodo. Ivi infatti l’Eleate (p. 137 B) sceglie a interlocutore il più giovane, espressamente perchè suppone non debba esser troppo litigioso (ἥκιστα γὰρ ἂν πολυπραγμονοῖ).
  20. Pag. 217 C. Cfr. Lutoslawski, The origin and growth of Plato’s logic, p. 417.
  21. Per esempio, è affermato che davanti alla scienza (τῇ τῶν λόγων μεθόδῳ) hanno valore tanto le cose grandi quanto le piccole (Soph. p. 227 A, Polit. p. 266 D); che bisogna assicurarsi bene anche di ciò che alla prima sembra chiaro (Soph. p. 242 BC); che l’avversario deve essere confutato secondo i suoi stessi principi (Soph. pp. 230 B, 259 CD); che bisogna passare dal noto all’ignoto (Polit. p. 279 A sg.), dal facile al difficile (Soph. p. 218 C, Polit. 277 E); e così via.
  22. Conscio della vanità delle discussioni di parole, di cui si compiacevano i Sofisti, Platone espressamente professa non doversi insister troppo sui vocaboli, oltre che nel Sofista, anche nel Teeteto, pp. 164 C e 199 A.
  23. Pagg. 284 B e 286 B.
  24. Similmente della distanza che separa il Teeteto dall’Eutifrone sono prova ancora le due rispettive ipotesi mal conciliabili fra loro. Socrate si incontra con Eutifrone, mentre si presenta al Portico del Re per l’ accusa: se prima aveva tenuto il dialogo riferito nel Teeteto (nota poi che nel Teeteto per ben due volte, pp. 172 CD e 187 D, si dichiara aversi tutto l’agio che può desiderarsi per ragionare), egli doveva aver fatto già tardi: eppure, come niente fosse, attacca un altro discorso con Eutifrone. Si potrebbe domandare fino a che ora restavano aperti gli uffici pubblici in Atene.
  25. The Dialogues of Plato, IV, p. 301.
  26. Cfr. specialmente la definizione della δόξα in Theaet. pp. 189 E-190 A e Soph. pag. 203 D segg., che nel dialogo nuovo è meglio determinata nella sua essenza e nei suoi rapporti.
  27. Cfr. Campbell, Sophistes and Politicus of Plato, Soph. pp. 2-3, e Pol. pp. xvi-xx. Questa è la γένει γενναία σοφιστική (p. 231 B), per la quale Socrate si avvicina ai sofisti nel metodo, se ne allontana nello scopo. Cfr. Grote, Plato ecc. II2, pp. 428-30.
  28. I, 1. 16. IV, 2. 11.
  29. Per es. a Soph. pp. 216 D, 219 D, Pol. 258 B, 261 D, 276 E, 293 D.
  30. Cfr. Senofonte, Mem. IV, 2, 10.
  31. II, 103; III, 6.
  32. Theaet. p. 144 CD.
  33. Sub v. Θεαίτητος.
  34. Quale Eraclea? C’era anche nell’Attica un demo che avea questo nome.
  35. Theaet. p. 143 E.