Il cappello del prete/Parte prima/XV

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XV. - In casa di Filippino

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XV.


In casa di Filippino.


Molta allegria e molto chiasso si fece quel dì in casa di Filippino ex-cappellaio.

Il fortunato vincitore aveva potuto riscuotere una prima rata della sua vincita, e con due contratti in un giorno aveva ceduto il negozio a un compagno e acquistata la casa dove abitava.

Per festeggiare il duplice, anzi triplice avvenimento, in una sala del primo piano era preparata una bella tavola con ogni sorta di grazia di Dio, servita in cappa magna dall’albergatore della «Colomba d’oro» con molta profusione di torte e di sorbetti.

Oltre a Filippino, a donna Chiarina, sua legittima consorte, e a’ suoi figliuoli, sedevano intorno alla mensa l’ingegnere Fabi che aveva stimato lo stabile, don Ciccio, il celebre «paglietta», che aveva aiutato Filippino nelle pratiche legali, don Nunziante dal grosso naso, che aveva rogato gli [p. 149 modifica]strumenti, Ciro Stella, che aveva rilevata la bottega, molti compagni del mestiere, alcune vicine amiche della padrona, che più bella del sole sedeva a capo della tavola, tutta splendente di perle, di corallo e di robe d’oro.

Al momento dei brindisi entrò Gennariello il ciabattino, il disgraziato Gennariello, che per giuocare i numeri dati dallo zio aveva venduto i ferri del mestiere, e ora girava colla chitarra a cantare serenate e barcarole e tarantelle, con un cappello bianco, alto come una torre, ornato di piume, di fiori e di scope.

Per la gente onesta era un mistero perchè prete Cirillo avesse tradito il suo sangue e favorito invece a quel modo gli estranei; per i maligni il mistero si spiegava colla debolezza della natura umana, e anche fra i presenti c’era chi beveva con entusiasmo agli occhi belli e amorosi di donna Chiarina. Gennariello non aveva rancori con nessuno e accompagnava le sue canzonette con tali sgambetti e pulcinellate, che le donne e i ragazzi mandavano le grida fino al cielo.

Si era giunti al massimo fervore dell’allegria, quando i convitati sentono d’essere più che mai fatti a sembianza d’un solo, figli tutti d’un solo riscatto.

— Chi l’avrebbe detto, Chiaruzza, — diceva cogli occhi molli Filippino, — il dì che abbiamo aperta questa bottega con duecento scudi tolti a prestito e con dodici cappelli di [p. 150 modifica]lana, chi lo avrebbe detto che saremmo venuti a questo?

— È tutta bontà di Dio e di prete Cirillo, Pippo, — rispondeva la bella moglie.

— Oh, perchè non è qui anche lui, l’uomo di Dio?

— E non si è potuto sapere ancora il luogo del suo nascondiglio? — domandò col suo vocione don Nunziante, tirando fuori dal bicchiere un naso più spugnoso del solito.

— Nulla.

— Avrebbe potuto scrivere a voi, Filippino, in segretezza; o mandare a dire: son vivo: amo però star nascosto.

— È quello che diciamo sempre anche noi. Chiarina se lo aspettava da un momento all’altro e teneva sempre pronta un’oca.... Ma, don Ciccio, dite voi quel che ne sapete.

— Io ne so meno di voi, amici carissimi, — esclamò don Ciccio cogli occhi lucenti. — Un giorno vien da me Gennariello, ti ricordi, Gennariello?...

— Eccellenza, sì. Lo zio era stato da me la mattina e gli ho dato quattro punti alle scarpe.

— Ei mi portava una lettera in cui diceva: «Per affari di famiglia parto da Napoli. Mando lire trenta pel trimestre di pigione. Gennariello ha la chiave e gli lascio la roba». Ecco quanto, e «insalutato hospite evolavit»....

— Il lotto è una passione che, come tutte le passioni, conduce spesso a perdizione, — disse don Nunziante. [p. 151 modifica]

— Io vorrei possedere la cabalistica di prete Cirillo e venderei la mia matematica per il guscio di un’ostrica, — esclamò l’ingegnere.

— Sapete che cosa ho trovato in casa sua? — disse don Ciccio, — un volume del Cardano, e la «Magia Naturale» del nostro immortale Giovanni Battista Porta.

— Il grande autore della «Fisionomia», che precedette di quasi duecent’anni gli studi di Gall e di Lavater, — si affrettò a dire don Nunziante, che non voleva mostrarsi meno dotto del «paglietta».

— E credete che in questa cabalistica non c’entri anche un po’ la coda del diavolo? — gridò qualcuno.

— Benvenuto anche il diavolo, se ha gli occhietti belli come quelli di donna Chiarina, illustrissima mia padrona, — esclamò don Ciccio alzando il bicchiere.

Fu un grande applauso. Gennariello ripigliò la canzone «sul mare luccica».

— Dicono che il prete sia andato con un grosso fardello in Levante, tra gl’infedeli, dove ha trovato un’odalisca che....

— Che lo aiuta a sciogliere il fardello.

— Uh! uh! oh! scandalosi.... zitto là — «In vino veritas».

— «Maxima debetur pueris reverentia».

— Signori, — gridò Filippino, alzandosi in piedi e sollevando un calice pieno di vino color dell’ambra. — Ovunque egli si trovi, in Oriente o [p. 152 modifica]in Occidente, propongo per il lontano e desiderato amico, per il grande benefattore, per il salvatore de’ miei figliuoli un caldo brindisi, acciocchè gli anni suoi siano ricolmi di tutte le consolazioni....

— Amabile Chiarina! — declamò in falsetto don Nunziante, guardandola attraverso il bicchiere.

— Bravo! bene! viva don Cirillo!

Il baccano era veramente indiavolato, ma fu a un tratto interrotto da un ragazzo che entrò con una grossa scatola rotonda di cartone, legata con una doppia corda in croce suggellata con larghe piastre di ceralacca.

Si fece a un tratto gran silenzio.

— Chi manda questa roba? — domandò Filippino.

— È arrivata or ora in bottega al vostro indirizzo. Vien dalla ferrovia.

— È un cialdone di marzapane, papà, — gridò uno dei figliuoli.

— Se indovini. Celio, ti dò a leccare la scatola, — disse il babbo col volto ancora acceso dal brindisi.

E, preso un coltello d’in su la tavola, tagliò la corda, tolse il coperchio, rimosse un foglio di giornale e vide un cappello con un bigliettino appuntato nel nastro.

— Chi lo manda?

Filippino legge il biglietto, non capisce, torna a leggere, e un po’ colpa la scrittura, un po’ [p. 153 modifica]colpa il vino color dell’ambra, non si raccapezza. Però, voltatosi a don Ciccio:

— A voi, — disse, — che avete gli occhiali. Che cosa dice questo geroglifico?

Don Ciccio si acconciò le invetriate sul grosso del naso e cominciò a leggere a voce alta:


«Colendissimo signore,

«Essendo stato smarrito in questi luoghi un sacerdotale cappello e non avendo, per quante ricerche siano state da me consumate, trovato a quale dei ministri di Dio possa convenire, non volendo col trattenere oggetti che non sono di mia proprietà farmi degli inutili carichi di coscienza, lo invio franco di porto alla S. V. secondo l’indirizzo della marca di fabbrica, supponendo che vi sarà meno arduo rintracciare il naturale proprietario e recapitarglielo.

«Con perfetta osservanza mi segno

«Dev. servitore
«Don Antonio Spino
«Parroco di Santafusca».



— Ecco un uomo onesto! — esclamò don Nunziante.

— O che ha una testa troppo grossa per il cappello, — osservò maliziosamente don Ciccio.

— Che cosa dite voi? — esclamò impallidendo a un tratto Filippino, mentre voltava e rivoltava il cappello. — Questo è il cappello che io [p. 154 modifica]ho dato ultimamente a prete Cirillo, il giorno che egli partì da Napoli.

— Eh! — esclamarono tutti, aprendo la bocca, gli occhi, le dita, l’anima.

— Io mi ricordo bene, perchè l’avevo preparato per monsignor vicario e m’è restato troppo stretto. Tu lo ricordi, Chiarina, il numero di registro?

— È questo, è questo, — disse con voce tremante la moglie dell’ex-cappellaio.

I convitati si guardarono in viso e ammutolirono.

Avevano invocato il prete e usciva invece il suo cappello.

Questi son sempre segni di cattivo augurio.

Le riflessioni venivano spontaneamente da sè. Se prete Cirillo non aveva che quell’unico cappello quando uscì da Napoli, pareva strano che ei non lo tenesse da conto, molto più che era nuovo fiammante, a meno che non lo avesse veramente cambiato col turbante, come il notaro aveva malignamente supposto.

— Io qui sento un odore di criminale, — disse don Ciccio, alzandosi in piedi, arricciando un poco le narici, come se veramente sentisse un certo odore, e puntando un dito lungo e secco sul corpo del delitto.

— O santa Maria addolorata! — esclamò donna Chiarina, bianca come un giglio — Che dite voi, don Ciccio? — ripeterono le altre donne. [p. 155 modifica]

— Io ripeto che sento odor di criminale in questa faccenda, e n’ho ben donde. — Don Ciccio pareva più secco del solito. — Signori! — esclamò alzando la voce il famoso «paglietta», come usava fare in tribunale, — questo cappello fu trovato nei dintorni di Santafusca, e dintorni per me significa una strada, una campagna, una vigna, un bosco, altrimenti don Antonio avrebbe scritto: in casa mia, in chiesa, in sagrestia. Il signor Filippino Mantica dice che il cappello era nuovo fiammante e c’è la testimonianza amabile di donna Chiarina, la quale conferma che il cappello fu venduto o regalato a prete Cirillo nuovo fiammante. Ora io trovo invece il segno di una forte ammaccatura, delle traccie rosse di mattone e qualche macchia o spruzzo di calce, che hanno qua e là abbruciata la seta. Dunque, o signori, nei dintorni c’era della calce viva, e quest’ammaccatura dice più che un colpo di vento.

— O mio Dio, don Ciccio! — esclamò la donna, alzando le due mani al cielo.

— Io non sono astrologo, nè figlio di astrologo, — gridò il «paglietta», stralunando gli occhi, — e se prete Cirillo entrasse in questo momento a toccare il suo bicchiere col mio, certo non oserei dire ch’egli è stato assassinato; ma io faccio presente a questi signori che il prete manca da quindici giorni, che nessuno sa dove sia il suo rifugio, che non si è fatto vivo nemmeno co’ più intimi amici, che mentre aveva [p. 156 modifica]detto a Gennariello di essere andato verso Miano, si trova il suo cappello nei dintorni di Santafusca precisamente al lato opposto. Che cosa era andato a fare a Santafusca un uomo che non usciva mai da Napoli, schivo del muoversi, che non aveva parenti, amici in quel paese? Avvegnachè, signori, se egli fosse conosciuto da qualcuno lassù, don Antonio non avrebbe cercato inutilmente il padrone del cappello, e se fosse stato solamente veduto, era naturale che alcuno pensasse a lui; ma la lettera dice chiaro chiaro: «avendo consumato tutte le richieste inutilmente». Ah! ah! E quest’uomo è tanto ignoto al parroco e ai colleghi suoi de’ paesi vicini, che nessuno sa dare un indizio nemmeno, dirò così, probabile del padrone del cappello? e ciò mentre tutti i giornali, compreso il «Popolo Cattolico», hanno strombazzata la storia del terno al lotto e del prete scomparso? Signori, io non sono astrologo, ripeto, nè figlio di astrologo, ma trovo che un uomo, il quale perde un cappello nuovo in un paese dove nessuno non l’ha mai veduto, è un uomo, dirò così, molto problematico. Si aggiunga che non è la prima volta che il prete Cirillo soffre ingiuria e violenza da parte di male intenzionati: ch’egli era ritenuto possessore di occulte ricchezze: si aggiunga che la notizia della grande vincita ottenuta coi numeri dati da lui può avere istigato qualche pazzo o illuso, o brigante o figlio di brigante, a infierire contro un inerme servo di Dio. Io non so, io mi perdo [p. 157 modifica]in questo buio, ma brancicando mi pare di toccare il corpo di un delitto....

Don Ciccio si era fatto lugubre e cupo. Colla sua voce incisiva, col suo dito lungo e teso, colla sua stringante istruttoria fece scorrere un brivido per tutte le schiene. Il suo cilindro bianco non aveva più un pelo a posto.

Don Nunziante provò a dire che probabilmente il prete aveva perduto il cappello cacciando fuori un momento la testa dalla finestra di un vagone; ma a nessuno piacque una ragione così semplice e così probabile. Uscir fuori con un pensiero così comune e banale era un far torto a tutte quelle fantasie, che, riscaldate dal vino e accese dalle parole di don Ciccio, cominciavano già a credere a qualche cosa di straordinario. Non bisogna mai disturbare le speranze della fantasia. Una storia terribile uscì grande e compiuta dal fondo del cappello, come Minerva uscì grande ed armata dal cervello di Giove. Per quel giorno fu messa in disparte la gioia. Don Ciccio raccolse un piccolo consiglio e propose di portare la faccenda, così com’era arrivata in tavola, all’illustrissimo signor procuratore del re, il commendatore Jonetti, amico suo, anzi suo compagno di università, uomo fino e prudente, acuto, un poco parente del ministro degli Interni.

Intanto non bisognava dir nulla ai giornali liberali, che, quando si tratta dei poveri preti, li impiccherebbero nudi. Se v’era delitto, Dio ha [p. 158 modifica]la mano lunga: nel peggior dei casi — che per gli altri non avvocati era il migliore — gli indizi dati dal cappello avrebbero condotto la giustizia a trovare il padrone.

Ad ogni modo, Filippino aveva obbligo di coscienza di spendere anche qualche denaro perchè la luce fosse fatta su questo affare buio, molto buio, più che buio, buissimo.

Filippino incaricò don Ciccio di tutte le pratiche necessarie, e non guardò a spendere per accendere un lumicino. Ma per quanto s’usasse prudenza e riserbo, non fu possibile impedire che la storia del cappello e del prete non serpeggiasse verso sera tra i vicini, e prima di notte qualche accenno confuso non fosse arrivato alla Sezione di Mercato, dove prete Cirillo era già quasi dimenticato.

Sull’alba, un reporter, più svelto degli altri, ne sapeva già abbastanza per inventare il resto e per confondere le idee.