Il buon cuore - Anno X, n. 31 - 29 luglio 1911/Educazione ed Istruzione

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Educazione ed Istruzione

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Il Congresso Geologico a Milano e a Lecco


ONORANZE ALLO STOPPANI

Abbiamo già dato notizia dell’adunanza che la Società Geologica Italiana, in forma di solenne Congresso, terrà prossimamente a Lecco, sul Lago di Como, con visita di quell’incantevole bacino lacustre, della Valsassina, della Valle di Esino, dell’orrido di Bellano e di altre località rinomate per fenomeni geologici e naturali splendori; ed ora, attingendo ad una circolare entusiasta del Presidente, l’on. prof. Mario Cermenati, completiamo le informazioni con particolari interessanti.

La riunione avrà luogo dal 10 al 16 settembre ed assumerà grandi proporzioni per lo svolgimento dell’ordine del giorno, come per l’effettuazione di gite geologiche e per la celebrazione del cinquantenario della Carta Geologica d’Italia e del trentesimo anniversario della Società Geologica Italiana.

Tale cerimonia sarà la glorificazione del sentimento patrio, che vigila nel cuore dei geologi, associato all’amore della scienza, la quale largisce tutti i suoi tesori per la prosperità e la grandezza dei popoli.

Tra i tanti ricordi luminosi di questi cinquant’anni di lavoro e di progresso della patria geologia, uno sopra gli altri eccellerà nell’ambiente lecchese: il ricordo, cioè, di quello spirito geniale e squisitamente italiano di geologo e di naturalista, che fu Antonio Stoppani, cui Lecco apprestò i natali, e le montagne lombarde e le regioni e le montagne tutte del bel paese, dallo Stelvio all’Etna, fornirono materia a studi profondi e ad originali concetti, consacrati in libri, che dureranno e risplenderanno accanto alle opere migliori dell’ingegno di nostra gente.

Il Congresso commemorerà, pertanto, e nel modo più degno, Antonio Stoppani, il quale, per mille versi altrimenti benemerito, fu anche segretario della Giunta Consultiva, radunata a Firenze nel 1861 per gettare le basi della Carta Geologica Italiana, e fu socio fondatore nel 1861 della nostra Associazione, della quale tenne, con grande onore, nel 1884, la Presidenza.

Ma una più tangibile e durevole prova d’ammirazione e di affetto i geologi italiani, riuniti a Lecco, dovranno esplicare.

Quella città, che si vanta ed a ragione di avere ispirato il più bel romanzo della nostra moderna letteratura, ha già eretto un monumento al Manzoni, ed ora pensa a dedicare anche allo Stoppani un pubblico ricordo artistico, che ornerà tra non molti anni, si spera, una delle sue piazze. Nell’attesa di ciò, è doveroso che i geologi d’Italia, partecipanti al Congresso, vadano, dopo la solenne commemorazione ufficiale, ad inchinarsi davanti alla tomba dello Stoppani, e vi depongano una corona di bronzo, simbolo di omaggio perseverante e di memoria imperitura!

S’invitano quindi i fratelli della grande famiglia geologica a concorrere tutti col loro obolo all’attuazione di così nobile intento e si invitano ancora a sottoscrivere altro contributo, perchè a due illustri e venerandi Maestri, i professori Capellini e Taramelli, sia rispettivamente offerta, in occasione del Congresso, una targa d’onore.

Il Senatore prof. Giovanni Capellini, che ha compiuto quest’anno il mezzo secolo d’insegnamento universitario, commemorerà a Lecco così il cinquantenario della Carta Geologica d’Italia, — come il 30° anniversario della Società Geologica Italiana, della quale fu, col Sella e col Giordano, uno dei tre ideatori e creatori.

Ed il prof. Torquato Taramelli dirà l’orazione commemorativa dello Stoppani e rievocherà, nella sua integrale grandezza, dopo vent’anni dalla sua scomparsa, quella figura purissima di scienziato e di assertore delle verità geologiche, con la competenza e con l’amore del seguace più valoroso e del discepolo maggiormente prediletto al Maestro. Avrà in questo modo più alto e gentile significato l’apoteosi del sommo geologo lecchese, che cinquant’anni or sono, nel protozoico dell’Italia nuova, saliva, tra le più accese speranze ed il plauso generale, la cattedra di geologia nell’Ateneo Pavese, esaltando la priorità e la preminenza degli italiani nella scienza della Terra.

[p. 244 modifica]Varie Case editrici faranno omaggio al Congresso di opuscoli e di carte geologiche.

Le gite dei congressisti, salvo eventuali variazioni al programma prestabilito, saranno così effettuate: io settembre a Lecco — 11 in Valsassina — 12 in Val d’Esino 13 a Lecco — 14 al Monte Barro — 15 gita sul Lario — 16 a Milano: riunione al Civico Museo di Storia Naturale e ricevimento al Castello Sforzesco.



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GLI ASILI D’INFANZIA

nell'opera cristiana

La istituzione dell’Asilo d’infanzia si deve alla pietà cristiana. Un prete — Ferrante Aporti — apriva in Cremona, il 15 novembre 1827, il primo asilo con intenti pedagogici, formandone una creazione nuova, atta, non solo a raccogliere, nutrire e proteggere i figliuoli del popolo, ma ancora a educarli.

A raccogliere e ad alimentare i poveri fanciulli, fin dai tempi più remoti, aveva anche provveduto la pietà cristiana. Si sa, infatti, che Fabiola — la santa protagonista d’un romanzo celebre — fu la munificente dama di carità dell’infanzia sorridente e serena. L’arciprete Dateo, a Milano, nel ’787, fondava una casa di educazione per fanciulli, detta poi Ospizio di S. Salvatore, dove essi avevano, non solo alimenti e vestiti, ma trovavano bensì di che nutrire l’anima e la mente, avviandosi alla vita. Il Muratori, che ci ricorda il benefico apostolo, dice che volle essere sepolto nella chiesa del suo Ospizio, e il suo epitaffio fu questo:

Sancte memento Deus quod condidit iste Dathaeus

Hanc aulam miseris auxilio pueris.

S. Gerolamo Miani, S. Giuseppe Calasanzio, il pio Giovanni Borghi, conosciuto sotto l’affettuoso nome di Tata Giovanni, il sacerdote Lorenza Garaventa, il parroco Pietro Zezi ed altri molti — tutti preti e cristiani di operosa fede — istituirono asili a soccorso dell’infanzia povera e abbandonata.

Il buon esempio si diffuse altrove, in Francia, nella Svizzera, nell’Inghilterra, in Danimarca; ma esso partì dall’Italia, promosso e fruttificato dalla iniziativa cristiana.

L’abate Aporti, come già osservò il Lambruschini, fece dell’asilo una cosa nuova, associandolo all’ammaestramento primario, con criteri didattici ch’egli lumeggiò in un libro anche oggi assai pregiato.

Raccogliere a fidata custodia i bimbi dei poverelli, che difettano delle cure dei genitori, associar loro eziandio quei fanciulli nati in condizione più lieta (bellissima scuola di uguaglianza), con gli uni e con gli altri largheggiare nella stessa misura di tutte le affettuose e diligenti cure ondé l’infanzia ha bisogno, tener buon governo dei loro corpicini, sicchè crescano sani e gagliardi e si abituino di buon ora alla nettezza, la quale giova non meno alla salute che alla moralità, condurli al concetto e alla pratica dell’ordine e della disciplina, mercè la uniformità degli abiti, delle occupazioni e dei trastulli, mercè la regolare alternativa dei monti e dei riposi, svolgerne gli intelletti ed i cuori cel canto di semplici poesie, col’racconto delle notizie più volgari salienti nel mondo esteriore, soprattutto procacciare che si addomestichino coi sentimenti virtuosi e li convertano in abiti: ecco in compendio l’intento, lo spirito le norme della istituzione aportiana.

Si apri una nobile gara nel sostenere e diffondere queste prime scuole. A Milano, per opera del parroco Zezi, sorse un Comitato promotore. Furono istituiti asili per le fanciulle povere, con donazioni cospicue: ricordiamo quella del sacerdote Pietro Baroli. Anche, presso gli opifici, la istituzione dell’abate Aporti trovò lieta accoglienza, come ricorda il Celesia nella Storia della Pedagogia.

Il Sacchi, il Romagnosi, ed altri valenti uomini fecero del loro meglio per fecondare la buona idea. Giuseppe Saleri, a Brescia, se ne rese benemerito.

Anche in Roma, nei primi anni del pontificato di Pio IX, furono diffuse nei centri più popolati della città, queste scuole dell’infanzia, e così in Piemonte per opera della piissima marchesa di Barolo, alla quale si associarono Carlo Boncompagni, il Valerio, il Cadorna, il senatore Pinelli, la contessa Eufrasia Valperga di Masino, costituendo una società protettrice.

Nella Toscana volgarizzata la buona idea dai sapienti scritti di Raffaelllo Lambruschini e di Gino Capponi — due anime profondamente cristiane — fu seguito l’esempio insubre: il conte Guicciardini, Matilde Calandrini, Enrico Mayer, il conte Torrigiani ed altri benefattori lo resero luminosamente fecondo. A Napoli, più tardi, la fede di Alfonso Casanova e di P. Ludovico da Casoria valse a ridestare opere benefiche siffatte.

Ma non possiamo ricordare tanti nomi che si associano ad iniziative generose, a sacrifici magnanimi per la vita e per la educazione dei fanciulli, specialmente per quelli lasciati in abbandono, quasi in balia di sè stessi.

Scriveva, nel luglio del 1837, Giuseppe Sacchi all’abate Aporti: «Allorchè, dieci anni or sono, voi pensavate tutto solo in Italia a fondare quella mirabile istituzione degli asili infantili che vi ha fatto proclamare a buon diritto come il nostro Calasanzio, non avreste certamente presagito come in breve tempo essa avrebbe sviluppato in questo nostro paese tanta effusione di carità da dover sembrare rara in un tempo tutto d’industria e di agiatezze. Ma voi snudaste pel primo fra noi quella gran piaga morale dell’abbandono dell’infanzia del povero; triste abbandono che prepara a tre anni quei piccioli vizi che in età adulta trascinano alle carceri e al patibolo. Voi la curaste pel primo questa piaga infestissima, porgendo a quella età di impressioni quel felice avviamento delle corporee e delle morali abitudini ordinate alla effettiva potenza e alla sapienza, da darci a sei anni un ragazzo robusto, [p. 245 modifica]operoso ed un picciolo galantuomo. I mirabili risultati da voi conseguiti in quest’opera di morale rigenerazione, valsero più che tutto a diffondere questa creazione, tutta vostra, a beneficio di ogni parte d’Italia».

Non mancarono dolorosi contrasti, dovuti al periodo politico, turbinoso, in quegli anni, in Italia. Qualcosa fu fraintesa e nacque il sospetto persino là dove sorrideva la bella e serena infanzia. Certo quel periodo nocque al completo sviluppo dell’opera aportiana, perdendo essa il primitivo concetto altamente pedagogico ed umanitario.

Scrive, a questo proposito, l’insigne educatore Vincenzo De Castro: «A poco a poco, la fredda ed arida istruzione prevalse alla educazione del cuore e gli asili furono, quindi, convertiti in vere palestre scolastiche; gli esercizi della memoria, l’anatomia delle parole ed il lavoro precoce della mente cretinizzarono i nostri poveri fanciulli, convertendoli in altrettante macchinette vocalizzanti e rumoreggianti». Lo stesso abate Aporti scriveva al suo diletto amico abate Iacopo Bernardi: «I miei asili si vanno ruinando per la smania di sforzare quelle piccole menti». E pedagogisti illustri, come Antonio Rosmini, Domenico Berti, il Rayneri, il Sacchi, protestavano con lui.

Vane proteste, pur troppo! La educazione prescolastica andò trasmutandosi in istruzione opprimente ed isterilitrice. Negli aurei suoi «Pensieri sulla educazione» il venerando Gino Capponi incitava invano che si tornasse all’antico.

«Nei nostri vecchi istituti (sono sue parole), per quantunque cadenti, si mantiene una robustezza che manca affatto nei nuovi. I nostri padri sapevan dove andare; noi nol sappiamo. E questa incertezza genera un fatto singolare: che, cioè, le stesse forme d’educazione si veggono adoprate in luoghi diversi affatto di clima, di religione, di civili intendimenti e d’ogni abito di costume, e gli uomini che professano le idee più contrarie, confidano ugualmente di tirar quelle forme ciascuno al disegno suo, il che mostra ch’esse non servono ad alcuno e che un fine certo non hanno».

Che direbbero ora l'Aporti e il Capponi di certe estrinsecazioni turbinose, che vorrebbero sottomettere alla politica, sempre avversa e deturpatrice d’ogni buona istituzione, segnatamente delle scuole infantili, come la storia informa, i pii luoghi di educazione dell’età prima?

Si deve a qualche autorevole uomo se il confusionismo più vero e maggiore non abbia fatto ancora del tutto scempio di queste piccole scuole, che, agli effetti educativi, dovrebbero sostituire l’insegnamento materno (si dirà meglio, l’ammaestramento) di semplicità d’amore.

Lo stesso Angiulli — fautore della pedagogia positiva — propugna per esse l’ambiente domestico; anzi dice: «che i maggiori mali venuti alla società umana sono derivati appunto dall’aver sottratto il fanciullo nella sua età più tenera all’atmosfera benefica della famiglia, per menarlo in un ambiente artificiale».

Il Pestalozzi e il padre Girard, che, con intelletto d’amore, si votarono all’educazione ed istruzione dei fanciulli, intesero altamente questo còmpito materno, che ora si vorrebbe snaturare, affidandolo a giovanette inesperte, spesso accese di altre espansioni, certo non atte ancora a ricevere quelle inspirazioni istintive della madre educatrice, ritenute appunto necessarie dal benemerito P. Girard, perchè s’insegni come si debba amare tutto ciò che la Provvidenza ci largisce.

Perciò il Froebel creava i suoi «Giardini» che dovevano sorridere di tutt’i fiori, educando i bambini «ad amare tutt’i doni di Dio, aggiungendovi i primi sforzi dell’uomo per meritarseli». E si santificava così il principio educativo per eccellenza, ch’è lavoro creativo e produttivo, nella vita.

Prima di Froebel, però, avemmo nella Magna Grecia la scuola pitagorica all’aperto; e si racconta che Platone istruiva a guisa di giuoco ordinato e disciplinato, alternando l’istruzione alla ricreazione. Il sommo Quintiliano, presso i Latini, voleva che i bimbi s’istruissero nel giardino, in mezzo ai fiori, ed egli stesso così l’intratteneva nella ginnastica, nel canto, dando loro ammaestramenti per mezzo di oggetti e come per trastullo. Nè del tutto diversa era la Giocosa del nostro Vittorino da Feltre.

Ma fondamento delle belle e buone istituzioni prescolastiche era la preghiera, ch’elevava, nella loro serenità ed innocenza, le piccole anime, schiudendole ad un sorriso di paradiso, non infiltrandovi, come oggi si tenterebbe, il seme malvagio dell’odio corruttore. Dichiarava il Froebel medesimo: «che ogni uomo, essendo uscito dalla mano di Dio, esistendo per Dio e vivendo in Lui deve innalzarsi alla religione di Gesù: è perciò che si porrà in capo del programma l’insegnamento della dottrina cristiana».

Ogni educazione — egli pensava, e lo scrisse negli «aforismi» — che non sia fondata sulla religione è sterile; e aggiungeva, meglio spiegando: «Ogni educazione che non si fondi sulla religione cristiana è difettosa e incognita».

Ora, invece, anche nelle scuole prime, destinate al sorriso, si vorrebbe inaridire il cuore, soffocando l’alto e nobile sentimento della fede, che sorge spontaneo in noi, si può dire, col primo vagito. La preghiera che innalza si vorrebbe abolita e, con essa, tutta l’opera tradizionale dell’asilo in Italia, prevalentemente e profondamente cristiana.

Non so se lo scempio sarà possibile a coloro che tanto si agitano per conseguirlo: ma non potranno essi disconoscere, con irriverente ingratitudine, la bontà e la gloria dell’asilo infantile cristiano.

Mag.

LA SANTA CAPPELLA


STUDII STORICI


Dopo passate due ore al capezzale del reverendo P. Bonaventura generale dell’Ordine di S. Francesco, un religioso portante l’abito domenicano percorreva lentamente e a testa bassa l’immonda via di Glatigny. Suonava il coprifuoco, poichè di già i soldati di sentinella cominciavano la loro ronda, ed i cittadini [p. 246 modifica]preparavano le catene di ferro colle quali sbarravano le strade durante ogni notte.

D’un tratto questo religioso, quasi a respingere un pensiero indegno, fece il segno di croce ed esclamò: Deus in adiutorium meum intende. Quindi aggiunse ancor tutto agitato: Fiat voluntas tua! Egli è che una tenera amicizia lo legava al P. Bonaventura; e malgrado l’abnegazione completa d’ogni terreno affetto che il Cattolicismo esige da un Monaco; malgrado l’assoluta rassegnazione alla volontà di Dio che impone rotai religione, non poteva pensare senza dolere alla venuta d’un giorno in cui non vedrebbe più in questo mondo il compagno della sua gioventù, il fratello tenero col quale aveva camminato passo passo fino a quel giorno attraverso ai dolori ed alle prove della vita! Quind’innanzi con chi scambierebbe ancora i suoi pensieri? combatterebbe contro i suoi dubbi? preparerebbe i suoi lavori?... Eccolo solo in terra a continuare il penoso viaggio del mondo. Quando si è in due per strada, ci si sorregge reciprocamente; si aiuta a vicenda; si alleggeriscono le noie del cammino; si ingannano gli svigorimenti delle fatiche con scambievoli premure, con parole di compassione e di incoraggiamento... Ma procedere solo! Silenzioso! Guardare attorno e sè e non vedere che una spaventosa solitudine! Parlare e non sentir nessuno rispondere; avvertire il battito del proprio cuore di sgomento e non esserci persona nessuna a dire: «Fratello, buon coraggio!» Ah, questo è orribile, orribile!

«Egoista e meschino che son io! — rispose — Il mio fratello arriva al termine del suo viaggio ed io piango! Egli va a riposare per tutta l’eternità ed io piango! Per lui non c’è più fatica, nè strada, nè terrori, ed io non me ne rallegro! Ed intanto io avrò un intercessore in cielo che pregherà Iddio di abbreviare il mio viaggio; un amico che piegherà verso terra il suo capo cinto dell’aureola celeste per proteggermi ed insegnarmi la buona strada!... ah! ch’io sono un cristiano ben debole e vile davvero!»

Ma egli aveva un bell’armarsi di risoluzioni; egli aveva un bell’appellarsi per aiuto ai ragionamenti della fede; le lacrime non cessavano meno dallo scorrere dagli occhi e scendere ad irrorare le gote dimagrite più per le macerazioni che per l’età.

In realtà, a guardare attentamente la sua testa pressochè calva, e nella parte posteriore soltanto ornata di capegli misti a fili d’argento, si avrebbe facilmente riconosciuto che il padre domenicano non contava più di trentasei anni. Ciò che lo faceva sembrar vecchio era una indefinibile stanchezza diffusa in tutta la persona solcandogli la fronte di larghe pieghe. Ma se rialzava la testa abitualmente chinata, se il nero suo occhio distratto e fisso a terra si rianimava d’un sol colpo, allora quel corpo invecchiato e rimpicciolito si rianimava d’una novella giovinezza. Ma cotali lampi erano rari e di breve durata, come quelli che d’improvviso illuminano le nubi d’un cielo in tempesta; era la fiaccola che d’un colpo imporpora dei suoi bagliori le volte di un sotterraneo per ripiombarlo subito dopo in una cieca oscurità.

All’angolo della via di Glatigny una folla enorme di popolani sbarrava la strada al domenicano. Quella folla circondava un uomo che dibattevasi a terra tra le convulsioni dell’ubriachezza, e di cui i libertini si ridevano senza pietà, perchè i suoi abiti annunciavano un uomo d’una classe meno abbietta di quella che s’abbandona di solito a quel vizio. Godevano molto adunque nel vedere avvoltolarsi così nel fango delle loro strade uno di coloro dei quali non potevano osservare lo stato senza invidia, la fortuna e la superiorità di educazione e sociale.

— Oh! il brutto ubriaco — dicea uno di quei mendicanti che attiransi la pietà delle anime caritatevoli con lamenti simulati — il brutto ubriaco; avrebbe speso assai meglio il suo danaro soccorrendo i poveri anzichè impiegarlo a rovinare così la sanità del corpo.

— Sì, sì, — aggiunse una donnaccia il cui naso rubicondo tradiva la sua passione per il vino — sì, questa gente possiede il superfluo che sciupano, e noi altri poveracci ne moriam di fame....

— Ma non di sete, comare — interruppe uno studente che con brusco urto fece cadere di mano alla vecchia un recipiente di vino che nascondeva col grembiale.

— Ah vero figlio di Satanasso! — gridò lei avventandosi contro il monello che prese a fuggire, ma per tornare ben tosto a vilipendere la sua nemica ed incitarla ad una lotta in cui le sue gambe avevano tutto il vantaggio. Acciecata per la collera la vecchia non smise per questo di tentare di colpire il ragazzo che si lasciava accostare, e sfuggiva come un uccello, al momento istesso in cui le mani scarne e tremanti della inferocita creatura sembrava l’afferrassero.

Questo secondo fattaccio facea torto al primo; si abbandonò l’ubriaco per divertirsi dell’agilità dello studente e della rabbia della vecchia. Il domenicano allora potè avvicinarsi allo sconosciuto che giaceva alla porta della taverna, per prestargli qualche soccorso. Quando si riuscì a sollevare da terra quest’uomo, ed alla preghiera d’un religioso, e sulla promessa di pagare uno scudo al taverniere, questi l’ebbe trasportato nel suo alloggio, un po’ di cure ridonarono i sensi allo sventurato. Allora egli si pulì delle lordure di cui l’avea coperto il popolaccio, si accorse del domenicano e tentò di coprirsi il volto; poi si sciolse in lacrime.

— Fratello mio, — gli parlò l’uomo di Dio con indulgente accento, — senza dubbio voi non siete avvezzo a gusti così poco degni di un cavaliere di buon luogo, come voi sembrate.

La vostra confusione ed il vostro pentimento vi assolvono. La notte comincia a farsi più oscura; se voi lo volete io vi condurrò fino alla vostra abitazione.

Lo sconosciuto fissò con aria cupa il sacerdote che gli stava davanti in piedi; poi, fatto segno al taverniere di ritirarsi:

— Non è a casa mia, ma alla Chiesa che occorre che io mi restituisca o padre mio. Ascoltate, soggiunse egli con voce più bassa e compitando ogni sillaba; — se io bevo, è per dimenticare; se io mi ubriaco, è per non più vedere un fantasma che mi perseguita senza [p. 247 modifica]posa, che si rizza a me dinnanzi appena io riprenda la ragione. Eccolo, eccolo là, padre mio, esso ride con una gioia feroce, mi scopre il suo petto insanguinato, egli mi grida: assassino! assassino!

Il domenicano portò precipitosamente la mano alla bocca dello sconosciuto:

— Silenzio! fratel mio; un tal luogo non conviene a tali parole. Se vi sentite in forze, venite, seguitemi: il nostro Convento non è lontano da qui; io potrò sentirvi e consolarvi al tribunale della penitenza. Là voi non avrete a temere che orecchio indiscreto sorprenda la vostra confessione: là voi non vi indirizzerete ad un uomo, ma allo Spirito Santo che scende dal Cielo per inspirare il sacerdote rivestito del carattere sacro di Confessore.

Lo sconosciuto si levò lentamente e come una macchina che obbedisce alla volontà del suo inventore. Dopo essersi avvolto in un mantello datogli dal taverniere e pagato dal monaco, poichè gli spettatori di poco prima aveano avuto premura di sbarazzare in strada della borsa, della giubba e del mantello colui a spese del quale essi si sollazzavano, egli segui il suo protettore. Entrambi si diressero alla volta del Convento dei Domenicani.

(Continua).

(Trad. di L. Meregalli).

All’Ospedale Vittorio Emanuele III, a Carate Brianza, spirò dopo lunghi patimenti un giovinetto la cui virtù è un esempio. Nato all’estero da padre italiano e da madre inglese, colpito in giovanissima età da male insidioso che ne minò l’esistenza, non potè continuare gli studi, pei quali sentiva grande inclinazione. Tornato in patria, dovette presto lasciare il Collegio ove si distingueva e dalla famiglia, passò in varie case di cura, ma nè scienza illuminata, nè affetti vivissimi riescirono a ridargli la salute.

Il povero giovinetto si chiamava

TITO CALDERINI.

A tratteggiarne la fine, delicata fisionomia fisica ci vorrebbe una tavolozza dalle tinte più miti, dal roseo più pallido delle guancie al celeste degli occhi limpidi e soavi, al biondo tenue dei capelli d’oro: a ricordare la personcina morale, la vita del caro giovinetto, la serena inconsapevolezza, l’esemplare rassegnazione del lungo patire, ci vorrebbe la stessa sua parola vivace e edificante, la parola del quindicenne forte come un martire, sereno come un angelo.

Si andava a trovarlo da lunghi mesi in una camera d’Ospedale che il suo fresco corpicino, sprofondato a volte tra i guanciali, pareva render quasi più linda; che bei libri dei quali la sua viva intelligenia era avida, che mille trastulli prodigatagli da mani amiche, fabbricati spesso dalle sue stesse, affilate dal male ma operose sempre parevano trasformare nella gaja stanzetta d’un bimbo felice.

Luce, fiori, uccellini, aria erano il suo sogno: si andava a trovarlo col proposito di portargli, col desiderio di sapergli portare la parola buona che lo rallegrasse, lo confortasse, e la parola buona, il conforto vero veniva da lui, agli altri, al suo babbo specialmente che dava al suo Titino tutti i momenti che il lavoro (che per lui specialmente avrebbe voluto rendere ancor più intenso) gli lasciava libero.

Si entrava nella cameretta d’Ospedale, quasi domestica con viva ansia e se ne usciva più buoni.

Quanta pazienza lo stare immobile, spesso giacere a letto, vivere fra continue privazioni, in un’età nella quale gli altri ragazzi saltano e giocano!

Quanta infantile lepidezza: «Ah! un’altra volta non scelgo più una malattia così nojosa che non mi lascia mangiar dolci!»

Ma insieme quanta profondità di sacrificio: «Eh, penso a chi sta peggio di me» e sorrideva, sorrideva!

Quanta profondità di sacrificio fors’anche nell’aprir la gabbia all’uccellino malinconico che l’aveva divertito, ma al quale era lieto di poter ridar, lui, la libertà, non senza forse un’ombra d’invidia!

Come s’intuiva che quando una sofferenza più acuta, una speranza delusa gli troncava ad un tratto un discorso pieno d’allegria, elevava istintivamente il suo patire chiedendo a Dio una grazia, facendo quasi un patto con lui e semplicemente tradiva il suo segreto colloquio, senza la minima ostentazione, dando quindi vera edificazione a chi l’ascoltava: «Sì, io non posso mangiar dolci, ho spesso la febbre, ma quanta gente cattiva c’è al mondo: prego per loro».

Pensava sempre agli altri; ai suoi fratellini, colla gioia di saperli sani, alla sua mamma col desiderio di raggiungerla un giorno «più in alto», alla famiglia colla pietosa astuzia di farsi credere meno malato, alle persone buone con riconoscenza, ai cattivi colla fiducia di vederli tutti buoni!

Come s’interessava, con fine amicizia agli altri malati, vicini e lontani, conosciuti e ignoti!

Come parlava con fede semplice e salda — l’alta fonte ove attingeva l’eccezionale, mirabile pazienza! — dell’al di là!

No, caro Titino, non hai potuto dalla tua cameretta uscir fuori, all’aria libera, come volevi «per coglier tanti, tanti fiori di prato e farne un bel mazzo per l’altare del Signore», ma sei salito a lui recandogli nelle tue mani pure il più bel mazzo, fragrante di tue virtù.

No, non andrai più segnando e sognando sulla carta geografica il viaggio nella calda Africa ove avevi vissuto, bambino felice, e ove speravi di ritrovar la salute; ma hai compiuto un altro viaggio, hai raggiunto un’altra meta!

Lassù troveranno riposo eterno il tuo eletto spirito, premio i tuoi meriti e continuerai a far del bene ai tuoi cari che ti piangono in terra.

M. C.



Il Municipio di Milano ha ordinato 150 abbonamenti per distribuire in tutte le scuole i fascicoli dell’ENCICLOPEDIA DEI RAGAZZI.