Il baco da seta/VI

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VI. — I locali d’allevamento

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VI. — I locali d’allevamento
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Ventilazione.


Finestre e porte debbono corrispondere fra loro su pareti opposte; in difetto si cerchi di adattare un buon camino nella parete priva di aperture, così da potere, in caso di bisogno, determinare il ricambio dell’aria con vigorose fiammate. Utilissime sempre sono le aperture di fori di un decimetro quadrato, protette da rete metallica, nel soffitto, per determinare un richiamo nel sottotetto o nei locali superiori dell’aria calda, umida e più viziata che si va accumulando nella parte superiore della stanza destinata a bigattiera.


Riscaldamento.


Un camino, come abbiamo detto, è indispensabile per assicurare il ricambio dell’aria quando diversamente non si possa disporre; camino o stufa, senza essere più necessarii sono però utili quando ci si voglia porre in grado di riscaldare l’ambiente. Il riscaldamento giova per rendere più attive le funzioni del baco, il quale — a bassa temperatura — sospende persino di mangiare, mentre la foglia va formando un letto [p. 41 modifica]alto, carico di umidità, pericoloso per l’allevamento.

Si ricordi però sempre che la ventilazione è il primo requisito di un buon allevamento, tanto che dopo la quarta muta i bachi potrebbero portarsi (e molti lo fanno) sotto porticati le cui aperture siano semplicemente protette da tele; mentre sarebbe l’esporsi a quasi certa fallanza se venissero tenuti in camere mal ventilate.


Gli attrezzi: i graticci.


La bigattiera verrà occupata dagli attrezzi necessarii all’allevamento, i quali sono di tipi e sistemi assai diversi fra loro. Qui ci limiteremo a dire di quelli che riteniamo i più pratici.

L’allevamento si compie su graticci o pezzoni sovrapposti a formare il castello.

Il graticcio più semplice, perchè leggero, robusto e idoneo a buone condizioni di allevamento, è quello formato da una cornice rettangolare di legno, sotto alla quale è stesa o una rete metallica o del filo di ferro incrociato così da formare dei quadrati di 10 centimetri di lato.

Rete metallica o filo di ferro sono coperte da carta robusta durante l’allevamento; ma non [p. 42 modifica]ostacolano mai l’azione dell’aria sulla carta stessa, la quale deve esser posta in condizioni di evaporare facilmente l’umidità che andrà assorbendo dal soprastante letto.

Perciò non sono consigliabili i tavolati ai quali molti ancora ricorrono, in quanto l’aerazione è più difficile; meglio servono stuoie o cannicci, per quanto la pulizia loro sia assai più difficile ad essere bene eseguita.

I graticci, come sopra descritti, prendono in Piemonte il nome di stagere ed hanno la misura regolare di metri 3 di lunghezza per 1,50 di larghezza.

Si giudica che un allevamento è riuscito bene quando — alla salita al bosco — occupa almeno 15 stagere.


Gli arelloni.


Abbiamo detto che i graticci si sovrappongono a formare il castello, ciò che può ottenersi in due modi: o dando ai graticci stessi quattro piedi di 40 centimetri di altezza, così da poter disporre i graticci l’uno su l’altro lasciando fra essi sufficiente passaggio all’aria; oppure [p. 43 modifica]appoggiandoli ad una intelaiatura verticale disposta fra il pavimento ed il soffitto.

Nel primo caso abbiamo quel tipo che nel Trentino prende il nome di arellone; le diverse operazioni di allevamento (cambiamento letti, somministrazione foglia) si compiono spostando gli arelloni lateralmente e rifacendo il castello con una vera rotazione degli stessi, perchè quello che era il superiore sarà posto a terra, su di questo passerà il penultimo, sopra ancora verrà a prender posto il terz’ultimo e così via.

Il castello degli arelloni non può mai essere eccessivamente alto, sia perchè la sua stabilità è relativa, sia perchè bisogna potere senza eccessiva fatica abbassare a terra gli arelloni superiori o portare in alto quelli inferiori.

Di fronte al vantaggio di permettere che le operazioni siano compiute rimanendo a terra, ed a quello di uniformare le partite dell’allevamento con la rotazione continua fra alto (temperatura più elevata) e basso (temperatura meno elevata) sta il non indifferente lavoro che richiede il loro frequentissimo movimento e la perdita di superficie nella bigattiera, tanto più apprezzabile, quanto più la bigattiera (come succede nelle case di campagna) è ristretta. [p. 44 modifica]


Il castello.


Il castello ad intelaiatura verticale può avere i graticci fissi o mobili. Esso risulta da quattro robusti travi che si dispongono verticalmente in corrispondenza delle testate dei graticci e che sono collegati fra loro da traverse due a due. Su queste traverse poggiano le testate dei graticci che in tal caso sono inamovibili. Se per contro nei travi del castello sono praticati dei fori per i quali passino dei cavicchi, su di questi poggiano le testate dei graticci e spostando i cavicchi nei fori è possibile abbassare od alzare i graticci.

Nel primo caso la distribuzione della foglia ed il cambio dei letti richiedono l’uso di una scala per operare sui graticci più elevati; nel secondo, potendosi raccostare i graticci fra loro tanto da appoggiare l’uno sull’altro, il lavoro si fa più comodamente da terra.

In parte del Veneto e qua e là in altre zone d’Italia, i bachi sono passati — dopo la quarta muta — sui cavalloni friulani.

Di questi speciali attrezzi di allevamento diremo parlando degli allevamenti economici. [p. 45 modifica]


La disinfezione.


Quando tutto sia disposto nella bigattiera per l’allevamento, il buon bachicultore non dimenticherà mai di procedere ad una accurata disinfezione del locale.

È dubbia l’efficacia che la disinfezione, come oggi si pratica, può avere relativamente a parecchie malattie dalle quali sono colpiti i bachi; ma è certissimo l’esito favorevole che ha nei riguardi di una di esse: il calcino.


Il calcino.


Questa malattia è dovuta ad un fungo, la Botrite bassiana, i cui germi riproduttori o spore possono permanere nel locale ove la malattia si sia sviluppata od a contatto degli attrezzi, conservando la loro vitalità per un periodo che viene valutato a 18 mesi.

Poichè l’allevamento dei bachi si ripete di 12 in 12 mesi, facile è arguire come la malattia si ripeta e si intensifichi là ove già comparve una volta. Con ciò non si vuol dire che il calcino debba necessariamente riprodursi a 12 mesi di [p. 46 modifica]distanza, ma si vuol dire che il fatto si verificherà se le spore del calcino troveranno quell’ambiente caldo ed umido nel quale il male può rapidamente propagarsi, ed ognuno intende come siffatto ambiente si verifichi con facilità nelle bigattiere.

Quando la spora del calcino sia penetrata nell’interno del corpo del baco o per la via dell’apparato digerente o per la via dell’apparato respiratorio o semplicemente attraverso la cute, essa germina nell’interno del corpo che è ben presto invaso dal micelio del fungo invasore. Questo paralizza le funzioni del baco, che viene a morte assumendo un aspetto dapprima molle e rosaceo, poi rigido e bianco polverulento. Gli è che a seguito della morte dell’insetto, il fungo emette a traverso la pelle del baco stesso dei filamenti i quali porteranno all’apice nuovi germi di disseminazione della malattia.

Precisamente l’insieme di questi filamenti e di questi germi dà al baco il colore bianco e l’aspetto polverulento; la polverina che rimane tanto facilmente aderente alle mani, alla foglia, agli attrezzi, che può sollevarsi nell’aria e posarsi ovunque nella bigattiera, è costituita da migliaia di spore.

Il baco colpito dal calcino viene a morte in un periodo assai breve, di una settimana circa, [p. 47 modifica]e questo ci spiega come il calcino non sia malattia ereditaria: se pure il baco ne fosse colpito mentre sta per tessere il bozzolo, la farfalla verrebbe a morte prima di giungere a deporre le ova.

Le crisalidi calcinate racchiuse nei bozzoli determinano una perdita di peso notevole nei bozzoli, che di conseguenza vengono a realizzare sul mercato un prezzo relativamente maggiore dei bozzoli sani. Questi bozzoli sono conosciuti in commercio col nome di bombonati.

Quasi impossibile è arrestare lo sviluppo del calcino in un allevamento, anche perchè la prima operazione a compiersi, quella del cambio del letto, difficilmente si manda ad effetto senza sollevare un pulviscolo nel quale lo spore abbonderebbero.

La lotta preventiva contro il calcino si basa tutta sulla possibilità di togliere ogni vitalità alle spore che da un anno all’altro possono permanere nel locale di allevamento.

I pratici sanno come, con il rinunciare all’allevamento per un paio di anni in locale che sia stato colpito dal calcino, si giunga a riavere allevamenti immuni, appunto perchè le spore perdono nel frattempo della loro vitalità.

Ma non essendo di regola consigliabile di rinunciare per uno o due anni all’allevamento dei bachi, si ricorre periodicamente all’uso di [p. 48 modifica]sostanze che abbiano potere di uccidere le spore del calcino.

La disinfezione si fa ogni anno prima di iniziare l’allevamento.


Mezzi e modi di disinfezione.


Le sostanze disinfettanti che meglio possono usarsi sono sempre quelle gassose; perchè a differenza dei liquidi, giungono ad agire in ogni punto della bigattiera e possono così esercitare una disinfezione completa.

Prima di procedere all’operazione materiale della disinfezione, la bigattiera deve venire convenientemente preparata.

Si comincerà col procedere ad una diligente pulizia del soffitto, delle pareti e sopratutto del pavimento; si porterà quindi nella camera tutto il materiale che dovrà servire per l’allevamento; quindi si chiuderanno accuratamente le finestre ed i camini, e ci si assicurerà che anche le porte possano chiudere senza offrire facile ricambio di aria al locale. Carta e sacchi sono un materiale che serve benissimo allo scopo.

Ciò fatto si procederà alla disinfezione per la quale, praticamente, possono usarsi due sostanze: [p. 49 modifica]

Lo zolfo, che verrà disposto a terra e sarà circondato da un arginello di sabbia. Se il pavimento sia di legno lo zolfo verrà posto entro un tegame. Per agevolarne la combustione lo si potrà mescolare con poco nitro. Occorrono circa 3 chili di zolfo per 100 metri cubi di ambiente. Dato fuoco allo zolfo, questo brucia lentamente sottraendo ossigeno all’aria ambiente e formando anidride solforosa la quale è avida di acqua che sottrae energicamente ai corpi organici con i quali viene a contatto.

È necessario lasciare agire per 48 ore l’anidride solforosa, dopodichè la camera verrà aperta e ventilata.

La formaldeide che è posta in commercio in soluzione acquosa al 40 %. Un litro di questa soluzione si diluisce in 50 litri di acqua ed a mezzo di una pompa irroratrice da viti si spruzza per tutta la stanza e sugli attrezzi che contiene, avendo l’avvertenza di cominciare dalla parte opposta a quella di uscita e di arretrare grado a grado verso di questa. Chiusa la porta si lascia pure ogni cosa in riposo per 48 ore. Occorrono circa 40 litri di acqua e formalina per un ambiente di 100 metri cubi.

Si ponga mente che una disinfezione attenuata o blanda non ha alcuna efficacia — o è ben fatta o si rinuncia a farla esponendosi a [p. 50 modifica]tutte le conseguenze che da questa trascuratezza possono derivare.

Può essere che in certe case di campagna non vi sia modo di procedere a siffatta disinfezione per deficenza di locali ed allora, se non può procedersi alla disinfezione dell’ambiente, si procederà almeno ad una accuratissima disinfezione degli attrezzi raccolti in locale diverso da quello che si destinerà a bigattiera.

Ma si ricordi che se nel locale ove si intende allevare bachi, ebbero a svilupparsi malattie l’anno avanti, la disinfezione è indispensabile, anche a costo di momentanei sacrifici da parte di chi occupi normalmente il locale destinato a bigattiera.

Il bosco destinato alla salita del baco maturo è il materiale più difficile a disinfettare. Potrà convenire esporlo a lungo all’azione della luce solare; ma dovrà essere compreso nel materiale che si sottoporrà a disinfezione.

Si eviti di procedere alla disinfezione del bosco durante anzichè prima dell’allevamento dei bachi, perchè sarebbe facile diffondere germi di malattie in periodi critici per l’allevamento.

Qualora il bosco avesse servito per allevamenti gravemente colpiti da malattie nell’anno precedente, il meglio a farsi sarà il rinnovarlo del tutto, distruggendolo col fuoco. [p. 51 modifica]

Così sarà opportuno, ad allevamento ultimato, non riporre gli attrezzi senz’altro in solaio od altrove per non metterli più a mano sin dopo un anno. La prima pulizia deve essere fatta subito esponendo tutto il materiale per qualche giorno al pieno sole d’estate, perchè la luce solare è sempre un ottimo elemento di disinfezione.