Il Tesoro III/Libro VII

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Libro VII

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Brunetto Latini - Il Tesoro, volume III (XIII secolo)
Traduzione dalla lingua d'oïl di Bono Giamboni (XIII secolo)
Libro VII
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LIBRO SETTIMO

CaI’ITOLO I.

Qui comincia gli ammaostramenti delli vizi delle virtudi del Tesoro ’.

Appresso che ’1 maestro ebbe messo in iscritto ’ il libro deWEtìca d’ Aristotile’, eh’ è quasi fondamento di questo libro, vuole egli seguitare la sua materia su gli insegnamenti delle moralitadi, per meglio dischiarare li detti d’Aristotile, secondo che l’uomo trova per molti savi: che tanto quanto l’ uomo ammassa ed aggiunge più di buone

1) Il t: Ci Jìnil U licres de ArisLotc, et comencent les enseignemens des vices et des vertus. Prologue.

2) Il T: mis en romniant, colle variauti di CliabaïUe. romans, romens, franchois.

3) 11 r; l.ivre de A risto te.

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coso iiisiomo, tanto cresco (jiiello hoiic, od ò ili majrgior valuto. E ciò ò provato ’, chò tutte le arti, e tutte le opere, ciascuna vuole alcuno bene; ina secondo che le operazioni sono diverse, così son alcuni beni diversi, chò ciascuna cosa richiede lo suo bene, che è appropriato al suo fine *. E tra tanti beni quello ò più nobile di tutti, che richiede più bontà, ed ha mapj::ior valore. Chò così come l’ uomo ha la sig-noria di tutte le creature; così r umana compagnia non può essere senza siiinoro. Ma più nobile signoria non potrebbe essere altro "* che d’uomo; e così è di tutti gli uomini, ch’egli sono sopra ad altrui, o egli sono sotto altrui. E così come tutto le creature son signoreggiate dall’uomo, così ogni uomo ò signoreggiato dall’ uomo, chò ’1 signore ò per guardare i suoi suggetti *, ed elli sono per ubbidire al loro signore: e l’un e l’altro cresce a profitto della comune compagnia di gente, senza torto e senza onta. E già addiviene che

1) Corretto, per l’opera^ in provalo, coi mss. del Serio, e col T: el ce est prove’, que toutes ars etc.

2) Il t: qui est appropriò a sa fin. Corretto, provveduto, in approprialo, anche col ms. Berg.

3) Aggiunto, senza signore. Ma più nohile signoria non potrebbe essere, col ms. Berg. e col t: mais plus nobles sires ne porroit estrc que home.

4) Mutato beni, in suggetti, col ms. Berg. e col t: ses subgiez.

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r uomo è chierico, donde mostra la religione, e la fede di Gesù Cristo, e la gloria de’ buoni, e l’inferno de’ rei: l’altro è giudice, o medico, o altro maestro di chiericia ’; e l’altro è laico, che fa r uno la magione, e l’ altro lavora la terra per suo frutto, e l’altro è fabbro, o cordovaniere, o d’altro mestieri che sia; io dico eh’ elli sono tutti volonterosi a quel bene che appartiene alla pace * comune degli uomini e delle citladi, perchè egli è aperto che ’1 bene dove intende il governatore ^ degli altri, è piiì nobile e più onorevole degli altri, che egli dirizza tutti, e tutti sono per dirizzare lui.

1) Il t: clergie, secondo il significato di quei tempi, uomini di lettere.

2) Corretto pazienza, in pace, col ms. Berg. e col t: paisible communitè des homes. Due mss. del Chabaille leggono paissihle, ed uno legge passible.

3) Corretto appartiene quel, in è aperto che ’l ( lat. apparel) col ms. Berg. e col t: il apert que li biens où entent li govreneres. Ommesso il punto che era prima di il governatore, che guastava il senso.

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Capitolo II.

Di tre maniere di beni ’.

Dall’ altra parte ogli sono tre maniere di beni, una dell’ anima, ed una del corpo, ed un’altra di ventura. Ma sì come l’anima è la più nobile parte dell’uomo che gli dona vita e conoscenza e memoria, secondo che ’1 maestro disse nel primo libro, nel capitolo "^ dell’anima; così sono questi beni sopra tutti gli altri, che eiascuno ufficio segue ^ la natura di suo maestro ^ Aristotile dice, eh’ egli ò nell’ anima due potenze. Una eh’ è senza ragione, e questa è comune a tutti gli animali. Ed un’ altra per ragione, eh’ è nello intendimento dell’ uomo, in cui è la po 1) Il t: Des trois manières de bien. Corretto Delle, in Di Ire col T.

2) Corretto del sapere, in nel capitolo, col ms. Berg. e col t: au chapitre de l’ ar/ie. E il capitolo 14 e 15 del libro I. del Tesoro.

3) Corretto, ha in su, in seffue col ms. Berg. e col t: ensuit la nature.

4) Corretto mestieri, in maestro, col t: son maistre. Un ufficio che segue la natura di suo mestiere, vuol dire un ufficio elle segue la natura di suo ufficio !

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tcnza della volontà^ che può esser chiamata ralìioiievole

tanto com’ ella è ubbidiente alla ragione.

Dall’ altra parte ogni bene ’, o egli è onesto, o eo’li ò profittabile, o egli e nel mezzo luogo dell’ uno e dell’ altro. Ma come che si sia, o il bene è desiderato per so medesimo, o egli è desiderato per altra cosa che segue per lui *; che ciascuno desidera la viiti’i per avere beatitudine, cioè l’onore e la gloria che esce delle virtudi e delle opere virtuose, ed ò la fine e ’1 ^ compimento perchè l’uomo opera le opere di virtude; ma quella beatitudine non è desiderata per altro fine che per sé medesimo; ma quella non è già compiuta per volontà solamente, anzi conviene eh’ ella abbi compimento d’ opera dopo * la buona volontà, che sì come quegli che fa opere di castità contro al suo volere, non dee essere contato casto ^, così non perviene l’uomo a beatitudine per opere di virtù che faccia contro al suo grado ^;

1) Aggiunto ogni bene, col contosto, e col t: iouz hiens.

2) Aggiunto sc(j%i,e col t qtù ensuit par lui.

3) Corretto il compimento, in e ’l compimento, col contesto, e col T: est la fin et le compliment.

4) Il t: avec, tradotto dopo: come su))ra mais, tradotto anzi.

5) Il T: non doit pa’i esire coilìc jtof chaule

6) Il T: outre son gre.

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così quegli che segue ’ sua volontadc senza freno

dì ragione, vive a modo * di bestia senza virtù.

Capitolo III. Come virtude e migliore bene di tutti ^.

Per questo, e per molte altre ragioni, pare chiaramente che in tra tutte le maniere di bene, quello eh’ ò onesto è migliore, sì come colui che governa l’ umana compagnia, e ^ mantiene vita onorevole, che virtù ed onestà sono una medesima cosa, che noi attraggo per sua forza, ed allega per ^ sua dignità.

Tullio dice, che virtù è sì graziosa cosa, che nullo reo può soffrire di lodare. Le migliori cose però dee V uomo iscegliere, ed imprendere vir 1) Corretto tiene, in scgii^e, errore frequente dell’amanuense, col T: ensuit sa volente.

2) Ut: a loi de beste, frase frequente in Brunetto.

3) 11 t: Ci fr lieve qtie virttis est li mieudres bien de touz.

4) Aggiunto: r umaìia compagnia, col t: governe humaine compatgnie.

5) Aggiunto: attragge per sua forza, e corretto allieva in allega, col t: t/ui nos atrait par sa force, et nos (ilie par sa dignité.

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tudi, peieliè lo compimento della ragione dell’

uomo è di pregiare ciascuna cosa tanto com’ella si vuole pregiare ’; che la moralità ha tre parti. Una che divisa la dignità e la valenza medesimamente di cose profittevoli. L’ altra che restiinge le cupidigie ’. E la terza che governa le opere ^ Seneca dice, che ninna cosa è più bisognosa, che contare ciascuna cosa secondo la sua valenza. Tullio dice: Colui è onesto, che non ha ninna laidezza, che onestà * non è ninna cosa altro che onestade a permanenza ^ Seneca dice: Virtù è del tutto accordante a ragione ^ S. Bernardo dice: Virtù è uso della volontà secondo lo giudicamento della ragione. Seneca dice: La regola della umana

1) Le stampe mutilavano: e per lo compimento della ragione dee l’ uorao dispregiare ciascuna cosa tanto corti’ ella si vuole dispregiare. Il t: car li complier/iens de la raison de r ome est à prisier chascune chose tant comme elle fait à prisier. Empiuta la lacuna, e- corretto il primo dispro giare in di pregiare, il secondo in pregiare, col ms. Berg.

2) Corretto; ritragge le convenenze, in restringe le cupidigie, col t: restraint les convoitises.

3) Corretto virtudi, in opere, col t: goterne les oetres.

4) Corretto onesta, in onestà, col t: konestès.

5) Corretto onestade e permanenza, in onestade a permanenza, col ms. Laurenziano 23, e col t: konestès n’est autre chose, que honor estahle et pcrmanans.

6) Corretto accordare, in accordante, coi mss. Magliabechiani 47 n 48, o col t: vertus est don tout occordans

I raison.

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virtù ’ si è la diritta ragione. Tullio dice: Lo

coiniiiciamento di virtudi ò radicato intra noi in tal maniera, che s" elle potessero crescere, certo natura ne menerebbe " a beatitudine, ma noi estinguiamo ^ li brandoni cIk^ natura n’ lia donati. S. Bernardo dice: Tutte virtù sono nell’ uomo per natura; e però cIk» virtudc è per natura, s’aggiunse con essa l’anima. Seneca dice: Virtù è secondo natura, ma i vizii sono suoi nimici. Aristotile dice: Virtù è abito di volontà ^ e governo per ammezzamento ’.: secondo noi virtù è Tammezzamento ^ intra due malizie, del sopra più e del

1) Aggiunto umana, col t: des humaines vertus.

2) Corretto certe nature ne menerebbero, in certo natura ne menerebbe, col senso, coi mss. Magliabechiani 47 e 48, e col T: certes nature nos amanroit.

3) Corretto estendiarao, in estinguiariio, col t: esleignons, e col ms. Berg. Il ms. Magliabec. 47: spegniamo il lume.

4) Le stampe: virtù è abito di governare la volontà. Corretto col t: vertus est Jiahiz de volante.

5) Le stampe: per ammonimento secondo la virtudc, corretto col t^: et governemenz par moiennetè.

6) Le stampe: e l’ammonimento in tra due malizie. Corretto col t: selonc nos, vertus est la moiennetes entre II iiialices. I mss. Berg. e Magliabecli. 47 e 48 concordano con queste tre correzioni. Il ms. capitolare Ver.: vertu est habit de volonté, govcrnement por moicnetc selonc les vertus en la moienetè entre II malices don sor plus et de la fante.

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meno. Boezio dice: Virtù tiene lo mezzo ’. Agostino

dice; Virtù è la buona maniera del coraggio perchè nullo non faccia male, e che Dio fa in noi e senza noi ", ciò è a dire che egli la mette in noi senza nostro aiuto, ma Topera è ^ per noi, si come se tu * aprissi una finestra % la chiarezza eh’ ella ^ gitta è senza tuo aiuto, ma l’ opera è per tuo aiuto ". Seneca dice: Sappiate, che quello non è virtuoso che somiglia d’ essere, ma quegli eh’ è buono in suo cuore, che ’1 savio provede ^ tutte le cose dentro da sé.

Addivenne un dì, che un buon uomo si fuggiva solo ed ignudo di sua città, che tutte sue cose furon prese ed arse, e perdevvi sua moglie e’ suoi figliuoli e ciò eh’ egli avea; quando un altro gli domandò s’ egli avea perduto nulla, rispose: No, che’ miei beni sono tutti meco. Lo

1) Le stampe: virtù tiene gli uomini. Corretto coi mss. Magliabechiani 47 e 48, e col t: vertus tient le mi.

2) Le stampe; che Dio fece noi.lenza noi. Corretto col t: et que Diex fait en nos et sanz nos.

3) Mutato v’ è in è col t: l’\i,evre est.

4) Aggiunto se, col contesto, e col t: se tv, ovroies une fenestre.

5) Ommesso che, prima di la chiarezza, perchè ingombra.

6) Corretto che la, in eh’ ella, col contesto.

7j Aggiunto: ma l’opera è per tuo aiuto, col t; mah l’ouvre est par t’ aide.

8) Ut; eslahll toutes choses.

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apostolo disse ’: Grande e buona cosa ò a stabilire lo cuore nelle buone cose ^ Buone cose sono chiamate quelle che sono comuni a noi ed alle bestie, sì come sanità, beltà, ed altre bontà del corpo; migliori sono quelle dell’ anima, sì come ò chericia ^ e scienza, e le altre che migliorano l’anima per necessità; ma le più buone sono virtude e grazia. E ciascuno quelle dee scegliere, in che è più bontà \

Seneca dice^ che ’1 savio uomo è onesto, ma alla comune gente si ha sembianza d’ onestà: che sì come il legno secco, o vegli fracido, somiglia che risplenda nel luogo oscuro, così ò la buona opera centra talento. Però disse santo Matteo:

1) Corretto y/« apostoli disseno, in l’apostolo disse, col t: li apostres dit.

2) Aggiunto nelle buone cose, col contesto seguente, e col T: aus bones choses.

3) Corretto ecclesiastico, in chericia, cioè letteratura, col T: clergie. Cosi tradusse Bono la parola stessa nel capitolo primo di questo libro.

4) Le stampe: e ciascuno li dee scegliere chi più ha bontà. Raggiustato col t: et chascuns doit cslire celes qui plus ont de bontez.

5) Il T ha (li più; Seneques dit: uns seulz jours de sage, est plus seurs, (Seneca, plus patet) que Ions eages de fol.

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Se tua lucerna ’ si è tenebre; le tenebre di te

che ^ saranno? S. Bernardo dice: Meglio è torbido oro che rilucente rame ’. Alla verità dire, r anima di colui che fa cotale opera si è come il corpo senza vita, e come l’ uomo ricco che non ha nulla. Boezio disse, che nullo vizio è senza pena, e nulla virtìi senza lode. Seneca dice, la lode * delle oneste cose è in loro medesime ’, cioè a dire la gioia del cuoi-e. Seneca dice: Lo verace frutto delle cose ben fatte si è intra loro; che di fuori non è " nulla lode ^ sufficiente alla virtude. S. Bernardo dico: Noi non perdiamo lo diletto, ma è rimutato dal corpo all’ anima, e dal senso

1) Corretto senza, in so tua coi mss. Magliab. 47 e 48, e col T: se ta lumiere.

2) Corretto dice, in di le, coi mss. Magliabech. 47 e 48, e col T: les tenshres de toi que seront ?

3) Le stampe senza senso: meglio è tenebre di fuori, che rilucente chiusa. Il t: mieì(,s vaut troble or que reluisant cuivre. Il ms. Magliabech. 47. Meglio vale torbido oro, che rilucente coverò ovvero rame. Coverò è il francese cidvre, fatto poi chiusa.

4) Corretto la lealtade, in la lode, col t: li loiers.

5) Corretto coloro medesimi, in loro riiedesime, col t: en eles meismes.

6) Corretto han, in è, col t: n’ a.

7) Ag-o-iunto lode col t: n’ a nul hier soffisable as vertus.

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alla conscionza ’. Agostino disse: L’allogrozza. di virtù si Ò altresì come la fontana d’acqua ^ che nasce dentro la casa. Seneca dice: Tu credi ch’io ti tolla molti diletti perchè io ti biasimo le cose di fortuna; ma non ò così’, anzi ti dono io perpetua allegrezza quando io veggio che ella nasca in tua magione *, cioè in tuo cuore Seneca dice: Tu credi che quello sia lieto perchè ride; ma lo cuore conviene che sia gioioso °. Salomone disse: Egli non è ninno diletto maggiore che quello del cuore. Anche disse: Dispregia ^ quelle cose che risplendono di fuori, ed allegrati di te. Macrobio ’ dice: Virtudi fanno solamente uomini

1) Le stampe enigmaticamente: noi non perdiamo lo diletto, ma sono rimutato di cuore all’anima, e di senno alla coscienza, Il T chiaramente: nos ne perdons mie le délit, mais il est remuez don cors à l’ame, et dou sens à la conscience. Migliorata la lezione col T.

2) Corretto l’essere, in allegrezza, col t: leesce de vertu.

3) Il T legge: he es e, da Bono tradotto allegrezza, e non l’essere come poco sopra; ma adottai la lezione del ms. Berg. acqua, perchè manifestamente migliore.

4) Il t: quanb je voel qtie elle naisse enta maison. Corretto non sia, in nasca col ms. Berg. e col t.

5) Il T: liez et joioits.

6) Corretto dispiacemi, in dispregia, col t: despitte.

7) Corretto Maccabeo, in Macrohio, col t: Macroòius. Il codice capitolari’ di Verona. Macahes.

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bene avventurati ’. Seneca dice: Diritta ragione

compisco ’ la buona ventura delF uomo ’.

Virtù è chiamata, però ch’ella difende suo signore a forza: pero * non inviò Gesù li suoi discepoli dopo la sua passione, anzi che le loro virtù fussero ammanite ’. Santo Luca: Non venite nella città infino a tanto che voi siate vestiti di virtude. Seneca: Nullo muro è difendevole del tutto contra fortuna; però si dee l’ uomo armare dentro, però che s’ egli è guerneggiato « dentro, fedito può egli essere, ma non vinto. Tullio: Lo coraggio del savio, si è barrato ’ di virtude, sì come di muro e di fortezza. Agostino: Sì come orf^o2:lio, e odio, od altro vizio, abbatte un rei^no; così il mette v-irtù in pace, ed in gioia:

1) Corretto bene operando, in bene avventurali, col t: bieneurès.

2) Corretto concupisce, in compisce, col t: acomplit.

3) Corretto la buona vita, in la buona ventura, col t: la boneurtè.

4) Il T ommette non dopo però; ma Bono lo aggiunse perchè necessario, ed ha riscontro nel periodo appresso.

5) Corretto mentovate, in ammanite, col t: anenvAsièe.

6) Corretto guerreggiato, in guerneggiato, col t: armez.

7) Corretto barca, in barrato, col ms. Magliabech. 47 e col T. barrez de vertu. Ha riscontro col participio armez.

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che virtù fa bene avventurosi movimenti all’ anima,

che la fanno di stalla tempio, e di diserto fa prati, e verzieri ’. Santo Bernardo disse: Io credo ^ che se le bestie parlassero, elle direbbono: Vedete Adamo, fatto come uno di noi ^

Però disse lo maestro, che la beltà della virtù ^ sormonta il sole e la luna; ma egli v’ ha fiera cosa ^, che Agostino disse, che lo rio ha tutte le belle cose; ^ ma egli è laido. Però fece bene Diogenes, quando uno laido uomo mostrò sua casa ornata di oro e pietre preziose in tutti li

1) Le stampe g’uastano: virtù /a bene, aqgiungonsi movinitiiii all’anima, che la fan stabilire, e li diserti fa prati verdicanti. Il t: verttis fait bienetirès muemenz en l’arde, car eie fait d’ estahle tempie, et de desers freaus et vcrgiers. Corretto col t: e col ms. Berg-. eMag-Habecliiano 47. Che virtù fa bene avventurosi movir/ienti dell’anima, che la fanno di stalla ter/ipio, e di deserti fa prati e verzieri.

2) Corretto tropo^ in credo, col t: je croiz.

3) II T: Adam, veez ci un de nos, colla variante Adam fait come un de nos. Corretto: ad Adamo fate come uno di

noi, in Vedete Adamo, fallo come tino di noi. È chiara l’allusione al testo bibblico.

4) Il T: la biaìUès de vertus, colla variante di due codici: la beate verttcs. Corretto: la beata virtù, in la beltà della virtù.

5) Corretto fere cose, in fera cosa, col t: feì’e chose.

6) Ag’g’iunto ma egli è laido, col t: mais il sont lait. È in plurale anche prima. // mauvais nn etc.

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luoghi, ed egli ’1 lordò con loto ’, eh’ egli non vide più vii cosa. Salomone disse: L’ uomo savio ha prezioso spirito; ed altrove ^ disse egli medesimo: Meglio vale un prode uomo che mille ^ malvagi. Salomone disse: Meglio vale cane * vivo cho leone morto.

1) La stampa: ed egli lordo con loro. \\ i’. li escracha en la chiere, colla variante di tre codici: il li radia enmi le vis. Arzigogolando che cosa avesse potuto scrivere Bono, rattoppai: egli ’l lordò con loto. Il Sorio tradusse: gli sornacchiò sulla faccia. Il ms. Berg. gli spua in lo viso.

2) Corretto allora, in altrove, col t: aillors.

3) Corretto uno malvagio, in mille malvagi, col t: rad mauvais.

4) Corretto cervio, in cane, col t: chiens vis.

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■) ■) )

Capitolo IV. Qui divisa il maestro delle virtudì ’.

Virtude, dico Tullio, che anticamente non fu cognosciuta, perchè la debilezza dell’uomo non sapea ancora niente delle altre ^; ma tuttavia fu tenuto buono uomo quello che bene si mantenea contro alli dolori; ma le prove ^ e lo assaggiamento

  • delle cose che avvegnono di tempo in

tempo, insegnò poi delle altre, e le antiche storie testimoniano.

Primieram(ìnte ^ Abel venne per dimostrare la innocenza ^: ed a dimostrare netta via, Enoch.

1) Il T: Ci loe vertu.

2) Corretto: autori, in altre, col t: des autres, vocabolo così tradotto da Bono anche appresso nel medesimo periodo. Interpreta in questo modo altresì il Sorio.

3) Corretto approva, in le prove, col T: les pruevcs et li essaiement.

4) Corretto li avveniriienli, in lo assaggiamento delle cose che avvennero, col t: li essaiement des choses qxd avenoienl.

5) Primieramente, col t, si dee staccare dal periodo precedente, e porre a capo del seguente.

6) Corretto nostra usanza, in innocenza, col t: non nuisance.

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Venne per dimostrai-e ieimozza di l’odi’ e d’opera.

Noè. A dimostrare castità di matrimonio, Isaach. Venne a dimostrare franchezza contra Io travaglio, lacob. A rendere bene per male, losef. A mostrare mansuetudine, Moisè. A mostrare fidanza contra le disavventure, losuè. A mostrare pazienza contra il tormento, Job. A mostrare umiltà e carità, venne Gesù Cristo. In santo Matteo, e’disse: ’ Apprendete da me che son umile ^ Santo Giovanni divisa la carità di Cristo, e la sua umiltà, quando egli lavò li piedi alli suoi apostoli ^.

E però che virtii è sì buono insegnamento, che’ suoi frutti sono di tanto profitto, come tutti li savi lo testimoniano, dico io che l’anima che ne è bene ripiena, è certamente ^ nella gioia del

1) La stampa giuocando a gatta cieca: Ahel venne per dimostrare la nostra usatiza ed a diraostrare netta via. Enoch venne ’per dimostrare fcrraezza di fede e d’opera. Noè a dimostrare castità di rnatrinionio. Isaach a dimostrare franchezza contro lo travaglio. Jacob a rendere bene per male^ Josef a mostrare mansuetudine. Moisè a mostrare fidanza contra le disavventure. Josuè a dimostrare pazienza contra il tormento. Job a mostrare umiltà e carità. Venne Gesù Cristo, in santo Matteo, e disse. Corretto col buon senso, e col t.

2) Il t: sui deboinaires et humbles de cuer. Anche qui doveva voltare, di buono aere!

3j Aggiunto suoi, col t: de ses apostres. 4) Corretto interamente, in cerlaraente, col t: certainnemmenl.

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paradiso terreno: clic in luogo di quattro fiumi

che rinfrescano il paradiso, e gli danno arbori ’, ha r anima quattro virtudi che la rinfrescano ^ e le danno molti soccorsi contro alla voluttà ^ della carne, nel luogo ^ che la Bibbia dice, ch’egli ^ sie’ molto in alto per maggiore forza avere. Anche è l’anima più alta ^ secondo che Seneca dice: Lo cuore del savio è come il mondo, ch’egli è ’ sopra la luna, là ove è * tutto dì chiarità. Così puote essere tale anima somigliante al paradiso celestiale per quattro ragioni ^ L’una ragione i’° eh’ ella è magion di Dio, secondo che santo Gio 1) Aggiunto che rinfrescano il paradiso, e ^li danno arbori, col. t: qui arousent li paradis, et li donent fiante.

2) Corretto /’ aiutano, in la rinfrescano, col t: qui l’aroiisent. Questo verbo è tradotto altrove, bagnare, e rinfrescare. Rinfrescare vale anche rimettere il vigore, come

il Petrarca. A rinfrescar l’aspre saette a Giove.

3) Corretto volontà, in voluttà, col t: convoitise.

4) Corretto ne’ luoghi, in nel luogo, col t: en lien.

5) Corretto quegli si è, in eh’ egli sie’, col t: que il est, frase stereotipa del Tesoro, sempre così tradotta da Bono.

6) Aggiunto più col t: plus haute.

7) Corretto eh’ egli ha, in eh’ egli è, col buon senso. Il T: est aussi comme li mondes souz la lune.

8) Corretto ha tutto dichiarato, in è tutto dì chiarità, col T: il a toziors clarté.

9) Aggiunto per quattro ragioni, col T: pour UH raisons.

10) Corretto cagione, in ragione. Manca al t.

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vanni ’ disse, che nulla cosa non è più chiara

né più pura che ’1 cuore ove Iddio abita, ch’egli non si diletta in grandi mostramenti ^ d’ oro e di pietre preziose; ma in anima ornata di virtude; e l’altra però ch’ella ^ è in luogo di chiarezza. Job dice: Sapete la via \ onde viene chiarezza? cioè per la virtù. L’ altra però ° che quello è luogo d’ allegrezza, secondo ^, che Salomone ’ dice, e il ^ conto medesimo l’ ha detto assai innanzi, e dirà ancora qui appresso.

1) Ut: leromes, colla variante di nove codici. Sains leromes.W Sorio postilla. « I testi francese capitolare, e Marciano bergamasco leggono Santo Zeronimo; ma qui si allega santo Giovanni Grisostomo, Trattato a Demo61o, cap. I. »

2) Il T: grani mostiers, cioè grandi basiliche.

3) Corretto e l’altra parte, in e l’altra, fero eh’ ella ecc. col T: l’ autre, force que il est.

4) Corretto che, in onde, col t: par où clartèz vient?

5) Aggiunto l’altra, col t: l’atUre, force que.

6) Le stampe strambe: quello è luogo (f allegrezza. Lo secondo ecc. Corretto col t: eie esleesce, selonc ce que etc.

7) Corretto Seneca, in Salomoiie, col r: S-ilon ce que Salemons dit.

8) Corretto il conto, in e il conto, col t: et li livres meismes a dit assez ci devant, et dira encore ci après.

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Capitolo V. Come l’aomo dee usare la virtude ’.

Tutti gì’ insegnamenti che confortano Tuorao adopera ^ di virtude, diviene per quella medesima via a guardare sé da vizii, specialmente giovano che ^ appena può essere savio, ma ^ non virtuoso, secondo che Aristotile disse, però ch’egli non ^ lo può essere senza lungo assaggiamento ’’’, e molto cose e lungo assaggiamento" richiede lungo tempo. Però troviamo noi nel primo ^ libro della Bibbia,

1) Il T; Ci seniDìiL hoìiie à ocvrc lU vcrlu. ’2) Corretto ad operare di virtude, in ad opera di virtude, col T: a oevre de verlit.

3) Corretto (jiovano, in (jiooane, col t; Jone home. Ms. berg. f/iovane omo.

4) Corretto o virtuoso, in ma non virtuoso, col t: puet estre sages, mais vcrtuous ne iert il jà.

5) Corretto non pìt,ò essere sudo, in no:t lo può essere, cui t: il ne le ptul. pas estre.

6) Corretto cercamento di molte cose, in assaggiamento, e molte cose, col t: sans loue essaiement, et maintes choses.

7) Corretto cercamento, in assaggiamento col t: essaiement.

8) Corretto // primo duro, in nel primo libro, col t: ax premier livre.

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che senno e pensato d’ uomo ò presto ai vizii da

giovane ’. Salomone disse; Guai alla terra che ha giovane re! egli non può valere, s’egli è giovane per tempo. o per povertà di virtude. Ed è somigliante al re Roboam, che si tenne più al consiglio de’ giovani, che de’ buoni vecchi ^ E certo volontà non dee essere donna sopra la ragione, eh’ ella è sua serva ^. Salomone dice, che il servo non dee avere signoria sopra lo principe \ E però diss’ egli medesimo: 11 malvagio è preso per le sue iniquità ’% e ciascuno è legato alle corde de’ suoi peccati ^ Agostino disse: Io piangevo legato ’ non dalle altrui catene, ma per mio grado, che quivi ove la mia volontà è donna,

1) Le stampe imbottano nebbia: senno senza ’pensato d’ uomo è simile ai vizii de’ giovoAii. Corretto col t: sens et pensée d’orne est preste as vices des enfance.

2) Corretto al buono de’ vecchi, in che de’ buoni vecchi, col t: que des bons veiUars. 11 fatto bibblico è notissimo,

3 II t: ancele. colle varianti, anoillc, meschine, mescine. Queste serve, o meschine, illustrano quelle dell’ Inferno canto IX.

4) Corretto li principi, in lo principe, col t: sor le prince.

5) Corretto per le noie e per le iniquità, in per le sue iniquità, col t: po.r ses iniquitez.

6) Corretto del suo peccato, in de’ suoi peccati, col t de ses péchiez.

7) Corretto pianyerò, iu piangevo, col t: ie ploroic.

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r uso ’ cresce e diletta, poi ritorna a necessità.

Che quando T uomo usa la sua vita no’ vizii, egli gli pare troppo grave lo giogo delle virtudi, ed è somigliante a colui eh’ esce del luogo tenebroso, che non puote sostenere la vista del sole ^. Gregorio disse: I rei son tormentati dentro dal loro cuore, per le male^ voluttà. Agostino disse: Cuore male ordinato, si è pena di sé. Seneca disse; Sia che * ’1 tuo misfatto ^ non sia saputo dagli altri; non però il travaglio del tuo cuore non se ne posa, però ch^egli sentesuomale.il poeta disse": La prima vendetta è, che ciascuno incolpi sé del suo vizio. La coscienza del malfattore è tuttavia in pena, però che le opere di virtude sono mezzane cose, e natura medesima si conforta mezzanamente, e si conturba del sopra piìi e del meno, sì come il vedere si conforta del colore verde, perchè è mezzo tra lo bianco e ’1 nero. Sì come la valente femina si rallegra quando ha conce 1) Corretto ella, in l’tiso, col t: li us croiste et delite.

2) Corretto ture, in risia, col t: la vene dou soleil.

3) Corretto come sopra, volontà, in voluttà, col t: convoitises. Vohtplos e voluntas sono spesso sinonimi della Volgata.

4) Mutato già, in sia, col t: ià soit que.

5) Corretto mio, in tiw, col buon senso, e col r; tez mejfaii.

6) Due codici del ^^habaiUe leggono Boeces.

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puto bello figliuolo, e contristasi se fosse un gatto,,

o altra cosa ’ contra natura; così si allegra Tanima dell’ opre di virtude ^, sì come dì suo frutto, e si smaga ^ de’vizii che sono contra lei. Usa * tutto giorno di ben fare, che Tullio disse, che y uomo dee scegliere la piti migliore via della vita, che la farà più leggiere ^, però che la fievolezza dell’ uomo si è essere poco resistente a’ vizii. Seneca dice: A.h ! come l’ uomo è vile e dispregievole cosa, se non si eleva di sopra ^ l’umane cose. E quando così è elevato, è dirittamente nobile \ Egli allora è gentile, e di troppo alta ^ natura, quando sua volontà è ubbidiente a

1) Cangiato zitia, in un gatto, o altra, col t: fussent chat, Oli autre chose contre nature. G. Paraldi, Summa, qui copiata, dice: peperisset hufonem.

2) Corretto del prò, in dell’opre, col t: s’esjoist l’ arac des ouvres de vertu.

3) Il T: se esmaie.

4) Posto il punto prima di usa, col t, e col buon senso.

5) Le stampe: Y uomo dee scegliere la più vtiigliore cosa, della virtude, che l’uomo la fa più leggiera. Medicato, col t; on doit eslire la très neillor voie de vivre, car li un la feront plus legiere.

6) Corretto si aliena da vizii l’ umane cose, in si eleva disopra, col t: se il ne s’eslieve sor les humaines choses.

7) Aggiunto elevato, è dirittamente noòile, col x; ef quant il si est eslevez, doux est il droilement nobles.

8j II t: très eaçe, colla variante di tre codici ho.ulfe.

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ragione. Allora dico io, che la più nobilo ’ partita

di colui ^ sia donna e rcina del reame del cuore; e questo uomo è chiamato nobile per le nobili operazioni di virtù. E di ciò nacque in prima nobiltà di gentil gente, e non di quelli antichissimi ^ E ad essere di cattivo cuore e di gran legnaggio, si ò come vaso di terra * coperta di fino oro di fuori. E di ciò disse Salomone: Bone avventurata è la terra, che ha nobile signore, perchè la ragione, la quale gli dà ^ nobiltà, abbatte tutte malvagità. Seneca dice: Chi è nobile ’^ ? Sarà egli colui eh’ e per natura istabilito a virtude. Girolamo ’ disse: Sovrana nobilitade, è chiarezza di virtude **.

i) Aggiunto più, col t: la plus noble partie.

2) Corretto e in di col t: do lui.

3) Il T: de ses ancesires.

4) Il T: pot de terre: il ms. berg. un vaso di terra. Mutato cosa, in vaso.

5) Aggiunto la rat/ione, la quale gli, col t: la raisons qui li done nohlesce.

6) Aggiunto chi è ? col t: qui est nobles? 7; Una variante logge Juvenax.

8) Quest’ ultimo periodo manca al Volgarizzamento; fu aggiunto col ms. Berg. e col t: leromes dit: soverainne noMesce est la clarté de vertu.

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Capitolo VI.

Di duo maniere di vìrtudi

Virtù sì è in due maniere. Una contemplativa ed una morale ’; e sì come Aristotile dice: Tutte le cose desiderano alcuno bene, che è il loro fine ^ Io dico, che la virtù contemplativa stabilisce l’anima alla sovrana fine, cioè al bene de’ beni. Ma le morali * virtudi istabiliscono il cuore alla virtù contemplativa; e però vuole il maestro prima divisare della virtù morale ^, però eh’ ella è come materia per che l’uomo viene alla contemplativa. Ragione come ®; Vedete un maestro, che vuole aver uno strumento per spezzare \ e’ certo prende materia di cosa dura, cioè ferro, e poi gli

1) Il t: Ci devise de vertu en II parties.

2) Corretto memoria, in morale, col t: moral.

3) Corretto che ha il suo, in che è il loro, col t: qui est leur fin.

4) Corretto memoriali, in morale, col x: la vertu moral.

5) Corretto memoriale, in morale, col t: vertu moral.

6) Corretto comanda, in come, col t: raison comment.

7) Corretto memoria, in spezzare, col t: enstrument por perde r.

8) Corretto or, in cerio, col t: certes.

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la punta per spezzare ’, chò altrimenti se la materia

non fosse dura, ed ella non avesse punta, egli non potrebbe venire a fine, cioò a spezzare ^ E tutti gli uomini che vogliono alcuna cosa fare, scelgono prima ^ quella materia, eh’ è convenevole alla fine della sua intenzione ^; così dee ciascuno scegliere la ^ vita attiva che è acquistata ’^ per la virtù morale ’, per governare sé intra le corporali cose con ciò sia che * poi sia ordinato ed apparecchiato a Dio -servire ^, ed amare, e seguire sua divinitade.

1) Corretto pensiero, in spezzare, coìr: perder. Era maravigliosamente tenace nel suo sproposito cotesto menante!

2) Corretto quello ch’egli ha memoriato, in spezzare, col T: a perder.

3) Ommesso quella memoria e, goffo soprassello agli strafalcioni sopra corretti, che manca al t.

4) Corretto operazione, in intenzione, col t: intention.

5) Aggiunto scegliere col t: doit chascun eslire.

6) Aggiunto e corretto attiva che è acquistata, dove leggevasi: la vita eh’ è compresa, col t: la vie active qui est aquise.

7) Corretto per la virtù della memoria, in per la virtv morale, col t: par la vertu moral.

8) Mutato che in con ciò sia che, col t: car.

9) Servire manca al t.

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Capitolo VII.

Della virtù morale ’.

Tutti i savi s’ accordano, che virtù contemplativa ha tre parti, cioè, fede, speranza e carità; e la virtii morale ^ si è divisa in quattro membra, cioè prudenza, temperanza, fortezza e giustizia. Ma a bene cognoscere la verità, troverai che prudenza è fondamento dell’ une e dell’altre ^ che senza senno e senza sapienza non puote l’uomo bene vivere * né a Dio, né al mondo. Però disse Aristotile, che prudenza è la virtù dell’ intendimento, e della cognoscenza di noi, ed è la fortezza ^ e il governamento della ragione ^; ma le altre tre morali \ sono per drizzare la volontà e

1) Ut: Ci devise de la vertu moral en IIII parties.

2) Corretto di memoria, in morale, col t: vertus moral.

3) Corretto dell’ una e dell’altra, in dell’ une e dell’altre, col contesto, e col t: des unes et des autres.

4) Corretto venire, in vivere, col t; bien vivre.

5) Il ms. capit. Veron. forme et le gouvernement.

6) Il t: raison, ma dieci codici di Chabaille hanno la variante: maison.

7) Corretto memorie, in morali, col t: les autres HI moraus, errore frequentissimo del menante.

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lo opere di fuori, e ciò non può V uomo fare

senza il consiglio della prudenza. Ma tutte queste quattro virtù sono raggiunte insieme, che nullo uomo del mondo puote avere l’ una perfettamente senza le altre, nò le altre senza ciascuna. E come può r uomo essere savio, s’ e’ ’, non sia forte, e temperato, e giusto ? E come può l’ uomo essere giusto, s’ e’ non è savio, e forte, e temperato ? Altresì non può l’uomo essere forte, né temperato, se non lia le altre. Or è ciò dunque una massa quadrata, per guardare l’ uomo intorno intorno, che di rieto noi " ci sono posate le dottose cose, che noi non possiamo vedere apertamente ^ Di quella parto "* ci guarda prudenza, che tutto ^ istabilisce per suo senno: a diritta sono gioie ^ allegrezze, e tutte buone venture ’,

1) Mutato che, in s’ e’ col t: se. Nel periodo seguente, il medesimo se, e tradotto se.

2) Corretto ritto non, in drieto noi, col t: darricre nos.

3) Il t: certeinnement.

4) Corretto di quelle cose, in di quella parte, col t: de cele part.

5) Corretto (osto, in ttitto, col x: tout establi.

6) Corretto e dirizza suso le ragioni, in a diritta sono (fioie, col T: et a destre sont les joies.

7) Corretto opere, in venture, col t: tovAcs hieneurtez.

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coatra cui ò assisa la temperanza ’, che non ci - lassa

dismisuraro per orgoglio, neper allegrezza. A sinistra sono -^ posate le avversità, e li dolori, contra cui noi difende forza, e ci conforta ed assicura contra tutti li pericoli: ma tutte le cose che l’uomo sa e vede senza nulla dottanza, sono quasi dinanzi ai nostri occhi. Però giustizia posata * pare dinanzi da noi, perchè sua virtù non è so non certana ’".

\) Corretto ciò apparecchia, in cui è assisa, col t: con^ tre quoi est assise atetaprance.

2) Agg-iunto ci, col t: que ne nos laisse.

3) Corretto anzi ne trae seco, in a sinistra sono col t: à senestre sont posées.

4) Corretto passala, in posata, frase usata poco sopra, col T: posée devant nous.

5) Il t: car sa vertus ’n’est paz se es choses cerleinnes non.

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Capitolo Vili.

Della prima virtù, cioè della prudenza.

Per queste parole ’ possiamo noi intendere che questa virtù, cioè prudenza, non è altro che senno e sapienza di cui Tullio dice, che prudenza è cognoscenza del bene e del male, e dell’ uno e dell’altro; e però disse egli medesimo, ch’ella va dinanzi all’altre virtù, e porta la lucerna e mostra all’altre la via; ch’ella dà il consiglio, ma le altre tre fanno le opere. Il consiglio dee andare sempre innanzi al fatto, sì come Salustio dice: Innanzi che tu cominci, ti consiglia; e quando tu se’ consigliato, fa tosto l’opera; che Lucano dice: Caccia tutti gì’ indugii, che sempre fa male l’attendere a colui che è apparecchiato. Salomone dice: Li tuoi occhi vadano dinanzi a’ tuoi piedi, cioè a dire, che’ tuoi consigli vadano dinanzi alle tue opere. Tullio dice: Poco vale l’armadura di fuori, se ’1 consiglio non è dentro. Il conto dice qua a dietro, che prudenza è cogno 1) Corretto cirlìo, in paro/e, col t: par ces paroles.

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scenza di buono coso o dello rie ’, o dell’ uno

e dell’altre ^ che per questa virtude sa ^ l’uomo divisare lo bene dal male, e l’ uno dall’altro. Di cui disse Alanus \ che la cognoscenza del male a noi è mestieri ^ per guardare, che nullo puote il bene cognoscere, se non per la cognoscenza del male; e ciascuno schifa il male ^, per la cognoscenza del bene ’: però dico io, senno è degna cosa, che non è ninno uomo che non desideri d’ essere savio. Avviso che bella cosa si è soprastare gli altri di senno: e parmi mala cosa e laida di garrire e di folleggiare, e d’ essere non saputo, e d’ essere ingannato *. Salomone dice: Per tutte le tue possessioni accatta sapienza, ch’è più preziosa cosa che nullo tesoro. Anche dice:

1| Corretto dalle ne, in e della rie, col contesto, e col T: et des mauvaises.

2) Corretto e dell’ una e dell’ altra, iu e dell’ une e dell’ altre, come sopra, e col t: et des unes, et des autres.

3) Corretto per queste virtudi, in per qìiesta virtude, col contesto, e col t: par ceste vertu.

4) Corretto Cillanus, in Alanus, col t: Alanus.

5) Corretto noi ammaestra, in a noi è mestieri, col t: nos à mestier.

6) Corretto che fa il bene, in schifa il male, col t: eschive le mal.

7) Corretto male il fa, in il hene, col t: conoisonce dou bien. Il ms. cap. Veron. dou mal.

8) Corretto dicreduto, in ingannato, col t: deceuz.

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Più vaio sapienza, che tutte le ricchezze, e nulla

cosa amata puotc essere eguagliata a lei.

Capitolo IX. Qui parla Sonooa della prudenza ’.

Clii vole prudenza seguire, ed egli anderà. per ragione, viverà dirittamente s’egli pensa tutte le coso dinanzi, o s’egli motto in ordine le dignità delle cose secondo loro natura, e non secondo che certi ^ uomini pensano; che cose sono che paiono buono, e non sono; ed altre cose son buone, che paiono rie \

Tutte le coso che tu hai transitorio, non lo credere grandi. Cose che tu hai in te, non le guardare niente come se le fossero d’altrui, ma per te come tue ^.

1) Ut: De ce meisme. Due varianti di Chabaille leggono corno il Volgarizzamento.

2) Il T: il vivra par raison. Il latino: ’per rationem recto vivct.

3) Il T: maintes.

4) Il T: sont bones, et ne le semblent pas eslre.

’)) Corretto. /U’r ttie come tue, in per te, come tïie, col T: por toi come toues. Il latino: prò te tamquam tua.

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Sg tu viioli avcic prudenza, sii uno in tutti

li luoghi; non mutar ’ te per lo isvariar delle cose, ma guarda to sì come la mano fa, che tutto il giorno ò una medesima, e quando ella è chiusa, ò quando ella è aperta.

La natura del savio è, d’esaminare e di pensare in suo consiglio, innanzi che corra alle cose false per leggera credenza. Delle cose che sono da dottare, non dare la sentenza, ma tienila pendente, e non la fermare, però che tutte le cose verisimili non son vere, e ciascuna cosa non verisimile non è falsa. La verità ha molte volte faccia di menzogna, e spesse volto menzogna ò coperta ^ in simiglianza di verità, e come e’ lusinghieri che coprono loro mal talento ^ per bella cera di suo viso, puote la falsità ricevere colore e simiglianza di ^ verità per meglio deservire.

Se tu vogli esser savio, tu hai a considerare le cose che sono a venire, e pensare in tuo coraggio tutto ciò che addivenire può. Nulla

1) Mutato movere, in mutare, col t: ne rnuer loi.

2) Aggiunto spesse volte menzogna è, col t: et maintes fois est Tiiencoigne coterie etc.

3| Corretto mantellaraenti, in raal talenti, col t: cuevre son mal talent. Così legge anche il Nannucci nel Manuale di Leti. hai. del prirao secolo, voi. II. Traduzioni di Brunetto Latini.

4) Onimessa si alla prima di verità, perchè manca al T.

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subita cosa t’ addivegna, clic tu non abbi in prima

preveduta, chò nullo prode uomo ’, non dice: Così non credeva io ancora, né non dottava ^ AI cominciaraento di tutte le cose, pensa la fine; che r uomo non dee tal cosa cominciare, che sia male a perseverarla.

Lo savio uomo non vole ingannare altrui, e non puote essere ingannato. Le tue opinioni ’ sieno come sentenze. Li vani pensieri, che sono simiglianti a sogni, non li ricevere; che se tu te ne diletterai, quando tu pensarai alcuna cosa * tu sarai tristo. Ma tua cogitazione sia ferma e certa e in pensare, ed in consigliare, ed in chiedere. Tua parola non sia vana; ma per pensare, per insegnare ^ o per comandare.

Loda temperatamente, e più temperatamente biasima; però che ’1 troppo lodare è altresì biasimato, come il troppo biasimare; che in troppo

1) Corretto proceduta, in preveduta, col t: perveu. Il Nannucci op. cit. legge pure preveduta.

2) Ut: aitis atent, et ne doute.

3) Corretto operazioni, ìh opinioni, col t: les toes opinions. Il latino: opiniones meae judicia sint.

4) Corretto. tutte le cose, in alcuna cosa, col t: aucune chose. Il ms. Gianfilippi: quando tu penserai avere ogni cosa ordinala, e tu rimarrai corruccioso.

5) Aggiunto per pensare, o, col t: ou por penser, ou etc.

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lodare potrebbe avere sospizione di lusinghe, ed

in troppo biasimare può essere sospezioni di odio ’.

Dà lo tuo testimonio alla verità, non all’amistà \ La tua promissione sia con grande deliberazione, e sia il dono maggiore che l’ impromessa.

Se tu se’ savio, dei ordinare tuo coraggio secondo tre tempi, in questa maniera. Tu ordinerai le presenti cose, e provederai a quelle che sono a venire, e ricordera’ti di quelle che sono passate; che quelli che non pensano le cose passate, perdono loro vita, sì come non savi ^; e quegli che non provede le cose che sono a venire, si è in tutto non savio, sì come colui che non si guarda. Pensa nel tuo cuore le cose che sono a venire, e le cose buone, e le rie, sì che possi sofFerire le rie, e temperare le buone.

Non sii sempre in opera, ma alcuna volta lascia posare tuo coraggio: ma gua’xla che quel posare sia pieno di sapienza, e di onestade. Lo savio non peggiora di riposare, e se ^ è alcuna volta il suo

1) Il T: ualvoiliance. Il Nannucci op. cit. malavogliema.

2) Aggiunto non all’amistà, col x: non pas à amistiè. Così anche il Nannucci op. cit.

3) Ommesso sono prima di savi, che ha riscontro appresso con non savio, il t: non sages. Così anche il Nannucci op. cit.

4) Corretto ami, in e se, col t: el se Cos«ì ancile il Nannucci op. cit.

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cuore istato un poco istanco, e" ’ non !arà però

lislegato, né non averà però rotti li legami del senno; ch’egli avaccia lo cose tardate, e le impacciate ispedisce, e addolcisce le aspre ^ però ch’egli sa ^ da quale parte l’uomo dee cominciare le cose, e coni’ elle debbono essere ^ Per le aperte cose, dèi tu intendere le scure; e per le picciolo, le grandi; e per le prossimano, quelle dalla lunga; e per una parte dèi tu intendere tutto.

Non ti ismova l’ autorità di colui che dice: ma guarda ciò eh’ egli ha detto.

Dimanda tali cose, che possano essere trovate. Desidera a te tali cose, che tu le possi disiare dinanzi ad ogni uomo; e non montare in sì alto luogo. donde ti convegna iscendere. Allora ti bisogna consiglio, quando tu hai vita di pro 1) Corretto e, in e’, col t: il ne sera.

2) Agg-iunto e addolcisce le aspre, col t: el adoucist les aspres. Il ms. Gianfilippi: // sacio perch’ egli si riposi non si gnasla; ma ha tilvoUa l’animo riposato e non l’ ha però sciolto: anzi le cose tarde sì le avanza, e le cose intrigate le spaccia, e le cose dure sì l’ammorbida, e le cose alle sì l’agguaglia.

3) Corretto.;/ è, in sa, col t: set. Il ms. Gianfilippi: eoli sa per qual modo andare. e tosto tede distintamente e ragionevolmente ciò che dee fare.

4) Il T: et comment il les dot par/aire. 11 Nannucci op. cit. proferere.

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sperila; e sì rimarrà ’ tua prosperità in buono luogo

e fermamente ^ Non ti movere troppo tostamente: ma guarda il luopo ove tu dèi andare, e per che cosa ^.

Capitolo X.

Ancora di simigliante mateiia \

E però che in questa virtude ^ sono messi tutti i senni e tutti ammaestramenti, appare ella ^ cognoscere tutti i tempi; cioè lo tempo passato per memoria, di che Seneca dice: Chi non pensa niente delle cose passate, ha la vita sua perduta;

1) Corretto e se ti manderà, in e sì rimarrà, col t: et ainsi rernaindra.

2) Aggiunto e prima di ferrnamenle, col t. Collocato il punto prima di non col t, e col contesto.

3) F per che cosa, manca al t. La edizione lionese. Puui Mente colà, dove dei andare e iiijìno dove. 11 Xannucci: e con rhe cor/ipai/ni vai.

4) Qui il T non fa divisione di capitolo, e continua, ó) Corretto qttesle virttidi, in r/uesta virtude, col senso.

^’ col T: en ceste vertu.

6) Corretto egli, in ella, col t: apert il, que eie conoisf.

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ed il ’ tempo presente per cugnoscenza. ed il ’

tempo che è a venire, per previdenza. E però dicono i savi, che prudenza ha quattro membra per governare sua virtude, e ciascuno secondo sua virtude, ^ ha il suo ufficio. Ciò sono previdenza, guardia \ cognoscenza, ed insegnamento.

Il maestro diviserà Tufficio di tutti, e prima della previdenza.

Capitolo XI.

Della previdenza.

Previdenza si è un presente senno, che ricerca la venuta delle ^ future cose. E ciò è a dire, che previdenza si è indue maniere, e ch’ella ha due officii. L’ uno si è, eh’ ella pensa, e rimira le cose che sono presenti, e dà il consiglio ^,

1-2) Corretto e del, ed in il, eoi coutesto, e col ms. berg. Forse era scritto ed el.

3) Aggiunto secondo sua virtude, col t: selonc sa vertu. Le stampe: e ci’iscnnn Ita secondo il suo offìcÀo. 11 t: et chascuìi, selonc sa verta, a son office. Corretto secondo il t.

4) Corretto sguardo, in guardia, col t: qnrde. Vedi intra cap. XII.

5) Corretto le venute, in la venuta, col t: lo venne. ^V II t: et par icele consideri.

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:^4o

e vede dinanzi ciò che ne può addivenire, e qual può essere la fine del bene, o del male; e poi eh’ egli ha ciò fatto, sì si fornisce, e consiglia per suo sapere contro alla disavventura che addiviene. Però dee 1" uomo provvedere dinanzi lo male che addivenire può, che se egli gli viene, sì il potrà più leggermente passare, e soffrire. Gregorio dice: Però non può V uomo ischifare lo pericolo, perchè non fu proveduto dinanzi. Giovenale disse: Tu hai acquistata grande dignità ’, se prudenza è con teco, che quello è bene agurnto ^ che puottì cognoscere la fine delle cose. Boezio dice: Non è da maravigliare’ dell’uomo che vede e cognosce le cose ch’egli ha dinanzi agli occhi suoi; prudenza misura la fine delle cose. Tullio dice: Appartiene a buon ingegno, a stabilire dinanzi ciò che può addivenire all’ una parte ed all’altra, e ciò che ci ò a fare quando ciò sarà venuto, sì che l’uomo non faccia cosa, che gli convegna dire: Io noi credeva. Seneca dice, che’ consiglieri debbono consigliare gli uomini che non si fidino di loro buon cuore ^ e che caccino la folle cre 1) Il t: deite, il latino dicmiias, cioè arte di indovinare. Né l’italiano, né il francese corrisponde al latino. Nota del Sorio.

2) Il T: Meneur ez.

3) Il T: il ne svffìat pas.

4) Il T: bon mei’. Seneca citato dice: ’nil fneUcitfl.() avae.

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denza, ch’elli hanno di loro potenza, rlie la debba

durare sempre; e ch’elli ’ gl’insegnino, che tutte le cose che ventura gli ha date, sono mutabili, o che le vanno via a maggior passo ch’elle non vegnono, e che l’ uomo ne cade però di grado, perch’egli montò in alto, e che non v’ lia punto di differenza dalla più alta ventura alla più bassa. Di che Boezio dice: Ventura non farà quelle cose tue, che sono strane di te per loro natura; ma ’1 falso amico porta falsità * in luogo di consiglio, e tutte le loro intenzioni è a parere umili ^. Tullio dice: Molti peccati vengono, quando gli uomini s’enfiano dell’opinioni *; poi sono ischerniti laidamente. Seneca dice: Però sono parecchi ^ che non conoscono le loro forze ", e quando elli credono esser così grandi come si tengono ’, o com’elli odono dire, elli cominciano guerre, e cose superbe,

1) Corretto quelli, in ch’elli, col t: et quo il si enseigne.

2) Il T: flaterie. Il Serio crede, che Jìaleries, quasi Jlauleries, derivi às.Jlauio e lusinga da Insània, lusignuolo.

3) Il T: decoivre soef.

4) Corretto s’ injìngono di opinioni, in s’enjiano dell’opinioni, col T: enjlent d^z opinions.

5) Corretto fiù volle, in parecchi, col t: phtsor.

6) Corretto di loro /atti, in le loro forze, col t: ne conoissent lorJorr.es.

7) Come si tengono, manca al t.

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che poi ritoniLmo a jurande pericolo. Lo maestro disse: Però si dee ciascuno provedere ’ e guardare dalle false parole, e di falsità, eh’ egli non sa che di ciò addiviene ^ ch’elli sono sì corno il dolce suono del sufdo che lusinga l’ uccello tanto eh’ egli cade preso. E molte volte il mortale veleno è sotto lo mele, però i mali coperti di bene sono peggiori. Cato dice: Non credere di te medesimo più ad altrui che a te medesimo. Salomone dice: A pena gitteran giìi lagrime gli occhi del tuo nimico, e quando vedrà suo tempo, non si potrà satollare del tuo sangue. Ma Giovenale dice: Egli piange, quando vede lagrimare suo amico, ma del suo male non si duole niente.

1) Aggiunto guardare, col t: porveoir et garder.

2) Ut: de fanccs paroles, et de flateries qui soef déçoivent.

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Capitolo XII.

Qui dice della guardia ’.

Guardia è guardarsi da’ vizii contrarii: suo officio si è ch’egli adoperi il mezzo * di tutte cose, ciò è a dire, che l’ uomo sì dee guardare suo avere, che per fuggire ^ avarizia non diventi guastatore *. E eh’ egli sì dee partire da folle ardimento, eh’ egli non caggia in paura: che quello è veramente ardito, che provede ciò che dee, e che imprende ^ ciò eh’ è da imprendere, e che fugge ciò eh’ è da fuggire; ma lo pauroso non fa né l’ uno né l’altro; ed il folle ardito fa l’uno e l’altro ^ Salomone dice: Guarda tuo cuore in tutte tue guardie. Egli disse in tutte guardie, che tu non creda al tuo nimico, onde dall’una parte gli chiuda le

1) Il t: De garde.

2) Corretto meglio, in mezzo, col t; le mi.

3) Corretto /are, in fuggire, col t: fuir avarice.

4) Corretto guasto, in guastatore, col t: gaxtierres.

5) Provede ciò ohe dee, manca al t.

6) Aggiunto ed il folle ardito fa l’uva e l’altro, col t: et li fox ardiz fait l’un et l’autre.

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porte, e (laiT altra gli apra l’entrata ’: ciò (^ a

dire, che per guardare te d’ un vizio, tu non ne facci un altro pili grande, ch’egli non è bene a scoprire uno altare per ricoprire ^ un altro.

Guardati dunque di tutte le stremitadi. Non desiderare smisurata prudenza che sia pi l’i che convenevole, ma sì tanto che sia sufficiente ^ Altresì ti guarda d’ignoranza, che quelli che non sa né bene né male, ha il suo cuore vocolo, e non vedente, egli non può consigliare nò so né altrui: che se un vocolo vole guidare un altro, certo egli cade nella fossa innanzi, e l’altro dopo lui. Segui * dunque prudenza, eh’ è luogo mezzo intra due estrerai, che contrappesa e dirizza li pensieri ^, e tempera l’ opere, e misura le parole.

1) La stampa legge: che tu non creda all’i (noi amici. Dunque dall’ una parte gli chiude le porte, e dall’ altra gli apre l’ entrata. 11 t: que tu ne does à ton ennemi d’ une part les portes, et d’autre part li oevres V entrée. Corretto: che tìt, non creda al tuo nimico, onde dall’ una parte gli chiuda le porte, e dall’ altra gli apra V entrata.

2) Aggiunto altare, col t: descovrir un autel por covrir un autre.

3) Il T varia; ne desirrer mie dismesurèe prudence; ne saches plus que convenable soit, mais saches tant comme il te soffit.

4) Corretto cos’i, in segui, col senso, e col t: ensnie.

5) Corretto le cose non pesate, in li pensieri, col t: les pensées.

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Clio sì come delT opere dm non sono stabilite per

virtiidi, così segue pericolo ’ del parlare quando non è secondo ordine di.ragione. E però innanzi che tu diclii, tu ^ dei considerare principalmente sei cose: chi tu se’, che tu voli dire, e a cui tu di’, e perchè, e come, e quando l Ragione ^ come.

Capitolo XIII.

Delle cose, di che l’uomo si dee guardare, quando vuole parlare, od alcuna cosa fare ^.

Innanzi che tu dica parola, considera nel tuo cuore chi tu se’, che voli dire; ed in primamente guarda, se la cosa tocca a te, od altrui; e se l’è cosa che la appartenga ad un altro, non te ne

1) Aggiunto sciìte pericolo, col t: ensuit périls.

2) 11 T: que tu dies ne ce ne quoi.

3) Corretto quanto, in quando col t: eìi quel tcns. Le stampe a giustificare a qualche modo l’errata lezione, aggiugnendo strafalciona e strafalcione scrivono: quando ragione comanda.

4) Qui, come fu detto, balordamente è aggiunto in coda: ragione comanda, in continuazione del periodo. È il motto scolastico: raison comment, veduto altre volte, anche in fine del capitolo. Corretto in raijione come.

5) Od alcuna cosa fare, manca al t.

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iiitramettore, che, secondo la legge, egli è colpevole

’ chi s’ intramette di cosa che a lui non s’ aspetta. Salomone dice: Quello che s’intramette dell’altrui bi-iga, è simile a colui che prende lo cane- per gli orecchi. E lesii Sirach dice: Della cosa che non ti grava, non ti dèi comÌ3attere. Appresso: Guarda se tu se’in tuo buon senno e^ posatamente, senza ira e senza turbazione; che altrimente dèi ’ tu tacere, e stringere tuo cuore. Tullio dice, ch’egli è grande virtude a sapere costringere li movimenti del cuore turbato, e fare tanto che’ suoi desiderii sieno a ragione. Seneca dice: Quando l’uomo è pieno d’ira, egli non vole nuU’altro che crimina ^ Cato dice: Ira impedisce l’animo, che non può giudicare lo vero; e però disse uno savio: La legge vede bene l’uomo irato.

1) Corretto incolpabile, in colpevole col t: coupable. U ms. Cap. Ver. encolpable, cioè che deve essere incolpalo. Albertano: culpa est.

2 Corretto la scienza, in lo cane, col t, e mss. Maghabec. 47 e 48. Albertano: canem.

3) Corretto pensatamente, in posatamente, co! t: paisiblement.

4) Aggiunto che altrimente, col t: car aìitrement dois etc. Albertano: nani.

5) Corretto ridere, in nuli’ altro che crimina coi mss. Magliab. 47 e 48, e col t. // ne voit rien, se de crime non. Il ms. Cap. Ver. se de crime non. Albertano: Iratiis nif nisi criminis loquitur.

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ma egli non vedo la legi. Ovidio dice: Vinci

tuo coraggio, e tua ira, tu che vinci tutte le cose. Tullio dice ’: V ire sieno di lungi da noi, che con lei ninna cosa puote essere ben fatta, ne bene pensata; e ciò che V uomo ta in ira, non puote esser durabile, nò piacevole a tutti ^ Piero ^ Alfonso dice: Ciò è nell’umana natura, che quando il coraggio () commosso per alcuno modo, egli perde gli occhi della conoscenza, intra il vero ed il falso. Appresso: Guarda, che tu non sia corrente per desiderio di parlare, in tal maniera * che tua volontade non consenta a ragione, che Salomone dice: Quello che non può costringere il suo spirito in parlare, è simigliante alla cittade che non ha mura ^ Lo maestro dice: Chi non sa tacere, non sa parlare, E uno fu dimandato, perchè egli stava così tacente, se per senno, o per follia; ed egli disse, che il folle non può tacere. Salomone disse: Metti freno alla tua bocca, e

1) Corretto tutte, in Tullio dice. Albertano: Tullius dixii.

2) Il t: a cea qui i sont. Albertano: ab hìs qma suvt approbari.

3) Corretto Però, in Piero, col t: Picrrea Alfovs. Albertano: Petrus.

\\ Om messo è dopo tal inani era, perchè guasta il senso, e manca al t, e ad Albertano.

5) Il T: cilè averte qui ìì est a.vironnèe de rnur. Alberbertano; Krbs païens et sme mororurn ambili’.

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liuarda le tue labbra e la tua lingua ’, e clie la

tua lingua non ti faccia cadere, e che 1 ’ caduta non sia a morte, senza guarigione ^ Cato dice: Soprana ^ virtù è costringere la lingua; e quello è prossimano di Dio, che sa tacere a ragione. Salomone dice: Chi guarda la sua bocca, si guarda la sua anima; e quello eh’ è inconsiderato nel dire, sentirà male. Se tu voli biasimare o riprendere

  • altrui, guarda che tu noti sia magagnato

di quello vizio medesimo ^; che istrania cosa è di vedere il busco nell’altrui occhio, enei suo non vedere la trave \ L’apostolo disse ": tu uomo che giudichi! in ciò che tu giudichi gli altri, danni te medesimo, che tu fai ciò che tu giudichi. Altrove ’

\j Aggiunto: e guarda le tue lahhra, e la tua lingua, col r; et garde les lèvres, et la langue.

2) Corretto guarirne, in guariyio/ie, col r: sanz garisou. Albertano: et sit casus tuus insanobilis in morte.

3) Corretto sopra, in soprana, col t: soceraine cerlus. Albertano: tirlutem primarn.

4) Corretto in rispondere, in o riprendere, col t: blassi/icr OH reprendre. Aìììevtano: repreheìidere alium.

5) Aggiunto vizio col t: de celui risce rneismc. Albertano: t^e siiHtli dicto vel facto.

6) Il t: estrange chose est à veoir une delièe poudre en l’ od d’un autre, et en sien ne’ voit un gros merrien.

7; Corretto ancora: li apostoli dissero, in l’apostolo disse,

ol T: li apostres dit.

8) Corretto ancora allora, in altrove, col x: et ailleurs rlil il ìiicismc. .^jme non si vide. che poco.sojra doveva

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dico ogii medesimo: Tu giudichi gli altri, e non

insogni a te; tu di’ che lo uomo non dee imbolare, e tu imboli; tu di’ che l’uomo non faccia adulterio, e tu il fai. Cato disse: Ciò che tu biasimi, ti guarda di fare, che laida cosa è quando la colpa cade sopra te’. Agostino dice: Ben dire, e male operare, non è altro che sé con sua boce dannare. Appresso: Guarda ciò che tu vuoi dire, se tu il sai, o no, che altrimenti non lo potresti tu ben diro. Uno uomo dimandò suo maestro, come egli potrebbe ben dire, ed essere buono dicitore: e il suo maestro gli disse: Di’ solamente quello che tu ben sai. lesù Sirach dice: Se tu hai lo intendimento, rispondi immantinente; altrimenti sia la tua mano messa sopra la tua bocca, che tu non sia ripreso per vane parole, e ne sia confuso ". Appresso: Pensa tuo ditto ^, e quello che ne puote addivenire, che molte cose hanno simiglianza di essere buone nel principio, che

scriversi l’ apostolo, e non //li apostoli, se qai sog-g-iunge: disse il medesimo? Albertano: et in eadeni epistola suhdit.

1) Corretto lui, in te, col senso, e col t: chiet sor toi. (Vedi Illustraz.)

2) Aggiunto: e ne sii dniftiso. Appresso col t: et soies fon/’as. Après. Albertano; et confatidaris.

3) Corretto diritto, in ditto, co\ i: garde la fin de tesdiz

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hanno mala fine, lesfi Siracli disse: 11 tuo ’ bene

ha doppio male: però considera il cominciamento e la uscita \ Panfilo disse: Se l’uomo provvede lo capo. e la fine insieme %. alla fine parrà lo onore e il biasimo. Là ove tu dotti che di tua parola non vegna o bene o male \ io lodo che taci: Piero ^ Alfonso dice: Ritieni di dire cosa, donde tu ti pentissi, che il savio fa meglio di tacere per se, che di parlare contro a sé; ma niuno uomo tacente, e non molto parlante, è ripreso ’: E certo le parole sono simili alle saette, le quali l’uomo può balestrare leggermente, ma ritrarre ^ no. Così è la parola che vola " senza

1) Il t: en ces biens, colla variante di sei codici, adottata da Bono: (os.

2) Il T. et la fin et la suite.

3; Corretto se L’uomo fruova su, \i\ se V uomo provvede, col T: se l’ OH porcoit (Ved. Illustraz.)

4) Ommesso ma prima di alla fine, perchè guasta hi sentenza, e manca al t.

5) Corretto né bene né male, in o hcne o male, col t: bien ou mal. Albertano: utrum... on non.

6) Corretto però, in Pietro con Albertano, e col t: Pierre Alfonx. E dalli, e dalli con questo farfallone.

7) Ut: et nus fioni taisans est decens, raais moult parlans est deceìis.

8) Corretto ritenere. in ritrarre, col t: retraire. Orazio ai Pisoni: nescit vox missa reverli. Albertano: retrahuntur.

9) Mutato va, in vola, col t; paroles volent.

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ritoi’iiare. Tullio disse: Non l’are la cosa di che

tu dubiti se è bene e male, che bontà riluce per sé medesima, e dottanza ha segno di malvagità. Seneca dice: Follia non sia di tuo consiglio.

Cai^itolo XIV.

Come tu dèi pensare quello che tu voli dire ’.

Tutto quello che tu voli dire considera, * se è vero menzogna, secondo che c’insegna ìesh Sirach: Dinanzi alle tue opere sia ^ veritiera parola, e durabile consiglio: però dee l’uomo guardare verità sopra tutte le cose, perocché ci fa prossimani a Dio eh’ è tutto verità. Dunque di’ tu sempre la veritade, e guardati dalla menzogna. Salomone dice: Lo ladro fa più da lodare, che non fa quelli che mente;utto dì. Appènsate alla

1) Il T segue il capitolo senza divisione.

2) Ommesso cioè, prima di se, perchè manca al t, e ad Albertano, ed ingombra.

3) Ag-g-iunto SUI, e mutato ventier /larolc, in veniiera parola, col r: soU véritable parole. All)ertano: n.qvusce veritali, sivc a le prolatae, sire libi oblafac.

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veritade, quanto ella è detta per tua ^ bocca, o

per altrui. Cassiodoro dice, eh’ è pessima cosa a dispregiare la veritade, che verità è sempre buona s’ ella è " netta senza alcuna falsi tade. Seneca dice, che le parole di colui a cui piace verità % debbono essere semplici senza covertura nulla. Di’ dunque la verità in tal maniera, che la sia come sacramento. Seneca dice: Lo cui detto non ha fermezza di sacramento, vile cosa è per certo lo sacramento suo, che tutto che tu non chiami il nome di Dio, e non vi abbia testimoni, né per tanto guarda verità \ e non trapassare la legge di giustizia. E se ti conviene rendere la verità per menzogna, tu non mentirai; ma iscuserai là ove ha onesta cagione, che ’1 buono u")mo non iscuopre ^ suo segreto; ma tace quello

1| Corretto zma, in tua, col t: par la bouche.

2) Corretto huIIo /in scrupre buona s’ella è, con X\hQv\.in.o: bonnm est veruni, si non aliqu.id immisceatnr adcersum. 11 t: veritè est lozjors bove, s’ elle n’ est niellée de fausetè.

3) Ut: qui ensuit verilè. Albertano: qui ventati operam dat.

4) Corretto: grande virtù è non trapassare la legye di giustizia, in guarda verità e non trapassare la legge di giustizia, col t: nepourquant garde verilè, et ne trespasse la loi de justice. Albertano: tarnen non transeas veritatem.

5) Mutato vi cnopre, in iscuopre, col contesto, non vedendo ragione di quel vi, che manca al r, il quale scrive cuecre per decuevre. Una variante legge repelle. Albertano;

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che non fa bisogno dire, e dice ciò che si conviene.

Salomone dice: Io ti prego. Iddio, di due cose: cioè che vanità, e parole di menzogna sieno di lungi da me. L’ apostolo disse ’: Non fare niente contro alla verità, ma per la verità. Lo maestro disse: Di’ tal verità che ti sia creduta, cioè credibile; che verità incredibile non è creduta, ed è in luogo di menzogna ^; altresì come menzogna creduta ^ tiene luogo di verità. E quegli che mente, e si crede vero dire, non è menzognere, che per lui non dice menzogna *; ma chi mente conoscendolo, quello è bene menzognere.

Però dico, che le sono sette maniere di menzogna. La prim;i si è nello ^ insegnamento della fede e di religione, e ciò è tramalvagio ^ La se iussìis autem secreta non prodit. Questa sentenza è ripetuta al capitolo XLIII di questo Hbro.

1) Corretto li apostoli dissero, sconcio ritornello, in /’ apostolo disse, con Albertano, e col t: li aposlres dit.

’2) Il T più laconico: di donc vérité qui soit creable, car veritez qci n’est pas creue, est en leu de menconge. Albertano: talent verità tt/^t dicas quae tibi credatur, alioquin pro mendacio reputata r,

3) Corretto cresciuta, in credula, col T: cren. Albertano: quod falso creditur.

4) Il T qui compendiato: car autretant comme en lui est, il ne decoii pas, mais il est deceuz.

5) Corretto senza, in nello, col t: es cnseiçnemens.

6) Corretto cioè tra malvagi, in o ciò è tramalvagio, col t; et cesie est très rnnuvaise.

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conda si è per nuocere altrui senza giovare ad

alcuno. La terza si è per nuocere altrui per giovare ad alcun altro. La quarta si è per volontà di fallire, ciò è dirittamente menzogna. La quinta si è per bel dire, o per ingannare, o per piacere alla gente. La sesta si è per utilità d’alcuno senza danneggiare. La settima è senza danno di nullo, ma sì la s’è detta ’ per guardare l’uomo che non caggia in peccato. In queste sette maniere di buo-ie quella è di maggior peccato, che più s’ accosta alla prima, e quella è di minore, che più s’ accosta all’ ultima, che nulla è senza peccato.

Appresso guarda, che le tue parole non sieno frivole ^ però che nullo dee dire parole che non sieno profittevoli in alcuna parte. Seneca dice: La tua parola non sia per niente: od ella sia per consigliare, od ella sia per comandare, o per ammonire. L’ apostolo dice: Schifa ’ le malvagie parole, e le vane.

Appresso, guarda se le tue parole sono per ragione, o senza ragione, che cosa che non è ra il Corretto ma se la s’ è detta, m ma sì la s’è detta, col T: mais eie est dite.

2) Corretto frodolenti, in frivole, col t: garde che tes ■paroles ne soient vaines. Cinque codici del Chabaille leggono Jrivoles, ed uno legge foles.

3) Corretto k chi fa, in schifa, col t; eschue. Albertano: evita.

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gionevole, non è durabile: però disse un savio:

Se tu voli vincere tutto il mondo, sottomettiti alla ragione, che chi bene segue ragione, ella gli fa conoscere ogni bene; e ’ chi se no scevera, cade in errore.

Appresso, guarda, che il tuo detto non sia aspro, anzi sia dolce e buona aria ^. lesù Sirach dice: Citare e viole fanno molte melodie, ma araendue le sormonta lingua soave, cioè ^ la. dolce parola, che ^ multiplica gli amici, ed indolcisce li nemici ^. Panfilo dice: Dolce parola chiede ^ e nutrisce gli amici. Salomone dice, che la molle risposta rompe l’ira, e la dura esercita furore.

Appresso, guarda che tua parola sia buona e bella, e non laida, né ria; che l’apostolo dice,

1) Aggiunto: c/i’) chi bene secne ragione, ella gli fa conoscere ogni bene; e, col t: (ini bien ensuit, raison, eie li

fait conoisire touz biens ^ et qui eie. AlheTtano: bene adhibita ratio cernit quid opfjmtim sif.

2) È la solita ViTsione di debonaire. Albertano: sìtave.

3) Corretto il controsenso: la ingiuria se non v’ è, in lingua soave, cioè coi mss. Mag-lial)ecli.47 e 48, col t: sormonte langue soef; ce est. Albertano: super utrtmque lingua svavis.

4) Aggiunto che, col t: qxà multiflie amis.

ó) Corretto animi, in nemici, col t: enemis. Whertano: inimico s.

()) Il t: aqiaert. Albertano excitât et nutrii.

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che le male parole corrompono i buoni costumi.

Ed altrove ’ disse egli medesimo: Niuna mala parola esca di vostra bocca Anche disse egli medesimo in un altro luogo, che ’1 buono uomo non dee ricordare laidi e folli detti. Seneca dice ^. Astenetevi da laide parole, che elle nutriscono follia. Salomone dice, che l’uomo, che ha usato le parole da ^ rimproverare, poco ammenda tutto il tempo della vita sua. L’ apostolo dice: Le vostre parole siano sempre condite di sale * di grazia, in tale maniera, che voi sappiate a ciascuno rispondere.

Appresso, guarda che tu non dica oscure parole, ma bene intendevoli, di che la legge dice: Non ha differenza nel negare, nel tacere, o nel rispondere oscuramente % se colui che domanda non rimane certano*; che la Scrittura dice, che

1) Corretto ancora allora, in altrove col r: ailleurs.

2) Aggiunto dice, col t: Sencques dit.

3) Mutato di, in da, col t: paroles de reproche, cioè parole che meritano rimprovero.

4) Corretto quella, in sale, col t: sai de grace. Albertano: in gratia, sa’e sit conditus.

5) Le stampe: dal dire al tacere, nel rispondere oscuramente. Conformata la lezione al t: de nier, ou de taire, ou de resptiìidre oscureraent.

6) Corretto rimane, in domanda, col senso, e col t: demande. Albertano: nihil interest, neget qiù aut taceat, an oh-

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più sicura cosa è ad esser mutolo, che dicere

parola che nullo non l’intenda.

Appresso, guarda che le tue parole non sieno sofistiche ’, cioè non abbiano sotto alcuno male ingegno da diservire. lesù Sirach dice: Chi parlerà sofisticatamente \ e’ sarà odiato ^ da tutti gli uomini, e sarà fallante in tutte le cose, e Dio non gli darà sua grazia.

Appresso, ti guarda, che a nullo tu * non dichi, né non fiìcci torto, né danno, né noia; che egli è scritto, che molti minaccia chi ad uno fa torto. lesù Sirnch dice: Non ti ricordi di cose che appartengono a noia ^ Cgssiodoro dice: Per uno torto fatto, sono commossi molti ^ L’ apostolo

scure respondeat quantum ad hoc, ut incerlum dimittat interrogantem.

1) Mutato sospettose, in sofistiche, col t: sophistiques.

2) Ancora mutato sospettosamente, in sofisticatamente coi mss. Magliabech. 47 e 48, e col t: sophistiquement. Aìhevtano: sophislice.

3) Corretto vinto, in odiato coi mss. Magliabec. 47 e 48, e col t: sera haiz, Albertano: odibilis.

4) Aggiunto a nullo, col t: a nului.

5) Il t: a annui, ma dovrebbe dire a hanemi, per tradurre: omnis injuria proximi ne memineris (Eccles. X. 5).

6) Corretto più pile conosciuto, in commossi molli col t: sont plitsors commeus. Bono segui la variante del Cha baille: sont plus orz conneus. Albertano: injuria unius

tota compago concutitur.

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dice: Chi fa noia, averà ciò che flirà di male:

attendi dagli altri, ciò che tu farai ad altrui. Tullio dice: E’ non è nullo sovrano forfatto ’, come di quelli che allora il fanno, vogliono somigliare che elli sieno buoni. lesù Sirach dice: Lo reame " è trapassato di gente in gente, per li mali e per li torti; ma l’ uomo non se ne dee guardare solamente, anzi dee contraddire a quelli che lo fanno ad altrui. Tullio disse, che due maniere sono di fare torti: l’ una chi lo ^ fa, l’altra chi non contraria a quelli che lo fanno: e ciò è altresì biasimo, come quello di colui, che non aiuta il suo figliuolo, né la sua città. E non per tanto, se V uomo ti dice male, o noia, tu dèi tacere. Che Agostino dice, che più bella cosa è a schifare un torto fatto tacendo, che vincere respondendo.

Appresso, ti guarda, che tuo detto non sia per seminare discordia, eh’ egli non ha sì mala cosa intra gli uomini.

1) Corretto r.ertalo fatto, in sovrano forf allo, col t: ì^overains torfaiz. Albertano: major aut capitalior injuria.

2) Corretto la legge, in lo reame, col t: la reautez. Albertano: rà,jiiii,,n (Vedi Illustraz.) Il ms. Magliabec. 47 la realtà, il 48 ha un nesso, che può interpretarsi, il regno.

3) Corretto che, in chi, col i: qui le fait. Albertano: qui.

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Appresso, ti guarda, che ’n tuo ’ detto non ti

gabbi malamente, nò di tuo amico, né di tuo nimico, né di nullo; eh’ egli è " iscritto, che non si conviene gabbare tuo amico che egli si cruccia più forte, che tu gli fai noia ^; ed il tuo nemico, se tu lo scherni, viene tosto alla battaglia, che non è alcuno, a cui non dispiaccia di esser gabbato. Amore ò cosa mutabile, e s’egli muove tosto falla, ed a pena ritorna ^ Salomone dice: Chi dà sentenza d’altrui, per quelli medesimi Pavera di lui; e ciò medesimo conferma Marziale, là ove dice: Chi scuopre gli altrui vizii, per tempo udrà li suoi peccati, che chi scherno, e’ s’ è scher 1) Corretto che tuo dello, iu che ’n Ino dello, col t:eti tes diz.

2) Corretto che gli, in eh’ egli, col t: car II est escrit. Correzione fatta più volte.

3) Le stampe travolgono: 7ion ti conviene gabbare tuo amico, che egli si cruccia, che se tu gli fai noja più forte. Riordinato col t: il ti’ afiert pas à gaber son ami, car se tu li fais ennui, il se corrouce plus fori. Albertano: amicus laesus, gravius irascitur.

4) Le stampe arruffano: amore è cosa mutabile, ed appena ritorna; e se egli muove, tosto falla. Riordinato col t: araors est chose muable, et se eie mue, tosi faut, et à poine revient. Albertano: si amor miìiuatur, cito deficit, et raro convalescit.

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265
nito a sua colpa. Non ha più generale cosa al

mondo \

Appresso, guarda che tu non dica maliziosi motti ^ che il profeta dice: Dio distrugge le labbra ■’ maliziose, e la lingua * vantatrice. Appresso, guarda che tu non dichi orgogliosi motti, che Salomone dice, che quivi ove è orgoglio, si è molta follia, e quivi ove è molta umilitade, si è senno ed allegrezza. lob disse: Se orgoglioso ^ va su al cielo, e il ^ capo suo tuttavia tocca li nuvoli, alla line gli conviene cadere, e tornare a poco, ed a nulla ’. lesii Sirach dice: Orgoglio è

1) Vedi guazzabuglio: chi scopre li altrui vizii per temporale, si schcrne, e se è schernito a sua colpa non ha più générale cosa al mondo. Il t lucidamente: qui descuevre les autrui vices, par lens orra les siens crimes: car qui escharnit, il sera escherniz à sa colpe. Il n’ ha pas si general chose au monde. Albertano: qui temere manifestât vila, sna intempestive audiet crimina. Raccappezzato secondo il t.

2) Corretto male i tuoi, in maliziosi, col contesto, e col T: que tu ne dies malicieuz rnoz.

3) Corretto opere, in lahhra, col t: les lèvres malicieuses. Albertano: labia.

4) Aggiunto la prima di lingua, che ha riscontro con le lahhra dello stesso periodo.

5) Aggiunto se, col t: se orguih monte etc. Albertano: si ascenderit.

6) Aggiunto e col t: et ses chiès eie.

7) Il t: a perte, et à néant.

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odiato ’ dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, e

tutte le iniquità con esso; ed altrove ^ diss’ egli, che l’orgoglio e il torto fanno distruggere le sustanze, e grandi ricchezze tornare a niente per orgoglio ^

Alla fine, guarda che le tue parole non sieno oziose, eh’ egli te ne converrà rendere ragione. Tutti gli insegnamenti è mestiere di guardare in parlare; ed in somma di ciò che peggiora l’onore di noi, e che sia contra buono costumo, nullo non dee dire laide parole, né metterle in opera *. Socrate dice: Ciò eh’ è laido a fare, io non credo che sia onesto a dire. Però dee l’uomo dire oneste parole, là ov’ egli si sia, che chi vole onestamente parlare intra li strani, non dee però parlare disonestamente con gli amici; che onestà è necessaria in tutte le parti della vita dell’uomo.

1) Ut: rhealUa. Le stampe citato. Corretto odialo. Albertano: odihilis est corani Dea et hominiòus superbia.

2) Corretto allora, in altrove, come spesso, col t: aillors etc.

3) Mutato superbia, in orgoglio, col t; par orgoil. Orazìo potè dire a sé stesso: sumc siiperhiam quaesitani me— ritis. Non avrebbe detto orgoglio (benché oggi tanto usato dai gallomani), cbè Dante gli avrebbe tuonato: Quei fu al moìido persona orgogliosa, e avrebbelo condannato al supplizio di Filippo Arienti.

4) Altro guazzabuglio della stampa: Ch’ egli te ne converrà rendere ragione di tutti gì’ insegnamenti, che è me-

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Capitolo XV.

Come tu dèi guardare a cui tu parli ’.

Or ti dèi guardar a cui parli, s’ egli t’ è araico, no; che col tuo amico puoi tu parlare bene e dirittamente, però che non è sì dolce cosa al mondo, come avere uno amico a cui tu possi parlare, altresì come a te; ma non dire cosa che non debba essere saputa s’ egli ti diventasse nimico. Seneca dice: Parla con lo tuo amico, come se Iddio te udisse; e vivi cogli uomini, come se Dio te vedesse. Ed anche disse: Tieni il tuo amico in tal maniera, che tu non temi eh’ egli ti vegna inimico. E Piero ’ Alfonso disse: Dell’ a sliero di guardare di parlare; ed in sor/iraa di:iò che peggiora l’onore di noi, e che sia contro buono amore, nullo non dee dire laide parole, né metterle in opera. Riordinato col t: Il nos conviendra rendre raison de tout mot oiseux. Les enseignemens estuet il garder en parlant: en somme tout ce qui empire l’onor de nos, et qui soit contre bones costumes, uns ne le doit pas dire, ne mètre en oevre

1) Il T: De ce meisme.

2) Corretto e pero Alfonso, in e Piero Alfonso, come altre volte, col t: Pierres Alfonx dit. Albertano: Petrus Alfonsius.

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rnico che tu non hai ’ assaggiato, sì ti provedi

una volta come d’ inimico ^. Lo maestro disse: Tuo segreto, di che tu non ti dèi consigliare, non dire ad uomo vivente. I«iSii Sirach dice: A tuo amico, né a tuo nimico, non ne iscoprire ciò che tu sai, ispecialmente il male, eh’ egli ti gabberà e schernirà ^ in sembianza di difendere tuo peccato. Il maestro disse: Tanto quanto tu ti ritieni tuo segreto, egli è come in tua carcere; ma quando tu l’hai * iscoperto, egli ti tiene in sua prigione, che più sicura cosa è tacere, che pregare un altro che taccia. Però disse Seneca: Se tu non comandi a te di tacere, come ne pregherai tu un altro? E non per tanto, se t’ è mestiere di consigliare di tuo segreto, dillo al tuo buono amico diritto e leale, di cui hai provato diritta benevolenza. Salomone disse: Abbiate amici ^ in più quantità, ma consigliere ti sia uno in mille. Cato dice: Di’il tuo segreto a leale compagno, e il

1) Ag-giunto non prima di hai assaggiato, col t: que tu n’as essaies. Albertano: amicis non probatis.

2) Il T segue: et mil des amis; car par aventure li amis deveunera ennerais.

3) Aggiunto ti gahherà, col t: il te gobera. Albertano: subridebit colla variante odiet.

4) Aggiunto lo, col senso, e col t: quant lu l’ as desrovert.

b) Il t: arais et pais.

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tuo male a leale medico. Appresso: Guarda che tu

non parli troppo a tuo nimico, che in lui non puoi avere nulla fidanza, ni^ ancora s’ egli fosse pacificato teco. Isopo dice: Non vi fidate di coloro con cui voi avete guerreggiato^ eh’ elli hanno sempre nel loro petto lo fuoco dell’odio. Seneca dice: Là ov’ il fuoco è dimorato lungamente, tutto dì v’ha fuoco e fumo \ Altrove - disse egli medesimo: Meglio vale a morire per lo tuo amico, che vivere con lo tuo nimico. Salomone dice: Non credere a tuo antico nimico, e sia che si umilii ^ però che non h per amore, ma per prendere ciò ch’egli non ^ potè avere ^ dinanzi ^ Ed altrove ^ diss’ egli medesimo: Lo tuo nimico piange dinanzi a te, ma s’egli vede il tempo, egli non si

1) Il t: lozjonrs ( seront les /umèes. Albertano: mimquam deficit vapor. Corretto va’ ftioco e fumo, in v’ ha fuoco e fumo.

2) Corretto allora, in altrooe, col t: aillors.

W) Le stampe legg-ono: e sia ciò che si vole; corretto in e sia rhe si nmiUi, col nis. Magliabech. 47, e col t: jà soil ce qii’ il s’ umilie Albertano: et si humilis vadat.

4) Corretto ne, in no’iK coi niss, Magliabecliiaui 47 e 48, e col t: que il ne poit (colla variante puet).

5) Corretto picote, in potè, coi mss. Mag-liabechiani 47 e 48, e col t. recitato testé.

6) Corretto da te, in dinanzi, coi mss. Magliabechiani 47 e 48, e col t -.avoir devant, (V. Illustrazioni).

7) Corretto ancora (quousque tandem? ’., allora, in altro oe. col T: aillors:

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potrà satollare del tuo sangue. Pieio ’ Alfonso dice:

Non ti accompagnare col tuo nimico, che se tu fai male, egli il ti crescerà; e se tu farai bene, egli il ti menimerà ^ E generalmente, intra tutte genti tu dèi guardare a cui tu dichi \, che più volte tali sono che mostrano sembianza d’amici, e sono nimici. E Piero * Alfonso disse; Tutti quelli che tu non cognosci, estima che sieno tuoi nimici; e s’ egli vogliono camminare con teco, dimandare là ove tu vai, fa sì che tu vadi più lungi; e s’egli portano lancia, tu va da lato diritto, e se portano ispada, tu va da lato sinistro.

Appressa: Ti guarda, che a folle tu non parli; che Salomone dice: Agli orecchi del folle non dire motto, ch’egli dispregia l’insegnamento di tua parola. Ed altrove ^ dice il medesimo; Lo

1: Corretto pero, in Piero, col t; Pierres Al/onx,e con Albertano.

2) Senza bisticcio di crescere e menomare, il t: se tu fais mal, il le noteront, et se tu fais bien, il te darnpneront. Albertano: quae mala egeris notabunt, quae vero bona fiunt denigrabunt.

3) Il t: ce que tu dies.

4) Corretto e pero, in e Piero, col t: et Pierses, e con Albertano.

5) Corretto: allora, in altrove, col t: aillorf.

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savio se tenzona col folle, o ch’egli ’ rida, non

troverà riposo. Il folle non riceve il detto del savio, s’ egli non dice cosa che gli sia grata a suo cuore. lesù Sirach dice: Quelli parla ad uomo che dorme, che parla allo stolto sapienza.

Appresso: Guardati che tu non parli ad uomo ischernitore, e fuggi il suo detto come veleno, che la compagnia di lui è laida a te. Salomone dice: Non castigare uomo gabbatore, ch’egli t’odierà; castiga il savio, che ti amerà. Seneca dice: Chi biasima lo schernitore, fa noia a sé medesimo; e chi biasima il malvagio, acquista le sue tacche *. lesù Sirach dice: Non ti consigliare col folle, ch’egli non consiglia se non quello che gli piace di fare ^ Appresso: Guarda che tu non parli ad uomo lusingatore * e pieno di discordia, che il Profeta dice: L’ uomo che ha lingua lusinghiera, non sarà amato sopra la terra. lesù Sirach dice: Spaventevole è in cittade uomo discordioso, e folle di parole. Ed altrove ^ dice egli

1) Corretto e, in o, col t: on qui il se ne. Albertano: si ve ridcat.

2) Mutato richiedi le sue intenzioni, in acquista le sue tacche, col ms. Berg. e col t: il aquiert de ses taches. Albertano: ipse siòi maculam qtiaerit.

3i II t: qui il li plaist. Albertano: quae eis placent. 4) Il t: jangleor, ed appresso langue jangleresce. .")) Corretto allora, in altrove., col ms. Magliabechiano 47. e col T: aillors.

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medesimo: Chi odia il lusinghiere, spegne malizie

’. Guarda dunque che tu non parli ad uomo (liscordioso, e che non metta legna in suo fuoco. Tullio dice: La zuffa de’ cani ’ dee l’ uomo del tutto ischifare, cioè gli uomini che tutto dì abbaiano come cani. Che di quelli, e dì altri simiirlianti, dice nostro Signore: Non gittare pietre preziose intra’ porci.

Appresso, guardati da tutti li rei uomini; che Agostino dice, che sì come il fuoco, che cresce sempre per crescervi legna, cosi il malvagio uomo, quando ode maggiore ragione, cresce in più fiera malizia, che in mala anima non entra sapienza.

Appresso, guarda che il tuo segreto tu non parli a ubbriaco, ne a mala femina. Che Salomone dice, che dove rea’ua ebrietà, non v’ è occulto nulla Lo maestro dice; Le femine sanno celare quello ch’elle non sanno. Ed in somma, ti guarda sempre dinanzi cui tu se’^ e molto bene considera lo luoao: che ha mestiere di dire al 1) La stampa: dà !) lusinghiere, stende malizie Corretto in chi odia il lusinr/hiere, sjh’^ne malizie, col ms. Berg-. e Magliabecliiano 48, colla sentenza di Salomone citata (V. Illustrazioni), ’ì col t: f/n.i he’ janglcris, il estaint malice.

2) Corretto via, in zuffa, col t: la lencon des chiens. Deve dire cinici, anzi che can’’. Albertano: ratio cinirorum jìcnitns abjcienda est. È nota l’attinenza fra i cinici ed i cani, SI nell’ etimolofria che nell’ etica.

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tre cose a corte, ed altre a nozze, ed altre cose

al dolore, ed altre a magione, ed altre cose con compagni con cui sei ’, o in piazza. Però che ’1 proverbio dice: Chi è in costa di via ^ non dica follia. Perciò ^ il parlatore dee prendere guardia eh’ egli non dica alcuna cosa malvagia se alcuno fosse ingannevolmente appresso ^

Appresso ^: Guarda, se tu parli al signore, che tu l’onori e reverisci secondo la sua dignità ^, che l’uomo dèi tu cognoscere diligentemente, la dignità, e il grado di ciascuno; che altrimenti dèi tu parlare a principi che a cavalieri, ed altrimenti

1) Aggiunto col t: oìi que en places. È il dantesco: Nella chiesa co’ santi, ed in taverna co’ ghiottoni (\n.ì. XXIIj.

2) Corretto chi è in questa via, in chi è in costa di via, col ms. Berg. e col t: qui est encosle voie.

3) Corretto porla, in peì’ciò col t: donc doit li parlierres e poi e in dee. Le stampe leggono: porta del parlatore, e prendere guardia.

4) Ut: que aucuns ne fust iqui priveement, colla variante di un codice illoec, e di un altro ìloeqnes. Il Sorio corregge, senza autorità di ms. egli non dica alcuna cosa malvagia se alcuno ci fosse anche privatamente. Il codice capitolare Veronese concorda col t del Chabaille.

5) Aggiunto appresso, col t: après, garde etc.

6) Il t: selon ce que tu doi colla variante di cinque codici di Chabaille: a sa dignité.

18

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a’ tuoi pari che a’ tuoi minori, ed altrimenti al relicrioso

che al laico ’.

Capitolo XVI.

Come tu dèi guardare perchè tu parli ^

Appresso dèi tu guardare perchè tu parli: cioè a dire la cagione del tuo detto. Che Seneca comanda, che tu cheggia ^ la cagione di tutte le cose. Cassiodoro dice, che nulla cosa puote essere fatta senza cagione, e cagione è in tre maniere. L’ una che fai. La seconda è la materia di che tu la fai. La terza è la fine a che tu la fai *. E tu dèi guardare per cui tu di’, che altrimenti dèi

1) Il T: et diligemment considérer la dignité, et le degrè de chascun, colla variante di cinque codici suddetti: car es hommes doi tu dlUgenlement considérer.

2i Ut: De ce nieisrne, colla variante porquoi tu parles di un codice, e pourquoi tu paroles di quattro codici: adottata perchè più conveniente alla dottrina di questo capitolo.

3) 11 t: enquieres, così tradotto anche altrove: Albertano: requiras.

4) Il T: la premiere, qui fait: la seconde est la matière de quoi on le fait: la tierce est la fins pour quoi on le fait.

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parlare per lo servigio di Dio che per lo servigio

degli uomini, ed altrimenti per tuo prò’: ma guarda clie tuo guadagno sia bello e convenevole, che la legge vieta il laido guadagno. Seneca dice: Fuggi il laido guadagno, come la perdita \ Lo maestro dice: Guadagno che viene con mala nominanza, è rio: amerei più iscapitare che laidamente guadagnare, e sì dee lo guadagno essere misurato. Cassiodoro dice, che se il guadagno esce di convenevole misura, non averà la forza di suo nome; e sì dee essere naturale, cioè a dire del buono uomo all’ altro; che la legge dice eh’ egli è diritto di natura, che nullo non arricchisca " di altrui danno. Tullio dice: Né paura, ne dolore, ne morte, né nulla altra cosa di fuori ^, è sì fieramente contra di natura, come arricchire dell’altrui guadagno, e specialmente della povertà de’ poveri. Cassiodoro dice: Sopra tutte le maniere di crudeltade è di arricchire della povertade abbisognosa.

1) Aggiunto Seneca dice: fuggi il laido guadagno, col T. Seneqìies dit: fui laid guaing, comme ferie. Albertano: turpe lucrum vel dispendium fugito.

2j Corretto ardisca, in arricchisca, col t: que nus n’ enrichisse.

3) Mutato nelle altre cose, in nulla altra cosa, col t: nule chose dehors. Albertano: neque aliud.

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E per cag.one dello tuo amico, dèi tu bene

dire, ma che egli ’ sia buono ^ Tullio e’ insegna ^ che la legge della amistade comanda, che egli non si intrametta di cosa villana, e quello eh’ ò pregato * non lo faccia; che amore non è difensa di peccato, che l’uomo faccia per suo amico: che molto pecca quegli che dona opera al peccato. Seneca dice: Peccare in cosa ^ laida, è rigettare * Dio due volte. Cassiodoro dice: Quegli è buono difenditore, che difenda senza far torto \

1) Mutato che ciò, in che egli. Il t: que ce soil, colla variante di cinque codici, che meglio risponde al contesto, que il soil bon.

2) Il T: bons amis. Albertano: causa dicendi prò amico te movere débet, duni tam verba sinl justa et honesta. Male tradotta.

3) Il t: dit et v.os enseigne.

4) Corretto -peccalo, in pregato, col t: qui en est priez. Albertano: ne faciamus rogati.

b) Mutato e cosa laida, in in, col ms. Capitolare Veronese: en chose laide. Albertano: in turpi re peccare, bis est delinquere.

- 6) Corretto e da prendere, in è rigettare, coi t: etdegìierpir Dieu. Il t dice veramente: Pechier est chose laide, et déguerpir Dieu II foiz.

7) Aggiunto far, col t: tori faire. Albertano: innoxic.

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Capitolo XVII.

Come ti conviene pensare come voli parlare ’.

Or ti conviene considerare come tu parli, che non è nulla cosa che non abbia mestiere di sua maniera, e di sua misura, e ciò ch’è ^ dismisura è male, e tutto ciò eh’ è ^ sopra misura torna a noia.

Però la maniera e * la misura del parlare è in cinque cose: cioè in parlatura soave, e chiara, ed in tarda, ed in quantitade, ed in qualitade ^

1) Il t: De ce nteisme, colla variante di due codici; comment tu dois parler. Corretto quando, in come, con questa variante, e col contesto.

2) Corretto che, in eh’ è, col T: qui est.

3) Corretto che, in eh’ è, col contesto: tant siirpltis tornent à ennui.

4) Ag’giunto Però la maniera, col t: por ce doit la maniere etc. y

5) Ut: ce est en parleure, en isneletè, et en tardetè, et en quantetè, et en qualité. Albertano: in pronunciatione, in velocitate, in iarditate, in quantitate, et in qualitatc.

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Parlatura è la dignità del motto ’, e la portatura

di corpo secondo che materia richiede; e ciò ò una cosa, che molto vale a bene dire. Tullio dice; Già sia, che il tuo detto non sia di quelli belli, né guari polito, se tu ’1 proferrai gentilmente^ e di bella maniera ^ e di bel portamento, sì sarà egli lodato; e s’egli ò bollo e ^ buono, e tu non dici bellamente, sì sarà biasimato. E però dèi tu tenere e temperare tua boco, e tuo spirito, tutto il movimento del corpo e della lingua, ed ammendare le parole all’uscire di tua bocca * in tal maniera, eh’ elle non sieno enfiate, né dicassate al palato, ne troppo risonanti ^ di fiera boce, né aspre alla levata delle labbra ’^; ma sieno intendevoli e sonanti per bella preferenza soave e

1) Il t: dignités don monde, tradotto dignità del mondo, corretto dignità del molto. Albertano: pronunciatio est verborum dignitas. L’ errore è manifesto, e nella lezione del Chabaille, e nella versione.

2) Corretto materia, in maniera, col t: de beh maniere.

3) Aggiunto bello, e col t: et se il sont biau et bon.

4) Aggiunto tii^a, col t: de ta banche.

5) Mutato résonante, in resonanti, col t: ne trop resonans de fere voiz.

6) La stampa: ma presso alla verità dell’opera. Il t: ne aspres à la levée de lèvres. Corretto col ms. Berg,, e col T: ile aspre alla levata delle labbra. Bono lesse erroneamente: mais après a la veritè de V oevres. Albertano: oion aspera frendeniibus vel hiantibus labiis prolata.

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chiara, sì che ciascuna lettera abfiia suo suono, e

ciascun motto suo accento, e sia tra alto e basso; e non pertanto ’ tu dèi cominciare più basso che alla fine; ma tutto ciò t’ è mestiere movere secondo il movimento del luogo ^ delle cose, della cagione ^, e del tempo; che una cosa dee l’uomo contare semplicemente, alcuna dolcemente ^ l’altra a disdegno, l’altra per pietà in tal maniera, che tua boce e tuo detto e tuo portamento sia sempre accordevole alla materia. En tua portatura, guarda ^ che tegna tua faccia diritta e non alta ^ occhi

1) Le stampe travolgono e ciascun motto suo cenno; e non ti fonere quando. Il t: et chascuns moz son accent, et soit entre haut et bas; et neporquant en dois etc. Corretto col T, e col ms. Berg. ojni motto suo accento, e sia tra alto e basso; e non pertanto ecc.

2) Il T: muer selonc les muemens dou leu etc. Bono accorda eguale significato anche qui a muovere ed a rdutare.

3) Corret+o ragione, in cagione, col t: des achoisons. Albertano: prò causis.

4) Aggiunto alcuna dolcemente, col t: aticune doucement.

5) Le stampe: alla materia e tua portatura. Guarda etc. Corretta l’interpunzione col t: à la matière. En ta porteure, garde etc. Corretto e, in en.

G) Il t: garde que tu tiegnes la face droite, non mie cottlrement le ciel, ne les yeuls contreal fichiez en terre. A^ggiuuto ne, prima di occhi, col t, e con Albertano.

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fitti in terra; non torcere le labbra laidamente,

non aggrottare le sopracciglia ’, e non levare le mani, e non sia in te nullo portamento biasimevole.

Ed isnelletto e tardetto di parlare, guarda ^ mezza via sempre, che a parlare dee essere nullo uomo corrente, ma alquanto lento ed avvenevolmente ’\ L’Apostolo dice: Sii tosto all’udire, e tardo al parlare, e tardo all’ ira. Salomone disse: Quando tu vedi un uomo ratto a parlare, sappi eh’ egli ha meno senno che follia. Cassiodoro dice: Ciò è senza fallo reale virtude ad andare lentamente al parlare, e ratto ad intendere. Io penso, dice un savio, che quegli sia buon giudice, che tosto intende, tardi giudica; che dimora per consiglio prendere è molto buona cosa, che chi tosto giudica corre a suo pentimento *. Il prover 1) Le stampe: non crollare sopra loro lo capo. Il t: ne grocir les sorcils. Corretto non aggrottare le sopracciglia, co! T, e col ms. Berg. Albertano: nec elevata aut depressa supercilia.

2) Le stampe: non sia in te nullo portamento biasimevole, ed isnelletto e tardetto di parlare. Guarda etc. Corretta l’ interpunzione col t: ne sait en toi nus portemens hlasmahles. En isneletè et en tardetè dou parler, garde etc. Albertano: in velocitate et tarditate similiter modum requiras.

3) Il t: mais auques lasches avenablement.

4) l\ T: à sa repenlance. Mutato dispregio, in pentimento. Albertano: ad poenìtendum properat qui cito judicat.

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bio dice, indugio noia, ma egli fa l’uomo savio,

dunque ò egli buono, ispecialmente a consigliare; che ciò è buono consiglio di che tu se’ consigliato ’ e pensato lungamente, che dopo breve consiglio viene pentimento. Lo maestro dice: Tre cose sono contrarie al consiglio, cioè fretta, ira e voluttà ^; ma dopo lo consiglio, dee l’ uomo essere ratto. Seneca dice: Dì’ meno ^ che tu non fai, e lungamente ti consiglia; ma fa tosto ed avaccio \ Salomone dice: Quegli eh’ è isbrigato in tutte le sue opere, dimora dinanzi al re, e non tra il minuto popolo. lesù Sirach dice: Sii isbrigato in tutte le tue opere; ma guarda che tu per prestezza non perdi la perfezione di tua opera; che ’1 villano disse, cane frettoloso fa catelli ciechi.

En la ^ quantità di tuo detto, dèi sopra tutte cose guardare di troppo parlare; che non è ninna cosa che tanto dispiaccia quanto lungo par 1) Tu se’ consigliato, manca al t.

2) Mutato anche qui: volontà’’’’, in voluttà, col t: convoitis, e Albertano: cupiditas. Altrove Bono traduce: cupidigia. Volontà, per voluttà gli antichi usano spesso. Così il Sorio a questo luogo.

.3) Corretto di mene, iu di’ meno, col t: di mains.

4) Corretto avaccia, in avaccio, col t: fait tost et isnel.

5) Corretto^, in En col t: En la q uav titè. Aìhertano: In quantitate.

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lare e stolto ’. Dì’ poco, e tu piacerai a tutti \

Ciò dice Salomone: Di’ poco, e fa assai di bene; e però ^ che lungo detto non può essere senza peccato, dèi tu abbreviare tuo conto, il più breve che tu puoi; ma quello abbreviare non vi generi oscuri tade.

Nella * qualità di tuo detto, guarda che tu dichi bene, che ’1 dire bene ^ è la cagione dell’amistà, e il mal dire è principio d’ inimistade. Di’ dunque ^ buone parole, liete ed oneste e chiare, semplici e bene ordinate a piena bocca, lo viso chiaro, senza troppo ridere, e senza troppa ’ ira. Salomone dice, che le parole bene ordinate sono baci di dolcezza secondo Iddio ^

1) Aggiunto e stolto, coi mss. Magliabechiani, e col t: grant parleure torte. Albertano: invenitur stultilia 2) Le stampe: ascolta, tu piacerai a tutti. Corretto Dì’ poco, e tu piacerai a ttUti, col t: tu plairas à touz, se tu diz pò.

3) Aggiunto Di’ poco, e fa assai di bene, col t: di pò, et fai assez de bien.

4) Corretto La, in Nella, coIt; E71 la qu,alitè. KìhQrtojìo: In qualitate.

5) Aggi unto dire, col t: bien dire. Albertano: bene loqui.

6) Aggiunto Di’coX t. Didonc.k\h&viKno: dicenda sv.nt.

7) Aggiunto troppa, col t: et sanz trop ire. Albertano: clamore nullo.

8) Il t: sont bresches de miei, et doucor de l’arne, sante don cors. Albertano e Salomone: sanitas ossinra.

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Capitolo XVIII.

Come tu dèi guardare tempo di parlare ’.

Altresì dèi guardare tempo come tu voli parlare, e quando ^; che lesti Sirach dice: Il savio tace infine al tempo, il folle non guarda tempo ^ ne stagione. Salomone dice: Egli è tempo da parlare, e da tacere. Seneca dice: Tanto dèi tacere, infino che tu hai mestiere di parlare. Lo maestro dice: Tu dèi tanto tacere, che gli altri odano tua parola. lesti Sirach dice: Non spandere

  • tuo sermone dove non sei udito, e non

mostrare tuo senno a forza, che ciò è tanto come cetera in pianto; anche non dèi tu rispondere, anzi che la dimanda sia finita ^: che Salomone dice, che quello che risponde innanzi eli’ egli

1) lì T: De ce meisme.

2) Il T: dois tu regarder le tens de parler, colla variante di cinque codici del Chabaille: regarder le tens quant tu veulx parler.

3) Tempo, manca al t. Albertano: non ohservahit temptis.

4) Corretto spendere, iu spandere, col t, n’espandre. Albertano: non effundas.

5; Mutato fatta, in Jinila, col t: la demande soit fnèe. Albertano: finis ftierit interrogationis.

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abbia udito, si è folle; e chi parla anzi che l’imprenda,

cade in ischerno ’; che lesìi Sirach dice e comanda ’^, che tu non imprendi giustizia ^ innanzi che tn giudichi; e che tu imprendi, anzi che tu parli.

Innanzi si tace lo maestro ^ dello insegnamento del parlare, e ^ non dirà ora più infino a tanto ch’egli non verrà al terzo libro ^, ov’egli insegnerà tutto l’ ordine della retorica, e tornerà alla terza parte di prudenza, cioè conoscenza.

1) Ut: gaherie, colla variante di due codici: eschernissement. Albertano: ad contemptum et irrisionem properat.

2) Corretto: dice comanda, in dice e comanda, col t: dit et commande.

3) Corretto che t% imprendi, in che tu non imprendi ginstizia, col T: que tu n’ apareilles justice.

4) Le stampe a vanvera: anzi che tu parli innanzi si taccia. Lo maestro ecc. Corretta l’interpunzione col t: avant che tu paroles. Mais ci se taist li maistres etc. Albertano: antequam loquaris, disce singiila.

5) Aggiunto e, col senso, e col t: et «’ en dira.

6) Terzo libro, secondo la divisione del t: e terza parte, secondo la divisione del Volgarizzamento.

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285
Capitolo XIX.

9

Della conoscenza ’.

Conoscenza è, conoscere e sapere divisare dalle virtudi i vizii che hanno colore di virtude; e di ciò ci conviene guardare, però dice Seneca, molte volte lo ^ vizio entra sotto nome di virtude, che ’1 falso ardimento entra in simiglianza di fortezza, e malvagità è tenuta temperamento, e lo codardo è tenuto savio. E per fallire in queste cose, siamo in noi in grande pericolo; e però vi dovemo mettere certo segno. Isidoro noi mena air ufficio di questa virtude quando dice: Scaccia ^ i vizii che portano simiglianza di virtude, perchè elli disservono * più pericolosamente quelli

1) La stampa: Come l’uomo dee conoscere il tempo di Parlare. È il titolo del capitolo precedente, ripetuto per isbaglio. Corretto: Della conoscenza, col ms. Bergamasco, e col t: De conoissance.

2) Ag-giunto molte volte, col t: raaintez foiz.

3) Ut: il i a vices etc. senza scaccia.

4) Disservono, antiquato, che vale ingannano: t: ’leeoivent.

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che li seguiscono \ però si cuoprono sotto la coperta

di virtude; che sotto coperta di giustizia si è fiera crudeltà, e ipocrisia è chiamata buonarità ^ Tullio disse: Nullo agguato non è sì riposto, come quello eh’ è appiattato sotto ispecie di servigio. Lo maestro dice: Uno cavallo di legno distrusse Troia, però che avea simiglianza di Minerva, eh’ era loro Iddea.

1) Le stampe: dicervono piìo pericolosamenle che quelli che segtiiscoìio quello che dimostrano. Corretto col t. deeoivent plus pereilleusement cels qui les suient.

2) Le stampe: che sotto coperta di virtude o di gitistizia sia fatta crudeltà e ipocrisia chiamata di buonarietà. Rabberciato col T: car souz demonstrance de justice est faite (ms. Gap. Ver. fier ) cruautez, et peresche lasse est apelèe dehonairetc. Dehonairelé è tradotto: bonarietà, dimenticando il di buono aere, usato prima sì di sovente.

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Capitolo XX.

Dell’insegnamento ’.

Insegnamento ^ è ad imprendere iscienza a sé, ed a’non^ saputi. Suo ^ ufficio si è, che l’uomo dee primieramente insegnare a se medesimo, poi agli altri, secondo che Salomone disse: Bel figlio, ^, bevi l’acqua di tua cisterna, e ciò che surge del tuo pozzo ^, e li ruscelli delle tue fontane vadano fuori, e della tua acqua n’ arrugiada le vie e le piazze e’ verzieri ^. Lo maestro disse: Bevi l’acqua di tua

1) Corretto il titolo: Come l’uomo dee guardare in conoscenza, in Dell’ inseynamento, col ms. Bergamasco, e col t: De enseignement.

2) Aggiunto è col t: est.

3) Aggiunto: a sé co\ t: et apprendre soi, et tes nonsachanz.

4) Corretta col T l’ interpunzione mettendo il punto prima di suo ufficio. Le stampe: a’ non saputi suo ufficio si è etc.

5) Corretto quando disse, in bel figlio, co\ t: hiaxis fih, boi l’aigue etc.

6) Corretto petto, in pozzo coi mss. Magliabechiani 47 e 48, e Laurenziano 23, e col t: de ton puis.

7) Corretto: rodi la tua invidia, in della tua acqua n’ arrugiada le vie e le piazze e’ verzieri, col ms. Magliab. 47 e col

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cisterna o ’ di tuo pozzo, ciò è a dire, che l’uomo

imprenda sonno di suo pensiero; e mettere fuori li tuoi ruscelli delle tue fontane ^, ciò ò a dire, che dèi ispargere tua iscienza, insegnandola ad altrui. Salomone disse: Io ti priego, Iddio, che tu mi doni cuore insegnevole. Seneca disse: Egli è già gran parte in b^jntà, chi vuole divertire buono, e bontà di cuore non è già prestata, né venduta, e malvagità ne prende leggiermente \ Seneca dice: Virtude non può essere senza studio di sé. Virtude è acquistata per grande studio ^ e travaglio, ella desidera governatore; ma i vizii imprende l’uomo senza maestro. Gregorio dice: Il ti conviene ispesso ricordare delle cose, che ’1 mondo ci fa dimenticare. Seneca dice: «Già non

T: et arosent les voies parmi les places, colla variante di otto codici del Chabaille, seg-uita da Bono: ci à tes aiçes parmi les places roses. Concorda il testo di Salomone ( V. Illustrazioni).

1) Corretto e, in o, col t: ou de ions puis.

2) Delle tue fontane, qui manca al t. È detto poco sopra.

3) Il T ag-giung-e: et malvaistiès nos preni legieremeni. Questo brano nella stampa, preceduto da che, e mutato né in non, è spostato dopo studio di sé. Il periodo, Seneca dice: Virtude non può essere senza studio di sé, nel t è subito dopo la sentenza di Salomone. Lo lasciai qui, non pregiudicando al contesto.

4) Studio, manca al t.

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lia udito troppo, ciò che non è detto assai \ Agostino:

Quelli sono malaugurosi, che tegnono a vile ciò sanno, e sempre chieggono nuove cose. Vegli tu ben sapere ? insegna ^, che così si presta dottrina. S’ella è sparta, cresce; e s’ella è tenuta, discresce. Di ciò Anti-Claudiano disse: Chiusa falla, aperta riviene ^ Seneca disse: Insegnar quello che tu non sai, non è frutto *. Cato disse: Laida cosa è al maestro, quando la colpa

1) La stampa g-hiribizza: non giota troppo detto assai. Il T tieneques dit: là n’iert trop oi, ce que n’ est dit assez. Sostituito, anche col ms. Ambrosiano: Seneca dice: non già jia udito troppo, ciò che non è detto assai. Il ms. Magliabec. 48: già non sarae troppo detto, ciò che non è detto assai.

2) La stampa: vuoti tu sapere insegnare. Il t: vevJs ttt bien savoir, enseigne. Ag-giunto il punto d’interrogazione dopo sapere, col contesto. Corretto insegnare, in insegna, col T.

3) Le stampe a casaccio: anzi il danno di sé, cui so fatto aperto rivene. Il t: de ce Anticlaudiens dit: Close faìit, averte revient. Corretto col t, e col ms. Mag-liab. 48: di ciò Antl- Claudiana disse: Chiusa falla, aperta riviene. Molte sono le varianti di questa sentenza. Vuol dire, che la sentenza chiusa, oscura, è come non fosse: quando sia aperta, riviene, risorge. L’ Anti-Claudiano (scambiato in ami il danno) è Alano di Lille (Alanus ab Insulis).

4) Il T: apren ce que tu seis, si qtic soies enseignierres profitables.

19

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il riprende ’. Lo maestro disse: La natura degli

uomini ò tale, clic elli giudicano più to.■«’to le altrui cose, che le loro; e ciò addiviene perchè nella nostra cosa noi siamo impacciati ’, in troppo grande gioia, o in troppo grande dolore, o d’altre cose simiglianti, perchè noi non potemo giudicare la cosa secondo ( h’ ella è. Però comanda la legge romana, che r uomo debba aver avvocato nella sua propria causa. Ma egli addiviene, non so come, che noi vediamo in altrui far male piìi tosto che in noi, e che neir occhio d’ un altro puote l’uomo vedere più tosto un picciol busco, che nel suo una gran trave. E così vede l’uomo lo male del suo vicino ^ di suo compagno, che gli va dinanzi, che il suo, eh’ è dirieto a lui. Ed in tutta questa virtude \ Tullio dice, che l’ uomo dee schifare due vizii. L’uno è, che noi imprendiamo le cose che noi non sapemo per diritta saputa; e che noi ci assentiamo follemente, che ciò è presunzione. Egli

1) 11 T: laide chose eut mi, mnistre, quant il est entechiez de la colpe que il blasme en aîctrui.

2) Corretto in pecca, in impacciati, col t: nos somes cmpeschè.

3) Del suo vicino, manca al t.

4) Corretto ed in tutte queste cose è rirtude. Tullio dice, in ed in tutta questa virtudc, Tullio dice: col t: en toute ceste vertu, dit Tulles. Ommessu poi non, prima di ci assentiamo, col T.

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converrà, che chi vorrà ischifare questo vizio ’,

eh’ egli vi metta tempo e pensieri a considerare le scure cose. L’altro vizio è mettere grande istudio nelle oscure cose e gravi che non sono necessarie; e questo vizio è chiamato curiositade, cioè quando l’uomo mette tutta la sua cura nelle cose di che non ha prò’, e tutto suo intendimento, sì come tu lasciassi la scienza di virtude, e mettessi un grande studio a leggere astrologia ed algorismo ^ Seneca disse: Egli è meglio se tu tieni un poco d’ insegnamento di sapienza, e l’hai prestamente per uso, che se tu n’avessi per mani. Lo maestro disse: Così come l’ uomo chiama buono fattore, non colui che sa molte arti di che usa poco, ma colui che in una o in due si travaglia diligentemente; e non v’ha forza, come ch’egli sappia pur tanto ch’egli n’abbia vittoria ^. così è egli in disciplina. Che v’ ha molte cose che poco aiutano, e molto dilettano; che tutto sia

1) Corretto questi vizH, in questo vizio, col t: eschuer cest vice.

2) Corretto ed in aptrie, in algorismo, col t: algo risme.

3) Le stampe irragionevolmente: e non v’ ha forza, conviene ch’egli sappia -pur tanto che egli n’abbia. Il t: il ni a point de force, combien que il en sache, fors tant que il giiaigne victoire. Corretto col t, e col ms. Bergamasco: E non v’ha forza, come eh’ egli sappia pur tanto eh’ egli n. abbia vittoria.

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ciò che tu non sappi per che ragione ’ lo mare

si sparge, e perchè i fanciulli piccoli sono conceputi insieme, e perchè in diverso destino nascono insieme ^ non ti conviene ^ guari a trapassare * ciò che non è lecito a sapere, e che non ti è profitto ^. Tullio disse: Senno eh’ è senza giustizia, dee essere meglio chiamato malizia che scienza.

1) Corretto perrhù ragione, in per che ragione, col t: par quel raison.

2) Corretto e perchè in diverso destino nascono, in e perchè in diverso destino nascono insieme, col t; et porquoi diverses destinées sont a cels qui ensemble naissent.

3) Corretto non si conviene, in non ti conviene, col t: ne te nuit gaire a trespasser.

4) Corretto trapensare, in trapassare col t: trespasser.

5) Corretto non è perfetto, in non ti è profitto col t: ne le profitte.

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Capitolo XXI.

Della prudenza ’.

In prudenza si dee l’uomo guardare del troppo e del poco, e seguire lo mezzo, secondo che fu detto a dietro nel libro di Aristotile; che là ove virtude si forza oltra suo potere senza ritenimento di ragione, allora cade ella pericolosamente. Gregorio dice: Chi fisamente mira ^ li raggi del sole, e’ abbaglia ^ sì che non vede niente. Salomone dice: Chi non ha prudenza *, distrugge il suo tesoro. Medesimamente ^ guardati di provedere ciò che a noi è vietato, che non è di nostra licenza ^ Cristo disse, non è da sapere a voi lo

1) Corretto il titolo Dell’ insegnamento, che era il titolo del capitolo precedente, in Della prudenza, col t: De prudence.

2) Aggiunto Gregorio dice: Chi Jìsamente, col t; Gregoiros dit: Qui roidement esgarde. La correzione concorda col ms. Bergamasco.

3) Corretto ed, in e’, col t: il entenebrit.

4) Corretto provvidenza, in prudenza, col t: prudence.

5) Corretto raa, in rn,edesimamente, col t: meismement.

6) Corretto a noi è vietato, e non di nostra licenza, in che non è di nostra licenza, col t: car il n’ est pas de nostre licence.

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tempo e’ momenti che 1 Padre ritenne nella sua

podestade. L’ Apostolo disse: Lo senno della carne è nimico a Dio, e la sapienza del mondo è stoltizia a Dio. Seneca disse: Se prudenza passa oltre le cose buone, tu sarai tenuto per ingeneratore di spaventevoli sottigliezze. Se tu richiedi le cose secrète, e ciascuna cosa minuta vorrai sapere, tu sarai tenuto invidioso, sospettoso, e pieno di paura e di pensieri. E se tu metterai tutta tua sottigliezza in trovare una piccola cosa perduta ’, l’uomo ti mostrerà a dito, e dirà ciascuno, che tu sei molto ingegnoso e pieno di malizia, e nimico de’ semplici, e generalmente sarai stimato malvagio " da tutti gli uomini; ed in tali malvagitadi ti mena la dismisura di prudenza. Dunque dee l’uomo andare per lo mezzo, sì che non sia troppo grosso, ne troppo sottile.

1 ) Il T: petite chose perdue; corretto per due, in perduta. 2) Aggiunto sarai stimalo, col t: seras tema por mouvais.

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Capitolo XXII.

Della seconda virtude, eh’ è temperanza

Appresso rinsegnamento della prudenza, ch’è la prima delle altre, eh’ è donna ed ordinatrice, sì come quella che per forza di ragione divisa gli uomini dagli altri animali, ’ ora il maestro vuol dire deir altre tre, e prima di ^ temperanza, e di fortezza, e di giustizia, però che l’una e l’altra è per dirizzare il cuore dell’uomo ^ all’opere di giustizia. Ragione come ’: voluttade \ e paura

1) Corretto Della prudenza e di sua maniera, in Della seconda virtude eh’ è temperanza, col contesto e col t: De la seconde vertu, ce est aler/ipranre.

2) Corretto divisa le cose V unn dall’altra, in divisa gli uomini dagli altri animali, col t: devise les hommes des autres animaus.

3) Aggiunto: tuoi dire dell’altre tre, e prima, col t: veult li maistres dire des autres III, et premièrement.

4) Il T: por adrecier l’ome.

5) Corretto ragione comanda volontade. in ragione come: voluttade, eie. col t: raison comment.

6) Mutato, come altre volte, volontade, in voluttade: t: cotivoilise.

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gì’ impaccia l’ ufficio di giustizia. se non fosse

temperanza, che costringe l’una e forza l’altra *. E tuttavia dice il maestro della temperanza, innanzi che di fortezza, però che temperanza stabilisce il cuore alle cose che sono con noi, cioè ai beni che servono al corpo ^ ma forza istabilisce alle cose contrarie. E dall’altra parte per temperanza governa l’uomo sé medesimo, e per ^ forza e giustizia governa gli altri; e meglio è governare se che altrui.

Capitolo XXIII.

Ancora della temperanza ^

Temperanza è quella signoria che l’ uomo ha contra lussuria, e contra agli altri movimenti, che sono disavvenevoli; cioè la più nobile virtìi che

1) Corretto costringe V una forza e l’altra, in costringe V una e forza V altra, col t: constraint V une, et esforce Vautre.

2) Corretto la bocca serve, in ai beni che servono, col t: as biens qui servent.

3j Aggiunto e, col senso, e col t: et par force et par justice.

4) Corretto Della seconda virtude, eh’ è contemplativa, in Ancora della temperanza, col t: ancore de ce meismes.

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rifrena il carnale diletto, e che ci clona misura e

temperamento quando noi siamo in prosperità, sì che noi non montiamo in superbia, né seguiamo la volontà, che ’ quando la volontà va innanzi al senno, l’ uomo è in mala via. Tullio dice, eh’ è ’ questa virti:i ornamento di tutte vite, è l’appagamento di tutti turbamenti ’; però dee ciascuno votare il suo cuore della volontà e del desiderio ’ del carnale diletto, che altrimenti virtude noi può abitare % secondo che Orazio disse: Se ’1 vasello non è netto, ciò che tu vi metterai inagrerà. Però dèi tu dispregiare diletto, che troppo ci nuoce diletto, ch’è comparato per dolore. Gli avari hanno sempre bisogno ’; dunque metti alcun fine al tuo desiderio. Lo invidioso sempre addolora delle cose graziose ’. Chi non tempera sua ira, egli averà il dolore, e vorrebbe eh’ egli non avesse fatto quello ch’egli avea pensato.

1) Corretto e, in che, col t: car.

2) Corretto che, in eh’ è, col t: cesie vertus est.

3) Corretto de’ tuoi, in di tutti, col t: de tout trouhle ment.

4) Aggiunto e, richiesto dal contesto: e del desiderio, è

glossa di Bono.

5) Corretto aiutare, in abitare, col t: n’ i porroit habiter.

6) Corretto luor/o, in bisogno, col x: a tozjors besoing.

7) Il T varia: li enviens enmagrit tozjors dex grosses choses as autres.

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Ira è corta follia ’; in che tu dèi governare

tua volontà, che se non la fai ubbidire, ella comanda ^; rifrenala dunque al freno, o alla catena. Lo maestro disse: Sotto temperanza sono tutte le virti^i che hanno signoria sopra gli altri costumi ^ e sopra li malvagi diletti che nuocono agli uomini troppo pericolosamente, ch’elli sono cagione sposso di morte e di malattia. Seneca dice: Per lo desiderare periscono la maggior parte dei corpi; d’ altra * parte, chi si dà a’ ^ suoi desiderii, egli è sottomesso ^ al giogo ’ del servo, egli è orgoglioso, egli ha Iddio perduto: egli perde suo senno, e sua avventura ^ e sua virtude. Salomone disse: Sapienza non è già trovata nella terra " di quelli che vivono dilettevolmente ^\

1) Corretto contro alla volontà, e, in corta follia; in, col T: courte forsenerie, en quoi etc.

2) Il t: eie te fera faire cJiose ciesoneste, colla variante di sette codici del Chabaille seguita dal Volgarizzatore: commandera.

3) Corretto maggiori, in costumi, col senso, e col t: sor les autres costumes. Il ms. capitolare Ver. mors, altri meurs.

4) Corretto l’altra parte, in d’altra parte.

5) Aggiunto chi, col t: qui sert à ses desirriers.

6) Corretto ed, in egli, col t: il est sozmis.

7) Corretto luogo, in gioco, col t: an joJig.

8) ^ sua avventura, manca al t.

9) Corretto della terra, in nella terra, col- t: en la terre. 10) Aggiunto c/ic vivono, col t; qui vivent.

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Capitolo XXIV.

Del diletto, e del desiderio

Diletti e clesiclerii sono compiuti e messi i.) opera per li cinque sensi del corpo, donde assaggiare e toccare sono principali, ma gli altri tre sono stabiliti per li due detti di sopra; che noi conosciamo la cosa da lungi per udire e per vedere e per fiutare; ma per l’ assaggiare e ’1 toccare non può conoscere se non d’appresso. Però sono tutti gli uccelli da preda ’ di grande veduta, che gli conviene da lunga conoscere suo pasto. Altresì vide la prima femina il frutto, prima ch’ella ne toccasse ’; e David vide Bersabea ignuda, anzi eh’ egli facesse l’adolterio.

Se noi leggiamo nel Libro della natura degli animali, troveremo che toccare e assaggiare sono pili possenti nel corpo dell’ uomo che in nulla bestia; ma lo vedere e l’ udire e ’1 fiutare sono più deboli e di minore podere nell’ uomo,

li Corretto Della vita contemplativa, in Del diletto, e del desiderio, col t: Des deliz, et de^ desiriers.

2) Corretto di prati, in di preda, col buon senso, e col T: tuit oisel des proie.

3| Il T: qìie eie le manjast.

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che negli altri animali. E perciò dico, che li diletti

che sono per toccare e per assap^giare, sono più pericolosi che gli altri; e le virtudi che sono contrarie a loro ’, sono di maggiore valore. E per ciò che diletto ò nell’ animo di noi per li cinque sensi del corpo, e ciascuno diversamente secondo suo ufficio, addiviene che quella virtù, che è temperanza ^ sia divisa per numero di più membri per costringere la virtù concupiscibile e la virtù irascibile, cioè lo movimento ^ ontoso ed adirato, per governare l’ andamento * de’ cinque sensi; e questi membri sono cinque, misura, onestà, castità, sobrietà e ri tenenza ^

1) Corretto allora, in a loro, col t: sont lor contraire.

2) Le stampe goffamente: avviene, che quella virtù è che temperanza divisa. Corretto: avviene, che quella virtù, che è temperanza, sia divisa, col t: avient il que cele vertus, ce est atemprance, soit devisèe.

3) Corretto l’ uomo vivente, in lo movimento, col t: le movement de convoitise et de ira.

4) Corretto l’ autorità, in l’andamento, col t; la sente (lat. semita).

5) Corretto intendere e ritenere, in sobrietà e rilenenza, col T: sobriétés et rclenance.

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Capitolo XXV.

Della misura \

Misura e una virtude. che tutti i nostri ornamenti, e tutti nostri movimenti ". e tutto nostro affare fa essere senza difetto, e senza oltranza ^. Orazio dice: In tutte cose è certa insegna *, che ’1 retto non può fare né più né meno. Tullio dice: Dimentica li tuoi ornamenti che sono indegni all’ uomo, però che Seneca dice, che ’1 malvagio ornamento di fuori, è messo di malvagi pensieri. Tullio disse: Tua nettezza dee essere, che ella non sia uggia ^ per troppo ornamento, ma tanto che tu cacci le salvatiche negligenze e la campestre laidezza ^

1) Corretto Del diletto e del desiderio, che è tema del capitolo precedente, in Della misura, col contesto, e col t: De mesure.

2) Aggiunto e tutti i nostri movimenti, col t: et nos Tiiovernens.

3) Aggiunto: e senza oltranza, col t: et sans ovAraye.

4) Il T: certaines enseignes. Orazio dice: certi fines, cioè confini.

5) Corretto agio, in uggia, col t: hoÀe.

6) Corretto compassione laida, in campestre laidezza, col T: en champestre laidesce.

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Egli si ha due movimenti, l’uno del corpo e

l’altro del cuore. In quel ’ del corpo dee l’ uomo guardare la sua andatura non sia troppo molle per tardezza, che ciò è segno di superba contenenza; né troppo presta ^ tanto eh’ ella ti faccia ingrossare la lena ^ e mutare il colore; chò queste cose ■* sono segno di poca stabilità.

Il movimento del cuore è doppio. L’ uno è pensiero di ragione. L’ altro è desiderio di volontà. Pensiero si è a dimandare il vero ^, e desiderio fare le cose. Dunque dee Ï uomo curare che la ragione sia donna dinanzi, e che ^ ’1 desiderio ubbidisca; che se volontà, che e naturalmente sottomessa a ragione, non g:li è ubbidiente, ella fa ispesse volte turbare il corpo e ’1 cuore. L’ uomo può conoscere i cruciati, o i smagati per paura, o chi ha gran volontade d’alcuno diletto a ciò, ch’egli muove e cambia ’ lo volto e ’1 colore e la boce e tutto suo atto; che il cuore

1) Corretto e qìiel in iìi quel col t e/i celui..

2) Vedi strambotto ! ciò è segno di superbia; ne tenenza troppo presta. Corretto: ciò è segno di superba contenenza, né ecc. col T: ce est semblant de superbe contenance.

3) Corretto lana, in lena^ col t: l’alaine.

4) Corretto e queste cose, col contesto, e col r: car ces choses, in eh) queste cose.

5) Il t: pensée est eììqì’,erre le voir.

6) Aggiunto e, col t: et que li desirriers obéisse.

7) Aggiunto e, col t: muent et rhangent.

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303
eh’ ò infiammato d’ira batte fortemente, lo corpo

triema, la lingua balbetta, la faccia iscalda, gli occhi scintillano ’ sì che non puote conoscere li suoi amici \ La faccia mostra ciò eh’ è dentro, però Giovenale dice: Riguarda lo tormento e la gioia del cuore, in la faccia ’ che sempre mostra suo abito.

Per le parole che sono detto può l’ uomo intendere, che ’l desiderio della volontà deve essere ristretto ’ ed acchetato; che i bisogni e gli ’ affari sono diversi, secondo la diversità di costumi, dell’età, e di altre cose’. Sì come ha di corpi grande diversitade, che l’uno ô leggiere per correre, e l’altro e forte per giostrare, altresì ha egli nel cuore maggiore diversità di costume ’; che l’uno ha cortesia, l’altro ha letizia, l’altro crudeltà,

li Corretto: islcnde celando, ’m scili (Ulano, col t: cslincelenl.

2) Il t: hr amis, ne lor acoinles.

3) Corretto e, in in, col t: en la face.

4) Corretto e, in deve essere, col t: doivent estre.

5) Corretto col Usogno; che gh afari sono diversi, in che i bisogni e gli af an sono diversi, col t: car les hesoignes et li afaire sont divers.

6) Corretto (/i maggiori e di pari cose, in di costimi, di età, e di altre cose, col t: des costumas, des aagex, et des autres choses.

1) Aggiunto di costimi, col t: diversitez des costumes.

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304
l’altro è savio ’ di celare suo pensiero, ed altri

semplici ed aperti che non vogliono celare loro fatto, anzi amano verità e guardano amistà ^ Che dirò io? altrettante sono le volontà, come sono le figure. Persio ha detto ^: Egli ci ha mille maniere d’ uomini, che delle loro usanze sono dissimiglianti; ciascuno ha suo volere, e le genti non vivono ad una volontà. Tullio dice: Ciascuno dee mettere sua intenzione a cosa che gli sia convenevole, e già sia ciò ^ che le altre cose saranno migliori e più onorabili, tuttavia dee egli misurare suoi studi secondo suo stato. Ragione come ^: S’ egli ^ è debile di suo corpo, ed egli ha buono ingegno e viva memoria, che non sia cavaliere; ma diasi a studio di lettera, e di chierisia, che ’^ nulla dee andare contra a natura, né seguire

1) Il t: sage et voisoiis.

2) Il T: gardent amisfiè, et heaiit òarot.

3) Corretto -per questo detto, in Persio ha detto, col t: Perses dit.

4) Corretto e già sa ciò che, in e r/ià sia ciò che, col t: et jà soit ce que.

5) La stampa rabbatuffola: dee egli misurare sua invidia secondo sua regola, e la ragione comanda. Corretto misurare suoi studi secondo suo stato. Magione come. Il t; doit il amesurer ses estudes selonc sa riale, colla variante di cinque codici del Chabaille: sa taille. 11 ms. cap. Ver. ses invides.

6) Aggiunto di, col t: foibles de son coes.

7) Aggiunto e di chierisia, col t: et de cìergie.

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305
quello ch’egli non può conseguire \ ma se bisogno

a noi fa mischiarci in ^ cose che non appartengono a nostro ingegno, noi doverne operare sì che ^ noi facciamo bello senza laidezza, o poco a disnore *, Né noi non dovemo tanto sforzare lo bene eh’ è ^ a noi donato, come di fuggire li vizii ^.

Le proprietadi dello tempo ne conta Orazio in questa maniera ^ Lo ’nfante sino a tanto ^ ch’egli sa parlare eJ andare, vuole giuocare colli

1) Mutato seguitare, in conseguire, col t: ne puet con suirre.

2) Le stampe vaneggiano: non fa misdire. Corretto: ma

se bisogno a noi fa mischiarci in, col t: mais se hesoings nos fait mesler es choses.

3) Aggiunto 5^, col T: ainsi que.

4) Corretto o pih a disiiore, in o poco a disnore, col T: ou a po’ de deshonor.

5) Corretto comune, in eh’ è, col t: li biens qui nos sont donè.

6) Corretto fuori, in fuggire, col t: fòir les vices.

7) Le stampe affastellano: come di fuori li vizii, le proprietadi, lo tempo, che ne conta Orazio. Corretta la lezione secondo i mss. Magliabecli. 47 e 48, ed il t: les propriétés des aages nos raconte Oraces en ceste maniere.

8) Corretto lo fante ha tanto, in lo ’nfante f no a tanto, col T: li enfes, maintenant.

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suoi pari ’, e si cruccia, e si rallegra % e si muta

per diverse ore. Li giovani, che non hanno oggimai guardia, si dilettano a cavallo, in cani ^ ed in uccelli. Elli si corrompono * leggermente a’ vizii, e si crucciano, quando l’uomo li castiga: egli si provvede tardi di suo prò ^, e guasta suo retaggio. Egli è orgoglioso, ed ontoso ’’, e lascia tosto ciò ch’egli ama, che giovane uomo non ha punto di fermezza. E quando vien in tempo, ed in coraggio ’^ d’ uomo, egli muta la sua maniera.

1) Corretto a gliwcare là dov’ egli vuole, in mole giocare colli suoi pari, col ni.s. Magli abech. 48 e col t: veult joer à ses per. Il ms. Magli abec 47: coìi suo -padre!

2) Corretto e si gioslra, in e si rallegra coi mss. Magliabec. 47 e 48, e col t: et s’esjoit.

3) Aggiunto in cani, coi mss. Magliabech. 47 e 48, e col t: as chiens et as chans, colla variante di due codici et in oiiiaus.

4) I rass. Mag-liab. 47 e 48 s’ acconcia leggermente a vizii.

5) Corretto /’ uomo si castiga, egli si promuove tardi di sua opera, in /’" uomo li castiga, egli si provede tardi di suo prò’, coi mss. Magliabec. 47 e 48, e col t: quant on le chaslie, il se porroit à lart de son preu.

6) Il t: covoiious: i mss. Magliabec. 47 e 48: volonteroso: altri: colloso.

7) Corretto e di, in ed in, coi mss. Magliabec. 47 e 48 e col T: et cu.

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e richiede ’ amici, e ricchezza, ed onore, e si

guarda di fare cose che gli convenga mutare. Li vecchi hanno molte angosce; elli chieggono le cose, e quando le hanno acquistate, sì temono d’ usarle ^. Egli fa tutte sue ^ cose gelatamente e codardamente; egli mette in indugio % pensa in chiedere e volere ciò eh’ è anche addivenire; egli compiange ciò eh’ è presente ^, e loda il tempo passato, e vole castigare li giovani, e giuocare con le giovane ^

Massimiano dice: Li vecchi lodano le cose passate, e biasimano le presenti, per ciò che nostra vita peggiora continuamente; lo tempo del padre è peggio che quello dell’avolo; il nostro

1) Corretto richieggono, in richiede, colla grammacica, col ms. Magliabec. e col t: quiert.

2) Temono d’usarle, il t: si a paor dou perdre.

3) Corretto egli fa tulte queste cose, in sue cose, eoi t: ses choses.

4) Il T: il met en délai. Corretto: col ms. Magliabec. 47. La stampa leggeva: egli pensa in chiedere, e vole. Corretto vole, in volere, col t, e mss. suddetti.

ó) Corretto ciò che perde, in ciò eh’ è presente coi mss. Magliabec. 47, e 48 e Laurenz. 23, e col t: il se plaint de ce qui est présent.

6) I mss. Magliabec. 47, e 48: giudicare i giovani. Il Volgarizzamento: e vole castigare li giovani, e giuocare con le giovane. Il t: il veult chastier les enfans, et jugier les Jones. Orazio aveva detto, che il vecchio è: censor castigaiorqne minorum. Quante metamorfosi da penna a penna!

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tempo ò peggiore che quello del padre; ed anche

saranno i nostri figliuoli più pieni di vizii. Giovenale dice: La terra nutrica ’ ora malvagi uomini e piccoli %. e anche di questa materia dice Tullio, che ’1 giovane uomo dee portare reverenza al vecchio, e intra loro amare li migliori provati ^ ed usare di loro consigli. Seneca dice, che le ignoranze e la follia de’ giovani debbono essere governate per lo consiglio de’ vecchi \ Terenzio dice: Mentre che il cuore è dottoso, egli va qua e là. Tullio dice: In gioventute è grande debilezza di consiglio, che allora crede ciascuno che debba vivere secondo che più gli piace, e così egli è sorpreso ^ da alcuno suo corso di vivere, anzi eh’ egli possa lo migliore iscegliere. Però

1) Corretto terra moUiplica, in la terra nutrica, col ms. Bergamasco, e col t: la terre norrit.

2) Corretto rei, in piccoli, col t. raauvais homes et petiz.

3) Corretto le migliori prove, in li migliori provati, col t: les mieulx esprovez.

4| Le stampe delirano: le onoranze e le follie de’yiovani, debbono essere onorate per lo consiglio f/e’ vecchi. Ut: la ignorance et la folie des Jones doit estre governèe par la conseil des vielz. Corretto secondo ragione, e coi mss. Magliab. 47, e 48.

5) Corretto soppresso, in sorpreso, col t: sorpris.

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debbono li giovani mirare la vita ^ degli altri,

così come in uno specchio, e di ciò pigliare esemplo di vivere. Seneca dice: Buona cosa è guardare in altrui quello eh’ egli dee fare ". Giovenale dice: Quegli è bene agurato, che sa guardare se per altrui pericolo. Quando il fuoco è appreso in casa del tuo vicino, sì dèi fornire la tua d’acqua. In questo tempo si dee l’uomo guardare sopra tutte cose di lussuria e d’altre levità ^ e fare sì come Giovenale dice: Quando tu fai le villane cose, siano piccole, e ritaglia i tuoi crimini con la tua prima barba \ Tullio dice: Li giovani si debbono travagliare di cuore e di corpo, sì che lo loro insegnamento vaglia ad officio della loro città, cioè a dire, eh’ egli si deano adusare da giovani a ben fare sì che elli lo ritegnano tutto tempo della loro vita, che ’1 vasello ^ guar 1) Corretto eia, in vita, col t: la vie des antres, ed ommesso che dopo però, perchè non è nel T, è dà all’ inciso un senso diverso da quello di Brunetto.

2) Il t: le male que on doit /o ir.

3) Il T: lecherie.

4) Corretto a, in con la, col senso, e col t, die veramente dice: retaille les crimes o a premiere harle; e Giovenale: quaedam cìim, prima resecentur crimina harha. Corretto crini, in criraini, col ms. Magliabec. 48. Il ms. cap, \ er. invece di crimes legge crines.

5) Il t: // poz.

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derà o manterrà l’odore ch’egli prese quando fu

nuovo, Orazio disse ’: Lo ’nfante ^ apprenda sofferiro povertà, ed a menare cavalleria e migliori cose. Tullio disse: Quando vole rilassare suo coraggio, e mettere l’intendimento a diletto, guardisi dalla distemperanza, e sovvegna loro di vergogna; e ciò faranno più leggeri, s’egli sofferranno che gli anziani sieno al giuoco ^ E’ loda bene a giuocare alcuna volta per riposare sé, altresì come di dormire; che natura non ti fé né per giuoco, né per sonno *. Orazio disse: Profittabile cosa é a’ giovani fanciulli e fanciulle giocare nella loro fanciullezza; ma poi eh’ elli ^ si

1) Al T manca: Orazio disse, ed è di Orazio la sentenza che segue.

2) Corretto lo fante, in lo ’ììfanle, come sopra, col t: li enfant.

3) Le stampe a zonzo: quanto tale a rilassare suo coraggio, e mettere a intendere a diletto grande, sia dotto di temperanza, sovvenga loro di vergogna, e ciò saranno più leggieri, s’egli sosterranno ch’egli hanno sieno ìin giuoco. E si fa autore Cicerone di sì bella sentenza ! Il t: quant il vuelent relaissier lor corages, et metre entente à deliz, gardent soi de desatemprance, et soveigne lor de vergoigne; et ce sera plus legier se il sueffrent que li uinznè soient au geli. Corretto anche col ms. Bergamasco.

4) Il t: nature ne nos Jìst pas por joer, mais por sens.

5) Aggiunto: giocare nella loro fanciullezza; ma poi, col T: ioer en enfance, mais que il s’estudient puis etc.

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studino ad avere senno, però die non ci vale

giuocare, che ’1 giuoco ingenera briga ed ira ed odio e mortale battaglia \ Tullio disse: Due maniere sono di giuocare: l’ una è villana e malvagia e laida, e l’altra è leale e cortese ed ingegnosa.

Gli uffici ^ dell’ uomo che ha passato gioventudine, sono quelli che Orazio nominò qua a dietro, di che egli non ha qui a ricordare ^, però se ne passa ora Io conto brevemente.

Al vecchio dee l’ uomo menomare la briga del corpo, e crescere quella dell’ anima, od in apprendere \ od in gastigare, o in servire Iddio. Terenzio dice: Nullo non fu unque sì pieno di senno, che la cosa, il tempo, o l’usanza ^ non richiegga sempre di alcuna novella cosa, ch’egli

1) Il T: 2)uis à avoir sens, et « laissier ce que riens ne lor vaut, et garder que li geu ne lor f acent cheoir; car li gieus engendre estri f, et eslrif engendre ire, et ire engendre haine et mortel bataille,

2) Corretto l’ufficio, in gli uffici, colla grammatica. Il T dice tutto in numero plurale: l’ojìces sont, etc.

3) Il T varia: en quoi il n’ a que amender.

4) Corretto ed in prendere, in o in apprendere, col t; ou en aprendre.

5) Corretto la ove il tempo e l’ usanza, in la cosa, il tempo, l’usanza, col t: la chose, ow li usage, ou li aages.

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non sa ’, e che l’ uomo non rifiuti ciò che in

prima gli piacea, quando egli lo prova; che molte cose ^ somigliano d’ essere buone innanzi che l’uomo l’assap-gi, ma quando l’uomo le assaggia, l’uomo le trova malvagie. Tallio disse: Li vecchi debbon mettere l’ intendimento a consigliare gli amici giovani. Vecchio uomo non si dee tanto guardare di nulla cosa ^ come abbandonare so a pigrizia \ altrimenti gli dirà l’ uomo quello che Orazio dice: Tu imprendi invidia ^ e lasci virtudi. Tullio dice: Lussuria è laida in tutto tempo ®;

1) Le stampe: non richiegga sempre di alcuna novella cosa, e che egli non crede sapere di quello ch’egli non sa. Corretto: non richiegga sempre di alcuna novella cosa ch’egli non sa. II t: ne requière tozjors aucune novele chose que il ne seit.

2| La stampa: e qttando egli le prova, che molte cose somigliano. Corretto quando egli lo prova; che molte cose somigliano. Il T: quant il Vespruevc; car maintes choses sem~ bien t.

3) Corretto nelle cose, in di nulla cosa, nel t: de nule chose.

4) Corretto abbandonare asprezza, in abbandonare sé a pigrizia, col t: abandoner soi à perescc.

5) II T: tu te apoies as vices, colla variante di quattro codici di Chabaille frantesa da Bono: t’apaiez envie. Doveva tradurre tu appaghi il desiderio. Orazio: invidiam placare paras. Citato in Moralium Dogm. LV.

6) Corretto in tutto agio di tempo, in in tutto tempo, col T: en tout aage. Devesi imputare questo strafalcione all’amanuense, o al volgarizzatore ?

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ma troppo laida è in vecchiezza; e se intemperanza

è con essa, ciò è doppio ’ malo, che a vecchio s’appiglia ’l’onta, e la intemperanza del vecchio fa il giovane mono savio. E di ciò Giovenale disse: Gli esempi de’ nostri primi padri che furo dinanzi a noi ^ ci corrompono più tosto, che noi siamo leggeri a seguire laidezza e malvagità. Tullio disse: Gli offici de’ bisogni sono molto diversi, che ’1 signore dee mantenere li bisogni

  • della città, e guardare la legge, e ricordarsi

che la legge è data in sua mano, ed in sua guardia ^; ma un altro borghese dee vivere del diritto \ donde gli altri vivono, ch’egli non faccia troppo alto, ne troppo basso, ma guardi il comune bene in pace, ed in onestà, sì eh’ egli non caggia nel peccato di Catellina, di cui Salustio dice: Quelli che sono poveri nella città, hanno sempre invidia de’ ricchi, e seguiscono lo malvagio, ed odiano le vecchie cose, ed amano le novelle; e

1) Corretto di più, in doppio, col t: double mal.

2) Corretto simiglia, in s’appiglia, col t: zeilhsce reçoit

la honte.

3) Il T dice solo: nos prienz (-prins nati, ante nati).

4) Mutato qui, e poco sopra: bisognosi, in bisogni, col t: besoignes, col ms. Berg. e col senso. Moralium Dogma, invece di besoignous legge negotiatores.

5) Corretto ma non di, in ed in, col t: et en sa garde.

6) Aggiunto del, col t: doit vivre dif, droit dont li atitre vivent. Le stampe leggono: dee vivere diritto !

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per la malavogliaiiza ’ delle cose, desiderano che lo stato della città si tramuti tutto giorno. Tullio disse: Li strani ^ non si debbono intramettere di nessuna cosa, se non di loro bisogna: eh’ elli non si intramettino dell’altrui bisogno. Villano officio ha quegli che compera mercatanzie dal mercatante per rivenderle incontanente, che non può nulla guadagnare senza mentire ^ e nulla cosa non è più laida che vanità. E però l’ uomo dee richiedere ciò che gli è mestiere senza laidezza, e risparmiare \ Tullio dice, che non è si grande guadagno come di guardare ^ ciò che V uomo ha. Medicine e specierie ® sono oneste a quegli che gli conviene; ma mercatanzia s’ella è piccola l’uomo la tiene a laido, s’ ella è grande e dà guadagno

1) La stampa: amano le novelle per la malavoglienza delle loro cose. Desiderano che lo stato ecc. Mutata l’interpunzione, col t: et por la malvoillance de lor choses, desirrent que li estât de la citè se remuent tozjours. Il Verratti crede, che in luogo di malvoillance, il t debba leggere malfailiance, o failhance, perchè Sallustio dice: quihus opes millae sunt (V. Illustrazione).

2) Corretto li savi, in li strani, col r: li estranee.

3) Corretto tormento, in mentire coi mss. Magliabec. 47 e 48, e col t: saìiz mentir.

4) Corretto laido, in laidezza, ed aggiunto: e risparmiare, col T: sanz laidesce et cspargnier.

5) Corretto guadagnare, in guardare, col t: garder.

6) TI T: medicines et cliarpentcrìes.

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e dà utilità a molti senza vanità \ ella non dee

essere biasimata, Nullo mestiere è più buono che lavorare terra, ne più crescevole, né più degno d’uomo franco; di cui Orazio dice: Quegli ha bene operato ’ che lascia tutti li mestieri, sì come fecero gli antichi, che coltiva suoi beni, sue greggie, e suoi campi ’ senza laidezza e senza usura.

1) Age-iunto: a molti, col t: ilone a j.lusor sanz vanite.

2) Orazio qui citato a sproposito, perchè parla ironico,

dice: heatus ille, il t: bieneurès; ma una variante, seguita

da Bono, dice: bons ovries:

3| Le stampe: sì come fecero gli antichi che coltivavano;

e queste cose sono senza laidezza e senza ìisura. Ut: et cultive ses biens, et ses chans, et sa terre sans laidece et sanz usure. ’Corretto col t.

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Capitolo XXVI.

Qui dice d’ onestade ’.

Onestà è guardare onore e in parole, e in costumi *, cioè a dire che l’ uomo si guardi di fare e di dire ^ cosa onde gli convegna poi * vergognare; che natura medesima, quando ella fé’ r uomo ^, volse ella medesima guardare onestà. Ella mise in aperto nostra figura, in che ha onesta ^ sembianza, e ripose le parti che sono date al bisogno dell’ uomo, però elle sarebbero laide a

1) Corretto Come l’uomo dee dire pesate parole, col t: De honestè, e coi mss. Bergamasco, e Magliab. 47 e 48.

2) Corretto ed a maggiore, in e in costumi, col t: et es costumes, e mutato prima: e parole, in in parole, col t: es paroles.

3) Aggiunto che V x’.omo si guardi di fare e di dire, col T. que V on se g art de faire et de dire.

4) Corretto più in poi, e si in gli, col t: dont se doie puis vergoignier. I mss. Magliab. 47 e 48 hanno queste quattro correzioni.

5) Corretto ella la fa, in ella fé’, col t: quant eie fst l’orile.

6) Corretto onestà, in onesta, col t: honsste semblance.

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vederle. E gli onesti uomini seguitano ’ diligentemente

questa forza di ’ natura, eli’ egli nasconde ciò che natura ha riposto ^ e ciò è onesta cosa, che l’uomo onesto non mostri suo membro. Altresì dee r uomo avere vergogna in parola, ch’egli non dee ricordare suo membro, perch’ egli è riposto \

È oziosa cosa ’ in alte bisogne ’^ dire in modo di sollazzo, che quando Paricles e Sofocles ’ erano

1) Corretto schifano, in seguitano col ms. Magliab. 48, e col t: ensuient. 11 codice capii, ver.: eschi/ent diligenlement ceste sorge de nalure.

2) Corretto queste forze, in questa forza, col t: ceste force. Il ms. cap. ver. legge: sorge, cioè sorgente. Nel Mor. Dogm. LXII: Hanc diligentem /ai rzcar/i naturae imitata est hominum verecundia.

3) Aggiunto eh’ egli nasconde ciò che natura ha riposto, col ms, Magliab. 48, e col t: car il reponent ce, que nature repont.

4) Il t: l’on ne doie pas nomcr les memhres qui sont en repost par lor droiz nous.

5) Le stampe male appiccicando: perch’ egli è riposto, e sozzo. Corretta l’ interpunzione, ^ye/c/»’ eyli è riposto. E oziosa cosa etc. Col t: sont en repost... Oisouse chose est etc.

6) Corretto è altro è a dire, in alte bisogne dire. Il ms. Magliab. 47 tale bisogna, lì t. et autes besoignes dire. Il ms. cap. ver. est as autres es beseinges dire. Il ms. Magliab. 48 quando V uomo è imbisognato.

1) Corretto Parides e Cofodcs in Paricles e Sofocles, ecosi poi, col T: Paricles et Sofocles.

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compagni in una pieve ’ ed elli trattavano di

loro officio, un bello giovane passò dinanzi a loro, Sofocles disse: Vedi bello giovane. Paricles rispose: Piovano dee "^ avere vergogna, non tanto nelle mani, ma negli occhi. Ma se Sofocle ciò avesse detto al mangiare^, egli non dovrebbe essere biasimato niente. Onde perciò ^ disse Orazio, che ad uomo tristo si conviene tristo parlare; a corrucciato, parole di cruccio ^ e di minaccio; a quelli che si sollazzano, parole di sollazzo; al savio, parole savie; ma se la parola è divisata e dissi migliata dall’essere di colui che la dice, tutte le genti se ne gabberanno.

Lo quarto officio insegna Orazio ove disse ^ Non cercare il segreto di alcuno.

1) Mutato farle, in incve ( risponde al ficcano, che viene appresso) col ms. Laur. 23, e col t: en une prevoste. Curiosa traduzione di prevost in piovano. Precùt è stato titolo di magistratura criminale in Francia, fino alla rivoluzione ’ Veratti ). 11 Magliabech. 47 ha preposto, il Magliab. 48, ha signore e governatore.

2) Corretto d’ avere, in dee avere, col t: doit avoir.

3) Mutato di in al col Magliab. 47, e col t: au mangier.

4) Corretto CVò, in Onde perciò, coi nia. Magliab. 47, e col T: for ce.

5) Di cruccio, manca al t.

6) Corretto Orazio disse, in lo (juarto officio insegna Orazio, ove disse, col t: le quart office ensegne Orace, là où il dit.

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Lo quinto ufficio disse Orazio medesimo: Se

alcuno ti dice suo segreto, tu il celerai, e non lo iscoprirai. ne per ira, ne per giuoco ^ Guarda che tu dichi, a cui ’, e di cui: e sì ti guarda da quello che ti dimanda scegli è Musingatore sgolato \ eh’ egli non può celare quello eh’ egli ode, né ritener quello che gli entra per gli orecchi, che poi che la parola è uscita della bocca, ella vola in tal modo che mai non si può richiamare. Lo maestro disse: Non scoprire il tuo segreto, che se tu medesimo noi vuoi celare, tu non dèi comandare ad altrui che lo celi. Terenzio disse: Tieni in te ciò che tu odi, più volentieri che tu non parli. Salomone disse: In molto parlare non falla peccato. Sopra tutte le cose, sì fuggi tenzone; che dottosa cosa è ad astringere contro a suo pari, e fuori di senno è tenzonare a’ suoi maggiori, e laida cosa a piii basso: ma ^ piii folle chi si pone a tenzonare con folle, o con ebro.

1) Il t: ne par jjvresce.

2) A cui, manca al t.

3) Corretto se gli, in s’ egli, col t; se il est.

4) Il T: ienglierres, che il Serio traduce: linguacciuto. o, Ag-giuuto a piì basso: ma, col t: a plus bas: mais.

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Capitolo XXVII.

Della castità

Castità è a domare ^ lo diletto del toccare ’ per temperamento di ragione. Salustio disse: Se la volontà di lussuria segue lo coraggio, e ne ha signorìa, lo coraggio non ha podere di ben fare \ Seneca dice: Diletto è fragile e corto, e di tanto come si fa ^ più volonterosamente, dispiace più tosto; e alla fine conviene che egli si penta, o

1) Corretto Come l’uomo dee tisare parole oneste, in Della castità, col senso, e eoi t; De castée,

2) Corretto dottare, in domare, col T: donter. Un codice del Cliabaille legge douter, come lesse Bono.

3) Aggiunto del toccare, col t: le deliz de touchier. La definizione è ripetuta verso la fine del capitolo, ed è conforme a questa correzione.

4) La stampa mutila; se la volontà di lussuria procede, lo coraggio non ha -podere di ben fare. Empiuta la lacuna col T. se la volontez de hsstire ensìili le corage, et elle i a seignorie, li corages n’ a poolr de bien faire. Moralium Dogma LXI in luogo di volente, recita volwptas, forse letto da Brunetto volicutas, come altre volte.

5) Aggiunto sif col t. come l’on le fait.

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e-^li abbia onta. In)ussuria ’ non ha nessuna alta

cosa ^ che sia avvenente alla natura dell’uomo, anzi è bassa e cattiva, però che viene dall’opera del villano membro. Tullio dice: Laida cosa è che molto si fa biasimare, lo inchinare la franchezza dell’ uomo alla servitù del diletto, e fare di suo travaglio altrui voluttà \ Egli sovviene ’ tuttodì al forte uomo e savio, che bene la natura d’ uomo sormonta alle bestie, che elle non amano se non diletto, e a ciò mettono tutto loro sforzo; ma cuore d’uomo intende ad altre cose, cioè a pensare, e a comprendere. E però se alcuno è troppo richiesto ’ di diletto, guardisi che non sia di lignaggio di bestia; ma ’ s’ egli è savio, e volontà r assale, egli si riprende a poco a poco ’ per vergogna.

Guardate dunque che ’1 diletto non abbia signoria sopra di noi ^ che fa molto sviare Tuomo

1) Corretto E, in i», col t: En luxure.

2) Aggiunto alta, che ha riscontro con bassa nello stesso periodo, col t: nule haute chose.

3) Mutato volontà, in voluttà, col t: /aire de son travail

autrui délices.

4) Corretto s’avviene, in sovviene, col t: il sovient.

5) Il t: trop enclins a délit.

6) Mutato e, in ma, col t: mais.

7) Ut: il repont son apetit por vergoigne.

8) Mutato mi, in noi, col t: sor nos.

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da ’ virtude. Però disse la santa Scrittura: Se tua

opera non è casta, sia privata ^. Lussuria e vino ^ confondono la scienza dell’ uomo, e mettonlo in errore della fede, che certo chi bene considera la natura di castità, che è per domare ^, il diletto del toccare, egli troverà che ’1 diletto è in due maniere: uno eh’ è per lussuria, un altro che è dell’altre membra; siccome ornare di robe, e bagni e arnesi, e di giuoco di dadi, e di cotali altre cose ^ che corrompono la vita dell’ uomo se le sono dismisurate %. ma chi le fa alcuna volta, e temperatamente, e senza malvagia volontà, l’uomo lo deve bene sofferire, s’ egli non peggiora sé, né lo suo onore, ne le sue cose ".

1) Mutato di, in da, col t: il fait molt desvoier de vertu.

2) Due codici del Chabaille, qui aggiungono: Li mondes est devises en III parties, les queles sont gon,vernèes par I seul, sur les queles regnet II darnes, e’ est luxure et arnbitions. Cosi era a que’ tempi !

3) Corretto vizi, in vino, col T: vins.

4) Corretto dottare, in domare, come sopra, col t: donter. 5j Le stampe pazzamente: e basci, e di giuoco di dare

e tollere. Corretto col t: et de bains, et de karnois, et de jeue de dez, et de tels axUres choses.

6) Ommesso queste cose, dopo dismisurate, perchè ripetizione inutile dell’amanuense.

7) Le stampe ancora pazzamente: s’ elli non fregia ne questi onori, ne queste cose. Corretto col t: se il n’ emiìire soi, ne ses honors, ne ses choses.

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Capitolo XXVIII.

Ancora parla qui del diletto ’.

Altra maniera di diletto che è per lussuria è veramente ^ contra buona vita, se ciò non è castamente fatto. E ciò puote essere per cinque ragioni. L’una, che, lo aggiugnimento sia d’uomo con femina.La seconda, che non sieno parenti. La terza, che siano in diritto matrimonio. La quarta, che sia per ingenerare. La quinta, che sia fatto secondo umana natura ^

Per queste parole poterne intendere, che matrimonio è santa cosa, e piacente a Dio e agli uomini \ e profittevole in molte maniere. L’una,

1) Il T non fa qui divisione di capitolo, ma continua il precedente. Corretto il titolo delle stampe: Come l’uomo dee usare parole caste, in Aìicora parla qui del diletto, col ms. Bergamasco, e col codice francese capitolare di Verona. Il titolo di questo capitolo, fu trasportato per errore in capo al capitolo seg-uente.

2) Il T: fièrement.

3) Aggiunto umana, col t: humaine nature.

4) Il T: plaisans a Dieu, et pourj tables en plusieurs manières. Empita la lacuna, perchè altrimente il contesto è difettoso. Aggiunto: profittevole in molte maniere.

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però che Iddio lo stabili primieramente. La seconda,

per la dignità del luogo ov’ egli fu fatto, cioè in paradiso terreno ’. La terza, che ciò non è per nuovo istabilimento. La quarta, che Adamo ed Eva erano netti di tutti i peccati quando fu fatto. La quinta, però che Iddio salvò questo ordine nell’arca del diluvio. La sesta, che Nostra Donna volse essere di questo ordine. La settima, perchè ^ Cristo andò alle nozze con sua madre, e con suoi discepoli. La ottava, però che Cristo nelle nozze fece dell’ acqua vino, per significanza del vantaggio che viene del matrimonio. La nona, per lo frutto che ne nasce, ciò sono i figlioli. La decima è, perchè è de’ sette sacramenti della Chiesa ^ L’ undecima, per lo peccato che l’uomo schifa per lo matrimonio, e per molti altri prò * che sono acquistati all’anima e al corpo.

E tutti quelli che vogliono fare matrimonio, debbono considerare quattro cose. L’ una è per avere figliuoli. La seconda, eh’ egli s’ aggiunga con suo ^ pari di lignaggio, e di corpo, e di

1) Aggiunto terreno, col t: terrestre. Bono tradusse terrestre, in terreno, nel libro I.

2) Il t: Nostre Sires Ihesu Criz.

3) Ut: Sainte Eglise. Bono è meno devoto di Brunetto!

4) Corretto però, in prò, col t: mains autres frofiz.

5) Corretto s%oi, in suo, col senso, e col t: À son farcii de lignage.

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tempo. La terza, ch’elli sieno stratti ^ di buona

gente, cioè ^ che sia stato buono uomo il padre, e buona femina la madre. La quarta, eh’ ella sia buona e savia ^, che ricchezza è donata dal padre, e senno da Dio.

Guarda dunque tutti i chierici, e tutti gli altri che sono istabiliti al servigio di Dio *, e le vedove donne, e le pulcelle, che non caggiano in questo pericoloso vizio, che danna il corpo e l’anima.

1) Corretto: slati, in strani (come nel primo libro), col estraiz.

2) Corretto nati e, in cioè, col t; ce est.

3) Corretto eh’ elle sieno buone e savie, in eh’ ella sia, e savia, col t: que eie soit bone et sages.

4) Il t: Ihesu Crisi.

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32G

Capitolo XXIX. Di sobrietade ’.

Sobrietà è a domare ^ lo diletto dell’ assaggiare, e ^ della bocca, per temperanza di ragione. A questa virtù e’ induce la natura, quando fece sì piccola bocca a così grande corpo. E dall’altra parte gli fece due occhi e due orecchie, e non gli fece più che una gola * e una bocca. Ma molto ci sprona a ^ sobrietà il diletto della gola, che non dura se non quant’ egli passa per la gola, e ’I dolore della malizia che te ne dee venire dura lungamente. Considera dunque, che ogni cosa immantenente che r è mangiata, si è corrotta; che non è così degli altri sensi, che per vedere, o per udire una bella cosa, non è però corrotta. Sa li Corretto il titolo: Ancoì’a parla qui del diletto, in Di sobrietade, col t: De sobriété.

2) Corretto ancora dottare, in domare, col t; donter.

3) Aggiunto e, col t: et de la bouche.

4) Una gola, è giunta di Bono.

5) Mutato spone, in sprona, col t: semont. Poco sopra semont, è tradotto induce.

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neca disse: Considera ciò che a natura è sufficiente

\ e non ciò che lussuria ^ richiede; che siccom’ il pesce è preso all’ amo, e l’ uccello al lacciuolo, così è l’uomo preso per mangiare e per bere dismisuratamente. Egli perde suo senno, egli perde sua coscienza, egli dimentica tutte opere di virtii.

In questa virtù ha quattro ufficii.

L’ uno è di non mangiare innanzi ora stabilita. Seneca disse: Nulla cosa è dilettevole, s’ eir è troppo ispesso. Orazio disse: Ciò eh’ è poco, diletta più. Resta adunque infino a tanto che natura si muova, che tutti gli oltraggi la confondono, e misura la conforta.

Lo secondo officio è, che l’ uomo non chieggia troppo preziose vivande, che crapule e ebbrezze non sono senza lordura. Ahi come è laida cosa di perdere senno, moralità ^ e sanità per soperchio di vino e di vivanda ! Giovenale dice, che in questo vizio caggiono quelli che fanno grande forza, come l’ uomo debba partire la lièvre e la gallina.

1) Corretto sofferse, in è sufjicìente, col t: ce que à nature suffist.

2) Corretto leggiadrìa, in lussuria, col t: lecherie, così tradotto altre volte.

3) Corretto memoria, in moralità, col t; rdoralitè.

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Lo terzo officio è, che V uomo dee costringere

il pensiero ’ di mangiare. Seneca dice, che sia tua vita di picciolo mangiare, e ’1 tuo palato sia mosso per fame e non per sapore. Sostieni dunque tua vita di tanto, quanto natura richiede. Orazio disse: Le vivande che sieno prese senza misura, divegnono amare. Seneca disse: Tu dèi mangiare per vivere, e non vivere per mangiare. Orazio dice: E’ non è cosa, che V ebbrezza apertamente

  • non faccia, ella iscuopre il secreto,

ella mena il disarmato a battaglia, ed insegna ^ l’arti. Gieronimo dice, che chi è inebriato, è morto e seppellito. Agostino dice: Quando l’uomo crede bere il vino, e egli è bevuto da lui. Lo maestro disse: Più onorevole cosa è che tu ti lamenti di sete, che essere ebbro ^ Lo poeta disse: Virtude è a sotferirsi ^ delle cose che dilettano in mala parte.

Lo quarto officio è, che per mangiare tu non dispenda disordinatamente; che ciò è laida cosa che’ tuoi vicini ti mostrino a dito, e dicano: Tu sei divenuto povero per tua ghiottornia. Orazio disse:

1) Il t: le corale dou mangier.

2) Aggiunto: aperlamente, col t: ne face aperte.

3) Corretto e disdegna, in ed insegna, col t: et enseigne les ars.

4) 11 t: quant li hom caide de vin boivre, il est heuz.

5) Il t: vertus est de soffrir soi.

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Abbiate misura secondo la borsa nelle grandi cose

e nelle picciole. Guardati dunque di taverne, e di tutto ’ grande apparecchiamento di mangiare, se non ò per tue nozze, o per tuoi amici, o per alzare tuo onore secondo la dottrina della magnificenza.

Capitolo XXX.

Parla qui del rattenimento -.

Ritenenza è a costringere il diletto degli altri tre ^ sensi, cioè del vedere, dell’udire, e dell’ odorare *, in tutto ciò che sia vizio. Salomone dice: Non guardare mala femina. Isaia profeta disse: Chi chiude li suoi orecchi, e li suoi occhi ^, contra al male, abiterà in cielo. Salomone disse:

1) Corretto tuo, in tntlo, col r: de touz grans appareillewens.

2) Corretto il titolo: Delle parole di sobrietade, in Parla qui del rattenimento, col ms. Bergamasco, o col t: De retenance.

3) Aggiunto tre, col t: de avAres III sens.

4) Ommesso e prima di in tutto, col senso, e col t; en tout ce où vices soit.

5) Aggiunto e li suoi occhi, col t: et ses jex.

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330
Non udire l’emina cantando ’. Anche dice: Chiudi

i tuoi orecchi, non ascoltare lingua malvagia. Seneca dice: Egli è dura cosa a non udire il diletto del sonatore. Isaia profeta dice: In luogo di suave odore, sarà grandissima puzzura.

Qui si tace ora lo conto di parlare di temperanza, e delle sue parti, e dirà ciò * che Seneca disse nel suo libro di questa virtude medesima, che è chiamata contenenza, ciò è tutto una cosa.

1( Nota del Sorio « Questo cantando per cantante ha riscontro in quel passo di Dante, Purg. XI. Quando la madre di Chirone a Sciro Trafugò lui (Achille) dormendo in le sue braccia, Là onde poi li Greci il dipartirò.

Ed il Petrarca: S’ egli è pur mio destino Che

ancor questi occhi lacrimando (lagrimanti) chiuda. »

2) Aggiunto e delle sue farti, e dira, col t: et de ses parties, et dira.

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Capitolo XXXI.

Qui parla Seneca della contenenza ’.

Se tu ami contenenza, caccia il sopra più e ’1 troppo, e costringi tutti li tuoi ’ desiderii in istretto luogo.

Considera con te medesimo quanto è sofficiente a tua natura, e non come desidera tua concupiscenza.

Se tu se’ contenente, attendi infino a tanto che tu sia chetato e contento di te medesimo; che quegli eh’ è contento di se, egli è sofficiente, egli è nato ’ con le ricchezze.

1) Mutato Di ’parole di rattenimento,\n Qui ’parla Seneca della contenenza, col t: Ci dit Seneques de contenence. Il Nannucci, Op. cit. unisce ambi i titoli: Della continenza, o di parole di rattenimento.

Il T qui cominciala parte seconda del secondo libro.

2) Aggiunto tutti, col t: et destrain touz tes desirriers

en estroet leu.

3) Corretto o gli, in o egli, coi mss. Ambr., Berg.,

Gianf. e col t: ou il est nes.

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332
Metti il freno alla tua concupiscenza. Parti

da te tutti li diletti che privatamente ismuovono lo coraggio a’ desiderii ’.

Tanto mangia, che tu non ti satolli ’^; e tanto bevi, che tu non t’ inebri.

Quando tu sei in compagnia di gente, guarda che tu non misdica d’ alcuno che non sia di tuo volere.

Non ti concedere ^ a presente diletto, e non desiderare quelli che presenti non sono. Sostieni tua vita di poca cosa. Non seguire la volontà della vivanda. Tuo appetito * si muova per fame, e non per sapore.

Tu dèi desiderare poco; che tu dèi pensare solamente eh’ egli vegna meno.

Allo esemplo divino ^ composto, partiti dal corpo, e congiungiti allo spirito.

1) Corretto a desiderare, in a’ desiderii, col Nannucci, Op. cit. e col t: as desirriers.

2) Il t: que tu ne te saoules. Aggiunto noìi. Così anche il Nannucci, Op. cit. Cosi vuole la sentenza,

3) Mutato aggiugnere, in concedere, col Nannucci Op. cit. e col t: ne te enjoindre.

4) Il T: tes palais. Il Nannucci palato.

5) Ut: a l’exer/iple don vin composte (V. Illustrazioni).

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Se tu istudii in continenza, tu abiterai in

abitazione profittabile e non dilettevole. Non sia ’ conosciuto il signore per la casa; ma la casa per lo signore. Non ti fìngere ’ d’ essere quello che tu non se’; ma vegli parere chi tu se’. Sopra tutte le cose dèi guardare che tu non sia povero di laida povertà, che non sia abbandonato in tua simplicità, e che ’ tu non abbi inferma levità *, ne laida scarsità. Se tu hai poche cose, non sieno istrette. Tue cose non piangere; dell’altrui non ti fare maraviglia.

Se tu ami contenenza, fuggi tutte ^ le laide cose innanzi eh’ elle vegnano.

Credi tutte le cose che possono essere sostenute, se ciò non è laidezza. Guardati da laide

1) Corretto profittabile; e non sia conosciuto, in frojittabile, e non dilettevole. Non sia conosciuto. Il t: frojltahle, non pas delitahle. Et ne soit coneuz. Cosi anche il Nannucci, Op. cit.

2) Corretto fare, in fingere, col Nannucci, e col t: faÌ7idre.

3) Aggiunto che non sii abbandonalo in tua semplicità, col Nannucci Op. cit. Il t; que tu n’aies abandonèe sirnplesce.

4) Corretto la vita, in levila, col Nannucci, Op. cit. e col T: tegieretè non ferme.

5) Aggiunto tiUle ào^o fuggi, ed ommesso da te, perchè manca al Nannucci, Op,, ed al t: fui lutles laides choses.

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parole; e’ tuoi detti sieno profittabili più che cortesi.

Ama gli uomini ben parlanti; ma più ama quelli che parlano ’ diritto.

In fra tuoi ^ affari mischia un poco di giuoco, sì temperatamente ch’egli non abbia abbassamento di dignità, né diffalta ^ di riverenza, che riprendevole cosa è non ridere. Dunque se tempo è di gìuocare, pòrtati secondo tua dignità saviamente, sì che nullo ti riprenda che tu sia aspro; né nullo ti tenga vile, dispettandoti per troppo fare \ Di te non sia udito nulla villania, anzi avvenevole cortesia.

Tuoi occhi ^ sieno senza levità, e tuo riso senza voce, e tua voce senza gridare, e tua an 1) Il T ancora precettivo: aime les homes bien parlans etc. Le stampe: che li uomini amano bene parlare, ma più amano parlare diritto. Corretto col Nannucci, e col t: aime les homes bien parlans; mais plus aime ces qui droit parlent.

2) Il T: en tout son afaire. Mutato giuochi, in affari, colla stampa lionese, il Nannucci, ed il t.

3) Corretto di falsità, in diffalta, col Nannucci, e col t: ne defaute de révérence.

4) Dispettandoti per troppo fare, che è anche nel Nannucci, manca al t. Il Sorio propone la correzione: dispettandoli per tuo beffare.

5) Corretto giuochi, in occhi, col Nannucci, e col t: ti oil. Il codice capitolare di Verona, legge les ieaus. Martino Dumeuse dice joci; ma il t dice ti oil.

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datura senza romore, e tuo riposo non sia con

negligenza. Quando gli altri giuocano innanzi a te, pensa alcuna cosa onesta.

E se tu vegli essere conlenente, tu ischiferai tutte lode, e abbi per altrettale essere lodato dalli rei, come essere lodato per ree cose. Sii lieto, quando tu dispiacerai a’ malvagi uomini ’; e quando elli pensano e dicono male di te, allora ne dèi tu essere lieto, e credere che ciò sia tuo pregio.

La più grave cosa che sia nella contenenza, è di guardarti dalle parole che lusingano, ch’ella è cosa eh’ invita il cuore a grande diletto \ Non chiedere l’ amistà d’ alcuno uomo per lusinghe.

Non essere ardito, né rigoglioso. Umiliati, e abbassati, e non ti vantare gravosamente. Insegna volentieri agli altri. Rispondi bellamente’.

1) Aggiunto: sii lieto quando tu dispiacerai a’ malvagi uomini, col Nannucci, e col t: soies liez quant tu desphiras as mauvais home.

2) La stampa erra: quella cosa che invita. Corretto eh’ ella è cosa che invita, col Nannucci, e col t: que losangier dient, par cui li corage s’esmuevent.

3) La stampa appiccica: rispondi bellamente se alcuno ti riprende etc. Corretto l’ interpunzione col Nannucci, e col t: respont bellement. Se aucuns te reprent etc.

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336
836

Se alcuno ti riprende per diritta cagione, e sappi eh’ egli lo fa per tuo prode. L’aspre parole non dottare, ma abbi paura degli uomini ’.

Caccia da te tutti li vizii, né degli altrui non cercare troppo ^ Non sii riprenditore troppo aspro; ma insegna senza rimprocci, in tal maniera che sempre abbi allegrezza dinanzi tuocastigamento. Quando l’uomo falla, perdonagli leggermente. Quelli che parlano, chetamente odi: ritieni fermamente ciò che dicono ^ Se alcuno ti domanda d’alcuna cosa, tu dèi rispondere sbrigatamente. A colui che contende, dà luogo tosto, e partiti da lui.

1 ) Corretto delle umili, in de^li uomini, col t: aie paor des homes. La stampa lionese: ma delle umili abbi paura. 11 latino del Pseudo-Seneca: non acerba, sed blanda timebis vcrba.

2) Mutato imprendere, in cercare, coli’ edizione lionese, e col T: ne enqvÀer trop. Il Nannucci ìion mesdire.

3) La stampa a rovescio: quelli che parlano, chetamente ritegnono fermamente ciò che odono. Corretto: quelli che parlano, chetamente odi: ritieni /ermamente ciò che dicono. Il t: entent quietement ceulx qui parolent, et retien fermamente ce que il dient. L’ediz. lionese: sie tacito uditore di coloro che favellano, e delle cose che tu odi sia pronto ritenitore. Il Nannucci: intendi bene quelli che parlano, e ritieni fermamente le savie parole, e delle altre non ti caglia.

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Se tu sei contenente, distringi ’ tutti malvagi

movimenti del tuo corpo e della tua anima; e non ti caglia se gli altri non veggono, che assai è che tu lo veggi tu.

Non essere corrente di mano ^ e sii costante, ma non pertinace. Tu crederai che tutti gli uomini sieno tuoi pari % se tu non dispetti li piiì poveri per orgoglio, e se tu non dotti li più grandi per dirittura di vita.

Non essere negligente a rendere beneflcii, e non essere pronto a ricevere.

A tutti gli uomini sii tu benigno, e a nullo lusinghieri. Sii a pochi famigliare, e a tutti diritto.

Sii pili fiero ’’ in giudicamento che in parole, e più in tua vita ^, che in tua faccia. Sii pietoso in vendicare, e dispiaccianti ^ tutte crudel 1) Corretto distruggi, in distringi, col Nannucci, e col t: deslrain (variante contrain).

2) Il T varia: soies movans, mais non pas mos. Il Nannucci: sii movente, ma non molle. Il latino: mobilis esto, non levi s.

3) Corretto tutti, in tuoi,col t; ti pareil.

4) L’ edizione lionese ha: fermo; ma il t legge: Jìers.

5) Ut: en l’ ame, colla variante d’ un codice ta vie. Il Nannucci: in tuo more.

6) Corretto e indi spiaccianti, in dispiacciami, col Nannucci, e col T: et despite.

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tadi. Conta pregio d’ altrui, e di te ’ no, o non

invidiare raltrui.

Sii sempre contrario a coloro che si assottigliano d’ingannare altrui sotto specie di semplicità. Sii lento air ira, e tosto alla misericordia; e nella avversità sii fermo e savio. Tu dèi celare le tue virtudi altresì come gli altrui vizii.

Spregia " vanagloria, e del tuo bene non essere crudele agli altri. Non avere in dispetto lo poco senno d’alcun uomo. Parla poco, e intendi chetamente quelli che parlano. Sii fermo, e sicuro, e lieto, e ama sapienza. Ciò che tu sai, guarda senza orgoglio; e ciò che non sai, addimanda chetamente che ti sia insegnato.

Contenenza sia costretta dentro da’ tuoi beni, che ^ tu non sia troppo iscarso, né troppo ispendenfe. E non mettere tuo pensiero troppo nelle cose minute e picciole; che ciò è vergognosa cosa molto. Dunque in questa maniera mantieni contenenza, che tu non sii dato alla carnale volontà,

1) Il T segiir: et n’aies envie de l’ ailriii. Empiuta la lacuna col t, e col Nannucci che segue: perchè elli sia in grande stato, che non sai che dee essere di liti e di te, che in un giorno talfiata si muta lo stato.

2) Corretto spegni, in spreyia, col Nannucci, e col t: despis vaine gioire.

3) Corretto da te bene, in da’ tuoi beni, col t: dedanz tes bones. Bones è antico per bornes, limiti. Così il Sorio.

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e non sii prodigo, ne macchiato di ria avarizia \

Qui tace il conto di temperanza, e torna alla terza virtude. eh’ è la fortezza ’.

Capitolo XXXII.

Qui dice la terza virtù, cioè della fortezza.

Fortezza è virtìi che fa l’ uomo forte contra all’assalto dell’avversità, e dà cuore e ardimento di fare le grandi cose, di cui lo conto ha detto qua a dietro; che la guarda l’ uomo a sinistro, come uno iscudo dalli mali che vegnono. Veramente ella è scudo e difesa dell’ uomo,, cioè suo usbergo e sua lancia, eh’ ella fa l’ uomo defen 1) Ag-ffiunto: e non sii prodigo, né macchialo di ria avarizia, col T: et ne soies prodipies, ne entechiès de male

avarice.

2) Torna alla virtude della fortezza, mutato: torna alla terza virtude, eh’ è la fortezza, col t: et retorne à la tierce vertu, ce est force-

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dere se ’, e offendere quello che dee. Di questa

virtù troviamo noi nel libro dei Re *: Tu ra’ hai fornito di forza alia battaglia, e’ miei nemici sottomessi a me. Santo Luca disse: Se l’ uomo forte guarda la sua magione, in pace è ogni cosa che possiede ^ Salomone disse: La mano del forte acquista ricchezza, e tutti i paurosi sono in povertà. La mano del forte ha signoria, e la mano del codardo serve altrui. Santo Matteo disse: Forte uomo acquista lo regno di Dio.

E sappiate, eh’ egli ci ha dodici cose che confortano noi in questa virtude. L’ una è la diritta fede di Gesù Cristo. La seconda è l’ammaestramento de’ grandi, e degli antichi nostri. La terza è la memoria di prodi uomini, e di loro opere ^ La quarta è volontà e uso. La quinta è il guiderdone. La sesta è paura. La settima è speranza. La ottava è buona compagnia. La nona è la verità, e ’1 diritto. La decima è il senno. La undecima è la debilità del tuo nimico. E la duodecima è la forza medesima.

1) Ag-giunto sé col t: défendre soi.

2) Il T lia di più: oh il dit.

3) Il T varia: li hom fors garde sa maison, et ses choses, et son pais.

4) Corretto opera in opere, col t: oevres.

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Codardia è in due maniore. L’ una per paura

del male che ha a venire, o per paura del male che è presente. L’altra per lo cuore eh’ è permanevole, e per confortare tutte maniere di fievole cuore.

E questa virtù è divisa in sei parti: cioè magnificenza, fidanza, sicurtà, magnanimità, pazienza e costanza \ Alcuna cosa dirà lo conto di ciò che gli ’ appartiene; ma innanzi dirà egli ciò che Seneca disse di questa virtù, cioè di forza, la quale egli chiama magnanimità in questa ma 1) La stampa: costanza d’ira. Ommesso d’ira, che manca al t; ingombra, ed è il dira che viene appresso, scritto fuor di luogo dallo sbadato menante.

2) Corretto eh’ egli in che gli, col t. que lor apar tieni.

3) In questa maniera, manca al t che continua il capitolo, e qui non fa divisione come il Volgarizzamento.

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Capitolo XXXIII.

Della magnanìmitade.

Magnanimità, che è chiamata forza, s’ella intra in tuo coraggio, tu viverai a grande speranza franco e sicuro e lieto.

Grandissimo bene è all’uomo non dottare, ma essere permanente a sé medesimo, e attendere lo fine della sua vita sicuramente. Se tu se’ magnanimo, tu non giudicherai per nessun tempo che onta ti sia fatta; e del tuo nemico dirai: Questi non mi nocque, ebbe animo di nuocermi. E allora che tu ’1 terrai in tuo podere, tu crederai avere vendetta presa, però che hai podere di te vendicare. Però che la più nobile maniera ’ di vendetta si è perdonare, quando l’ uomo può fare sua vendetta.

Tu non dèi assalire privatamente nessuno uomo, ma palesemente in tutto ^. Non fare battaglia se tu non la dici innanzi, però che tradimento e inganno non si affa, se non è a malvagio, e a codardo. Non mettere tuo corpo a pe 1) Il t: très noble maniere.

2) Il T: mais en apert.

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ricolo come folle, e non dottare come pauroso,

che nessuna cosa fa l’uomo pauroso, se Ma conscienza di vita biasimevole non è.

Capitolo XXXIV. Delle sei maniere di forza -.

Ora è bene convenevole, che ’1 conto dica delle sei maniere di forza, e primamente di magnanimitade.

Questa parola vale altrettanto a dire come grande coraggio, ardimento, o prodezza, ch’ella ne fa per nostro grado ragionevolmente pigliare le grandi cose. Io dico ragionevolmente, però che nessuna persona dee prendere ’ cosa alcuna contra a diritto, che chi impigliasse uno religioso *, ciò non saria prodezza ^ ma stoltezza.

1) Aggiunto: che nessuna cosa fa l’uomo pauroso, col t: porce que nule chose ne fait l’home paorous. Così anche il Nannucci, la cui lezione è più prolissa.

2) Il t: De magnanimité, e comincia il capitolo al capoverso seguente: Questa parola.

3) Il T ripete: envahir, che prima fu tradotto pigliare, e poi impigliare.

4) Ut: un frere menor. Il ms. Bergamasco assalisse. o Aggiunto ma stoltezza, col t: mais forscnnerie.

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A questa virtiide ci ammonisce Virgilio, quando

dice: Ordinate vostro corag-gio a grandi opere di virtude, e a grandissimi travagli. Orazio disse: Questa virtude apre lo cielo, e assaggia di andare por la via che gli ò divietata, e sprezza le minute genti; e disdegna la terra ’, e non dotta pena. Tullio disse: Tutto che virtù taccia l’ uomo coraggioso all’ aspre cose, tutta la guarda egli pili al comune bene che al proprio. Scienza eh’ è dilungata da giustizia, dee essere chiamata malizia, e non senno. Il coraggio eh’ è appa reggiate al pericolo, s’ egli è covidoso " di suo prò’ più che del comune, egli ha nome follia, e non forza; che questa virtude caccia ^ codardia o cattività. Lucano dice: Caccia tutti i dimori, ch’egli sempre nuocciono a quelli che sono apparecchiati. Orazio disse: Comincia. Se * tu prolunghi l’opere del ben fare, tu sarà’ come ’1 villano, che tanto vole attendere a passare l’ acqua del fiume, eh’ ella sia tutta

1) Corretto le terre, in la terra, col t: la terre.

2) Corretto convinzioso, in covidoso, col t: convoiteus.

3) Aggiunto caccia, oramesso è, col buon senso, e col t: ceste veritis oste coardise. La stampa legge: questa vìrtnde è codardia.

4) W’v: commence, car se tu prolonguese eie. Aggiunto col t: comincici. Il t: les oevres, ma forse è eures, perchè Orazio dice: prorogai horam (V. Illustrazioni).

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345
corsa; ma ella correrà sempre. Persio ’ disse:

Quando l’ uomo dice, domane sarà questo fatto, domani sarà fatto ^ una grande cosa, tu non doni altra cosa che un giorno: l’altro giorno viene ^, e allora avemo guasto quel dimane. L’anno passa, e sempre rimane un poco oltra. Tullio disse: Quelli debbono essere tenuti prodi uomini e di grande coraggio, che tornano addietro lo torto fatto, e non chi lo fa \ Ma però che questa virtù dà all’uomo sicuro cuore o ardimento, e gli fa avere grande coraggio in tutte le alte cose ^, conviene ch’egli si sguardi di tre vizii, che tosto lo farebbero traboccare di suo ardimento, e cadere di sua pensata.

Lo primo vizio s’ è avarizia, che laida cosa sarebbe che quegli che non si lascia rompere per paura, sia vinto per avarizia o per cupiditate; e che quegli che non può essere vinto per travaglio, si lasci frangere per volontà ^

1) Corretto Puro, in Persio, col t: Perses dit. 2) Aggiunto: questo fatto domani sarà, col t: demain sera ce fait, demain sera faite une grant chose.

3) Aggiunto: /’ altro r/iorno, col t: Iti ne dones autre chose que un jor, li autre jor viennent.

4) Corretto noi fa, in lo fa, col t: qui la fait.

5) Corretto altre, in alle, col t: les hautes choses.

6) Aggiunto: e ehe quegli che non può essere vinto per travaglio, si lasci frangere per volontà, col t: neis que cil, qui ne puet estre veincuz par travail, se laisset froissier par volente.

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346
34G

Lo secondo s’ è volontà di dignità ’; che per grave travaglio acquista V uomo chiarità, o rinomanza ^ E ciò eh’ è più faticoso, acquista all’uomo maggior pregio: e appena si può trovare chi di sua fatica non desideri gloria, altresì corne il suo lodo ^ Seneca disse: Lo savio mette il frutto di sua virtude in conscienza, ma ’1 folle il mette in vanagloria. Tullio disse: E’ sono alquanti che credono montare in grande dignità per rinomanza *; ma quegli che è veramente di grande coraggio, vuole innanzi essere principe, che lui somigliare ^ L’uomo non dee niente acquistare lo dignità per la gloria, eh’ egli ne sarebbe cacciato leggermente.

1) La stampa: lo secondo si è volontà di dignità, sì che quelli che non può essere vinto per tracaglio, si lasci frangere per volontà di dignità: che per grave travaglio acquista V uomo etc. Qui è interpolata la sentenza ommessa nel periodo precedente. Ommesso, e corretto col t: li secons vices est convoitise de dignité; car par griès travaus acquiert hom etc.

2) Corretto carità in chiarità, ed aggiunto: o rinomanza, col T: ciarlò, ce est renomèe.

3) Loier, qui non è lodo, ma ricompensa, premio, salario, regalo, e anclie punizione. E il moderno loger, loda è los, che più avanti è iisato da ser Brunetto (cap. 36) Cosi il Veratti.

4) Mutato per sua nomanza, in per rinomanza, col t: renomèe.

5) Corretto famigliare, in lui somigliare, col t: rassembler le.

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347
Perciò Orazio disse, che virtude non sarà cacciata

leggermente ’ ne villanamente; ella risplende a grande onore, e non lieva sua scure ’ per grido di popolo, e non sarà già mossa per un poco di

vento.

Lo terzo vizio è folle ardimento, cioè a dire quando un uomo è ardito a fare una folle battaglia, che ciò non è prodezza, anzi è follia. Tullio disse: Chi follemente corre agli assembiamenti a combattere di sua mano contra alli suoi nimici, egli è simigliante a bestia selvatica, e segue loro folle fiierezza \ Non per tanto, se necessità lo richiede, tu devi ben combattere, ed anzi soffrire morte che disonore. Noi non dovemo fuggire, che sarebbe malvagità, e codardia. E perciò disse Lucano: Fuggire è laida malvagità, in che non cade nullo uomo di senno, e viene per diffalta di cuore ’.

1) Leggermente, giunta di Bono.

2) Ut: sa hace, cioè azza, scure, segno di dignità romana secondo il testo di Orazio; fasces, mal tradotto hoce (V. Illustrazioni).

.3) Corretto e così loro follia sarebbe, in e segate loro folle fierezza, col t: et ensuit lor fole f erte.

4) Vedi pasticcio della stampa! Non per tanto se necessità lo richiede, anzi che sofrire morte e disonore, noi non dovemo fuggire, che sarebbe malvagità, in che non cade nullo senno, e viene per difalla di cuore. Il t: Nepor quant, se nécessité le requiert, tu te dois bien combatre, et ainsi soffrir mort que deshonor. Nus ne devons pas foir, car ce

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E non per tanto noi dovemo bene fuggire quando

un grande pericolo sopravviene, che non potemo sostenere; e allora è grande prodezza bene fuggire, secondo che Tullio disse: Non vi abbandonate a pericolo senza ragione; che maggior follia non può essere fatta. Lo maestro disse: Quegli che è in pace, e va cercando guerra, è pazzo. Ma il savio si mantiene in pace tanto quanto puote; e quand’ egli è costretto d’aver guerra, egli la fa direttamente ’, così come ’1 buono medico fa, che aiuta r uomo sano mantenere sua sanità, e s’egli è ammalato leggermente, egli il cura con leggier medicina, e nelle piii gravi infermità mette piiì gravi medicine, e piii dottose ^ A sua maniera dee l’uomo usare sua forza con ^ suo senno, e non è senza ragione che Orazio disse: Forza senza

servit mauvaistiez et codardie: et por ce dit Lucans: foir est une laide mauvaistiez en quoi ne chiet nus se par chaitivetè et par de/aite de cuer non. Corretto: Non per tanto, se necessità lo richiede, tu devi ben cor/ibattere, ed ami soffrire mone che disonore. Noi non dovemo fuggire, chejsarebbe malvagità, in che non cade mcllo uomo di senno, e codardia. E perciò disse Lucano: Fìigcire è laida malvagità, in che non cade nullo uomo di senno, e viene per diffalta di Cìiore.

1) Aggiunto la, col ^enso, e col t: il la fait.

2) B più dottose, giunta di Bono.

3) Corretto e in con, col t: force o sens. Correzione del Veratti.

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consiglio, discade per sua pesanza. Gli Dei ^ accrescono

forza, a chi è temperato ^ E così odiano quelli ^ che por loro tracotanza * osano prendere le cose grande follemente.

Capitolo XXXV.

Della fidanza

Fidanza ^ è una virtude, che dimora intorno alla speranza del cuore, eh’ egli possa menare a fine ciò eh’ egli incomincia. Suo officio è avacciare a proseguitare ’ le cose cominciate, sì come Lucano dice di Giulio Cesare, che non gli pareva aver fatto nulla mentre ch’edi aveva a fare. Nulla

1) Corretto Li degni, in Gli Dei, col x: Diex.

2) Corretto e acquistano li templi, in a chi è temperato, col t: a celui qui est atemprè.

3) Corretto vanno, in odiano, col t: het.

4) Corretto sicurlade, in tracotanza, col t. porcuidance. Por-cuider, credo equivalente ad ultra-coitare.

5) Corretto /orza, in fidanza, col t. fiance.

6) Corretto forza come sopra.

7) Corretto e in a, col senso, e col t.

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cosa ’ è * sì poco avvenente a ^ quelli che sono

già avanti iti, come disperarsi di * venire a buon fine.

Capitolo XXXVl.

Della franchezza e sicurtà

Sicurtà è non dottare ^ li danni che vegnono, né la fine ’ delle cose cominciate.

È sicurtade di due maniere. L’ una eh’ è per follia, sì come è combattere senza tue armi, e dormire ^ appresso di serpenti. L’altra per senno e per virtù; e suo ufficio è di dare conforto con 1) La stampa: aveoa a fare nulla cosa. Ê si poco. Corretto aoeoa a fare. Nulla cosa, col t: à faire. Car mde chose.

2) Corretto e, in è: col t: n’ est si pò.

3) Corretto è in a, col t: à ceulx.

4) Corretto disperati in dispeiarsi, col t: désespérer soi.

5) Il T: De seurtè.

6) Corretto captare in dottare, col t: douter.

1) Corretto nella, in né la, col t: ne la fn. Ma otto codici di Chabaille leggono: à la Jin.

8) Aggiunto e dormire, col t: et dormir près de serpe?il.

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tro alla asprezza ’ di forluna, secondo che Orazio

disse: Quegli che ha bene apparecchiato suo petto, sarà sicuro in avversità, e temerà nella prosperità: e Dio vi mena l’ inverno, e egli lo caccia ^. Le cose che furono, e che son male, non lo saranno * mica sempre, ma una buona ora verrà \ di che r uomo non avrà speranza ^

Contra a questa virtù combatte Paura in questa maniera. Paura dice all’ uomo: Tu morrai, E Sicurtà risponde: Ciò è umana natura ^ e non pena. Io in trai nel mondo per tale convento, e io lo osserverò. La legge comanda, che ciò che l’uomo accatta si renda: la vita dell’uomo è un pellegrinaggio ’; e quando l’ uomo ha fatto un grande pellegrinaggio, sì si posa. Paura dice: Tu

1) Corretto: speranza, in asprezza, col t: T asprelè de fortune.

2) Le stampe: e Dio vi mena puoco, ed egli lo piglia. W t: et Diex amaine yver, et l’oste. Corretto E Dio vi mena l’inverno, ed egli lo caccia.

3) Corretto non le lasciare in non lo saranìio, col t: ne le seront pas.

4) Corretto opera in ora terrà, col t: une bone hore vendra.

5) Aggiunto non, col t: n’ avoit espérance.

6) Corretto cosa in nattira, col T: ce est humaine nature.

7) Aggiunto la vita dell’ uomo è un pellegrinaggio, col T: et vie d’ ome est uns pèlerinages.

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morrai. Sicurtà risponde: Io credea che tu dicessi

novella cosa, ma per morire vivo io, e a ciò umana natura mi mena ciascun giorno; che così tosto come io nacqui, mi mise ella questo termine; si che io non ho di che mi crucci ’; ma io dico per mio sacramento, che folle cosa ò di temere quello che l’ uomo non può schifare. Lucano dice: Morte è pena ultima ^ e non la dee l’ uomo dottare. Orazio disse: Morte è lo diretano termine di tutte cose. Seneca disse: Chi prolunga la morte, non ne scampa ^ Paura dice: Tu morrai. Sicurtà risponde: Io non sarò ne ’1 primo, né ’I sezzaio. E uomini sono iti dinanzi noi, e uomini ci seguiteranno, ciò è la fine dell’umana generazione. Nullo savio dee essere dolente di morte, eh’ è la fine del male. Io non so ch’io sia altro che uno animale ragionevole, che dee morire. Nulla cosa è grave che non addiviene più che una volta. Per questa condizione * sono tutte cose ingenerate, che tutte cose che hanno cominciamento, hanno fine. Egli non è strana cosa il morire. E se io so bene che io debbo morire, a ciò non posso contraddicere. Id 1) Corretto cruccia in crucci, col t: ie me corrouce.

2) Corretto ma in ultima, col t: derraine poine.

3) Aggiunto ne, col senso, e col T: n’ en eschape.

4| Mutato per qxieste condizioni in per questa condizione, col T: |)flr ceste condicion.

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dio fé’ troppo bene, che ninno mi ’ può minacciare,

che morte agguaglia il signore al servo, e ’1 coronato al cavatore di fossi \ Ella tutti ^ li porta in una maniera quelli che sono molto diversi. Paura dice: Tu sarai dicollato. Sicurtà risponde: Di ciò non curo, però che io morrò più tosto \ Tu avrai molte ferite. Sicurtà risponde: A me che pesa ? D’ una mi conviene morire: Paura dice: Tu morrai in istrano paese. Sicurtà risponde: Nulla cosa è strania all’ uomo morto, né la morte non è più grave di fuori, che in casa. Paura dice: Tu morrai giovane. Sicurtà risponde: Altresì viene la morte al giovane come al vecchio; ella non fa nulla differenza. Ma tanto dico io bene, che allora è bello morire quando ti diletti del vivere ^ anzi che tu desideri la morte. Per avventura la morte mi scampa d’alcun male, ma almeno mi scampa di vecchiezza, la quale è molto grave, secondo che dice Giovenale: Questa pena è donata a quelli che lungamente vivono, che loro pestilenza rinnovasi *

1) Corretto il in mi, col t: mis ne m’ en puet menacier.

2) Corretto pazzo in cavatore dì fossa, col t: fossairs.

3) Mutato e in ella, col t: eie emporte.

4) Ut varia: il ni a force se je muir tost cu petit à

petit.

5) Aggiunto qiiando si diletti del vivere, col t: lorsqtie

on se delitze de vivre.

Ci) Mutato rinnovano in rinnovasi, col t: se renovele.

23

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tutto giorno, Elli invecchiano in durabili pene e

dolori \ e periscono in lorde vestiture. Però disse Seneca, eh’ egli è bono morire, tanto coni’ egli piace a vivere. Lucano dice, che se ’1 diretano di non venisse appresso la fine del bene, e egli non estinguesse tristizia per isnella morte, l’uomo avria tristizia di sua prima fortuna, e metteriasi in ventura di disperamento, se egli non attendesse la morte ’. Però non mi cale se muoio giovane, eh’ egli non è sì pesante male come vecchiezza. Giovenale dice: Cruda morte, né agro diffinimento non dee essere temuta, ma vecchiezza dee esser piìi temuta che morte. Seneca dice: E’ non mi può calere cotanti anni avere, ma di quanti io ne presi, che s’ io non posso più vivere, quello è la mia vecchiezza. Chiunque addiviene al

1) Il t: en poine, et en pardolaòre doller.

2) La stampa: se ’l diretano dì non venisse appresso la morte fine del bene, egli né tristo per isnella morte atra tristizia di sua prima fortuna, e metlerassi in ventura di disperamento, se egli non attende la morte. Ut: se li derrains jors ne venoit avec la fin des biens, et il n’estoit tristesce par isnele mort, l’ ome auroit tristesce de la premiere

fiortiine, et si se metroit on en aventure de désespérance se il n’ atendoit la mort. Corretto Se il diretano dì non venisse appresso la fine del bene, e egli non estinguesse tristizia per isnella morte, l’ uomo avria tristizia di sua prima fortuna, e metteriasi in ventura di disperamento, se egli non attendesse la morte.

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suo diretano giorno, egli muore vecchio. Paura dice:

Tu morrai ’, e non sarai seppellito. Sicurtà risponde: Picciolo danno è non avere sepulcro. Lucano disse: E’ non fa forza, se la carogna infracida, né s’ella è arsa, che natura prende tutto a grado a cui li corpi divengono ^ senza fine. Morte non ha che fare di ventura. La terra che tutto genera, tutto riceve; e chi non è coperto dalla terra, si è coperto dal cielo: da che ’1 corpo non sa nulla, non gli cale s’ egli ’ è in fossa: e s’egli si sentisse, ogni sepoltura gli darebbe tormento, che sepolture non furon fatte in prima per li morti, ma per li vivi, però che la carogna fracida fosse tolta dalla vista degli uomini ’. Però è messo l’uno in terra, e l’altro in fuoco, e ciò non è se non per guardare ^ gli occhi dei vivi. Paura dice: Tu sarai malato. Sicurtà risponde: Or veggio bene, che la virtù ^ dell’ uomo non si mostra in mare, o in battaglia solamente, ma ella si mo 1) Tu morrai, manca al t.

2) Corretto divisano in ditengono, col t: li cors devient à la fn.

3) Corretto caglia in caU, col t: ne li chant.

4) Aggiunto: /osse lolla dalla vista degli uomini, col t: porce que la charoigne porrle fusi ostie de la vene des homes.

5) Corretto mirare in guardare, col t: por garder les jeulx des vivans.

6) Corretto sicurlà in virtù, col t: vertti,.

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stra in un picciolo letto. io lascierò la febbre,

ella lascierà me. La battaglia è tra me, e la infermità. ella sarà vinta, o vincerà.

Paura dice: Le genti dicono male di te. Sicurtà risponde: Io mi turberei se li savii dicessero male di me, e dispiacere avrei ’: ma biasimo di malvagi, e lodo ’ e pregio; che quella sentenza non è punto d’autorità, in cui ^ quegli biasima che dee essere biasimato. Egli non mi biasima per leale giudicamento, ma per sua malvagità; e dice male di me, però cluì non sa dire bene. Elli dicono quello eh’ eli i sogliono, e non quello che io servo; che elli son cani, che hanno sì impreso * ad abbaiare, eh’ elli non fanno per verità, ma per costume. Giovenale disse: L’uomo savio, non dotta lo mal detto del folle. Paura dice: Tu sarai cacciato molto alla lunga ^. Sicurtà risponde: Li paesi non mi sono vietati, ma tutt’ il luogo eh’ è sotto il cielo è mio paese, unque tu troverai borghi o città, sì che tutte le ,terre sono paese al prode uomo, sì come ’1 mare

1) E dispiacere avrei, manca al t.

2) Ag’giunto biasimo di malvagi è, col t: li òtasmes des mauvais est los et pris.

o) Mutato anzi in in cui, col t: en quoi. 4) Corretto hannosi impresa iu kanuosi impreso, col t: out si apris.

5i II Ï: en essil.

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al pesce. Io ’ ovuaque vado, sarò nella mia terra;

che nulla terra non mi è esilio ^ sì che ovunque io dimoro sarò in mio paese, che ’1 buon essere appartiene all’ uomo e non al luogo. Paura dice: Dolo: e ti viene. Sicurtà risponde: Ciò e picciola cosa a sofferire, e se è grande, sarà maggiore corona. E se alcuno dice, che dolore è dura cosa, Sicurtà risponde, che quell’uomo è fragile troppo ^ Paura dice: Vi sono poche genti che possono sofferire dolore. Sicurtà risponde: Sono di quelli pochi. Paura dice: Natura ne fé’ senza forza. Sicurtà risponde: Non biasimare natura, che noi ingenerò forti. Paura dice: Fuggiamo lo ddore. Sicurtà risponde: Perchè? Egli te seguirà ovunque sarai. Paura dice: Tu sarai povero. Sicurtà risponde: Lo vizio non è nella povertà, ma nel povero; egli è povero perchè si crede essere. Paura dice: Io sono impossente. Sicurtà risponde: Abbi gioia, tu sarai possente. Paura dice: Quegli ha molti danari \ Sicurtà risponde: Egli non è

1) Le stampe: Ore io ovunque vo.do: ommesso ove.

2j Corretto nulla (erra non è scella in nulla terra non mi è esilio, col t: nule terre ne m’ est essil. Questo brano è compendiato, più che tradotto.

3) Il T varia: eil hom est trop malvais qui sojfrir ne puet.

4) Aggiunto molti, col t; cÀl a (jvans denier.

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uomo, né signore, anzi ò una borsa ’: nullo uomo

dee aver invidia di borsa piena. Paura dice: Colui è molto ricco uomo. Sicurtà risponde: Egli é avaro, sì che non ha nulla; egli è guastatore, e non gli averà lungamente. Paura dice: Molte genti vanno di poi lui. Sicurtà risponde: Le mosche vanno appresso al mele, e’ lupi alla carogna ^, e le formiche al grano; elli seguitano il prò’ ^, e non r uomo.

Paura dice: Io ho perduti i miei danari. Sicurtà risponde: Per avventura elli avrebbero perduto te, eh’ elli hanno molti uomini menati a pericolo, ma di questa perdita ■* ti è bene avvenuto, se tu hai avarizia perduta. Ora sappi che innanzi che tu gli avessi questi danari, altri gli avea perduti. Paura dice: Ho perduti gli occhi. Sicurtà risponde: Ciò è per tuo bene, che la via ^ ti è chiusa a molte voluttà ^ Molte cose saranno

1) Corretto hoce in borsa, col t: hiice, vocabolo usato anche sopra.

2) Mutato carne in carogna, col t: caroigne.

3) Ut: ia proie.

4) Corretto partita in perdita, col t: parte. Risponde a’ due perduto di sopra.

5) Corretto vista in via, col t: la voie.

6) Mutato è tosto chiusa a ritolte volontà in ti è chiusa a molte voluttà, col t: t’ est dose à rnult convoitises.

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che tu dovresti cessarne ’ i tuoi occhi, perchè lu

non le veggi. Tu sai bene che cecità - eli’ è una parte d’innocenza ^ che gli occhi mostrano a uno l’adulterio, e ad altri desiderio di ^ magioni e cittadi. Paura dice: Io ho perduti i miei figliuoli. Sicurtà risponde: Folle è chi piange la morte ai mortali. Morti sono, perchè morire doveano. Iddio no gli ave già tolti, ma ricevuti ^

In questa maniera Paura, che unque ° non dà buon consiglio, si combatte con Sicurtade; ma l’uomo sicuro non la dotta " niente, secondo che dice Orazio: A malizia * de’cittadini che danno esemplo di malfare; né a volto di tiranno ^ instante non si

1) Mutato cessare nei tuoi occhi, in cessarne i tuoi occhi, col T: ester tes jels.

2) Corretto eh’ eli’ è, in che cecità ell’è, col t: que avugletez est.

3) Corretto partita di nocenza, in parte d’ innocenza, col t: une partie de innocence.

4) Corretto che fa di fare, in e ad altri desiderio, col T: et as autres convoitier maisons etc.

5) Corretto le stampe non averia in no li are già, col t: ne les a pas soluz.

6) Corretto ovuìique, in unque, col t: onques.

7) Aggiunto la, col t; ne la redoute pas.

8) Mutato la malizia, in a malizia, che risponde con a tolto di tiranno, che segue.

9) Aggiunto di col t: volt de felou tirans.

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muove il prode uomo eh’ è di vero proponimento

e di forte coraggio. Lucano disse: Paura di male addivenire, ha messe più persone a pericolo grande, ma quelli è fortissimo ’ che può sofferire le cose dottose, eh’ egli appartiene a forte coraggio e a fermo eh’ egli non sia turbato nell’ avversità ^ e non sia abbattuto di suo stato ^ avanti che lo tumulto * vegna, anzi usa del presente consiglio ^, e non dipartesi ^ dalla ragione. Seneca disse: Elle sono pili le cose di che noi ispaventiamo, che quelle che ci gravano ", e che noi siamo più spesso in paura per pensieri che per fatti. E però non sia cattivo innanzi al tempo; che ciò che tu credi, non avverrà per avventura giammai.

1) Corretto /m’ /br^t, in fortissimo, coir: très fort. Che forse tra forte ?

2) Aggiunto eh’ egli non sia tìirhalo nell’ avversità, col T: que il ne soit trohlez en aversité.

3) Corretto stante, in stato, col t: ne soit abatuz de son estât.

4) Corretto la tenuta, in lo ttimulto col t: avant qne tuìmdte ar eigne.

5) Corretto delti presenti consiglio, in del presente consiglio, col T: aim use dou présent conseil.

6) Corretto disperarsi, in dipartesi, col t: ne le déport pas des raison.

7) Corretto giovano, in gravano, col t. qui nos grievent.

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Contro alla paura di morte, noi assicurano

sei cose. L’una è la morte del corpo, eh’ è nimico di virtii. La seconda, eh’ ella pone fine al pericolo del secolo. La terza è, la necessità del morire. La quarta, che noi vediamo morire gli altri tutto dì \ La quinta è, che Iddio morì. La sesta è, la perpetuale vita che è dopo essa.

Qui tace il conto di parlare di sicurtade e di paura, di chi egli ha lungamente parlato, e mostrate molte buone ragioni che si hanno ad avere in memoria, e torna ^ all’altra parte di forza, cioè magnificenza.

1) Tiitto dì, manca alx; ma cinque codici del Chabaille, hanno la variante: tosjors, seguita da Bono.

2) Mutato tornerà, in torna, col t: et si tome.

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Capitolo XXXVII.

Della magnificenza in tempo di pace ^

Magnificenza vale tanto a dire come grandezza; e ciò è una virtude, che noi fa compire le grandi cose e nobili di grande affare. E suo officio è in due maniere. L’ uno è in tempo di pace; l’altro in tempo di guerra.

In cose di pace dee tenere lo signore li tre comandamenti, che Platone disse: L’uno, è che egli guardi lo profitto a’ cittadini, e che riportino ad essa ^ ciò eh’ egli fanno, e non ^ intendano al loro prode proprio, e ch’egli istudi ch’egli abbiano dovizia ed abbondanza di vivande e delle cose che bisognano alla vita della gente. L’altro comandamento è, eh’ egli sia sollecito ^ di tutti

1) Aggiunto in tempo di pace, col t: De magnificence en tens de la fais.

2) Corretto eh’ egli hanno e, in e che riportano ad essa, col: T et que il reportent a ce quanques il font.

3) Aggiunto e, col t: et ne entement mie a lor propre profit.

4) Corretto sollecitudine, in sollecito, col t: que il soient curious. Il T parla dei signori nel numero del più: il Volgarizzamento parla del signore, in numero singolare.

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li corpi della città, e ch’egli guardi le cose comuni,

e le possessioni, e le rendite del comune al bisogno di tutti, e non d’alcuno singulare. Lo terzo mandamento è, eh’ egli tegna giustizia tra li suoi sottoposti, e eh’ egli renda a ciascuno quello eh’ è suo, e ch’egli guardi l’una parte in tal maniera, ch’egli non abbandoni l’altra; che quegli che aiuta V uno contra all’ altro \ semina nella città pericolosa discordia.

Anche debbono i signori della città guardare, che non sia contenzione tra una parte e r altra: che Platone disse, che quelli che contendono chi meglio governi la città ^, fanno come li marinari, che sì ^ adastiano intra loro di governare la nave meglio, che la conducono a mortale pericolo ^

1) Il T: cil qui aident as uns, et sont contre les autres.

2) Le stampe: sono contenditori sono nella città. Il t: cil qui contendent qui miels amenistre la cité, font autressi cerume etc. Corretto quelli che contendono chi meglio governi la città, fanno così ecc.

3) Corretto eh’ essi adastiano, in che si adastiano, col t: li mariniers qui estroivoient entre eubx.

4) Il T: et ce est mortel perii.

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Capitolo XXXVIII.

Della magnificenza in tempo di guerra ’.

A tempo di guerra, quando gli conviene fare battaglia, elli ^ debbono prima cominciare ^ la guerra a tale intenzione, che dopo la battaglia possano vivere in pace senza torto.

E poi debbono guardare che innanzi eh’ elli comincinola battaglia, elli sieno apparecchiati compiutamente di tutte cose che bisognano a difendersi ^ ed assalire li suoi nimici. Seneca dice: Lungo apparecchiamento di battaglia, fa sùbita vittoria. E questo apparecchiamento è in battaglieri ^ ed in fortezza, e per provigioni e per arme ^ Teren 1) Mutato Come V uomo si dee provvedere in tempo di guerra, in Della magnijicenza in tempo di guerra, perchè risponde alla divisione posta a principio del capitolo precedente, ed al T: De magnificence au tens de guerre.

2) Bono dimenticò, che nel capitolo precedente tradusse: il signore, e qui, col t parla di signori.

3) Corretto comunicare, in cominciare, col t: commencier la guerre.

4) Mutato difendere, in difendersi, col t; soi défendre.

5) Corretto battaglia, in battaglieri, col t: battaillier.

6) Mutato avviso, in provvigioni, col t: despenses.

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zio dice: Lo savio dee provare ’ tutte le cose innanzi

eh’ egli combatta, che meglio è provedere, che ricevere danno, e poi fare vendetta ^

Tullio disse: Lo ^ terzo ufficio è, che tu non ti disperi troppo ^ per codardia, ne non ti fidi troppo per volontà di avere \ che la smisurata volontà d’avere mena l’ uomo a pericolo, secondo che Orazio dice: L’oro fa andare per me’ li suoi ^ nimici, ed è più fiero che ’1 fuoco o folgore. Li doni allacciano li felloni ’ principi.

Lo quarto ufficio è, che in battaglia l’ uomo * dee più schifare laide codardie che la morte, ed intendere più a bontà che a profitto, né a scam 1) Corretto prendere, in provare, col t: essaier, colla variante di sette codici del ChaLaille esprover.

2) Ommesso a, innanzi provedere, e ricevere, ed aggiunto: Jar vendetta, col ï: mieidx vatot porceoir, que recoivre le domage, et puis vengier.

3) Aggiunto: Tullio disse, col t: Tulles dit.

4) Corretto spregi, in disperi, col t: ne te desperes.

5) Aggiunto di avere, col contesto, e col t: convoitise d’avoir.

6) Corretto rtie, in me’, col t: parrai ses ennemis.

7) Corretto folli, in felloni, col t: les félons princes. Brunetto disse fellone anclie il tiranno di cui parla Orazio nel capitolo XXXVI di questo medesimo libro.

8) Corretto Lo quarto ufficio ch’è in battaglia, e che etc. in Lo quarto ufficio è che in, battaglia, col t: li quars offices est que en batlalllc.

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366
pare ’, che meglio è morire con onore, che laidamente

^ vivere. Nientedimeno l’ uomo non dee lasciare suo salvamento per gridare, cioè per cessare lo biasimo che l’ onta potrebbe accrescere ’, per richiedere grande nominanza *.

Il quinto ufficio è affaticare spesso suo corpo a cose che sono a fare. Lucano dice: L’uomo ozioso muove spesso diversi pensieri. Ovidio dice: L’ acqua la quale spesso non si mota ^ piglia vizio. Così diviene l’uomo cattivo per essere ozioso ^

Lo sesto ufficio è, che l’uomo, poi che viene a combattere, egli dee mettere grande giustizia, ed ammonire cavalieri e pedoni ’ a ben fare, e a lodarli di loro prodezze, e de’ loro antecessori, e dire tanto eh’ egli li disponga ad ardire ed a fuggire codardia.

Lo settimo ufficio è, ad andare al primo assalto, e soccorrere ad aiutare quelli che sono in 1) Ag-g-iunto a, col t: ne que à eschaper.

2) Aggiunto con onore, col t: morir à honor.

3) Corretto che l’ uomo si lieta a torto, in che V onta potrebbe accrescere, col t: que l’onte porroit acroistre.

4) Aggiunto col t: oìt por aquerre grant renomée.

5) Mota, quasi muta da molare, qui è per muovere t. muet. Ut capiant vitium ni moveantur, aquae. Ovid.

6) Corretto così convien alV ìtorao per cattivo essere ozioso, in così diviene V ìiomo cattivo per essere ozioso, t: autressi devient li hom chaitis por estre oiseus.

7) Ut: bachelers.

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367
tieboliti, ed a sostenere quelli che vacillano o

fuggono \

Lo ottavo ufficio è, che quando egli ha vittoria, egli dee riguardare e risparmiare quelli che non furon crudeli nimici.

Lo nono ufficio è, che se Y uomo fa alcuna promissione ^ alli suoi nimici, egli la guardi e mantegna; e non credere quello che si dice, cioè che r uomo dee vincer lo nimico o per forza, o per tradimento ^ Ciò ne mostra uno * cittadino di Roma, che fu preso in Cartagine quando i Romani vi furono ad oste; che quelli di Cartagine lo mandare a Roma per fare iscambiare li prigioni, e lo ^ fecero giurare eh’ egli ritornerebbe. E quando fu a Roma non ottenne ^ eh’ essi cambiassero i prigioni; e quando li suoi amici lo volsero retenere, egli volle più tosto tornare a suo tormento, che mentire di sua fé’ ’. Ma il grande Alessandro dice, che non ha punto di differenza come che l’ uomo abbia vittoria o per forza, o

1) Corretto cambiano e, in vacillano, o, col t: chancellent, Oli.

2) Il T. fait pais, cai, trives, au autre aliance.

3) Il T: tricherie.

4) Ut: uns haus citeiens.

5) Corretto elli lo, in e lo, col t: et.

6) Il t: Une loi pas: non approvò, non lodò (Veratti). 7| Il T: sa foi, que il avoit donée a ses ennemis.

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per baratto; ferro non dee avere pietà de’ suoi nimici

’; e quello è nimico di sé medesimo, che prolunga la vita al suo nimico.

Capitolo XXXIX.

Della guerra, e della pace ".

Ora divisa ^ il conto in due maniere di grandezza

  • , ed in guerra ^ ed in pace. Ma per menovare

^ la crudeltà " di coloro che dicono che l’affare di guerra è maggiore che quello della città, lo maestro dice, che pace nell’ affare di cittade è mantenuta ^ per senno e per consiglio di cuore;

1) Corretto feuina dee, in ferro non dee, col t: fer ne doit.

2) Il T: De II manières de grandor en guerre, et en pais.

3) Corretto ha divisato, in divisa, col t: ci devise.

4) Corretto guardare, in grandezza, col T: grandor.

5) Corretto guerre, in guerra, col t: en guerre.

6) Corretto mentovare, in menovare, col t: amenuisier.

7) Una variante legge créance, in vece di cruantè. Cicerone qui tradotto dice: opinio (Vedi Illustrazioni).

8) Corretto pace è l’alare di cittade mantenuta, in pace neW affare di cittade è mantenuta, col t: pais en V afaire de la citè est maintenue.

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ma li più fanno battaglia per alcuna cupidigia \

Ma alla verità dire, poco vaglion l’armi di fuori, se il senno non è dentro. Però Salustio disse: Tutti gli uomini che studiano in avanzare gli altri animali, debbono guardare di non menare loro vita in maniera di bestie, che naturalmente sono ubbidienti al ventre; ma tutta nostra fortezza è al corpo ^ ed al coraggio, che ’1 coraggio comanda, e ’1 corpo dee servire ^ Ed egli è più diritto, che l’ uomo chieggi * più gloria per ingegno che per forza. Tallio dice: Tutte cose oneste, che r uomo chiede per alto ^ coraggio, si ottengono per virtù di animo % e non per forza di corpo; non per tanto l’uomo dee menare suo corpo per modo, ch’egli possa cedere a consiglio di ragione.

1) Corretto raa le più volte haìino così lalta’jlia per alcuna volta, in ma li più fanno òatUi(jlia per alevina cupidigia, col t: mais li plusor se hatlaillent par aucune convoitise.

2) Corretto cuore, in corpo, col t: cors.

3) Corretto al corpo di servire, in e ’l corpo dee servire, col T: et li cors doit servir.

4) Aggiunto che, col t: que nos qnerons.

5) Corretto altro, in allo, col t: par haut corale.

6) Aggiunto si ottengono per virtù di animo, col t: sont aquises par vertu de cuer.

24

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370
Capitolo XL.

Della costanza ’.

Costanza ò una stabile fermezza di cuore, che si tiene a suo proponimento. Suo ufficio è a ritenere fermezza nelT una fortuna e nel!’ altra, si che r uomo non innalzi ■ troppo nella prosperitade, ne si turbi troppo nell’ awersitade ^, ma tenga lo mezzo, che nobile cosa è avere in ciascuna fortuna una fronte * ed un medesimo volto. Seneca dice: La previdenza del cuore è, ch’egli sia bene ordinato, quanto egli puote essere, e mantenere sé in uno stato, Orazio dice: Guarda che nelle grandi cose lo tuo cuore sia sempre eguale. Abbiti temperata letizia ’^ quanto più bene ti viene che tu non se’ usato, che i savi e gli

1) Mutato Come V norao dee tisare parole costanti, in Bella costanza, col t: De constance.

2 Corretto aerisi, in innalzi, col t: on ne s’enkause.

3) Ag-giunto nella prosperitade, né si turbi troppo nell’avversi tade, col t: en prospérité, et que on ne soit trop troblez en adversité.

4) Corretto forza, in una fronte, col t: un front.

5) Corretto temperate letizie, quando, in temperata letizia, quanto, col t: ateriipree leesce, quant.

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arditi appaiono dall’ opere. Altrove ’ Orazio dice:

L’uomo forte ^ ritraggo al buono vento sua vela, quand’ ella è troppo enfiata.

La legge di fermezza ^ è tale, che noi non saremo ficcati nel male, né moventi al bene. Nel male * medesimo è fermezza ^; ma allora non è ella virtude secondo ciò " che Orazio dice: Una parte degli uomini sì si rellegrano de’ vizii; e però ’ si affermano nel mal fare ^; un’ alti’a partita vanno rotando, che una volta fanno ^ bene, e l’altra male. Giovenale disse: La natura delli cattivi, è tuttavia varia ’" e mobile; quando elli misfanno, ancora hanno fermezza tanto che cono li Il t: aperta la deslresce. El ai Hors dit Grâces. Corretto dall’opera, e dall’era, in dall’opere. Altrove Orazio dice.

2) Il t: fort, et fers.

3) Corretto d’ infermità, in di fermezza, col t: de fermeté.

4) Mutato in male, in nel male, col t: eus mas meismes.

5) Corretto affermare., in è fermezza; ma, col t: a fermeté, mais.

6) Corretto ciò è che Orazio, in secondo ciò che Orazio, col T: selonc ce que Oraces.

7) Agg-iunto e, col t: et por ce.

8) Corretto il, in nel, col t: en mal faire.

9) Corretto fa, in fanno, col t: faint. Risponde a vanno.

10) Corretto vana, in naria, col r: vaire et motahle.

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scono bene e male ’. E quando olii hanno fatte

le cattive azioni, natura sì si ficca ne’ costumi dannati ^, e non se ne sanno rimutare. Clii è quegli che mette fine in peccare, poi che ’1 colore della vergogna se n è ito via una volta di sua fronte? Qual uomo vedi tu che si tegna ad uno solo peccato, poi che sua faccia indura,’ e non cura vergogna ?

A questa virtù è contrario un vizio che ha nome mobilità, cioè a dire del coraggio che non ha nulla fermezza, anzi ispesso si move in diversi pensieri. E sono alquanti sì pieni di questo vizio, che de^li altri credono che sieno mutabili. Alcuno ne fia sì poco stabile, che immantinente che gli viene un poco di male, sì gli ispiacciono tutti diletti, per dolore indebilisce sé, dispregia la gloria ^, ed è vinto per ^ mala rinomata.

Di ciò dice un savio: Quando son ammalato, io amo Iddio, e santa chiesa; ma quando io sono

1) Il t: commenceiU a connoistre hien et mal.

2) Le stampe: e quando elli hanno fallo le cattive natiore, sì si ficcano la morte dannata. Il t: et /jnant li ont fait les crimes, nature se Jiclie es mors d’ eulx. Il ms. cap. Ver. es mors damnes, più conforme a Giovenale. Vedi Illustrazione. Corretto e quando elli hanno fallo le cattive azioni, natura se si ficca ne’ costumi di dannati.

3) Corretto vanità, in gloria, col t: gioire.

4; Mutato e sono vinti, in ed è vinto, perchè tutto il periodo è voltato in singolare.

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guarito ’, quello amore è dimenticato. Però dice

Orazio: Mia sentenza si combatte con meco, che ella rifiuta ciò che aveva richiesto, e richiede ciò che eir avea rifiutato ’. Ora fa edifici, ed ora gli dispiacciono ^; ora muta ^ le cose quadrate, ora le fa ritonde. Quando io son a Roma, io amo Tivoli; e quando sono a Tivoli, io amo Roma. Lo coraggio è colpevole ^, che nulla volta fa ^ sua volontade. Quelli che vanno oltra mare, mutano loro regione ’, ma non loro cuore. Per qual legame terrai Proteo ^, che tutto dì cambia suo volto "? Lo maestro dice: Di questo vizio addiviene, che nullo uomo si tiene appagato di sua ventura, né di suo essere. Orazio dice: Ciascuno

1) Corretto sarò, in sono, col t: te sui gariz.

2) Corretto rifiutalo, in richiesto, ed aggiunto: e richiede ciò che aveva rifiutato, t: eie refuse ce que eie avoit quis, et requiert ce que eie avoit refìisè.

3) Corretto Orazio dice, in ora fa edifici, ed, col t: or fait édifices, et.

4) Corretto vole, in muta, col t: or mue.

5) Aggiunto lo coraggio è colpevole, col t: li corages est cuipables.

6) Corretto y«, in fa, col t: fait sa volente.

7) Il T: r/iuent les airs.

8) Mutato per quello intendo io nomo senza fermezza, in per qual legame terrai Proteo, col t: par quel lien tiendrai Proteum.

9) Corretto volere, in volto, col t: change son volt.

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disira cose diverse, che ’1 bue disia freno e sella,

e ’1 cavallo arare. Ora giudico, che ciascuno si legna a quello eh’ egli è allevato \

A questa virtude appartengono cinque cose. L’ una è, la fermezza dello intendimento, che si suole mutare in diversi pensieri. La seconda è, uno medesimo coraggio al bene ed al male. La terza è, fermezza intorno le cose desiderate. La quarta è, fermezza contra la tentazione. La quinta è permanenza nell’ opere.

Capitolo XLL

Come pazienza è bona ’.

Pazienza è una virtìi, per cui nostro cuore, ne fa sofferire ^ gli assalti della avversità, e li torti fatti. Suo ufficio mostra Lucano quando dice; Pazienza gioisce nelle dure cose. La più grande allegrezza eh’ ella possa avere, si è quand’ ella può operare sua virtù. Lo maestro disse:

1) Il t: à quoi il est livrez.

2) Il T: De patience.

3) Mutato sofferà, in ne fa sqfferire, col r: nos fait sofferir.

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Questa virtù è romedio di torto fatto. Orazio

disse: Tutti li mali che sono a venire, divegnono più legìrieri per ’pazienza. Boezio dice: Per non sofferire, ti sarà la sciagura più aspra che tu non puoi mutare. Terenzio disse: Sofferire di buono coraggio, ciò ventura a noi ^ apporta, chn follia è di contendere contra ^ Seneca dice; L’infermo non ubbidiente fa inasprire lo medico suo, che nulla cosa è sì leggiere che non ti sia grave se tu la fai ad invidia ^ E però che questa virtù è contra passione, conviene * sapere che r une sono per volontà, e V altre no ^ E tutto sofferire *^ che l’ uomo fa per suo grado, sono cose laudabili e degne di merito. Ma l’uno e l’altre, o elle ’ sono dentro o di fuori. Quelle che sono dentro, sono per bene o per male che

1) Aggiunto a, col t: nos aporie. £) Il T: contre l’aguillon.

3) Ut: a enviz. Il Veratti traduce: rnal tuo grado, (invitiis).

4) Corretto che viene è a, in conviene, col t: contient il savoir.

5) Corretto l’ una sia per volontà, e V altra no, in le une sono per volontà, e l’altre no, col t: les unes sont par volonté, et les autres non.

6) Aggiunto sofferire, col t; et toutes soffrances.

7) Corretto /’ una e V altra, in l’une e l’altre, ed agoriuntn, col Ti raaiì les unes et Us antres, ou eUs sont.

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viene di fuori, sì ’ come è ^ allegrezza e speranza,

paura e dolore. Quelle che sono di fuori, sono le noie e’ torti, che altri ci fanno e dicono ^. In tutte ragioni di tribulazione tu dèi imaginare * la passione di Cristo, e le tribulazioni ^ di lob che le seppe si bene soiferire. Poi tu dèi considerare le pene le quali li rei portano per compire loro malvagità. Appresso considera se tu avevi di prima disservito ", che quello male dovessi avere, o ’’ maggiore. E considera la maniera del male che viene, e di colui che te ’1 fa; che in ciascuna di queste cose puoi tu pigliare conforto, e bene sofferire tutte tribulazioni del secolo.

1) Aggiunto quelle che sono dentro, sono fer bene o per male che viene di fuori, col t: celles qui sont dedans, sont ■por bien ou por mal qui vient dehors.

2) Ommesso ora, prima di allegrezza, perchè ingombra, e manca al t.

3) Aggiunto che altri ci fanno o dicono, col t: q^le li autres nous font, ou dient.

4) Il t: considérer.

5) Il t: maleurtè loh.

6) Corretto servito, in disservito, col t: desservi.

7) Corretto è, in o col t: ou greignor.

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377
37’

Capitolo XLII. Ancora della fortezza ’

In questa virtù, cioè forza, ed in tutte sue parti, di cui voi udiste ’ ciò che ’1 conto n’ ha detto, si dee V uomo ammisurare e guardare del troppo e del poco, secondo che Seneca dice: Se magnanimi tade è fuor di sua misura, ella fa uomo minacciatore, ed enfiato, e crucciato, e senza riposo, e corrente a grandi parole, senza nulla onestade, per picciola cosa s’ allieva ed ingrossa le sopracciglia ^ e commove altrui, e caccia e fiere. E tutto eh’ egli sia ardito e fiero, egli avrà cattivo fine, e corto ^ nelle grandi cose, e lascierà di sé pericolosa memoria.

Dunque la misura di magnanimità è, che non sia troppo ardito, ne troppo pauroso.

1) Ut: Encore de Jorce: ag-giunto ancora.

2) Corretto udi(e, in udiste, col t: vos avès oi.

3) Corretto e sale sopra qxielli, in le sojir acciglia, col t: ses sorcils. Errore corretto altra volta. La edizione lionese legge: leva le ciglia, et fa grotte.

4) e corto, manca al t.

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378
37.^

Qui taco il conto di parlare di forza e di sua maniera, e tornerà alla quarta virtù, cioè giustizia.

Capitolo XLIII.

Delia quarta virtù, cioè giustizia ’.

Giustizia viene appresso tutte le altre virtii; e certo giustizia potrebbe nulla fare se le altre virtù non la aitassero^; che al corainciamento del secolo, quando non era al mondo né re, né imperadore, né giustizia non era conosciuta, e ^ la gente eh’ era allora vivea a modo di bestia, l’uno in uno riposto, e l’altro in un altro, senza legge, e senza comunità; gli uomini guardavano volontieri la franchezza la quale natura gli avea donata, e non avrebbero messo loro collo a giogo di signoria, se non fosse che le malizie multiplicarono pericolosamente, e li malfattori non erano castigati. Allora fu alcun buono uomo, che per

1) Il T: De justice.

2) Corretto facessero, in aitassero, col T; aidoient.

3) Aggiunto e, col t: et les gens.

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suo senno assembrò e raunò la gente ad abitare ’,

ed a guardare l’ umana compagnia, e stabilire giustizia e dirittura. Dunque pare certamente, che giustizia è quella virtii che guarda umana compagnia e comunità di vita: eh’ è ciò che gli uomini abitano ^ insieme, ed uno ha terre fruttifere, o altre possessioni, ch’egli ha bisogno d’un altro ^, però saremo mossi per invidia e per discordia se giustizia non fosse.

Questa virtii sormonta l’ aspre cose, che in ciò che r uno è cavaliere e l’altro mercatante, l’altro lavoratore, il procaccio dell’ uno impedisce il guadagno dell’altro, le guerre e gli odii nascono, e sarebbero alla distruzione de^rli uomini, se giustizia non fosse, che guarda e difende la comunità delle vite *; di cui la forza è sì grande, che quelli che si pascono di fellonia e malificio, non possono vivere senza alcuna parte di giustizia, che li ladroni che imbolano insieme, vogliono che giustizia sia guardata in tra loro. E se lo maggiore ^ loro non parte egualmente la preda,

1) Corretto ajutarsi, in abitare, col t: habiter ensemble.

2) Corretto ajutano, io abitano, col t: habitent ensemble.

3) Il T; de quoi l’ on a, besoing.

4) Corretto della vita, in delle vite, col t: la coriimnniiè des vies.

5) Il t; lor maistres.

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ìi suoi compagni Fuccidono, od ’ egli lo lasciano.

Tullio disse: Nullo può essere giusto, che tenaa morte, o dolore, o d’ essere cacciato, o povertà, o chi fa contro a lealtà le cose che sono contrarie a questa virtù: cioè a dire chi è sì disideroso ^ d’avere vita, o sanità o ricchezza, od altre cose, eh’ egli ne faccia contro a lealtà, egli non può essere giusto.

Tutti li stabilimenti di vita son fatti per aiutare l’uomo per forza di giustizia. Primieramente, che r uomo abbia a cui egli ^ possa dire sue private parole, ed a quelli * che vendono, e comprano, e pigliano, e danno, ed alluo.gano, e che si intramettouo di mercatanzia è giustizia necessaria; di cui Seneca disse in questa maniera: Giustizia è giunta a natura, trovata per lo bene, e per mantenimento di molte genti, e non è ordinamento d’ uomini, anzi è legge da Dio, e mantenimento d’ umana compagnia. E in questo non

1) Corretto ed, in od col t: ou.

2) Corretto desidioso, in desideroso, col t: si liez d’avoir vie.

3) Mutato il, in e^li, t: il puisse.

4) Corretto e da quelli, in ed a quelli f col t: et à ceulx.

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conviene ad uomo pensare clie convenevole sia,

eh’ ella ’ lo dimostra ed insegna ^

Se tu voli seguire giustizia, primieramente ama e temi ^ Iddio nostro signore, sì che tu sii amato da lui; e lui puoi tu amare in questa maniera, cioè che tu faccia bene a ciascuno, ed a nullo male. Allora ti chiameranno le genti giusto, e ti seguiranno, e faranno reverenza, e t’ameranno.

Se tu voli esser giusto, non è assai a non fare male altrui, anzi ti conviene essere contrario a quelli che vogliano farlo, però che non danneggiare non è giustizia. Non prendere a forza le altrui cose; e rendi quelle che tu hai preso, e castiga quelli che le pigliano.

Nulla discordia che sia dinanzi da te non diffinire per doppie parole, ma guarda la qualità del coraggio. Una cosa sia tuo affermare, e tuo giurare; che già non sia lo nome di Dio chiamato, tuttavia egli è ^ testimonio; però non

1) Corretto ma, eh’’ ella dimostri, in eh’ ella lo dimostra, col t: car eie le demonstre et ensciijne.

2) Aggiunto lo col t: elle le demonstre et enseigve, e corretto disegna, in insegna. Così anche il Nannucci.

3) Corretto credi, in temi, coli’ edizione lionese, col Nannucci, e codice cap. Ver.

4) Corretto in, in e(jli è, cui Nannucci, e col t: est il tesmoings.

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trapassare la verità, acciò che tu non trapassi la

legge di giustizia. E se alcuna volta dirai bugia; non per falsità, ma per verità difendere \ Se ti convien redimere^ la verità per menzogna, tu non dèi mentire, ma scusare: che là ove è onesta cagione, V uomo giusto non iscopre le segrete cose, anzi tace quello che è da tacere, e dice quello che è da dire. L’ uomo giusto è così apparecchiato e presto a seguire tranquillità, che quando gli altri sono vinti per malvagie cose, egli le vince.

Dunque se tu farai tali cose, tu attenderai tuo fine lieto e senza paura, giulivo vedrai le cose tristi ^ quoto udirai * cose di remore, e sicuro mirerai le estremità ^

E però che giustizia è il compimento dell’altre virtii, chiamiamo le più volte tutto bene e tutte virtudi insieme, per questo nome; ciò è giustizia chiamata. Ma il maestro chiama

1) Mutato riavere, in difendere, col Nannucci, e col t: dépendre.

2) Corretto sì ti conviene usare, in se ti conviene redimere, col t: se il te convient reanibre.

3) Aggiunto giulivo vedrai le cose tristi, col t: ioianz porras tu veoir les choses tristes.

4) Corretto quête vedrai, in queto udirai, col t: quietes seras en oir.

5) Corretto la povertà, in le estremità, col t: les estremitcz. Queste quattro correzioni concordano col Nannucci.

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giustizia solamente quella virtù, che a ciascuno

rende suo diritto. A cui opera noi ammonisce ’ la natura in tre modi. L’ uno è, che Dio fé l'uomo tutto diritto per significare lo diritto di giustizia. Lo secondo modo, che cosa che appartiene a giustizia è scritto in nostro coraggio come per natura. Lo terzo modo è, che tutti gli altri animali guardano a giustizia, e ad amore, e pietà intra quelli di sua maniera. Altresì noi ammonisce ^ lo insegnamento del savio Salomone, che dice: Amate giustizia voi che giudicate la terra. Salomone dice: Combatti per la giustizia fino alla morte ^ Anche disse: Dinanzi alla sentenza apparecchiate la giustizia. Santo Matteo disse: Beati que’ che patiscono persecuzione per la giustizia. Salomone disse: Giustizia innalza i bisognosi. David disse: Dio serrò la bocca del leone, perchè io aveva giustizia ^ Sa 1) Corretto siamo, in ammonisce, col t; semonl nature.

2) Mutato noi seguiamo, in noi ammonisce, col t: semonet.

3) Aggiunto Salomone dice: Combatti fer la giustizia Jino alla morte, col t: Salemons dit: Comhas toi por justice pisqi’/ à la mort.

4) Corretto: serra, in serrò, ed ho volontade di, in io aveva, col t: Diex serra la bouche doti, lion, force que je avvie justice. Il testo è di Daniel VI, 22, e non di David come scrive il t.

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lomone disse: Tesauro ne malizie ’ non fanno

prò’, ma giustizia libera da morte. David dice: Mia giustizia mi merrà securamente dinanzi da te. Salomone dice: Giustizia è perpetua senza morte. Seneca disse: Giustizia è grande risplendimento di virtude ^

A giustizia appartiene due cose: volontà di profittare a ^ tutti, e di non nuocere a nullo, che ciò sono li comandamenti della legge naturale. Santo Matteo dice: Fate agli uomini, ciò che voi volete facciano a voi. Lo maestro disse: Giustizia dee seguire lo senno. Ma due volontà impacciano r ufficio di giustizia, cioè paura e cupidità; e due venture, cioè prosperità ed avversità, cioè a dire, se gli è alcuno che per suo senno sia degno che tu gli facci alcun bene, e gli altri ti dicono che se tu * lo facci, tu n’averai l’ odio d’alcuno possente uomo; vedi che paura ti farà cessare dall’ ufficio della giustizia. Dall’altra parte, se è alcuno verso cui tu dèi esser largo, e tu voli guardare tuo avere, vedi allora che cupidità va contra a giustizia.

1) Le stampe: Tesoro né maiizic, il t: Trésors ’ne malisces Prov. X 2, Tesauri irnpieiatis.

2) Il testo è di Tullio OfJicUs I. 7, 20: in justifia mairiraus est splendor /lonestatis.

3) Corretto prò’ intra, in pro/ìltare, col t: volente de projìt a irestovz. Il ms. Bergamasco giovar a tutti.

4) Corretto che tu noi facci, in che se tv. lo facci, col T: que se tu li fais.

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Però conviene che giustizia sia appoggiata di due

mura \ cioè di fortezza contra paura e contra avversità, e di temperanza contra cupidità e prosperità.

E in ventura si pare ^ che contra prosperità si dee l’ uomo mettere a temperanza, e contra ad avversità si dee l’ uomo mettere a fortezza ^: che altrimente * la prosperità alzerebbe troppo l’uomo, e l’avversità l’ abbasserebbe troppo, sì come il conto ha detto apertamente qua in dietro. Però può intendere ciascuno, che chi temperanza e fortezza mettono al sedio di giustizia, egli lo tiene sì fermamente, che non è in orgoglio per prosperità, né non isgomenta per avversitade.

La legge di Roma dice, che giustizia ^ è ferma e perpetuale volontà in donare a ciascuno suo diritto; e però possiamo noi intendere che tutte virtii ed opere ^ che rendono ciò che elle debbono, sono sotto giustizia, e sono le sue parti.

1) Il t: // pilers.

2) Corretto si disparte, in si pare, col t: apert il.

3) Corretto isperanza, in fortezza, col t: force. Ha riscontro nel periodo appresso.

4) Aggiunto che altrimente, col t: car autrement.

5) Corretto legge, in giustizia, col x: justice. Corretto poi: forma, in ferma, col t, e col ms. Bergamasco.

6) Corretto e l’opere, in ed opere, col t: toutes vertus et toutes oevres.

25

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Ma ep-li ci ha cose, che noi dovemo a tutti uomini,

cioè amore, fede e, verità; e cose sono, che noi non dovemo a tutti uomini, ma ad alcuno, si come il maestro diviserà in suo conto diligentemente. Ma innanzi dice egli, che giustizia è divisata principalmente in due parti ’, ciò sono renditore e liberalitade.

Capitolo XLIV. Della prima branca di giustizia ^.

Renditore è una virtù, che ristora li danni ^ e li torti fatti per degno tormento. E ha tre uffici.

Il primo è, che nullo non nuoce altrui, innanzi ricevuto lo torto fatto.

11 secondo, che l’ uomo usi le comuni cose come comuni, e le proprie come proprie ^ E tutto che nulla cosa sia propria per natura, ma ^

1) Corretto parole, in parti, col t: t II partie.

2) Il t: De roidor, qui est la premiere òravche de justise. Corretto virtude, delle stampe, in giustizia.

3) Li danni, manca al t.

4) Mutato per le, in come, col t: camme propres. Ha riscontro col come di sopra.

5) Ommesso per prima di comune, perchè manca al t: mais commune, e guasta la sentenza.

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comune, tuttavia ciò che ciascuno ha, è suo proprio;

e se alcuno ne dimanda più, lascia dirittura d’umana compagnia; e di ciò vegnono tutte discordie, che ’ tu ti sforzi di tornare le mie cose in tua proprietà. Seneca dice; Meglio vivrebbero gli uomini in pace, se queste due parole Mio e Tuo fossero levate del mezzo.

Tullio dice: Lo terzo officio del renditore*, è dipartire li rei dalla comunità degli uomini, sì come fa l’uomo d’alcuno corrotto membro, perchè non corrompa gli altri; così dee l’uomo la fellonia e la crudeltà degli altri malvagi dividere dalla compagnia de’ buoni, eh’ elli sono uomini, non per opera, ma per nome tanto. Qual differenza ha egli dunque se alcuno si muta in fiera salvatica, o egli ha sembianza d’ uomo, e crudeltà di bestia? Le piaghe che non sentono sanità per la medicina, debbono essere tagliate dal ferro. Dunque non dee l’ uomo perdonare a tale uomo. Seneca dice: Lo giudice ^ è dannato, quando il malfattore è assoluto. Tullio disse: Lo giudice si dee guardare d’ira quando giudica, che in ira non potrebbe vedere lo mezzo fra ’1 poco e il troppo. Cato dice: L’ ira impedisce lo animo, sì

1) Mutato e, in che, che ha riscontro con ciò, col t: ce. que.

2) Agg’iunto del Tenditore, col t: de roidor.

3) Corretto lo giusto, in lo giudice, col t: li piges.

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che non può ’ discernere il vero. Orazio dice:

Quando l’ uomo non è signore della sua ira, egli è ragione che ciò che’ fa, non sia per fatto.

Capitolo XLV. Della giustizia, e dei giudici -.

Li giudici debbono sempre seguitare la verità; ma gli avvocati alcuna volta seguitano quello che pare verità, e voglionla difendere tutto ch’ella non sia verità.

Salustio dice: Quelli che giudicano delle cose dottose, ciò è a dire, quelli che sono per fare giustizia, debbono essere voti d’ odio, e d’amistà, e d’ ira, e di misericordia; che i cuori a cui tali ^ cose nocciono, * appena possono vedere guari di verità. Tullio dice, che’ giudici togliono spesse volte al ricco per invidia, e donano

1) Corretto non puoi, in non può, col t: il n’ a poir trier la veritè.

2) Il T: Des juges.

3) Corretto a colali cose, in a cui tali cose, col t: à cui tels choses.

4) Ommesso ed, prima di appena, perchè intralcia, e manca al t.

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al povero per misericordia. Seneca dice: Immantenente

che r uomo veste persona di giudice, dee egli svestire ’ persona d’ amico, e guardare che sua parola ^ non falchi altri, così come fosse venuto in sua possanza. Egli dee usare comunità in sua parola cosi come in altre cose ^.

Capitolo XLVI. Come liberalitade fa benefici all’uomo *.

Liberalità è una virtù che dona, e fa bénéficia

Questa medesima virtù è chiamata cortesia. Ma quand’olia è in volontà, noi la chiamiamo

1) Corretto vestire, in svestire, col t: desvestir persone d’amis.

2) Corretto persona non falchi V altra, in parola non falchi altri, col t: paroles ne forcloent les autre. La Crusca porta alla voce falcare, questo esempio con due errori corretti. Falcare qui vale quanto difalcare, o diffaltro^re. Diffalta è spesso nel Volgarizzamento.

3) Corretto corae altre cose, in come in altre cose, col t: comme es autres choses.

4) Il T: De libéralité, qui est la seconde branche de justise.

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benignità: e quando ella è in fatto, ed in opera,

noi la chiamiamo larghezza.

Questa virtude è tutta in donare, ed in guiderdonare. Per queste due cose siamo noi religiosi verso nostro signore Iddio sovrano padre, e pii verso nostro padre, e ’ nostra madre, ed i nostri parenti, ed il nostro paese, e siamo amabili a tutti, e reverenti allo più errande, e misericordiosi alli bisognosi, e non nocenti a’ più deboli, e concordi coi nostri * vicini.

Dunque pare bene, che liberalitade è divisa in sette parti: cioè dono, guiderdone, religione, pietà, carità, reverenza e misericordia. E però che ciascuna rende ciò che dee, sono elle veracemente partì ^ e membra di giustizia.

ì) Aggiunto e pii terso nostro padre, e, col t; et piteus vers notre pere et notre mere.

2) Aggiunto più deboli, e concordi coi, col t: ìion nuisant as plus foihles, et concordant à nostre voisin.

3) Corretto preziose, in parti, col t: partie et membres de justise.

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Capitolo XL VII.

Di ciascuna parte di liberalità, e prima di dono ’.

Ora dirà il conto di ciascuna parte di liberalità per se; e prima di dono, dove egli ha insegnamento come l’uomo si dee contenere a donare.

Seneca disse; in donare, guarda che tu non sia duro. Ma chi è l’uomo, a cui basta *’ d’essere pregato leggermente a una sola volta? Chi è quegli, che quand’ egli crede che tu lo vogli domandare d’ alcuna cosa, non torca ^ sua fronte, e non induri sua faccia, e fa sembianti eh’ egli è in bisogno ? Ciò che l’uomo dona, il dee tenere dono per altre tale coraggio com’ egli è donato. E però non dee V uomo negligentemente donare. Né nullo

1; Il t: Des enseignemens de douer.

2) La stampa: in donare guardo, che tu non sia veloce, a chi è V uomo a cui tu doni ecc. Il t: en doner garde que tu ne soies durs. Mais qioi est li hom a cui il sufjist d’estre prie etc. Corretto non sia duro. Ma chi è l’uomo a cui basta ecc.

3) Corretto tenga, in torca, col t: ne tome aucvAi de son front.

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non guiderdona volentieri ciò che non ha ricevuto di

bon grado; anzi l’ ha estorto \ E queste cose dee l’uomo ^ a sé medesimo, ch’egli riceve dal non savio.

Lo maestro dice: Appresso guarda d’indugiare tuo dono, che quegli è diceduto ^ che crede avere guiderdone di quelli eh’ egli ha tenuto in indugio, e lasciato in lungo aspettare. Dunque non dèi tu indugiar quello, che tu puoi * donare, ma debbilo donare immantinente; che chi dona tosto dona due volte: l’una volta dona la cosa; l’altra per sembianza ^ che ’1 dono gli piace. Seneca dice: L’uomo non sa grado del dono lungamente dimorato intra le mani del donatore, perchè chi molto dotta ^ è prossimano a nascondere; e chi tardi dona, lungamente pensa di non donare. Di tanto menimi tue grazie quanto tu metti dimoro, però che la faccia di colui che ti priega arrossisce per vergogna; ma quegli che non si fa diman 1) Aggiunto ami l’ha estorio, col t: aiìiz l’a estors.

2) Ommesso dottare, dopo l’uomo, perchè ingombra, e manca al t.

3) Il T: deceu.

4) Mutato dei, in -puoi, col t: fiies doner.

5) Trasportato l’altra prima di per sembianza, che era dopo, col t: une foiz done la chose, une autre foiz par semblant que doner li plaist.

6) Corretto tosto dona, in molto dotta, col senso, e col t: muli doute.

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dare lungo tempo, moltiplica suo dono: che molto

buona cosa è d’avanzare ’ lo desiderio di ciascuno. Seneca dice: Quegli non ha per niente la cosa ^ che per preghiera la richiede. Nulla cosa costa più cara, che quella che è comperata per preghiera. Lo maestro dice: Ciò è amara parola e noiosa, in cui dee l’uomo bassare lo volto che dice: Io prego. Tobia dice: Preghiera è boce di miseria, e parola di dolore; però sormonta tutte maniere di dono quello che viene a rincontro, e eh’ è fatto senza richiesta. Tullio dice: Piii è grazioso un piccolo dono fatto tostamente, che un grande eh’ è a pena donato. E la grazia di colui che dona, menima s’egli fa pregare agli altri. E nulla cosa è sì amara, come è lungamente attendere. Ed a molti uomini saprebbe migliore grado il disdire tosto, che metterlo in indugio.

Tullio dice: Guarda che *1 tuo dono non sia di danno a colui a cui tu il doni, o ad altrui; che chi dona altrui cosa nocevole, egli non fa benefìcio, anzi malificio ^ Però sono persone sì volonterose di glo 1) Corretto avacciare, in avanzare, col t; avancier.

2| Le stampe dissennate: qìugli che non ha niente, fromette la cosa ecc. Il t: cil n’ a pas por neanù la chose, qv far prières la requiert. Corretto: quegli non ha per niente la cosa, che ecc.

3) La stampa muta del tutto la sentenza: guarda che ’l tuo dono non sia di colvÀ a cui tu il doni, o d’altrui; che

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ria, che togliono ed uno ciò che donano all’altro.

Chi prende malvagiamente per bene ’ spendere, più fa di male che di bene; che’ nulla cosa è sì contraria a liberalità. Seneca disse: Quegli dona a vanagloria, e non a me. Tulio dice: Usiamo dunque liberalità in tal maniera, che vaglia a noi, ed a’ ^ nostri amici, ed a niuno non nuoccia. Lo maestro disse: Guarda che tuo dono, non sia maggiore che tuo potere. Seneca ^ disse che * in tal liberalità non conviene che abbia in sé malizia di tollere l’altrui per donare.

Lo maestro disse: Poi ti guarda di non rimproverare altrui cosa che tu abbi donato, che tu il dèi dimenticare; ma quegli che riceve lo dee tenere in mente. Tullio disse: La legge del ben fare intra due è ^quella, che l’uno dee tanto to chi dona l’altrui cosa, egli non fa beneficio. Il t: garde que ti don ne nuisent a cel à cui tu les dones, ou à autres; car qui done à autrui choses qui li nuisent, il ne fait pas bénéfice. Corretto conforme al t: guarda che ’l tuo dono non sia di danno a colui a cui tu il doni, o ad altrui; che chi dona altrui cosa nocevole ec.

1) Corretto il mal dono, in malvagiamente, col t: mauvaisenient.

2) Aggiunto a noi ed, col t: à nos, et à nos amis.

3) Corretto Tullio, in Seneca, col t: Seneques dit.

4) Corretto chi è, in che, col t: car en tel libéralité.

5) Ommesso in, prima di quella, perchè ingombra. Il t: la lois est tele.

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sto dimenticare quello che dona, e l’altro ^ dee

sempre ricordare di ciò ch’egli ha ricevuto. E’ non sovviene punto a buono uomo di ciò ch’egli ha donato, se quegli che ’1 guiderdona non gli fa sovvenire. E dirittamente fa quegli che sì di buona aria dona; che gli pare avere guadagnato quello eh’ egli dona, senza speranza di guiderdone; e ricevene ^ come quegli che non avesse mai donato. Quelli ^ che rimproverano aspramente o leggermente, eh’ egli si rimpentono di loro dono, disfanno tutta la grazia. A cui Tullio dice: Ah! orgoglio

  • . A nullo uomo piace nulla prendere del ^

tuo, che tu corrumpi ciò che tu doni.

Lo maestro dice; Appresso ti guarda di malizioso ingegno di nascondersi, come fece re Antigono, che disse al povero ^ che gli dimandava un bisante, che gli domandava più ’ che a lui

1) Corretto ed all’altro, in e l’altro. Risponde a l’uno precedente. Così anche il t. et l’ autre doli.

2) Corretto ricevono, in riceverle, colla grammatica, e col T: et reçoit comme ecc.

3) La stampa infamemente: e ricevono come quegli che non avesse mai donato qxielli che rimproverano ecc. ecc. Corretto, come sopr?, ricevene, e col t collocato il punto dopo donato; distinguendo le due ottime sentenze.

4) Aggiunto Ah! orgoglio, col t: ha orgueil!

5) Corretto dal, in del, col t: de loi.

6) 11 T: menestrier.

7) Aggiunto un bisante, che gli domandava, col contesto, e col T: qui li demandait I besant, que il demandait.

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noa si convenia. E quando gli domane!?) uno danaio,

sì disse: A re non conviene sì picciol dono fare. Quegli ebbe maliziosa scusa, eh’ egli poteva ben donare uno bisante, però ch’egli era re; e potevagli donare un danaio, però che quegli ’1 dimandava era povero. Ma Alessandro la fece meglio quando donò una città ad uno uomo, e quegli disse, eh’ egli era di troppo basso affare ad avere città. Alessandro gli* rispose: Io non pongo cura che cosa tu debba avere, ma qual cosa io debba donare.

Lo maestro dice: Appresso ti guarda, che tu non ti lamenti di colui che ti sa grado di quello che tu l’hai ’ servito: egli è meglio se tu te ne ridi ’; ma se tu ti lamenti, ed egli n’abbia ira ^, egli starà sempre dottoso di sua vergogna. Ma immantinente che tu te ne lamenterai, sua vergogna è andata; e dirà ciascuno: Quegli non è tale come noi credevamo. Non sia simigliante a lui *. S’egli non ti sa grado d’un dono fatto, egli ti saprà d’un altro. S’egli dimentica li due, lo terzo gli ricorderà quelli ch’egli dimentica. Che ragione ha di crucciarsi colui a cui hai donate grandi cose, sì che quegli che è tuo amico ti diventa nimico? Sii

1) Aggiunto l’, col t: ce que tu as deservi vers lui^

2) Il t: se tu t’en fais.

3) Ut: il en empirera.

.4) Corretto al loro, in a lui, col t: a luy.

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largo in donare, e non esser agro in domandare,

che quando li disdegni ’ montano più alto che i meriti, colui a cui egli piace si se ne dimentica, e chi si duole ne menima ^

Lo maestro disse: In liberalità dobbiamo noi seguire Iddio, eh’ è signore di tutte cose. Egli comincia a donare a quelli che non sanno, e non cessa di donare, e sua volontà è di profittare a tutti ^ che lo sole luce sopra li scomunicati, e ’1 * mare è abbandonato a’ ladroni. Dunque se tu voli seguire Iddio, dona a chi non ti sa grado, che se alcun non ti sa grado di ciò che gli doni, e non ti fa però torto a te, ma a lui; che ’ quegli che ne sa ^ grado, dilettan sempre li benefìcii; ma colui che non ’ sa grado, non si diletta ’ più d’ una volta. Che non è grande cosa donare e ’

1, Il T: laUonges, che significa ingiuria di parole, offesa, e non disdegno (Veratti).

2) Corretto che sua difalta, in e chi si duole, col t: et qui se dueh, il l’amenuise.

3) Aggiunto a tutti, col t: projltier à tous.

4) Mutato il, in e ’/, col t: et la mers est abandonèe as larrons. - Corretto abbondante in abbandonato.

5) Mutato ma, in che, col t: car.

6) Corretto è senza grado, in ne sa grado, co t: en seit

gre.

1) Aggiunto non, col t: m’ en seit gre.

8) Corretto li, in si, col t: ìie se delite.

9) Ommesso non, prima di donare, perchè manca al t: doner et perdre.

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perdere; ma perdere e donare appartiene a grande

coraggio. Virtù è donare senza attendere lo cambio. Io amerei più non ricevere, che non dare.

Quegli che non dona quello ch’egli promette, ha reità’ più che non ha quesrli che non sa grado di quello che ha ricevuto. Ricevere dono non è altro, che vendere sua franchezza. E se tu iniproraetti a colui che non è degno, donagli non per dono, ma per tener tua parola ferma. Lucano disse: Franchezza non sarebbe ben venduta per tutto l’oro del mondo. Tullio dice: Già sia che tu debbi donare a ciascuno coni’ egli ti domanda, tuttavia r uomo dee scegliere chi n’ è degno. In ciò r uomo dee guardare li costumi di colui a cui egli dona, e che cuore ha verso lui, e con che gente egli usa, e con che compagnia egli vive, e ’1 ^ servigio ch’egli ne fa % e se quelli con cui egli vive * siano perfetti, od abbiano sembianza di virtude. E tu dèi credere che ciascuno è buono, so ’1 contrario non è provato. Lo maestro dice: Ciascun dee essere onorato tanto, come egli è ornato di più leggier virtù, cioè misura, e

1 ) Corretto averà, in ha reità, col t: meffei.

2) Corretto viene nei, in vive, e ’/, col t: il vit, et le servises.

3) Aggiunto ne, col t: qu’ il nos fait.

4) Corretto viene al servigio, in vive, col buon senso, e col t: que cil avec cui il vit.

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temperanza, che forte coraggio e più ardente è

spesso ’ in colui, che non è troppo savio.

La prima cosa in servire è, che noi semo più obbligati a colui che più ne ama. Ma egli ci ha più gente, che fanno molte cose per subitanea fretta ^ come se fossero ismossi per un poco di vento: cotale ben fatto ^ non dee esser tenuto così grande, come se fosse fatto temperatamente. Egli è altrimenti di colui che ha povertà, che di colui che ha tutto bene, e dimanda meglio. L’ uomo dee più tosto far meglio a coloro che sono in povertà, s’elli non sono degni d’avere povertà. Ma noi ci dovemo * tutto ascondere a quelli, che vogliono montare più alto. Anche credo bene, che ben fatto sia meglio a buoni poveri che a malvagi ricchi ^ i quali non vogliono

1) Aggiunto spesso, col t: sovent.

2) Il t: far soudaine kaste. Corretto innalzare sé, in subitanea fretta.

3) Corretto chi è, in cotale, col t: et tei bien fait.

4) Aggiunto ci, col t: nos nos devons.

5) La stampa confonde: credo bene che benfatto sia meglio a doppio in buon povero che a malvagio ricco. Quelli che sono ricchi, non credono essere dimenticati per benefatti, anzi credono a te fare grande bene quando ricevono da te, che egli non crede che tu attenda alcuna cosa da lui. Il t: Croi je que bienfaiz soit mieulx emploi es bons poures, que es mauvais riches, qui ne vuelent esire obligés par bienfait; ains cuident a toi faire grant bien quant il reçoivent

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essere obbli^^ati per beiiefatti. anzi credono a te

fare grande bene quando ricevono da te; o eglino credono che tu attenda alcuna cosa da loro. Se tu fai bene al rio ricco, tu non avérai grado se non da lui. e da sua famiglia. Ma se tu fai bene al buono povero, egli è avviso che tu riguardi’ a lui, non a sua ventura, ed averaine grado e grazia da tutti li buoni poveri ’, che ciascuno lo terrà in suo aiuto. E però se la cosa viene in contesa ^, seguirai Temistocle ^ che disse, quando voleva maritare sua figliuola: Io amo l’uomo che abbia soffratta ^ di dinari, più che se li dinari abbiano ^ soffratta di uomo ". Noi dovemo tale

de toi, ou il Cìiident que tu atendes aucune chose d’eulz. Medicato: credo bene, che ben fatto sia meglio a buoni poteri, che a maltagi ricchi, i quali non vogliono essere obbligali per bene/atti, anzi credono a te fare grande bene quando ricevono da te; o eglino credono che tu attenda alcuna cosa da loro.

1) Corretto riguarderai, in riguardi, col t: que tu regardes a lui,

2) Corretto gli uomini, in li buoni, col t: les bons pour es.

3) I) t: en content. Mutato costanza, in contesa, voluto dal contesto.

4) Mutato Demostene, in Temistocle, coir: Temistocles. 5i Qui, e appresso, mutato sofferta, in soffratta, manifesto errore di penna, col t: soffrainte de deniers.

6) Mutato abbia, in abbiano, col t: aient.

7) Corretto lui, in uomo, col t: ome.

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dono donare, che non sia niente ozioso ’. che a

femina non si dee donare arme da cavalieri. Seneca dice: Non donare tali cose, che dispiacciano all’ uomo, e che non gli rimproveri sua malizia, ciò è a dire, che l’ uomo non dee donare vino ad uomo ebro.

Ora ha detto il conto, ed insegnato ciò che appartiene a dono -: oramai dirà egli di guiderdonare, dove ha cinque ammaestramenti.

Capitolo XLVIII.

Del guiderdone.

Quando l’ uomo ha ricevuto dono od altro beneficio per lo quale egli è obbligato a rendere guiderdone, nulla cosa è sì necessaria come a rendere grazia; ciò è a dire, che tu riconosci lo bene che tu hai ricevuto, non per parole sola li Corretto vizioso, in ozioso, col t: oisens. 2) Corretto d’ insegnamento, in ed insegnato ciò che appartiene a dono col t: et enseigniè ce qui apartient à doner.

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mente, ma per opere; perchè Isidoro ’ comanda ^,

che tu renda guiderdone in maggiore ^ misura, che tu ne hai improntato. Che dovemo noi fare, quando alcuno ci fa ben di suo grado ? Certo noi doviamo seguire i campi * guadagnatori, clie rendono molto più che V uomo a loro non dà. Che se non ^ dottiamo a servire a quello che noi crediamo che ne valerà, che doviamo fare a quelli che a noi hanno già valuto? Egli è in nostra podestà donare, o non donare. Ma io non lodo a buono uomo eh’ egli non renda guiderdone di ciò eh’ egli ha ricevuto, s’egli lo puote fare senza forfatto ^

Sopra tutte cose ti guarda, che tu non dimentichi lo bone che altri t’ ha fatto, che tutti odiano colui che dimentica il beneficio ricevuto ’, e ad ogni gente parrebbe, che ’1 bene eh’ egli ti dovessero fare tu il dovessi dimenticare.

1) La sentenza è di Cicerone (I. off. e. 14) che legge: Hesiodus, e non Isidoro.

2) Ut: dit et commande.

3) Aggiunto: maggiore, col t: greignor mesìire.

4) Mutato Mercatanti, in campi, col t: ckans gaeignables

5) Corretto noi, in non, col t: et se nous ne doutons.

6) Aggiunto senza forfatto, col t: sanz forfait.

7) Aggiunto tutti odiano colui che dimentica il beneficio ricevuto, e, col t. tuit keent celui, à cui il ne sovient dou bienfait que il a receu, et.

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Qupgli è malvagio che dimentica ’ lo bene

ch’egli ha ricevuto. Seneca dice: Quello è malvagio che non fa sembiante, ma più malvagio è chi non rende guiderdone, e oltra malvagio è chi ’1 dimentica ^ Quello non può grado saper del bene che gli è fatto, che tosto il dimentica. E’ ^ pare, ch’egli non pensi guari a rendere. E quegli che dimentica, simiglia colui che gitta lo dono sì a lungi, ch’egli non lo possa vedere; che l’uomo non dimentica se non quelli ch’egli non vede spesso. E però dico io, che tu non dimentichi lo beneficio passato. Nullo tien beneficio quello ch’è trapassato, anzi lo tiene come cosa perduta. Se tu ne fossi tratto dinanzi al giudice in corte, allora non è dono, né ben fatto è *: anzi comincia ad essere sì come preso in presto. Con ciò sia egli onesta cosa a rendere grazia; egli addiviene disonesta, s’ella è fatta per forza.

1 ) Il T: renie.

2) Il T: r,il est mauvais qui ne reni guerredon, et très mauvais qui oblie. Sette codici del Chabaille, seguiti da Bono moli mauvais gui n’ en fait nul semblant, et cil plus mauvais qui n’ en rent guerredon. et cil est très mauvais qui le oublie.

3) Mutato e in e\ col t: il peri bien.

4) La stampa erra se tu non dessi iscritto dinanzi al giudice in corte, aUora non è muta. Dunque ben fatto è. Il t: se tu, en ies traiz en court par devant juge, lors n’ est il pas don ne bienfait. Medicato: se tu ne fosti tratto dinanzi al giudice in corte, allora non è dono, uè ben fatto è.

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404
Appresso. ti p-unrda che tu non ti affi-etti a

beneficio per torto fatto ’, ch’elli sono alcuni che rendono troppo grandi grazie, sì che quelli sono malvagi che vorrebbono ’ che quelli a cui sono tenuti avessero alcun bisogno, per mostrare come elli si ricordano del bene che hanno ricevuto. 11 loro coraggio ^ si è come quelli che sono accesi di * malvagio amore, eh’ elli ^ desiderano che loro amici sieno discacciati ®, per fargli compagnia, quando si fuggiranno ’, o eh’ elli sieno poveri, per donarli a

1) Corretto per tuo fatto, in fer torto fatto, col t: par torfait.

2) Grande guazzabuglio: sono alcuni che rendono troppo grande grazia, s\ come quelli malvagi che zorrehbeno ecc. Il t: il sont aucun qui rendent trop grans grâces si que eles sont mauvaises; car il voudroient etc. Corretto: sono alcuni che rendono troppo grandi grazie, sì che quelli sono malvagi che vorrebbono ecc.

3| Corretto com’ elli si ridano del bene che hanno ricevuto per loro coraggio, in com’ elli si ricordano del bene che hanno ricevuto. Il loro coraggio ecc. Il t: comment il se recordent dou bien que il lor ont fait. Li lor corages etc.

4| Corretto si è come quelli che sono altresì, in si è come quelli che sono accesi, col t: est aussi comme cil qui soni eschantè.

5) Aggiunto che, col contesto.

6) Corretto amiche, discacciate ecc. ecc., in amici, discacciati ecc. ecc. col t: que lors amis soit esilliez etc. etc.

7) Mutato fuggirà, in l’uggiraìino, colla grammatica. Il T è tutto in numero singolare.

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405
loro bisogno, o che sieno malati per ispendere

con loro. Gli amici desiderano ciò ’ che e’ nemici varrebbero ^ E per questo la fine dell’uomo^ è come del malvagio amore, che strania fellonia è di spignere un uomo "* nel!’ acqua per trarnelo fuori, di abbatterlo per rilevarlo, o di serrarlo per poi disserrarlo % che la fine di torto fatto non è beneficio, e ciò non è servigio, disfare altrui lo male che e’ fa ^.

Appresso guarda quello che Tullio disse, che tu non affretti troppo di mostrare che tu sappi grado del bene che l’ uomo t’ ha fatto. Quelli che ti staggisce lo tempo del guiderdonare, pecca piii che quelli che ’1 passa. Che ciò che tu non voli che dimori intorno a te, pare che sia cambio, e

1) Aggiunto gli amici desiderano, col t: li ami desirrent.

2) Corretto ciò che suo amico varrebbe, in ciò ch’e’ suoi nemici varrebbero, col t: ce qui ennemi vondroienl.

3) Aggiunto dell’ xiomo, col t: le fins de l’ome. Seneca citato in Moral. Dogm. XXVIII, dice exitus odii.

4) Corretto spegnere il fuoco, in spingere un uomo, col T: plungier I home.

5) Il T ha di più delle stampe: ou de lui abatre por relever, ou lui enclorre por mctre hors. Empiuta la lacuna.

6) Il t: ce n’est pas servises qui oste le mal qìie il a fait. Corretto per disfare lo male che altri fa, in disfare altrui lo male eh’ e’ fa.

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non dono ’; ed è segno di fiittarsi dietro il dono,

quando l’ nonno ne rimanda ^ un altro immantinente in quello luopro; ed a cui pesa ^ eh’ egli non ha ancora guiderdonato ne renduto. si ripente del dono ch’egli ha ricevuto.

Appresso, ti guarda che tu non rendi grazio in riposto luogo; che quelli non sa grado del hene ricevuto, che ne rende grazia in modo che nessun non l’ ode. Ma sopra tutto guarda che ricevi benignamente; poiché in ciò che tu hai ricevuto di buono aere, tu hai * renduto grazia. Ma non credere tu però essere quietato ^ anzi sei più sicuramente tenuto a rendere, che noi doviamo rendere volontà contra volontà, e cosa contra cosa, e parole contra parole.

1)11 t: changes, quattro codici charge. Seneca citato in Mor. Dogm. XXIX, onus jtidicas non imimis.

2) Corretto dimanda, in rimanda, col t: li envoie maintenant.

3) Corretto pensa, in pesa, col t: cil à cui poise.

4) Aggiunto poiché in ciò che tu hai ricevuto di bono aere, col t: car en ce que tu recois dehonairement. Tradussi di botto aere, perchè questa frase tanto piace a Bono.

5) Il T. quiteSf vale avutane quitanza (Sorio).

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4o:

Capitolo XLIX. Delle due maniere della liberalitade ’.

Ancora è - liberalità divisata in altra maniera, che runa è in opera, e l’altra in pecunia.

E chi ha lo podere, dee ^ servire di ciascuna, dell’una o dell’ altra. E quella ch’è in pecunia, è più leggiere, e specialmente al ricco uomo; ma quella ch’è in opera, è più nobile, e più di grado a buono uomo. Di questa * Seneca disse: Virtude non è chiusa a nullo uomo; ella è tutta aperta: ella non chiede magione, né campi, ella si tiene per pagata dell’ uomo nudo. E tutto che V una e l’altra maniera di liberalità, qualunque sia o in opera, o quella eh’ è in pecunia, fa l’uomo piacente e grazioso; non per tanto l’ una viene da borsa % e l’altra da virtudi. E quello eh’ è di

1) Il t: Encore de libéralité.

2) Corretto di, in è, col t: est.

3) Corretto di, in dee, col t: doit.

4) Mutato di cui, in di questa, col t: de c4e, e diviso il periodo.

5) Corretto dolce, in da borsa, col t: de huche.

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pecunia, menima più tosto in sua benignità, ’

che di tanto come tu usi più, di tanto la potrai meno usare. Chiunque più dona e dispende di suoi danari, tanto n’avrà egli meno.

L’altra maniera, che viene da virtude, fa r uomo più degno, e più apparecchiato di fare bene di tanto, come l’ uomo vi si costuma più. Quando Alessandro si procacciava d’avere la buona volontà di quelli del ^ regno di suo padre, cioè di Macedonia, per danari ch’egli donava loro; suo padre, cioè il re Filippo, gli ^ mandò lettera in tal maniera: Quale errore ti ha mosso in questa speranza, che tu credi che coloro sieno leali inverso di te, che tu hai corrotto per danari? Tu fai tanto, che quelli di ’ Macedonia non ti terranno niente per re, ma per rainistratore, e per donatore. Quegli che riceve, ne diventa peggiore \ che sempre sta intento che tu gli doni.

1) Il T: apetice plus tosi, et ensuit benignile. Forse invece di ensuit dee leggersi erapuie. Mor. Dog. XXIX. Tali henignitate iollitnr benigniias.

2) Ommesso suo, primo di regno, perchè manca al t, e nuoce alla diritta sentenza.

3) Mutato si, in gli, col t: li envoia.

4) Corretto proprio, in peggiore, col t: pires.

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Non ’ per tanto l’uomo non si dee del tutto

ritrarre del donare a’ buoni ^ che hanno bisogno. Dee l’uomo donare bene, ma diligentemente, e con temperanza ^ però che più persone hanno guasto loro patrimonio per donare follemente. Lo maestro dice: Nulla ha maggiore follia, che fare tanto ad una volta, che l’uomo non possa durare a fare lujigamente quello che fa volentieri. Appresso li grandi doni, le rapine. E quando r uomo viene povero e bisognoso per donare, egli è costretto di prendere l’altrui; ed allora ha egli maggiore odio da quelli a cui toglie, ch’egli non ha amore da coloro a cui egli dona. Cato dice: Chi guasta le sue cose, chiede le altrui * quando non ha più che guastare. Lo maestro dice: Però che donare non ha fondo, dee ciascuno guardare suo agio, e suo podere. E generalmente più sono quelli che si penton di troppo donare, che di troppo stringere.

Ma intorno questa materia sono tre maniere d’ uomini ^ L’ uno è distruggitore, l’altro è avaro,

1) Collocato il punto dopo doni, separando l’ ultima parola della lettera di re Filippo, dalla prima della continuazione del Tesoro.

2) Corretto a coloro, in a’ buoni, col t: as Iiones f/ens.

3) Aggiunto e con temperanza, col T: atemprement.

4) Aggiunto le, col t: quiert les autrni.

5) Aggiunto d’ uomini, col t: manlers d’omes.

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e Taltro liberale. Distruggitore è quello che giucca

a’ dadi, e spende in vivande, e dà a’ giucolari ’. II distruggitore dispende ciò ch’egli ha, che non ne rimane memoria, e in somma egli spende quello eh’ egli dovrebbe tenere e guardare. Avaro e quegli che guarda quello, che dovrebbe donare e spendere. Liberale è a dir largo, cioè quegli che di suo capitale raccatta prigioni, ed aiuta suoi amici a maritare le loro figliuole *, sì come debbono gli uomini aiutare l’uno all’altro e di consiglio e di parole, se gli è mestiere. Ma egli dee guardare d’aiutare in tal modo ad un, che non nuoccia ad un altro, che molte volte gravano di quelli che non deverebbero gravare. E s’ egli lo fanno a folle, si è negligenza; e se ’1 fanno a savio, è follia.

Quando tu gravi alcuno a mal tuo grado, dettene scusare, e mostrare come tu non puoi altro fare, e ristorare loro per altro servigio di quello che tu gli hai gravati. Ma però che tutte cagioni sono in accusare ed in difendere, io dico che meglio è difendimento. E non per tanto si può l’uomo alcuna volta accusare, ma ciò sia una sola volta

1) Il t: as jugkurs, et as lecheors. Mor. Dog. XXX lenones.

2ì II T, che qui è parafrasato, ha di più: et en some il est lar.jcfi qui despetit volentiers là où il doit.

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senza più ’. Tullio dice, che quello è uomo crudele,

od e-ìi non è uomo, che più gente accusa di cose di che elli sono in pericolo. Vile nominanza è d’ essere accusatore. Guarda dunque diligentemente, che tu non accusi uomo senza colpa di cosa onde egli sia in pericolo, che ciò non può esser fatto senza grande fellonia ^ Tullio dice: F non è nulla disumana cosa, come di volere usare alla gravezza de’ buoni uomini la parlatura che fu data per salute dell’ uomo. Lo maestro dice: Guarda che tue parole non mostrino d’avere vizio ne’ tuoi costami l E ciò suole addivenire, quando alcuno ditratta altrui, e quando si gabba, e quando si misdice. Tullio dice: Noi dovemo fare atto di dottare, e d’ amare quelli a cui noi

parliamo.

E molte volte convienegli castigare le genti che sotto lui sono per necessità. Allora dee l’uomo parlare grandemente, e dire agiate * parole. E questo dovemo fare acciò che non paia che siamo

1) Corretto ma ciò è una sola via senza più, in ma ciò sia una sola volta senza più, col t: mais que se soU une foii sanz plus.

2) Aggiunto grande, col t: grant félonie.

3) Corretto intra morie, in ne’ tuoi costumi, col t: en tes costumes.

4) 11 t: (/rans paroles.

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adirati, ma ’ o per castigare, o per vendicare.

Non per tanto a questa maniera di castigamento doviamo noi venire poco, e non lietamente. Ma ira sia di fuori di noi. però che con essa nulla cosa si può fare a diritto. Lo maestro disse: L’uomo dee mostrare, che la crudeltà ch’egli ha nel castigamento sia per l’ offesa di colui cui egli castiga. E per onta che noi avessimo con nostri nimici, doviamo noi soffrire di udire ^ di gravi parole, che è diritta cosa di tenere temperanza, e cessare ira, e le cose che V uomo fa con alcuno turbamento, non possono essere dirittamente fatte, né iodate da quelli che le odono dire. ^ Laida cosa è dire di sé cose false, e seguire a gabbo i "* cavalieri che chieggono vanagloria.

In ^ tutte queste cose conviene egli seguire li costumi degli ^ uomini, non la loro natura, né

1) Aggiunto ma, col t: mes que. È anche nel latino di Tullio qui tradotto.

2) Corretto dire, in udire, col t: oir.

3) Corretto non lodare di quelli che lodano i cavalieri in né lodate da quelli che le odano dire, e mutata l’interpunzione, col t: ne loèes da cels qui les oient dire.

4) Ag-giunto Laida cosa è dire di sé cose false, e seguire a gabbo, col t: Laide chose est dire de soi meisniement choses fauses, et ensuirre a gabois les chevaliers etc.

5) Mutato e, in in, col t: en toutes choses.

6i Corretto le riio.ggiori agli, e poi a lor natura, in li costumi degli, e poi la loro natxtra, col t: les costumes as homes.... lor nature.

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loro ventura. Ma chi è quello che più volontieri sostiene la causa ’ del povero, che quella del ricco, del possente? Noi: che ^ nostra volontà si ritragge più, là ove noi crediamo avere maggior ^ guiderdone, e più tosto.

Capitolo L.

Della religione.

Infine a qui lo conto ha divisato di due parti primiere di liberalità, cioè di donare, e di guiderdonare, e che lo uomo dee fare, e che no, neir uno e nell’ altro \ Ora vole andare alle altre ^ sette parti. Ma avanti tutto ^ dirà egli di religione, però ch’ella è più degna cosa; e tutte

1) Corretto cosa, in causa, col t: la cause.

2) Aggiunto Noi, col t: Ntis; car etc.

3) Aggiunto ma,ggiore, col t: greignor guerredon.

4) Corretto e V uno e l’altro, in nell’uno e nell’altro, col T: en V un et en l’autre.

5) Mutato oltra alle sette farti, in aMe altre sette parti, col T: as autres VII parties.

6) Mutato tuttavia, in avanti tutto, col t: tout avant.

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virtù ’ rhe appnrtenirono a divinità, e che ci menano

^ a fare opera che ci meni a vita eterna, sormontano ^ tutte le altre cose.

Religione è quella virtù che ci fa curiosi di Dio, e facci fare suo servigio. Questa virtù è chiamata fede di santa Chiesa, cioè la credenza la quale gli uomini hanno in Dio. E chiunque n’ è fuori *, e fiero in sua legge e in sua religione, appena potrebbe essere leale uomo. Che chi non è leale vei’so suo Dio, come potrebbe essere agli uomini ?

Il primo officio di religione, si è pentirsi di tutto suo peccato. Orazio disse: Quando egli è bene ripentito, si diparte dal suo cuore malvagia volontà, e’ pensieri che sono troppo molli, e si ^ dee r uomo informare di più aspro studio.

1; Corretto più degna a tutte cose di tutte virtù, in fiù degna cosa, e tìitte virtù, col t: est la plus digne chose, et toutes vertus.

2) Corretto ci mena, in ci menano, col t: qìii nos amainent.

3) Corretto sormontante, in. sormontano, col t: sormontent.

4) Corretto non è forte, in n’ è fuori, col t: n’est fors. La sentenza è alquanto oscura, ma logica, secondo il t, senza manometterlo, come fece la stampa.

.j) Corretto che fanno troppo perdere, dee l’uomo, in che sono troppo molli, e si dee Vuomo, col t: qui sont trop tendres, et doit on.

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Lo secondo officio di religione si è, di poco

pregiare la mutabilità delle cose temporali, che dopo bello giorno viene la nera notte. Orazio dice: L’un giorno caccia l’altro, e la nova luna sempre corre a suo fine. Però non dèi tu avere speranza nelle mortali cose, che l’uno anno toUe all’ altro, e una ora fa perdere tutt’ il dì. Noi siamo ombra e polvere: tutti siamo ’ dati alla morte, noi e’ nostri figliuoli, e nostre cose. Però se tu hai oggi gioia ^ per ventura domane morrai.

Il terzo officio si è, che l’ uomo ’ dee commettere tutta sua vita a Dio \ secondo che dice Œovenale: Se tu vogli consiglio, tu l’averai da Dio dispensatore del tempo, e però vede che a noi conviene, e eh’ è utile a nostre cose; che in luooo di giocose cose ne darà le ’ convenevoli. Egli "^ ama più l’anima, che lei medesima non fa ’. Però

1) Aggiunto ombra e polvere: tutti siamo, col t: nos somes ombre et poudre, et luit somes. Cosi anche Orazio.

2) Il T: se tu as hm vie, colla variante di sette codici del Chabaille, seguita da Bono: porquoi as tu huijoie.

3) Corretto eh’ ella, in che V uomo, col t: que l’om.

4) Corretto il suo ofjicÀo, in tutta sua vita, col t: lotUe

sa vie.

5) Corretto non si conviene la sconvenevole, in ne darà le convenevoli, col t: nos donra il les convenables.

6) Corretto ed, in egli, col t: il aime.

7) 11 t: plus fame que cil meismes cui eie est.

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doverne noi pregare, che nostro pensiero sia sano,

che Salustio dice, che lo aiuto di Dio non è guadagnato per solamente desiderare, e per nulla fare ’; anzi per vegghiare, e per fare bene, e per prendere buono consiglio vegnono tutte buone virtudi. Quando tu sarai abbandonato a cattività, e a malvagità, non pregare * a Dio, che egli è cruciato ver te, Seneca disse: Sappi che allora tu sarai pui-o ^ dell’opere di voluttà *, quando tu non pregherai Iddio di nulla cosa che non potresti domandare tutto apertamente ^ Egli è grande disvaglio dell’ uomo consigliare a Dio lo villano ^ desiderio: e se alcuno ne viene ascoltarlo, egli si tace, e dimanda a Dio quello ch’egli non vole che gli uomini sappiano. Però dèi tu vivere con

1) Corretto avere femine, in nulla fare, col t: par nient faire. Il Sorio postillava: per preghiere da femine. È la lezione di Sallustio, ma non del t, e noi non dobbiamo rifare il t.

2) Corretto piaci, in pregare, col t: ne prier pas Dieu. 3; Corretto lordo, in puro, ed aggiunto allora, col t:

tu seras lors délivrés.

4) Mutato volontà, che altrove Bono tradusse malvagia volontà, in voluttà, col t: convoitises.

5) Aggiunto che non potresti domandare, col t: que tu ne porras demander tout en apert. La stampa leggeva se lu vuoli nulla cosa, dimandala.

6) Mutato di, in lo, col t: les vilains desiriers. Migliorata anche l’interpunzione col t.

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gli uomini, come se Dio ti vedesse: p parlnro a

Dio. come se gli uomini udissero.

Lo quarto ufficio di religione si è, guardare verità e lealtà. Seneca disse, che lealtà e verità discevra e tria la persona dell’ uomo ’ franco da quella del servo, ma menzogna l’assembra e raischia ^ Tullio dice: Però crede alcuno che questa virtude sia chiamata fede e lealtà. però che per fede ^ fa l’ uomo ciò eh’ egli dee.

Non per tanto l’ uomo non dee sempre laiciò che egli impromelte, quando la cosa ch’egli ha promesso non gli mette bene \ o se la cosa è noiosa a te più ^ ch’egli non vale a lui. ch’egli è più diritto a schifare il maggior danno che ’1 minore. Che se tu hai promesso ad uno uomo di essergli adiutore in una sua causale infra ’1 ter 1) Corretto discevra l’uomo e trae franco, in discevra e tria la persona dell’ uomo franco, col x: dessevre et trie la persone de l’ onte frane.

2) Corretto l’ odia e misdice, in /’ assembra e mischia, col T: le joint et meslè.

3) Mutato lei, in fede, voluto anche dall’ alliterazione. col t: par foi fait.

4) Il T: n’est profitable à celui à cui eie est promise.

5) Aggiunto pin, col x: nvAt plus a toi, que. Questo noiosa di Brunetto ricorda il dantesco: Ma tu perchè ritorni a tanta noja ? (Inf. I.)

6) 11 X: que tu seras avocat en sa cause. Mutato cosa, in causa, che rende più evidente il concetto.

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-118

mine incoglie a tuo figliuolo grande malattia, non h contra ’ l’ufficio della fede, nò contra * lealtà, se tu non fai ciò che tu dèi. E se alcuna cosa ^ ti fia accomodata in guardia, ella può bene tale essere che tu non la dèi rendere sempre. Che se alcuno, quando egli è savio e di buono pensiero, egli ti dà a guardare una lancia, e poi quando egli è pazzo te la domanda; tu saresti peccatore se tu gliela rendessi. ed è virtude se tu non rendi nulla. E se quegli che t’ ha dato a guardare * danari, comincia guerra con tuo paese; non glieli rendere, che tu faresti contra tuo comune, cioè contro ’1 comune di tua città, o di tuo paese, il quale tu dèi avere molto caro.

Ancora addiviene, che molte cose paiono oneste per natura, e ^ divengono disoneste per trapassamento di tempo. E contra questa virtude fanno mortalmente gF infingardi, e li falsi ipocriti, che mostrano quello che non sono, per ingannare Iddio e ’1 mondo.

1) Corretto ancora, in conlra. col contesto, e eoi t:

contre.

2) Aggiunto né col t: ne contre loiaulè.

3) Aggiunto cosa, col t: et se aucune chose.

4’ Aggiunto a guardare. col t: t’ a donè deniers à garder.

5) Il T: paion!) oneste, e per natura divengono. Corretto paiono oneste per natura, e divengono, t; semblent honestes par nature, deviennent deskonest par trepassement.

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Capitolo LI.

Ora vi conterà di pietade ’.

Pietà è una virtù che ri fa amare e servire diligentemente Dio, e’ nostri parenti, e’ nostri amici, e nostro paese \ E ciò viene in noi per natura, che noi nasciamo ^ prima a Dio, poi a’ nostri parenti e nostro paese’. Dice Cato: Figlio, combatti per lo tuo paese’. L’uomo dee far tutto suo podere per lo comune profitto di suo paese, e di sua città; e a queste cose ci mena forza di natura, e non forza di legge. Seneca dice: Così

1) Ut: De pitie.

2) La stampa mutila nostro paese e nostri parenti. Corretto Dio, e’ nostri parenti, e’ nostri amici, e nostro paese. 11 T: Deu, et nos parens, et nos amis, et notre pais. È ripetuto appresso.

3) Il T: nos devons servir premièrement.

4) La stampa travolge: nostro paese e nostri parenti. Corretto col t: puis a nos parens, et a nostre paìs.

5) Il T ha di più Catons dit. Fih, combats tot por ton pais. Empiut la lacuna.

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come nullo dee essere distretto d’ amar sé ’, così

non comanda la legge, che F uomo ami padre, e madre, e’ suoi figliuoli, che ciò sarebbe oziosa cosa ’, che l’uomo fosse costretto di fare quello che fa ^ Lo maestro dice: Sopra tutte le cose ci dovemo guardar che noi non ci facciamo alcuno male, né alcun torto ci sia fatto *. Salustio dice: Se tu sei nimico al tuo comune ^. saranno tuoi amici gli strani? Terenzio disse: Chi osa di disservire

  • suo padre, che farà agli altri? Chi non

perdona ai suoi, come perdonerà agli altri ?

1) Corretto distretto, se, in distretto d’amar sé. col t: destrains d’amer soi.

2) Corretto sozza, in oziosa, col t: oiseuse chose.

3) Corretto contrario, in costretto col t: covstrains

4| Ci sia fatto, manca al t. come pure vi manca ci poco prima.

5) Il T: as tiens. Aggiunto in fine il punto d’interrogazione col T. Il volgarizzatore amava il suo comune.

6) Décevoir qui è ancora volgarizzato disservire.

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Capitolo LU.

Della innocenza.

Innocenza è purità di coraggio che abhorre ’ a fare tutti i torti fatti. Per questa virtù appaga r uomo Iddio. Orazio dice; Se la mano netta di coloro che a nullo fanno torto, toccane l’ altare; nullo sacrificio ^ è più dilettevole ad appagar Iddio. Tullio disse: Chi vorrà guardare bene questa virtù, tenga tutti misfatti per grandi, come ch’elli sieno piccioli. Orazio dice, che nullo nasce senza vizio, ma quegli è più buono, il quale è men viziato. Giovenale dice: Nullo creda, che ciò sia assai, s’ egli misfa tanto come ne ha l’agio: così imprende ^ ciascuno più largamente lo podere.

1) Corretto ajuta, in abhorre, col t: het.

2) Vedi imbroglio: non li dimentichi che nuoci a coloro che fanno torto; cavare l’ altare nullo sacrijìcio ecc. Il t: si main nete d’ ome qui ne nuise a nullui touche l’autel, nus sacrifices n’ est plus delitahles à apaier Dieux. Corretto: se la mano netta di coloro che a nullo fanno torto, toccane l’altare, nullo sacrijìcio ecc.

3) Corretto;jli ha anzi in presenza, in ne ha l’agio: così imprende, col t. corame il a loisir, ainsi en prent.

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L’ ufficio di questa virtìl lega parecchi a se ’

senza gravezza d’alcuno. Tullio dice: Chi fa torto a uno. minaccia più persone, e fa paura a molte jsenti.

L’ altro ufficio è. non fare vendetta. Seneca dice, che laida cosa è perdere innocenza per l’odio d’ un nocente, e fellonia non dee essere vendicata per fellonia. Salustio dice: Quelli mette più persone sotto i suoi piedi, che troppo agramente vole " vendicare. Ovidio dice \- In vendicare diviene l’uomo troppo nocente.

Capitolo LUI. Dell’uffloio della carità.

Carità è la fine delle virtù, che nasce di fino cuore e di diritta conscienza, e non di falsità di fede. Suo comandamento è tale: Ama Iddio, e ’1 prossimo tuo come te medesimo.

A ciò ti conforta più volte ragione.

1) Corretto andare in pin luoghi, in lega parecchi a ^é, col t; alic plusor a soi.

2) Corretto mile, in vole, col t. penlt vengier,

3) Corretto Oratxo, in Ovidio, col t. Ovides.

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Primieramente santa Chiesa che sempre grida,

ama il prossimo e gli strani come te.

La seconda ragione è l’amore che ciascuna bestia porta alle bestie di sua generazione.

La terza ragione è il parentado che è in tra noi per natura, che siamo tutti descendenti da Adamo e da Eva.

La quarta per lo parentado dello spirito, cioè per la fede di santa Chiesa, eh’ è madre di tutti noi.

La quinta è la morte di Cristo, che volse morire per nostro amore.

La sesta si è l’esempio; che poniamo che tu ami il figliuolo del tuo amico, tu l’ami perchè ’1 somiglia lo tuo amico ’: però dèi tu amare tutti gli uomini, perchè sono fatti alla similitudine di Dio.

La settima è per frutto che esce d’ amore e di compagna. Salomone dice: Meglio è ad essere due insieme, che un solo; che ’1 frate aiutato dal frate è come una ferma città. Ambrosio dice: Battaglia ^ quando è impresa da comune volontà, acquista vittoria. Però dunque l’ uno aiuta in

1) Il t: neporquanl tu aimes miex celui qui plus resemble a ion ami.

2) Corretto quanto, m quando, premessovi battaglia, col T. bataille qui est emprise par commune volonté.

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cambio dell’altro, che Salomone ’ disse, che cuore

si diletta per buono ^ ugnimento, e per buone specie; ma l’animo si allegra ^ del buono consiglio di suo amico. Tullio dice, che caccia il sole dal mondo, chi caccia l’amore * e l’amistade dagli uomini. Che però che le umane cose sono fragili e debili, noi dovemo sempre acquistar amici che ci amino, e che siano amati da noi, però che là ove la carità dell’amore ^ è cacciata, tutte le allegrezze di vita sono morte.

L’ ottava ragione si e lo ferocissimo danno che recano la guerra, e l’odio del prossimo ". E già sia che amare ed essere amato sia buona cosa; tuttavia è più utile amare che esser amato, però che la è maggiore virtù donare che prendere.

1) Corretto solamente, in Salomone, col t: car Salomon s dit.

2) Corretto ammonimento, in ugnimento, col t: ognemenz.

3) Aggiunto ma, col t: mais l’ame s’esleece.

4) La stampa mutila e guasta: che si procaccia l’amistade degli nomini. Il t: cil oste’nt le conseil don monde, qui ostent amor et amistiè des homes. Corretto: caccia il sole dal mondo, chi caccia l’amore e l’amistade dagli uomini. Il ms. cap. Ver. legge le soleil, e non le conseil, come legge il T, ed è conforme al testo di Cicerone. V. Illust.

5) Corretto nomo, in amore, col t: amor.

6) Aggiunto l’ottava ragione si è lo ferocissimo danno che recano le guerre, e l’odio del prossimo, col t: l’vÀtisme raison est li très cruel domage qui advient des guerres, et de la haine des proismes.

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Capitolo LIV.

Delle cose ohe aiutano all’ amistade \

E però questa virtù vale alla vita dell’uomo più che tutte ricchezze,, lo maestro dice, che sono molte ragioni che ci aiutano acciò che l’ uomo sia amato.

Prima avere misura in parole. Salomone dice: Quello eh’ è savio in parole, acquista amici, e la grazia del folle è perduta.

La seconda è virtù e bontà. Tullio dice: Non è più amabile cosa che virtude. E nulla cosa è che tanto ci sia motiva ^ ad amare nostri nemici ^ E quelli che noi non vediamo *, ancora amiamo per memoria di sua valenza.

1) Il t: De choses qui aident à amisliè. La stampa: Come noi dobbiamo amare noi medesimi. Corretto col t.

2) Corretto ci sia nociva, in ci sia motiva, col t: nos alise.

3) Corretto amici, in nemici, col t: ìioz ennemis.

4) Il T: ceul!t que nos ne cnnoissons.

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La terza è umilità. Salomone dice: Fa opere

d’ umilità, e sarai amato sopra tutti ’.

La quarta è lealtà. Salomone dice: Se ’1 tuo servo è leale, saratti come amico ^ E altrove ^ disse egli medesimo, che leale amico è medicina di vita.

La quinta è, incominciare. Seneca disse: Ama, se vogli esser amato.

La sesta è, a servire; ma io non dico che ’1 servire mantegna l’ amore, se non è fatto saviamente, che sapienza è madre di buono amore. Salomone dice: E’ conviene avere senno a servire gli amici. Seneca dice: Quegli che si fida solamente de’ suoi servigi, non ha nullo sì pericoloso male, come quello che crede che quelli siano li suoi amici cui egli non ama niente.

1) Il T: sor totes choses.

2) L’Ecclesiastico XXXIII, 31 dice si servus est Jidelis, sit libi quasi anima tua. Non è la prima volta che il Tesoro riporta i testi con poca fedeltà.

?) Corretto, come più volte, allora, in altrove, col t: aillor^.

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Capitolo LV.

Come noi dobbiamo amare gli amici ’.

Noi dovemo amare tutti gli uomini, e massimamente quelli che si accontano con noi \ in tre

maniere.

La prima è, che noi gli amiamo di buon grado, non per lode, o per pompa \ né che noi gli amiamo solamente per lo profitto di noi, ma per lo bene di nostra accontanza *. Seneca dice: Però che ’ amico acquistato come profittabile, piace tanto com’ è profittabile \ Ambrogio dice: Amistà è virtù, non mercanzia. Geronimo dice: Amistà non

1) Il T: Comment nous devons amer noz amis. La stampa: Della vera amistade. Corretto.

2) Mutato si contentano di noi, in si accontano con noi, col t: s’acointent de nos.

3j Loier, ricompensa, premio, paga, e non lode: achat, non è pompa: è l’ accatto degli antichi (Veratti).

4) Mutato continenza, in accontanza, vocabolo del Tesoretto, col t: acointes.

5) Corretto poco è, in però che, col t: porce que.

6) Aggiunto piace tanto com’è profittabile, col t: plaist tant comme il est proUtoMes.

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chiede nulla cosa, ma volontà ’; e che noi amiamo

saggiamente ’ ciò è a dire, bene facendo e cessando vizii. Che sì come Tullio dice: Ciò non è ragionevole scusa, che tu facci male per cagione d’ amistà. E che noi l’ amiamo di molto gran cuore e amore, che non è nullo maggior diletto, che metter tua anima per tuo amico. E che noi l’amiamo profittevolmente ^, e di lingua, e d’opera insieme. Amistà fa aiuto di detto, e di larghezza, che l’opera è prova * d’amore. E che noi l’amiamo durabilmente. S. Gregorio dice: Quando uomo bene aguroso ^ è amato, ciò è molto dubbiosa cosa a sapere, s’ egli è amato, sua persona, o sua ventura. Seneca dice: Ciò che tu non puoi sapere

\

1) Corretto amistà non chiede cose di volontà, in amistà non chiede nulla cosa, ma volontà, col t: amistiès ne quiert chose nule, mais volente.

2) Aggiunto: e che noi amiamo saggiamente, col t: et que nos les amons sagement.

3) Mutato perfettamente, in proftlevolmente, col t: profitablement.

4) La stampa: piena d’ amore, il t: piane d’ amor: G. Paraldi Sv.mma, qui copiata: probatio dilectionis est exihitio operis. Corretta piena, in prova (prueve).

5) Aggiunto bene, col t: beneurez. Bono così traduce anche altrove.

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4^9

per tuo beneficio, saprai per tua povertà ’. Boezio dice: Fortuna scuopre ’ la certezza degli amici, che là ove ella se ne va, ella ’ ti lascia il tuo, e seco ella porta quello che tuo non è. Tullio dice: Non ischifare li vecchi amici per li nuovi. Ed ancora egli ’ dice: E’ non è nulla cosa sì laida, come combattere contra a quelli che iianno amistà con noi ^

La seconda maniera è, che noi gli amiamo altrettanto come noi medesimi, e non più: che nulla legge comanda che tu ami altrui più di te; ma chi non saprà amare se, non saprà amare altrui. Ama dunque il tuo amico oltre alle cose disparevoli ’, non oltra il tuo Dio. e oltre a te.

1) La stampa a perfetto rovescio: «ò che tu puoi sapere per tuo heneficÀo, non saprai per tua povertà. Ut: ce que tu ne puez savoir par ton bénéfice, tu le sauras par ta pouertè. Posto il non a suo luogo, e con ciò corretta la sentenza.

2) Aggiunto fortuna, col t: fortune.

3) Mutato sì va, in se ne va, col t: eie s’ en va.

4) Mutato Txdlio, in Ed ancora egli, col t: Et encore dit il meismes.

5) Il t: a cui nos avons vascu ensemble.

6) Aggiunto gli. col x: les amons.

7) Il T: decheables.

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4:m)

La terza maniera k, che noi ci amiamo, sì come nostre membra s’ amano ’ l’ un V altro. E prima, che l’uno membro non ha invidia dell’altro, e che ciaschedun membro fa suo ufficio all’altro, e se l’uno fa male all’altro, l’altro non fa vendetta, che l’ uno si duole del male dell’altro, e così si allegra del bene, e che ’ l’uno membro ^ si tira innanzi per difendere l’ altro, e che tutto il corpo si duole della perdita d’uno dei membri, e ciò che l’ uno riceve * sì lo parte con V altro. e se per se lo ritiene, è con suo danno ^

1) Corretto interamente, in si amano, col t: s" enlr’ aiment.

2) Aggiunto e, col t: et que li tins membres se trait acant.

3) Aggiunto membro col t: li uns membres.

4) Corretto l’uomo, in l’uno, col t: li uns reçoit.

5) Corretto e ’l prò’ e ’l danno, m e se per sé lo ri tiene, è con suo danno, col t: et se il le retient, ce est ses damages.

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Capitolo LVI.

Della vera amistade ’.

Amistà, eh’ è sotto ’ carità, è di tre maniere.

L" una è per diretta fede, e per verace amore di benevolenza ^ e però dura sempre in sua fermezza, e non può essere partita per avversità, ne per cosa che addivegna; e questa virtude ■. vale tutto il tesoro del mondo, però che nullo uom o può venire a compimento di ben fare per se solamente. E tale amistà non è altro, che buona volontà verso alcuno per cagione di lui. Salustio dice: L’ ufficio di questa virtii, è volere e disvolere una medesima cosa, ma ch’ella sia onesta.

Seneca dice, che secondo suo ufficio ^ è, castigare in secreto, e lodare in aperto. Tullio dice: La legge d’ amistà è, che noi non dimandiamo

1) Mutato Della pnma branca di virtude, in Della vera amistade, col t: De la veroAe amistiè.

2) Corretto con, in eh’ è sotto, col t: qui est sous.

3) Il T: par veraie biencoillance.

4) Aggiunto virtude, coI’t: ceste vertus.

5) Aggiunto secondo, col t: l’autre off ces.

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432
4S2

villane cose, e che noi non le facciamo, se alcuno ce ne priega. Seneca disse: L’altra legge si è, che tu ti consigli di tutte le cose col tuo aoaico, ma primamente ti consiglia di lui ’.

Lo terzo ufficio è. che tu non ti sforzi di sapere quello eh’ egli ti vuole celare. Più umana cosa è non fare sembianti della cosa, che mettere intenzione a sapere cosa perchè tuo amico ti vuole male.

Lo quarto ufficio è, clie disavventura non parta amistà, secondo che Lucano dice: Non è convenevole che l’ uomo fallisca al suo amico nella avversità, che’ fede non vole * dimorare col cattivo amico.

Lo quinto ufficio è. la comunità delle cose. Però disse il filosofo, quando udì dire di due uomini eh’ elli erano amici: Perchè è dunque quello povero, quando l’ altro è ricco ? E non per tanto Tullio disse: Dona secondo tuo podere, e non tutto il tuo. ma tanto che tu possi sostenere r amico tuo. Ma laida cosa è, dice Tullio, di mettere ^ il servigio al bisogno l’uno per l’altro \

Lo sesto uffizio è, di guardare equalità, che amistà non sostiene alcuno isuaglio. Tullio dice:

1) Mutato da te, in di lui, col t: te conseille de Ini.

2) Corretto volle, in vole, col t: revAt.

3 1 Corretto dimettere, in mettere, col t: metre.

4) Il T: « conte l’ un parmi l’ autre.

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Grande cosa è amistà, che fa il grande pare del

minore. Salomone dice: Chi dispetta suo amico, e^li è povero di virtii.

Lo settimo è perpetualità. Salomone dice: Sempre ama quegli che t’ è amico. Egli medesimo disse appresso: Mantieni fede al tuo ’ amico in

sua povertà ".

L’ottavo h, non scoprire il segreto del tuo

amico, e celare suo peccato.

Lo nono è. a fare tosto sua preghiera. Salomone dice: Non dire all’amico: Va. e torna

dimane.

Lo decimo è, a dire ciò che gli dee profittare, più che ciò che gli debba piacere. Salomone dice ’: Lo malvagio uomo allaccia * il suo amico, e lo inganna ’ di sua bocca. Della verace amistà dice Salomone: Bene è agurato chi trova l’amico suo. Tullio dice: Amistade dee esser messa innanzi a tutte umane cose Di ciò dice anche Tullio: In

1) kggìnnto fede al, col t: maintien foi à ton ami.

2) Corretto libertà, in povertà, col x: pouretè.

3) Salomone dice, manca al t, ma è variante di due codici del Chabaille, ed è sentenza di Salomone, Prov. II. H. quella che qui se gli attribuisce.

4) Corretto lascia, in allaccia, col t: alace. Ftov.XW, 29, vir iniquus laclat amicum suum.

’5) Corretto egli disdice, in lo inganna, col t: le decoit.

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tanto è meglio amistà che parentado, che amore

può perire nei parenti, e sempre rimane il nome del parentado ’; ma se l’amistà perisce nell’amico, lo nome dell’ amistà perisce con esso. Salomone dice: L’uomo amabile in compagnia t’ è più amico che ’1 fratello. Tullio dice: Veder tuo amico, e ricordarti di lui, è come vedere te medesimo in uno specchio. E di ciò addiviene, che quegli eh’ è di lungi da te, è come quello d’appresso; e quegli eh’ è morto, altresì come vivendo.

Però r uomo che vuole acquistare amici, dee considerare quattro cose. Prima, s’egli è savio: che Salomone dice: Lo amico del folle, è simigliante a lui. Poi guarda s’ egli è buono, che Tullio disse: Io so bene, che amistà, non dura se non tra’ buoni. Poi guarda s’ egli è di buona aria ’, che Salomone dice: Non sii amico d’uomo iracondo, che l’ ira arde e punge. Appresso, guarda che sia umile: che ^ Salomone disse: Quivi ov’è orgoglio, è cruccio e odio.

1) Aggiunto nome del, che ha riscontro nel periodo stesso con nome dell’ amicizia; ed è conforme al t: li nons de parente.

2) Corretto ira, con aria, perchè Bono traduce anche in altri luoghi di buona aria, il t débonnaires.

3) Aggiunto ckè, coli’ euritmia, e col t: car.

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Capitolo LVII.

Di quello ohe t’ama per sua propria utilitàde ’.

Qu^g-li che t’ ama per suo profitto, è somigliante al corbo e all’ avoltoio, che sempre seguitano la caroorna. Egli t’ ama tanto, quanto egli puote avere del tuo. Dunque ama egli le tue cose, e non te; e se le tue cose fallano, che tu vegni in povertà, o in avversità, egli non ti conosce, anzi e’ fa alla maniera dell’usignolo, che nella primavera quando il sole piglia la sua forza, e vegnono li fiori e l’erbe verdicanti, egli dimora intorno a noi, e canta o sollazza spesso; ma quando il freddo viene, egli si parte e fugge * da noi tostamente.

1) Ut: De amistiè qui est par projìt.

2) Aggiunto fiiffffe, col t: il s’ enfuit, et se part de nos hastlvement.

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Capitolo LVIII.

Di quello che ama per suo diletto ’.

Queg-li che ama por suo diletto, fa come il terzuolo di sua femina, che immantinente ch’egli ha fatto suo ^ volere carnalmente, si fugge più tosto che può, e mai più ^ non l’ama. Ma egli interviene molte volte, che amore il sorprende * sì forte, eh’ egli non ha podere nullo di sé medesimo, anzi abbandona cuore e corpo all’amore di una femina. In questa maniera perdono eglino il loro senno, sì che non veggono ’" nulla, sì come Adamo fé per sua femina, per cui tutta l’ umana generazione è in pericolo, e sarà sempre: David ^ che per la beltà di Bersabea " femina. fece ornili Il t: D’amistiè qui vient par délit. 2) Aggiunto fatto, col t: il a fait sa volente. ’,i) Ag-g-iunto più, col T: et jà plus ne l’aime. 4| Corretto sospende, in sorprende, col t: les seurprenl.

5) Corretto vogliono, in veggono, col t: ne voient gote.

6) 11 T: David prophète.

7) Femina, manca al t.

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cidio e adulterio: Salomone suo figliuolo adorò

gl’idoli, e falsò sua fede, per amore d’ una Idumea: Sansone discoperse alla sua amica la sua forza, ch’egli avea nei capelli, e perde poi la forza, e la virtù’, e la vita, e morì egli e tutti li suoi ’. Di Troia com’ ella fu distrutta sa ogni uomo ’\ e d’ altre terre, e molti principi * che sono stati distrutti ^ per falso amore. Anche Aristotile, così grandissimo filosofo, e Merlino, furono ingannati per femine, secondo che le istorie contano.

1) Aggiunto e la virtù, col t: et sa vertu.

2) Corretto lo senno, in li suoi, col t: et li sien.

3) Il t: le sereni tuit, et un et autre.

4) Il T. maintes aiUres terres, et haut prince.

5) Aggiunto stati, col t: ont est é destruit.

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43.^

Capitolo LIX.

Della reverenza, e di sua materia ^

Reverenza è quella virtù che ci fa rendere onore ai nobili uomini, e a quelli che hanno alcuna signoria, ed h suo ufficio portare reverenza ai vecchi, e ai maggiori. Seneca dice: Troppo è buona cosa seguire lo andare de’ maggiori, s’elli sono alla diritta ^ Noi dovemo scegliere un buono uomo, e averlo sempre dinanzi dagli occhi, sì che noi viviamo così come se egli sempre fosse presente; e così facciamo, come ci ^ vedesse, che grande parte dei peccati rimane a fare ^ se vi ha testimoni. Tullio dice: Tu dèi credere ^ che

1) Il T: De révérence.

2) II T: se il sont en voie droit. Il ms. Cap. Ver. se il sont aies droite voie.

3) Aggiunto sempre fosse ’presente; e così facciamo, come, col t: nos vivons aussi comme se il fus t tozjors f resens; et faisons aiUressi comme se il nos veoit.

4) Corretto del peccato, in dei peccati, ed aggiunto fare, col t: griins partie de noz péchiez remainent a faire.

5) Corretto sapere, in credere, col t: tu dois croire. La sentenza è di Marino Dumense: nullurn pictaveris locum sine teste (Sorio),

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nullo luogo sia senza testimoni. Ma pensa quello

che Giovenale disse: Quando tu voli fare villane cose, non credere esser senza ’ testimoni.

E noi doviamo appresso Dio, e appresso i suoi ministri, onorare coloro che sono in più alta dignità, secondo quello che lo apostolo comanda ^ che r uomo renda onore a colui che dee esser onorato. Santo Pietro disse: Fate onore ai re. Altresì dovemo noi onorar li più vecchi. Nel Levitico si comanda: Leva te incontra al capo canuto, e onora la persona del vecchio. Altresì li ^ dovemo noi onorare per dignità di natura. Nell’Esodo si comanda: Onora il tuo padre, e la tua madre. E generalmente noi dovemo onorare quelli che ne * sormontano in grazia, o in alcuna bontà. Però che noi dobbiamo credere, che ciascuno sia migliore di noi, o in tutto, o in parte, doviamo noi rendere onore convenevolmente.

1) Ommesso veduto, dopo esser, perete intralcia, e manca al ms. Berg. ed al t. ne cuide pas estre sanz te smoing.

2) Corretto che li apostoli comandano, in che V apostolo comanda, errore commesso tante volte, col t: que li apostres commande.

3) Aggiunto li, col t: les devons nos honorer.

4) Aggiunto ne, col t: nos sormontent.

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Ma r uomo che serve, dee servire e obbedire

volentieri, che non è dubbio che colui che s’ offera a servire dinanzi ’ ciò che l’uomo gli comandi, che non acquisti più di grazia che quello eh’ egli fa appresso il comandamento. Santo Bernardo disse, che la ubbidienza del grave comandamento è più laudabile, che la contumacia ^ non sarebbe condannevole. Ma a leggiere comandamento la contumacia è più dannabile, che la ubbidienza non è laudabile. Che la contumacia di Adamo ’ per tanto fu ella più dannabile, in quanto il comandamento fu leggiere, e senza nulla gravezza.

Appresso dee l’uomo ubbidire semplicemente, e senza noia, e senza quistione. Santo Bernardo dice: Quando tu hai udito il comandamento, non far nulla dimanda. Deuteronomio dice *: Fa ciò eh’ io ti comando, e non fare ne più né meno. Appresso: Dee l’uomo servire lietamente. L’apo 1 Corretto dimandi, in dinanzi, col t; devant.

2) Mutato contnmace, in contumacia, col t: la contumace. Così appresso.

3; Corretto da danno, in di Adamo, coi t: la contumace Adam. Qui anche la stampa ha contumacia, e non contumace, come sopra.

4) Aggiunto dice, col t: Deuteronow.es dit.

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4îl

stolo disse ’: Ama Dio ’ chi lietamente dona. lesìi Sirach dice: In tuo dono, sia lieta la cera e il tuo visaggio ’\

Appresso dee T uomo ubbidire prestamente, sì come santo Pietro fece, il quale subito lasciò sue reti, e seguì Gesù Cristo. E sì dee ubbidire ciascuno umilmente, e giustamente \ e perseverando in tal maniera ch’egli ne acquisti ’ grazia, e che la mantenga quando l’ ha acquistata. Che assai può l’ uomo acquistare amici e grazia, ma ’ poco vagliono se l’uomo non li sa guardare.

1) Corretto gli apostoli dissero, in /’ apostolo disse, col T, come già mille ed una volte.

2) Aggiunto Dio, col t: cil aime Dieu.

3) Corretto in tuo, in il tuo, col t: la ’■Mere et tes visaiges.

4) Il T: vistement, ma due codici del Chabaille hanno la variante di Bono: iustement.

5) Mutato elliìio acquistino, in egli ne acquisti, colla grammatica, (3 col t: il aquiere.

6| Aggiunto e grazia, col t; aquerre amis et grace.

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Capitolo LX.

Della concordia.

Concordia è una virtù, che lega iu uno diritto ’ e in una abitazione, quelli d’una città, e di un paese. Platon disse: Noi non semo nati pur per noi solamente^ ma per una parte di nostro paese, ed ^ un’ altra dei nostri amici. E dissono una maniera di filosofi, i quali furono chiamati Stoici: Tutte cose sono croate all’ uso dell’ uomo, e gli uomini, l’uno per cagione dell’altro, cioè a dire che l’ uno vale all’ altro. Però dovemo noi seguire natura, e mettere innanzi tutto il comune profitto, e guardare le compagnie degli uomini per servire, cioè donando, e pigliando, di suoi mestieri, e di sua arte, e di sua ricchezza, e’ n ^ donare, e lasciare agli altri di suo diritto di buono aere. Che donare il suo alcuna volta non è solamente cortesia, ma può essere grande profitto.

1) Ommesso e in un altro, dopo diritto, perchè è una zeppa, e manca al t:

2) Corretto e di, in ed un’ altra, col T: et une autre.

3) Mutato e, in e’ n, col t: en doner.

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Lo maestro dice, che pace fa molto bene, e

guerra la guasta. Salustio dice: Per concordia crescono le piccole cose, e per discordia si ^ distruggono le grandissime. Salomone ^ dice: Regno che è partito in se medesimo, sarà distrutto.

Capitolo LXl. Della misericordia.

Misericordia è una virtù, per cui lo cuore è mosso sulle disavventure e sulle povertà dei tormentati \ Terenzio dice: Questa virtii non crede, che nessuna cosa umana sia strana da lei, e tiene gli altrui dnnnaggi e profitti, per suoi *. Virgilio dice: Io non ho tormento, ma voglio soccorrere

1) Aggiunto si, col t: se desiraient.

2) Il testo è di S. Luca, XI, 17 Omne regnum in se divisum, desolahitur; ma poiché il r dice Balemons dit, lasciamolo dire: Salomone.

3) Corretto tormenti, in tormentati, col buon senso, col T: tormentés.

4) Corretto tiene li altri dannaggi per suoi fro fitti, in tiene gli altrui dannaggi e profitti per suoi, col t: tient les autrui domages et propz por siens.

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144

li tormentati’. Seneca disse: Chi ha misericordia dei miseri ’, ha misericordia di se; ma le cure ^ delle altrui cose sono f^ravose.

Capitolo LXII.

Di due maniere di torto

In addietro ha divisato il conto di giustizia, e di tutte sue membra, e com’ ella è divisata in due modi principalmente, cioè rendere, e liberalità, e di ciascuno ha detto sufficientemente, secondo che ha trovato per autorità di savi antichi ^. Dunque è bene convenevole di dire di due maniere di torto, che sono contrarie a giustizia; dalle ® quali si conviene guardare molto, ciò sono crudeltà e negligenza.

1) Aggiunto io noti ho tormento, ma, col t: ie n’ ai pas le mauls; mais.

2) Corretto delle malattie, in dei miseri, col t: qui a miséricorde des malhaitiez.

3) Corretto opere, in cure, col t: la cure.

4) Il T: De tort.

5) Il t: qui soni alès. Aggiunto e col t: poco sopra nel medesimo periodo, dopo meriihra.

6) Mutato da, in dalle, col t.

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Crudeltà ò un torto. che dislealmente fa

torto a colui che non ha disservito.

Negligenza è quando l’ uomo può tornare addietro, ^ vendicare il torto fatto, e non lo fa *; e ciò è contrario al rendere. Che difendere, e non difendere sono due contrarli; così crudeltà è contrario a liberalità. Tullio dice: Diritto fatto, e torto fatto sono due contrarli.

E ci ha tre cause ^ perchè l’uomo fa crudeltà, cioè paura, avarizia, e volontà * di dignità.

Per paura fa l’uomo crudeltà, che ’1 crede se non fa male ad un altro ch’egli ne dpe ricevere danno ^

Per avarizia fa l’ uomo crudeltà, secondo che dice Salustio, quando egli fa torto ad uno per avere quello eh’ egli brama ^

1) Mutato e, in o, col t: ou vetiçier.

2) Aggiunto lo, col t: on ne le fait.

3) Mutato case, in cause, col t: achoisons, come altre volte non poche.

4) Il T: convoitise, che altrove traduce: malvagia volontà. Volontà può significare voluttà, come abbiamo detto altrove, ma è equivoco.

5) Corretto da hA, in (lanino, col t: que il n’ en ait domage.

6) Il t: por avoir ce que il convoite. Corretto ha, in brama.

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Per volontà di dignità fa l’uomo torto ’. Secondo

che dice Salomone: Cupidigia di dignità ha costretto più mortali di diventare falsi ^ ch’elli portano una cosa rinchiusa nel petto, e un’altra nella bocca. Elli non sanno iscegliere amistà, o odio, per la cosa, ma per lo prò’ % ed amano più il volto * che la volontà, né l’ingegno ^ Tullio dice: Ma egli è una mala cosa, che ^ molte volte la volontà di dignità sopprende V ardito, e lo largo uomo. Che ardimento fa l’uomo più presto a guerreggiare, e larghezza gli dona grande aiuto, e però spesso viene di loro volontà grande tormento. Lucano dice: Intra due re d’ un reame non ha punto di fé, che nullo che sia in podestà non può soflferire compagnia di compagno.

1) Per volontà di dignità fa l’uomo torto, ripetizione che manca al t.

2) Corretto Quand’ egli sia costretto più volte mortale di diventare falso, in Cupidigia di dignità ha costretto più mortali di diventare falsi, col t: Convoitise de dignité a constraint plusors mortels de devenir faus.

3) Corretto per l’opera, in per loro prò, ed, col t: mais por le prou, et aiment etc.

4) Corretto pin volte, in più il volto, coi r: aiment plus volt, colle varianti viilt, voelt, vis.

5) Aggiunto lo, col t: que la volonté et l’enging.

6) Corretto Malizia è una cosa, la quale, ìu Ma egli è una mala cosa, che col t: Mais il a une male chose, qxie mainte foiz etc.

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Volontà di dignità è cosa pazza e cieca, ne

nulla fé, ne nulla pietà è in quelli, che seguono oste. Le mani che ’ non intendono se non a vendere, credono che sia diritto dov’ è maggior guadagno -. Lo maestro dice: La corte è madre e nutrice ^ delle malvagie opere, che ella * riceve i malvagi altresì come li giusti, e gli onesti come i disonesti.

Crudeltà è divisa in due maniere. L’ una è forza, e l’ altra è hugia. Forza è come di leone, bugia è come di volpe ^; V una e l’ altra è pessima cosa e inumana. Ma bugia dee essere piii odiata, che in tutta malvagità non ha più pestilente cosa che quelli, che quand’olii incannano, istudiano e ® afforzano di parer buoni. Nullo agguato è sì pericoloso, come quello eh’ è coperto

1) Corretto che se questa gli manca, ia che seguono oste. Le mani che, col t: nule foi, ne nule pitie n’ est en eìdx qui suient ost. Les mains qui n’ entendent.

2) Corretto e non credono ehe sia diritto il donare, in credono che sia diritto dov’ è maggior guadagno, col t: cuide’ift que là soit li droit où il a greigìior loier.

3) Corretto il torto è padre e nutritore, in la corte è madre e nudrice, col t: la cort est merre et norrice.

4) Corretto delle malvagie cose, ella riceve, in delle malvagie opere, che ella riceve ecc. col t: des mauvaises oevres; car eie reçoit etc.

5) Corretto simia, in volpe, col t: gorpil.

6) Aggiunto ingannano, col t: quant il déçoivent.

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sotto similitudine ili servigio. Orazio disse: Guarda

che non ti inganni ’ lo coraggio, che si mette sotto la volpe ^ Giovenale dice: Le membra vellute, e le dure setolose ^ braccia mostrano la durezza e la crudeltà del cuore. La fronte non ha nulla fede, che non sia piena di vizii tristi e rei. Lo maestro dice: Guardati dall’ acqua quieta, e nella corrente entra sicuramente.

Capitolo LXIII. Della negligenza ^

Altresì sono tre cause ^ in negligenza: cioè in non difendere il torto fatto, ch’egli v’ è alcuno, che non vuole avere odio, ne travaglio, né spesa per difendere, o essi sono sì occupati nel

1) Aggiunto ti, col t: ne te déçoivent.

2) Orazio disse: animi sub vulpe latentes, e il t: çorpil. Corretto perciò simia. in colpe, come sopra.

3) Corretto le membra di colui, e le dure sue braccia, in le membra vellute, e le dure setolose braccia, col t: lì membre velu, et les dures soies es brai.

4) Il t: De négligence des juges, el de justise. o) Corretto cose, in cause, col t: causes.

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loro bisogno, o sono si pieni d’odio, che essi n’abbandonano

quelli che dovrebbono aiutare e difendere. Tullio dice: Più sicura cosa è di essere negligente verso li buoni, che li rei. Salustio ’ disse: Che il buono ne viene men volonteroso ’ a ben fare, ma il reo ne viene più in grado in far male. Lo maestro disse: Altresì dico io, che più sicura cosa è essere negligente inverso il povero, e lo sciagurato ^ Terenzio sì disse: che tutti quelli che in questo mondo * hanno avversità e sciagura, e non sanno perchè, istimano che ciò che r uomo fa, tutto sia per loro male, sempre gli pare che l’ uomo li dispetti per loro impotenza. Tullio disse: In tutte dislealtà è grande differenza, se il torto è fatto per turbamento o pensatamente; che il turbamento è ^ breve, e non dura un’ ora ^ E tutte cose che avvengono per subito movimento, son più leggere che le pensate dinanzi.

1) Corretto Lo maestro, in Salustio, col t: Salustes dit. 2) Corretto più volonteroso, in raen volonteroso, col t: plus pereceuse (più pigro). Correzione del Sorio.

3) Aggiunto e lo, col x: et les mesaisiez.

4) In questo mondo, glossa di Bono.

5) Aggiunto pensatamente; che il turbamento, col t: ou apenseement; car troblemens.

6) Il T: ne dure que un petit.

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Capitolo LXIV.

Della giustìzia.

Giustizia guarda di non ’ fare troppo e poco, e di servare lo mezzo; secondo che dice Seneca: In giustizia ti conviene avere misura, però che tu non dèi ’ essere negligente in governare nelle grandi cosa e nelle piccole. Tua faccia non dee essere troppo umile, né troppo crudele. Tuo riso ^ non sia tanto aspro, che non paia che tu abbi in te niente d’ umiltà. Dunque dèi tu seguire l’ordinamento di giustizia in tale maniera, che tua dottrina non divegna vile per troppa umilitade, né sì dura * che tu ne perdi la grazia delle genti.

1 Aggiunto non, col t: garder clou trop et du pour.

2) Aggiunto non, col T: tu ne doiz.

3) Corretto reggimento, in riso coli’ ediz. Lionese, e col T: tes ris. Il ms. cap. Ver. ton vis.

4) Il T: et ne te monstre si dur et si crueL

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Capitolo LXV.

De’ beni che sono più onesti \

Lo conto ha divisato qua addietro, che in quella scienza oh’ insegna all’ uomo * a governare sé e altrui, puote egli avvenire che quel ’ bene, che r uomo vi desidera è solamente onesto, o che uno è più onesto che l’ altro ^ E egli ha mostrato infìno a qui, quali beni sono onesti, ciò sono le quattro virtudi, e li loro membri, brevemente e apertamente. Or dirà de’ beni, che sono più onesti che gli altri.

Il maestro ha detto all’ incominciamento, che prudenza, ciò è senno ^, e conoscenza, dee sempre andare innanzi all’ opere; e dice che le altre tre

1) Ut: De la comparison des vertus.

2) Aggiunto all^ uomo, col t: enseignent à hom.

3) Corretto avere bene, in avvenire che quel bene, col x: avenir que cil biens.

4) Corretto vi desidera onestà. Che uomo è più onesto, in vi desidera è solamente onesto, o che uno è più onesto, col T: on desirre est seulement honeste, ou que li uns est plus honestes.

5) Mutato e, in ciò è, col t: ce est.

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virtù sono per fare le opere. Ma egli ci ha cose,

nelle quali l’opera debbe vantaggiare lo senno, però che allora è più onesta. Ragione ’, come: s’ è * alcuno desiderante di sapere la natura delle cose, e com’ egli vi mette in ciò sapere tutto suo senno, un altro viene e portagli novelle, che sua città e suo paese sono in grande pericolo, s’ egli non l’aiuta, e quegli ha il potere d’aiutarli: dunque è egli onesta cosa ch’egli lasci suo studio, e vada a soccorrere sua città. In questa maniera vedi tu che prudenza ha a dietro ^ l’altre virtù. Intra le altre tre * virtù dee temperanza essere messa mnanzi alle altre due; che per lei governa l’ uomo sé medesimo. Ma per forza e per giustizia governa l’ uomo sua famiglia, e sua città. E meglio vale all’ uomo avere signoria di sé, che d’altrui, secondo che Orazio disse: Più grande regno governa chi allaccia sua volontà, che chi

l’i La stampa arrabbattaffola: nelle quali le opere debbono vantaggiare lo senno. Però che la loro è più onesta ragione. Come se. Corretto nelle quali l’ opera debbe vantaggiare lo senno, però che allora è più onesta. Ragione come: se ecc. Il T: 65 qìieles l’ uevre doit devancier le sens, porce que eie est lors plus honeste. Raison commant: se etc.

2) Mutato se alcuno, in s’ è alcuno, col t: se aucuns est.

3) Corretto a reggere, in addietro, col t: arrière.

4) Aggiunto tre, col t: 7// vertus.

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avesse la signoria da occidente infino in oriente,

e da mezzodì infine settentrione. Seneca dice: Se tu voli sottomettere a te tutte le cose^ sottometti ^ innanzi te alla ragione; se con ’ essa ti governerai, tu sarai governatore di altrui ^ ma nullo è buono all’ uomo *, s’ egli non è buono innanzi a sé \

Tullio dice: L’ uomo non dee nulla fare contra a temperanza per amore dell’ altre virtù. Ma alcune cose son sì villane, che nullo savio le farebbe, ne eziandio per guardare suo paese, che in ricordare sono elleno laide. Intra le altre due, vale meglio giustizia che forza, che in giustizia sono gradi di uffìcii ^ Lo primo è a Dio: lo secondo è al paese. Lo terzo è a’ parenti e agli altri ~ appresso, secondo ciò che ’1 conto

1) Aggiunto a te tutte le cose, sottometti, col t: à toi toutes choses, sozmet avant.

2) Mutato e con essa, in se con essa, col t: car se etc.

3) Corretto di più cose, in di altrui, col t: govemeres des autres.

4) Corretto ad altrui, in all’ uomo; col x: à l’onte.

5) a sé, manca al x.

6; Aggiunto che forza, che in giustizia sono gradi di, col x: que force, car en justice a degrès des offices. La stampa recita: rìO,le meglio giustizia, la quale ha tre of/ìci.

7) Corretto e agli altri. Appresso, in e agli altri appresso, col X: et li autres après.

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divisò, là ove disse delle parti di giustizia, intorno

alla fine di liberalità.

In somma, in quella virtù eh’ è chiamata

forza, se alcuno è ’ di sì grande cuore, eh’ egli * dispetti la comune gente, ciò è ^ crudeltà e ferità, s’ egli non facesse giustizia a diritto. Dunque è giustizia più onesta che forza.

Qui tace il conto a parlare di cose oneste, di che egli ha molto parlato; e tornerà le sue parole

  • a dire de’ beni del corpo, e delli doni di

ventura ^

1) Corretto se alcuna, in se alcuno, col senso, e col t: se aucuns est.

2) Corretto che gli, in eh’ egli, col t; que il despost.

3) Corretto cioè, in ciò è, col t: ce est.

4) Corretto tornerà a sua parola, in tornerà le sue parole, col t: tornerà ses paroles.

5) Corretto del dono, in dei doni, col t: des dons de fortune.

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Capitolo LXVI.

De’ beni del corpo quanti sono ’.

Li beni del corpo sono sei, cioè beltà o nobiltà, leggerezza, forza, grandezza e sanità. Questi sono li beni da parte del corpo, de’ quali l’uno n’ ha più, e l’ altro meno. E tali sono, cbe molto si sforzano e si dilettano a queste cose, l’uno più dell’ altro; ma ispesso ne può addivenire più male che bene, e ’ più onta che onore; che per diletto di loro, egli refutano e cacciano le virtudi. Però dice Giovenale, che beltà non si accorda ^ guari bene con castità, e che pregio di beltà non diletta li casti; ma egli dice, che quella è casta, che non fu richiesta ^ Dunque pare bene, che beltà di corpo non è amica di castità.

1) Il t: Be biens doio cors.

2) Ommesso che di male è, dopo bene, perchè ripetizione viziosa, che manca al t.

3) Mutato accosta, in accorda, coi t: ne s’acorde piaires.

4) Mutato quello è casto, che non fu o’ichiesto, in quella è casta, che non fu richiesta, col contesto (riferendosi il discorso a beltà), e col t: cele est chaste qui onques ne fu requise.

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E quello che si diletta in nobiltà di grande

lignaggio, e si vanta d’alta antichitade di antecessori, s’ egli non fa le buone opere, quel vanto gli torna piti a vitupero che ad onore. Che quando Catenina faceva la congiura di Roma privatamente, e’ ’ non adoperava se non male: ed egli disse dinanzi a’ senatori la bontà di suo padre, e l’altezza di suo lignaggio, e quello eh’ e’ ^ fecero alla comunità di Roma: certo egli diceva più sua onta, che suo onore. Ed in ciò dice Giovenale, che tanto l’ uomo è più biasimato di mal fare, come la gente crede che sia di più grande altezza. Seneca dice: La vita degli antecessori, è come lumiera a quelli che vivono appresso, tale che non sofferà che loro male sia riposto ^ Lo maestro dice: Tuo vizio è tanto più sozzo, quanto tu che ’1 fai sei grande. Ma della diritta nobiltà Orazio disse, che l’ è virtù solamente. E però Alessandro dice, che nobiltà non è altro, se non

1) Mutato e, in g’, col t: il n’ ocroii.

2) Mutato che, in eh’ e’, col t: les biens que ses ancesseur firent.

3) La stampa sconvolge: che vivono, appresso loro male non sofferà che sia riposto. Ordinato: che vivono appresso, tale che non sofferà che loro male sia riposto. Il t: qui vendront après, tele qv/ eie ne sueffre que lor mal soient en repost.

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quello che adorna il cuore a’ buoni costumi ’. Dunque in colui non è nulla nobilitade, che usa vita disonesta. E però Giovenale dice: Io amo meglio, che tu sii figliuolo di Tersites, e tu somigli Ettor, che se fossi figliuolo di Ettor e tu somigliassi Tersites, che fu il più ^ cattivo uomo del mondo. Lo maestro dice: Però io dico, che ’1 miglior frutto, che in nobiltà di antecessori sia, si è quello che Tullio disse: La grandissima reditate ^ che’ figliuoli hanno de’ loro padri, eh’ è * sopra tutti patrimoni, si è gloria di virtude, o d’ opere eh’ elli hanno fatte.

Or v’ ho io detto, come beltà e gentilezza sono contrarie ad opere di virtude. Ora vi dirò di leggerezza e di altezza o di forza di corpo ^ di cui Boezio dice: Voi non sormontate lo leofante per gran corpo, ne i tori per forza, ne lo

1) Corretto in btiono amore, in a’ buoni costumi, col t; à bones coshtrnes.

2) Ag-giunto il, col t: qui fu li plus chaitis hom don monde.

3) Mutato le grandissime reditadi, in la grandissima reditade, col t: li grandissime haritage.

4j Corretto che, in eh’ è (ha riscontro con ereditade) col T: et qui sormont.

5| La stampa mutila: d’altezza di corpo. Aggiunto di leggerezza, di altezza, o di forza, col t: de isneleiè et de grandor, ou de force de cors.

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tigro per leggerezza ’. La scurità della morte

mostrerà che sono li corpi degli uomini, e come sono disparevoli.

Capitolo LXVII.

Del bene della ventura.

Li beni di ventura sono tre, ricchezza, signoria e gloria. E veramente sono elli beni di ventura, eh’ elli vanno e vegnono d’ ora in ora, e non hanno punto di fermezza; che ventura non è ragionevole in suo corso, ne non è per diritto, né per ragione, sì com’ ella mostra sempre di molti uomini che sono nulla di senno e di valore, e montano in grandissime ricchezze, ed in grandi dignitadi di signorie ^ od in grande lodo e pregio ^; ed un altro che sarà il più valente uomo del mondo, e’ ^ non potrà avere un solo picciolo

1) Corretto gagliardia, in leggerezza, col t: ne les tigres far isnelelc.

2) Corretto signore, in signorie, col t: seignorie.

3) Il t: en loange de gran fris.

4) Corretto e, in e’, col t: il ne forroit.

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bene di ventura. Però dicono più persone, che

ventura è vocola o cieca ’, e eh’ ella sempre diviene errando *, e non vedente; ma noi ne doviamo tenere quello che’ savi ^ ce ne mostrano per la Scrittura ’, che Dio abbassa li possenti, ed alza gli umili. E tuttavia vi dirà il maestro alcuna cosa, tanto come conviene a buon uomo.

1) Mutato e, in o, perciò che cieca, è g-lossa di vocola,

T: aveugle.

2) Il t; et qu’elle (ornoie tozjors sa ree an non veant. Bono pare che non conoscesse la ruota della fortuna. La

traduzione è sbagliata.

3) Mutato santi, in savi, col t: li sage.

4) Il t: en dieni.

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Capitolo LXVIII.

Della ricchezza

Ricchezza è avere li reditaggi, e li servi, e pecunia. Li reditaggi sono contadi, elifici, e terre da guadagno ^.

Di ciò e’ insegna Tullio: Guarda ^ se tu edifichi, che tu non facci troppo grande spesa, che r uomo vi dee guardare lo mezzo. Che Orazio dice: Chi ama il mezzo dirittamente, non faccia troppo vile magione, ne troppo grande. Tullio dice: Lo signore non dee essere onorato per la magione, ma la magione per lui. Seneca disse: Nulla magione è troppo picciola, che riceve assai amici: che grande magione ove nullo * non entra, è onta al signore. Massimamente ^, se piii

1) Ut: De la premiere branche de fortune, ce est richesce.

2) Ut: teri-es guaignables. Corretto helli gtiaclagni, in terre da guadagno.

3) Il T: garde, fait il, se tu edijies.

4) Corretto nulla, in nullo, col t: où nus ne entre.

5) Corretto medesimamente, in massimamente, col t: rnaismement. V. Illustrazioni.

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persone v’ entravano al tempo delFaltro signore.

Villana cosa è quando li viandanti dicono: Ahi magione, come tu hai malamente cambiato signore! Però Orazio disse: Non ti caglia di grande magione, che in picciola magione puoi tu tenere regale ’ vita. Lucano dice di Giulio Cesare, ch’egli non volle mangiare se non per vivere, e per sua fame ^, né magione se non per lo freddo. Né ^ l’uomo dee lodare grande vasellamento in picciola magione. La grandezza delle magioni non ^ cessa mica la febbre, secondo che Orazio dice: Se tu sii sì ricco ^ che tu avessi tutti i danari del mondo, e sii di nobile lignaggio, nulla ti vale alla fine, più che tu fossi di bassa gente, povero, e senza magione, che tu morrai, e noi può contraddire nessuno sacrificio. Tutti venemo alla morte, per tempo, o tardi. Già magione, né terra, né monti ^ d’ oro trarranno la febbre del corpo del loro signore ’, che quando egli è malato, quegli

1) Corretto leale, in regale, col t: roial vie.

2) Il T: fors que par vaincre sa fain.

3) Corretto ma, in ne, col t: ne V en doit loer.

4) Aggiunto la grandezza delle magioni, col t: la grandor des maisons.

5) Mutato se’, in sii, che ha riscontro appresso con altri sii, e col T: se Ut ies.

6) Corretto monete, in monti, col t: monceaus.

7) Aggiunto del loro signore, col t: dou cors lor seignor.

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eh’ è sollecito di guadagnare, ha paura di perdere,

altresì lo ajutano sue ’ magioni, o suo avere, come le tavole dipinte aiutano colui e’ ha male negli occhi. La nera morte si gitta egualmente alla casa del povero, ed a quella del re *.

Capitolo LXIX. Della seconda materia di ricchezza ^.

Poi che avete udito di reditaggi, ora potrete udire della seconda maniera di ricchezza, cioè di servi, e ciò che li servi debbono fare.

Primieramente il signore dee dare * al servo ciò che gli è ^ mestiere, e poi gli comanda il servigio.

1) Corretto della vita, in aiutano, che ha riscontro con ajulano appresso, e col t: li aident ses maisons: e mutato magione, in sue magioni, col t: ses maisons.

2) Il T: es grans tors des rois, conforme al testo di Orazio.

3) Il T: Des sers.

4) Corretto /are, in dare, col t: doner.

5) Corretto eh’ egli, in che gli è, col senso, e col t: ce que rnestiers lor est.

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Seneca dice: Il signore è ingannato, s’ egli crede

che ’1 servigio discenda in tutto l’ uomo; ma la miglior parte non è sottoposta. Li corpi sono tenuti al signore, ma il pensiero è franco, che non può essere tenuto in carcere ov’ egli è richiuso, ch’egli non vada a sua volontade. Lo maestro disse: Tu dèi vivere dunque con esso colui eh’ è più basso di te, così come tu vorresti che quegli eh’ è più alto vivesse con teco. E tutte le volte che ti sovverrà, come tu hai di podere sopra tuoi ’ sergenti, sovvegnati che altro tal podere ha tuo signore

sopra te.

L’ufficio del sergente è conformare se primamente ’ alla maniera del signore, secondo che Orazio dice: Li tristi odiano li lieti, e li lieti h tristi, gli aitanti li gravi, e li gravi gli aitanti, e li bevitori odiano quelli che non vogliono bere. Non sii dunque orgoglioso, che li misurati si smisurano ’ molte volte, e li pazienti ’ prendono simiglianza di furore. Quegli che crederà ciò, che

1) Corretto Mti, in tuoi, col t: ton sergent.

2) Corretto parimente, in primamente, col t: premte 3) Corretto li smisurati si misurano, in H misurali st smisurano, col t: li amesurez desmesure. ^

4| Corretto ifU impazienti, in li pazienti, e follia, in furore col t: li paisibles. Era il perfetto contrario!

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tu consentirai ’ a sua maniera, ti loderà ed amerà

più. Orazio dice: Lo servizio del possente è dolce a quelli che non l’hanno mai provato: quelli che r hanno provato, lo temono ^. Però guarda quando tu hai nave in alto mare ^ che tu la governi in tal maniera, che se ’1 vento cambia, e’ non la porti in pericoloso luogo.

Lo secondo ufficio è, di lodare il buono signore, e guardarsi dal reo. Orazio disse: Guarda cui tu lodi, e che l’ altrui peccato non ti faccia onta. Noi semo alcuna volta ingannati, quando noi lodiamo colui che non è degno: lascia di difendere dunque la colpa di colui, che sa che la commette *; che per avventura quando egli vole alcuno male fare, egli si fida in tua difesa. Ma la tua magione è a pericolo, se tu non la soccorri quando tu vedi ardere quella del tuo vicino.

1) Corretto confiderai, in consentirai, col t: que tu consentes.

2) Corretto credono, in temono, col t: crient.

3) Corretto alctm, in alto, col t: haute.

4) Le stampe: lascia difendere dunque colui. Corretto lascia di difendere dunque la colpa di colui, col T: laisse donc à deffendre celui cui sa colpe aprent. Mor. Dogm. LXVII dice: quern sua culpa premit, male interpretato nel t. (V. Illustrazioni).

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Lo terzo ufficio è, di frenare avarizia e lussuria.

Di che Orazio ’ disse: Non ti smuova voluttà ^ e non desiderare la beltà di donna ^ mischina, o d’ uno * fante.

Lo quarto ufficio è, cessare orgoglio, e di ciò un savio ^ dice: Non lodare tue opere, e non biasimare le altrui; sii soave in servire tuo possente amico.

Lo quinto ufficio è. che non si lamenti niente. Orazio dice: Quegli che dinanzi al suo signore si tace di sua povertà, ne porta più che quegli che dimanda sempre. Egli ci ha differenza intra prendere onestamente, e rapire ^ Che se ’1 corbe potesse tacere quand’egli mangia, egli mangerebbe più, e con meno noia ed invidia.

Lo sesto ufficio è, compire ciò che suo signore comanda, e eh’ egli non abbia alcuna indugia. Lucano dice: Il bisogno del servente non è grave a lui, ma al signore. E lo servente si

1) Mutato Tullio, in Orazio, col t: Oraces.

2) Mutato volontà, in voluttà, col t; convoitise, come sopra.

3) Corretto la bella donna mischina, in la beltà di donna mischiua, col t: la biautè d’ une meschine.

4) Corretto od, in o d’, col t: ou d’ un enfant.

5) Corretto Tullio, in un savio, col t: un sages hom.

6) Corretto ricevere, in rapire col t: ravir.

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dee molto guardare ’ di non essere linguaio. Giovenale

dice: La lingua è la peggior parte ^ del malvagio servo ^ Ma egli dee tale signore scegliere, se egli puote, eh" euli sia degno che l’uomo lo serva, che per la nobiltà del signore sono in nobiltà li servigiali e sergenti \

1 Aggiunto molto, col t: doit mult garder.

2) Corretto maggior, in peggior, col t: pire, e col latino di Giovenale pessimi servi.

3| Ommesso Seneca dice, prima di ma egli, percliè non si legge nel T. ed aggiunto se gli puote, col t: se il puet. Che questo inciso se tlpuet sia stato tradotto Seneca dice?

4) Ut: sont enobli li servises as sergens.

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)i

Capitolo LXX. Della terza parte di ricchezza ’.

Ora lia detto il conto delle due parti di ricchezza; ora dirà della terza, cioè di pecunia. In pecunia sono contanti danari, tesoro ^ ornamenti, e tutti mobili. Di che dice Tullio; Nulla cosa è di sì picciol cuore, come è amare ricchezze. Seneca dice: Però quegli ^ è grande, che usa di vasellamento

  • d’oro comedi vasellamento di terra: né

di quelli non è minore, chi sì usa vasellamento di terra come d’oro. Giovenale dice: Nulla è più alta cosa, né più onesta, che dispregiare pecunia a chi non l’ ha ^ e d’essere largo quegli che l’ ha.

1) Il T: De pecune.

2) Corretto e sono, che inceppa il senso, in tesoro, col T: trésor.

3) Corretto eh’ egli, in quegli, col t: est cil grans.

4) Aggiunto di vasellamento, col t: de vaissiaus.

5) Aggiunto l’, prima di ha, che ha riscontro con V ha appresso, col t: se on ne Va.

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Di troppo desiderare queste cose ne vietan

sei ’ speciali cagioni.

La prima è, però che la vita d’ uomo è corta. Orazio dice: La brevità della vita ci mostra, che noi non doviamo cominciare cosa di grande speranza. Tu non sai se tu viverai domattina; non pensare dunque di domane, che Dio non vole che noi sappiamo quello eh’ è addivenire, ma ordina le cose presenti. Che quegli dee essere lieto, che puote dire: Io son bene vivuto un giorno, che se ^ ’1 dì d’ oggi è chiaro, e quello di domane sarà scuro, che nulla cosa è bene augurata ^ da tutte parti. Seneca dice: In ciò semo noi tutti ingannati, che noi non pensiamo alla morte, che gran partita di nostra vita ■., n’ è già passata, ed ella tiene tutto ciò eh’ è passato di nostro tempo. Persio dice ^: Pensati tuttavia, che tu morrai immantinente. Morte ne portò il nobile

1) Il T: phcsors.

2) Aggiunto se, col t: se li jors.

3) Corretto oberata, in augurata, col t: heneurèe. Cosi Bono volta anche altrove. Bono lesse: bien ouvrée, come il cod. cap. Ver. La lezione adottata risponde perfettamente al testo di Orazio.

4) Aggiunto di nostra vita, col t: p-ans partie de nostre vie est ja passée.

o) Corretto però, in Persio dice, col t: Perses dit.

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Ettore, quando vivea gloriosamente, e vecchiezza

menimò la ^ nominanza del grande Titone ^.

La seconda h, che voluttà ^ di ricchezza abbatte la virtii. Orazio dice: Quegli perde sua anima e la virtude \ che sempre si studia di crescer suo castello; egli discado per avere; che ^ gioia e letizia, non viene tanto a ricchi uomini, né quelli non visse male che si morì nascendo ^ Giovenale dice: Nullo dimanda onde viene quello eh’ egli ha; ma eh’ e’ l’ abbia, e che lo possa avere ’. Orazio disse; Né lignaggio, né virtude non è pregiata senza ricchezza. Nulla cosa non è

1) Corretto menima, in menimò, col t: amenuisa.

2) Corretto Catone, in Titone, col t: Titonus. Bravi gli amanuensi !

3) Mutato volontà, in vohcttà, come altrove t: convoitise.

4) Il t: sa arme, et la vertu. Orazio qui mal tradotto, dice: perdidit arma, locum virtutis deseruit, qui etc.

5) La stampa egli discende per avere i/ioia e letizia, e non: Corretto ei/li discade per avere: che gioja e letizia non viene ecc. t: il dechiet por avoir; car joie et leesce ne viennent etc.

6) Corretto mangiandosi, in nascendo, col t: en naissant. Orazio dice: nec vixit male qui natus moriensque fefellit (Mor. Dog. LXIX).

7) La stampa: nullo dimanda quello eh’ egli ha, ma quello che pensa avere. Corretto: nullo dimanda onde viene quello eh’ egli ha; ma eh’ e’ l’abbia, e che lo possa avere. T: nus ne demande d’ où ce vient ce que il a; mai que il l’ait, et que il le puisse avoir.

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assai; che tu vedi che ciascuno ha tanto di fé ’,

com’egli ha danari in borsa ^ NuHa più dura cosa è in povertà che ciò, che l’uomo se ne gabba. Orazio disse: Ricchezza dona beltà e gentilezza, però che virtù e fama ed onore e tutte cose divine ed umane ^ ubbidiscono a ricchezza, e chi l’avrà, sarà nobile, leale, savio, forte e re ^’ ma ciò lor ^ torna incontro, che pecunia porta vizio, e mala fama in luogo di virtude.

La terza cosa è, che’ danari fanno l’ uomo vizioso, secondo che dice Giovenale: Ricchezza menò primamente " a malvagi costumi ’, e riempiè il mondo d’oltraggio. Che quelli che ebbero primamente le ricchezze, disonorarono ^, le parentele, maritaggi, e lignaggi, e magioni, donde poi

1) Corretto sé, in te, col t: foi.

2) Aggiunto in borsa, col t. eìi la hucht.

3) Corretto ed uomini, in e tulle cose divine ed umane, col T: et toutes choses devines et humaines.

4) 11 T: drois, colla variante rois, di un codice seguito da Bono.

5) Corretto lo torna, in lor torna, col t: lor tome. Il Sorio ricorda, come gli antichi scrivessero lo’ per loro.

6) Corretto meno, in menò, ed appresso riempie, in riempie, col T: raempli.

7) Corretto morte, in costumi, col t: costumes. Cinque codici leggono meurs, che fu scambiato con mors.

8) Corretto sono, in disonorarono, col t: soillerent, da souicher. Orazio inquinavere.

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sono avvenuti diversi pericoli al popolo, ed a’ paesi.

Ma Orazio dice apertamente, che nobiltà non addiviene per avere, là ove disse: Sia sì che tu vadi orgog-liosamente per tuo avere, ventura non muta gentilezza, che se un vasello di terra fosse tutto coperto d’ oro, non rimane però eh’ egli è pure di terra.

La quarta cosa è. che nullo conquisto sazia ’ la volontade. Orazio dice: Ricchezze crescono ingressamente ^ e sempre manca alcuna cosa. Così come r avere cresce la rancura ^ e la volontà. Chi * molto chiede, molto gli falla. Quegli è ben ricco, che si tiene appagato; e quegli è povero, che aspetta grande ricchezza. Quegli non è povero, a cui soddisfa ciò ch’egli ha, a sua vita. Se tu se’ ben calzato, e ben vestito, e ben pa 1) Corretto sia a, in sazia, col t: saoule.

2) Corretto ine/rossamente, in ingressainente, col t: enffressement.

3) Corretto venttira, in rancura, col t: aire.

4) La stampa: la volontà che molto chiede. Corretto la volontà. Chi molto chiede, t; la convoitise. Qui muU quiert.

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sciuto ’. tutta la ricchezza ’ che ha un re ^, non ti

puote nulla accrescere.

La quinta cosa è, la paura che l’avere ti reca. Giovenale disse: Per poco argento che tu porti *, se addiviene che tu vadi di notte, tu avérai paura di ladroni, e se tu vai alla luna, e un picciolo ramo si muova, sì avérai paura; ma quegli che non porta nulla, va cantando innanzi alli ladroni ^ Dura cosa è guardare grande ricchezza.

La sesta cosa si è, che pecunia vole che r uomo sia suo servo. Orazio dice: La pecunia o ella serve, o ella è servita; ma egli è più degna cosa eh’ ella seguisca la corda del suo signore, eh’ ella tiri lui. E però Orazio disse: Io non voglio sottomettere me alle mie cose, ma le mie cose a me: Tullio disse *: Imperò non è da cre 1) Corretto hai saltate tutte le ricchezze, in e ben pasciuto, tutte le ricchezze, col t: et bien chanciez, toutes les richeses.

2) Mutato tutte le ricchezze, in tutta la ricchezza, come esige il verbo appresso.

3) Corretto che ìin re, in che ha un re, col t: dou roi.

4) Aggiunto fer foco argento che tu forti, col t: ia soil ce que tu ne fortes que un pò d’argent.

5) Aggiunto: Dura cosa è guardare grande ricchezza, col t: Pénible (sàias, forte ) chose est de garder grant avoir.

6) Aggiunto Tallio disse, col t: Tulles dit.

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dere, che quegli che molte cose possiede sia bene

venturato, ma quegli che usa saviamente quelle che Dio gli ha donato, e quegli che bene sofferà sua povertà, che più teme i ’ vizii che la morte; e ricca cosa ed onesta è lieta povertà; e doloroso usare è grande povertà. Seneca dice: Quegli non è povero, che è lieto; e quegli che bene si accorda a sua povertade, è ricco; e quegli non è povero che ha poco, ma quegli che più vole ^ Se tu voli arricchire, tu non dèi crescere tuo castello, ma menovare tua malvagia volontà ’. La corta via d’ arricchire è dispregiar le ricchezze, che r uomo può bene tutto sprezzare *, ma non tutto avere. E però Tullio disse: Diogene Mo povero fu più ricco che ’1 grande Alessandro, che più vale quello ch’egli non volle ricevere, che quello che Alessandro potea donare; che poco valea in sua borsa od in suo granaio ^ poi che egli non agognava ’ se non l’altrui, e non con 1) Corretto scusa in teme i, col t; crient vices.

2) Ommesso Seneca dice, prima di se, pei’chè manca al t.

3) Aggiunto malvagia col t: convoitise.

4) Corretto spendere, in disprezzare, col T: despire.

5) Aggiunto Biogene, col t: Diogenes li poures.

6) Corretto òoce, in borsa, t: huce, errore commesso altra volta; e sua grandezza, in suo granaio, col t: ses greniers.

7) Corretto avere in agognava, col t: bovit.

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tava quello eh’ egli avea acquistato, ma quello

che rimaneva a conquistare.

E se alcuno dimanda quale è la misura di ricchezza ? io dirò, che la prima è ciò che necessità richiede. La seconda è, che tu t’ appaghi di quello che ti basta, che ciò che natura richiede è bene, se tu non le dai oltraggio \ Boezio dice: Natura si tiene appagata di poca cosa.

Ma ora tace il conto di parlare di ricchezza; e tornerà a dire del secondo bene di ventura, cioè di signoria.

Capitolo LXXI.

Dell’ ufflcio della signoria ^

Signorìa è uno de’ beni di ventura, e tutto ’ che sieno signori di più maniere, sopra le altre, e la più degna è quella del re, e di governare città e gente. Questo è il più nobile mestiere che sia al mondo, ed intorno a ciò è la terza scienza

1) Ut: li dones à oxUrage.

2) Il T: De seionorìe.

3) Aggiunto e col t: et ja soient.

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di pratica \ eh’ è chiamata politica, sì come il

maestro divisa qua a dietro, al conto ’ della filosofia. E di questa scienza non dirà ora il conto più, se non quello che a moralità se ne appartiene. Ma innanzi dirà il maestro quello che si appartiene a signoria, ed a governamento di città, secondo che richiede l’uso di suo paese, e la legge di Roma.

E secondo il comandamento di moralità e di virtù, l’uomo dee temperare il desiderio della signoria. Giovenale dice: 11 potere fece cadere di molti uomini \ Lucano dice: L’ordine di destinazione è invidioso, ch’egli è divietato alle alte * cose, eh’ elle non durano lungamente; egli è grave cadere sotto ^ pesante colpo. Le grandi cose discaggiono per loro medesime, e ciò è il termine infino che Dio lascia crescere le letizie. Ed egli dona leggermente le graudi cose, ma appena le

1) Corretto e la scienza pratica, in e la ’erza scienza di pratica, col r: la tierce science de pratique.

2) Corretto secondo, in conto, col t: au conte de philosophie.

3) Aggiunto: Giovenale dice: Il potere fece cadere di molti uomini, col t: hivenaus dit: Puissance fatit maint home cheoir.

4) Corretto tre, in alte, col t: as hautes choses.

5) Aggiunto sotto, col t: soz. Il t: soz pesan faisse. Lucano: sub pondère.

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guarentisce. Seneca dice: Tu troverai più leggermente

ventura, che tu non la terrai ’. Orazio dice: Che ’1 grande arbore è spesso crollato da piccolo vento ’. e le alte torri caggiono più pesantemente, e la folgore cade sopra alte montagne. Altresì fa ventura, che spesso cambia la gioja ^ in dolore, e fa d’alto basso: quand’ ella batte sue ale, e’ * mi conviene lasciare ciò eh’ ella m’ ha dato. Seneca disse: Ah ventura, tu non se’ durabilmente buona!

Appresso, dee l’ uomo attemperare li desideri! di signoria, però che ella discuopre finzione e ipocrisia ^ ch’egli è grande cosa ubbidire alla signoria di quelli eh’ elli mostrarono " d’essere buoni, per volontà d’avere quella signoria. Egli addiviene che molti ’ alcune volta sono umili, ed

1) Mutato otterrai, in la terrai, col t: /jue tu ne l’a tenras.

2) Agg"iunto piccolo, col t: petit vent.

3) Corretto e viene, in la gioia, col t: le g eus, colla variante di quattro codici iues.

4) Corretto abbatte e, in batte le ali e’, col t: eie bat ses eles, il me convient.

5 Corretto fancinllezza e puerizia, in Jìnzione e ipocrisia, col T: faintise et ipocrisie.

6) Corretto mostrano, in mostrarono, col t: fainstrent.

7) Ommesso più volte, prima di che, ed aggiunto molti col T: il i a plnsors, qui aucune fois.

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altre volte orgogliosi, e ciò è secondo ventura, e

non secondo cuore. Terenzio dice: Egli è così di noi, che noi siamo grandi e piccoli, secondo che ventura ’ ci porta.

L’ufficio di signoria è, ch’egli tragga ’ il popolo al loro prode. Tullio disse: E’ non è cosa che tanto faccia a tenere signoria, che d’ essere amato, ne nulla più straniera che d’esser odiato \ Salustio dice: Più sicura cosa è a comandare a coloro che vogliono ubbidire, che a coloro che ne sono costretti. Seneca dice: Li sottomessi odiano colui ch’elli temono, e ciascuno di quelli desidera che quegli perisca. Tullio "disse: Paura non guarda lungamente suo signore. Giovenale dice, che pochi tiranni muoiono, che non sieuo uccis’i; ma benevoglienza è buona guardatrice di suo signore, e perpetualmente il fa amare dopo la sua° morte. Quegli che vole esser temuto, convien che tema colui, da cui vole esser temuto. Boezio disse: Non credere che quegli sia pos 1) Corretto natura, in ventura, col t: fortune.

2) Il T: arroie, regga: il ms. Cap. Ver. atraie, tragga,

come lesse Bono.

3) Ut: doutez, colla variante di sette codici: cremuz,

e craint di uno.

4) Corretto Tullio, in luogo di Giovenale, e viceversa

appresso, col t.

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47’^

sente, che sempre ha molte guardie ’ intorno a sé, ch’egli teme colui, a cui egli fa paura. Tullio disse: che uno che avea nome Dionisio temea tanto il rasoio delli barbieri, che egli si levava col fuoco ^ i suoi peli. E Alessandro tiranno siciliano ^ quando volea giacere con sua femina, egli mandava li suoi sergenti innanzi per cercare che in suo letto ed in suoi drappi non avesse coltello riposto. Ciò era malvagità, a fidarsi piii ne’ suoi sergenti \ che nella femina sua: ne per questa sospezione non fu egli tradito per sua femina, ma da’ suoi sergenti.

Sovvenga al signore, eh’ egli fu senza dignità. Seneca disse, che quelli che son montati a quello ch’elli non speravano, lor viene spesso malvagie speranze. Terenzio disse: Noi speriamo tutto ^, quando noi avemo lo desiderio ^ Stazio

1) Corretto mena, in ha molle, col t: a maini garde.

2) Corretto perchè li levava, in che elli si levava col fuoco, col t: que il bruloit ses poilz.

3) Tiranno siciliano, glossa di Bono.

4) Mutato in tino sergente, in ne’ suoi sergenti, col t: en ses sergcns. E il numero plurale altresì poco sopra.

5) Corretto tosto, in tutto, col t: tous.

6) Il t: nos espérons touz, quant nos avons le loisir. La stampa: noi compiremo tosto, quando noi avremo lo desiderio.

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disse ’: Nulla cura è sì grande all’ uomo, come

lunga speranza.

Qui tace il conto a parlare di signoria, infino che ne dirà piiì apertamente, ch’egli vole prima dire del terzo bene di ventura, cioè gloria.

Capitolo LXXII. Della nominanza, e di sua materia ’.

Gloria è nominanza che corre per molte terre d’ alcuna persona potente ’ di grande affare, e di sapere bene sua arte.

Questa nominanza desidera ciascuno, però che senza lei sua virtii non sarebbe conosciuta, secondo che Orazio dice: Virtude celata non è divisata da pigrizia ’: nascosta. E quelli che trattano di grandi cose testimoniano, che gloria dona al prode uomo una seconda vita, ciò è a dire, che

1) Corretto Orazio, in Stazio, col t: Staces.

2) Il T: De gioire, et de renomée.

3 Aggiunto polente e, col t; home puissant, et lìe grani faire.

4) 11 t: mauraisdè: jiigrizia di Bono.,.s’accosta ad

Orazio.

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dopo la sua morte, la nominanza clie rimane di

sue buone opere, mostra eh’ egli sia ancora in vita. Orazio disse: La gloria fa \ che quel non sia morto, che è degno di lode. Ma contro a gloria egli medesimo, Orazio, disse: Quando tu sarai bene conosciuto alla piazza di Agrippa, e nella via Appio, anche ti converrà andare là, ove andò Numa e Anco: ciò è a dire, quando tua nominanza sarà andata qua e là, anche ti converrà andare a loro, cioè alla morte. Boezio dice: Morte dispetta tutte glorie, e inviluppa gli alti e bassi, e pareggiali tutti. Ma noi chiediamo gloria sì dismisuratamente ^, che noi vogliamo più tosto parere buoni, che essere; e più tosto essere rei, che p.irere. Però disse Orazio: Falso onore diletta, e nominanza bugiarda dispaventa. Lo frutto di gloria è spesso orgoglio, di che Boezio disse: In molte migliaia di uomini non è se non uno infiammamento d’orgoglio \- ma in gloria non v’ha punto di frutto, se egli non v’ ha altro bene con essa; secondo che Giovenale dice: Tutto che gloria sia grande, non vale nulla se ella è sola. E ciò disse Tullio: Chi vuole avere gloria, faccia che sia tale come egli

1) Corretto dista, in fa, il t: defent.

2) Ag-g’iuuto sì, col t: si desme sureement.

3) Mutato udire di orecchi,iii infiammamento d’orgoglio, col T: en/femens de orgoil.

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vuole parere. Che quegli che crede guadagnare

gloria por false dimostraaze, o per false parole, per false sembianze di sua ciera \ è villanamente ingannato, però che la vera gloria si radica e ferma ^; ma la falsa cade tosto come il fiore, però che nulla cosa falsa può durare lungamente. Lo maestro disse: Al mondo non è più né sì falsa ^ cosa come voce, ma menzogna ha corto pie *.

1) Il T: sa chiere, Corretto: sapere, in stia ciera.

2) Corretto /brwza, inferma, col t: gioire a racine et fermeté.

3) Il t: w’a si fanse chose.

4) Corretto torto, in corto, col T: a cours piez.

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Capitolo LXXIII.

Dei beni di ventura paragonati a quelli del corpo ’.

Voi avete bene udito ’ ia questa parte quello che ’1 conto ha divisato de’ beni di ventura, e in addietro ha divisato de’ beni del corpo; e gli uni e gli altri ^ sono profittabili della vita dell’ uomo. Ma. sì come egli ha divisato altre volte, gli uni sono più utili che gli altri. Che se tu vuoli comparare "’ li beni del corpo a quelli di ventura, io dico che sanità è meglio che fortezza di corpo.

E se voli agguagliare i beni del corpo intra loro, io dico che buona sanità è migliore che

1) Aggiunto paragonali a quelli del corpo. Il t: De la comparison entre les biens clou cors et de fortune.

2) Aggiunto hene, col t: hien oi:

3 Corretto, come anche appresso: e l’uno e l’ altro, in e (/li uni e /ll altri, colla grammatica, e col t: li uns et li autre sont.

4) Corretto accompagnare, in comparare, come Bono traduce anche appresso acomparer.

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grandezza ’; e fortezza, è migliore che legge

rezza

  • .

E se voli comparare li beni di ventura intra loro, io dico che gloria è meglio che ricchezza; e rendita di città è meglio che rendite di terre.

Capitolo LXXIV.

Dell’ onestà, e dell’utile *.

Appresso ciò che ’1 maestro ha mostrato * apertamente quali beni sono onesti, e quali utili, e quali sono più onesti, e quali sono più utili l’uno che l’altro, anche rimane la quinta questione intra onestà e utile, ed a ^ quale l’uomo si dee tenere, o all’una, o all’altra. Che se l’acquistare ^ è utile, e donare è onesto, egli viene

1) Corretto grande, in grandezza, col t: grandor.

2) Corretto che ardimento, in è migliore che leggerezza, col t: qu’ isneletè.

3) Il t: De la querele qui est entre koneste et froJitabU,

4) Mutato ammaestrato, ìu mostrato, col t; a monstre.

5) Corretto alla, in ed a, col i ’. et à quoi.

6) Corretto il chiedere, in l’ acquistare, col t: aquerre.

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spesso che nostro cuore è in dottanza, quale egli

farà. Di che Giovenale disse; Forza e possanza fanno molte ’ persone mal fare; ma tanto come il cielo si divisa dalla terra, e ’I fuoco dall’ acqua, tanto si divisa lo utile dalla dirittura. Che tutta la forza del signore cade immantinente che egli comincia a perdere giustizia; e virtude, e signorie non vi si accordano guari bene.

Ma in questa materia ^ Tullio dice, che queste tre cose, bene, onestà e utile, sono così in ’ mezzo loro meschiate, che tutto quello che è onesto, è tenuto buono; e di ciò conseguita ’’ egli, che tutte cose oneste sono utili. Tieni dunque per certo, e non dottare, che onestà è sì utile ’, che nulla cosa non è utile, s’ ella non è onesta: né non ci è nulla differenza nella generalitade di queste due cose, ma in loro proprietà.

1) Agg-iunto molte, col t: a plusors. Una variante invece di puissance, legge licence.

2) Corretto maniera, in materia, col t: en ceste matière. Questo errore è frequente nelle stampe.

3) Corretto qui, in così, che ha riscontro con che, appresso, col T: si entremelle. Aggiunto meschiate col t.

4) Il t: s’ ensuit il. Corretto si sicura, in conseguila.

5) Aggiunto sì, che ha riscontro con che, appresso, col t: est si profitable.

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Ragione come ’: Questo uomo è ciò che è

animale in generalità, non in conoscenza. Che ad essere animale non è mestiere altra cosa, se non tanto eh’ egli è sostanza mortale che ha ^ anima e sentimento; ma acciò che egli sia uomo, conviene che egli conosca ragione, e sia morale l Dunque è la differenza nella proprietà solamente. Così onestà e utile sono in generalità una cosa; ma acciò che alcuna cosa sia utile, conviene che egli abbia frutto: acciò * che la sia onesta, conviene eh’ ella ci attragga per sua dignità; ciò è dunque una medesima cosa, perchè egli ne seguita ^ che nulla cosa è utile che discordi da virtù.

Perciò pare egli manifestamente, che non ha punto di contrario intra utile e onesto; ma però che le persone credono che sia utile ad usare le cose temporali, e che egli ne lasci a fare contro ad onestà, però è proposta la questione tra l’utile e r onesto. Tullio disse: Egli pare all’ uomo, che

1) Corretto ragione comanda questo, in ragione come. Questo, col t: ragion comment. Cist hom.

2) Corretto morale e, in mortale che, col t: mortel qui.

3) Corretto mortale, in morale, col contesto, quantunque erri anche il t. Correzione del Sorio.

4) Corretto e anzi che, in acciò che, col t: à ce que.

5) Corretto se ne discordi, in ne seguita, col t: il s’ ensuit.

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utile sia a crescere lo uomo suo prò’ del danno

d’un altro, e che l’uno toglia all’altro: ma ciò è più contra a diritto di natura, che non è povertà, o dolore, o morte; che egli caccia in prima lo comune vivere degli uomini. Che se per guadagnare noi avemo volontà di sforzare e di spogliare altrui, e’ conviene che la compagnia dell’ uomo, che è cosa secondo natura, sia dipartita. Ragione come ’: Se alcuno membro crede meglio valere, s’egli traesse a se la sanità del prossimano membro, e’ converrebbe che tutto il corpo indebilisse e morisse: altresì è del bene d’umana compagnia. Che altresì come natura vole, che ciascuno richieda ciò che gli è mestiero per suo migliore che per altrui; altresì vuole natura, che non " accresciamo le nostre ricchezze per spogliare le altrui. E colui che aggrava altrui per conquistare alcun bene, o ^ non crede fare contra natura, ovvero egli è ad avviso che l’ uomo si dee guardare più da povertà, che da fare torto altrui; ma s’ egli non crede * fare contra natura,

1) Corretto ragione comanda che, in ragione come, col t: ragion comment.

2) Aggiunto non, richiesto dal senso, e dal t: se il ne cuide.

3) Aggiunto 0, richiesto dal dilemma, e dal t: ou.

4) Il T segue: et se il li est avis que tors soit mal, mats il croit que mors ou patirete soit encore pire, il est

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quello non è umano. E se egli è ad avviso,

che far torto sia male, ma crede che morte e povertà sia peggiore, egli è ingannato: perchè più grave è il vizio del cuore, cioè il torto, che quello del corpo, o di fortuna^ cioè morte o povertà.

E se alcuno mi domandasse: Se alcuno savio muore di fame, dee egli togliere ad altrui sua vivanda, che niente non vale? io dico che no, perchè la vita non è più profittabile che la volontà, per la quale ’ mi guardo di fare torto altrui per mio prò’. Quando l’uomo perde la vita, lo corpo è corrotto dalla morte; ma se lascio quella volontà, io caderò nel vizio del cuore, che è più grave che ^ quello del corpo. Altresì li beni del cuore sono miglior: che quelli del corpo, che meglio vale virtù che vita, e non conviene al buon uomo dire bugia, né dir male, né ingannare ^ né meno per guadagno. Tu non dèi dunque tanto apprezzare nulla cosa, né tanto volere tuo prò’, che tu perda nome di buono uomo, perchè quello guadagno non ti può valere tanto

deceuz; car plus griès est li vices dou cuer, ce est tors, que cil dou cors, ou de fortune, ce est mors, ou pouretè. Empiuta la lacuna.

1) Corretto quello, in la quale, col t: par quoi.

2) Mutato a, in che, col t: que.

3) Aggiunto né dir male, né ingannare, col t: ne mal dir, ne décevoir.

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quanto tu perdi, per perdere il nome di buono

uomo, e amenuire tua fede e giustizia. Perchè dunque vogliono gli uomini il guadagno delle cose ’, e non vogliono le grandi pene della legge, e della laidezza ^ ?

Lasciamo dunque questi pensieri, e guardiamo se le cose che noi vogliamo sono oneste, se noi facciamo male a sciente, perchè dove solamente il pensiero è contra virtù, chiaro è che la opera è viziosa ^ La sola volontà del male pensato soffre tal pena, come se l’atto fosse compito.

E in mal pensiero non dee nessuno credere, che ’1 suo pensiero sia lungamente celato, né che ’1 possa celare a Dio, sì che nessuno dee fare male per avarizia, ne per malvagia volontà, né per altre cose turpi \ Tullio disse: Nulla cosa eh’ è corrotta di vizii, non può essere pro 1) Corretto le grandi, in il (jìiadagno delle, col t: le gaaing des choses.

2) Aggiunto e della laidezza, col t: de loi, et de la laidesce.

3) Il T varia: (jardons se ce que nos volons cnstiirre est honeste, ou se nos faisons mal à escient; car soulement don penser est contre vertu, jà soit ce que on ne viegne jusques au fait. Aggiunto col t: o se noi facciamo male a sciente.

4) Aggiunto turpi, col t: chose qui soit desavenant, ed aggiunto malvagia, a volontà, per le ragioni dette altre volte in egual caso.

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fittabile ’. E se un savio uomo avesse un anello di

tal virtù, che portandolo non potesse esser veduto, non perciò di meno, come e’ non lo avesse, dovrebbe pensare di poter peccare. Li buoni uomini devono cercare cose oneste, e non riposte, che ■ il prode uomo non dovrebbe cercar cosa eh’ egli non osasse predicare ’. Lo maestro dice: Se tu ti astieni di mal fare, acciò che la gente non sappia, tu non ami la bontà, ma tu temi la pena; e in quello tu segui * la natura delle bestie \ che Orazio dice: Il lupo ha paura della fossa, e lo sparviero della rete, ed il nibbio dell’ uomo insidioso: così li malvagi ’ lasciano di peccare per paura della pena, e i buoni per amore della virtù. E perchè detto è apertamente qui addietro, che sola li Il T seg-ue: Ft se nn sages hom avoitwi annel de tei ferce que il ne puest estre veuz tant comme il le portasi; jà, por ce, ne cuideroit il que il pensi phs pécher que se il ile l’easl. Empiuta la lacuna.

2) Corretto disoneste, in riposte, col t: repostes.

3) Il t: ne devroit chose valoir que il n’ osasi preschier. Corretto ìion conviene che H faccia peccato, in non dovrebbe cercar cosa, eh’ egli non osasse predicare.

4) Corretto costringi, in segui, col t: ensuiz.

5) Aggiunto delle bestie, col t: la nature de bestes.

6) Il T ha di più: Oraces dit: Li lous a paore de la fosse, et li esperviers des res, et li escofles de l’amecou. Empiuta la lacuna.

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mente la cosa onesta è profittabile ’, se alcun profitto

venisse, e tu vegga che* alcuna laidezza ci è giunta, io non dico che tu lasci quel profitto; ma debbi intendere, che colà dov’ è laidezza, nulla di profitto può essere. Ma se noi vogliamo giudicare con verità, ogni volta che laidezza porta sembianza di profitto, suol essere biasimevole alla fine del fatto; che noi veggiamo tal fiata, che d’ una cosa onesta addiviene alla fino tal prò,

1) Il T seg-ue: Se aucun profiz avenist, et que tu veisses que aucune laidesce i fusi jointe, je ne di pas que tu laisses celui profit; mais tu dois entendre que là on laidesce est, ne puet avoir point d’avantage. Mais se nos volons ju~ fjicr veraiement, toute foiz que laidesce nos monstre semblant de preti, suelt eie estre blasrnèe à la fin de la chose; car nos veons aucune foiz, que d’ une chose honeste qui ne semble profitable, avient à sajin telpreu, que l’ on despere. Raison comment. Damon et Picias furent si bon ami, que quant Denis li tyrans ot jugic l’ un à mort, cil demanda un po de terme que il puest aler ordener son testament et les choses, et li autres fu en gaiges dedans: ce /il par convenances que se il ne revenait, cil morroit. Et qii,ant cil fu recenuz au jor, li tyrans se mervtilla de lor amor, si lor requis t que il le receussent à estre H tiers de lor amistiè. Or regardez comme ce fu profitable chose, que cil remest par son ami, et que li autres revint por son ami, jà soit ce que l’une et l’ autre semblast périlleuse chose au commencement: autressi avient de honeste profitable fin, dont on ne se donc garde; et de laiiôsce avient fi i mauvaise et périlleuse. Empiuta la lacuna.

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che uomo non ne sperava. Ragione come: Damone

e Pizia furono insieme sì buoni amici, che quando Dionisio il tiranno avea giudicato V uno di essi a morte, costui domandò un picciol termine, che e’ potesse andare a ordinare suo testamento, e le cose sue. E l’altro intanto rimase in gaggio per tal convento, che se colui non tornasse, morisse egli. E quando colui al posto dì fu tornato, il tiranno maravigliossi del loro amore, e li pregò che lo ricevessero terzo della loro amistà. Or guarda, come fu profittabile, che l’un rimanesse per lo suo amico, e che l’altro per l’amico toi-nasse. già che sia che l’ una cosa e l’altra al principio paresse pericolosa. E così avvenne d’ onestà profittevole fine d’ onde non si sarebbe aspettato: e di laidezza avvien fine malvagio e pericoloso. E perciò la cosa che porta sembianza di profitto ò comparata a quella che ha sembianza di onestà: certo la sembianza del profitto dee perire ’, e quella della onestà dee valere, per ciò che la onestà è virtù di cuore e d’anima, che ti rimane sempre appresso; ma bene di ventura è vano e caduco ’ senza alcuna fermezza. Per ciò dice lo apostolo; Buona grazia è

1) Il t: doit couchier, colla variante coucher. Moral. Dogm. LXX qui tradotto, jacent.

2) Aggiunto e caduco, col t: et decheàble,

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stabilire lo cuore. Santo Agostino dice; La mi

prlior cosa () quella che fa essere l’anima ottima,

e questo è virtù ’. lesù Sirach dice; Se tu sei ricco,

tu non sarai senza peccato. Seneca dice: Grave cosa è non essere corrotto per la moltitudine di

ricchezza. Lo maestro dice: La gente del nostro tempo non ha alcuna cura di sua bontà, ma che le sue cose siano buone. Seneca dice: Gli uomini han nulle più vili cose che* sé medesimi.\ Agostino dice: Tu vuoi avere bone le cose, e tu non vuoi essere buono: non vuoi avere mala femina, non malo figliuolo, non triste calze, e

1) Il T ha di più: Saint Attgustins dit: Za mieunde chose est ce qui fait l’ame très bone, ce est vertu. Empiuta la lacuna.

2) Corretto le sue, in sé medesimi, col t: plus vii de soi.

3) Il T qui segue: Augustins dit: Tu veuls avoir bones choses, et si ne veuls estre bons; neme ne veuls male feme, ne mauvais enfans, ne mauvaise cote, ne mauvaises chances, et si veuls avoir male vie. Que t’ adone ta vie forfait, que entre tov.z biens tu veuli estre mauvais ? Mais jc te pri que tu eimes plus ta vie que tes chauces. Seneques dit: Il ne puet chaloir combien de gens te saluent, ne de gran Ut, ne de preciuses viandes, mais que tu soies bons; car es temporel choses n’ ha point de bien se ce non que V om use a droit et sanz pechiè, et ce apartient a vertu. Seneqties dit: Fox n’ a mestier de nule chose, car il n’ en seit nule user. Empita la lacuna.

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493
pur vuoi avere mala vita. Che ti ha fatto di male

tua vita, che tra tutti i beni tu vuoi essere rio? Ma io ti prego, che tu ami più la tua vita, che le tue calze. Seneca dice: Non ti caglia di molta gente che ti saluti, ne di :rande diletto, né di preziose vivande, ma che tu sia buono: però che nelle cose temporali non ha punto di bene, se non in quanto che uomo ne usi a diritto, e senza peccato, e ciò appartiene a virtù. Seneca dice; Il folle non ha mestieri di nulla, però che egli non sa usare di nulla. lesù Sirach dice: Ricchezza è buona a chi non ha mala intenzione ^, altresì come il sangue è buono al corpo dell" uomo, se egli non è corrotto da malattia. Salomone dice: Il folle desidera ogni giorno ciò che gli è dannevole.

Seneca dice: Non è buono di vivere, ma bene vivere. Tullio dice: Credo che colui sia buono, eh’ è giusto e onesto secondo virtù ^ perchè virtude sono li beni nostri propriamente; ma li beni di ventura sono variabili ’. Tullio dice: Tutte

1) Il T ha di più: aussi comme li sans et bons à cors d’onte, se V n’ est corrompuz de maladie. Empiuta la lacuna.

2) Aggiunto secondo virtù, col t: avec vertu.

3) Il T: nous sont estrange.

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le altre cose sono mutabili; ma la virtù è ficcata

nel profondo del nostro cuore ’. Di’ dunque, che quello eh’ è radicato dentro di te, sia tuo; e così è do credere, che le cose ’ umane sono minori che le virtudi. Seneca disse: E’ non è tuo, ciò che ventura ti dà, e dee * perire; non ^ sì folle cosa come di lodare te ^ dell’altrui cose; e nullo ò si laido pensamento, come rimirare in te ^ ciò che incontinente se ne può mutare, che freno d’oro non fa migliore cavallo. Abacuch disse: Malo è a colui che ammassa " ciò che non è suo. Seoeca disse: Ciò tu desidera, e a ciò ^ dirizza tuo pensare, che tu sia appagato di te, e di ciò che di te nasce: che quando l’uomo procaccia delle cose di fuori, immantinente comincia ad essere sottomesso alla ventura. Che Seneca

Î ì II T varia, ed aggiung-e: vertus est Jichie es parfon(les racines. Di donc, que ce qui est pose dedanz toi, soit tien. Empita la lacuna.

2) Il T: hmanines chevites, colla variante di un codice cheances.

3) Corretto e’ di, in e’ dee, col t: il doit perir.

4) Corretto sé, in te, col t: loer en toi. .’S) Aggiunto in te, col t: remirer en toi.

6) Corretto Ismarrito è colui che amasse, in Mal è a colui che ammassa, col t: Mal est à celui qui amasse.

7i Corretto ciò che tu desidererai, in ciò tu desidera, e, col T: ce desirre, et à ce adresce tes pensers.

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disse: Egli è meno che servo chi teme il servo \

che ’1 savio non si tiene appagato di vivere, ma del bene vivere. Boezio disse: Oh ! ^ stretta e cattiva ricchezza quando le più geati non la possono avere tra tutti, e la non ^ viene ad uno senza povertà d’ un altro. lesù Sirach: Fondamento è di buon cuore non dilettarsi in cose vane *. Gregorio disse: E’ non ha tanto diletto in vizii, come in virtù.

Boezio dice: L’onore di virtù, non fu acquistato per la dignità: ma l’ onore delle dignità addiviene ^ per le virtudi, ch^ virtude ha sua propria dignità.

E se alcuno mi dimandasse. perche Dio volse eh’ e’ beni e mali temporali ^ fossero comuni a’ buoni e alli rei ? io dico, che Agostino disse, che Dio lo volse però che’ beni, che i

1) Corretto crede al, in teme il, col t: (^ui crient les

sers.

2) Corretto oie è, in oh! col t: o estroites etc.

3) Aggiunto e ool r: et ne vont.

4) Corretto se non in cose divine, in in cose vane, col t: non delitier sci es oaines choses.

5) Corretto ma le dignità addivengono, in ma l’ onore delle dignità addiviene, col t: mais l’onors des dignitez vient.

6) Aggiunto e mali, col t: li bien et li mal temporel.

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49H

malvagi hanno spesso, non fossero troppo desi(lerati, o che li mali che addivengono a’ linoni, non fossero troppo in dispetto. Però ^ grandissimo senno di pregiare poco il bene e il male, che sono comuni a" buoni e a’ rei, e cercare lo bene eh’ h propriamente de’ buoni, e schivare lo male eh’ è propriamente dei malvagi ’. Agostino dice: Però dona Iddio beltà alli rei, acciò che’ buoni non credano che sia troppo gran bene.

Ora lascia il conto di parlare dei beni dell’ anima e del corpo, e di quelli di ventura, e della comparazione dell’uno e dell’altro, di ch’egli ha molto parlato, e tornerà all’altro conto.

1) Corretto chiederò lo bene eh’ è propriamente dei malvagi, in e cercare lo bene, eh’ è propriamente de’ buoni, e schivare lo male, eh’ è propriamente dei malvagi, col t: et aquerre Its biens qui proprement sont des bons, et eschuer les liiaus qui propriement sont des mauvais.

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Capitolo LXXV.

Della virtù contemplativa \

Lo conto divisò qua addietro, là ove comincia a dire di virtù primieramente, che prudenza, e giustizia, e forza e temperanza * sono virtudi attive, per dirizzare i costumi ^ dell’ uomo, e per adoperare quello che a onesta vita appartiene. Di ciò ha egli detto assai diligentemente. Die’ egli, che le sono tre altre virtudi contemplative, cioè fede e speranza, e carità.". Però è egli bene ragione, che egli ne dica alcuna cosa.

L’ una vita è attiva, e l’altra è contemplativa.

La vita attiva è, innocenza di buone opere, secondo quello che ’1 maestro ha detto infino a qui nel conto delle quattro virtìì. La contemplativa è li pensieri delle celestiali cose. Quella con 1) Corretto Della prudenza e della giustizia, in Della virtù contemplativa, col t: De vertu contemplative.

2) Aggiunto e temperanza, col t: et atemprance.

3) Corretto lo amore, in / costumi, errore corretto altra volta, col T: les meurs.

4) Il T ha di più: mais plus n’ en dit en cele partie.

33

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498
4ys

viensi a’ più. questa a’ pochi ’. La vita attiva usa bene le mondane cose; la contemplativa rifiuta loro, e ditettasi in Dio solamente. Chò chi bene si prova nella. vita attiva, può bene montare poi alla contemplativa: ma quelli che anche desidera la gloria del mondo e la carnale volontà. h divietato dalla vita contemplativa; però che gli conviene tanto dimorare alla attiva ’ ch’egli sia purgato. Là dee fuggire tutti i vizii per usanza di buone opere, sì ch’egli abbia l’intenzione e ’1 pensiero puro e netto quando egli verrà a contemplare Iddio: che così come quegli che h nella vita attiva si ritrae da tutti i teri-eni ^ desiderii. così quegli eh’ è nella vita contemplativa si ritrae di tutte opere * attive. E però vedi tu che la vita attiva sormonta la mondana; e la contemplativa sormonta all’attiva. E sì come l’aquila ficca li suoi occhi di continuo ^ contra li raggi del sole, e non li torna ^ se non per suo pasto; così li

1) Aggiunto quella conviensi a’ più, qtiesto. a’ pochi, col T: cele est acoinle a plusors, ceste à petit.

2) Corretto civile, in attiva, col t: en l’active.

3) Corretto dagli eterni, in da tutti i terreni, col t: de touz terriens desirriers.

4) Corretto rose, in opere, col t: de toutes oevres actives. 5’ Aggiunto: di cnutinuo, col t: toz jours. Il contesto

lo vuole.

6) Corretto gliene ficca, in li torna, col t: ne les tome. Risponde a tornano appresso.

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santi uomini si tornano alcuna volta alla vita

attiva, però eh’ è di bisogno agli uomini. Ma queste due vite ’ sono malagevoli fra esse. Che se V uomo si disvia dalla contemplativa alcuna volta, e poi vole rivenire e rinnovellare sua diritta intenzione, egli è bene ricevuto. Ma s’ egli si diparte della vita attiva, immantinente ^ egli sorpreso in disviamento dei vizii ^

Li due occhi dell’ uomo significano queste due vite % e però quando Iddio comandò che quando il destro occhio ti * scandalizzasse, fosse cavato e gittato fuori, sì disse egli della vita contemplativa, s’ ella corresse in errore; però che meglio è a cavare ^ l’ occhio della contemplativa, e guardare quello della attiva, sì eh’ egli vada * per sue opere la vita durabile, innanzi che an 1) Corretto questi due vizi sono malvagi fra essi, in queste due vile sono malagevoli fra esse, col t: ces II vies, sont maiivaises entre eles.

2) Corretto indivisamente dà, in in disviamento dei, col T: en desvoiement de.

3) Corretto questi due vizi in queste due vite, come or ora, col T: senefient ces II vies.

4) Corretto sì, in ti, col t: qui escandalizasl.

5) Corretto campare, in cavare, col t: mieulx vault à aster V od de la contemplative.

6) Corretto eh’ egli abbia, in vada per, che ha riscontro con andare appresso: il t: il aille par.

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dare al fiioro d’ inferno per errore della contemplativo.

Dio abbassa molte volte molti uomini nelle carnali rose per sua grazia, i quali ^ avanza nella grandezza di contemplazione; e molti altri cessa egli di contemplazione, per diritta sentenza, e gli "^ abbandona rlle terrene ^ cose.

Capitolo LXXVI.

Ancora di ciò medesimo

Li santi uomini sono quelli che questo mondo rifiutano, e lasciano il secolo, in tal maniera eh’ elli non si dilettano se non in opere di Dio °. E tanto quanto eglino si disceverano dalla conversazione del secolo, tanto contemplano eglino la presenza ^ di Dio. alla veduta del pensiero me 1) Corretto quelli, in i quali, col t: cui il enlrance.

2) Corretto e egli in e gli, col t: et les abandone.

3) Corretto le, in alle, col senso, e col t: es terriens choses.

4) Il t: Des saine homes.

5) Il T: ne se délitent à vivre se en Dieu non.

6| Corretto potenza, in )) re senza, co\ t: présence de Dieu.

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desimo ’ deatro. Ma le perverse opere nel ’ malvagio

sono sì manifeste, che quelli ohe desiderano le pacifiche opere \ fuggono loro costumi * e loro compagnie. Alcuni ^ si dipartono da’ malvagi, però che non sieno invilnppati ^ di loro malvagità. Ma pili ’ sono, che tutto che non si possano ’ partire da loro compagnie corporalmente, tuttavia se ne dipartono spiritualmente ’ con V intenzione. E se la compagnia è comune, lo cuore e l’opere sono divise. E tutto che Dio difenda la vita de’

1) Corretto e la veduta di là per se, in colla veduta del pensiero.Isià. Sentent. Ili, 17, internae mentis ade. Il t: et la vue de la pensée dedenz, colla variante a la vue, che imbercia nel segno.

2) Corretto e malvagie, in nel mahàçio, col t: au mauvais.

3) Il t: la pais des oevres. Isid. Op. cit. qui supernam patriam desiderant.

4) Corretto ancora amore, in costumi, col t: meurs.

5) Aggiunto alcuni, col t: aucun. Ha riscontro con i più, appresso,

6) Corretto sono, in sieno, col t: soient.

7) Corretto pih volte, in j)iù, col t: plusor.

8) Corretto pensino, in ’possano, col t: puissent.

9) Corretto specialmente, in spiritualmente, col t: esperituel entencion.

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502
santi uomini in le carnali ’ cose, appena sarà alcuno

che nelle delizie ’ del secolo perseveri senza vizio. Però è egli bene, che l’ uomo si parta corporalmente del mondo, e meglio è a separare la volontà; ma quegli, che ne parte lo corpo e la volontà, è tutto compiuto ’.

Capitolo LXXVIl.

Anche di simili comandamenti *.

Altri comandamenti sono dati a’ buoni che dimorano alla vita comune del secolo, ed altri sono dati a quelli che del tutto lo rifiutano. Che a quelli che sono al secolo, è comandato generalmente eh’ elli facciano bene in tutte loro cose;

1) Corretto e le, in in le, col t: ewrni les charnels choses. Le stampe leggono una proposizione veramente ascetica !

2) Corretto nel diletto, in nelle delizie, col t: entre les deliz.

3) Il t: tous acomplis, c’est à dire tons parfais.

4) Il t: De ce meisme.

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503
ma a quelli che l’ hanno rifiutato \ è comandato

oh’ elli abbandonino tutte loro cose; ed ancora fanno elli più. Che acciò eh’ elli sieno più perfetti, non basta pure eh’ elli rinegano le sue cose, ma gli conviene rinegare sé medesimo. E rinegare sé medesimo non è altro che rifiutare sua volontà, in tal maniera, che quegli che è superbo divegna umile, e quegli che è pieno d’ira divegna mansueto. Che chi rifiuta sue cose, e non rifiuta sua volontà, egli non é discepolo di Dio. Però disse: Chi vole essere mio discepolo ’, e venire dopo me, rineghi se medesimo.

Di ciò tace ora lo conto, e ritorna a dire delle tre ^ virtù contemplative, e prima dirà di fede.

1) Il T ha di più: mais à cels qui refusé V ont, est commaìulè que il ahandonent toutes lor choses. Empiuta la lacuna.

2) Chi cole essere mio discepolo, manca al t.

3) Mutato di, in delle, come nel titolo del capitolo appresso, t: des III vertus.

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504
Capitolo LXXVIII.

Delle tre virtù oontemplative, e primo della fede ’.

Nullo uomo può venire alla beatitudine, se non per fede. E quegli è direttamente beato, che crede dirittamente, e guarda la diritta fede. Ed allora è bene Iddio lodato e glorificato, quando egli è bene creduto veramente; ed allora puote egli essere bene richiesto, e pregato. Senza fede non può nullo uomo piacere a Dio, che tutto quello che non è per fede ^ è peccato. Sì come l’uomo che ad ^ arbitrio e di libera signoria per sua volontà si diparte da Dio, così ritorna egli per diritta credenza di suo cuore. Ma Dio guarda la fede per mezzo il cuore, laonde quelli non si può scusare, i quali mostrano simiglianza di verità \ e hanno in cuore malizie di grande errore. E sì come la fede che è nella bocca, e non è creduta dentro dal cuore, non fa prò’ nullo; così

ì) lì r: De foi.

2) Fede è qua per coscienza. Postilla del Sorio V. Illustrazione.

3) Corretto ha d’, in ad, col t: par arbitre.

4) Corretto virtù, in verità, col senso, e col t: veritè.

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la fede che è nel cuore, non vale nulla, se non

si dimostra per la bocca, che ’ quella fede è vana eh’ è ^ senza opera. E però sono pin quantitadi d’ uomini, che sono cristiani solamente per fede; ma nelle opere si discordano molto dalla cristiana veritade.

Capitolo LXXIX.

Della carità.

Già sia che alcuni paiano buoni di fede ed opere, io dico eh’ elli non hanno punto di virtii, s’elli sono vuoti di carità ed amore ag-li uomini. Di ciò disse lo apostolo ^: Se io dessi mio corpo ad ardere. non mi varrebbe niente, se io non ho carità. E senza amore di carità non può venire alcuno a beatitudine, tutto che ecli abbia diritta credenza, però che la virtii della carità ^ sì tra,ì?rande, che nullo guiderdone si puote appareggiare a lei. Ella è donna e reina di tutte

1) Corretto è, in che, col t: car.

2) Agfg-iunto è vana, eh’ è, col t: cele foi est vuìde qui est sanz oevre.

3) Corretto dissero li apostoli, in disse l’apostolo, col t: dit li apostres, come molte altre volte.

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virtudi, ed è legame della perfezione ’, ch’ella

lega le altre virtudi.

Carità è amare Domenedio e ’1 prossimo; l’amore di Dio è simile alla morte. Salomone disse: Amore è altresì forte come la morte, perchè così come la morte diparte l’anima dal corpo, così l’amore ^ di Dio diparte l’ uomo dell’ amore del mondo, e dall’ amore carnale. Quegli non ama Dio, che si parte da’ suoi comandamenti. Altresì non ama lo re, quegli che gitta sue leggi. Quegli ama ^, e guarda la carità, che ama il suo prossimo ^: e chi odia altrui, è fuori dalla carità, che non puote amare Iddio, chi non ama il suo prossimo: Messer lesìi Cristo è Iddio ed uomo; dunque chi odia l’ uomo, non ama del tutto Cristo. Ma la conoscenza ^ del buono uomo è di non odiare le persone, ma di odiare la loro colpa.

1) Corretto delle altre perfezioni, in della perfezione, col T: de la perfection.

2) Il T: qtù despite.

3) Ama, non è nel t.

4) Il T segue: et qui ket les autres, est hors de charité, car ne porroit Dieu amer qui n’ aime son proisme. Empiuta la lacuna.

5| Corretto conscienza, in conoscenza, col t: la conotssance.

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Capitolo LXXX.

Della speranza.

Quelli che non finano di mal fare per niente hanno isperanza nella pietà di Dio, e nella sua misericordia richiedere. Ma s’ eglino si cessino dalle male opere, eglino lo potranno bene pregare \ Adunque ^ dee avere 1" uomo speranza in Dio, ch’egli gli perdoni suo peccato; ma l’uomo dee molto temere, che per isperanza che Dio promette di suo perdonamento, egli non sia perseverante ^ nel peccato. Altresì non si dee l’ uomo disperare, perchè i tormenti sieno istabiliti secondo il peccato; ma debbe schifare l’ uno pericolo e l’altro, in tal maniera che si guardi di

1) Corretto ma s’ egli si cessa dalle male opere, egli lo potrà bene pregare, in ma s’eglino ii cessano dalle ■ male opere, eglino lo potranno beile pregare, colla grammatica, e col T: mais se il cessassent de lor males oecres, il le porroient bien prier.

2) Corretto allora, in adunque, col t: adone.

3i Corretto perseverato, in perseverante, col t: perseverans.

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mal fare, e ch’egli abbia speranza alla misericordia

di Dio.

Li giusti sono sempre in paura ed in isperanza; perciò che una volta s’ innalzano per isperanza ’ della perpetuale allegrezza; un’ altra volta dottano per paura del fuoco eternale.

Capitolo LXXXI. Del peccato, e del li vizi ".

Qua addietro è mostrato che sono virtude attive e contemplative, ma delle contemplative brevemente, però che richiede grande solennità. Ora è convenevole a dire un poco del peccato, e de’ vizii; che se l’uomo conoscesse loro ^ nascimento, e loro nutrimento, egli se ne potrebbe meglio guardare.

Però io dico, che peccato non è altro che passare divina legge, e disubbidire al celestiale

1) Ag-g-iunto jìerciò che itna volta s’ innalzano fer isperanza, col t: car une foli s’ enhaucetit por espérance.

2) Il t: De pechè.

3) Corretto suo, in loro, col t: lor naissance, et lor norrissenieni.

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509
comandauitìiito, che peccato non sarebbe se ’1

divietamento non fosse. Se peccato non fosse, non sarebbe virtude, non sarebbe malizia, e non potrebbe essere malizia ^ se alcuna semenza di lui non fosse. Noi non udiamo li celestiali comandamenti con gli orecchi del corpo; ma l’ opinione del bene e del male viene in noi, sì che ^ noi sapemo naturalmente, che noi dovemo fare bene lo bene % e schifare lo male. Dunque dico io bene, che ’1 comandamento di Dio non ci ^ scritto in ^ noi con lettere d’ inchiostro; ma eg-li è fitto dentro al nostro cuore per divino spirito, Però puote ciascuno intendere, che l’ opinione dell’uomo diviene divina legge. E però addiviene, che immantinente che r uomo pensa di far male, soffre egli la pena e ’1 tormento di sua conscienza; che tutte cose può r uomo fuggire, ma suo cuore no, però che nullo uomo può sceverare ° sé da so medesimo,

1) Aggiuuto malizia, col t: ne malices ne porroiù eslre.

2) La stampa erra: ina per V opinione del bene e del male viene in noi. Che noi sapemo. Il t: mais l’opinion dou bien et dou mal vient en nos en tel marniere, que nos savons. Corretto: ma V opinione del bene e del male viene in noi, s\ che noi sapemo ecc.

3) Aggiunto lo bene, col t: faire le bien.

4) Corretto a, in in, col t: en nos.

5) Corretto sicurare sé di sé, in sceverare sé da sé, col t: desevrer soi de soi.

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510
oliò la malizia della conscienza non lo abbandona

mai. E tuttoché alcuno che male faccia scampi del giudicio degli uomini, egli non scamperà del giudicio di sua conscienza, che a sé ’ nullo può celare quello eh’ egli cela agli altri. Egli sa bene che egli fa male: e cade sopra lui doppia sentenza: r una in questo secolo della sua conscienza, e l’altra in quello ^ della eternale pena. E però dice Isidoro \ che la intenzione dell’opere è occhio^ e lucerna dell’ uomo. Che se la intenzione dell’opera ^ buona, certo è l’opera buona: ma le opere delle malvagie intenzioni, non possono essere se non rie ^ già sia ciò ch’elle paiono buone, però che ciascuno ^ giudicato buono o reo, secondo che è sua intenzione. Quelli che, fanno buone opere con rei *

1) Mutato lui, in se, col t: a soi ne puet nus hom celer ce que il cele as autres.

2) Aggiunto in quello della, col t: en celui don perpétuel torment.

3) Corretto io dico, in dice Isidoro, col t: dit Tsidores. A) Aggiunto occhio e lucerna, col t; oil et lumiere.

5) Ommes.so il punto prima di già, e continuato il periodo conforme al t.

6) Corretto buone opere o rie, loro intendimenti, in buone opere con rei intendimenti, col senso, meglio chiarito nel periodo che segue, e col t: bones oevres ou (colle varianti di un codice, ed acocc, di due codici) mauvais entedement.

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511
intendimenti, sono avocolati e accecati per quelle

opere donde elli possono essere alluminati. Dunque ciascuno faccia lo bene per buona intenzione, che altrimenti sarebbe egli perduto.

Da poi che ’1 conto ha detto come 1" uomo si dee guardare che sua opinione non sia corrotta \ e che abbia buona intenzione, si vuole dire quante sono le opere di peccato ^

Capitolo LXXXIl.

De’ peccati criminali.

Li peccati criminali ^ sono sette: superbia, invidia, ira, lussuria, voluttà, accidia, ’’avarizia.

Anche sono molti altri peccati, che nascono tutti di questi sette, che io vi ho nominati. Ma di questi peccati ^ superbia madre e radice, che tutti gli ha ingenerati. E non per tanto ciascuno di questi sette, ingene.^a altri peccati.

1) Corretto corretta, in cvrrotta, col t: ne soit corrompue.

2) Il t: des péchiez q%à en l’uevre sont.

3) Ag’gMUûto criminali, col t: criminaus.

4) Corretto miscredente, in accidia, col t: accede, colle varianti mescreandisi;, di un codice; mescreance, di nove codici; y /oit/07i/e, di due.

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512
Che di superbia viene orgoglio, e dispetto,

e vantamento, ipocrisia, contenzione e discordia, perdurabilità ^ e contumacia.

Da invidia nasce odio, e inganno ^ letizia del male del prossimo, e tristizia del suo bene, maldicenza ^ ed abbassare lo bene.

Da ira si muove tenzone, e grosso cuore, e compianto \ grida, disdegno, biasimo, torto, non sofferenza, crudeltà, follia, malignità e omicidio.

Da lussuria viene cecità di cuore, e non fermezza, amore di sé medesimo ^, odio di Dio, volontà di questo secolo, e dispetto dell’altro, fornicazione ^ adulterio, e peccato contro natura.

Di voluttà ’ nascono cattiva allegrezza, laidezza, vane parole, forsennatezza, ebrezza^ pro 1) Il T legge descorde perdurable, ma quattro codici del Chabaille col Volgarizzamento leggono: pardiirabletè. 2\ Ao-n-iunto odio, infianno, del t: haine, decevance.

3) Corretto maldicente, in maldicenza, col t: maldire.

4) Corretto con pianto, in compianto, col t: complainte. ó) Corretto ira di Dio, in odio di Dio col t.

6) Corretto dispetto dell’ altrui fornicazione, in dispetto dell’ altro, fornicazione, col T: despit de l’ autre, fornication.

7) Mutato volontà, in voluttà, come a principio del capitolo, Bono stesso così altrove traduce la medesima parola contoitise.

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513
digalità ’, disinisuranza, disonestà*, svergognamento.

Di accidia ^ nasce malizia, picciol cuore, disperanza, cattività, sconoscenza *, non prevedenza, stupidità ^ e diletto del male.

Dall’avarizia viene tradimento, falsità, pergiuri, forza, duro cuore, simonia, usura ^ ladroneccio, menzogne, rapine, ingiustizie, e inganno ’.

Questi peccati, e molti altri, sono ingenerati per superbia principalmente. E sì come la virtude mantiene umana compagnia e buona pace e buono amore. e mena l’ anima a salvamento; così li peccati corrompono la compagnia dell’uomo, e l’anima conducono airiuferno. Che orgoglio in 1) Corretto molte parole, vanii di parole, fornicarla, in laidezza, vane parole, ebrezza, forsennatezza, col t: laidesce, vain parler, forseneise, duresse (colla variante di cinque codici del Chabaille yvresce.)

2) Corretto dismisuranza disonesta, in dismisuranza, disonestà, col T: desrAesurance, deshonestè.

3) Corretto come sopra miscredenza, in accidia, col t: accide, colla variante di sei codici mescreance.

4) Corretto conoscenza, in sconoscenza, col t: desconoissance.

5) Corretto non prevedente compagno, in non prevedenza, stupidità, col T: non porveance, sotie.

6) Corretto somma usura, in simonia, usura, col t. simonie, usure.

7) Corretto discadimento, in inganno, col x: decevance.

33 bis.

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514
genera invidia; ed invidia, menzogna; menzogna,

inganno ’; e inganno, ira; ira, malavoglienza; raalavoglienza, nimistà; nimistà, battaglia, e battaglia dirompe la legge, e guasta la città.

Capitolo LXXXIII. Della dottrina del settimo libro ’.

In questo libro ci ha mostrato il maestro r insegnamento delle virtù e de’ vizii, l’uno per operare, e l’altro per ischifare, che questa è la cagione per che l’uomo dee sapere bene e male. E tutto che lo libro parli più delle virtù che de’ vizii, non per tanto, là ove lo bene ^ sia comandato a farlo, deve ciascuno intendere, che lo male è divietato, secondo ^ che Aristotile disse: Uno medesimo insegnamento è in due contrarie cose.

E certo quegli che vole recare sua vita all’ utile di lui e degli altri, Seneca insegna e co 1) Corretto ancora discadimento, in incanno, col t: decevance.

2) Il t: Ce est li darriens enseit/nemens de cesi livre.

3) Corretto ov’ elio, in ove lo, col t: là où li bien.

4) Aggiunto deve ciascuno intendere, che lo male è divietato, col t: doit ckascuns entendre, que li mal sont deveè à faire.

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515
manda ’, eh’ egli usi la forma delle quattro virtudi

per diritto mezzo, e misuratamente, secondo la diversità del luogo, del tempo, e delle persone, e delle cagioni ^ Però dee l’uomo seguire le traccio dei migliori ^, e fare ciò che’ fanno, che sì come la cera riceve la forma del suggello, così il costume dell’ uomo è formato per esemplo. Guardinsi * dunque tutti gli uomini di mal fare, e siano ^ sicuri, che quando è in voce l’ uomo una volta di mala nominanza, egli gli conviene avere molta acqua a bene lavarsene.

Qui tace il conto di parlare di questa materia; però che vuole cominciare la terza parte del suo libro, per insegnare buona maniera ® di parlare, secondo che egli promise nel suo prologo’.

1) Aggiunto e comanda, col t: dit et li commande.

2) Mutato delta cagione, in delle cagioni, col t.

3) Corretto le opere del migliore, in le iraccie dei migliori, col T: les traces au meillor, colla variante aut meillors.

4) Corretto mira, in guardinsi, col t: gardent soi.

5) Corretto di mal affare, e sii sicuro, in di mal fare, e sieno sicuri, col t: de mal faire, et soiès tout esseur.

6) T: science de bone parleure.

7) Il T ha di più: ci fenist li secons livres; ci commencent li chapitre dou tiers livre. Allude alla divisione del T in tre libri, anzi che in tre parti, come fece il Giamboni in questo Volgarizzamento, e come dicemmo altrove.

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516

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ILLUSTRAZIONI

LIBRO SETTIMO

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518

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SULL’AUTENTICITÀ DEL LIBRO VII

DEL VOLGARIZZAMENTO

DEL TESORO DI SER BRUNETTO LATINI

ATTRIBUITO

A BONO GIAMBONI

Bartolomeo Sorio, come dicemmo più volte, aveva promesso un’ edizione criticamente corretta di tutto il Volgarizzamento del Tesoro di ser Brunetto Latini, fatto nel buon secolo della lingua nostra da Bono Giamboni. Fra i saggi che di tempo in tempo ne diede in luce, è l’ intero libro VII, edito a Modena dal Soliani l’anno 1867, col titolo: Libro settimo del Tesoro di ser Brunetto Latmi, testo originale francese e traduzione toscana, indotto alla lezione vera del concetto originale dal P. Bartolomeo Sorio D. O. di Verona. In questo volume sono riuniti i brani già pubblicati in molti fascicoli degli Opuscoli religiosi letterari e morali dal tipografo medesimo stampati. Il volume è di pagine 345 in 8."