Il buon cuore - Anno XI, n. 16 - 20 aprile 1912/Educazione ed Istruzione

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Educazione ed Istruzione

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Il buon cuore - Anno XI, n. 16 - 20 aprile 1912 Religione

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Educazione ed Istruzione



(Continuazione e fine, vedi n. 15).

Le sue grandi attitudini all’arte sono difatti innegabili. E poeta non fu solo nei momenti in cui trasse dal cuore commosso i motivi dei suoi canti: poeta fu sempre. Il lettore scorrendo qualsiasi volume delle sue opere non avrà bisogno di una laboriosa preoccupazione per avvedersi della ricchezza in lui, di quelle rare qualità che sono essenziali ed indispensabili per esercitare sugli altri il fascino proprio delle Muse — fervore d’immaginazione, vivacità e profondità di sentimento, squisitezza di sistema nervoso e virtù possente di evocazione e di animazione, sicchè l’anima sollevata al di sopra della realtà, alle altezze ideali, possa attirarle di nuovo a sè, e concretarle in forme plastiche, sensibili, per comunicare in tal modo le proprie impressioni, immediate, a chi legge od ascolta.

Quest’attrazione segreta e potente dei suoi scritti potrà sfuggire all’analisi precisa ed al controllo sistematico di chi s’indugiasse troppo in un lavoro minuzioso di divisione e di selezione dei suoi diversi elementi poetici e prosastici, ma è sicura e avvertibile: si sente più di quello che possa discutersi. Lo spirito che cerchi il suo contatto ne avrà palpiti e calore come ne avrebbe dalle più ardenti espansioni di un’autentica e generosa natura di poeta. Ciò appunto lo rese amabile ed efficace in opere che si leggono volentieri per la scarsezza dei termini dottrinali, e l’eloquente semplicità del linguaggio. I voli della sua fantasia e gli accendimenti della sua carità sono tali che ben potettero liberarlo dalle pastoie e rigidezze della scuola e profondarlo in visioni e abissi d’amore degni d’ispirarlo. Poeta fu sempre, anche quando — come i grandi d’ogni tempo — si dispensò facilmente e naturalmente dalla forma del verso — da quegli intendimenti e da quelle inquietitudini estetiche e artistiche che avrebbero fatto di lui, coltivandosi, un figlio delle muse di primissimo ordine. Accanto a Platone, Tacito, S. Agostino, Bossuet, Fénélon, Buffon, Rousseau, Chateaubriand, fu anch’egli ciò che di questi affermava senza scandalo il Lamartime: più poeta forse, nella prosa, che nei versi.

Gli è che gli intelletti sovrani per troppo amore di libertà sdegnano di costringere il pensiero nei vincoli della parola sottoposta a legge, come Gregorio Magno s’infastidiva di veder compreso il fulgido verbo dell’Evangelo nelle regole di Donato. E rifuggono dal permettere alla parte musicale o sensuale del linguaggio poetico il suo impetuoso predominio su quella immateriale, profonda, del pensiero. O, almeno, ai grandi vien fatto di riuscire poeti senza volerlo, perchè agisce in loro quel fondamento che natura pone.

Anche in lui, dunque, come negli scrittori suddetti, si hanno pagine così colorite, così armoniose e così commoventi, da valere più che quelle — tenacemente elaborate — di più forti versificatori, o quanto le più ispirate e fervide dei veri artisti.

La profusione di spunti, accenti e atteggiamenti poetici vi è innegabile. Così dopo di aver posto in evidenza che i tesori infiniti di scienza e di sapienza si nascondono in Gesù, sicchè bisognerà ascoltarlo con umile e pacifica attenzione e mansuetudine, insiste con meraviglioso entusiasmo sulla fecondità della sua dottrina: «essa è pioggia ristoratrice e fruttíficatrice alla terra. Ascolta con bontà nell’intimo cuore, la parola divina vi compie un prodigio: vi spezza le sue durezze, lo colma di pietà, lo dispone alla vita penitente. E chi potrebbe trascurarla, o non avvertire la sua forza? forse vana la stessa parola dell’uomo? O sono insensibili gli atleti al grido delle moltitudini eccitanti? E i soldati non agitano con più impeto le lance nella mischia e roteano le spade se li sprona la voce del comandante? Il cavallo fra i pericoli scalpita e si slancia innanzi, rovinoso, se ne tocca gli orecchi il suono delle trombe, e più pazienti al giogo si rendono i buoi al canto dell’aratore. Così, del Verbo divino, dal quale fluisce una meravigliosa dolcezza e un inestinguibile piacere, calma allo spirito. O non si dilettano i cervi al canto, le api al suono d’un cembalo, e i cigni alla soavità d’un’armonia? Che sarà dunque d’un’anima perfusa dal colloquio di Dio?».

Ma, naturalmente, una osservazione preliminare da farsi è questa, che il segreto di bellezza di quell’opera sfuggirà a quanti non saranno in grado di compiere, leggendola, quel lavoro di astrazione che faccia rivivere lo stato psicologico dello scrittore, e il preciso momento storico in mezzo a cui si svolse, nel fervore di un’invincibile e tenera commozione ispiratrice: un tempo cioè, in cui mancava la patina retorica o la nausea del vecchiume a immagini e concetti, oggi, abusati, ma pieni allora d’una grandezza sentita e forte.

Ed anche vana sarebbe la pretesa di cogliere in lui, o generalmente, in quasi tutti gli innografi latini del medioevo, eccetto forse Adamo da S. Vittore — quella lusinga di parole e nervosità di movimento e rapidità di fantasmi che si succedono, si avvivano, s’inseguono nell’arte moderna — spesso troppo sapiente! in un abbagliante turbinio, come scintille in un mare di sole. La poesia sacra — è superfluo notarlo — è fatta di ben altri segreti e di più intime bellezze: è fatta d’elevazioni e di rapimenti, di umiltà e di venerazione, ed è tutta l’anima che si prostra a terra, o si protende in alto verso un ideale che seduce e splende allo sguardo velato di lagrime! E perciò si perde o si oscura davanti alle fiere indifferenze della coscienza di ogni noncurante dei valori e rapporti spirituali dell’uomo con l’al di là della vita, e mal disposta verso le lontananze di quel mondo invisibile che rappresenta il dietroscena di tutta le enorme letteratura medioevale. Un tempo di così rare sensazioni religiose è dei meno atti a penetrare nel fondo d’un cuore che visse del cielo negando alle seduzioni dell’essere ogni fremito d’entusiasmo.

In un famoso sonetto a Santa Maria degli Angioli, il poeta supplicava che Francesco gli apparisse sull’orizzonte, e una traccia del suo amore gli desse il canto umbro sonante nel piano.

Altrettanto bisognerebbe chiedere al suo miglior [p. 124 modifica]discepolo: che cioè una traccia della sua soavità toccasse lo spirito e lo attraesse nella sfera delle sue estasi e dei suoi rapimenti. La sua anima, nonostante la sua trasparenza, non si lascia sentire se non da chi si ceda alle pure e inebrianti esaltazioni della fede, da cui fu plasmata e nutrita.

Ernesto Tanlongo.

Aprîl.


L’è passaa stoo invernasc; ah che ristór!
Se sent quell’ariettina profumada,
Dai primm germoeui che cascen foeura i fiór,
Che la te invida a fa ona passegiada.


Te sentet in del cocer come un calór
De vita noeuva, vita rinnovala;
Far fina che scomparen i dolór,
De sta nostra vitascia tribulada.


Oh primavera cara! Ah che bellezza!
Te see fedel ai sciori e ai poveritt.
A tutti te ghe fêt la toa carezza,


A tutti the ghe fêt i to basitt,
A tutti te ghe parlet con dolcezza
Adoperand la vôs di to uselitt.

federico bussi.

Il sorriso della Vergine

da un mosaico antico.

La famiglia del senatore Pudente ha ancora oggi sull’Esquilino il suo ricordo: le due chiese dedicate alle sue due figliole, vergini e martiri della persecuzione, santa Pudenziana e santa Prassede, rammentano ai romani dell’oggi inquieto e fuggente, la santità e la virtù di quell’uomo e di quelle fanciulle.

Santa Pudenziana è ora il tranquillo sepolcro di vari membri della nobile famiglia Caetani, Santa Prassede insigne basilica, ha invece in sè alcune cose belle che la rendono un piccolo museo d’arte. Per tralasciare dei musaici antichissimi che adornano l’abside, ricorderò brevemente un bel quadro, ora nella sacristia, che rappresenta la flagellazione di Cristo, opera certa di Giulio Romano e un sepolcro di prelato dovuto allo scalpello di Lorenzo Bernini. Ma meglio di ogni altra cosa io amo rammentare una cappella fulgida di antiche ornamentazioni musive, che è senza dubbio il verace gioiello di questa basilica.

La cappella ha una storia di costruzione e di arte che ha interessato vivamente i migliori studiosi delle cose italiche e romane, ma dovrebbe oggi avere anche un maggior culto: e non solo parlo del culto dell’arte, ma anche di quell’altro, il religioso. Forse ella è più conosciuta dagli stranieri che io vidi numerosi ad ammirarla specialmente nella quaresima, quando la cappella è aperta a tutti, agli uomini come alle donne, ma dovrebbero conoscerla anche i buoni romani, sopratutto gli abitanti dell’Esquilino, dovrebbero rammentare di avere una cosa bella di arte bizantina che ben poche chiese possono vantare.

Al successore di Leone III, il pontefice Pasquale I, noi dobbiamo le più interessanti costruzioni del secolo IX che Roma conservi. A canto a S. Maria in Domnica v’è nella storia e nell’arte, la Basilica di Santa Prassede che questo Papa riedificò dalle fondamenta.

Alcuni scrittori, guardando appunto gli splendidi musaici dell’abside e dell’arco trionfale, vollero giudicare anche il disegno della basilica della medesima epoca, ma con molta probabilità Pasquale non la ricostrusse che sulle vecchie costruzioni. E la cappella di S. Zenone, dove c’è la vergine a musaico, rimonta appunto a quest’epoca, poichè il papa ricostruendo il vetustissimo titolo aggiunse due oratorii: uno alla destra dedicato a S. Zenone, l’altro alla sinistra dedicato a San Giovanni Battista. Il libro pontificale ci fa ricordo di ciò con questa importantissima frase:

«In eadem ecclesia fecit oratorium beati Zenoni Christi martyris ubi e sacratissirnum eius corpus ponens musivo amplianter ornavit»

Anche Giovanni Battista De Rossi, studiosissimo dei musaici e dei pavimenti delle chiese romane, si occupa con un certo interesse critico per delucidare la personalità di questo oscuro ed ignoto Zenone cui il papa, devotissimo, consacrò l’oratorio. E viene a concludere che se non era proprio fratello di Valentino, ugualmente qui onorato, doveva essere suo socio di martirio.

Alla cappella si accede per una porta rettangolare i cui stipiti sono arricchiti di intrecciature di vimini secondo lo stile italo-bizantino. Due colonne di preziosissimo marmo, ma ineguali di diametro, le stanno ai fianchi posate su due basi sproporzionate. Molto interessanti sono i capitelli ionici di mano bizantina del secolo VI. Del resto non è forse anche bizantina del secolo VI l’architrave della porta principale riccamente scolpita a girate di foglie d’acanto silvestre con rose e melagrani? Lo stesso scalpello si può riconoscere su gli zoccoli e le basi delle colonne interne, se si tolgono quelle decorazioni che hanno attinenza all’età romana e che furono aggiunte allorchè il papa la costrusse. Que’ capitelli ionici dunque e la cornicetta che vi ricorre dietro sono di scalpello greco, e l’essere i primi scolpiti sulle facce aderenti al muro, e l’essere la seconda mutilata un poco ed anche più lunga di quello che la porta avrebbe in realtà richiesto, dan prova evidente dell’anteriorità di tali lavori del secolo IX. Una grande cornice ricchissima, probabilmente tolta da un antico edificio pagano, ricorre sulle colonne e dà all’insieme un qualche cosa di gravemente classico.

Entriamo ora nell’interno e prima di esaminarne il lavoro musivo, diamo un breve cenno a quello architettonico. L’interno della cappella consta di uno spazio quadrato. Su tre dei lati si aprono altrettanti nicchioni rettangolari. La volta è a crociera e agli angoli sono quattro colonne corintie che a loro volta sorreggono [p. 125 modifica]delle cornici. Le basi e gli zoccoli di queste colonne furono riconosciute dal Cattaneo opera di parecchie età. Ve n’è una, veramente meravigliosa, che il nostro autore non ha difficoltà di chiamare «un capolavoro dell’arte romana». Altre invece si presentano con stile bizantino del sec. VI, altre ancora, dalle loro ornamentazioni con tralci di vite uscenti dai vasi, si palesano del sec. IX.

In quanto poi al pavimento, contesto di marmo bianco, di porfido e di serpentino, attorno ad una gran «rota porphyretica», è fra i più antichi pavimenti di «opus sectile», nei quali si abbandonava il vecchio sistema dei mosaici minuti chiamati «opus vermiculaturn» e si seguiva quello delle piccole lastrine di marmo, tagliate in vari modi, geometricamente, che riproducono degli elegantissimi disegni. Questo nuovo sistema, che nel sec. VIII fu forse importato dai greci, incontrò il gusto degli artieri italiani del sec. IX e X che lo adoperarono con particolar gusto nelle basiliche romane e siciliane.

Appena dentro è un senso profondamente mistico, che afferra l’anima e la trattiene e la conquide: tutti quei mosaici, che scintillano così un tremulo luccicore nella piccola cappella, invitano alla riverenza dell’arte. La volta è a tutt’oro fittissimo che ha il magico scintillio di un’infinita agglomerazione di stelle: quattro immagini d’angeli, a’ quattro spigoli in piedi sopra sfere celesti, reggono con le braccia alzate il disco centrale in cui è racchiuso il Redentore.

A questi «ministri di Dio», come li chiamò Dante, bianco-vestiti, pur nella rozzezza del lavoro l’artista ignoto e simpatico ha trovato mezzo di poter dare quattro differenti fisionomie. C’è la proporzione troppo lunga e simmetrica, quasi dura, ma tuttavia la loro posizione stessa, l’atteggiamento, quelle braccia tese forzate dove pur c’è della carnosità gentile, quelle mani scontorte ma che rendono bene lo sforzo, costituiscono attenuazione dei difetti abituali del bizantinismo.

Il Redentore troneggia nel centro, e, sinceramente, guardandolo bene, gli occhi e l’espressione hanno qualche cosa di buono, di calmo, di paterno e di dignitoso nello stesso tempo, che sembrerebbe quasi impossibile trovare in un lavoro musivo di questo secolo quando l’arte era ancora bambina e gli artisti non avevan a loro disposizione tutte le risorse del pennello e dello scalpello, ma solo dovevan tirare dal vario accomodamento dei pezzettini magici, tutta l’espressione della bellezza. Sotto la volta di fronte alla porta la Vergine con il Battista la cui croce ha in alto un disco che porta scritto «ecce agnus Dei», nella parete sinistra S. Prassede, S. Pudenziana e Sant’Agnese con le corone del martirio in mano e con i panneggiamenti svolazzanti con una certa grazia disinvolta e innovatrice in quest’epoca e coronate dell’epanoclisto. Nella parete destra invece tre apostoli: Andrea, Giacomo, Giovanni, anch’essi nell’«ortus paradisi», ed in quella che è sopra la porta principale, il trono di Cristo quasi somigliante ad un cofano e i principi apostolorum che lo additano. Queste due figure hanno della virilità ed e notevole qui come l’artista curi ogni minimo particolare; il piede, p. es., di S. Paolo è calzato dal sandalo e questo è bordato d’oro con finezza.

Il mosaico che ornava la lunetta di fronte alla porta è mutilo alquanto, pur ancora oggi si riconoscono pei caratteri iconografici, tutte le sue figure: la lunetta verso il luogo ove ora è la colonna di Cristo è quasi completamente distrutta, ma anche qui il De Rossi ravvisò ancora le due effigie di Zenone e di Valentino, sempre maggiormente persuadendosi come il primo fosse solo diacono.

La nicchia e la lunetta di sinistra è invece ancor oggi ben conservata, quantunque vi sia stata aperta una porta. Nella lunetta è effigiato l’agnello divino sul mistico monte dal quale scaturiscono i quattro fiumi alle cui acque si dissetano i cervi, e sotto, in una fascia rettilinea quattro busti femminili, il primo con il nome di THEODO. EPISCOPA, col nimbo quadrato segno ch’ell’era ancora vivente. Le altre figure sono assai probabilmente, la vergine in mezzo alle due figliuole di Pudente. Il musaico, verso la fine del sec. XVII è stato restaurato, come è giusta opinione dell’archeologo De Rossi, con traccia sempre dell’antico.

Ma veniamo ora al sorriso della vergine che par discenda dalla nicchia dell’altare, che ora, per cura dell’abate vallombrosano preposto alla chiesa, è irradiato di un’artistica illuminazione a luce elettrica che fa maggiormente risaltare i pregi del prezioso mosaico. Questa è la terza immagine della vergine che noi troviamo nella piccolissima cappella. Ella siede con il divino figliuolo sulle ginocchia. Le sigle che disegnano la figura della Madonna non sono le consuete greche MP THY ma le latine e dicono MR. EM. che significa mater emanuel. Il Garrucci interpreta invece il mater Christi. Il manto della vergine che le copre il capo reca sulla fronte e sulle spalle quattro o cinque globetti così disposti che formino una croce di perle, segno caratteristico dell’epoca di Pasquale I. Il bimbo ha il rotulo aperto con la leggenda: «EGO SUM LUX», e nella fisonomia contrasta un poco colla freschissima bellezza della carnagione della vergine che ha anche l’occhio nerissimo e vivo benchè forse un poco spaventato. Un particolare curioso è la doppia colorazione delle linee del naso in rosso ed azzurro.

Le due Sante in devoto atto di adorazione portano anch’esse accanto il loro nome con questa differenza: che Santa Prassede l’ha compendiato nelle sole prime lettere seguite da un punto, invece Santa Pudenziana porta tutto il nome verticalmente disposto. La nicchia è al di fuori ornata di due eleganti colonne di alabastro ioniche, scalanate a spira.

La bella figura della vergine ha il gentile sorriso materno dell’arte antica: guardandola ora, illuminata, il suo viso scopre all’osservatore queste particolari bellezze proprie del mosaico: i colori vivi dell’oro, dell’azzurro, del verde, del rosso, vengon fuori con grazia, e risaltano, dando quasi vita alla figura che l’occhio non si stancherebbe mai di osservarla, di cercare nelle varie combinazioni della luce e dell’ombra nuove [p. 126 modifica]bellezze non prima scoperte. Al De Rossi il gruppo della madre e del bimbo, sia nella composizione, sia nei partiti delle pieghe, sia anche nella maggior vivezza musiva, appare più tosto di tipo italiano che bizantino e gli fa credere che la sua fattura, o per lo meno una sua restaurazione, risalga alla prima metà del sec. XIII. Ad ogni modo questa vergine è bella e rimonta insieme alle ornamentazioni musive di tutta la cappella di S. Zenone, ad un periodo d’arte estremamente mistico e simpatico per varie ragioni, a noi italiani, e noi sopratutto romani che abbiamo nella eterna Roma artistica tante belle artistiche imagini di Maria. Ma non dobbiamo dimenticar questa, bella fra le belle, cui la dolcezza del sorriso par giunga a noi fresco e tremulo dai passati secoli, come un’onda limpida dal cuore di una montagna lontana che le nubi serotine abbiano tutta profondamente avvolta.

Salvatore Sibilia.

in memoria

di

MADDALENA RADIUS TARLARINI

Non scorsero ancora due anni da quando con eroica saldezza assistevi o madre dolorosa alla morte del tuo diletto Emilio, ed ora sei tu che parti, e noi tuoi figli superstiti che dovremo per i primi raggiungerti oggi piangendo ti salutiamo.

Salutiamo in te non solo la madre, la suocera, l’ava, ma tutto un passato che tramonta, che fu la forza e la bellezza dei nostri giovani anni allor che il tipo della donna era la madre e sua virtù l’amore.

Noi ti abbiamo conosciuta o veneranda nell’esercizio fino all’ultimo attivo e penetrante della tua ardente anima iniziata a quindici and, con un matrimonio di inclinazione, al grave ministero di reggere una famiglia, continuato nella precoce vedovanza carica di otto figli fra lotte e stenti, esteso nei tempi che ora sembrano così lontani dell’Italia risorta alla cura dei feriti negli ospedali, poi dei delinquenti nelle carceri, ovunque fosse una lagrima da tergere, un dolore da lenire, una morente fede da far risorgere.

Noi ti abbiamo veduta nell’opera feconda di bene, non solo per i tuoi figli, ma per tutti coloro che soffrono; noi abbiamo ascoltato dalle tue labbra la parola dell’inesauribile perdono; sulle nostre fronti piegate dall’affanno abbiamo sentito scorrere la tua mano misericordiosa e con pari misericordia la vedemmo scorrere sulla fronte del fratello. Cento volte, mille volte nella freddezza dello scetticismo già presso a travolgerci, la tua fede luminosa, o grande credente, si è rizzata fra noi e il dubbio come indice teso verso i misteri dell’al di là. Noi abbiamo assistito giorno per giorno, ora per ora, all’onda di carità veramente evangelica che rifulgeva con mirabile accordo nel tuo pensiero e nelle tue opere fino a quest’ultimo giorno della tua lunga vita nel quale ti spegnesti tra sofferenze cristianamente sopportate, in pace con Dio e cogli uomini, a guisa degli antichi patriarchi, benedicendo la tua quarta generazione.

Ma a questi piccini che circondano sbigottiti e tremanti il tuo feretro, che domandano: «Tornerà la Nonna?» — che cosa risponderemo noi tra i tumulti dello spirito affranto e delle lagrime che non hanno sosta? — «La Nonna è in cielo» diremo, anche se essi non comprenderanno questa parola piena di angoscia e di mistero, anche se a noi tremerà il cuore nel pronunciarla.

Venite, piccini, inginocchiatevi davanti a questa tomba e pregate dal fondo dei vostri cuori innocenti perchè la Nonna riposi in pace nella ignota Verità. E pregate pure, invocate che donne buone nobili e sante come Colei che piangiamo sorgano ancora a benedire le future famiglie; che sieno come ella fu tramite di affetti, cemento di vincoli, autorità di esempio, nucleo di forze sempre rinascenti per le aspre battaglie della vita — e fiamma — fiamma sopratutto che scaldi le anime assiderate nella conquista incessante del bene. Stringiamoci tutti intorno alla cara memoria della nostra madre, della nostra ava. Intorno a lei si allacci la catena d’amore che la terrà viva per lungo tempo ancora nei nostri cuori e certo irraggerà la sua luce su altre generazioni, se è vero, come io credo, che la buona semente collocata in terreno fertile dà, secondo la promessa del Vangelo, il cento per uno.

Siate voi o ultimi nati il terreno fertile, l’anima nuova dalla quale tutta vibrante di forze giovani si slanci con robuste radici e fronde che tocchino le stelle la coscienza dei tempi futuri. Sieno la memoria, siano gli esempi di questa sublime donna scomparsa quasi propaggini di sangue illustre scendente per lungo ordine di rami il blasone dei vostri figli che verranno.

Pace eterna a Lei. A noi eterno rimpianto.

Anna Radius Zuccari.

Milano.