Il cavallarizzo/Libro 1/Capitolo 6

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Cap. 6. Dell'intelletto, overo intelligentia del cavallo.


Quanto ingegno, & intelletto habbi il cavallo, & quanto s’ingannino quelli, che pensando, che poco, ò nulla ne habbi; poco lo stimano mi sforzerò di mostrare nel presente capitolo, & in altri luoghi, & anco, che l’intelleto, & la docilità del cavallo si possi dimostrare per molti chiari esempi, & antichi, & moderni, li quali io non intendo di andar raccogliendo d’un per uno, nondimeno con quelli pochi, ch’io ci addurrò, hora lo farò chiaro. Et cominciando con l’essempio di Sebariti populi & Cardiani, dico, che questi avezzavano di lor cavalli à danzare con certa misura, ordine, & numero di salti, al suono della tibia trombetta, over Zampogna che vogliamo dire, et l’introducevano dipoi nelli conviti, dove con certi gesti di ballare sopra i due piedi di dietro, con gesti in aria di quelli dinanzi, che à un certo modo, in questo caso, si possono chiamare mani, davano gran piacere à convitati; come vol Celio, & Athenio auttori gravissimi. Il che nondimeno fu dannoso alcune [p. 15r modifica]volte à questi populi nei fatti d’armi. Et da qui viene, che hoggi non si insegnano più simile cose à cavalli boni, & dà guerra; & non perche non si potesse, & sapesse ammaestrarli nel medesimo modo, & insegnarli ancora alcune cose maggiori. Come poco è che vedemmo in Roma Thedeschi che havevano ammaestrato dui ronzini, che facevano tutto questo; & di più li facevano guidare da una simia, facendo tanti diversi giochi, & tante diverse cose, che era cosa di maraviglia, & di stupore. Et per venire al particolare di dirne alcuna, dico, che conoscevano in una compagnia di gente folta un gentilhuomo da un villano, il patrone dal servitore, un giovane, un vecchio, un bello, un brutto, un’hom virtuoso, & un vitioso; Conoscevano i colori, mandati da i patroni, & da’ maestri à trovare, che havesse calze bianche, ò d’altro colore lo sapevano trovare; si colcavano distesi in terra come, che dormissero, & fusseno morti, & poi si levavano, & saltavano in quà, & in là con gran destrezza; & finalmente facevano cose quasi impossibili, & da non credere. Poco è ch’io vidi pur in Roma un cavallo, il quale non si lasciava cavalcare da altri, che dal patrone, il qual discavalcato, non si lasciava prendere da nissuno, ma come vedeva il suo patrone, & ne sentiva la voce subito se gli accostava da se medesimo, mansueto, & tutto allegro. Per il qual essempio possiamo anco credere quel, che si legge del Bucefalo d’Alessandro Magno; & dell’Astorcone di Giulio Cesare. Si che, per me io credo, che siano docili à tutte le cose possibile, che da lor si possino fare. Ma che maggior argomento della docillità loro si pò vedere, che la moltitudine de i maneggi che gl’impara? La quale è cosa tanto maravigliosa, & dilettevole, ch’io non posso pensare che vi sia ne così severo, et savio homo; ne così rozzo, & selvaggio, che, & non se ne maravigli, & non si diletti infinitamente di vedere cavalli manegianti. Hanno ancor grande piacere, et allegrezza per l’intelligentia, che hanno. Et che sia vero i spettacoli Circensi lo dimostravano, percioche in quelli secondo Solino, alcuni cavalli col suono delle trombette; alcuni per alcun’altri suoni, et canti, alcuni per la verità del colore, et alcuni ancora per le faci accese erano provocati, & chi à i salti, et chi al corso, & chi ad una, & chi ad un’altra cosa, & tutti insieme assai maestrevolmente, & con bel modo le facevano. Hanno oltra di questo intelligentia spesso divina, secondo che vol Homero, & alcuni altri. Percioche sono presaghi ben spesso delle battaglie, et delle disaventure proprie, et de’ patroni; et similmente delle bone fortune. Et s’attristano molto della morte di quelli, li quali amano sopra modo. Come si vidde ne i cavalli d’Achille, & in Astorcone cavallo di Giulio cesare. Il quale alcuni vogliono, che lacrimasse tre dì innanzi della morte del suo Cesare, benche altri tengano, che morisse prima, & che da Cesare fosse honaratissimamente sepellito. Poco innanzi ancora della morte di Cesare, furono trovati i cavalli: che egli havea lasciati [p. 15v modifica]liberi, & consecrati à Marte nel passar del Rubicone, come dice Svetonio astenersi dal cibo, & lagrimare. Et del cavallo di Palante. Vergilio ne scrive nell’undecimo dell’Eneide in questo modo.


    Post vellator equus, profitis insignibus aethon
    It lachrimans gutisq; humectat grandibus ora.
Li quai versi in lingua nostra vogliono dire.
    Poi segue Etton caval atto alla guerra
    Che senza insegne lagrimando forte
    Di gran lagrime il muso, è il terren bagna.

A Dario il suo cavallo predisse, & diede con l’annitrire l’Imperio; come più diffusamente racconterò nel terzo libro. Si rallegrano ancora assai delli honori, & della vittoria ò ne i palij al corso, ò altro pregio, pur che vincano; & vinti si dogliono; come affermano Lattantio, & Ovidio. & sopra tutti Virgilio nel terzo della sua Agricoltura, quando dice in molti versi questo, ch’io raccoglio in poche parole.


    Et qual prema dolore, e attrista il vinto
    Et come si rallegri il vincitore
    De l’acquistata, & gloriosa palma
    Ben poi veder nel corso; & poi c’han corso
    I bon destrieri. A cui disio d’honore
    Ingombra loro i petti, & di vitoria.

Et Plinio vuole, che per desiderio d’alcuna cosa molto s’attristano, non potendola conseguire, & in modo tale, che molte volto ne piangono. Et se ne ho visto la prova ne’ barberi, che ho tenuti per il correr de palij, & in altri cavalli, che alle volte lagrimavano senza causa alcuna. Per il che potrebbe essere, che la diffinitione dell’hom non fosse così propria com’altri si crede, che l’homo è l’animale rationale risibile: convenendosi anche il ridere, & il piangere ad altro animale fuor dell’homo, & forse anco secondo Lattantio Firmiano la ragione. Hor cerca l’amore, che portano a’ patroni, oltra le cose sopra allegate ci sono chiari essempi del cavallo d’Artibio Persiano, come recita Herodoto, che essendo Arthibio occiso da Onefilo, il suo cavallo contra Onefilo fece ogni sforzo per opprimere Onefilo, & ammazzarlo. Et l’haverebbe fatto, se dalla moltitudine de’ soi armati non fosse stato difeso. Socle Atheniese giovene bellissimo fu tanto amato da un suo cavallo, che essendo venduto da quello, si astenne in modo dal cibo, che di malenconia si morse. Come fece anco il cavallo di Nicomede Re di Bitinia. Ne solo ha le parti suddette, ma anco ha religione in se, & osservantia verso i parenti, come racconta Varrone d’un cavallo, che non volendo coprire la madre, vi fu indotto dal Pastore della razza con gli occhi velati, ma disceso & scoperti quelli, fatto certo del fatto, con sì gran rabbia assalì il cavallaro [p. 16r modifica]che l’occise. Ben che i molti cavalli si vede generalmente grandissima furia, & naturalmente grand’impeto di poi il fatto del coito, per un picciol spatio di tempo. Et però il suddetto essempio si pò attribuire più presto à furor naturale che à religione, & osservantia. Ma Plinio, & Aristotele, a’ quali in tutto quello, c’hanno scritto, ò in la maggior parte si pò, & si deve credere, indubitatamente; affermano che per tal fatto se ne sono precipitati alcuni. Hanno i cavalli memoria grande, & si raccordano di chi li fa dispiacere, Et benche molti esempi circa quello si potrebbono addurre, pur io ne racconterò se non uno per esser breve, che non è molto che accascò; & l’Illustrissimo Signor Giovan Battista Conti, Signor di Valmontone si ritrovò presente, & sua Signoria lo narrò a me per cosa vera. Fu un gentilhuomo, il quale si dilettava molto della caccia e de’ cani; & havea un bono, & piacevole cavallo, & havendolo più, & più volte maltrattato nella caccia, battendolo fuor di modo, & col sprone, & con altro, per volere che corresse più che l’esser suo non comportava; un dì smontando in campagna per soccorrere una lepre, il cavallo spinse contro di lui con tal prestezza, & si fier’animo, che se lo cacciò sotto, & l’ammazzava con morsi al fermo, & co’ piedi se non fosse stato soccorso presto. Il medesimo intervenne anco ad un gentilhomo mio amico. Al che fui io presente. Si raccordano anco molto più di chi gl’accarezza, che di chi gli dà noia, & gli ne rendono molte volte il contracambio. Si come ancora accenna l’Ariosto nel suo Orlando, quando fa, che Baiardo à Sacripante si volta con calci, & mansuetissimo va a ritrovar’ Angelica raccordevole delle carezze da lei ricevute in Albracca. I Tartari confidati, & nell’amore grande che portano le cavalle à i lor figlioli, & nella memoria, che hanno lasciando i lor poledri ne i confini, entrano nelle Provincie lor vicine, tra le quali ve ne sono alcune tanto addentro al Settentrione, che stanno quasi in continua notte, & oscurità, come stanno anco i Cimerij pur populi di Scithia, i quali da tempo alcuno mai vedeno il Sole, & temendo i Tartari, che una si longa oscurità non gli sopragiunga, per la quale non sappino poi ritrovar la via del ritorno, fatta che hanno la preda lasciandosi guidare dalle cavalle nell’oscuro, & per i sentieri obliqui, si riducono ne i lor paesi. Perche le cavalle tenere delli figlioli lasciati, ben tengano à memoria più, che gl’homini la via del ritorno. Si che per le cose, che havemo dette si pò concludere, che i cavalli conoschino, siano docili, habbino amore a’ soi patroni, habbino ingegno, & intelligentia grande, memoria ancora, & religione.