Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo III/Allegorie del quattordicesimo capitolo

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Allegorie del quattordicesimo capitolo

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Capitolo quattordicesimo Capitolo quindicesimo

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ALLEGORIE DEL CAPITOLO QUATTORDICESIMO


Poichè la carità del natio loco ec.

Poichè l’autore ne’ precedenti due canti, per dimostrazion della ragione, ha vedute e conosciute [p. 186 modifica]le colpe, e i supplicii per quelle dati dalla divina giustizia alle due spezie de’ violenti, cioè a coloro i quali usaron violenza verso il prossimo, e contro alle cose di quello, e a coloro i quali usarono violenza nelle proprie persone, e nelle loro medesime cose, esso seguitando la ragione, in questo canto ne dimostra come vedesse punire la terza spezie de’ violenti, cioè coloro i quali usaron violenza nella deità e nelle sue cose; e costoro dimostra essere in tre parti divisi, siccome contro a tre cose peccarono, cioè contro a Dio, e appresso contro alla natura, e oltre a ciò contro all’arte, le quali sono cose di Dio: e comechè in tre parti divisi sieno, nondimeno ad un medesimo tormento essere dannati gli dimostra, in quanto tutte e tre maniere sono in una ardentissima rena, e sotto continuo fuoco che piovea loro addosso tormentati: ma in tanto son differenti, che coloro i quali nella divinità si sforzaron di far violenza, sono sopra la detta rena ardente a giacere supini, sopra sè ricevendo lo incendio il quale continuo cade loro addosso, e coloro i quali fecero violenza alla natura, sono in continuo movimento sopra la detta rena, similmente sopra sè ricevendo l’arsura; e coloro i quali contro all’arte adoperarono, sempre sopra la detta rena seggono, infestati dalle fiamme che piovono. E perciocchè, siccome chiaro si vede, hanno la maggior parte del tormento comune, estimo se separatamente di ciascuno dicesse l’allegoria, si converrebbe una medesima cosa più volte ripetere, il che sarebbe tedioso e fatica superflua; e però per fuggire questo inconveniente, mi pare debba essere il [p. 187 modifica]migliore, li dovere in una sola parte dì tutte e tre maniere trattare: e questo, siccom’io credo, sarà più utile a dover dire nella fine di tutte e tre le maniere de’ puniti, che nel principio o nel mezzo; e però nella fine del canto XVII, nel quale di loro la dimostrazion si finisce, come conceduto mi fia, m’ingegnerò d’aprire qual fosse intorno a ciò la intenzion dell’autore. Appresso questo è da dichiarare nel presente canto quello che l’autore intenda per la statua la quale egli descrive, e per le rotture che in essa sono, e per i quattro fiumi che da essa procedono, e intorno a ciò, è prima da vedere quello che l’autore abbia voluto sentire, avendo questa statua piuttosto figurata nell’isola di Creti, che in altra parte del mondo; appresso perchè nella montagna chiamata Ida, e oltre a ciò quello che esso senta per i quattro metalli, e per la terra cotta, de’ quali esso la forma; e similmente quello che voglia che noi intendiamo per le fessure, le quali in ciascun degli altri metalli, fuor che nell’oro, e le lagrime che da esse escono: e ultimamente quello che egli per i quattro fiumi abbia voluto. Dice adunque primieramente, questa statua essere locata nell’isola di Creti: la qual cosa senza grandissimo sentimento non dice, perciocchè alla sua intenzione è ottimamente il luogo e il nome conforme: intendendo adunque l’autore di volere, poeticamente fingendo, fare una dimostrazione, la quale cosí all’Indiano come allo Ispagnuolo, e all’Etiopo come all’Iperboreo appartiene, e dalla quale nè paese nè regno nè nazione alcuna, dovechè ella sopra la terra sia, non è schiusa, [p. 188 modifica]estimò essere convenevole cosa, quella dover fìngere in quella parte del mondo la quale a tutte le nazioni fosse comune, ed egli non è nel mondo alcuna parte che a tutte le nazioni dirsi possa comune se non l’isola di Creti, siccome io intendo di dimostrare. Piacque agli antichi, che tutto il mondo abitabile in questo nostro emisperio superiore fosse in tre parti diviso, le quali nominano Asia, Europa e Affrica, e queste terminarono in questa guisa: e primieramente Asia dissono essere terminata dalla parte superiore del mare Oceano, cominciando appunto sotto il settentrione, e procedendo verso il greco, e di quindi verso il levante, e dal levante verso lo scilocco, infino all’Oceano etiopico posto sotto il mezzodì; e poi dissero, quella essere separata dall’Europa dal fiume chiamato Tanai, il quale si muove sotto tramontana, e venendone verso il mezzodì, mette nel mar maggiore; il quale similmente queste due parti dividendo con l’onde sue, e continuandosi per lo stretto di Costantinopoli, e quindi per lo mare chiamato Propontide, e per lo stretto d’Aveo esce nel mare Egeo, il quale noi chiamiamo Arcipelago, e perviene infino all’isola di Creti, la quale è in su lo stremo del detto mare. Di verso mezzodì la dividono dall’Affrica col corso del fiume chiamato Nilo, il quale per Etiopia correndo, e venendo verso tramontana, lasciata l’isola Meroe, e venendosene in Egitto, e quello col più Occidental suo ramo inchiudendo in Asia, mette nel mare Asiatico, il quale perviene dalla parte del levante infino all’isola di Creti: poi confinano Affrica dal detto corso del Nilo per terra, e dal mare [p. 189 modifica]Oceano etiopico, infino al mare Oceano atalantico, il quale è in occidente; e di verso tramontana dicono quella essere terminata dal mare Mediterraneo, il quale perviene in quello che ad Affrica appartiene infino all’isola di Creti, e quella bagna dalla parte del mezzodì, e in parte dalla parte di ver ponente. Europa confinano dalla parte di ver levante dallo estremo del mare Egeo, e dallo stretto d’Aveo, e dal mar chiamato Proponto, e dallo stretto di Constantinopoli, e dal Mar maggiore, e dal corso del fiume Tanai: dalla parte di tramontana dall’Oceano settentrionale, il quale dichinando verso l’occidente, bagna Norvea, l’Inghilterra, e le parti occidentali di Spagna, insino là dove comincia il mare Mediterraneo: appresso di verso mezzodì dicono lei esser terminata dal mare Mediterraneo, il quale è continuo col mare, il quale dicemmo affricano: e cosí come quello che verso Affrica si distende chiamano affricano, così questo Europico, il quale si stende infino all’isola di Creti, dove dicemmo terminarsi il mare Egeo; e cosí l’isola di Creti appare essere in su ’l confine di queste tre parti del mondo: e dovendo di cosa spettante a ciascuna nazione, come predetto è, fingere alcuna cosa, senza alcun dubbio in alcuna altra parte non si potea meglio attribuire la stanza alla essenza materiale della fizione, che in su i confini di tutte e tre le parti del mondo, sopra i quali è posta l’isola di Creti, come dimostrato è, È il vero, che questa dimostrazione riguarda piuttosto al rimuovere quel dubbio che intorno alla esposizion litterale si potrebbe fare, che ad alcun senso allegorico che [p. 190 modifica]sotto la lettera nascoso sia; e perciò, quantunque assai leggiermente veder si possa, per le cose dette, quello che sotto la corteccia letterale è nascoso, nondimeno per darne alcuno più manifesto senso, dico potersi per l’isola di Creti, posta in mezzo il mare, intendersi l’universal corpo di tutta la terra, la quale come assai si può comprendere per i termini disegnati di sopra alle tre parti del mondo, è posta nel mezzo del mare, in quanto è tutta circondata dal mare Oceano, e così verrà ad essere isola come Creti; e dagli abitanti in essa tutto è quello addivenuto che l’autore intende di dimostrare nella seguente sua fizione: e questo pare assai pienamente confermare il nome dell’isola, il quale esso appella Creta, conciosiacosachè Creta nulla altra cosa suoni che terra; e così il nome si conforma, come davanti dissi, all’intenzione dell’autore, in quanto in Creti, cioè nella terra, prenda inizio quello che esso appresso dimostra, cioè negli uomini, i quali nulla altra cosa, quanto al corpo, siamo che terra. Ma per lasciare qualche cosa a riguardare all’altezza degl’ingegni che appresso verranno, senza più dir del luogo nel quale l’autore disegna la sua fizione, passeremo a quello che appresso segue, là dove dice, che in una montagna chiamata Ida sta diritta la statua d’un gran veglio, per la quale, secondo il mio giudicio, l’autore vuol sentire la moltitudine della umana generazione, quella figurando ad un monte, il quale è moltitudine di terra accumulata, o dalla natura delle cose, o dall’artificio degli uomini, e chiamasi questo monte Ida, cioè formoso, in quanto per [p. 191 modifica]rispetto dell’altre creature mortali, l’umana generazione è cosa bellissima e formosa; dentro alla quale l’autore dice esser diritto un gran veglio, perciocchè dentro all’esistenza, lungamente perseverata dell’umana generazione, si sono in varii tempi concreate le cose, le quali l’autor sente per la statua da lui discritta, la quale per ciò dice stare eretta, perchè ancora que’ medesimi effetti, che già son più migliaia d’anni cominciarono, perseverano; e fatta la dimostrazione del luogo universale, e ancora del particolare, descrive l’effetto formale della sua intenzione, il quale finge in una statua simile quasi ad una, la quale Daniel profeta dimostra essere stata veduta in sogno da Nabuccodonosor re; ma non ha nella sua l’autore quella intenzione la quale Daniello dimostra essere in quella la qual dice essere stata veduta da Nabuccodonosor, perciocchè dove in quella Daniel dimostra a Nabuccodonosor significarsi il suo regno e alcune sue successioni, in questa l’autore intende alcuni effetti seguiti in certe varietà di tempi, cominciate dal principio del mondo infino al presente tempo. Dice adunque primieramente questa statua, la qual descrive essere d’un uomo grande e vecchio, volendo per questi due adiettivi dimostrare, per l’uno la grandezza del tempo passato dalla creazione del mondo infino ai nostri tempi, la quale è di seimila cinquecento anni, e per l’altro la debolezza e il fine propinquo di questo tempo; perciocchè gli uomini vecchi il più hanno perdute le forze, per lo sangue il quale è in loro diminuito e raffreddato: e oltre a ciò al processo della lor vita [p. 192 modifica]non hanno alcuno altro termine che la morte, la quale è fine di tutte le cose: appresso dice, che tiene volte le spalle verso Damiata, la quale sta a Creti per lo levante, volendo per questo mostrare il natural processo e corso delle cose mondane, le quali come create sono, incontanente volgono le spalle al principio loro, e cominciano ad andare, e a riguardare verso il fine loro; e per questo riguarda verso Roma, la quale sta a Creti per occidente; e dice la guata come suo specchio. Sogliono le più delle volte le persone specchiarsi per compiacere a sè medesime della forma loro; e così costui, cioè questo corso del tempo, guarda in Roma, cioè nelle opere de’ Romani, per compiacere a sè medesimo di quelle le quali in esso furon fatte, siccome quelle che tra l’altre cose periture fatte in qualunque parte del mondo furono di più eccellenza, e più commendabili e di maggior fama: e oltre a ciò si può dir vi riguardi per dimostrarne che, poichè le gran cose di Roma, e il suo potente imperio è andato e va continuo in diminuzione, così ogni cosa dagli uomini nel tempo fatta, similmente nel tempo perire e venir meno. Susseguentemente dice, questa statua esser di quattro metalli e di terra cotta, primieramente dimostrando questa statua avere la testa di fino oro; volendo, che come la testa è nel corpo umano il principale membro, così per essa noi intendiamo il principio del tempo e quale esso fosse: e noi abbiamo per lo Genesi, che nella prima creazion del mondo, nella quale il tempo che ancora non era fu creato da Dio, fu similmente creato Adamo, per lo quale [p. 193 modifica]e per i suoi discendenti doveva essere il tempo usato: e perciocchè Adamo nel principio della sua creazione ottimamente alcuno spazio di tempo adoperò, e questo fu tanto quanto egli stelle infra i termini comandatigli da Dio, vuole l’autore essere la testa, cioè il cominciamento del tempo, d’oro, cioè carissimo, e bello e puro, siccome l’oro è più prezioso che alcuno metallo; e così intenderemo per questa testa d’oro il primo stato dell’umana generazione, il quale fu puro e innocente, e per conseguente carissimo. Dice appresso, che puro argento sono le braccia e ’l petto di questa statua, volendo per questo disegnare, che quanto l’ariento è più lucido metallo che l’oro, in quanto egli è bianchissimo, e il bianco è quel colore che più ha di chiarezza, così dopo la innocenza de’ primi parenti l’umana generazione essere divenuta più apparente e più chiara che prima non era; intantochè mentre i primi parenti servarono il comandamento di Dio, essi furono soli e senza alcuna successione, ma dopo il comandamento passato, cacciati del paradiso, e venuti nella terra abitabile, generaron figliuoli e successori assai; per la qual cosa in processo di tempo apparve nella sua moltitudine la chiarezza della generazione umana, la quale quantunque più bellezza mostrasse di sè, non fu però cara nè da pregiare, quanto lo stato primo figurato per l’oro; e per questo la figura di metallo molto men prezioso che l’oro. Oltre a ciò dice, questa statua esser di rame infino alla inforcatura, volendone per questo dimostrare in processo di tempo, dopo la chiarezza della moltitudine ampliata sopra la terra. [p. 194 modifica]essere avvenuto, che gli uomini dalla ammirazion de’ corpi superiori, e ancora dagli ordinati effetti della natura nelle cose inferiori, cominciarono a specolare, e dalla specolazione a formare le scienze, l’arti liberali e ancora le meccaniche, per le quali siccome il rame è più sonoro metallo che alcuno de’ predetti, divennero gli uomini fra sè medesimi più famosi e di maggior rinomea che quegli davanti stati non erano: ma perciocchè come per lo cognoscimento delle cose naturali e dell’altre gli uomini divennero più acuti, e più ammaestrati e più famosi, così ancora più malvagi, adoperando le discipline acquistate piuttosto in cose viziose che laudevoli, è questa qualità di tempo descritta esser di rame, il quale è metallo molto più vile che alcuno dei sopra detti, Appresso dice, che questa statua dalla inforcatura in giù è tutta di ferro eletto, volendo per questo s’intenda essere successivamente alle predette venuta una qualità di tempo, nella quale quasi universalmente tutta l’umana generazione si diede all’arme e alle guerre, con la forza di quelle occupando violentemente l’uno le possessioni dell’altro: e di questi, secondochè noi abbiamo per le antiche istorie, il primo fu Nino re degli Assiri, il quale tutta Asia si sottomise, e quinci discesero l’arme a’ Medii e a’ Persi, e da questi a’ Greci e a’ Macedoni, e a’ Cartaginesi e a’ Romani, i quali con quelle l’universale imperio del mondo si sottomisero: e similmente essendosi questa pestilenza appiccata a’ re, e a’ popoli e alle persone singulari, quantunque alcuno principal dominio oggi non sia, persevera [p. 195 modifica]nondimeno nelle predette particulari la rabbia bellica, intanto che regione alcuna sopra la terra non si sa, che da guerra e da tribulazione infestata non sia; e perciocché gl’istrumenti della guerra il più sono di ferro, figura l’autore questa qualità di tempo essere di ferro: volendo oltre a ciò sentire, che siccome il ferro è metallo che ogni altro rode, così la guerra essere cosa, la quale ogni mondana sustanza rode e diminuisce. Ultimamente dice, il piè destro di questa statua essere di terra cotta, volendone primieramente per questo mostrare, esser tempo venuto, la cui qualità è, oltre ad ogni altra di sopra discritta, vile, e tanto più quanto i metalli predetti sono d’alcun prezzo, e la terra cotta è vilissima: e oltre a questo, che essendo ne’ metalli detti alcuna fermezza, alcuna natural forza, e la terra cotta sia fragile, e con poca difficultà si rompa, e schianti e spezzi, così le cose di questo ultimo tempo sian fragili, non solo naturalmente, ma ancora per la fede venuta meno, la quale soleva esser vincolo e legame che teneva unite e serrate insieme le compagnie degli uomini; e a dimostrarne le cose temporali essere propinque al fine suo, primieramente ne dice il piè essere di questa vil materia, il quale è l’ultimo membro del corpo, perciocché oltre a quello, alcuno inferiore non abbiamo; e come esso è quello sopra il quale tutto il nostro corpo si ferma, così sopra questa vil materia tutto il lungo corso del tempo si termina; e perciò dice, che il piè di questa statua, il quale è di terra cotta, è il destro, che questa statua sopra quello più che sopra l’altro sta eretta, cioè fermata: vuole [p. 196 modifica]adunque questo piede essere il destro, a dimostrarne che ogni cosa naturalmente si ferma sopra quella cosa, sopra la quale crede più dovere perseverare in essere; e perciò questa statua si ferma più in sul destro piè, perciocchè nel destro piè, e in ciascuno altro membro destro, è più di forza che ne’ membri sinistri, come di sopra è dimostrato: ma questa fermezza non può molto durare; perciocchè quantunque la terra cotta sostenga alcun tempo alcuna gravezza, nondimeno perseverando pure il peso, ella scoppia, e dividesi e rompesi, e così cade, e spezzasi ciò che sopra v’era fermato. E così ne dimostra il corso del tempo, fermato sopra così fragile materia, non dovere omai lungamente perseverare, ma vegnendo il dì novissimo, appresso il quale Domeneddio dee, secondochè nell’Apocalissi si legge, fare il cielo nuovo e la terra nuova, nè più si produceranno uomini nè altri animali, verrà la fine di questo tempo: il qual tempo, perciocchè è stato comune ad ogni nazione, l’ha voluto in questa statua l’autore dimostrare in luogo ad ogni nazion comune, come davanti è dimostrato. Poi deducendosi l’autore alla intenzion sua finale dice, che ogni parte di questa statua, fuori che quella la quale è d’oro, è rotta d’una fessura, dalla quale gocciolano lagrime, intendendo per questo mostrarne che per tutto questo che poetando ha descritto abbia detto, cioè per farne chiari, da qual cagione nata sia l’abbondanza delle miserie infernali; la qual cagione, acciocchè non si creda pur ne’ presenti secoli avere avuta origine dice, che incominciò infino in quella qualità di tempo, la quale appresso [p. 197 modifica]della testa dell’oro di questa statua è disegnata, cioè dopo l’esser cacciati i primi parenti di paradiso; volendo per questa rottura intendersi la rottura della integrità della innocenza, o della virtuosa e santa vita, le quali col malvagio adoperare, e col trapassare i comandamenti di Dio, son rotte e viziate; e da queste eccettua l’autore la parte dell’oro, mostrando non essere alcuna rottura in quella, perciocchè fu tutta santa e obbediente al comandamento divino; e così dobbiam comprendere, che le malvage operazioni e inique degli uomini, di qualunque paese o regione, sono state cagione e sono delle lagrime le quali caggiono dalle dette rotture, cioè de’ dolori e delle afflizioni, le quali per le commesse colpe dalla divina giustizia ricevono i dannati in inferno: mostrandone appresso queste cotali lagrime, cioè mortali colpe, dal presente mondo discendere nella misera valle dell’inferno, con coloro insieme i quali commesse l’hanno: e in inferno, cioè nella dannazione perpetua, fare quattro fiumi, cioè quattro cose per le quali si comprende l’universale stato de’ dannati: e nomina questi quattro fiumi, il primo Acheronte, il secondo Stige, il terzo Flegetonte, il quarto e ultimo Cocito; volendo per Acheronte intendere la prima cosa, la quale avviene a’ dannati. È Acheronte, come di sopra alcuna volta è stato detto, interpetrato senza allegrezza; per la quale interpetrazione, assai chiaro si conosce colui, il quale per lo suo peccato discende in perdizione, avanti ad ogni altra cosa perdere l’allegrezza dell’eterna beatitudine, la quale gli era apparecchiata, se voluto avesse seguire i comandamenti di Dio: [p. 198 modifica]appresso intende l’autore per Istige, il quale è interpetrato tristizia, quello che il misero peccatore, avendo per le sue iniquità perduta l’allegrezza di vita eterna, abbia acquistato, che è tristizia perpetua; perciocchè come l’uom si vede perdere, dove estimava o dove gli bisognava di guadagnare, incontanente s’attrista: ma perciocchè la tristizia non è termine finale della miseria del dannato, seguita il terzo fiume chiamato Flegetonte, il quale è interpetrato ardente; volendo per questo ardore darne l’autore ad intendere, che poichè il peccatore è divenuto nella tristizia della sua perdizione, incontanente diviene nell’ardore della gravità de’ supplicii, i quali con tanta angoscia il cuocono, e cruciano e faticano, che esso incontanente diviene nel quarto fiume, cioè nel Cocito, il quale è interpetrato pianto; perciocchè trafiggendo l’ardore delle pene eternali alcuno, esso incontanente comincia a piagnere, e a dolersi e a rammaricarsi: e questo pianto non è a tempo, anzi siccome lo stagno mai non si muove, così questo pianto infernale mai non si muove, siccome quello che dee in perpetuo perseverare; e così dal cominciamento del mondo, insino a questo dì, dalle malvage operazion degli uomini si cominciarono questi quattro miseri accidenti, i quali in forma di quattro fiumi descrive, per i quali l’abbondanza delle miserie delle pene infernali, e de’ ricevitori di quelle, sono non solamente perseverate, ma aumentate, e continuamente s’aumentano, e stanno e staranno infino a tanto che la presente vita persevererà.