Il cinematografo non esiste
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IL CINEMATOGRAFO NON ESISTE
Io cercai di riordinare con un certo metodo le mie idee sulla materia: prendendo le mosse sin dalle origini.
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Anche quando ero bambino, un giorno mi dissero — Vieni a vedere il cinematografo. È un po’ caro, perchè costa sei soldi. Ma è una cosa curiosa. — Io trovai uno zio che mi pagò i sei soldi, e andai a vedere con lui la cosa curiosa: in un localetto scuro, da Lelieure, al vicolo del Mortaro. Lo spettacolo era interamente, come si direbbe adesso, dal vero: Re Umberto tutto baffi e occhi che passava una rivista, e poi la gente che andava pel Corso sul mezzogiorno, e poi del bagnanti che si buttavano a mare dal trampolino d’uno stabilimento, sollevando di grandi spruzzi candidi tutt’intorno.
... va a cominciare!...
Ma, forse a motivo che la proiezione tremolava molto e dava fastidio agli occhi, lo spettacolo era breve. Non tanto però da escludere un specie di scena comica finale: la quale consisteva nel proiettare le films alla rovescia sotto gli occhi degli spettatori. E allora tutti a ridere vedendo uomini e carrozze pel Corso camminare tranquilli all’indietro e il mare donde schizzavan fuori i bagnanti, preceduti dagli spruzzi, fino a risaltar sul trampolino. Risi anch’io molto, e catalogai mentalmente questo genere di balocco fra altri che già conoscevo: la lanterna magica, lo stereoscopio, il lamposcopio, le figurine mobili, ecc. Poi me ne scordai. Di certo il Cinematografo, col C maiuscolo, in quel tempo ancora non esisteva.
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Ci tornai molto più tardi, da adolescente, che già m’ero fatta una specie di passione pel teatro, e conoscevo a menadito i vari generi di letteratura dramatica, i quali non erano stati ancora aboliti da Benedetto Croce. Questa volta non fu uno zio, ma un compagno cattivo, che mi condusse in un locale più vasto, per soli quattro soldi, a vedere uno spettacolo silenzioso di gente truccata e vestita in costume, che si amava e si odiava e si batteva sullo schermo al suono d’un pianoforte, attraverso intrighi abbastanza complicati. Il mio compagno sosteneva che questo era un nuovo genere d’arte, io invece, sicuro del fatto mio, al termine dello spettacolo m’alzai con sdegno. — Ma che nuovo genere! — dissi. — Questa è roba antichissima. È la forma di rappresentazione che l’umanità conosce forse da più tempo, certo da molte migliaia d’anni. È la rappresentazione muta, fatta coi soli gesti: e si chiama pantomima!
Il mio compagno, che essendo cattivo, credeva nelle scienze meccaniche e tendeva al positivismo si mise a ridere con compatimento.
— Cosa c’entra qui la pantomima? Non vedi che qui ti trovi dinanzi all’applicazione d’un suo mezzo di riproduzione che l’ha rivoluzionata? Non t’accorgi che questo mezzo meccanico le ha conferito possibilità stragrandi, ne ha centuplicato gli effetti, l’ha maturata e rinnovata?
Io sentenziai:
— Tutti i mezzi meccanici di riproduzione e di diffusione d’un’arte possono influire sino a un certo punto su quell’arte. Anche la stampa ha influito di certo sulle nuove forme di letteratura; ma quanto a rinnovarla ab imis fundamentis, ci vuol altro! Qual è la novità essenziale apportata all’arte scenica da questo nuovo mezzo? La possibilità di cambiare scena cinquanta volte nel corso di un lavoro? Ma se Shakespeare la cambiava di già trenta o quaranta volte, senza bisogno di cinematografia! Ti dico che questa non è che la vecchia pantomima: una sua vera esistenza il cinematografo non l’ha.
Per la storia devo confessare che io feci una bella figura davanti al compagno cattivo che ammutolì.
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E peggio fu quando, rientrando talvolta in qualcuna di quelle sale oscure, sempre più vaste e tuttavia più grevi d’aliti caldi, o soltanto buttando gli occhi sugli enormi manifesti delle loro Imprese, io rividi apparire a mano a mano i titoli di tutti i drammoni
... e leggono il giornale facendo un salto quando capita...
più antichi e dimenticati, quelli che nemmeno nelle filodrammatiche di provincia attrarrebbero più l’ansito delle piccole borghesi: ovvero le riduzioni dei romanzacci più farraginosi, con sottotitoli irti di punti esclamativi: “La vendetta del morto. — Lacrime d’una madre! — Miser chi mal oprando si confida... — È mio figlio!!!„
Non dico mica che tutti gli annunci di spettacoli cinematografici fossero di codesto genere; nè che, con l’andar del tempo, le riduzioni e gli adattamenti di opere drammatiche alla scena muta fossero tutti tratti dalle più disastrose. Anzi. Mi ricorderò sempre del cortese invito che ricevetti da una Casa notissima, per assistere alla esecuzione di Cavalleria Rusticana, dove Santuzza era un’artista famosa.
Oh benedetta Cavalleria, unico, ma pregno capolavoro del nostro teatro tragico! Io ero fresco tuttora dall’averla sentita sulla scena di prosa, in una serata memorabile, nella quale Giovanni Grasso s’era contenuto in una linea insolitamente sobria, e Tina di Lorenzo e Febo Mari, ambedue siciliani, sotto la sua direzione e nell’eloquio nativo, s’erano composti in una spontaneità miracolosa che in loro non avevo mai conosciuta, e la compagnia che li circondava aveva palpitato concorde nella sua semplice verità, compresa la ragazzina di tredici anni che all’ultima scena era entrata urlando: Hanno ammazzato compare Turiddu! — Quell’urlo, che a ridirlo così tra noi ci fa per lo meno sorridere, tanto pure sciupato e parodiato dall’abuso di trenta e più anni, lì sulla scena del Valle fu accolto dall’anelito, dal fremito selvaggio d’un pubblico tutto assorto alla vicenda del dramma come una cosa nuova, spasimante e attorto in un orrore tragico che gli levava il respiro, e da cui si liberò in una follia d’applausi che coronarono il cader del sipario con un trionfo quale nessuno prima conobbe mai.
Ed ecco ch’io mi ritrovavo adesso davanti allo schermo: il dramma che recitato si conchiude in mezz’ora, qui al cinematografo durava più d’un’ora e mezza: tutto v’era stato allentato, diluito, corretto, illustrato, contaminato: era intervenuto il paesaggio, il sole tra i fogliami, le casette vere del paesello vero, l’attrice che sostava a farsi pigliare di fronte e di profilo, di tre quarti, in piena luce, a mezza luce; si cominciava da Turiddu che va soldato, si andava avanti con le pene di Santuzza e il dispetto di Lola, e via per scene e controscene e lacrime e occhiate e contorcimenti.... E quell’urlo, dov’era quell’urlo? E senza quell’urlo, dove se ne andava la tragedia?
Fui io che me ne andai; avvilito; e pensavo tra me: — Se per caso il cinematografo fosse questo, non sarebbe che una goffa contraffazione del teatro.
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Ma qualcuno ch’era molto intelligente e molto al corrente, si prese la pena di dimostrarmi che avevo torto. Mi fece leggere gli articoli che cominciavano a piovere da più parti contro l’errore dei cinematografisti che volevano ridurre per lo schermo quel ch’era stato concepito per la scena parlata; mi spiegò la differenza fra i veri artisti del Cinema e quelli che vi emigravamo malamente dal teatro di prosa o di musica al solo scopo di far quattrini, mi parlò di tecnica e di innovazioni; mi descrisse l’avvenire della pantomima cinematografica come dell’arte moderna per eccellenza. In fondo egli concepiva l’arte con criteri di un realismo assoluto, e quindi considerava come il non plus ultra della modernità, una rappresentazione dal vero assolutamente fedele, quale un teatro con attori truccati, scenari di cartone e luci artificiali non può dare. Scegliere e raggruppare attori vecchi a giovani, brutti o belli, grandi o piccoli, volta per volta, a seconda delle circostanze, senza mai ricorrere alla truccatura e agli adattamenti, portare la scelta sempre sul vero, sia in cima a una montagna sia in fondo a un deserto sia nel cuore d’una metropoli, riprendere il tumulto dell’esistenza moderna così qual è, con la semplice fotografia; ritrarre non già comparse, ma masse di vero popolo, ciurme di veri marinai, eserciti di veri soldati; ecco come, diceva l’amico mio intelligente, riusciremo a riprodurre, inquadrare e celebrare la vita quale oggi trionfa.
E un altro mio maestro andava più in là. S’era nel periodo dei rumori futuristi; e costui deplorava che Marinetti non mostrasse di intendere come soltanto dal cinematografo egli aveva da aspettarsi il massimo rendimento per un programma di vera rinnovazione. Per lui, nulla meglio che il cinematografa poteva prestarsi a quell’arte rapida e intensa, a quelle sintesi sbalorditive della nostra febbrile inquietudine, ecc., che i futuristi predicavano: niente era più logico, dopo le parole in libertà, che la soppressione delle parole: nessuna musica meglio di quella futurista avrebbe potuto commentare i gesti sommari degli attori silenziosi; e creare in unione con essi quel tipo di spettacolo novo da sostituire all’invecchiatissimo melodramma.
Altri infine, di là dal futurismo, ricapitombolava nel sogno e nella poesia! Il cinematografo, con tutta la ricchezza dei mezzi di cui dispone, sarà per eccellenza l’arte del sogno! Nessuna visione arriverà a divenire eterea, irreale, impalpabile, evanescente, lirica, come quelle cinematografiche! Soltanto sulle schermo un teatro di poesia avrà la sua possibilità d’essere, perchè non sarà sciupato dalla realtà di creature di carne e di somari dipinti! O cinematografo, liberatore delle anime nostre, dissetatore delle nostre più anelanti aspirazioni, salute!
È perciò che ho, desideroso di sapere il perchè e il percome di questo curioso fenomeno della vita sociale ch’è il successo dell’industria cinematografica, seguito ad entrare attento, di quando in quando, con la spesa non più di quattro o di sei soldi ma di due o tre lire, nelle sale sulla cui porta il groom dalla giubba rossa mi grida: — Va a cominciare! — Ma finora continuo a tornare a casa con la testa bassa.
...le quali si tirano su i lembi della scollatura.
Di futurismo, trovo pochino: mi pare che l’innovazione più audace resti sempre quella che ammirai da Lelieure venticinque anni fa, della pellicola girata alla rovescia, con la gente che cammina all’indietro e bagnanti che schizzano fuori dall’acqua.
Di cinematografia lirica, idealizzata, sognata, ecc., trovo anche meno: se non mi si vuole gabellar per tale la silhouette della prima donna presa contro luce, o il tremolio del sole che fa da luna nelle acque d’un laghetto, o il rumeggiar di un cespuglio tutt’intorno a un quadro colorato in turchino tenue: ovvero anche i metodi sul tipo di quelli adottati dall’autore di una film famosa, che per introdurre dell’elemento fantastico nella sua storia, fece sì che in personaggio dormendo soffrisse d’incubo, e si vedesse sfilare in sogno davanti agli occhi tigri, leoni, elefanti e dromedari, tutti insomma gli animali disponibili nel Giardino Zoologico di Roma.
Quanto al realismo e alla riproduzione della nostra vita qual è (segreto, dicono, del successo del cinematografico).... Io vedo una quantità di salotti con vetrate di cristalli molati e con mobil eleganti, i quali però dan loro molto più l’aspetto di esposizioni Ducrot che di ambienti in cui si viva. Io cerco tuttora, nelle visioni che si svolgono in questi ambienti altrettanto fittizi quanto quelli dell’operetta, una interpretazione purchessia di questa glorificata vita moderna. Io non incontro altro che dei signori in smoking o in pigiama, i quali parlano al telefono o accendono la sigaretta o leggono il giornale, facendo un salto quando capita sotto il loro sguardo la grande notizia che poi verrà prospettata in primo piano; e delle signore in decolleté o in vestaglia, tutte — a differenza di molte nostre attrici, chissà perchè — formose, e piuttosto scoperte, le quali si tirano su i lembi della scollatura troppo larga, e di solito mostrano d’essere molto ma molto infelici.
Ora quando si pensa, non dico a quello che abbiam sempre deplorato nei nostri manierati commediografi, che sarebbe ameno paragonare con gli autori delle più vantate films, ma a quel che deploriamo ogni giorno nei nostri attori men buoni: la mancanza di agevole spontaneità, le formule convenzionali nell’atteggiamento e nel gesto, l’abuso delle controscene stereotipate, ecc. ecc., e poi si vedono sullo schermo i divi e le dive muoversi a quel modo, e fare ad ogni passo di quelle eterne controscene e di quelle interminabili smorfie, che distano dalla realtà quanto la Russia odierna dal buon assetto sociale: vien fatto di domandare con stupefazione se proprio questa sia destinata a diventare l’arte vera, semplice e rapida per eccellenza, l’espressione fedele di quella tumultuosa esistenza quotidiana che sapete, ecc., ecc.
E tra questi pensieri, tutto quel po’ po’ di ditte, di uffici, di imprese, di giornali, di teatri di posa, e roba consimile, di cui sopra s’è parlato, non possono che guardarsi in fondo che con simpatia: con la simpatia che meritano gli ostinati atti di fede in qualche cosa che fermamente si spera debba venire, dal momento che non esiste. Questa cosa — a ricever la quale è già pronta una così enorme organizzazione, che intanto si arricchisce soltanto a far le sue prove — sarà un giorno, a quanto si dice, il Cinematografo.
Come annunziammo nell’ultimo numero, avevamo chiesto a Silvio d’Amico un articolo, pur sapendo che le simpatie del giovane e battagliero critico drammatico non sono per la scena muta. Ed egli ci ha risposto inviandoci questo scritto, che è un paradosso dalla prima all’ultima parola. Nella sua abituale aggressiva vivacità, l’autore ha forse creduto di sconcertarci? Si sarebbe ingannato: tanto ingannato che noi gli pubblichiamo l’articolo, e al posto di onore, perchè il suo coraggio gli appaia subito superato dal nostro. E glielo pubblichiamo sopratutto per questo: che esso è un indice importante. Un indice della mentalità dei nemici del cinematografo, i quali cominciano col parlarne sorridendo e pigliandolo sottogamba ma poi, almeno per accanirsi contro di esso o negarlo addirittura, finiscono col mutar tema, e adoperar le parole sul serio. Alcuni infine diventano scrittori del teatro silenzioso, celandosi sotto immaginosi pseudonimi, aspettando i successi clamorosi dei cartelli sesquipedali.
In fondo Silvio d’Amico, in questo articolo, non fa che rivolger contro il Cinema le stesse armi che punta ogni giorno contro il teatro di prosa. Cosa direbbe se noi gli osservassimo che ragionando a cotesto modo anche il teatro non esiste? Egli combatte per la sua restaurazione. Bisogna restaurare anche il Cinematografo? D’accordo.
Ma non si restaura il nulla. Come contro il nulla non si battaglia. Anche Cyrano, quando tirava le sue stoccate nel vuoto, mirava, sia pure da molto distante, alla Luna. Ma il cinematografo, sia detto con sopportazione, è una Luna intorno alla quale gravitano molte stelle.
N. di R.
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