Il cavaliere di buon gusto/Appendice

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Appendice

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Atto III Nota storica
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APPENDICE.

Dalle edizioni Bettinelli e Paperini.

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ATTO SECONDO.
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SCENA IX1.
Brighella e detti.

Brighella. Lustrissimo, el cogo no pol abbandonar la cusina, e nol pol vegnir a farghe veder la nota dei piatti.

Ottavio. L’ha fatta la nota?

Brighella. El l’ha fatta, e el l’ha mandada per el sottocogo.

Ottavio. Chi ha mandato? il Bergamasco?

Brighella. Giusto èlo.

Ottavio. Fatelo passare.

Brighella. La vol perder el tempo con quel martuffo?

Ottavio. Voglio divertirmi un quarto d’ora.

Brighella. Come la comanda. Arlecchin, vien avanti.

SCENA X2.
Arlecchino e detti.

Arlecchino. Lustrissimo, patron; celenza.

Ottavio. Che cosa vuoi?

Arlecchino. Gnente affatto.

Ottavio. Perchè sei venuto qui?

Arlecchino. Perchè i m’ha mandà.

Ottavio. Chi t’ha mandato?

Arlecchino. Con riverenza, el cogo.

Ottavio. Che cosa ti ha mandato a fare?

Arlecchino. El m’ha manda da vostra lustrissima celenza a veder se le piatanze son bone o cattive.

Ottavio. Ma dove sono le pietanze? [p. 192 modifica]

Arlecchino. In cusina.

Ottavio. Come dunque vuoi ch’io sappia, se son buone o cattive?

Arlecchino. L’è mo quel che diseva anca mi.

Ottavio. Tu sei spiritoso, ma il cuoco è un ignorante.

Arlecchino. Oh, e come! Se no fusse mi, in cusina l’anderia mal.

Ottavio. Sai tu far da mangiare?

Arlecchino. Sior si e sior no.

Brighella. Lustrissimo, la gh’ha una gran pazienza a soffrir sto allocco.

Ottavio. Capperi, signor maestro di casa, voi siete un uomo di garbo, che tratta solo con persone di spirito. Se non mi compiacessi di parlare con sciocchi, non parlerei nemmeno con voi. Non vi abusate della mia bontà, e prima di aprir la bocca per parlar meco, pensate se vi conviene di dire tutto quello che l’animo vi suggerisce. Arlecchino, che foglio è quello che hai in mano?

Brighella. (El m’ha coppà). (da sè)

Arlecchino. L’è una carta che m’ha dà, con riverenza, el cogo.

Ottavio. Sai leggere?

Arlecchino. Lustrissimo, celenza, no.

Ottavio. Come? Non sai leggere? Al mio servizio non voglio gente che non sappia leggere. Ti caccerò via.

Arlecchino. So un pochetto lezer, ma no tanto.

Ottavio. Leggimi quella3 nota.

Arlecchino. (Oh poveromo mi! Adesso sì, che son imbrogiado).4

Ottavio. Animo, spicchiati5.

Arlecchino. Subito. F. p. r. (combina6

Brighella. La lassa, lustrissimo, che lezzerò mi.

Ottavio. Non s’incomodi, signor dottore. Vada a leggere il suo giornale; e badi bene, che le somme siano7 a dovere.

Brighella. (Pazienza, el me mortifica con rason. El troppo zelo me fa fallar). (da sè, via) [p. 193 modifica]

Ottavio. Via, leggi.

Arlecchino. Adess che no gh’è Brighella, lezerò con franchezza. Colù me dava suggezion.

Ottavio. (È un carattere originale costui. Brighella è un buon uomo, ma bisogna tenerlo basso). (da sè) Animo, spicchiati.

Arlecchino. Flati della prima insporcata.

Ottavio. Via, bravo. Piatti della prima portata.

Arlecchino. Due poppe di stucco fatte al torno.

Ottavio. Benissimo. Due zuppe di succo estratto di cotorno.

Arlecchino. Un flato negl’intestini.

Ottavio. Oh bello! Un piatto di latticini.

Arlecchino. Due campioni raffreddati per gelosia.

Ottavio. Oh caro! Due capponi freddi con gelatina.

Arlecchino. Quattro pilastri disusati in un burò.

Ottavio. Evviva. Quattro pollastri disossati in ragù.

Arlecchino. Un pastizzo d’otto sonagli colla peste sforzata.

Ottavio. Oh maledetto! Un pasticcio d’otto quaglie colla pasta sfogliata.

Arlecchino. Un fracasso da bordello.

Ottavio. Un fracandò di vitello.

Arlecchino. Un matto coi rognoni, con una calza tedesca.

Ottavio. Non si può dir meglio. Un piatto di piccioni colla salsa tedesca.

Arlecchino. Seconda portata.

SCENA XI8.
Cameriere e detti.

Cameriere. Illustrissimo. Il signor Contino.

Ottavio. Venga, venga. (cameriere via)

Arlecchino. Seconda portata.

Ottavio. Va via.

Arlecchino. Un Ariosto all’Olandese. [p. 194 modifica]

Ottavio. Va via, ti dico.

Arlecchino. Un budelin all’Inglese.

Ottavio. Va via, che tu sia maladetto.

Arlecchino. Un pilato alla Francese.

Ottavio. Se non parti, ti bastono.

Arlecchino. E un zirandonarlo all’Italiana. (sottovoce)

Ottavio. Che cosa hai detto?

Arlecchino. Ho detto, bondì sioria. (parte)

Ottavio. Qualche volta le scioccherie mi divertono. L’uomo ride dei difetti altrui, non perchè i difetti meritino di esser derisi, ma perchè trovando se stesso libero da tai difetti, giubbila internamente, e manifesta la sua consolazione col riso.

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SCENA XVI9.

Florindo. Signora Marchesina, a voi m’inchino.

Rosaura. Serva sua. (sostenuto)

Florindo. Così poco mi favorite?

Rosaura. Faccio il mio dovere.

Florindo. Se mi farete degno della vostra grazia, mi vedrete brillante quanto mio zio. Impiegherò tutto il mio spirito per voi. Sì, madama, vado in questo punto a far per voi un sonetto amoroso. (via)

Rosaura. Vi vuol altro che sonetti! Vuol essere vivezza naturale, galanteria, prontezza di spirito, per innamorare le donne. Mia zia si è tirato a sè il conte Ottavio ecc.

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SCENA XVII10.

Cameriere. Favorischino; si trattenghino qui, che può tardar poco il patrone a ritornare. (via)

Dottore. Me ai ho el budell che m’ballen in tal corp. [p. 195 modifica]

Lelio. Io non ceno la sera, onde sto benissimo d’appetito.

Dottore. Perchè nen cenla la sira?

Lelio. Vi dirò: ogni giorno si va a pranzo ecc.

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Dottore. L’è la più bella vita del mond st’andar tutti i dì a dsnar fora d’cà.

Lelio. Credetemi, per me è un incomodo.

Dottore. Ma perchè i vala, s’al i incomoda?

Lelio. Vado per non disgustar gli amici.

Dottore. Qui dal cont Ottavi, i venia spess?

Lelio. Spessissimo; due o tre volte la settimana.

Dottore. La mandel a invidar a cà?

Lelio. Oibò, vengo quando voglio; mi metto a tavola senza dirlo.

Dottore. Donca la prè far d’mane de tors st’incomod.

Lelio. Oh, guai a me se non venissi. Il Conte se ne averebbe a male.

Dottore. Al gudrà dla so cumpagnì.

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Dottore. (Che scroch impertinent).

Lelio. Siete stato altre volte a pranzo dal conte Ottavio?

Dottore. Per so grazia ai son stà de l’alter volt.

Lelio. Che dite? Non fa una tavola magnifica?

Dottore. L’è una tavola da prencip.

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Dottore. Se al nel psess far, a nel fareu.

Lelio. Eh, quante cose si fanno, e non si possono fare. Se ne accorgeremo quanto prima.

Dottore. Quest, la m’perdona, l’è un giudicar senza fondament.

Lelio. Io parlo come l’intendo. Io dal conte Ottavio non ho salario.

Dottore. Ma la magna alla so tavla.

Lelio. Se mangio alla sua tavola, pretendo di fargli una finezza.

Dottore. (Ma pur troppo l’è vera. Sti gran signori se fan mangiar el so da zent ingrata, da zent che strapazza l’istess benefattor).


Note

  1. Vedi a pag. 154. È sc. IV nell’ed. Paperini.
  2. Continua sc. IV nell’ed. Paperini.
  3. Pap.: questa.
  4. Pap. ha invece: «(Za che l’ha volontà de rider, vôi darghe gusto cori dei spropositi), da sè».
  5. Pap.: leggi.
  6. Pap.: compitando.
  7. Pap.: stieno.
  8. Continua sc. IV nell’ed. Paperìni.
  9. Vedi a pag. 164. Sc. IX nell’ed. Paperini.
  10. Vedi a pag. 164.
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