Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo I/Capitolo terzo

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Capitolo terzo

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CAPITOLO TERZO.


Per me si va nella città dolente, ec.

In questo canto ne racconta l’autore come alla porta dell’inferno pervenissero, e come dentro ad essa fosse da Virgilio menato, e quivi vedesse i cattivi miseramente afflitti, e ultimamente pervenissero al fiume d’Acheronte. E dividesi questo canto in due parti: nella prima mostra come alla prima porta dell’inferno pervenisse, e dentro a quella fosse da Virgilio menato. Nella seconda parte discrive quello che dentro dalla porta udisse e vedesse: e comincia: Quivi sospiri, pianti. Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella fine del precedente canto ha detto, cioè come con Virgilio entrasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta dell’entrata d’inferno: sopra la quale dice, vide scritto, Per me, cioè per entro me, si va nella città dolente, cioè nella città di Dite, dolente in

[p. 177 modifica]perpetuo, per li dannati spiriti li quali dentro vi sono: della qual città, perciocchè pienamente se ne scriverà in questo libro appresso nel canto ottavo, qui non curo di dirne alcuna cosa.

Per me si va nell’eterno dolore,

al quale dannati sono coloro li quali muoiono nell’ira di Dio,

Per me si va tra la perduta gente,

dice perduta, perciocchè alcuna potenza di bene adoperare non è in loro: e questi cotali meritamente si posson dir perduti. Giustizia mosse, a farmi: e la giustizia che ’l mosse fu la superbia del Lucifero, la quale meritò eterno supplicio, il quale Iddio volle tanto da sè dilungare quanto più si potea: e perciò nel centro della terra gittatolo, quivi la sua prigione fece, e volle quella finalmente esser prigione di tutti quelli li quali contro alla sua deità operassero: il mio alto fattore, cioè Iddio:

Fecemi la divina potestate,

cioè Iddio padre, al quale è attribuita ogni potenza: La somma sapienzia, cioè il Figliuolo, il quale è sapienza del padre, e ’l primo amore, cioè lo Spirito santo il quale è perfettissima carità, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo. E così appare, questa porta essere stata fatta dalla Trinità, e a dimostrare che chi offende in alcuna cosa Iddio offenda queste tre persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo composto, dove gli offenditori in perpetuo fuoco sono dannati. Dinanzi a me, porta, non fur cose create. Se non eterne; così mostra questo luogo essere stato prima creato da Dio che [p. 178 modifica]fosse creato l’uomo, il quale quanto è al corpo non è eterno: e fosse creato poichè fu creato il cielo e la terra e gli angioli i quali sono eterni. E perciocclhè, come parte degli angioli peccarono, che peccarono prima che l’uomo fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo in lor prigione e supplicio, quantunque i santi tengano questo aere tenebroso essere pieno di quelli, come appresso più distesamente alquanto si dirà. E in quanto l’autore dice qui, eterne, favella di licenza poetica, impropriamente assai spesso si fa: perciocchè l’essere eterno a cosa alcuna non s’appartiene, se non a quella la quale non ebbe principio nè dee aver fine, e questa è solo Iddio: gli angioli e le nostre anime, e certe altre creature da Dio immediatamente create, quantunque mai fine aver non debbano, perciocchè ebber principio, non si deono, propriamente parlando, dire eterne, ma perpetue: ed io eterna duro, siccome opera creata da Dio senza alcun mezzo; perciocchè per li dottori si tiene ciò che immediatamente fu o sarà creato da Dio è eterno:

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.

dentro da me:

Quia in inferno nulla est redemtio:

se ciò di potenza assoluta Iddio non facesse, come fece de’ santi padri, li quali ne trasse, quando già resuscitato da morte spogliò il limbo. Queste parole, di sopra dette, di colore oscuro, conforme alla qualità del luogo nel quale per quella porta s’andava,

Vid’io scritte al sommo d’una porta,

cioè a quella per la quale in inferno s’entrava: [p. 179 modifica]Perch’io, supple dissi, Maestro, Virgilio. E ben fa qui a chiamarlo maestro, perciocchè a’ maestri si vogliono muovere i dubbii e da loro aspettare le chiarigioni: il senso lor, cioè quello che dir vogliono, m’è duro, cioè malagevole ad intendere. E quelli, cioè Virgilio, a me, supple rispose, come persona accorta, cioè intendente, Qui, cioè in questa entrata, si convien lasciare ogni sospetto, acciocchè sicuro si vada: Qui si convien ch’ogni viltà, d’animo, sia morta, cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua entro. E son queste parole prese del sesto dell’Eneida, dove la Sibilla dice ad Enea:

Nunc animis opus est Ænea, nunc pectore forti.
Noi siam venuti al luogo, ov’io t’ho detto,

cioè all’inferno, del quale vicino alla fine del primo canto gli disse,

Che vederai le genti dolorose,

C’hanno perduto, per li lor peccati, il ben dell’intelletto, cioè Iddio, il quale è via, verità e vita: e il ben dell’intelletto è la verità, per la quale tutti per diverse vie ci fatichiamo, e pochi alla notìzia di quella pervengono.

E poichè la sua mano alla mia pose,
Con lieto viso, ond’io mi confortai.

Qui assai manifestamente n’ammaestra l’autore, con che viso noi dobbiamo mettere chi ne segue nelle dubbiose cose: e dice che dee esser con lieto; perciocchè dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtà chi segue: dove non avendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leggiermente impauriscono e diventano vili, come noi leggiamo le legioni romane, [p. 180 modifica]da contrarli auspizii, e dal viso di Flaminio consolo turbato, invilite, da Annibale allato al lago Trasimeno essere state sconfitte. Dice adunque di sè l’autore, che vedendo nell’entrata di così dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si confortò tutto.

Mi mise dentro alle segrete cose.

Segrete sono in quanto agli occhi mortali manifestar non si possono, perciocchè così i tormenti come i tormentati, e i tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invislbili a noi, e quinci segrete; quantunque gli effetti di quelle, secondochè mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il dì ci sieno aperte e palesate.

Quivi sospiri, pianti e alti guai.

Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale dissi che si descrivea quello che l’autore nella entrata prima dell’inferno avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette; perciocchè nella prima l’autor pone molti dolorosamente dolersi: e nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che così si dolgono: nella terza descrive l’autore la pena dalla quale questi son tormentati: nella quarta dice l’autore, sè aver vedute molte anime correre ad un fiume: nella quinta dice, sè essere a questo fiume pervenuto, e non averlo voluto passare dall’altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava: nella sesta gli apre Virgilio perchè Caron non l’ha voluto passare: nella settima ed ultima mostra 1’autore, sè per un tremor della terra, e poi da un baleno, essere stato vinto e caduto. La seconda comincia quivi: [p. 181 modifica]

Ed egli a me: questo misero modo.

la terza quivi: Ed io, che riguardai. La quarta quivi: E poi, ch’a riguardare. La quinta quivi: Ed ecco verso noi. La sesta quivi: Figliuol mio, disse, La settima e ultima quivi: Finito questo. Dice adunque così, Quivi, cioè nella prima entrata dell’inferno, sospiri, pianti: pianto è quello che con rammarichevole voce si fa, quantunque il più i volgari lo intendano ed usino per quel pianto che si fa con lagrime: e alti guai: questi appartengono ad ogni spezie di dolore, e massimamente a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra.

Risonavan per l’aere senza stelle,

cioè oscuro, e dal cospetto del cielo chiuso.

Perch’io, al cominciar ne lagrimai.

Ecco una delle fatiche dell’animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli s’apparecchiava. Diverse lingue, cioè diversi idiomi, per la diversità delle nazioni dell’universo, le quali tutte quivi concorrono: orribili favelle, cioè spaventevoli, come son qui tra noi quelle de’ tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino, quando più amichevolmente favellano: Parole di dolore, cioè significanti dolore, accenti d’ira. Accento è il profferere il quale facciamo alto o piano, acuto o grave o circunflesso: ma qui dice che erano d’ira, per la quale si sogliono molto più impetuosi fare, che senza ira parlando non si fanno. Voci alte, per le punture della doglia, e fioche. Suole l’uomo per lo molto gridare affiocare, e suon di man, come soglion far le femmine batteadosi a palme, con elle, [p. 182 modifica]cioè con quelle voci: le quali cose intra sè diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma Facevano un tumulto, cioè una confusione, il qual s’aggira; perciocchè il luogo è ritondo, ed essendo da quel tumulto l’aere percosso, e non avendo alcuna uscita, è di necessita che per lo luogo s’aggiri, e prenda moto circulare,

Sempre in quell’aria, senza tempo tinta,

cioè mutata per contrarietà di venti, o di altro accidente,

Come la rena quando turbo spira.

Dimostra qui l’autore, per una breve comparazione, il moto di quel tumulto, come di sopra dissi, essere circulare, e di quella forma che noi veggiam talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superficie della terra; e questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da’ suoi effetti turbo, spira; il quale non pare avere alcuno ordinato movimento come gli altri hanno; perciocchè non viene da determinata parte, ma essendo la esalazion calda e secca, che dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddezza d’alcun nuvolo, e da quella a parte a parte cacciata, divien vento, il quale laddove s’ingenera prende moto circulare: e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è; intanto che in una medesima piazza noi il vedremo in una parte di quella e non in un’altra, E perciocchè la esalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste circulazioni sopra la terra. E questo vento, come che noi il chiamiamo turbo; Aristotile il [p. 183 modifica]chiama tifone nella sua meteora, dove chi vuole può pienamente vedere di questa materia. Ed io ch’avea d’orror, cioè di stupore, la testa cinta, cioè intorniata: e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto,

Dissi, Maestro, che è quel ch’io odo?

che fa questo tumulto, E che gent’è, questa, che par nel duol sì vinta? secondo che le lor voci manifestano. Ed egli a me. In questa seconda parte della suddivisione, dichiara Virgilio all’autore chi sien costoro de’ quali esso dimanda. Ed egli, cioè Virgilio, a me, supple rispose: questo misero modo, il quale tu odi, e del quale tu se’ stupefatto,

Tengon l’anime triste di coloro,

Che visser senza infamia, d’alcuna loro malvagia operazione; perciocchè quantunque buone non fossero, erano intorno a sì bassa e misera materia, che di sè non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si può dire che senza infamia vissero, e senza lodo, cioè senza fama; perciocchè come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano. Ma da vedere è che gente questa può essere: e se io estimo bene, questa mi pare quella maniera d’uomini li quali noi chiamiamo mentecatti o vero dementi, li quali ancorachè abbiano alcun senso umano, per molta umidità di cerebro hanno sì il vigore del cuore spento; che cosa alcuna non ardiscono adoperare degna di laude, anzi si stanno freddi e rimessi, ed il più del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno dal desiderio di dovere [p. 184 modifica]alcuna cosa adoperare: di che quello segue che l autore ne dice, cioè,

Che visser senza infamia, e senza lodo.

Mischiate sono, queste misere anime, a quel cattivo coro. Coro si dice propriamente una adunazion d’uomini, li quali in figura di cerchio sieno congiunti insieme; o coro è detto quello luogo, nel quale stanno nelle chiese coloro che cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio. E qui si potrebbe prendere per ciascuno di questi due significati; perciocchè considerato il movimento di questi spiriti, il quale è circulare, come appresso si dimostrerà, si può il loro dir coro: e se per altro significato il vorrem prendere, quello di costoro potrem dire coro, cioè loro essere ordinati a modo di coro, ma non a cantare, anzi a piangere miseramente e in eterno. Cattivo il chiama per la similitudine la quale hanno quelli spiriti con queste anime de’ cattivi, le quali con loro son mischiate: e in tanto sono loro simili, in quanto non seppero deliberar che farsi nel tempo della rebeìlione del Lucifero, ma si stettero freddi e timidi, senza dillberare di tenersi con Dio come doveano, o seguire il Lucifero come non doveano. Degli angeli. Questo nome angelo è derivato da un nome greco, cioè aggelos, il quale in latino viene a dire nunzio, o ambasciadore o messo; e perciocchè quello oficio appo il diavolo fanno, cioè d’esser mandati, che appo Iddio fanno i buoni angeli, quel nome antico d’angeli sempre ritenuto s’hanno e ritengono, quantunque sieno divenuti demoni; e quantunque, secondochè alcun santo [p. 185 modifica]vuole, questo nome non è loro attribuito giammai, se non quanto sono in alcuna commissione loro fatta da Dio, la qual finita non si chiama più angelo, ma spirito beato: che non furon ribelli, supple a Dio,

Nè fur fedeli a Dio, nè per sè foro.

Non tenner costoro nè con Dio nè col diavolo. Ed acciocchè qui alcuno per men che bene intendere non errasse, è da sapere non essere state che due maniere di angeli, siccome il maestro ne dimostra nel secondo delle sentenze, e di queste due l’una non peccò, e però appresso a Dio si rimase in paradiso: l’altra che peccò, tutta fu gittata fuori di paradiso, e cadde, e questo aere tenebroso propinquo alla terra riempiè: e questo affermano i santi esserne pieno: e da questi talvolta muovono le tempeste, e le impetuose turbazioni che nell’aere sono e in terra discendono: e da questi dicono, noi essere tempestati 1 e stimolati, e venire quelle illusioni dalle quali i non molto savii son talvolta beffati e scherniti. Concedono nondimeno talvolta di questi dimoni discenderne in inferno ad infestare e tormentare l’anime del dannati; affermando questi cotali spiriti immondi, al dì del giudicio tutti dovere dalla divina potenza essere racchiusi in inferno. Ora pare qui che all’autor piaccia questi malvagi angeli essere in due spezie divisi; delle quali vuole l’una aver men peccato che l’altra, in quanto mostra questa spezie che men peccò, vicini alla superfìcie della terra essere rilegata. E perciocchè la giustizia di Dio secondo più e meno punisce, [p. 186 modifica]non intende costoro al dì del giudicio dover essere da Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli altri che molto più peccarono, e però vuolsi questa lettera che segue leggere in questo modo: Cacciarli i ciel, da sè; e segue incontanente la ragione, perchè, cioè, per non esser men belli; perciocchè i cieli son bellissimi, ed intra l’altre loro singolari bellezze hanno, che in essi alcuna macula di colpa non si trova; perciocchè in essi alcuna cosa non si riceve se non purissima, ed essi furono purissimi creati da Dio; perchè segue, se essi ricevessero questa spezie di angeli la quale è viziosa, essi maculerebbono la lor bellezza: e perciò, acciocchè questo non avvenga, essi gli scacciano e dilungangli da loro.

Nè il profondo inferno gli riceve,

cioè riceverà. E ponsi qui il presente per lo futuro; perciocchè altrimenti leggendosi o intendendosi parrebbero le spezie degli angeli esser tre, la qual cosa sarebbe contro alla cattolica verità. E dice, il profondo, a differenza del luogo dove sono in inferno, che veggiamo gli pone nella più alta parte di quello. E appresso mostra la cagione perchè dal profondo inferno ricevuti non sono, dicendo, Ch’alcuna gloria, cioè piacere, i rei, angeli, li quali manifestissimamente furon ribelli, avrebber d’elli, veggendogli in quel medesimo supplicio che essi saranno. E cosi appare non essere opera de’ ministri infernali che questi angeli non sieno nel profondo inferno, ma della giustizia di Dio, la quale non patisce che di cosa alcuna quegli spiriti maladotti possano avere [p. 187 modifica]alleggiamento della pena loro. Ed io: Maestro, supple dissi, che è tanto greve, cioè qual tormento,

A lor, che lamentar gli fa sì forte?

cioè sì amaramente. Rispose, cioè Virgilio, dicerolti molto breve, e dice così. Questi, cattivi, che tu odi così dolersi, non hanno speranza di morte, perciocchè manifesto è loro l’anime essere eterne; E la lor cieca vita, senza alcuna luce di merito, è tanto bassa, cioè tanto depressa, avendo riguardo che in inferno sieno dannati in eterno, e su nel mondo di loro alcuna memoria non sia, e quasi sieuo come se stati non fossero:

Che invidiosi son d’ogn altra sorte,

di peccatori, quantunque di gravissimi supplicii tormentati sieno; perchè chiaro comprender si può costoro essere miserissimi, poichè di ciascuno quantunque misero invidiosi sono; conciosiacosachè invidia non si soglia portare se non a’ migliori o a’ più felici di sè. Fama di loro: che cosa sia fama, è mostrato di sopra nella esposizione della lettera del precedente canto; il mondo, cioè il costume de’ mondani, il quale è solamente i segnalati uomini far famosi, esser non lassa; perciocchè furono torpenti, miseri e freddi.

Misericordia, e giustizia gli sdegna,

e questo perciocchè le loro opere non furon tali, che impetrar misericordia per quelle sapessero o potessero; per la qual cosa sarebbero stati allevati alla gloria eterna: e furon sì vili e sì dolorose, che giustizia gli sdegna, cioè non cura di dovergli tra le più gravi colpe dannare, quantunque in quelle per [p. 188 modifica]mentecattaggine forse peccassero ma siccome morti senza la grazia di Dio, gli lascia quivi, come gittati da sè, miseramente dolersi, come miseramente vissero. E questa seconda cagione è troppo più ponderosa che la primiera, e più gli preme; e per questa si manifesta loro sentire quanto la lor vita sia vile. E questa è la cagione, perchè come l’altre anime de’peccatori non vanno a passare il fiume di Acheronte, quantunque nondimeno in inferno sieno laddove sono. Non ragioniam di lor: quasi voglia dire, che il ragionar di cosi fatta spezie di genti è un perder di tempo: ma guarda, se t’aggrada di vedere la lor pena, e guardando, passa, e lasciagli stare. E questo riguardare gli concede Virgilio, non in contentamento dell’autore, ma in dispetto de’ riguardati, li quali noia sentono vedendo la lor miseria essere da alcuno veduta o conosciuta. Ed io che riguardai, secondo m’avea conceduto Virgilio: e qui descrive la qualità della loro afflizione, per la quale sì amaramente si dolgono: vidi una insegna, Che girando, cioè in giro andando, correva, cioè correndo era portata, tanto ratta, cioè sì velocemente,

Che d’ogni posa mi pareva indegna.

E dietro le venia, a questa insegna, sì lunga tratta, cioè sì gran quantità, Di gente, d’anime state di genti, ch’io non avrei creduto, avantichè io avessi veduto questo,

Che morte tanta n’avesse disfatta,

cioè uccisa. E dice disfatta, perciocchè la morte non è altro che la separazione dell’anima dal corpo, la quale per la morte separandosi, resta questa [p. 189 modifica]sizione dell’anima e del corpo, le quali insieme fanno l’uomo, essere disfatta; perciocchè dopo cotale dipartimento, colui che prima era uomo, non è poi più uomo. Poscia ch’io v’ebbi, guardando, alcun riconosciuto, il quale non nomina, perciocchè se egli il nominasse, qualche fama o infamia gli darebbe: il che sarebbe contro a quello che di sopra ha detto cioè,

Fama di loro il mondo esser non lassa ec.
Vidi, e conobbi l’ombra di colui,
Che fece per viltate il gran rifiuto.

Chi costui si fosse, non si sa assai certo; ma per l’operazione, la quale dice da lui fatta, estiman molti lui avere voluto dire di colui, il quale noi oggi abbiamo per santo, e chiamanlo san Piero del Morrone, il quale senza alcun dubbio fece un grandissimo rifiuto, rifiutando il papato. E dicesi lui a questo rifiuto essere in questa maniera pervenuto, che essendo egli semplice uomo e di buona vita, nelle montagne del Morrone in Abruzzo sopra Selmona in atto eremitico, egli fu eletto papa in Perugia, appresso la morte di papa Niccola d’Ascoli; ed essendo il suo nome Piero, fu chiamato Celestino. La cui semplicità considerando messer Benedetto Gatano cardinale, uomo avvedutissimo, e di grande animo e desideroso del papato, astutamente operando gl’incominciò a mostrare, che esso in pregiudicio dell’anima sua tenea tanto oficio, poichè a ciò sofficiente non si sentia: alcuni voglion dire che esso usò con alcuni suoi segreti servidori, che la notte voci s’udivano nella camera del predetto papa, le quali, quasi d’angeli [p. 190 modifica]mandati da Dio fossero, dicevano: renunzia, Celestino, renunzia, Celestino: dalle quali mosso, ed essendo uomo idiota, ebbe consiglio col predetto messer Benedetto del modo del poter renunziare. Il quale gli disse: il modo sarà questo, che voi farete una decretale, nella quale si contenga, che il papa possa nelle mani de’ suoi cardinali renunziare il papato. Il quale come a doverla fare il vide disposto, essendo essi in Napoli, segretamente fu col re Carlo secondo re di Sicilia, a cui istanza il detto papa poco davanti aveva fatti dodici cardinali, e apertogli l’animo suo, gli promise d’aiutarlo con ogni forza della chiesa nella guerra sua di Sicilia, dove facesse che rifiutando Celestino al papato, esso facesse che i dodici cardinali, fatti a sua istanza, gli dessero le boci loro nella elezione, la qual cosa il re gli promise. Laonde esso con alcuni altri cardinali italiani, sotto certe promessioni, ordinato questo medesimo, adoperò che il papa pronunziò la legge del dover potere rinunziare il papato: e il dì di santa Lucia, essendo stato cinque mesi e alcun dì papa, venuto co’ papali ornamenti in consistoro, in presenza de’suoi cardinali pose giù la corona e il papale ammanto, e rifiutò al papato. Di che poi seguì, che la vilia di Natale, messer Benedetto predetto fu eletto papa, e chiamato Bonifazio ottavo. Il quale ivi a poco tempo, perciocchè vedeva gli animi di molti inchinarsi ad avere nel detto frate Piero, quantunque rinunziato avesse, divozione come in vero papa, fece il predetto frate Piero chiamare dal monte sant’Agnolo in Puglia, dove per divozione andato n’era, e quindi, [p. 191 modifica]secondo che alcuni affermano, era disposto di passarsene in Ischiavonia, e quivi in montagne altissime e salvatiche finire in penitenza i dì suoi; il fece chiamare, e fecelo andare alla rocca di Fummone, e quivi tennelo mentre visse: ed essendo morto, il fece in una piccola chiesicciuola fuor della rocca, senza alcuno onore funebre, seppellire in una fossa profondissima, acciocchè alcuno non curasse di trarne giammai il corpo suo. Pare adunque l’autore qui volere lui per questa viltà d’animo, in questa parte superiore dello inferno tra’ cattivi esser dannato. Sono per questo alcuni che riprendono l’autore dicendo, lui qui avere errato, e detto contro a quello articolo che si canta nel Simbolo cioè: Et in unam Sanctam Catholicam, et Apostolicam Ecclesiam; in quanto dice contro a quello che la chiesa di Dio ha diliberato, cioè questo frate Piero essere santo, ed egli mostrando di non crederlo, il mette tra’ dannati. Alla quale obiezione è così da rispondere, che quando l’autore entrò in questo cammino, il quale egli descrive, e nel qual dice aver veduta e conosciuta l’ombra di colui che fece per viltà il gran rifiuto, questo san Piero non era ancora canonizzato perciocchè, siccome apparirà nel vigesimoprimo canto di questo libro, l’autore entrò in questo cammino nel MCCCI. e questo sauto uomo fu canonizzato molti anni dopo, cioè al tempo di papa Giovanni vigesimosecondo: e però infino a quel dì che canonizzato fu, fu lecito a ciascuno di crederne quello che più li piacesse, siccome è di ciascuna cosa che dalla chiesa determinata non sia: e per conseguente l’autore non fece contro al [p. 192 modifica]predetto articolo, ma farebbe oggi chi credesse quello esser vero. Altri voglion dire questo cotale, di cui l’autore senza nominarlo dice che fece il gran rifiuto, essere stato Esaù, figliuolo d’Isac, il quale essendo primogenito di Isac, come nel Genesi si legge, perciocchè innanzi a Jacob, con lui ad un parto nascendo, uscì del ventre della madre; ed aspettando a lui, per questa ragione, la benedizione del padre quando a morte venisse, secondochè a quelli tempi s’usava; tornando un dì da cacciare, ed avendo grandissimo desiderio di mangiare, trovò Jacob suo fratello avere innanzi una minestra di lenti, le quali la madre gli avea cotte, e domandogliele. Jacob rispose, che non gliele darebbe, se egli non rifiutasse alle ragioni della sua primogenitura, e concedessele a lui. Per la qual cosa Esaù, tirato dallo appetito del mangiare, rifiutò ogni sua ragione e concedettela a Jacob: e per questo voglion dire, l’autore intender d’Esaù, e lui vuol dire aver fatto il gran rifiuto: la qual cosa nè la nego nè l’affermo. So io bene, secondochè nel Genesi si legge, Esaù fu reo e malizioso e fattivo uomo, e non fu semplice e mentecatto, e fu grande e potente uomo, e padre di molte nazioni. Incontanente, come veduto ebbi e riconosciuto costui, intesi, dalla sua viltà, e certo fui, Che questa, che così correva dietro a quella insegna, era la setta de’ cattivi,

A Dio spiacenti, ed a’ nemici sui,

cioè a’demoni: quasi voglia dire come a Domeneddio piace l’uomo, il quale s’esercita sempre in bene adoperare: quia non sufficit abstinere a malo, nisi faciat quis quod bonum est; così dispiacciono a’ [p. 193 modifica]demoni coloro che son pigri oziosi e tardi, e non si esercitano in male adoperare. Questi sciaurati. Questo vocabolo è disceso dall’antico costume de’ gentili, li quali nelle più lor cose seguivano gli augurii, cioè quelle significazioni che dal volato e dal garrito degli uccelli, qual buona e qual malvagia, secondo le dimostrazioni di quella facultà, scioccamente prendevano; laonde quelli che malo augurio avevano, erano chiamati sciagurati; il qual vocabolo oggi appo noi suona sventurati; che mai, cioè in alcun tempo, non fur vivi, quanto è ad operazioni spettanti ad uomini li quali si dican vivere. Erano ignudi. Questo medesimo si può dire di tutti i dannati, i quali non solamente son privati di vestimenti, ma di consolazione e di riposo, e stimolati molto trafitti,

Da mosconi e da vespe, ch’eran ivi,

cioè in quel luogo. Elle, cioè i mosconi e le vespe, rigavan lor di sangue, il quale delle trafitture usciva, il volto, Chiamasi la faccia dell’uomo volto, in quanto per quella il più delle volte si discerne quello che l’uom vuole: e così si diriverà da volo vis, che sta per volere.

Che mischiato di lagrime, a’ lor piedi,
Da fastidiosi vermi era ricolto.

Questo sangue mescolato con le lagrime de’ miseri cattivi. E poi, che a riguardare. Qui comincia la quarta parte della suddivisione della seconda parte di questo canto nella quale poichè discritta ha la pena de’ cattivi, dice aver vedute molte anime tutte correre a un fiume: E poi, che veduta la miseria de’ cattivi, che a riguardare oltre mi diedi, [p. 194 modifica]più avanti. Il general costume degli uomini pone, li quali, conciosiacosachè tutti siam vaghi di veder cose nuove, sempre oltre alle vedute sospignamo gli occhi.

Vidi gente alla riva d’un gran fiume,

Perch’io dissi, maestro, a Virgilio, or mi concedi, Ch’io sappia quali e’ sono, quelli che io veggio, e qual costume Le fa di trapassar il fiume, parer sì pronte, cioè volonterose,

Com’io discerno per lo fioco lume,

cioè per lo non chiaro lume; perciocchè siccome l’esser fioco impedisce la chiarità della voce, così le tenebre impediscono la chiarità della luce. Ed egli, cioè Virgilio, a me supple rispose, le cose, dello quali tu domandi, ti fien conte, cioè manifeste,

Quando noi fermerem li nostri passi,

là pervenuti,

Su la trista riviera d’Acheronte.

Secondochè scrive Pronapide nel suo Protocosmo, Acheronte è un fiume infernale il quale, dice, che in una spelonca, la quale è nell’isola di Creti, nacque della prima Cerere figliuola di Celio: e vergognandosi di venire in pubblico, per certe fessure della terra se ne discese in inferno. Sotto questa fizione è da intendere questo: Titano e i figliuoli combatterono con Saturno, e presero lui e la moglie; per la qual cosa Cerere figliuola di Celio, perciocchè confortato avea Saturno che non rendesse il regno a Titano, temendo di lui si fuggì in Creti, tanto dolente quanto più esser poteva di ciò che avvenuto era a Saturno, e quivi si nascose. E poi sentendo che Giove aveva vinto Titano, e liberato Saturno e la moglie di [p. 195 modifica]prigione, non altrimenti che la femmina depone il peso del ventre suo partorendo, così Cerere posto in questo luogo, dove occulta dimorava, ogni dolore giù ed ogni amaritudine, uscì in pubblico lieta: e da questo dolore posto giù, fu data la materia alla fizione, quasi voglia dire il dolore essersi tornato al suo principio, cioè al luogo del dolore in inferno. E questo descrive in forma di fiume, a dimostrare la quantità essere stata grande del dolore. Ma il nostro autore gli dà fingendo altra origine; perciocchè, siccome apparirà nel quattordicesimo canto del presente libro, egli mostra questo fiume, e gli altri infernali, nascere di gocciole d’acqua che caggiono di fessure, le quali dice essere in una statua di più metalli, dritta nell’isola di Creti; e quivi più a pieno se ne tratterà, e di questo e degli altri.

Allor con gli occhi vergognosi e bassi,
Temendo no ’l mio dir gli fusse grave,

cioè noioso, Infino al fiume, d’Acheronte, di parlar mi trassi, cioè senza parlare mi condussi. Ed ecco verso noi. Questa è la quinta parte della suddivisione del presente canto, nella quale l’autore mostra, un dimonio venire verso loro in una nave e passar gli altri, e lui non aver voluto passare. Ed è questa parte presa da Virgilio, dove nel sesto dell’Eneida scrive,

Portitor has horrendas aquas, et flumina servat
Terribili squalore Charon, etc.

per ben ventuno verso. Dice adunque,

Ed ecco verso noi venir per nave
Un vecchio bianco per antico pelo,

[p. 196 modifica]il quale per altro sarebbe paruto nero, se gli anni non l’avessero fatto divenir canuto; perciocchè la gente volgare stimano che il diavolo sia nero, perciocchè i dipintori dipingono Domeneddio bianco. Ma questa è sciocchezza a credere, perciocchè lo spirito essendo cosa incorporea, non può d’alcun colore esser colorato,

Gridando, guai a voi, anime prave,

cioè malvage:

Non isperate mai veder lo cielo.

Il che vuole che elle intendano, in perpetuo quindi non dovere uscire.

Io vegno per menarvi all’altra riva,

di questo fiume:

Nelle tenebre eterne, in caldo e ’n gielo.
E tu che se’ costì, anima viva,

volgendo il suo parlare all’autore,

Partiti da cotesti, che son morti:

quasi voglia dire; perciocchè con loro tlu non dei nè puoi passare.

Ma poi ch’e’ vide ch’io non mi partiva,

per suo comandamento, Disse: per altra via, che questa, per altri porti, Verrai a piaggia, non qui, donde io levo l’altre, per passare, dall’altra parte, Più lieve legno, cioè nave, È legno tra’ marinai general nome di qualunque spezie di navilio, e massimamente de’ grossi, comechè qui della sua barca, o per un’altra, lo intenda Carone: convien, che ti porti, cioè ti valichi. E il duca, cioè Virgilio, a lui: Caron. Questo Caron, secondochè Crisippo scrisse, fu figliuolo d’Erebo e della Notte (di questa [p. 197 modifica]favola sarà il significato nella esposizione allegorica) ed è posto a questo uficio di passar l’anime dannate dall’una riva all’altra d’Acheronte, come qui appare: non ti crucciare, e incontanente soggiugne la cagione per la quale gli mostra non doversi crucciare, dicendo: Vuolsi così, cioè che costui vivo vada per questo regno de’ morti, e dove si vuole: colà, dove si puote Ciò che si vuole, cioè nella divina mente; perciocchè Iddio può ciò che vuole: e più non dimandare: quasi voglia per questo dirgli, non è convenevole che a te si dimostri la cagione della volontà di Dio. Quinci, cioè dalle parole da Virgilio dette fur quete, cioè quetate, senza alcuna cosa più dire, le lanute gote, cioè barbute,

Del nocchier della livida palude,

cioè di Carone. E chiama ora palude quello che di sopra chiama fiume, e questo fa di licenza poetica, per la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, sì veramente che quel cotal nome abbia alcuna convenienza con la cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua, e la palude è acqua: e talvolta in alcuna parte corre il fiume sì piano, che egli par non men tosto palude che fiume. Livida la chiama, a dimostrazione che l’acqua sia torbida, e quella torbidezza sia nera ed oscura;

Che ’ntorno agli occhi avea di fiamme ruote,

a dimostrare la sua ferocità e il suo furore. Ma quell’anime, ch’eran lasse, per dolore non per la lunghezza di cammino, e nude, di consiglio e di aiuto: Cangiar colore, mostrando l’angoscia di fuori la quale dentro sentivano, e dibattero i denti, [p. 198 modifica]come coloro fanno, li quali la febbre piglia, che innanzi lo incendio di quella tremano, e battono i denti.

Tosto, che inteser le parole crude,

dette da Caron di sopra,

Io vegno per menarvi all’altra riva ec.

Bestemmiavano Iddio. Fa qui l’autore imitare a quelle anime il bestiale costume di molti uomini, che quando attendono o hanno alcuna cosa la quale loro a grado non sia, disperatamente cominciano a bestemmiare, quasi per quello non altrimenti che se Dio spaventassono, si debba diminuire o mitigare la fatica, la quale aspettano o la quale hanno: e’ lor parenti, cioè i padri e le madri li quali principio e cagione dierono all’esser loro: L’umana spezie, quasi volessero piuttosto essere stati animali bruti, acciocchè col corpo si fosse morta l’anima: il luogo, supple, bestemmiavano dove nacquero, il tempo, nel qual nacquero, e ’l seme, del quale nacquero, Di lor semenza, cioè bestemmiavano il seme di lor semenza, cioè della quale seminati furono, e di lor nascimenti, cioè bestemmiavano il luogo e ’l tempo di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

quinci appare loro quivi esser venute sparte:

Forte piangendo alla riva malvagia,

d’Acheronte:

Che attende ciascun uom, che Dio non teme.

Perciocchè tutti dichlnan quivi coloro, che vivendo non ebbono timor di Dio.

Caron dimonio, con occhi di bragia,

[p. 199 modifica]cioè ardenti e focosi:

Loro accennando, tutte le raccoglie,

In su la sua nave: batte con remo, cioè con quel bastone col quale mena la sua nave, il quale i marinai chiamano remo, qualunque, di quelle anime, s’adagia, a sedere o in altra guisa. Come d’autunno, cioè in quella stagione la quale noi chiamiamo autunno, da mezzo settembre infino a mezzo dicembre si levan le foglie, L’una appresso dell’altra, cadendo, infin che ’l ramo, sopra il quale erano,

Vede alla terra tutte le sue spoglie,

cioè i vestimenti, li quali la stagione gli ha fatti cadere da dosso. Ed è questa comparazione presa da Virgilio in quella parte del sesto libro dell’Eneida, che di sopra dicemmo.

Similemente il mal seme d’Adamo,

il quale fu il primo nostro padre, e del quale noi siamo tutti seme: ma parte di questo seme è buono siccome sono i santi uomini e servanti i comandamenti di Dio, e parte n’è malvagio, siccome sono i peccatori, li quali ostinati nelle loro colpe muoiono nell’ira di Dio: e questa è quella parte che si raccoglie nella nave di Carene. Gittansi di quel lito, cioè d’in su quella riva, ad una ad una, quelle anime dannate, Per cenni, da Caron fatti, com’augel per suo richiamo, cioè per lo pasto mostratogli: Così, raccolte, sen vanno su per l’onda bruna d’Acheronte, E avanti, che sien, queste che pur mo salivano, di là, cioè dall’altra riva, discese, [p. 200 modifica]Anche di qua, da quest’altra parte, nuova schiera, cioè quantità d’anime ancora non statavi, s’aduna. E in questo dimostra l’autore continuamente molti morire sopra il circuito della terra, de’ quali la maggior parte muoiono nell’ira di Dio: quia multi sunt vocati, pauci vero electi. Figliuol mio; disse. In questa sesta parte della suddivisione gli apre Virgilio la cagione, perchè Caron non l’ha voluto passare, e perchè quelle anime son pronte a voler passare il fiume, e dice, Figliuol mio; mostra in questa parola Virgilio paterna affezione all’autore: disse il maestro cortese. Ben dice maestro, perciocchè come qui appare, Virgilio gli solve il dubbio della dimanda fattagli da lui di sopra dove dice, Maestro, or mi concedi, Ch’io sappia ec. e coloro che solvono bene i dubbii, meritamente si possono e debbono esser chiamati maestri. Cortese il chiama, perciocchè continuo in quello che al suo ufìcio appartenesse, gli fu liberale. Quelli, uomini, o le loro anime a dir meglio, che muoion nell’ira di Dio, li quali son quelli che senza contrizione, senza confessione, veggendosi nel caso della morte, consistono pertinaci nelle loro nequizie, e così, senza riconciliarsi a Dio de’ peccati commessi, si muoiono: e diconsi morire nell’ira di Dio, in quanto la sua grazia racquistar non hanno voluto, seguendo gl’instituti della cattolica chiesa. Tutti convengon, cioè insiememente vengono, qui, a questo fiume, d’ogni paese, di levante e d’occidente, e di ciascuna altra plaga del mondo.

E pronti sono a trapassar lo rio,

[p. 201 modifica]cioè il fiume, il quale qui chiama rio, tirato dalla consonanza del verso: e seguita la ragione perchè a questo son pronti,

Che la divina giustizia gli sprona,

cioè gli costrigne, Sì che la tema, la quale hanno delle pene eternali, si converte in disio, di andar tosto a quelle. Quivi, cioè per la nave di Carone, non passò mai anima buona, cioè che al cielo dovesse ritornare come dei tu, che non vieni per rimanere:

E però se Caron di te si lagna,

cioè si duole, e non ti vuol passare,

Ben puoi sapere ornai, che il suo dir suona,

avendo intesa la cagione del suo rammarichio. Finito questo. Questa è la settima e ultima parte della suddivisione del presente canto, nella quale l’autor mostra, sè per un tremore della terra, e per un baleno, vinto e caduto. Dice adunque: Finito questo, cioè la dichiarazione fattami da Virgilio della prontezza dell’anime a trapassare il fiume, la buia, cioè oscura, campagna. Campagna sono luoghi piani e larghi, i quali quivi non si dee credere che sieno; ma usa il vocabolo largamente, auctoritate poetica: e deesi intendere per la qualità di quello luogo dove vuole dare ad intendere che era, qual che si fosse, o montuoso o piano. Tremò si forte: ma qui è da vedere che volle dire questo tremare, conciosiacosachè l’autore niente ponga senza cagione: e perciò è da sapere, l’autore in ogni cosa porre quelli medesimi accidenti avvenire a’ dannati, che a coloro che in istato di grazia sono, ed in via di penitenza. E [p. 202 modifica]quinci se noi riguarderem bene, come all’entrare d’ogni cerchio di purgatorio si trova alcuno agnolo, il quale lietamente e cantando conforta chi sale in quello; così ad ogni cerchio d’inferno si trova alcun demonio, il quale orribilmente spaventa chi discende in esso. E così come il monte del purgatorio, quando alcuna anima purgata sale al cielo, tutto trema, e tutti gli spiriti di quello, sentendo il tremore, ed intendendo ciò che significa, da carità mossi, cantano e ringraziano Iddio, che a sè quella anima beata chiama; così in inferno come anime di nuovo vi caggiono, come delle trasportate da Caron feciono, trema tutta la valle d’inferno: per la qual cosa l’anime dannate che ciò sentono, intendendo venire anime ad accrescere la loro tristizia, tutte oltre al dolore usato si contristano e piangono. E così l’autore mostra di volere in questa parte sentire, comechè non sia cosa nuova, le parti intrinseche e cavernose della terra talvolta tremare, per la revoluzione dell’aere che in quelle è racchiuso, e che vuole uscir fuori: che dello spavento, La mente, cioè il ricordarmene, di sudore ancor mi bagna. Suole talvolta agli uomini subitamente spaventati, rifuggire dalle parti esteriori dentro al cuore, sentendolo temere, il sangue: e per questo coloro alli quali questo avviene, rimangono pallidi e deboli, e quasi insensibili: ed esse parti esteriori premute dalla passione della paura, mandano per li pori fuori talvolta un’acqua fredda, la qual noi diciam sudore: e se tosto le parti predette non recuperassero il sangue e le forze loro, caderebbe l’uomo, e parrebbegli venir meno come se egli morisse, [p. 203 modifica]e forse perseverando il sudore si morrebbe: ed hannone già alcuni, essendo per paura il sangue rifuggito dentro, perduti o debilitati alcun membro, in guisa che mai poi operare non gli hanno potuti (e dicono i meno savi, questi cotali essere stati percossi dal dimonio) e per avventura anche se ne son morti. La terra lagrimosa, cioè quella valle d’inferno, o per li molti pianti che in quella si fanno, o per l’umidità, la quale è nella concavità della terra generata dal freddo, il quale ha l’esalazioni della terra calde e umide risolute in acqua: la quale primieramente accostata alla terra fredda, è fatta in forma di lagrime: e così si può dire il luogo essere lagrimoso: diede, cioè causò, vento. Generansi i venti, secondochè dice Aristotile nel secondo della Meteora, d’esalazioni calde e secche della terra, cacciate e sospinte da sè da’ nuvoli freddi, o da alcuno freddo cbe nell’aere sia. Le quali cose come in inferno sieno non so. Estimo che ’l tumultuoso rivolgimento, il quale l’autore vuol mostrare che vi si causi alcuno impeto, il quale muova quello aere, e l’aere mosso paia vento:

Che balenò una luce vermiglia,

questi non sono accidenti che la natura soglia producere sotterra; e perciò è verisimile quello movimento dell’aere il quale ho detto essere stato: e oltre a questo, quello impeto avere dalle parti inferiori recata qualche vampa di fuoco, la quale in forma d’un baleno apparve all’autore,

La qual mi vinse ogni mio sentimento,

segno è per questo, avere quella luce grandissimo [p. 204 modifica]stupore messo nell’autore, ed essere stato tanto che quello ne sia seguito che dice, cioè,

E caddi, come l’uom, cui sonno piglia.

  1. Tempati e stimolati.