Il Tesoro III/Illustrazioni al Libro VI

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Brunetto Latini - Il Tesoro, volume III (XIII secolo)
Traduzione dalla lingua d'oïl di Bono Giamboni (XIII secolo)
Illustrazioni al Libro VI
Libro VI Libro VII

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ILLUSTRAZIONI

LIBRO SESTO

Prologo

Il \’illani la^^ciò scritto, che sei- Pruiiotto compose un libro dei vizii e delle virtù. Molti biografi si dolgono, che questo libro sia smarrito. Eccolo trovato. Il T annoverando fra i capitoli, col numero I, questo, che è Prologo nel Volgarizzamento, lo intitola: Ci commence il secons linges clou Trésor, qui ’parole (1rs vices ci des rertits.

Di questo libro, da Brunetto prima dettato in lingua italiana, dice nelle ultime linee di questo

prologo... « maistres Brunoz Latins escrit eu ce livre

et si le translatera de latin eu romans. » Questo chiarisce perchè sia stato detto, e scritto altresì sul frontispizio di qualche codice del Tesoro, che fu tradotto dal latino,

Neir ultimo capitolo di questo lijjro VI in un lungo periodo che non lìi tradotto da Bono, il

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maestro promette di porre innanzi al suo lettore i

detti degli antichi saorgi: metrons tout avant les anciens sages. Nel principio del VII libro seguente, e nel titolo del primo capitolo di esso, è detto chiaramente, che là comincia il Libro dei vizi e delle virtù. Il T francese, pose questo titolo di fronte al libro VI del Tesoro, perchè dividendo il Tesoro in tre libri e questi in parti, e col libro VI del Volgarizzamento cominciando il secondo libro parte I del Tesoro, in quello si tratta dei vizi e delle virtù, al quale trattato r Etica di Aristotile compendiata nel libro VI del Volgarizzamento ( parte I del I del T. ) è una preparazione. Il Volgarizzamento adunque intitolò dei vizi e delle virtù il libro VII, perchè appunto in questo libro distesamente tratta di essi.

Il Nannucci parla del Fio7^e di filosofi e di savi, eh’ egli mette in luce, e crede opera di Brunetto, ed aggiunge: « Sospetterei che fosse il Trattato dei vizi e delle virtù che il Villani assegna a Brunetto, giacché è quasi lo stesso, più breve però, di quello che si ha nel Tesoro, in cui Brunetto potè poi averlo inserito più estesamente, come adoperò del Tesoretto, e di altri suoi lavori, de’ quali vi ripetè tutto quello che gli serviva all’ uopo (Op. cit. Vol. IL) »

Scrive il Chabaille nella prefazione all’edizione del Tesoro originale: « Le second livre du Trésor (VI e VII del Volgarizzamento), entièrement consacré à la morale... il se compose de deux traités distincts. Le premier est un extrait de la Morale

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d’Aristote, dont Brunetto avait déjà donne une traduction

italienne. Le second, plus volumineux que le premier, en est une sorte de commentaire. A part un petit nombre de sentences de son propre fonds, que Brunetto y a jointes, ce n’est guère que la copie d’ un recueil de passages tires des moralistes anciens et modernes, sacres ou profanes, traduits en vieux français, et couueus sous le titre de Moralité des 2ihiIosophes: il existe un très-grand nombre de manuscrits de cet ouvrage en vers et eu prose, et le savant Florentin n’ a guère eu d’autre paine que de choisir la version qui lui convenait pour en enrichir le Livre du Trésor. Du reste l’autor ne fait point mistèro de cet emprunt^ et donne pour raison que plus on réunit de bonnes choses, plus il en resuite de bien (Livre IL part. IL cap. XL VI. nel Volgarizzamento, libro VIL cap. I.)

Trovo tra le postille del Serio, alle parole di questo capitolo: — E si lo trasmuterei di latino in romanzo: «Questo medesimo originale latino dell’Etica di Aristotile abbiamo nel ms. Marciano CXXAIV classe II tradotto in volgare da un’ altra penna antica, la quale un’ altra più. antica traduzione rammenta nel proemio del novello traduttore. »

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I.s,^

Ancora sul Prologo.

Intorno al linguaggio simbolico delle pietre preziose nel medio evo, lasciando molti esempii di Dante, e di altri, rannnentiamo questo Sonetto di Gino da Pistoia:

Un anel corredato d’ un rubino,

Lo qual fue, a non dicere bugia, Del ricco imi)erador di Romania; Ovver un altro di carbonchio fino,

Che fue di quello eh" ebbe in suo domino Tutta, quasi, la Saracinia, \’i posso dare, eh’ io l’ aggio in balìa, Se ’1 don non vi paresse piccolino.

Ma se poi v’ aggradisse una ritropia. Perchè la sua virtù vi fa mestieri. Sì tosto come aveste dodici anni;

Tosto la vi darei, e volentieri;

E sì sappiate ched ella fu propia Primieramente del Presto Giovanni.

Canzoniere Chigiano L. Vili. 305 foglio 85. (Propitgnatore anno X (1877) dispensa 5 pag. 409).

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Ancora sul Prologo.

Previdenza e Prudenza, etimologicamente hanno il medesimo significato, ambe derivando il nome da 2)7^0 ( irgo^, pì^ocul) video, come insegnò Cicerone. Ma l’uso distingue l’ una dall’ altra. Corressi Providenza in Prudenza, perchè il t chiaramente dice Prudence. Quando il maestro volle dire Providenza, e Provede7’e, nella prima parte del Tesoro usò sempre i vocaboli porvolr, e porveolanee.

Le quattro virtù, in nome delle quali il maestro inaugura la seconda parte del Tesoro, sono le quattro stelle simboliche vedute dal discepolo nel vestibolo del Purgatorio^ delle quali cantò

Io mi volsi a man destra, e posi mente All’altro polo, e vidi quattro stelle Non viste mai fuor che alla prima gente.

Goder pareva il ciel di lor fiammelle: settentrional vedovo sito Poiché privato se’ di mirar quelle !

(Purg. I.)

Non entriamo nella controversia intorno alla costellazione per quelle quattro stelle indicata, che non ne è questo il luogo.

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m

Capitolo III.

Brunetto scrisse: Li biens est en 11 manières: car une maìiiere de bien est qui est desirrez por lui mesme, et une autre maniere le bien est qui est desirrez por autrui. Bono volgarizzò: « Bene si è secondo due modi; che un bene è quello che l’uomo vuole per se, ed un altro bene è quello che l’uomo vuole per altrui. » Il Serio postilla: « Considerando il testo d’Aristotile, la distinzione del bene, sarebbe stato meglio di recitare così: Un bene è quello che Vuomo vuole jj^r sé (cioè dirittamente, ed in se medesimo il bene). ed un altro bene è quello che l’uomo vuole per altri (beni). Non dunque per se, per altrui, sotto il rispetto personale. Il traduttore rimase errato dal testo francese p)or soi, por autrui, che ne porge l’equivoco. » Il testo francese cui allude il Serio, è il capitolare di Verona. Il t Chabaille legge come sopra è riportato.

Capitolo V.

Postilla il Carrer alla parola tìxivito, che non ha riscontro nel testo francese, che qui è parafrasato:

« L’edizione del 1533, copiando quella del 1528, ha travato. Ma travilo leggo nell’antichissima del

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secolo XV, e nella modernissima del XVII. E Travito

si registra dall’Alberti nel suo Dizionario con questo esempio. La Crusca non ha ne l’ uno ne l’altro, bensì travaia, per unione di travi congegnati inderiie per riparo, o per reggere gagliardamente cilecche sia. Ne voglio lasciar di notare a questo passo, quanto sia preferibile la lezione della stampa adottata dalla Crusca a quella del 1 7.3-1, che dà: « Colui che sta nel travito a combattere, e vince quegli alla corona della vittoria. » Questo, ed alcun altro consimile passo doveva rendere l’editore men prodigo di vantamenti. »

Capitolo XIV.

Al testo di Chabaille manca il periodo. « La soprabbondanza non ha nome in latino, ma in greco si dice pleonasmo, e ’1 poco si chiama parvenza. » Il Chabaille ha la variante: « E la superabbondantia non ha nome in latino, ma in greco si dice apeirochalia (pleonasmon, TES.), e ’1 poco si chiama parvifìcentia; mezzo nella volontade, cioè aguaghanza, si è detto equanime, et quelli ETH. »

Il Carrer avverte: « L’edizione del secolo XV ha. parvienzia, parvificenza legge l’ edizione 1734, ed io sarei tentato a seguirla, se la Crusca non citasse quest’esempio del Tesoro alla voce Parvenza, 3, per pocliezza. Il Bergantini registra la voce parvi-

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ficenza fra quelle da aggiungere al Dizionario, ma

non reca esempio alcuno. Notisi che l’esempio del Tesoro è l’unico allegato dalla Crusca a sostegno di questa voce in significato di pochezza.

Il iiarTìfìco ritorna sulla scena al capitolo 20 di questo libro.

Ancora sul Capitolo XIV.

Il vocabolo Lausengier, che Brunetto usa in (piesto capitolo, e nel XX di questo medesimo libro, nello stile dei trovatori significava maldicente, calunniatore, specialmente in cose d’amore.

In una Ballata amorosa del secolo XIII, che è nel Codice Riccardiano 2909, si legge:

Bella donna, gentil faizon Non credesi lausengier felon Tue basson amor per nient.

T. Casini, La vita e le ’poesie di Rambertino Buvaìelli, nel Propugnatore, anno XII (1879) Dispensa 6.

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Capitolo XVI.

Nel Convito V Allighieri ripete questa dottrina dell’Etica di Aristotile, e poeticamente nel canto XVI del Purgatorio, lasciandosi dietro d’infinita mano il maestro:

Voi che vivete, ogni cagion recate Pur suso al cielo, sì come se tutto Movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto Libero arbitrio, e non fora giustizia Per ben, letizia, e per male, aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia; Non dico tutti; ma posto ch’io ’1 dica, Lume v’ è dato a bene ed a malizia,

E libero voler, che, se fatica Nelle prime battaglie col ciel dura. Poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza, ed a miglior natura Liberi soggiacendo, e quella cria La mente in voi, che ’1 ciel non ha in sua cura.

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Ancora sul Capitolo XVI.

La terra di Godimone, ha le varianti Godomoine, Godimoine, Godimene, Gedemonia, Gomorre, Goi^romane, e Genova.

A questo luogo il Serio postilla: « Sarebbe forse (la leggere Nella terra de’ Gararnanti, dei quali Plinio dice (Lib. VI cap. 6). Ad Garamantas ifer inexjMcabile ?

A questo passo neW Etica di Aristotile corrisponde il seguente (lib. Ili cap. 3. pag. 130) del Segni: «In che maniera si debbia reggere ottimamente gli stati, nessuno Spartano è che metta in consulta. *

Se il Serio avesse letto il testo greco, o la versione latina dell’ Etica, avrebbe trovato la soluzione del geografico enigma: Sed neque de humanis omnibus, puta qualiter utique Scythae converstjntur, nuUus Lacedaemonioruin consiliatur, Non enim et fiet utique liorum per nos aliquid.

Anzi che le genti, sarebbe a leggere gli Sciti ?

Sui Gararnanti vedi il nostro medesimo autore libro 111, cap. 0.

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Capitolo XVIL

Brunetto espone la sua teoria sul coraggio, sulla forza, sulla paura. Divisate le cose che sono’ veramente terribili, ed insegnato come l’uomo forte debba diportarsi in lotta con esse, conchiude: Mais qui doute ce qui ne fait pas molestie, ce est cuers de feme....

Aveva nella memoria questa lezione il suo discepolo quando cantava:

Temer si de’ di sole quelle cose, Ch’ anno potenzia di fare altrui male; Dell’altre no, che non son paurose

(luf. II.)

Capitolo XIX.

Questo raffronto continuo fra i prodighi e gli avari, ci richiama alla memoria il canto VII ùqV V Inferno, dove sono condannati appunto i rei del-

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l’imo e dell’altro opposto peccato a venire « in eterno

alli duo cozzi. »

Mal fare, e mal tener, lo mondo pulcro Ha tolto loro, e posti a questa zuffa.

Le ultime parole di Brunetto ricordano i prepotenti siprnorotti della sua etcà, i quali non si peritavano di mandare le loro masnade a derubare i viaggiatori lungo le strade. Se ne duole il Petrarca in molti luoghi delle Lettere. Dante ha una bolgia per quelli

Che diér nel sangue, e nell’aver di piglio.

ed in eterno munge Le lagrime che col boiler disserra A Rinier da Corneto, e Rinier Pazzo, Che fecero alle strade tanta guerra

(Inf. XII),

Capitolo XX.

La frase « Tardo e grave » colla quale Bono volgarizzò il « Sages » del maestro, richiama alla

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memoria questi precetti persoDificati dal discepolo

ili quei « Savi » nel cauto IV deìV Inferno:

Genti v’eran con ocelli tardi e gravi, Di grande autorità ne’ lor sembianti: Parlavan rado, con voci soavi.

Capitolo XXVI.

Scrive Brunetto: Maravigliarsi della bontà, piìi che della stella lucida, o del sole quando si corica, o quando si lieva.... Queste parole ci fanno rammentare il verso di Dante.

Lucevau gli occhi suoi i)iù che la stella

(Inf. II).

e le molteplici opinioni dei cementatori intorno ad esso, alcuni dei quali opinano che la stella lucente sia Venere, altri il sole medesimo, annoverato fra « l’altre stelle » dal poeta nel canto precedente. Non mancano ragioni ed autorità per l’ una interpretazione e per l’altra.

Se non che opinano altri, che « la stella » significhi le stelle in numero plurale, e ne adducono a prova Dante stesso nel Convito: « Per essere lo viso debilitato.... puote anche la stella parere turbata; ed io fui esperto di questo.... che per atì’aticare lo viso

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molto a studio di leggere in tanto debilitai gii spiriti

visivi, che le stelle mi parevano tutte d’ alcuno albore ombrate (Tratt. III. cap, 9). Altri esempi non mancano.

A conforto di questa interpretazione si avverta, che Bono col vocabolo stella traduce il testo di ser Brunetto: des estoiles.

Capitolo XXXVI.

Dopo ognuno dei capitoli di (picsto libro, nei quali si è avvertito come nel Testo originale è scritto in fronte Encore, il Serio aggiunge una nota, nella quale ricorda il precedente capitolo in cui si tratta, e spesso si ripete, la stessa materia. In principio di questo capitolo postilla: « Questo capitolo è quasi ripetizione dei capitoli XXVI, XXVII. E queste sopraddette ripetizioni nell’-E’^ica di Aristotele non si trovano, e sono forse inframessa del Testo nostro; anzi, a dir meglio, questi frammenti son forse fuori del luogo lor proprio. »

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Capitolo XXXVII.

Questo capitolo richiama alla memoria il cauto XI déìV Inferno:

Non ti ricorda di quelle i)arole Con le quai la tua Etica pertratta Le tre disi)Osizioii che il ciel non vuole?

Incontinenza, ^^lalizia, e la matta Bestiai itade: e come Incontinenza Men Dio offende, e men Ijiasimo accatta.

Capitolo XL.

« L’uomo IVodolento*") colui, che fa ad altri inganno per consiglio dinanzi pensato.... li quali sono sì rei, che non vi si puote avere rimedio nessuno. »

Quando il Giamboni scriveva queste parole, rammentava senza dubbio la sentenza che Dante aveva imparato dal maestro suo, e ricordava questi versi, sui quali è ricalcata:

Che dove l’argomento della mente S’ aggiunge al mal volere, ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente.

(Inf. XXXI),

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Capitolo XLII.

Allo parole: « E perciò si dice uc’ Proverbi^ che li pellegrinaggi e le lunghe vie portano l’ anustacìi » il Sorio postilla: Leggi « (nel proverbio » cogli altri TT. Alias « ne’ Proverbii « citando forse i Proverbii di Salomone, che questo passo non hanno, ne possono essere per avventura allegati da Aristotele, che così dice nel Segni Lib. Vili cap. V. « Ma quando la lontananza è per lungo temi)o, i)ai’e che ella generi oblivione dell’ amicizia, onde è in proverjjio: Il silenzio ha rotte molte amicizie. »

Capitolo XLIII.

Sapientemente il maestro ricorda come le feste religiose fossero istituite in primo luogo per onorare Dio; in secondo, altresì per promuovere le migliori condizioni dell’ umana società. Societas, da seciira ciOj, vuol dire adunare e congiungere. Il vincolo che tiene insieme congiunti gli uomini in famiglia, e le famiglie in società, è la religione. Religio da religOj non tanto denota congiunzione degli uomini con Dio, quanto degli uomini nel civile consorzio. Quanto esteso, e quanto forte si fosse il legame della reli-

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iioii(3, vodoimno nello grandi crociato. Milioni di Europei

coml)attorono quasi tre secoli per un’ idea, o per UQ pretosto di religione. La Grecia, divisa in piccole repubbliche, era unita dal vincolo della comune religione. In periodo non lungo di anni intervenendo alle religiose solennità, accompagnate quasi sempre da giuochi, da fiere, da filosofiche dispute, da canti di rapsodi, da esposizioni di belle arti, il Greco imparava a conoscere la topografia, la storia, l’economia politica della sua nazione. Tacciamo degli Ebrei, per li quali la religione era identificata colla nazionalità. La parola fiera, corruzione di fèria, ne ricorda i giorni di festa, o feria, a’ tempi di Brunetto accompagnati dalla tregua di Dio, dall’ immunità per viaggiatori e mercadanti, accorrenti alle feste del santo protettore della terra, in nome del qualei ò ancora celebrata la sagra. Le amicizie, le parentele, le alleanze, in quelle occasioni solenni erano rassodate. Si provava col fatto, secondo la sentenza di Montesquieu, come la religione cristiana sembrando aspirare unicamente alle cose celesti, è la migliore conservatrice e fautrice al tempo stesso degli interessi terreni.

Capitolo XLIV.

Postilla il Serio, dopo di avere scritto la lezione anche da nn^ adottata: « Così leggono i tt comu-

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nonieiu*!, corrofZf^oiidn la si/iinji.’i ciUila, cIk’ Ic^gf

scorrcttarnonto, o contro alla IcKimm del testo seGiionto, alla quale honissiino coiTÌbioii(l( T euiendazioiio l’atta.

Alcuni testi a):’^nung’ono « E questo si ìì ottimo in Ira iili altri.» recitando ciò del principato popolare. (Questa giunta non i)uò essere originale, alla quale il ins. Marciano costituisce: « L’ ottinìa delle quali (specie di ()olitica) è la prinìa, e la meno buona ò l’ultima. » Questa ò conforme al t originale greco di Aristotele, e ser Brunetto i)romise di dare e dietro sem()re la dottrina dell’ Etica di Aristotele, che nel Segni HI). VII! cap. 10 così recita; ed è questo capitolo di Brunetto Latini: « Tre specie di stato si danno, et altrettante di contrarii, che sono trapassameuto d’esse, e come lor morti. La prima si)ecie è il regno. La seconda gli ottimati. E nel terzo luogo ( quello stato eh’ ò composto per via di censo, il quale ragionevolmente si chiama r//ucKp«ri« (sic), e noi il chiamiamo stato popolare, e da molti tale stato ò detto repubblica. L’ottinia specie dei racconti è il regno, e la mon buona è lo stato fatto per via del censo. »

Il Serio ha ragione: ma non ha tutta la ragione, perchè il testo originale di Brunetto è questo: Seignories sont de III manières. L’une est des rois, la seconde est des bons, la tierce est des communes, la quele est la très meillor entre les austres. » E così lasciai nella presente edizione.

Questa è prova irrefragabile, che il Serio non 5^1 giovò ne’ suoi studi ddl’ edizione del t di dia-

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^0’^

laille, quautiinque possedesse l’esemplare da esso lasciato in testamento alla biblioteca comunale di Verona, il quale io ho innanzi da qualche mese, e conlVouio colle sue postille.

Capitolo XL VI.

Alla parola questionali, il Serio i)0stilla: « I rr leggono comunemente questionali; ma il r originale francese ottimamente legge gaaignahlcs, la qual voce abbiamo altresì nel cap. 5 del libro III, ed ivi dal traduttore fu letta bene, e bene intesa, e tradotta da guadagnare, come sarebbe da tradurre anche qua. Se non avessi il sospetto che qua il traduttore avesse foi-se scritto qucstonali, da questus latino, che vale lucro, guadagno, ed i copiatori avessero alterata la lezione qucstonale, coU’altra questionale, che dice ben altro. E potrebbe anche avere il copiatore vagheggiato di queste amistà commerciali i litigi, che ne sogliono avvenire di poi.

Capitolo XLIX.

Brunetto trasportò nel suo Tesoro la dottrina che segue, Ethicormn lib. Vili, eli. Né i codici che abbiamo, né il Volgarizzamento la ri|)roducono fé-

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fìelmento. (^uali no possano ossero lo cagioni, es(K)SÌ

()oco sopra.

.. Hoc (opus) utique diligunt (benefactores)

magisquamopus (diligit) facientes.Hujus autem causa, qiioniam Esse omnibus elegibile et amabile. Sumus autem iu actu: in vivere numquam et operari. Actu utiquo faciens est quodammodo opus, quia et Esse. Hoc autem naturale: quod enim est poientia, hoc actu opv.s nuntiai.

Le quali ultime parole sono male interpretate dal t: Et quant une chose est sans oevre, eie est comme impossible, (al empossible, possible, passible), et est usée par oevre.

L’osservazione è del Suudby Op. cit.

Capitolo LVHL

È degno di nota il fatto inaspettato, elio questi ultimi capitoli del libro VI sono compendiati, anzi che tradotti, dal testo originale; e talvolta sono sconciamente storpiati. Non lasciai di riportare in nota i brani malamente volgarizzati, o abbreviati. Questo libro è un compendio dell’ Etica: lo stampato Volgarizzamento negli ultimi capitoli è un compendio del compendio, non fatto da Brunetto, del quale possediamo il testo francese: non fatto da Bono, perchè più codici ne danno integra la versione del testo.

Qualunque ne sia stata la cagione, probabilmente (»er colpa deiramauuense del manoscritto sul quale

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si lece la stamija. appuntai lo maggiori variami lia

il Testo ed il Volgarizzamento, ed ho sostituito l’ integra versione dove i manoscritti collazionati da^ Sorio, il ms. Visiani, me la presentarono, sempre in nota allegando la lezione delle stampe giudicata m en bella od errata.

Dove per altro i manoscritti offerivano lezioni più ampie ed eleganti, ma che non lìanno punto riscontro col testo originale, non le accettai, perchè manifestamente apocrife, quantimque per sentenze o per lingua commende voli. Potranno essere raccolte, da chi imprendesse a compilare il sommario delle varianti del Tesoro francesi ed italiane, che non riuscirebbe volume di piccola mole, nò di poco rilievo sì per la filosofia che per la filologia.

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LIBRO SETTIMO

CaI’ITOLO I.

Qui comincia gli ammaostramenti delli vizi delle virtudi del Tesoro ’.

Appresso che ’1 maestro ebbe messo in iscritto ’ il libro deWEtìca d’ Aristotile’, eh’ è quasi fondamento di questo libro, vuole egli seguitare la sua materia su gli insegnamenti delle moralitadi, per meglio dischiarare li detti d’Aristotile, secondo che l’uomo trova per molti savi: che tanto quanto l’ uomo ammassa ed aggiunge più di buone

1) Il t: Ci Jìnil U licres de ArisLotc, et comencent les enseignemens des vices et des vertus. Prologue.

2) Il T: mis en romniant, colle variauti di CliabaïUe. romans, romens, franchois.

3) 11 r; l.ivre de A risto te.