Il conte di Cavour in parlamento/Il congresso di Parigi
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IX.
IL CONGRESSO DI PARIGI.
Allorchè gli Italiani seppero che la presa di Sebastopoli era l’ultimo atto del dramma di Crimea, provarono un ben crudele disinganno. Il risorgimento d’Italia al pari di quello della Polonia, rientrava di bel nuovo nel dominio dei fantastici sogni che la rivoluzione pretende di tradurre in fatti; ma, pur troppo, era mestieri, per allora, rinunciare a veder mutati, almeno nelle disposizioni principali, i trattati del 1815.
L’audace politica della Sardegna, l’onore onde i suoi soldati s’erano coperti a Traktyr, la simpatia che per lei mostrava tutta l’Europa, poterono tanto sul Governo austriaco negli ultimi tempi della guerra, da indurlo a rompere gl’indugi, e ad imporre alla Russia una mediazione armata ed una proposta di pace, fattale, si può dire, sulla punta delle baionette. Così l’Austria assicurando a sè una grande preponderanza nei prossimi negoziati di pace, poneva la Sardegna in uno stato assai malagevole e pieno di difficoltà.
Essa non aveva preso parte alle conferenze preliminari di Vienna; ed era per lei di somma importanza che quelle definitive fossero tenute in una città amica. Fortunatamente, poco all’Inghilterra premendo di accogliere in Londra i rappresentanti delle potenze principali d’Europa, fu scelta Parigi. Tuttavia, cosa di gran momento per la Sardegna, non erasi ancora determinato in qual modo sarebbero stati ricevuti, in mezzo alla potente pentarchia che dal 1815 in poi governò l’Europa quasi a forma oligarchica, i commissari di uno Stato di secondo ordine. Volevasi dapprincipio affidare a Massimo d’Azeglio, che allora allora aveva accompagnato, insieme col conte di Cavour, Vittorio Emanuele nella sua visita ai sovrani di Francia e d'Inghilterra, l’incarico di rappresentare il Piemonte al Congresso di Parigi. Ma, о he egli temesse di non ottenere pel suo paese il posto che gli competeva, o che fosse d’avviso, come è più verosimile, che spettasse al presidente del consiglio l’arduo ufficio di prender parte al Congresso, egli non accettò l’ufficio, e il conte di Cavour parti per Parigi. Ivi giunto appena, adoperossi, prima che d’ogni altra cosa, a determinare bene, tra i vari membri componenti il Congresso, la sua posizione; ed ottenne, mediante il valido aiuto della Francia e dell’Inghilterra che i commissari della Sardegna fossero in tutto agguagliati ai rappresentanti delle altre potenze. Il conte Buol sollevò, a dir vero, qualche obiezione; ma lord Clarendon gli fece opportunamente osservare quanto poco dicevole fosse voler distinguere le grandi dalle piccole potenze in un congresso nel quale era d’uopo innanzi tutto concludere la pace fra tutti gli Stati belligeranti.
Chi volesse narrare minutamente la parte che il conte di Cavour prese nelle varie questioni trattate al Congresso di Parigi, usurperebbe il compito della storia. Noi dunque ci limiteremo a sollevare soltanto, e con molta discretezza, un lembo del velo che cuopre le trattative a cui dette luogo la questione italiana. Diciamo innanzi tutto che il fare aperto e franco del conte di Cavour, la sua vivace ed arguta conversazione, il suo contegno al tempo stesso ardito e conciliante lo misero ben presto in facili e cordiali rapporti con i plenipotenziari dell’Inghilterra, della Russia, della Prussia e della Turchia, e con molti altri personaggi di gran condizione che allora trovavansi a Parigi. Conversò spesso amichevolmente anche col Nunzio Apostolico, ed in una sua lettera da Parigi si trovano queste parole: «Ho avuto una lunga conversazione col Nunzio a proposito delle nostre controversie con la Santa Sede; egli ha fatto appello a’ miei principii liberali in favore dei monaci; io gli ho risposto con le teorie del diritto canonico; vero segno che abbiamo sragionato tutti e due.» Coi rappresentanti dell’Austria ebbe relazioni, non certo intime, ma pur sempre assai convenienti; con quelli della Russia invece e particolarmente col conte Orloff, strinse subito rapporti molto amichevoli. Anzi, rammaricandosi con lui l’inviato russo che la differenza di religione avesse impedito il matrimonio del duca di Genova con una delle principesse della famiglia imperiale russa, il conte di Cavour gli rispose che il fatto era tanto più da rimpiangere inquantochè se quel matrimonio avesse avuto luogo, certo è che l’imperatore di Russia non sarebbesi più oltre rifiutato di riconoscere Vittorio Emanuele come re di Sardegna. Il conte Orloff allora dette a divedere al Cavour che la Russia dal 48 in poi erasi mostrata avversa al Piemonte solo per compiacere all’Austria, e che i fatti le avevano poi mostrato d’avere avuto torto. Ma qui appunto ci è forza resistere alla tentazione di riferire tutti gli aneddoti, narrati dal conte di Cavour mentre che era a Parigi, nella sua vivace corrispondenza.
Accenniamo soltanto in poche parole agli sforzi ch’ei fece per migliorare le sorti d’Italia. Fino dal gennaio 1856 aveva diretto all’Imperatore una memoria sulle condizioni della Penisola, nella quale, dopo aver riassunto con gagliarda eloquenza i mali di lei, riconosciuto che pel momento non potevasi procedere ad alcun rimpasto territoriale, così concludeva: «L’Imperatore può rendere molto segnalati servigi all’Italia per la quale ha già fatto tanto, inducendo l’Austria a rendere giustizia al Piemonte ed a mantenere gli impegni presi; ottenendo che essa mitighi i rigori che pesano sulla Lombardia e sulla Venezia; costringendo il re di Napoli a non essere più cagione di scandalo a tutta l’Europa civile col suo contegno contrario ad ogni principio di giustizia e d’umanità; e finalmente riponendo l’Italia nelle condizioni in cui fu messa dai trattati di Vienna, cioè dire, facendo in guisa che gli Austriaci sgombrino le Legazioni e le Romagne, sia affidato il governo di queste provincie o a un principe secolare o ad una amministrazione laica ed indipendente.»
Per comprendere a dovere tutta la portata di queste proposte, è d’uopo rammentare che l’Italia era caduta in uno stato dieci volte peggiore di quello che i trattati del 1815 le avevano assegnato in Europa. Infatti l’Austria da lungo tempo occupava militarmente le Legazioni, ed ivi i suoi generali reggevano l’amministrazione e la giustizia con tutto il rigore di un governo militare. Di più, contrariamente alle disposizioni di quei trattati, aveva fortificato Piacenza e Ferrara, cosicchè dominava su tutta la linea del Po insino all’Adriatico, divenuto ormai lago austriaco. Inoltre i ducati di Parma e di Modena, mediante segreti patti, erano ridotti ad essere niente altro che provincie austriache; e la supremazia dell’Austria su Firenze e Napoli era tanta, che quando pure i governi dei due paesi avessero voluto concedere a’ loro sudditi libere istituzioni, non lo avrebbero certamente potuto.
Invero Francia ed Inghilterra riconoscevano che un tale stato di cose era contrario al diritto pubblico, e quest’ultima soprattutto era disposta ad esigere che le truppe austriache evacuassero le Legazioni; ma poichè era assai facile il prevedere, che, appena sgombrate dall’Austria, quelle provincie sarebbersi levate in massa contro le autorità pontificie, così il conte di Cavour proponeva che fosse loro dato un governo separato amministrativamente dal resto dello Stato Pontificio, vale a dire che il Papa vi godesse i diritti d’un’alta sovranità, ma che le facesse amministrare per un vicario, a vita o a tempo, che ivi grado a grado restaurasse il governo con cui furono rette prima del 1815, allorchè facevano parte del primo regno di Italia. Contemporaneamente allo sgombro degli Austriaci dalle Legazioni, i Francesi, secondo il progetto del conte di Cavour, avrebbero dovuto abbandonare Roma, ritirandosi provvisoriamente a Bologna, pel solo tempo necessario ad ordinarvi il nuovo governo.
L’Inghilterra approvò intieramente questo progetto; ma essendosi, per la nascita del principe imperiale tenuto abattesimo dal Papa, viepiù stretti i vincoli d’amicizia fra la Francia e la Santa Sede, esso non potè andare innanzi. Allora Cavour propose di togliere alle case di Parma e Modena i loro dominii in Italia, e di compensarle nel bacino del Danubio; ma questa volta l’Inghilterra non secondò la proposta, e le altre potenze vi opposero ostacoli insuperabili.
Eppure era ad ogni modo necessario che la questione italiana non rimanesse sepolta nell’obblio! Di ciò convinto il Cavour, adoperossi a fare intendere, soprattutto ai ministri francese ed inglese, che il silenzio assoluto sulle cose d’Italia in un congresso a cui tutta Europa prendeva parte, sarebbe stato dall’Austria considerato come la sanzione legale di tutte le sue usurpazioni nella penisola; e come dall’altro canto, il partito rivoluzionario, avvantaggiandosi della esperimentata vanità di qualsiasi tentativo regolare e conforme al diritto delle genti, avrebbe guadagnato terreno tra le popolazioni italiane, costrette quindi innanzi a porre ogni speranza in Mazzini. Il conte di Cavour, con una nota del 27 marzo, più d’una volta pubblicata dipoi, insistendo chiese, che se non potevasi ottenere miglioramento alcuno pel resto d’Italia, «se era impossibile una intiera mutazione del governo pontificio, sicchè questo rispondesse a’ bisogni ed ai ragionevoli desiderii delle popolazioni,» si ottenesse almeno che le provincie più irrequiete e più infelici soggette al Papa, fossero separate amministrativamente dal suo governo. «Certo siffatto espediente non avrebbe potuto bastare in eterno; ma almeno sarebbe stato sufficiente a calmare le popolazioni e ad assicurare per lo avvenire alle potenze alleate una utile preponderanza nel cuore d’Italia.»
Le ragioni esposte con tanto vigore dal conte di Cavour nella sua nota persuasero alla perfine l’Imperatore; ed egli consentì che il conte Walewski, presidente del Congresso, richiamasse l’attenzione del medesimo sugli affari d’Italia. Ciò avvenne appunto nella seduta dell’8 aprile; e lord Clarendon appoggiò subito, con molto calore, la proposta del presidente. Ma, per mala sorte, nell’atto stesso che si discuteva di Napoli e delle Romagne, fu tratta innanzi la questione della Grecia, e quella delle esorbitanze della stampa belga. I plenipotenziari dell’Austria poterono quindi agevolmente sfuggire ogni discussione, adducendo il motivo di mancare di istruzioni del proprio governo, e quelli della Russia e della Prussia, dal canto loro,rifiutarono di prender parte all’esame di una questione, a cui se ne collegavano altre che stavano loro grandemente a cuore e nelle quali non intendevano che si dovesse entrare.
Il conte di Cavour, nessun’altro mezzo più rimanendogli, volle almeno protestare contro il diniego dell’Austria d’entrar pure a discutere degli affari d’Italia. A tal uopo scrisse la nota del 16 aprile, che è mestieri qui riprodurre per la luce che spande sui fatti più tardi avvenuti.[1] Il Ministro italiano fu adunque costretto di rientrare in Piemonte senza avere in saccoccia, come egli medesimo scriveva ad un amico, nemmeno il più piccolo ducato di questo mondo. La frequente corrispondenza che, durante il Congresso, egli tenne coi suoi colleghi di Torino, e particolarmente col signor Rattazzi, concludeva a questo, essere assolutamente necessaria la guerra con l’Austria, ed una guerra a morte, the war to the knife. In tanto, poichè non eragli riuscito di ottenere, malgrado le più vive premure, alcun pronto sollievo alle misere condizioni dell’Italia, egli credette per un momento di dovere abbandonare il Ministero: «Je ne sais,» scriveva a dì 17 marzo al signor Castelli, già più volte rammentato in questo libro, «si ma mission aboutira à quelque chose; mais, si cela arrive, ce ne sera pas faute de m’être remué dans tous les sens. Malgré cela, je n’en serai pas moins condamné par tous les partis. J’y suis résigné d’avance. Les fatigues du grand monde, auxquelles je suis condamné, m’ont admirablement prédisposé à goûter les douceurs de la vie champêtre. Ainsi je vous prie, mon cher ami, de ne pas vous inquiéter si, à mon retour, une entorse donnée par la Chambre me force à me retirer. Après cinq ans et demi de ministère et trois ans de journalisme, le repos ne peut qu’être le bien-venu. Je vois souvent Bixio, qui nous est resté bien attaché....» Tuttavia egli riprese in breve coraggio, e scrisse alla medesima persona pochi giorni appresso: «Les conférences touchent à leur terme. Sans..... elles seraient finies depuis longtemps. Nous ne gagnerons rien matériellement, mais nous aurons gagné une chose, c’est que la France et l’Angleterre auront reconnu: 1º que l’état actuel de l’Italie est intolérable; 2º qu’il n’y a que le Piémont qui puisse régénérer l’Italie. Ne voulant pas, pour le moment, faire la guerre à l’Autriche, on ne peut absolument opérer un remaniement territorial quelconque. L’empereur a mis en avant trois o quatre projets...; mais aucun n’est praticable sans poser le casus belli....» E più oltre nella medesima lettera: «Je ne puis entrer ici dans beaucoup de détails, mais je vous assure que je n’ai pas à me plaindre de l’empereur. La France voulait la paix: il a dû la faire, et invoquer pour cela le concours de l’Autriche. Il ne pouvait donc pas traiter cette puissance en ennemie, et même, jusqu’à un certain point, il était obligé de la traiter en alliée. En cet état de choses, il ne pouvait pas employer les menaces dans la question italienne: les exhortations étaient seules possibles. Elles ont été faites; elles n’ont abouti à rien. Le comte Buol a été inébranlable dans les grandes comme dans les petites choses. Cette ténacité, qui tourne au malheur de l’Italie pour le moment, lui sera avantageuse plus tard....»
Partendo da Parigi per Torino, il conte di Cavour lasciò il conte Buol, «spaventato delle generali prove di simpatia che la causa italiana ispirava a tutta Europa.» Lord Clarendon ed il conte Orloff avevano detto infatti che le condizioni d’Italia erano intollerabili, e fin anco i plenipotenziari prussiani biasimarono molto vivamente la condotta dell’Austria. Ciò nondimeno, la diplomazia non era riuscita a nulla dinanzi a questa potenza, più che mai tenace nel voler proseguire in Italia il suo sistema di oppressione e di violenza; nè più a noi rimaneva altra speranza da quella in fuori di vincerla in guerra, muovendogliēla con tutte quante le nostre forze.
Il 7 di maggio, il deputato Buffa rivolse al Presidente del Consiglio una interpellanza su ciò che a Parigi erasi fatto a pro dell’Italia. Egli chiese qualche notizia sui negoziati di Parigi, e più specialmente sulla conferenza dell’8 aprile, esprimendo la speranza che niuno avesse inteso di rivolgere anche al Piemonte i rimproveri diretti in quel giorno dal conte Walewski alla stampa del Belgio, e manifestò il desiderio di conoscere che cosa il Congresso avesse pensato a proposito delle usurpazioni dell’Austria in Italia e delle fortificazioni di Piacenza. Il conte di Cavour rispose col discorso qui sotto riportato; il deputato Buffa, udite le parole del ministro, lo ringraziò di avere altamente difeso la causa italiana dinanzi alle grandi potenze, di non averla punto impicciolita, chiedendo, egoisticamente, per la parte presa alla guerra, qualche compenso territoriale, e terminò mettendo in rilievo la differenza che correva fra le continue commozioni dei paesi occupati dall’Austria, e la quiete, piena di prosperità, di cui godeva il Piemonte. Ma i due soliti campioni dei partiti estremi della Camera, il Solaro della Margherita ed il Brofferio, espressero opinioni diametralmente contrarie a quelle del deputato Buffa. Tutti e due, partendo da principii diversi, convennero nell’affermare che la guerra di Crimea era stata sterile, e che s’erano invano spesi duemila soldati ed 80 milioni di franchi. Cavour, secondochè era ormai suo costume, rispose ad entrambi con un solo discorso; e dopo poche altre parole, assai belle ed applaudite, di Terenzio Mamiani, e qualche considerazione dei deputati Sappa, Cadorna, Moia, e di Revel favorevoli al Ministero, la Camera chiuse il dibattimento approvando all’unanimità il seguente ordine del giorno: «La Camera, udite le spiegazioni date dal Presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del re e la condotta dei plenipotenziari sardi nel Congresso di Parigi, e confidando che il Governo persevererà rerà nella sua politica, passa all’ordine del giorno.»
1.
Seduta della Camera, 6 maggio 1856.
Signori, onde rispondere nel miglior modo che per me si possa alle interpellanze dell’onorevole deputato Buffa, e nello stesso tempo soddisfare alla giusta impazienza della Camera e del paese di essere ragguagliati intorno ai fatti principali che sono accaduti nel Congresso di Parigi, credo miglior consiglio, invece di seguire l’ordine delle domande che mi vennero dirette dall’onorevole deputato Buffa, di fare un breve riassunto di quanto si è operato dai plenipotenziari sardi in questa circostanza. L’onorevole interpellante e la Camera intenderanno di leggieri che io non posso nè debbo entrare in minuti particolari, e che mi è forza conservare una certa riserva, sia per convenienze diplomatiche, sia per la considerazione che molte questioni iniziate nelle conferenze di Parigi non hanno ricevuto ancora una definitiva soluzione. Prima di parlare di quanto si fece da noi in quei consigli, mi occorre dire una parola sulla posizione che venne fatta ai plenipotenziari della Sardegna.
Quando il Governo del Re firmava un trattato d’alleanza coll’Inghilterra e colla Francia, non credeva opportuno di stabilire in modo definitivo e particolare la condizione che verrebbe assegnata alla Sardegna nel Congresso che sarebbe stato per avventura chiamato a deliberare intorno alle condizioni della pace. Contento della clausola in esso trattato stabilita, che nessuna pace si potrebbe fare senza il concorso della Sardegna, lasciò che venisse determinata la sua posizione quando si fosse presentato il caso di adunare un congresso: giacchè il Governo riteneva, come ritiene tuttora, che, sì per gl’individui come per le nazioni, la loro considerazione, la loro influenza dipendono assai più dalla propria condotta, dalla riputazione acquistata, che non dalle stipulazioni diplomatiche. Ed invero la nostra aspettativa non fu tradita sia sui campi, sia nei congressi pacifici. Quantunque nulla si fosse determinato rispetto alla situazione del nostro generale in capo,[2] voi sapete, o signori, quale influenza esso abbia esercitata, non solo nel campo, ma anche nei consigli di guerra europea; influenza questa dovuta, non tanto al posto che occupava, quanto alla bella fama da lui acquistata; fama diventata europea, e tale da dirsi oramai una gloria nazionale. (Bravo! bene.)
Molto prima che le conferenze incominciassero, ebbe il Governo ad occuparsi in modo però non positivo nè definitivo, del concorso che la Sardegna fosse per avere in questi negoziati. Se vi fu per alcun tempo qualche incertezza a tale riguardo, questa sparì allorquando noi abbiamo dimostrato con quanta fedeltà, con quanto vigore noi mantenevamo gli assunti impegni. Da quel punto non fuvvi più dubbio; ed i nostri alleati ci invitarono alle conferenze senza riserva alcuna. E qui debbo dire, ad onore del vero, che questo concorso non ci fu seriamente contrastato da alcuna delle altre potenze alle conferenze partecipanti.
La missione dei plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all’opera della pace colla Russia, alla consolidazione dell’impero ottomano; in secondo luogo, era debito loro di fare ogni loro sforzo onde attirare l’attenzione dei loro alleati e dell’Europa sulle condizioni d’Italia, e cercar modo di alleviare i mali che afflig gono questa nazione. Rispetto alla prima parte della loro missione, l’opera loro non fu malagevole, giacchè, o signori, la causa dell’Occidente, la causa dell’impero ottomano era validamente, fortemente propugnata dai distinti statisti che rappresentavano nel Congresso la Francia e l’Inghilterra; e fu agevolata altresì dallo spirito di conciliazione, dalla lealtà spiegata fin dal principio dai plenipotenziari della Russia. A questi sentimenti io mi compiaccio di rendere altamente giustizia, imperocchè vennero manifestati non solo rispetto a tutti gli alleati, ma lo furono in modo particolare rispetto al nostro paese. Donde io traggo argomento per credere e per sperare che il trattato che abbiamo firmato, non solo ristabilirà la pace fra noi e l’impero della Russia, ma ripristinerà le buone relazioni che per tanto tempo esistettero fra le due nazioni, come pure quei vincoli di amicizia che unirono per secoli la Casa di Savoia con quella dei Romanoff. (Segni di approvazione.)
Credo che non mi bisogni molta fatica per dimostrare come lo scopo che gli alleati si erano prefisso nel muovere la guerra alla Russia, sia stato pienamente raggiunto. La semplice lettura del trattato basterà a convincervi come ogni pericolo di usurpazione per parte della Russia sia affatto scomparso. Neppure mi fermerò a dimostrarvi come siasi fatto quanto era possibile a favore delle popolazioni cristiane dell’impero ottomano, e per quanto era compatibile colla condizione delle cose, onde assicurare e rassodare l’esistenza di quell’ impero. Non sarò per esagerare le conseguenze di quel trattato di pace, nè gli utili materiali che saranno per derivarne a nostro vantaggio; tuttavia credo poter asseverare che la neutralizzazione del Mar Nero e la libertà della navigazione del Danubio, assicurata non solo in quella parte del fiume che corre lungo i confini ottomani, ma altresì in quella che si estende per l’intiera Germania, sieno condizioni tali da esercitare una notevole e salutare influenza sul nostro commercio. Non dubito che il commercio genovese, ritornando in quei lidi, sia per trovare l’antica memoria de’ suoi padri, ringiovanita dagli allori raccolti dalle nostre truppe, e trarre vantaggio dall’accresciuto prestigio del nome che esso porta. Credo pure dovere indicare come risultato vantaggioso pel mondo tutto, ma specialmente per noi, la consecrazione solenne di un nuovo diritto marittimo per ciò che riflette i neutri. Questo nuovo diritto marittimo il quale assicura i neutri in tempi di guerra contro le prepotenze delle maggiori nazioni, deve tornare a vantaggio speciale delle nazioni commercianti, le quali non hanno un naviglio bastante per contrastare coi navigli maggiori. Di più, colla consacrazione di questo principio a cui l’Inghilterra si è associata, vediamo scomparire una delle principali cause che potevano rompere l’alleanza occidentale, potevano far scendere nei campi della guerra le potenze che sono a capo della civiltà. Ma più che ai vantaggi materiali, stimo che dobbiamo badare a quelli morali che dalle conferenze, che dal trattato abbiamo ricavato. Io ritengo che non sia poca cosa per noi l’essere stati chiamati a partecipare a negoziazioni, a prender parte alla soluzione di problemi i quali interessano non tanto questa o quell’al- tra potenza, ma sono questioni, sono problemi di un ordine europeo. È la prima volta dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una potenza di second’ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di prim’ordine alla soluzione delle questioni europee; così vien meno la massima stabilita dal congresso di Vienna a danno delle potenze minori. Questo fatto è di natura a giovare non solo al Piemonte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di molto innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procacciato una riputazione che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito saprà mantenergli.
Io qui, date queste brevi spiegazioni intorno alle cose più speciali del trattato, dovrei venire a discorrere intorno a ciò che riflette la questione italiana; prima però di trattare questa parte, che è la più delicata del mio discorso, stimo opportuno di rispondere all’ultima delle fattemi interpellanze, a quella cioè relativa alle osservazioni promosse dal primo plenipotenziario della Francia intorno alla stampa belga. Io ringrazio l’onorevole interpellante di avermi fornito l’occasione di far scomparire su questo geloso argomento ogni dubbiezza. Il plenipotenziario della Francia giudicò di dover chiamare l’attenzione del Congresso sopra gli eccessi della stampa belga, rispetto al governo francese, e specialmente al suo capo. Il plenipotenziario della Gran Brettagna prese la parola immediatamente dopo di lui, e, dopo aver fatte le più ampie riserve intorno al principio della libertà della stampa che disse essere uno dei fondamenti della costituzione inglese, non dubitò di esprimere altamente un biasimo per gli accennati eccessi. Io ho creduto di dovermi associare a queste dichiarazioni del ministro inglese. Se i protocolli non ne fanno cenno, si è che questi non sono processi verbali, ed io ho espressa la mia adesione senza estendermi in parole; ma ciò si scorge dal riassunto fatto dal conte Walewski, là dove è detto che vari furono i plenipotenziari che fecero le loro riserve a favore della libertà della stampa. L’articolo 4 dice che: «Tous les plénipotentiaires, et même ceux qui ont cru devoir réserver le principe de la liberté de la presse, n’ont pas hésité à flétrir hautement les excés auxquels les journaux belges se livrent impunément, en reconnaissant la nécessité de remédier aux inconvénients réels qui résultent de la licence effrénée dont il est fait un si grand abus en Belgique.» I plenipotenziari (plurale) che fecero delle riserve a favore del principio della libertà della stampa sono quelli dell’Inghilterra e della Sardegna. (Movimento.) Questa riserva mi parve bastevole; non ho creduto nè opportuno nè utile il fare un discorso in favore della libertà della stampa nel seno del Congresso di Parigi; le mie parole certamente non avrebbero giovato gran fatto alla causa medesima che avrei propugnato, ed avrebbero potuto far gran male alla causa dell’Italia, la quale era in quella circostanza argomento di speciale attenzione del Congresso. (Bravo! al centro.) Io credo che alcuni dei plenipotenziari presenti al Congresso sarebbero stati lieti di poter cogliere questa circostanza onde distogliere l’attenzione del Congresso dalla questione italiana per portarla su quella della stampa; ho pensato quindi che un assentimento tacito alle dottrine messe avanti dal plenipotenziario dell’Inghilterra fosse il modo più opportuno di procedere. Ma, o signori, quand’anche avessi avuto a prendere la parola, io certamente non avrei detto di più di quello che venne espresso dal plenipotenziario della Gran Brettagna, ed in molte parti avrei dovuto associarmi alle parole profferite dal plenipotenziario della Francia. Difatti, o signori, il primo plenipotenziario francese, parlando con molta temperanza di parole, non attaccò nè punto nè poco la libertà della stampa; non ne condannò tutti gli eccessi, non toccò quelli relativi alla politica interna; non disse verbo sull’esagerazione delle dottrine di questo o di quell’altro giornale; si restrinse a far notare al Congresso la pubblicazione di giornali il cui principale, se non unico scopo, era, non di occuparsi delle cose interne del Belgio, ma bensì di combattere il Governo francese e la persona del suo capo, e di combatterlo non con argomenti, non con ragionamenti, ma con le ingiurie più villane, con le calunie più atroci. Osservò il plenipotenziario della Francia essere difficile che le buone relazioni potessero sussistere fra due nazioni e fra due governi, quando in uno dei due paesi si fondano giornali al solo scopo di combattere l’altro governo. Or bene, se io avessi avuto a manifestare un’opinione, non mi sarebbe stato difficile il farlo, non avrei avuto che a ripetere quello che in altra circostanza ebbi l’onore di esporre a questa Camera. Or son quasi cinque anni, quando una analoga discussione ebbe luogo in seno al Parlamento, io manifestai allora un’opinione che l’esperienza di un lustro ha pienamente sancita. Io dissi allora, e avrei dovuto ripetere al Congresso che, mentre io ritengo che la libertà della stampa, anche spinta all’estremo suo limite, abbia pochi pericoli rispetto alle condizioni interne di un paese, riguardo alle sue relazioni esterne possa averne molti, e procurare pochissimi vantaggi. Di questo io sono talmente convinto che, se per un giuoco del caso io mi trovassi trasportato nel seno delle Camere belgiche, quantunque, mercè le opinioni che ora professo, e stante lo stato attuale delle cose in quel paese, io fossi per sedere in quella Camera sui banchi della sinistra, cercando il più possibile di avvicinarmi al mio amico, il signor Frère Orban, nulladimeno mi crederei in debito di denunciare alla Camera questi deplorevoli fatti, che sono fonte di danni e di pericoli; ed in ciò pure stimerei non di propugnare la causa della reazione e del partito retrivo, ma sì di rendere alla libertà un immenso servigio.
Vengo, o signori, alla questione italiana. (Vivi segni di attenzione.) Io ho detto che i plenipotenziari della Sardegna avevano per missione di chiamare l’attenzione dell’Europa sulla condizione anomala ed infelice dell’Italia, e di cercare di portarvi qualche rimedio. Nella condizione di cose creata dalla pace, nessuno di voi certamente sarà per credere che fosse possibile l’ottenere rimedi portanti seco modificazioni nella circoscrizione territoriale dell’Italia. Forse, se la guerra si fosse protratta, se la sfera in cui si ravvolgeva si fosse per avventura allargata, in allora si poteva con qualche fondamento sperare che, allargato pure il programma adottato dalle potenze occidentali al cominciare delle ostilità, fosse preso in considerazione il rimedio a cui testè accennava; ma quando si aprivano le trattative, la spada degli alleati essendo rientrata nella guaina, la diplomazia essendo solo incaricata di occuparsi delle cose europee in relazione alle vicende della guerra, non era, lo ripeto, nè da sperare, e nemmeno da proporre questo rimedio. Le grandi soluzioni non si operano, o signori, colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli. Essa non può, al più, che sancire i fatti compiuti e dare loro forma legale. Tuttavia, anche sul terreno della diplomazia, e mettendo per base i trattati esistenti, ai quali non era il caso di portare modificazioni, vi era mezzo di portare la questione d’Italia, se non avanti al Congresso, almeno dinanzi alle potenze in esso rappresentate. Difatti, o signori, lo stato attuale d’Italia non è conforme alle prescrizioni dei trattati vigenti. I principii stabiliti a Vienna e nei susseguenti trattati sono apertamente violati; l’equilibrio politico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni. Quindi i plenipotenziari della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l’opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l’attenzione della Francia e dell’Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione. Qui non incontrarono serie difficoltà, giacchè i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente favorevoli a queste istanze, e manifestarono un sincero interesse per le cose d’Italia. La Francia e l’Inghilterra, riconoscendo lo stato anomalo in cui si trovava l’Italia in forza dell’occupazione di gran parte delle sue provincie per parte di una potenza estera, manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose allo stato normale. Ma un’obbiezione veniva mossa alle istanze che per noi si facevano. Ci si diceva: sta bene che l’occupazione dell’Italia centrale debba cessare, e cessi; ma quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni? I plenipotenziari della Sardegna non esitarono a dichiarare che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero, che essi ritenevano, come, mercè l’adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso possibile. Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formolare, non già un memorandum, ma una memoria che, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia ed all’Inghilterra.[3] L’accoglienza fatta a questa nota fu molto favorevole. L’Inghilterra non esitò a darvi la più intera adesione; e la Francia, a motivo di particolari considerazioni, di cui farò or ora parola, pure riconoscendo questo stato delle cose ed ammettendo la proposta in principio, stimè di dover fare un’ampia riserva all’applicazione che per noi si chiedeva. D’accordo sopra questo principio, cioè sopra la massima utilità che vi sarebbe di far cessare!’ occupazione straniera nelle provincie del centro d’Italia, e sulla necessita di far precedere lo sgombro delle truppe estere da provvedimenti speciali, fu deciso dal Governo francese con quello dell’Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al Congresso di Parigi; e, come avrete rilevato, essa lo fu nella tornata delli 8 aprile. Se il linguaggio del plenipotenziario francese non fu del tutto simile a quello del plenipotenziario inglese, avvi perciò una gravissima ragione, di cui, io penso, che tutti vi farete capaci. Pel Governo francese il sommo pontefice non è solo il capo temporale di uno Stato di tre milioni d’abitanti, ma è altresì il capo religioso di 33 milioni di Francesi; questa condizione impone a quel Governo particolari riguardi rispetto al sovrano pontefice. Quindi noi non dobbiamo stupirci che quando si tratta della questione romana abbia ad usare speciali riguardi. Se si pon mente, come si richiede, a questa speciale circostanza; se si tien conto dell’influenza che ogni passo fatto a Roma può avere sulla politica interna della Francia, io credo che il paese, che l’Italia tutta proveranno pel Governo francese non minore riconoscenza di quello che ne meriti il Governo inglese. La-questione per I’ Inghilterra era assai pr semplice; la questione romana era per lei meramente politica; il che rendeva la parte dei plenipotenziari della Gran Brettagna assai pid facile. Ed invero il plenipotenziario che a nome di quella gran nazione prese la parola, la trattò con quella liberta, con quella pienezza che si appartiene ad una questione di un tal ordine. Che anzi, io debbo qui altamente proclamare che in quella circostanza, quell’illustre uomo di Stato, che vo superbo di poter chiamare mio antico, dimostrò tanta simpatia per le condizioni d’Italia, un cosi vivo desiderio di sollevarla dai mali che l’affliggono, da meritare la riconoscenza non solo dei plenipotenziari, dei Piemontesi, ma di tutti gli Italiani. (Bravo! Bene!)
I plenipotenziari dell’Austria opposero, alla proposta della Francia è dell’Inghilterra, una questione pregiudiziale, une fin de non-recevoir. Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che i loro Governi non essendo stati prevenuti prima della riunione del Congresso, che si avrebbe a trattare delle cose d’Italia, essi non avevano nè istruzioni nè poteri all’uopo. Nulladimeno, trascinati dall’importanza dell’argomento, entrarono in qualche particolare, e mantennero con molta energia la dottrina dell’intervenzione. Essi proclamarono la massima che uno Stato ha il diritto d’intervenire nelle questioni interne di un altro, quando ne è richiesto dal legittimo Governo di questo. Questa dottrina non fu ammessa dalla Francia, e fu contrastata altamente dall’Inghilterra. A ciò si restrinse la parte relativa agli interventi. Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto: tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece per parte della Francia e dell’Inghilterra, della necessità di far cessare l’occupazione dell’Italia centrale, e dell’intendimento per parte della Francia di prendere tutti i provvedimenti a quest’uopo necessari. Sul terreno della diplomazia era difficile trattare altri argomenti italiani, sottoporre altre questioni alle deliberazioni del Congresso. Tuttavia parve alla Sardegna, come pure ai suoi alleati, i quali su quest’argomento concorsero, dirò, con una grande spontaneità, potersi, all’occasione della sanzione di questa gran pace europea, rivolgere ad alcuni Stati d’Italia consigli di moderazione, di temperanza, di clemenza. Non ripeterò le ragioni messe in campo dai primi plenipotenziari della Francia e dell’Inghilterra, che in questa circostanza tennero un identico linguaggio, e dimostrarono eguale simpatia per le sorti dei nostri concittadini; solo dirò le loro parole essere state tali da meritare il plauso di tutti i buoni Italiani. Se a questi consigli non vollero associarsi i plenipotenziari delle altre nazioni, lo fecero per motivi di convenienza, ma posso dire, credo, senza commettere indiscrezione, che nessuno di questi plenipotenziari, nè ufficialmente nè ufficiosamente, prese a contrastare la validità degli argomenti di cui si erano serviti e i plenipotenziari della Francia e quelli della Gran Bretagna. Se nemmeno su quest’argomento il Congresso è arrivato ad un atto definitivo, è pure lecito il credere che i consigli di cui discorriamo, quantunque non abbiano per sanzione un voto del Congresso, avvalorati come sono dall’autorità della Francia e dell’Inghilterra, sieno però per riuscire talmente potenti ed efficaci da sortire quei risultati che da essi ci ripromettiamo.
L’onorevole deputato Buffa avendo insistito in modo speciale sull’estensione data alle fortificazioni di Piacenza, e sul pericolo che da queste fortificazioni può derivarne al Piemonte, risponderò essere anche ciò stato argomento dei richiami dei plenipotenziari sardi, i quali anzi, onde avvalorare le loro asserzioni, ebbero a procurarsi un piano delle opere nuove innalzate da alcuni anni dagli Austriaci, e questo piano venne da loro rimesso ai rappresentanti delle potenze alleate. L’aumento delle fortificazioni di Piacenza fa parte del sistema seguíto dall’Austria per estendere in Italia la sua influenza; sistema che venne denunciato dai plenipotenziari sardi, e che fu argomento dei principali loro reclami. Potrà l’onorevole interpellante, dalla lettura della nota[4] consegnata prima di partire da Parigi alle potenze alleate vedere come i plenipotenziari sardi abbiano segnalato questo fatto e questo sistema, e contro essi formalmente protestato.
Io vi ho esposto, o signori, i risultati delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato; voi riconoscerete, spero, che rispetto alla questione orientale si sono conseguiti alcuni vantaggi materiali pel nostro commercio, e si è conseguito sovratutto un gran vantaggio morale per la nostra posizione politica, essendo stata rialzata al cospetto di tutta l’Europa. Rispetto alla questione italiana, non si è, per vero, arrivati a gran risultati positivi; tuttavia si sono guadagnate, a mio parere, due cose: la prima, che la condizione anomala ed infelice dell’Italia è stata denunziata all’Europa non già da demagoghi, da rivoluzionari esaltati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito; ma bensì da rappresentanti delle primarie potenze dell’Europa, da statisti che seggono a capo dei loro Governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gli impulsi del cuore. Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità. Il secondo si è che quelle stesse potenze hanno dichiarato essere necessario, non solo nell’interesse d’Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d’Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni quali sono la Francia e l’Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili. Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall’altro io debbo riconoscere che esso non è scevro di inconvenienti e di pericoli. (Movimento d’attenzione.) Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l’Austria! (Sensazione.) Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari della Sardegna e quelli dell’Austria, dopo aver seduto due mesi a fianco, dopo aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuta in questi ultimi quarant’anni, si sono separati senza ire personali, giacchè io debbo qui rendere testimonianza al procedere generalmente cortese e conveniente del capo del Governo austriaco, si sono separati, dico, senza ire personali, ma coll’intima convinzione, essere la politica dei due paesi più lontana che mai dal mettersi d’accordo (applausi), essere inconciliabili i principii dall’uno e dall’altro paese propugnati. (Bene!) Questo fatto, o signori, è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fatale di quel sistema leale, liberale, deciso che il re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui il Governo del Re ha sempre cercato di farsi l’interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo e valido appoggio. (Molte voci: Bravo! Bravo!) Nè io credo, o signori, che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli sia per farvi consigliare al Governo del Re di mutare politica. La via, che abbiamo seguíto in questi ultimi anni ci ha condotti ad un gran passo: per la prima volta nella storia nostra la questione italiana è stata portata e discussa avanti ad un Congresso europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana ed al Congresso di Verona coll’animo di aggravare i mali d’Italia, e di ribadire le sue catene, ma coll’intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi nazioni. Terminato il Consiglio, la causa d’Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale il quale; a seconda del detto memorabile dell’imperatore dei Francesi, spetta l’ultima sentenza, la vittoria definitiva. La lite potrà esser lunga, le peripezie saranno forse molte, ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspetteremo con fiducia l’esito finale. (Applausi generali.)
2.
SCHIARIMENTI A PROPOSITO DEL PROTOCOLLO DEL 14 APRILE RISPETTO AL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO.
(Seduta della Camera, 6 maggio 1856).
.... Lord Clarendon propose al Congresso di emettere il voto che, qualora due nazioni si trovassero dissidenti sopra qualche questione che potesse condurre alla guerra, avessero a ricorrere ad una terza potenza onde trovar modo di conciliare la differenza con intervento pacifico. Onde provocare una dichiarazione favorevole ai governi di fatto, e contraria agli interventi armati, rivolsi la parola al proponente, cioè a lord Clarendon; lo richiesi di dire se intendeva estendere la sua proposta anche ai governi di fatto ed all’intervento armato di una potenza a richiesta di un sovrano così detto legittimo. Lord Clarendon rispose affermativamente, ed aggiunse non esservi agli occhi dell’Inghilterra differenza nelle questioni di guerra fra le diverse specie di governo, avvalorando tosto questa sua affermazione coll’esempio della mediazione offerta dall’Inghilterra nel 1823 nelle contese fra la Spagna e la Francia. Il conte Walewski appoggiò la spiegazione data da lord Clarendon. Dopo la manifestazione delle opinioni di questi due plenipotenziari, il conte Buol prese la parola, e si attenne alla massima generale, che quando una guerra era stata determinata da cinque grandi potenze, riusciva inutile il cercare la mediazione di una potenza di secondo ordine. E per vero questa è cosa poco contestabile. Quando tutta l’Europa è determinata a fare la guerra, sicuramente una potenza di second’ordine non la può impedire. È una verità spiacevole, ma è una verità.
In quel punto, l’ora essendo tarda, e non desiderando io di fare una discussione inutile nè di procacciarmi trionfi oratorii nel seno delle Conferenze, ed essendo occupato assai più delle conseguenze politiche che dalle Conferenze potessero sorgere che dell’effetto che potessero fare le mie parole sul pubblico, mi rivolsi a lord Clarendon ed al conte Walewski, che nelle Conferenze sedevano di fronte a me, e loro dissi accennando alle spiegazioni date: «io accetto il principio.» La mia risposta non lasciò il menomo dubbio nell’animo di alcun plenipotenziario. Nel protocollo, però, nel quale le cose si riferivano molto in succinto, ciò non è stato indicato: sarebbe stato più esatto il dire: «soddisfatto delle spiegazioni di lord Clarendon e del conte Walewski, accetta.»
Ma quando questo venne letto, era l’ultima seduta; tutti stavano già per separarsi per sempre: ho creduto inutile il suscitare una discussione chiedendo questa rettificazione, la quale, leggendo con qualche attenzione il protocollo, potrebbe riuscire soverchia. Io vado convinto di aver ragione di applaudirmi di aver fatto questa riflessione, la quale era in favore dei governi di fatto, e contro gli interventi. E che io non avessi torto di applaudirmi di ciò, posso desumerlo dalle parole a me dirette da lord Clarendon il giorno dopo. Egli mi disse: «Vi ringrazio dell’osservazioni che avete esposto; sarà per noi una ragione di più di alzare la voce ogniqualvolta un governo vorrà intervenire negli affari altrui. Vi ringrazio di questa osservazione; è forse la migliore che si sia prodotta al Congresso.» Ho dunque motivi da sperare che la Camera non troverà biasimevole la mia condotta in questa circostanza.
3.
A PROPOSITO DELLE TRATTATIVE CON LA CORTE DI ROMA.
(Seduta della Camera, 7 maggio 1856.)
Rispetto alle interpellanze mossemi dall’onorevole deputato Cadorna, mi farò debito di dare alcune spiegazioni alla Camera. Fu sparsa, è vero, la voce in vari giornali esteri e del paese, che, dietro consigli autorevoli ed inviti venuti da persone alto locate, il Piemonte si disponeva a riaprire trattative con Roma. È vero che in altri tempi, in tempi già da noi alquanto lontani, furono dati consigli, furono fatti inviti per indurre il Governo a riaprire trattative colla Corte di Roma; ma debbo tosto soggiungere che questi consigli e questi inviti non erano dettati dall’intenzione di veder mutata la nostra politica ed abbandonati i principii da noi sostenuti, ma anzi, di veder conchiusi accordi sopra basi conformi alle massime che hanno ricevuto sanzione di legge, giacchè si parlava di negoziazioni aventi più o meno per base il Concordato del 1801. Ma naturalmente questi consigli non furono ripetuti, che anzi io posso assicurare la Camera che, essendomi trovato in questi ultimi tempi in contatto con gran numero di personaggi distinti nella sfera politica, sia per i posti che occupano, sia per la parte presa ai passati eventi, non ne trovai che un piccolo numero, una minoranza, sarei per dire, impercettibile, che ci consigliasse di mutar politica, di avvicinarci alla Corte di Roma. L’immensa maggioranza degli uomini di Stato sì della Francia che degli altri paesi, invece faceva apertamente plauso ai nostri principii.
Dissi che poche persone soltanto incontrai le quali ci consigliassero l’accordo, e due fra esse insistettero in modo più speciale presso di me. Quantunque io onori altamente il loro ingegno, e faccia grande stima del loro carattere, tuttavia non potei rimanere con vinto dai loro ragionamenti, sebbene in essi spiccassero alcuni argomenti che, per mio avviso, non sono destituiti di un certo valore. Essi volevano persuadermi che il nostro contegno, rispetto alla Corte di Roma, fosse di grave nocumento alla causa costituzionale in Europa, somministrando la nostra condotta un argomento contro essa ai cattolici più zelanti ed illuminati. Ad entrambi questi personaggi io feci identica risposta.
Se la Camera me lo permette, io mi farò qui a ripeterla, giacchè penso possa valere anche per quelle persone che, animate da spirito liberale, avessero ancora in mente di rinnovare simili istanze. Dissi loro come io fossi persuaso del vantaggio che poteva risultare da accordi fatti su basi accettabili tra il Governo del Re e la Corte romana; com’io fossi ben lontano, in massima, dal tentare nuove negoziazioni; che anzi, se avessi avuto la minima speranza che queste avessero potuto condurre ad accordi plausibili, io avrei consigliato al Governo di immediatamente intavolarle. Ma soggiunsi: onde la conciliazione tra due parti sia per riuscire, è necessario che queste siano in disposizioni favorevoli a trattare: ora io credo, diceva, che nè la Corte di Roma nè il mio paese, siano in quella condizione che è indispensabile per condurre ad accordi che siano dalle due parti accettabili. E invero, per quanto spetta alla Corte romana, come mai si può supporre che essa, il giorno dopo un’immensa vittoria[5] che riconduce in certo modo le relazioni tra la Chiesa e lo Stato al punto in cui erano nei secoli di mezzo, mentre si sta adoperando per ottenere un simile risultato in altri Stati italiani, come volete che io possa sperare di trovarla disposta a ragionevoli accordi? Dunque, per parte della Corte di Roma il momento non è opportuno per cominciare delle trattative. (Risa di appravazione.) Ma, soggiunsi con eguale franchezza, (perchè, sebbene non si trattasse di discorsi diplomatici, ma solo di discorsi famigliari, la franchezza la credo sempre buona), ma, soggiunsi: vi confesso che anche da noi l’opinione pubblica non è in quelle disposizioni che sarebbero necessarie per venire ad accordi ragionevoli, perchè, se da un lato si dovrebbe richiedere la Corte di Roma di rinunciare ad antichi privilegi, di consentire alle riforme necessarie per mettere in armonia i rapporti della Chiesa coi principii che informano le nostre leggi civili, dall’altro io ritengo che bisognerebbe fare certe concessioni alla Chiesa, concederle una maggior larghezza nei suoi rapporti collo Stato, ammetterla insomma a godere dei principii di libertà. Ebbene, l’opinione pubblica non è disposta a fare queste concessioni; e volete sapere il perchè, diceva sempre a miei interlocutori, volete saperne il perchè? La condizione degli Stati romani è infelicissima. E qui debbo dire che i miei interlocutori non lo negavano, e non lo negavano perchè sono cattolici e liberali ad un tempo. Questa condizione di cose produce un sentimento poco favorevole al sovrano temporale di quegli Stati, e questo sentimento, rispetto al sovrano temporale, nuoce alla persona di questo sovrano che è ad un tempo il sovrano pontefice.
Moia. Debbe cessare la sovranità temporale.
Cavour. Ma, dicevano, voi dovete distinguere i due caratteri. Io replicava: voi avete perfettamente ragione: io li distinguo come voi, come tutti gli uomini istrutti, come i filosofi; ma nelle moltitudini è impossibile di riuscire a far sorgere questa distinzione; quindi l’irritazione contro il sovrano, vi ripeto, nuoce all’influenza che dovrebbe esercitare il pontefice; epperciò la nostra opinione pubblica non è in quelle condizioni che si richieggono per scendere a veri accordi, perchè, vi ripeto, quando si dovesse venire ad un vero accordo, anche noi dovremmo fare delle concessioni alla Chiesa. Quindi è forza aspettare, da un lato, che la memoria del Concordato coll’Austria sia affievolita (Si ride); e dall’altro, che la condizione degli Stati romani sia alquanto migliorata. (Risa di approvazione.) Non so se queste ragioni abbiano convinto pienamente i miei interlocutori; quello che è certo si è, che questa risposta troncò la discussione.
Ho parlato di un cambiamento che si è operato nell’opinione di un’infinità di uomini di Stato rispetto alle nostre relazioni con Roma; e qui posso accertare che molti di coloro, i quali altre volte erano disposti a giudicare severamente, se non a biasimare apertamente, la nostra condotta, ora, non solo non ci biasimano, ma ci danno la più ampia approvazione. Se volete saperne il motivo, ve lo dirò. Non è già dovuto ai meriti nostri, ai nostri discorsi, alle nostre memorie, ai nostri scritti; è dovuto a un altro fatto, è dovuto allo stesso Concordato austriaco. (Bravo!) Questa è stata la difesa la più eloquente che si fosse potuta produrre a favor nostro. (Ilarità.) Quindi io sono condotto a trarre una conclusione, che per un momento mi ravvicinerà all’onorevole conte Solaro della Margherita (Si ride), ed è che, se dal lato religioso io non posso a meno di lamentare quell’atto, dal lato politico io mi associo al conte Solaro della Margherita per farvi il più alto plauso. (Ilarità prolungata.)
4.
SPIEGAZIONI SULLA NOTA VERBALE CONSEGNATA ΑΙ MINISTRI DI FRANCIA E D'INGHILTERRA IL 27 MARZO 1856 .
(Seduta del Senato, 10 maggio 1856.)
Questa nota, non avea altro scopo fuorchè quello d’indicare i mezzi pratici di porre un termine, e un termine pronto, all’occupazione straniera degli Stati pontificii. Quindi i plenipotenziari della Sardegna, nel farla, dovevano avere in mente non ciò che sarebbe desiderabile di ottenere, non ciò che fosse conducibile al miglior bene dell’Italia e di quegli Stati, ma ciò che era possibile di ottenere, e ciò che, ottenuto, poteva condurre alla cessazione dell’intervento austriaco nelle Legazioni. Ora io credo che la questione così stabilita, sarà forza di riconoscere che i mezzi proposti dai plenipotenziari sardi fossero i soli attuabili. Quelli indicati dall’onorevole mio amico il senatore D'Azeglio,[6] considerati in modo assoluto, erano certamente da preferirsi ai mezzi indicati dai plenipotenziari sardi; ma da quanto ho potuto rilevare nel mio soggiorno a Parigi, debbo dichiarare questi mezzi assolutamente inapplicabili nelle attuali circostanze.
Ora, perchè proporre dei mezzi la cui attuazione, nelle circostanze presenti, era inapplicabile? Perchè esporsi al pericolo di vedersi rispondere a quello che proponete: non abbiamo nulla ad opporci, teoricamente parlando, ma vi diremo solo che non si può attuare? In politica ciò che, a mio credere, bisogna anzi tutto sfuggire, se si vuol riuscire a qualche cosa, è la taccia di utopista. La riputazione che più facilita la riuscita delle trattative, nella sfera politica e diplomatica, è quella di uomo pratico. È per ciò che i plenipotenziari sardi si sono studiati a ricercare fra tutti i mezzi che dovevano condurre allo scopo (e lo scopo l’ho indicato, quello cioè dell’intervento straniero), quelli che contenessero le minori difficoltà; e a malgrado che al trionfo di questo principio abbiano propugnato mezzi molto incompleti, mezzi che essi sapevano poter essere argomento di gravi critiche, nulla meno questi mezzi, così ristretti, incontreranno probabilmente grandissime, se non insuperabili difficoltà nella loro attuazione.
- ↑
Note adressée à lord Clarendon et au comte Walewski le 16 avril 1856.
Les soussignés, plénipotentiaires de S. M. le roi de Sardaigne, pleins de confiance dans les sentiments de justice des gouvernements de France et d’Angleterre et dans l’amitié qu’ils professent pour le Piémont, n’ont cessé d’espérer, depuis l’ouverture des conférences, que le Congrès de Paris ne se séparerait pas sans avoir pris en sérieuse considération l’état de l’Italie, et avisé aux moyens d’y porter remède en rétablissant l’équilibre politique troublé par l’occupation d’une grande partie des provinces de la péninsule par des troupes étrangères.
Sûrs du concours de leurs alliés, ils répugnaient à croire qu’aucune des autres puissances, après avoir témoigné un intérêt si vif et si généreux pour le sort des chrétiens d’Orient appartenant aux races slave et grecque, refuserait de s’occuper des peuples de race latine, encore plus malheureux parce que, à raison du degré de civilisation avancée qu’ils ont atteint, ils sentent plus vivement les conséquences d’un mauvais gouvernement.
Cet espoir a été déçu. Malgré le bon vouloir de l’Angleterre et de la France, malgré leurs efforts bienveillants, la persistance de l’Autriche à exiger que les discussions du Congrès demeurassent strictement circonscrites dans la sphère de questions qui avait été tracée avant sa réunion, est cause que cette assemblée, sur laquelle les yeux de toute l’Europe sont tournés, va se dissoudre, non seulement sans qu’il ait été apporté le moindre adoucissement aux maux de l’Italie, mais sans avoir fait briller au delà des Alpes un éclair d’espérance dans l’avenir, propre à calmer les esprits et à leur faire supporter avec résignation le présent.
La position spéciale occupée par l’Autriche dans le sein du Congrès rendait peut-être inévitable ce résultat déplorable. Les plénipotentiaires sardes sont forcés de le reconnaître. Aussi, sans adresser le moindre reproche à leurs alliés, ils croient de leur devoir d’appeler leur sérieuse attention sur la conséquence fâcheuse qu’il peut avoir pour l’Europe, pour l’Italie et spécialement pour la Sardaigne. Il serait superflu de tracer ici un tableau exact de l’Italie. Ce qui se passe dans ces contrées, depuis bien des années, est trop notoire. Le système de compression et de réaction violente inauguré en 1848 et 1849, que justifiaient peut-être, à son origine, les troubles révolutionnaires qui venaient d’être comprimés, dure sans le moindre adoucissement; on peut même dire que, sauf quelques exceptions, il est pratiqué avec un redoublement de rigueur. Jamais les prisons et les bagnes n’ont été plus remplis de condamnés pour cause politique; jamais le nombre des proscrits n’a été plus considérable; jamais la police n’a été plus tracassière ni l’état de siége plus durement appliqué. Ce qui se passe à Parme ne le prouve que trop.
De tels moyens de gouvernement doivent nécessairement maintenir les populations dans un état d’irritation constante et de fermentation révolutionnaire.
Tel est l’état de l’Italie depuis sept ans.
Toutefois, dans ces derniers temps, l’agitation populaire paraissait s’être calmée. Les Italiens, voyant un des princes nationaux coalisé avec les grandes puissances occidentales pour faire triompher les principes du droit et de la justice, et améliorer le sort de leurs co-religionnaires en Orient, conçurent l’espoir que la paix ne se ferait pas sans qu’un soulagement fût apporté à leurs maux. Cet espoir les rendit calmes et résignés. Mais lorsqu’ils connaîtront le résultat negatif du Congrès de Paris, lorsqu’ils sauront que l’Autriche, malgré les bons offices et l’intervention bienveillante de la France et de l’Angleterre, s’est refusée à toute discussion, qu’elle n’a pas même voulu se prêter à l’examen des moyens propres à porter remède à un si triste état de choses, il n’est pas douteux que l’irritation assoupie se réveillera parmi eux plus violente que jamais. Convaincus de n’avoir plus rien à attendre de la diplomatie et des efforts des puissances qui s’intéressent à leur sort, ils se rejetteront avec l’ardeur méridionale dans les rangs du parti révolutionnaire et subversif, et l’Italie redeviendra un foyer ardent de conspirations et de désordres que l’on comprimera peut-être par un redoublement de rigueur, mais que la moindre commotion européenne fera éclater de la manière la plus violente. Un état de choses aussi fâcheux, s’il mérite de fixer l’attention des gouvernements de la France et de l’Angleterre, intéressés également au maintien de l’ordre et au développement régulier de la civilisation, doit naturellement occuper au plus haut degré le gouvernement du roi de Sardaigne. Le réveil des passions révolutionnaires dans toutes les contrées qui entourent le Piémont, par l’effet de causes de nature à exciter les plus vives sympathies populaires, l’expose à des dangers d’une excessive gravité qui peuvent compromettre cette politique ferme et modérée qui a eu de si heureux résultats à l’intérieur et lui a valu la sympathie et|prosers temps, l’agitation populaire paraissait s’être calmée. Les Italiens, voyant un des princes nationaux coalisé avec les grandes puissances occidentales pour faire triompher les principes du droit et de la justice, et améliorer le sort de leurs co-religionnaires en Orient, conçurent l’espoir que la paix ne se ferait pas sans qu’un soulagement fût apporté à leurs maux. Cet espoir les rendit calmes et résignés. Mais lorsqu’ils connaîtront le résultat negatif du Congrès de Paris, lorsqu’ils sauront que l’Autriche, malgré les bons offices et l’intervention bienveillante de la France et de l’Angleterre, s’est refusée à toute discussion, qu’elle n’a pas même voulu se prêter à l’examen des moyens propres à porter remède à un si triste état de choses, il n’est pas douteux que l’irritation assoupie se réveillera parmi eux plus violente que jamais. Convaincus de n’avoir plus rien à attendre de la diplomatie et des efforts des puissances qui s’intéressent à leur sort, ils se rejetteront avec l’ardeur méridionale dans les rangs du parti révolutionnaire et subversif, et l’Italie redeviendra un foyer ardent de conspirations et de désordres que l’on comprimera peut-être par un redoublement de rigueur, mais que la moindre commotion européenne fera éclater de la manière la plus violente. Un état de choses aussi fâcheux, s’il mérite de fixer l’attention des gouvernements de la France et de l’Angleterre, intéressés également au maintien de l’ordre et au développement régulier de la civilisation, doit naturellement occuper au plus haut degré le gouvernement du roi de Sardaigne. Le réveil des passions révolutionnaires dans toutes les contrées qui entourent le Piémont, par l’effet de causes de nature à exciter les plus vives sympathies populaires, l’expose à des dangers d’une excessive gravité qui peuvent compromettre cette politique ferme et modérée qui a eu de si heureux résultats à l’intérieur et lui a valu la sympathie et l’estime de l’Europe éclairée.
Mais ce n’est pas là le seul danger qui menace la Sardaigne. Un plus grand encore est la conséquence des moyens que l’Autriche emploie pour comprimer la fermentation révolutionnaire en Italie. Appelée par les souverains des petits États de l’Italie, impuissants à contenir le mécontentement de leurs sujets, cette puissance occupe militairement la plus grande partie de la vallée du Pô et de l’Italie centrale, et son influence se fait sentir d’une manière irrésistible sur les pays mêmes où elle n’a pas de soldats. Appuyées d’un côté à Ferrare et à Bologne, ses troupes s’étendent jusqu’à Ancône, le long de l’Adriatique, devenu en quelque sorte un lac autrichien; de l’autre, maîtresse de Plaisance que, contrairement à l’esprit sinon à la lettre des traités de Vienne, elle travaille à transformer en place de premier ordre, elle a garnison à Parme, et se dispose à déployer ses forces tout le long de la frontière sarde, du Pô au sommet des Apennins.
Ces occupations permanentes, par l’Autriche, de territoires qui ne lui appartiennent pas, la rendent la maîtresse absolue de presque toute l’Italie, détruisent l’équilibre établi par le traité de Vienne, et sont une menace continuelle pour le Piémont.
Cerné en quelque sorte de toute part par les Autrichiens, voyant se développer sur sa frontière orientale, complétement ouverte, les forces d’une puissance qu’il sait ne pas être animée de sentiments bienveillants à son égard, ce pays est tenu dans un état constant d’appréhension qui l’oblige à demeurer armé et à des mesures défensives excessivement onéreuses pour ses finances, obérées déjà par suite des événements de 1848 et 1849 et de la guerre à laquelle il vient de participer.
Les faits que les soussignés viennent d’exposer suffisent pour faire apprécier les dangers de la position où le gouvernement du roide Sardaigne se trouve placé.
Troublé à l’intérieur par l’action des passions révolutionnaires suscitées tout autour de lui par un système de compression violent et par l’occupation étrangère, menacé par l’extension de puissance de l’Autriche, il peut d’un moment à l’autre être forcé par une inévitable nécessité à adopter des mesures extrêmes dont il est impossible de calculer les conséquences.
Les soussignés ne doutent pas qu’un tel état de choses n’excite la sollicitude des gouvernements d’Angleterre et de France, non-seulement à cause de l’amitié sincère et de la sympathie réelle que ces puissances professent pour le souverain qui, seul entre tous, dans le moment où le succès était le plus incertain, s’est déclaré ouvertement en leur faveur, mais surtout parce qu’il constitue un véritable danger pour l’Europe.
La Sardaigne est le seul État de l’Italie qui ait pu élever une barrière infranchissable à l’esprit révolutionnaire, et demeurer en même temps indépendant de l’Autriche: c’est le seul contre-poids à son influence envahissante.
Si la Sardaigne succombait épuisée de forces, abandonnée de ses al liés, si elle aussi était contrainte de subir la domination autrichienne, alors la conquête de l’Italie par cette puissance serait achevée; et l’Autriche, après avoir obtenu, sans qu’il lui coutât le moindre sacrifice, l’immense bienfait de la liberté de la navigation du Danube et de la neutralisation de le mer Noire, acquerrait une influence prépondérante en Occident.
C’est ce que la France et l’Angleterre ne sauraient vouloir, c’est ce qu’elles ne permettront jamais.
Aussi les soussignés sont convaincus que les cabinets de Londres et de Paris, prenant en sérieuse considération l’état de l’Italie, aviseront, de concert avec la Sardaigne, aux moyens d’y porter un remède efficace.- Paris, ce 16 avril 1856.
C. Cavour. — De Villamarina.
- ↑ Il generale Alfonso La Marmora.
- ↑ La nota del 27 marzo rammentata più sopra.
- ↑ Del 16 aprile, riferita più indietro.
- ↑ Il Concordato austriaco del 1855.
- ↑ Massimo d' Azeglio aveva detto che se da un lato sarebbe stato desiderabile che le Legazioni fossero separate dal rimanente dello Stato Pontificio, dall’altro non potevansi dimenticare, senza manifesta ingiustizia, le altre provincie del medesimo Stato. «Bisognerebbe (aveva egli soggiunto) che le altre parti dello Stato avessero anch’esse riforme che le migliorassero; anche a questo modo non so se potrebbe camminare, ma almeno si potrebbe tentare.»
- Testi in cui è citato Massimo d'Azeglio
- Testi in cui è citato Camillo Benso, conte di Cavour
- Testi in cui è citato Vittorio Emanuele II di Savoia
- Testi in cui è citato Urbano Rattazzi
- Testi in cui è citato Domenico Buffa
- Testi in cui è citato Clemente Solaro della Margarita
- Testi in cui è citato Angelo Brofferio (1802-1866)
- Testi in cui è citato Terenzio Mamiani
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi SAL 75%
- Testi in cui è citato Salvatore Pes, marchese di Villamarina
- Testi in cui è citato Alfonso La Marmora