Il cavallarizzo/Libro 1/Capitolo 21

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[p. 32v modifica]Cap. 21. Della forma, & fattezza del cavallo.


Mi resta hora parlare delle fattezze, bellezze & proportioni del cavallo. La qual materia non solo è bella & curiosa, ma piacevole, & utile. [p. 33r modifica]Et da me sarà trattata con l’autorità de’ più gravi, & eccellenti auttori, che n’habbino scritto, tra’ quali prima allegarò quel che Virgilio ne disse nel terzo della Georgica. Ma anco prima, ch’io venghi à questo mi sarà concesso, ch’io dichi, perche causa io ho allegato tanto Virgilio, & lo allegherò sempre che mi tornerà bene. Dovete sapere che questo gran Filosofo, & de tutti eccellentissimo Poeta fu Mantoano, come ancor io sono da parte di madre, & si dilettò tanto, & intese tanto di cavalli, che venuto da lo studio di Napoli in Roma, la prima amicitia che fece, fu con il maestro di stalla d’Ottaviano Augusto; & essendoli mostrato un bellissimo cavallo, il quale à giudicio di ciascuno era in aspettiatione grandissima, donato al detto Imperatore da Crotoniati, giudicò per alcuni soi segni, esser nato di cavalla infetta, & non esser bono ne degno d’Imperatore, perche non haverebbe forze ne velocità alcuna, come fu poi. Là onde fu caro a Mecenate, & ad Ottaviano sempre dipoi, & tenuto in gran credito & riputatione. Essendosi adunque Virgilio così bene inteso de’ cavalli, & essendo stato così caro amico di cavallarizzi son sforzatissimo quando non fosse mai per esser Mantoano, ne per altro: per questo almeno amarlo, riverirlo, & allegarlo. Dice adunque questo gran Filosofo, e Poeta di tutti eccellentissimo, nel terzo della Georgica.

Tu modò, quos in spem statuis submittere gentis.
Praecipuum iam inde à teneris impende laborem.
Continuò pecoris generosis pullus, in arvis.
Altius ingreditur, & mollia crura reponit.
Primus & ire viam, & fluvio, tentare minaces
Audet, & ingnoto sese committere ponti.
Nec vanos horret strepitus. Illi ardua cervix,
Argutumque caput; brevis alvus; obesaque terga:
Luxuriatque; toris animosum pectus; Honesti
Spadice, glaucique; color deterrimus albis
Et giluo. Tum si qua sonum procul arma dedere
Stare loco nescit; micat auribus, & tremit artus,
Collectumque; premens voluit sub naribus ignem.
Densa iuba, & dextro iactata recumbit in armo.
Ac duplex agitur per lumbos spina; cavatque;
Tellurem; & solido graviter sonat ungula cornu.

Li quai versi con altri, che segueno, se bene sono stati tradotti da Bernardino Dancili, il quale ha tradotto i quattro libri della Georgica, & altri ancora; nondimeno secondo me dicano questo in sostantia.

Se caval brami, che sia bello, & bono
Risguarda prima quand’è a la foresta. [p. 33v modifica]
Perche il poledro generoso, & bono
Altamente camina, & le sue gambe
Piegando nel levarle in terra pone
Destre, e leggiere. Et è primo in la via,
Prima à varcar i fiumi minacciosi.
Altresì i ponti, che già non conosce:
Ne ha timore alcun di van romore
Porta il col rilevato, ha sottil capo,
Picciol ha il ventre, e le spalle carnose.
Va scherzando tranquillo, & animoso;
Il petto ha largo, e tutto muscoloso
Così la carne. Et è piu honesto il baio
Et dipoi tal color il glauco appresso.
Ma di tutti i mantelli il bianco è il peggio
Mellato insieme. Et s’ode di lontano
Suon d’arme, non sa star fermo in un luogo.
Move l’orecchie spesso, & batte il petto.
Al bellicoso suon scote la pelle
D’animoso desir, co i membri ancora.
Et sbuffando via, spargon fiato ardente
L’ampie narici. E i crini folti & belli
Stan dalla destra spalla. Et la sua schena
E’ larga in guisa di due spin tra i lombi
Cava la terra il duro pie, che suona.
Così Cillaro fu caval dal freno
Del amicleo poluce domo, & quelli
Che al carro superbo Marte aggiunse;
Et quelli, che portorno il grande Achille
Dal bon Homero celebrati al mondo.
Tal anco per lo collo i crini sparsi
Fuggendo da la moglie se ne gio
Saturno, empiendo l’altro Pelio monte
De’ l’annitrir acutissimo, & ben spesso

Hor questo è quanto all’openion del Poeta. Per il che non so come tenga così boni; alcun auttor moderno, i cavalli, che hanno i crini sparti, per usar il suo proprio vocabolo; volendo Virgilio che gl’habbi folti, & non rari, come molt’altri vogliono, non niego però che i crini rari non siano anco di bon inditio, & che medesimamente i lunghi & distesi & molli, non diano segno di bona, & piacevole natura: perche si causano da natura humida, & temperata; ma dico bene che se i sparti, & crespi, dinotano vigore, & forza [p. 34r modifica]per la calidità naturale, che dimostrano nel cavallo; & i grossi folti, & crespi maggior robustezza, & fortezza di complessione, ch’io m’attenerei à questi con Virgilio, Columella, & Varone. Il qual vole, che la forma del corpo del cavallo sia di capo piccolo, & sottile, d’occhi negri, di narici aperte, d’orecchie piccole & dritte, & quasi congiunte insieme, le quali riguardino in su. Vol anco che il collo sia sottile ver la testa, ma non lungo; li crini spessi, & foschi, & quasi crespi, & che dalla natura siano posti nella parte destra. Il petto vol che sia largo, pieno, & numeroso di muscoli, & che habbi le spalle larghe. Vuol oltra questo haver le gambe uguali, di honesta altezza, & dritte, i ginocchi tondi, ma non grandi, ne carnosi, ne che risguardino in dentro; le anche ritonde, le giunture curte, le unghie dure, concave, nere, ritonde, aperte, & alte nel calcagno; & tutto il corpo dev’esser di tal sorte che le vene si veggiano. Perche sarà più bello, più animoso, e si potrà più facilmente, essendo infermo, sanguinare, & medicare. Ma non vol però esser, come dicono i Latini, varicoso, cioè troppo pieno di vene grosse & gonfie, & massime in quei luoghi, che non li richiedeno, perche questo saria male, & significheria esser troppo affaticato. Et finalmente deve essere grande, proportionato, agile, & lungo quanto la sua figura & proportione richiede. Fin qua Varone e Columella. L’openion di Platone, ancor che paia essere in gran parte contraria à quella di Virgilio & d’alcuna altri non è però così, come io hora vi farò chiaro. Perche vole che il corpo del cavallo sia di mantel bianco, che habbi gl’occhi neri grandi & usciti in fuora, il capo adunco, & montonino, le coste e i lati, che siano larghi, & lunghi, rilevati sopra al ventre, & fianchi. Perchè dimostrano che il cavallo è più atto nel cavalcarsi, più robusto, & di miglior pasto. Quanto al colore, io direi, che Virgilio intende de gl’armellini, quando rivolti i peli, hanno anco bianca la pelle; & Platone vole, che l’habbino nera, il che è segno d’addustione, la quale pò ben mitigare, & far nera la flemma, che tal bianchezza dimostra nel cavallo si pò dire ancora, che i bianchi pallidi, over mellati, & non i candidi, & fulgenti intenda il Poeta; perche in altro luogo lauda il color candido, facendo à gran capitani cavalcar destrieri di simil pelo nelle imprese di maggiore importanza. Et però quel verso si pò, così si deve indendere secondo Servio & altri così: deterrimus albo giluo cioè bianco mellato com’io esposi. Hor i lombi quando saranno più larghi, tondi, & curti, saranno anco megliori & più agevolmente il cavallo alzarà i piedi sciolti da terra, & liberi. Per questo ancora conoscerete, che i budelli saranno piccioli, li quali se fusseno grandi oltra il devere, in parte deformariano il cavallo, & in parte lo aggravariano, & debilitariano. Et non so come anco in questo tenga il contrario alcun moderno, che vuole, che il budelo sia grosso, se non volesse per questo dire che intende [p. 34v modifica]del budello che risponde dietro al secesso, il quale anco io non so perche se lo vogli grosso; la ragion volendo, & il commun consenso de gl’homini, che non sia grosso ne sottile ma mezzano, & non uscito in fuori, & spicato quasi, per modo di dire, dal fondamento, ma con quello unito & saldo, dando in ciò segno di carne più soda, & di più robusta complessione. Deveno esser le coscie larghe, & carnose, & che habbino proportione col petto & fianchi. Le spalle deveno esser larghe lunghe, & piene di carne, ma moscolose come anco il petto & deve esser tutto il corpo. Quella parte, che è di sotto la spalla & va fin’al ginocchio vol esser carnosa & dura, perche non solo gli darà maggior forza, ma etiandio più venustà & bellezza. Il resto delle gambe vole esser asciutto. L’ossa delle quali deveno essere curte, & larghe accompagnate da bonissimi nervi; perche sono lo stabilimento di tutto il corpo. Ma non deveno haver le vene spesse, ne apparenti, come il resto del corpo deve havere. Perche affaticandosi il cavallo, & massime per luoghi aspri, queste tali vene s’impirebbono di sangue più del dovere, & fariano nodi nelle gambe & gl’infiarebbeno, & causarebbeno anco de gl’altri mali. Per il che il cavallo ne diverrebbe zoppo. Mi pare haver detto assai bastevolmente con l’opinioni insieme di preclari auttori, quanto sono quelli, che pur hora ho addutti nel mezzo. Della forma, & bellezza, che deve havere il poledro, & ogn’altro cavallo; ma non però vi ho detto, che formosità, & bellezza intendo in questo luogo, che sia una cosa medesima, ancor che la bellezza si possi cavare dalla forma & dal colore, & da tutte due queste parti insieme; non dimeno non pò essere, che una cosa formosa non sia medesimamente bella,, ma ben pò stare, & sta molte volte il bello, senza formosità. Quello adunque secondo l’opinion mia per hora è veramente formoso, che è bello, & quello è bello che è formoso. Per il che dirò, che altro non sia bellezza, & formosità che una certa figura proportionata de membri con vaghi lineamenti, & con una certa soavità di colori, che rapisce l’homo nel suo desiderio per fruirla. Et se ben questo propriamente si conviene più nella bellezza corporale de gl’homini, & delle donne, che in nessun’altro animale; si vede nondimeno ancora che non solo in tutti gli altri animali, & così a un certo modo, ma etiandio in tutte le altre cose. La onde come vediamo un bello, & ben fatto cavallo, subito siamo mossi ad amarlo, & à desiderarlo. Ma havend’io digresso assai più di quello, ch’io credevo; tempo è ch’io passi a dire de’ cavalli boni per le caccie, & per le guerre.