Vai al contenuto

Il conte di Cavour in parlamento/Intorno ad un imprestito di 40 milioni

◄ Intorno al progetto di legge relativo alle congiure contro i sovrani esteri Sul prestito di 50 milioni contratto in previsione della guerra ►

[p. 471 modifica]



XII.

INTORNO AD UN IMPRESTITO DI 40 MILIONI.


Il discorso che qui oltre si legge, non risguarda che indirettamente le questioni politiche, ma i lettori vi troveranno un esempio del modo col quale il conte di Cavour trattava gli affari dell’amministrazione interna. Non avendo potuto inserire in questo libro tutti i discorsi che egli fece su tale argomento, abbiamo creduto opportuno di pubblicare quelli, nei quali passò, per così dire, in rassegna, tutti i vantaggi ottenuti dal Piemonte in dieci anni di libertà, e quando già stavano per compiersi i destini d’Italia. In questi si rivela mirabilmente il suo metodo tutto pratico e positivo, e si scorge com’egli conoscesse i più minuti particolari relativi agli uomini ed alle cose della Sardegna. Certamente ciò non sarebbe stato possibile ove si fosse trattato d’un paese molto vasto; ma il piccolo Piemonte era noto al conte di Cavour tanto quanto le sue proprie terre, e il ministro aveva finito per essere, quasi direbbesi, una cosa medesima con lo Stato di cui reggeva le sorti. Conversando con lui che aveva parte oramai alle più grandi quistioni politiche d’Europa, ognuno si meravigliava vedendolo informato delle faccende di un piccolo paese di provincia anche meglio delle persone che lo abitavano; ed egli stesso compiacevasi assai di questa sua superiorità tutte le volte che aveva a che fare coi deputati dell’Opposizione. Il discorso seguente fatto alla Camera in modo tutto familiare, modificato qua e là per rispondere a qualche interruzione, a qualche gesto dei deputati che l’udirono, dà ad intendere che cosa dovessero essere le conversazioni particolari che il Cavour spesso aveva coi rappresentanti della nazione, e perchè questi ne uscissero sempre stupefatti del suo genio, che abbracciava e comprendeva tante cose ad un tempo.

[p. 472 modifica]Sarebbe perfettamente inutile entrare qui in molti particolari sulle condizioni finanziarie del Piemonte.[1] Basti il dire che l’amministrazione della finanza non fu certo la parte men difficile del còmpito del grande ministro. «Mi venne proposto, egli diceva nel 1851, l’esempio di Sully; ma io credo che la missione di un ministro delle finanze in Piemonte, sia in questo momento assai più difficile di quello che non fosse quella di Sully. La forma di governo che allora esisteva, rendeva molte operazioni assai più facili; e l’eredità che egli raccolse, era forse men grave di quella che io ho dovuto accettare.»

Prima del 1848 il Piemonte era in condizioni finanziarie assai buone. Mancava di strade ferrate, di scuole elementari, e di tutto ciò che aiuta potentemente l’attività morale ed industriale di un popolo; ma, in compenso, pagava poche imposte, e, per giunta, qualche milione dormiva nelle casse dello Stato, o, se ne uscivano alcuni, ciò era per soccorrere i Carlisti in Spagna o il Sunderbund in Svizzera. Ma le guerre del 1848 e del 1849 e l’indennità che gioco-forza dovettesi pagare all’Austria, aprirono una vasta breccia nel tesoro dello Stato. Inoltre, abbassate poco più tardi le tariffe della dogana, spinti innanzi i lavori pubblici di ogni maniera, soccorse tutte le provincie per la costruzione delle strade, insomma moltiplicate le spese in ragione dei bisogni e del desiderio del paese, fu mestieri in breve accrescere anche le pubbliche gravezze.

I lettori hanno veduto, a proposito dei trattati di commercio, che la prima idea del conte di Cavour entrando al Ministero, fu questa: aumentare la materia imponibile dando al commercio ed alle industrie un nuovo e gagliardo impulso. Sventuratamente però, cause del tutto accidentali, diminuirono d’assai l’aumento della pubblica prosperità che perciò non raggiunse le proporzioni prevedute dal grande statista. Dal 1849 al 1861, non passò anno senza che qualche nuova disgrazia affliggesse il Piemonte: il colèra, la malattia delle viti, quella [p. 473 modifica]de’ bachi da seta, a volta a volta lo visitarono, disperdendone le principali ricchezze. Or come suole avvenire, v’era chi pretendeva di far cadere sul Governo la responsabilità di fatti che gli erano tanto estranei, e i partiti estremi cercavano di volgere a proprio vantaggio i malumori e le lagnanze derivanti dalle nuove imposte. Alla Camera poi l’Opposizione molestava di continuo il Presidente del Consiglio domandandogli ove fossero mai quelle restaurate finanze che un giorno, pieno di fiducia, egli aveva promesse; e lo rimproverava acerbamente delle due gigantesche imprese da lui promosse, il traforo del Moncenisio e l’arsenale della Spezia.

Per ottenere l’imprestito di 40 milioni divenuto necessario, il conte di Cavour ed i suoi colleghi dovettero consentire a cancellare dal bilancio dello Stato per tre anni, le spese relative alla Spezia. Il deputato Depretis propose di ridurre l’imprestito a soli 30 milioni, ma il Cavour dichiarò di non accontentarsene, e pose la questione ministeriale; il commendator Lanza, allora ministro delle finanze, difese il progetto di legge, che dopo viva discussione fu approvato con 107 voti contro 54. Il 22 giugno 1858 il Senato votò l’imprestito con 41 voti contro 12.


1.

Seduta della Camera, 19 maggio 1858.

..... Il peggio che possa accadere alla fine del 1859 si è che la deficienza salga dai 43 ai 44 milioni. Avremo dunque un disavanzo sugli esercizi scorsi di 3 milioni. È questa veramente una situazione molto spaventosa? Ma, o signori, la Francia e il Belgio, hanno ben altri disavanzi: il disavanzo degli esercizi in Francia va dai 700 agli 800 milioni: alla fine del 1856 era di 896 milioni; in Belgio è, se non erro, dai 25 ai 30 milioni. Non sarebbe dunque sfavorevole molto la nostra condizione quando ci trovassimo con un disavanzo di tre milioni sugli esercizi scorsi, ai quali si fa fronte anche nell’Inghilterra coll’emissione di buoni dello scacchiere.

Ma qui non istà il punto della difficoltà, poichè la [p. 474 modifica]necessità dell’imprestito è accertata. Ciò che distingue le opinioni da noi sostenute e quelle propugnate dai nostri oppositori si è la condizione reale del nostro Stato; sta cioè nel vedere se siamo giunti in una tale condizione finanziaria da essere all’orlo del precipizio, da trovarci in condizione uguale agli Egiziani, quando erano governati dall’ebreo Giuseppe (Si ride), se il quadro delle nostre finanze sia tale da incutere un grande sgomento.

Onde arrivare a stabilire questa loro opinione, gli onorevoli preopinanti, e con essi molti altri oratori che siedono dal lato destro della Camera, hanno cercato di dimostrare che il nostro sistema d’imposte era tale da rendere ancor più grave il peso che esse arrecavano ai contribuenti. Hanno detto che noi riscuotevamo dai contribuenti somme ingentissime, e che il modo di riscuoterle rendeva il peso delle tasse ancor più insopportabile. Aggiunsero altri oratori che il nostro sistema economico aveva resa ancor più penosa la nostra condizione finanziaria, e che finalmente, ponendo assieme e l’ammontare delle gravezze ed il modo di riparto ed il sistema economico e la entità del nostro debito, noi eravamo giunti a quel punto che costituisce in certo modo il principio della decadenza di un popolo; al punto, in cui vi era non un aumento di pubblica ricchezza, ma una consumazione di capitale. Se ciò fosse, o signori, la nostra condizione sarebbe spaventosa, perchè, nella decadenza, quello che è più grave è il primo passo. Quand’anche il primo passo non sia importante, costituisce un pericolo gravissimo, perchè, nel mondo economico come nel fisico, la velocità cresce in ragion quadrata delle distanze. Io cercherò di esaminare se questi appunti siano veri, se veramente le nostre imposte siano talmente gravi da non potersi comportare; se il sistema che le informa, renda l’ammontare totale più difficile a sopportarsi. Vedrò poi quali siano i risultati del nostro sistema economico; [p. 475 modifica]e finalmente, prendendo la cosa nel suo complesso esaminerò se veramente il nostro paese presenti segni non dubbii di una cominciata decadenza economica. Io certamente non imprenderò a fare una esposizione completa del nostro sistema fiscale, e ad analizzare ad una ad una tutte le nostre imposte, e nemmeno ad istituire verun confronto tra il nostro sistema e quello degli altri paesi. Mi limiterò alle nuove imposte stabilite dopo il 1848, e procaccierò d’indagare se ve-... ramente esse meritino i rimproveri che loro si rivolgono, di essere cioè contrarie ai sani principii di pubblica economia, e di trovarsi in urto coi principii di giustizia che sono dallo Statuto proclamati. Sarebbe opera molto malagevole il voler paragonare il nostro sistema di imposte con quello delle altre nazioni. Ho inteso più volte alcuni oratori dire che il Ministero, quando fu chiamato alla increscevole impresa di aumentare le tasse, avrebbe dovuto stabilire alcuni principii generali e sopra questi fondare tutto il sistema fiscale. Io, o signori, vi dichiaro schiettamente che, se vi fosse un paese dove un tal sistema fondato sopra i principii assoluti della scienza economica esistesse, sarei andato a studiare questo sistema e poi sarei venuto a proporvene l’adozione. Ma in verità io non vedo quale Stato voi possiate additare come possessore di un sistema di imposte quale i teorici avrebbero desiderato che presso di noi si adottasse. Il nostro sistema di imposte è diviso in due grandi categorie: le imposte indirette e le dirette. Ebbene, voi trovate questo sistema medesimo in vigore (con qualche modificazione nell’applicazione) in tutti i paesi d’Europa; nè ve n’ha alcuno presso cui si sarebbe potuto cercare questo scientifico sistema di imposte, da alcuni oppositori cotanto vagheggiato. Forse mi si dirà a questo punto: traversate l’Atlantico ed andate a studiare il sistema d’imposte degli Stati Uniti, chiamati a rigenerare il mondo! Io nutro, lo dico sinceramente, molta simpatia e molta [p. 476 modifica]stima per gli Stati Uniti d’America; ammiro in quella nazione la libertà personale applicata sopra la più larga scala; lo sviluppo che le forze individuali vi acquistano, ed ammiro eziandio molta parte dell’ordinamento sociale di quelle popolazioni; ma in verità, lo dichiaro apertamente, non sono un ammiratore del loro sistema amministrativo, nè del loro ordinamento finanziario. Non fa d’uopo aver molto studiata la storia finanziaria degli Stati Uniti; basta leggerne i fogli di quando in quando per sapere che l’amministrazione vi è molto mediocre, e che in quanto ad organizzazione finanziaria è quello forse il paese del mondo ove gli abusi e la corruzione si esercitano sopra una più larga scala. Non esistendo dunque in alcuno Stato il sistema da altri magnificato, sarebbe stata una grandissima imprudenza il volerlo improvvisare presso noi, ed in frangenti difficilissimi. Noi abbiamo quindi creduto miglior consiglio, e la Camera fu pure del nostro avviso, di andare attuando alcune nuove imposte, sì dirette che indirette, emendandone delle antiche, cercando che queste avessero i minori difetti possibili; giacchè, mi si permetta che lo dica, imposte buone non esistono. Qualunque sia l’imposta, essa avrà sempre due effetti: il primo di arrecare un peso ad un contribuente o ad una classe di cittadini; il secondo di sottrarre una parte del prodotto nazionale che avrebbe potuto essere, e sarebbe stata in parte almeno, impiegata produttivamente, e destinare questa porzione alle pese dello Stato, impiegandola, economicamente parlando, improduttivamente. Cercate qualunque sistema del mondo e in tutti troverete questi due grandissimi inconvenienti.

Vi sono tuttavia alcune condizioni, che la scienza economica indica, alle quali le imposte debbono adempiere, se le si vogliono rendere più sopportabili. La prima di queste condizioni sta in ciò che il sacrificio che esse impongono allo Stato non sia di gran lunga [p. 477 modifica]maggiore pel contribuente di quel che lo sia il beneficio che lo Stato ne ricava, cioè che le spese di riscossione non sieno di molta considerazione, e che le imposte non abbiano per effetto indiretto d’infliggere un sacrificio al consumatore a vantaggio di un’altra classe di cittadini. La seconda condizione a cui i pubblici balzelli debbono soddisfare si è di non colpire gli strumenti di produzione, e, per quanto è possibile, le materie prime. Vuolsi finalmente che le tasse sieno ripartite, per quanto sia possibile, proporzionatamente alle facoltà dei cittadini, che non si impongano soverchi sacrifizi agli uni a profitto degli altri. Prendiam dunque ad esame se le nuove imposte da noi proposte e dal Parlamento votate, adempiano a queste condizioni.

Noi, come vi è stato ricordato nelle passate sessioni, vi abbiamo proposto alcune nuove imposizioni dirette: l’imposta sui fabbricati, la personale mobiliare, quella sulle patenti; non parlo dell’imposta sulle vetture che è di poco momento.

Fu talvolta da alcuno osservato che le spese di riscossione erano enormi: in un discorso pronunziato l’anno scorso, mi pare dall’onorevole Antonio Costa, si misero avanti calcoli spaventosi relativi a queste spese di riscossione. Io non entrerò in un esame generale; mi ristringo alle imposte dirette, e qui mi valgo dei calcoli stessi fatti dall’onorevole conte di Revel in occasione del bilancio attivo del 1859, dei quali calcoli gentilmente mi fu comunicata una copia. Le imposte dirette portano a favore dell’erario circa 27 milioni; a vantaggio delle divisioni, delle provincie e dei comuni fruttano 20 milioni; quindi un complesso di 47 milioni d’imposte dirette.

Le spese di riscossione delle imposte dirette si compongono della retribuzione di tutto il personale delle contribuzioni dirette, di quella serie d’impiegati che spaventavano l’onorevole Boggio, di direttori, cioè, ispettori, verificatori ed esattori, e di alcune spese di [p. 478 modifica]materiale. Io non credo che a carico della riscossione delle contribuzioni dirette si possano mettere altre spese, perché dalle casse degli esattori sono versate direttamente nelle casse del tesoriere, il quale siccome cumula anche le funzioni di pagatore, non si può nemmeno considerare come agente della riscossione delle imposte. Ora vediamo che cosa costane tutti questi impiegati. I personale superiore, cioè direttori, ispettori e verificatori, costano, compresi pure i verificatori di pesi e misure, 635 mila lire (categoria 34 del bilancio); indennità di trasporto, 22 mila lire; locale degli uffizi dei verificatori, 17 mila lire; gli esattori sono portati in bilancio per 935 mila lire; pel materiale, cioè per la stampa dei ruoli, 60 mila: cosi un totale per le contribuzioni dirette di lire 1,669,000. Ma da questa somma bisogna dedurre i verificatori dei pesi e misure i quali non sono agenti delle contribuzioni dirette, ma sono impiegati che rendono un servizio al pubblico, perché assicurano la regolarità delle transazioni; bisognerà dedurre: ed è difficile stabilire il calcolo in modo assoluto, perché venne fusa l’amministrazione dei pesi e misure con quella delle contribuzioni dirette, ma non credo stare al disotto del vero calcolandola a lire 119,000. Dunque le spese di riscossione delle contribuzioni dirette si residuano lire 1,550,000; quindi le spese di riscossione delle contribuzioni dirette giungono al 3 1/2 per %. A me pare imposibile trovare imposte il cui incasso costi meno.

Fra le nuove imposte indirette vi sono quelle che sono comprese sotto il ramo dell’insinuazione e demanio. Abbiamo aumentato i diritti di bollo, d’emolumento, di successione e di carta bollata. Vediamo se questi balzelli costano soverchiamente per esser riscossi. Essi gettano a un dipresso 25,000,000; costano per gli stipendi del personale superiore, cioè dei direttori, ispettori, verificatori, 343,000 lire; l’aggio ai contabili (poiché in guest’amministrazione i contabili non [p. 479 modifica]ricevono stipendio fisso, ma percepiscono un aggio proporzionale) è calcolato a 600,000 lire; quindi abbiamo una spesa di lire 943,000 sopra 26,000,000: ed anche qui la spesa, ragguagliata all’incasso, non giunge al 4 per %, ma solo al 3. Dunque voi scorgete agevolmente che i nuovi tributi diretti ed indiretti, almeno dal lato della riscossione, corrispondono ai dati della scienza. Non parlo delle gabelle accensate, delle gabelle della carne e dello spirito; giacchè, se quella tassa ha molti difetti, come sono pronto a concedere, almeno rispetto allo Stato ha il vantaggio di non imporgli spese di riscossione.

Facciamoci ora a riconoscere se queste nuove imposte peccano contro il secondo precetto da noi stabilito, se si aggravano sopra gli istromenti di produzione, se recano un incaglio alla produzione. In quanto alle imposte dirette, stimo che si possano assolvere da questa taccia, giacchè, in verità, io non penso che si possa dire che l’imposta personale e mobiliare, quella sulle patenti e quella sui fabbricati rechino ostacolo alle produzioni. Io confesso che l’imposta dell’insinuazione reca qualche nocumento alle transazioni, e quindi è un poco contraria allo sviluppo della pubblica ricchezza; tuttavia, siccome le transazioni degli immobili non si operano che in casi eccezionali, e non hanno, che in poche circostanze, per oggetto una speculazione, io non giudico questo nocumento come gravissimo. E difatti noi vediamo che l’imposta sopra le transazioni esiste ed in Francia e nel Belgio ed in Inghilterra, e che ivi non ha prodotto sensibili inconvenienti; nullameno io sarei lietissimo se fosse possibile di ricondurre la tassa d’insinuazione all’antico suo limite; ma, tolta questa tassa, a me non pare che alcuna delle nuove imposte pecchi contro la seconda delle condizioni che ho accennato.

In quanto alla terza, che prescrive che l’imposta non imponga al consumatore un sacrificio a beneficio [p. 480 modifica]di un’altra classe di cittadini, evidentemente nessuna delle nuove imposte può meritare questo appunto. Noi non abbiamo con questi nuovi tributi protetto nessun produttore, e quindi il sacrificio fatto dal contribuente, meno le spese di riscossione, va interamente a profitto dell’erario.

Mi rimane a combattere l’accusa più poderosa, quella che è ripetuta il più delle volte dai giornali, massime da quelli che uccellano alla popolarità, che cioè queste imposte sono soverchiamente ingiuste, perchè colpiscono il povero e lasciano immune il ricco. Per dimostrare quanto quest’accusa sia poco fondata, io vi farò, per così dire, il bilancio delle varie classi della popolazione, e prenderò ad esaminare l’effetto di ciascuna di queste imposte, o nuove o riformate, sovra ciascuna di queste classi. Consideriamo per un istante quale sia quest’effetto sulla classe più numerosa, quella dei braccianti, dei salariati, sia nell’industria agricola che nella manifatturiera. Io non so quale di queste tasse li colpisca, ad eccezione forse di quella sui fabbricati.

Una voce a sinistra. E la personale?

Cavour. Mi scusi; il bracciante non paga imposta personale; la paga chi esercita un’arte, chi ha un piccolo capitale, sia negli strumenti, sia nell’abilità acquistata durante il tirocinio; è un capitale immateriale, ma di cui, economicamente parlando, si deve pur sempre tenere conto. L’imposta sui fabbricati, invece di ricadere sul proprietario della casa, ricade bene spesso in tutto o in parte sull’inquilino. In questo non si può stabilire una massima generale; nei paesi dove le case mancano, evidentemente l’imposta ricade sugl’inquilini; nei paesi invece, in cui le case abbondano, in proporzione della popolazione, essa ricade sui proprietari. Ma io ammetto che questa imposta sia a carico, in parte, sull’inquilino bracciante. Io suppongo che questi occupi un locale che gli costi 60 franchi; sicuramente in alcune città non basta questo prezzo, ma pei paesi agricoli è [p. 481 modifica]largo. E se il bracciante nelle città paga 80 o 100 franchi, in media, nello Stato, non ne paga che 60.

L’imposta è del 7 e 1/2 per cento, perchè si deduce il 25 per cento dal reddito; ora il 7 e 1/2 per cento su 60 franchi dà lire 4, 50. Io suppongo che la metà di quest’imposta cada sull’inquilino; dunque il bracciante pagherà lire 2, 25 per l’imposta sui fabbricati. Noti però la Camera che tutti i braccianti agricoli sono esenti da questo tributo. Io non credo, lo ripeto, che alcuna delle altre imposte colpisca i braccianti, perchè pur troppo poco importa a coloro che non hanno immobili da vendere o da lasciare in eredità, che si siano aumentati i diritti di insinuazione e di successione; dell’opera dell’insinuatore essi se ne ridono. Il bracciante adunque paga lire 2, 25 di più per l’imposta sui fabbricati. Ma vediamo che cosa ha guadagnato questa classe di cittadini dopo il principio del 1848. Essa ha anzitutto guadagnato la riduzione del prezzo del sale, stata promossa dall’onorevole conte di Revel, e che ha inaugurata la nuova êra economica del nostro paese. Vediamo che cosa ha risparmiato a ragione della riduzione della gabella sul sale. Prima del 1848 il sale pagava, se non erro, 55 lire al quintale metrico, ora ne paga 30. Venticinque franchi il quintale sono 25 centesimi il chilogrammo. Quanto sale si consuma in terraferma? Se non erro, se ne consumano 33 milioni di chilogrammi, cioè più di otto chilogrammi per capo. Ma, mi direte, è d’uopo tener conto della consumazione del bestiame; ma vi risponderò che nel nostro paese questo consumo è di poco rilievo. Ora, se si dividesse veramente per capo il consumo del sale, siccome la classe povera non ne consuma meno della classe ricca, credo di essere nel vero dicendo che il bracciante consuma otto chilogrammi di sale per capo all’anno. Il bracciante naturalmente ha una famiglia, la quale sarà in media di quattro persone; dunque esso consuma per sè e per la sua famiglia 32 chilogrammi di sale all’anno. Pagandolo ora 25 centesimi di meno [p. 482 modifica]al chilogrammo, egli fa un’economia annuale di otto franchi.

Si dice che la popolazione non ha sentito questo benefizio. Signori, dei benefizi l’uomo non si mostra quasi mai molto riconoscente; ma se domani le nostre popolazioni sentissero a parlare di un aumento del prezzo del sale, di portarlo, per esempio, a 55 centesimi il chilogrammo, come era prima del 1848, per certo v’accorgereste come si risentirebbe per ogni dove il peso della perdita del beneficio. Io vado fermamente persuaso che la riduzione del prezzo del sale sia stato un atto provvidissimo e di giustizia che onora chi l’ha promosso. Ma il Parlamento ha ridotto inoltre i dazi su quasi tutte le derrate che il bracciante consumava. Cominciamo dal grano. Il grano pagava altra volta un enorme dazio. L’onorevole conte di Revel credo sia stato il primo a proporre una diminuzione del dazio sui cereali; però nel 1848 era ancora di tre franchi l’ettolitro. Io non dico che tutti i consumatori abbiano approfittato di tutto l’ammontare del diritto; ma i consumatori del grano estero hanno lucrato tutto l’ammontare del diritto; quindi gli abitanti della Liguria hanno goduto del ribasso di 3 franchi per ogni ettolitro da essi consumato. Gli abitanti del Piemonte non sentono che l’effetto indiretto di questa riduzione, poichè questa evidentemente produce pure una diminuzione sui grani indigeni, mentre il grano, essendo a minor prezzo a Genova, questa circostanza influisce pure sul mercato di Alessandria, e quello di Alessandria influisce sul prezzo del mercato di Torino. Io non dirò che sia di tre franchi, ma sono certo che si può calcolare a un franco e mezzo nel complesso questa diminuzione su tutti i mercati. Ora quanto consuma un bracciante di campagna? Dai quattro ai cinque ettolitri di cereali all’anno. Io ho fatto questo calcolo sopra i braccianti che abitano le mie terre, e sono arrivato a questo risultato, che i braccianti consumano dai quattro ai cinque ettolitri. Ma mettiamo quattro [p. 483 modifica] litri soltanto. Il bracciante ha una famiglia composta di quattro persone, dunque la famiglia consuma 16 ettolitri di cereali: mettiamo un’economia di soli soldi 30 per ettolitro, ed avremo un risparmio annuo di 24 franchi. Se si va poi nella Liguria, ove l’economia è di 3 franchi l’ettolitro invece di 1,50, si avrà un risparmio di 48 franchi. Ora aggiungete l’economia del sale, e ditemi se il bracciante non abbia guadagnato.

Ma il bracciante, oltre al vitto, si veste: egli deve comperare l’abito di frustagno, la camicia di tela, i calzoni, le scarpe. Ebbene, voi avete notevolissimamente diminuito il dazio sulle stoffe di cotone, su quelle di lana, ed avete avuto il coraggio di sopprimere interamente il balzello sui cuoi, materia questa di massima importanza per la classe povera ed operaia. Io qui non posso fare un calcolo esatto del guadagno che il bracciante ha ricavato da queste riduzioni, ma egli è certamente notevolissimo. Mi si osserverà forse che il bracciante consuma in massima parte merci nazionali. Ebbene queste merci dopo la riduzione della tariffa hanno subita una rilevante diminuzione, come potete accertarvene visitando l’esposizione del Valentino.[2]

Qualche volta pur anche, e quest’uso s’estende maggiormente, il bracciante consuma coloniali, poichè vi sono pochissime famiglie, anche di contadini, le quali non prendano di tratto in tratto qualche chicchera di caffè. Ed ecco che in questo pure essi godono del rilevante vantaggio della riduzione dei dazi. Parmi d’aver dimostrato quindi, o signori, che le classi povere, che si dicono oppresse dal nostro sistema finanziario, hanno ricavato un notevole beneficio dalle riforme fatte. Forse mi si dirà: a che vale che paghino meno gli oggetti di consumazione, se queste vostre riforme hanno avuto per effetto di diminuire i loro mezzi di consumare; in altre parole, se il vostro sistema fiscale ha scemato il salario? [p. 484 modifica]

Ma, o signori, i fatti sono in contraddizione aperta con questa asserzione. Dal 1848 in qua il prezzo della mano d’opera è aumentato d’assai: io sono agricoltore, parlo con molti agricoltori, e me ne appello anche al mio avversario agricola, l’onorevole Roberti. Io posso assicurarvi che il prezzo della mano d’opera è aumentato nella provincia di Vercelli, di Casale, della Lomellina del 25 al 30 per cento. Il bracciante quindi ricava ora una maggiore mercede per un lato, e consuma per l’altro a miglior mercato gli oggetti di prima necessità. Dunque il nostro sistema d’imposte non è gravoso per la classe la più numerosa, e non può essere tacciato d’ingiustizia come da taluni si fa.

Veniamo alle altre classi, e poichè è giuocoforza fare il bilancio di tutte le classi della società, veniamo ai commercianti. Non posso dire per certo che le nuove tasse non cadano anche sui commercianti: evidentemente essi sono colpiti dall’imposta sui fabbricati, da quella sulle patenti e dalla personale e mobiliare. Ma, o signori, vi farò avvertire che quella delle patenti è presso noi meno grave che in Francia; non è più grave di quella che esiste nel Belgio, è certamente anche meno onerosa di quella che vige in Inghilterra, ove l’imposta sulla rendita supera il 3 per 100. Per dimostrarvi ciò, vi dirò che in Francia vi ha a un dipresso lo stesso sistema che è stato introdotto dal Parlamento presso noi, or sono tre anni, a vantaggio grandissimo della classe la più numerosa dei mercatanti e degli industriali. Ma se da un lato i negozianti sono colpiti da questi balzelli, ricavano però un lucro non lieve come consumatori e dalla diminuzione del prezzo del grano e più di tutto dalla diminuzione su quello dei prodotti esteri, de’ quali questa classe fa molto uso. Di più, o signori, il miglioramento delle nostre comunicazioni, la maggiore attività dei traffici, ha puranco aumentato i loro profitti, e posso quindi nutrir ragionevole fiducia che questa classe non si possa dire [p. 485 modifica]soverchiamente aggravata. La classe degli armatori marittimi, notava un giorno un onorevole deputato della Liguria, è estremamente aggravata. È vero che prima del 1831 essa non era sottoposta a verun’imposta diretta, mentre ora paga un diritto di patente, che, se non erro, è di 40 centesimi la tonnellata; ma conviene avvertire, e se la Liguria, oltre averci mandati i più distinti patrizi ed eloquenti avvocati e negozianti abilissimi avesse pur chiamato a sedere in questo Parlamento un capitano marittimo, son certo che avvertirebbe anch’egli e vi direbbe con me che le tasse sulla navigazione sono state nel 1850 notevolmente diminuite; potrebbe dirvi che la tassa sanitaria è stata ridotta infinitamente; che la riforma introdotta, a dispetto delle opposizioni che ha incontrato fra i contagionisti genovesi, nel sistema delle quarantene, ha tolto dal commercio un gravame considerevole, che è difficile tradurre in calcoli, ma che si può valutare ad una somma di molte volte maggiore di quella che getta l’imposta delle patenti a carico degli armatori; potrebbe soggiungere che i costruttori di bastimenti si procurano ora il ferro ed i metalli che impiegano nelle costruzioni navali al 25, al 30 per 100 di meno che non prima della riforma daziaria; e credo che, se volessero fare di buona fede il bilancio di quanto pagano di più e di quanto ha profittato loro la fatta riforma, dovrebbero riconoscere che si trovano in una condizione migliore che non fossero prima del 1848.

Arrestiamoci ora alcun poco sulla condizione degli industriali. L’industriale paga sicuramente di più che nel 1848; è sottoposto all’imposta dei fabbricati, a quella del personale mobiliare, ed alla tassa patenti. Quanto all’imposta sui fabbricati, che fu estesa agli opifizi, io reputo che non si sia fatto altro che compiere un atto di giustizia facendo concorrere capitali vistosi a soddisfare alle necessità dello Stato, come vi concorrono tutti gli altri immobili. In quanto alla tassa [p. 486 modifica]patenti che pagano gli stabilimenti industriali in virtù del nostro sistema, è molto tenue. Ne volete una prova evidente? È questa. Nella legge sulle patenti si è saviamente introdotto che le società anonime avessero a pagare il 2 1/2 per 100 sopra il prodotto netto da esse ricavato senza distinzione di scopo che queste società si proponevano; quindi anche le società, aventi per oggetto l’industria, pagano il 2 1/2 per 100. Una filatura di cotone che è retta da una società anonima, quando si è applicato a questa società l’imposta del 2 1/2 per 100, ha reclamato, ha mosse molte querele col dimostrare evidentemente che sborsava forse il doppio di quello che sborsavano i suoi confratelli i quali pagavano a ragione degl’istromenti di produzione. Questo vi prova che gli industriali non pagano in ragione del 2 1/2 per 100 del profitto netto. Se l’industriale sottostà a qualche maggiore dispendio per le contribuzioni dirette, anche lui fruisce di molti vantaggi come consumatore; come produttore poi è stato esonerato da ogni tassa sulle materie prime; nè il cotone nè la seta nè la lana pagano alcun dazio; e se si è conservato quello sul ferro, io spero che coll’andar del tempo esso si andrà, se non togliendo, almeno riducendo di molto. Parmi quindi di poter affermare che nemmeno gl’industriali si trovino in condizioni peggiori di quel che lo fossero prima del 1848.

Lasciati gli industriali, addentriamoci alquanto ad esaminare la sorte degli agricoltori. Questa classe è indubbiamente quella che muove le più alte lagnanze: ed invero, se ho da giudicare del malumore prodotto dalle tasse dal risultato delle elezioni, debbo dire che sono gli agricoltori i più malcontenti, poichè i deputati delle città seggono quasi tutti dalla parte più liberale della Camera, e dal lato destro vi seggono principalmente i deputati dei collegi agricoli. (Ilarità.) Comunque sia, io non nego che gli agricoltori abbiano a soffrire dall’aggravio, pur sempre tenue, delle [p. 487 modifica]contribuzioni dirette e dalla riforma fatta nella tariffa; tuttavia, in quanto alle contribuzioni dirette, debbo osservare che non fu aumentata la contribuzione diretta regia, e che gli agricoltori non versano nelle casse dello Stato somma maggiore di quella che vi versassero prima del 1848. E se considerate nel complesso la somma che i proprietari di fondi pagano al pubblico tesoro, dovrete dire che vi portano molto poco, perchè in uno Stato in cui l’agricoltura, mi scusi l’onorevole deputato Roberti se dico un’eresia (ilarità), è così fiorente come nel nostro, dove le terre si affittano in media ad un prezzo forse maggiore del doppio di ciò che si affittano in Inghilterra, e si pagano solamente dieci milioni di imposta prediale, non si può dire invero che l’agricoltura sia oppressa. Vi sono le imposte locali: ma di chi ne è la colpa? Il Ministero non promuove mai lo stanziamento di centesimi addizionali; spesso anzi vi si oppone. Le spese locali sono prodotte dalle opere immense che si sono eseguite dopo il 1848; sono prodotte dal miglioramento che si portò nell’amministrazione e dallo sviluppo notevolissimo della istruzione popolare; sono prodotte forse qualche volta da spese di lusso fatte dai comuni: ma questo è il frutto di quella libertà dei comuni di cui tanto si parla. Signori, se volete la libertà dovete subirne le conseguenze, e libertà vuol dire, quanto ai comuni, l’usare e qualche volta anche abusare dei propri mezzi. Vi sfido a trovare un sistema di larga libertà in cui non si possa in certe circostanze eccedere nelle spese.

Ma, signori, l’agricoltura non ha essa ricevuto benefizio veruno da quanto si è fatto dopo il 1848? I coltivatori hanno profittato immensamente anch’essi come consumatori dalla riforma daziaria; essi pagano meno il sale e gli stromenti di lavoro. Il dazio antico sul ferro era un forte ostacolo al miglioramento dell’agricoltura, e me ne appello ai deputati della Savoia, i quali vivono accanto ad uno Stato nel quale [p. 488 modifica]

non vi è dazio sul ferro, cioè accanto alla Svizzera; per molto tempo si videro gli Svizzeri fare uso di aratri in ferro, mentre in Savoia si adoperava l’antico aratro di legno. Perchè ciò? Perchè l’aratro di ferro costava in Savoia il doppio e qualche volta più del doppio di quello che costasse a Ginevra. Ora che il dazio è stato molto mitigato, ma non abbastanza a mio credere, l’uso degli aratri in ferro si è propagato e si va propagando ogni giorno. Prima del 1848 era difficilissimo di avere una macchina agricola: non si sapeva a chi rivolgersi per averla. Ora voi potete far costrurre nel vostro paese macchine, per esempio, per trebbiare o il grano o il riso, altrettanto perfette e meno costose delle macchine francesi ed inglesi. Credete voi che questo sia un piccolo vantaggio per l’agricoltura? Io penso ben altrimenti. Io giudico che dalla diminuzione del dazio sopra gli strumenti di produzione si sia arrecato un beneficio immenso e debba ricavarsene uno maggiore.

Abbiamo poi fatta una riforma doganale che ha costato un enorme sacrificio al tesoro, ed è la soppressione del dazio sull’uscita delle sete greggie. Sicuramente abbiamo avuto di mira colla soppressione di questo dazio anche l’industria della lavorazione delle sete; noi cercavamo di fare del Piemonte una grande officina per lavorare tutte le sete d’Italia; ma ci siamo pur proposti lo scopo di far meglio prosperare l’agricoltura, dando ad essa il mezzo di vendere i suoi prodotti e nel paese e all’estero, senza che il produttore nazionale avesse una protezione qualunque; e possiamo dire che abbiamo raggiunto il nostro scopo, perchè l’industria della trattura e della torcitura della seta, dopo la soppressione del dazio ed altre cause più dirette, ha fatto immensi progressi, e l’agricoltura ha tratto un grandissimo beneficio da questa riforma.

Ma se, o signori, tutte le classi della popolazione, se il bracciante, se il commerciante, se l’industriale, hanno ricavato considerevoli profitti dal miglioramento [p. 489 modifica]delle comunicazioni, dalla costruzione delle strade ferrate, dal dilatamento della rete delle strade provinciali, dal miglioramento di quasi tutte le strade comunali, chi ne ha tratto però un maggior beneficio si è l’agricoltura.[3] Se voi diminuite le spese di trasporto di una merce, il negoziante non vedrà per ciò aumentare largamente i suoi guadagni; per lui le spese di trasporto concorrono nello stabilire il costo; egli poi se le fa rimborsare dal consumatore. Voi siete certi che, se il trasporto del quintale di zucchero da Genova a Torino è diminuito, per esempio, di lire 2, il fondachiere di Torino non lo fa pagare lire 2 di più il quintale, poichè la concorrenza lo costringerebbe a rinunziare a [p. 490 modifica]questo guadagno; ma il risparmio delle spese di trasporto frutta in massima parte al produttore stesso. Ora l’agricoltura ha prodotti che profittano più degli altri dalla riduzione delle spese di trasporto. E vi pare forse che questo sia poco? Io vi dimostrerò che il lucro che ricavano gran parte degli agricoltori dall’economia delle spese di trasporto equivale all’imposta diretta che pagano allo Stato. Egli è evidente che il prezzo dei cereali è determinato dal valore che hanno sui principali mercati; che il prezzo del riso a Vercelli è determinato da quello di Torino, dappoichè per andare in Francia da Vercelli deve passare a Torino. Ora, prima che vi fosse una ferrovia tra la capitale e Vercelli, a Torino un quintale di riso costava, di trasporto in media 2, 50; nella bella stagione costava meno, nell’inverno di più. Adesso la ferrovia vi porta un quintale di riso per 0, 75. Havvi quindi un’economia di 1, 75. Mettete che il proprietario non goda tutto il vantaggio di quest’economia, ma ci sarà pur sempre un risparmio di 1, 20 o 1, 25. Dunque, grazie alla strada ferrata, il proprietario del Vercellese vende il suo riso un franco e 25 centesimi di più di quello che lo vendesse prima della costruzione della strada ferrata di Novara. Ora un ettare di terreno dovrebbe produrre, se è bene coltivato, dieci quintali di riso bianco; dunque se il proprietario guadagna un franco e 25 centesimi per cadun quintale, l’economia che può procurare la strada ferrata equivale a 12 franchi e 50 centesimi per ettare. Ora non si paga certamente nella provincia di Vercelli, che è una delle più aggravate, 12 franchi e 50 centesimi per ettare. Vede quindi la Camera quale è il benefizio che ricevette l’agricoltura. Crede l’onorevole Roberti che il grano che si produce a Nizza di Monferrato non profitti più ancora del riso di Vercelli? Il grano di Nizza di Monferrato ed il vino che quell’ubertoso territorio produce in sì gran copia, si consuma in massima parte a Genova, a Torino, a [p. 491 modifica]Milano: non credete voi che ci sia, dopo che si è fatta una buona strada da Nizza ad Alessandria, un risparmio sul vino che produce l’onorevole conte Roberti, e che si consuma a Genova od a Torino? Non credete voi che vi sia un’economia di trenta soldi almeno per ettolitro? L’onorevole conte Roberti parlò a nome degli agricoltori; egli deve quindi essere valente in quell’industria, e produrrà certamente 30 ettolitri per ettare; se egli risparmia 30 soldi sul trasporto del suo vino, mediante la strada ferrata e la buona strada da Nizza ad Alessandria, egli guadagnerà 45 franchi per ettare: lo prego a dire se paga 45 franchi d’imposta prediale per ettare. (Ilarità.) Io potrei passare in rassegna tutte le provincie dello Stato e dimostrare che non vi è località dove gli agricoltori non abbiano sentito eguali se non maggiori benefizi che quelli che sentirono gli agricoltori del Vercellese e di Nizza di Monferrato. Nè ciò basta, o signori; per darvi un’idea di quello che si è fatto non basta tener conto dei mille chilometri di rete di strade ferrate, bisogna por mente agli immensi lavori che hanno eseguito le divisioni, le provincie ed i comuni. L’onorevole mio collega il ministro dei lavori pubblici ha fatto formare un quadro delle somme spese dalle divisioni amministrative dal 1849 a tutto il 1857 in opere straordinarie, non in manutenzioni; ebbene le divisioni amministrative dello Stato in questi 8 esercizi hanno speso 16,408,000 lire in opere straordinarie, e fra queste, mi piace citare come la divisione che si è maggiormente distinta, quella rappresentata anche dall’onorevole conte di Revel, vale a dire la divisione di Cuneo, la quale ha speso in questi otto anni 3,893,000 lire per migliorare il suo sistema stradale e portarlo ad un alto grado di perfezione; e mi è pure grato di dire che malgrado queste spese ingentissime, le finanze di questa divisione vanno gradatamente migliorandosi, e che ha già la medesima pagata una gran parte dei debiti contratti per portare a compimento le grandiose opere che [p. 492 modifica]ha fatto. Ma è grato anche di annunziare alla Camera che, da pochi anni a questa parte, questo spirito di miglioramento si è esteso eziandio alla Sardegna, e che le divisioni di Cagliari, di Nuoro e di Sassari hanno già stanziato somme, è somme egregie, per istabilire in quell’isola una rete di strade provinciali aggiunta alla gran rete di strade nazionali che si sta compiendo. Ma quello che hanno fatto le divisioni è poco, a confronto di quello che han fatto i singoli comuni, o isolatamente, o aiutati dallo Stato e dalle provincie. Non è stato possibile il fare l’addizione di tutte le somme spese dai comuni; ma posso assicurare la Camera che giungono a parecchi milioni; cosicchè io credo potervi asserire non esservi località nello Stato, od almeno esservene molto poche, nelle quali il perfezionamento del sistema stradale non abbia migliorato di molto la condizione dei proprietari. Se invece di essere in una Camera, noi fossimo in un’Accademia, farei una specie d’invito agli onorevoli membri di questo consesso, e direi: se v’ha un deputato, il quale possa affermare che il collegio da cui fu eletto non abbia provato un notevole miglioramento in questi 9 anni, sorga e lo dichiari. Eccettuo però la Sardegna, la quale comincia ora soltanto a risentire questi benefici effetti, e due o tre collegi della Liguria. Credo quindi di avervi dimostrato come non vi sia una località che non abbia ricavato un notevole giovamento dalle nuove vie di comunicazione; e perciò sono in diritto di dire che gli agricoltori, se nel nuovo sistema di gravezze sono stati colpiti di gravi pesi, hanno però ottenuto non ispregevoli vantaggi.

Per fermo non fu mia mente di tessere l’apologia delle imposte; Dio me ne liberi! Il Ministero non crede col suo sistema di aver in ciò raggiunta la perfezione, ma stima anzi che tale sistema è suscettibile di riforme e di miglioramenti; e quindi dichiaro, a nome del ministro delle finanze, che si addiverrà a tutti quegli [p. 493 modifica]studi che saranno necessari per vedere se nell’applicazione delle imposte non sia possibile di far scomparire alcuni difetti che l’esperienza ha indicati; ma, schiettamente, il Ministero deve dire all’onorevole Boggio che egli non reputa possibile di applicare uno di quei rimedi radicali che egli ed alcuni altri oratori hanno additati. Questi rimedi radicali si ridurrebbero essenzialmente a tre: cioè riforma dell’imposta fondiaria, applicazione dell’imposta sulla rendita, incameramento dei beni ecclesiastici praticato sopra una larga scala. Esporrò alcune brevi considerazioni su questi tre mezzi di riforma. (Movimento di attenzione.)

In quanto alla riforma della imposta prediale, noi abbiamo sempre riconosciuto che essa è altamente desiderabile; solo non abbiamo saputo trovare altro mezzo per mandarla ad effetto in modo razionale, conforme ai principii della scienza ed all’esempio dei paesi che ci hanno preceduto in questa via, se non mediante un catasto fatto colla debita regolarità e precisione. Questo nostro parere fu combattuto da molti oratori. Molti deputati, prima che l’onorevole Boggio venisse a sedere in questo recinto, hanno sostenuto che fosse miglior partito il fare un catasto provvisorio. Noi non ci siamo mai opposti, anzi abbiamo sempre eccitato gli onorevoli deputati, che credevano che ciò potesse attuarsi, a concretare le loro idee, a distendere a tal uopo un progetto. Disgraziatamente nessuno ha potuto o voluto aderire a questo nostro invito. Noi abbiamo, è vero, a tal uopo un lavoro assai pregevole di due egregi deputati molto versati in siffatta materia, vo’ dire gli onorevoli Despine e Menabrea, i quali allestirono un progetto di catasto provvisorio, che avrebbe costato 12 o 13 milioni e richiesto sei od otto anni per essere condotto a compimento. Questa semplice avvertenza, o signori, basta a chiarire che evidentemente questo non poteva addimandarsi e non era un catasto provvisorio, ma bensì definitivo. Sia pertanto persuaso l’onorevole Boggio che [p. 494 modifica]noi non avversiamo punto l’idea di un catasto provvisorio, ma si è veramente che non sappiamo farlo, che non abbiamo saputo trovar un mezzo faciente all’uopo da proporre alla Camera. E quello che prova che avevamo un vivo desiderio di mettere in pratica, anche partitamente, siffatta idea, ove fosse fattibile, si è la legge sui beni censibili e non censiti che vi fu dal Ministero sottoposta. Veramente, nel proporvi tal legge, faccio un’altra confessione, di cui i miei avversari terranno conto, se vogliono; ed è che siamo stati mossi più dalla brama di compiere un atto di giustizia, che dalla certezza di conseguire un buon risultato finanziario: ed ora che siamo all’esecuzione pratica, vediamo che questa legge trae seco difficoltà innumerevoli, e che bisogna cercare nell’applicazione a renderla meno grave, per quanto è possibile. Ora, se per ottenere il censimento dei beni che non sono colpiti da tassa, servendoci dell’allettamento che la legge dà ai comuni, dichiarando che la metà dell’imposta andrà a loro beneficio, se, malgrado ciò, si trovano difficoltà, direi, insuperabili, che cosa avverrebbe poi qualora si trattasse di un catasto provvisorio sul sistema delle consegne? Mi assolva dunque l’onorevole Boggio, o, se mi vuol condannare, ei presenti innanzi tutto un buon progetto di catasto provvisorio. (Ilarità.)

Scenderò ora a ragionare sulla proposta dell’imposta sulla rendita. Siccome questa è piuttosto una questione teorica, parlerò in nome mio. Io dichiaro francamente che in teoria sono per niente ostile all’imposta sulla rendita, e che, se avessi ad applicare un nuovo sistema d’imposte in una colonia, in un paese in cui non ne esistessero altre, probabilmente crederei più opportuno cominciare da questa; e se fossi in Inghilterra, sarei fra coloro che costituiscono la minoranza nel Parlamento, i quali votano per rendere permanente l’imposta sulla rendita, mentre ora è transitoria. E che il Ministero non abbia alcuna ripugnanza ad occuparsi di [p. 495 modifica]quest’argomento, apparisce chiaramente, ove si consideri che, come già dissi l’anno scorso, un egregio e brioso scrittore[4] avendo composto un’opera relativa all’imposta sulla rendita, il Ministero ne accettò la dedica e ne permise la stampa nella Gazzetta Piemontese. Mi pare dunque che in tal guisa abbia dimostrato apertamente di non temerne la discussione. Vi dirò di più, che il Ministero ha fatto quel poco che potè, legittimamente però, per far sì che quel zelantissimo fautore dell’imposta sulla rendita, a cui ho testè accennato, venisse a sedere in questa Camera, onde potesse giovarci co’ suoi lumi e coi fatti studi nella discussione di sì rilevante argomento; e se non si è ottenuto l’intento, ciò derivò, cred’io, dacchè gli elettori non hanno trovato per avventura quel candidato abbastanza radicale, e quindi non hanno creduto conveniente di eleggerlo. (Movimenti in senso diverso.) Dunque se non vi è in questa Camera quel valente oratore per difendere l’imposta sulla rendita, certo non è colpa mia. Ma veniamo al serio: l’argomento è grave abbastanza perchè si discuta pienamente. Volete voi un’imposta sulla rendita suppletiva, che si sopraggiunga a tutte le altre, senza tener conto che vi sono già varie categorie di contribuenti che sono sottoposti ad una vera imposta sulla rendita? In verità io non lo credo: voi commettereste una vera ingiustizia. Se veniste a colpire un proprietario di un latifondo, che paga già l’imposta prediale, questi vi direbbe: ma non pago già un’imposta sulla rendita? Che cosa è l’imposta prediale, alla fin de’ conti, se non un’imposta sulla rendita? Noi non sosteniamo qui il principio del Governo indiano che lo Stato è comproprietario delle terre. Se volete poi sottoporre all’imposta sulla rendita i proprietari di case, essi vi diranno: esonerateci allora dall’imposta sui fabbricati, che è una vera imposta del 7 per 100 [p. 496 modifica]sulla rendita netta. Se fate pagare quest’imposta al commerciante, esso vi dirà: ma pago già l’imposta sulle patenti, la quale è un’imposta presunta sulla rendita. Finalmente noi abbiamo dichiarato apertamente che l’imposta mobiliare era un’imposta suppletiva sulla rendita. Noi abbiamo adottato il sistema della progressione dell’imposta a ragione del fitto, perchè abbiamo creduto che il fitto sia un indizio della rendita, il quale non cresce nella stessa proporzione di questa; ma se vi fosse un’imposta sulla rendita, l’imposta mobiliare non potrebbe reggere: quindi, se voi volete un’imposta sulla rendita, bisogna che questa supplisca alle imposte dirette di cui ho parlato, cioè alla prediale, a quella sui fabbricati, alla personale e mobiliare, a quella sulle patenti. Questi quattro balzelli gettano 24 milioni; ma, o signori, le sovrimposte locali sono stabilite sovra queste imposte; quindi, se togliete le imposte dirette, togliete anche i centesimi addizionali, e bisognerà conseguentemente metterli sull’imposta sulla rendita; ciò sarà logico, sarà razionale: dunque bisognerà che quest’imposta sulla rendita vi frutti i 25 milioni che rendono le imposte dirette attuali, e 20 milioni di sovrimposta; è d’uopo quindi che in complesso, mediante l’imposta sulla rendita, si possano introitare 45 milioni. Ebbene, o signori, io vi dico ricisamente che non credo che un sistema qualunque d’imposta sulla rendita, anche quando per percepirla si dovesse ricorrere non solo ai mezzi benigni che si impiegano per riscuotere le imposte, ma sto per dire persino alla prigione ed alla ghigliottina, possa mai fruttare 45 milioni. Io non parlo poi delle difficoltà immense che s’incontrerebbero a stabilire l’imposta sulla rendita in un paese in cui la proprietà territoriale è divisa come è presso di noi. Che cos’è la gran difficoltà del catasto? È l’accertamento della rendita. Per ciò che concerne la misura, il sistema è facile; ma per determinare la rendita netta è assai malagevole il farlo. Se volete stare alle consegne, [p. 497 modifica]sapete che cosa arriverà? Voi aggraverete il piccolo proprietario a danno del ricco; e perchè? Perchè il piccolo proprietario dal terreno che coltiva o che dirige immediatamente, ritrae un reddito netto molto maggiore del gran proprietario. Se quindi poteste pervenire a trovare il mezzo d’accertare la rendita netta della terra, voi arrivereste a far pagare molto di più il povero che il ricco; quindi, allo stato delle cose, a parer mio, è assolutamente impossibile di stabilire l’imposta sulla rendita presso di noi. Nulladimeno, se alcuno stimerà che, ciò affermando, io vada errato, e che a tal uopo vi sia un mezzo che io non abbia saputo rinvenire, si ponga pure in campo: l’onorevole deputato Moia o qualsiasi altro deputato formoli pure un progetto tendente a questo scopo; non pretendo che entri nei particolari, perchè questo è dovere del Ministero, ma chiedo che formoli solo principii sui quali si possa stabilire l’imposta sulla rendita; si discuta quindi in una Commissione, poichè nella Camera ciò sarebbe impossibile, e, se il progetto sarà attuabile, torno a dirlo, non vi sarò contrario.[5]

Mi farò ora a parlare dell’incameramento. (Vivi segni d’attenzione.) Questa questione può trattarsi in due modi, economicamente e politicamente. Per dir vero, prima di entrare nel campo della politica, debbo, direi quasi, [p. 498 modifica]chiedervene, o signori, l’autorizzazione, perchè mi allontano alquanto dalla discussione sul prestito; ma forse alla Camera, stanca di un’arida e fastidiosa rassegna di cifre, che dura da cinque giorni, non sarà discaro che io faccia una digressione sopra un terreno assai più elevato, voglio dir quello della filosofia politica. Interpreto quindi il silenzio della Camera come un assenso, e proseguo il mio dire. (Sì! Sì!) Economicamente parlando, io dirò che l’incameramento può sostenersi e può combattersi, che ha vantaggi ed inconvenienti: praticato moderatamente, riesce proficuo, poichè, diminuendo la manomorta, produce un miglioramento nell’ordinamento economico dello Stato. Sono quindi d’avviso che la legge che stabilì una cassa ecclesiastica, avendo avuto per conseguenza l’alienazione dei beni dei conventi, ha arrecato un non lieve vantaggio economico allo Stato. Quando si procedesse con molta moderazione, e successivamente per un lungo periodo d’anni, alla vendita di questi beni, non avverrebbero forse dei gravissimi sconci. Tuttavia non bisogna esagerare gl’inconvenienti della manomorta. Se da questa può derivarne nocumento, poichè i conventi sono poco intelligenti proprietari, quando è in potere di ecclesiastici che vigilano eglino stessi i poderi, i beni posseduti dal clero non sono sempre i peggio coltivati dello Stato; ed anzi, parlando per propria esperienza, debbo asserire, a cagione di esempio, che nella provincia di Vercelli vi sono alcuni di tali beni che sono dei modelli di buona agricoltura. Io lo dico schiettamente, se sono contrario all’incameramento, si è per motivi di alta politica. Io sono convinto, o signori, che l’incameramento avrebbe per effetto diretto, in un tempo più o meno lungo, di rendere il clero o servile od alieno assolutamente agli interessi materiali della società, animato esclusivamente dallo spirito di casta. Quanto al nostro paese, quand’anche si stabilisse che i componenti il clero ricevessero un salario dal Governo, e gli si desse il diritto di privarneli nel caso che si [p. 499 modifica]mettessero in opposizione con esso, io non penso per ciò che si giungerebbe a rendere il clero devoto, subordinato al potere civile. Io stimo troppo altamente i miei concittadini, troppo altamente il clero del nostro paese per credere che sia mai per sacrificare la sua indipendenza, anteporre ai doveri del suo ministero l’interesse pecuniario. Ma qualora ciò fosse, quando si raggiungesse questo scopo di rendere il clero dipendente dall’autorità civile, credete voi, o signori, che avreste con ciò arrecato un vantaggio alla società, alla libertà? No certamente, voi avreste fatto loro il danno maggiore, avreste costituito il peggiore dei dispotismi, cioè il dispotismo amministrativo. Io ho la disgrazia, o la ventura, come meglio vi piace, d’essere ministro da parecchi anni in un paese dove vi è il sistema della centralizzazione, dove il Governo ha molti mezzi d’azione; ebbene, io vi dichiaro schiettamente che, se a quelli che ora possiede, voi ne aggiungeste uno assoluto sul clero, voi rendereste il Governo troppo potente perchè non vi possa essere qualche timore di un danno alla libertà; imperocchè, siccome è difficile che l’uomo, quando ha in mano un potere, non tenti d’abusarne, ho l’intima convinzione che se giungeste a rendere il clero dipendente dalla potestà civile, in poco tempo le nostre istituzioni sarebbero viziate nella radice; rimarrebbe l’apparenza della libertà, ma nella sostanza vi sarebbe un fiero dispotismo amministrativo e religioso. (Segni d’approvazione.) Difatti, o signori, i Governi giunti a un certo grado di civiltà, che hanno maggiori difetti, sono quelli dove il potere civile e religioso si trova unito nelle stesse mani. Se l’amministrazione degli Stati romani offre molti inconvenienti, sapete quale ne è la vera cagione? Si è perchè la potestà civile e religiosa sono nelle stesse mani. Là, se volete, è il prete che comanda all’impiegato civile; ma finalmente l’uno e l’altro concorrono all’amministrazione civile. Ebbene, se da noi si stabilisse una dipendenza del prete dall’impiegato civile, si [p. 500 modifica]giungerebbe a risultati altrettanto e forse più perniciosi.[6] Dico adunque che sarebbe altamente a deplorarsi se l’incameramento venisse a rendere il clero dipendente dall’autorità civile.

Ma, signori, credo che non vi sia questo pericolo, e che anzi l’incameramento produrrebbe l’effetto contrario, quello cioè di far crescere nel clero lo spirito di casta, di staccarlo dalla società civile, e di rendere più forti i legami che l’uniscono ai membri del corpo di cui fa parte. Qui parlo dal lato puramente umano, lascio ogni questione teologica. L’ordinamento del clero cattolico, se può avere un inconveniente, è quello della scarsità dei legami che il prete ha colla società civile: essendo separato dalla sua famiglia, non potendo aspirare a crearne un’altra, si trova isolato, e quindi naturalmente condotto a concentrare la sua affezione sulla casta alla quale appartiene. Se i preti hanno proprietà, se hanno beni, questo costituisce un vincolo fra di essi e la società civile, in mezzo alla quale vivono; questo anello vale a neutralizzare quella tendenza che l’ordinamento della disciplina del clero necessariamente gl’imprime. Io son quindi di parere che il togliere i beni ai membri del clero riuscirebbe solo a renderli men buoni cittadini. In questa sentenza sono confermato dall’opinione di un dei più celebri pubblicisti dei nostri tempi, dell’uomo che ha forse studiato più a fondo lo sviluppo delle società democratiche, che ne ha parlato sempre con molta imparzialità, vo’ dire il signor Di Tocqueville. Difatti esso dice nell’ultima opera da lui pubblicata ed intitolata: L’ancien régime et la révolution: «J’ose penser, contrairement à une opinion bien générale et fort solidement établie, que les peuples qui ôtent au clergé [p. 501 modifica]catholique toute participation quelconque à la propriété foncière et transforment tous les revenus en salaires, ne servent que les intérêts du Saint-Siége et ceux des princes temporels, et se privent eux-mêmes d’un trèsgrand élément de liberté. Un homme qui, pour la meilleure partie de lui-même, est soumis à une autorité étrangère, et qui dans le pays qu’il habite ne peut avoir de famille, n’est pour ainsi dire retenu au sol que par un seul lien solide, la propriété foncière. Tranchez ce lien, il n’appartient plus en particulier à aucun lieu. Dans celui où le hasard l’a fait naître, il vit en étranger au milieu d’une société civile dont presque aucun des intérêts ne peuvent le toucher directement. Pour sa conscience, il ne dépend que du pape; pour sa substance, que du prince. Sa seule patrie est l’Eglise. Dans chaque événement politique il n’aperçoit guère que ce qui sert à celle-ci ou peut lui nuire. Pourvu qu’elle soit libre et prospère, qu’importe le reste? Sa condition la plus naturelle en politique est l’indifférence. Excellent membre de la cité chrétienne, médiocre citoyen partout ailleurs. De pareils sentiments et de semblables idées, dans un corps qui est le directeur de l’enfance et le guide des mœurs, ne peuvent manquer d’énerver l’âme de la nation toute entière en ce qui touche à la vie publique.»

Chenal. A ce titre l’Espagne a dû jouir d’une grande liberté.

Cavour. L’onorevole Chenal oppone a questi profondi pensieri, a queste eloquenti parole, l’insegnamento della storia. Ebbene lo seguirò su questo terreno. L’incameramento si è praticato sopra un’immensa scala in alcuni paesi dell’Europa. In Francia prima della rivoluzione il clero era, se non erro, ricco quanto quello di Spagna; fu spogliato d’ogni suo possedimento, l’incameramento è stato perfetto, non rimase pur traccia dell’antica proprietà. Ebbene, quali furono i risultati di questa disposizione? Io ho il massimo rispetto per il clero francese, e riconoscerò, se così vuole [p. 502 modifica]il signor Chenal, che il clero odierno è più morale e zelante dell’antico; ma certamente nessuno potrà negare che il clero francese è al presente molto meno nazionale, molto meno liberale di quel che fosse il clero dell’antico regime. (Segni di assenso.) In questo vi era uno spirito di indipendenza dalla Corte di Roma e di attaccamento a certe massime nazionali; esso era animato da un sentimento di libertà. La storia ci indica molti membri illustri del clero francese come promotori e protettori, non solo degli studi classici, ma anche dei filosofici; oggi invece i fatti ci dimostrano che esso è tutt’altro, che è di gran lunga più oltramontano del nostro clero nazionale.

Voci al centro. È vero! è vero!

Cavour. Infatti, o signori, noi abbiamo veduto una gara nell’episcopato francese nel distrurre, non solo i principii dell’antica Chiesa nazionale, ma persino quello che vi rimaneva di esterno e che non poteva nè direttamente nè indirettamente far oltraggio alla fede. Il clero francese non solo ha sacrificato le massime di Bossuet, i canoni e la libertà della Chiesa gallicana, ma ha distrutto in alcune grandi città la liturgia, la quale, a quanto dicono, perchè io non sono giudice competente, era molto in pregio. E nel Belgio? Là pure si è fatto l’incameramento, e questo ha reso forse il clero più liberale? Io, come si sa, non sono molto propenso per il partito ultra-clericale e per la stampa che lo rappresenta; spesse volte riconosco che non mi tratta con molto spirito di carità evangelica (Ilarità); tuttavolta sono in obbligo di dichiarare altamente alla Camera che quella stampa, quantunque esagerata, quantunque ultramontana, quantunque devota alla Corte di Roma, è molto meno ultramontana, molto meno eccessiva, molto meno ossequente alla Corte di Roma di quella dei giornali inspirati dai vescovi di Bruges e di Gand. Ma, dirassi: si potrebbe adottare (si noti che parliamo teoricamente in questo [p. 503 modifica]momento) un altro sistema, cioè che i fedeli stessi paghino i loro ministri. Sapete che cosa produrrebbe questo sistema? Un aumento di zelo, un aumento di fanatismo, un aumento di ultramontanismo. Infatti questo sistema esiste in Irlanda. Là il clero non è pagato, i suoi mezzi di sussistenza sono l’elemosina e le sottoscrizioni - volontarie dei fedeli. Ebbene, il clero di Irlanda è meno liberale, più ultramontano, più fanatico di quello di Francia; e quello che vi ho detto dei giornali del Belgio rispetto a quelli del Piemonte, potrei quasi dirlo dei diari del Belgio rispetto a quelli cattolici irlandesi. Infatti, o signori, quelle effemeridi sono talmente antinazionali, siffattamente infellonite, che giunsero all’eccesso di fare l’elogio di Nana Saib e l’apologia dei Cipay quando trucidavano gl’Inglesi nelle Indie. (Sensazione.)

Ma, o signori, per chiarire che l’incameramento non ha per effetto di rendere il clero più liberale, di diminuire l’influenza sua sui cittadini, per dimostrare che questa è impiegata contro lo spirito liberale, perchè vado io in traccia di esempi in Francia, in Irlanda, nel Belgio, mentre ce ne somministra a dovizia il nostro Stato? L’incameramento anche presso di noi si è fatto, e sopra una larga scala. Vi sono molte provincie ove il clero è quasi privo di stabili, ove vive o di un sussidio dello Stato o di tenui pensioni, direi quasi di elemosine. Ebbene, è forse in queste provincie che il clero ha minore influenza, che è più liberale? No, signori, anzi ivi il clero ha maggior potere; e lo esercita per il trionfo delle opinioni più conservatrici. (Ilarità ai centri e a sinistra, mormorio a destra.) Io non voglio fare qui la statistica della Camera, ma vi dico soltanto: guardate i banchi della destra, quelli del centro e quelli della sinistra, prendete la media, e voi vedrete che dal lato della destra seggono i rappresentanti di quelle provincie, in cui, in altri tempi, l’incameramento ebbe luogo, in cui il clero è men ricco; voi scorgerete [p. 504 modifica]invece che nelle provincie in cui è più ricco, esso ha molto minor influenza, o almeno, se l’ha, non la esercitò per aumentare le file della parte più conservatrice. Difatti, o signori, permettetemi che io vi citi provincie che mi sono assai care, cioè tutta quella parte dello Stato che è compresa tra la Dora ed il Ticino; in esse il clero è ricchissimo più che in ogni altra parte; ebbene colà, ad eccezione di un solo, che credo sia l’onorevole marchese Tornielli, non furono eletti che deputati i quali seggono da questo lato della Camera. (Accennando i centri e la sinistra - Viva ilarità.) Dunque, o signori, voi vedete, e dalle considerazioni filosofiche e dagli insegnamenti della storia e dagli esempi che ci offre il nostro stesso paese, e da quanto accade tuttogiorno sotto i nostri occhi, che l’incameramento dei beni ecclesiastici avrebbe per risultato inevitabile di rendere il clero meno liberale e più influente. Ora, a fronte di questa conseguenza, credo si debba sacrificare qualunque vantaggio economico che potesse credersi ne derivasse; epperciò io combatterò sempre con tutte le mie forze il principio dell’incameramento. Verrò ora....

Voci. Domani! domani!

Cavour. Se la Camera desidera che si rimandi la discussione a domani, io non ho difficoltà; la prego però solo a permettermi ch’io finisca di trattare questo argomento.

Voci. Sì! sì! Parli! parli!

Cavour. Io ho detto che, se sono contrario all’incameramento, nol sono però ad un miglior riparto dei beni ecclesiastici; e ciò l’abbiamo dimostrato coll’istituzione della Cassa ecclesiastica, della quale cercheremo di migliorare la condizione. Come già dichiararono gli onorevoli miei colleghi, il ministro delle finanze ed il guardasigilli, noi nutriamo fiducia di potere nella sessione ventura portare a quest’istituzione tali miglioramenti da non essere costretti a venire di nuovo a chiedervi un imprestito per supplire ai bisogni del clero [p. 505 modifica]della Sardegna. Noi confidiamo molto nell’abilità delle persone preposte a dirigere questo stabilimento, e nei miglioramenti che si possono introdurre senza aggravare la condizione del clero. Vi ho dimostrato, o signori, che i mezzi straordinari che erano stati indicati non erano valevoli ad arrecare un rimedio alle condizioni finanziarie. Mi rimane ad esaminare se si possa a tal uopo provvedere mercè un mutamento radicale nel nostro sistema d’interna amministrazione. Debbo altresì indagare se, considerando il paese nel suo complesso, esso si trovi nella condizione supposta dagli onorevoli deputati della Destra. Finalmente sarò obbligato, prima di por fine al mio dire, di esporre qualche considerazione politica. Ma l’ora essendo tarda, proseguirò il mio discorso nella tornata di domani.


2.

SUL MEDESIMO ARGOMENTO.

(Seduta della Camera, 20 maggio 1858.)

Io sono convinto, o signori, che ci faremmo una grande illusione se credessimo, mercè le riforme, di poter conseguire ingenti economie, e ciò senza alterare ed alterare grandemente l’attuale ordinamento delle cose. Difatti, o signori, rispetto all’amministrazione centrale, dopo la soppressione delle aziende[7] ed il concentramento nei ministeri di tutte le amministrazioni, non reputo possibile di operare nuove e più larghe riforme senza compromettere il pubblico servizio. Noi abbiamo attuata una riforma radicale nel sistema dell’amministrazione centrale, e, a parer mio, questa [p. 506 modifica]riforma ha dati buoni frutti. In questa mia credenza sono confermato dall’opinione di un distinto membro di questa Camera, che era stato fra gli avversari di essa. Il deputato Despine, nella sua relazione sopra i conti dell’esercizio del 1854, rende piena giustizia al modo di contabilità tenuto nel ministero di finanze: ed invero, signori, credo di poter asserire che il nostro sistema di contabilità sia il più efficace ed economico che esista in Europa; evvi tal controllo nelle spese, vi esistono mezzi così sicuri nell’accertarne il real pagamento, che possiamo con soddisfazione proporre il nostro sistema in certa guisa a modello: noi abbiamo imitato il sistema francese e belga, ma, oso dirlo, semplificandoli e perfezionandoli; e, lo ripeto, crederei poter invocare a testimoni tutti i membri della Camera, che, come relatori del bilancio delle finanze, hanno dovuto scendere nei particolari di quel ramo di pubblico servizio.

Se non è possibile operar larghe riforme nell’amministrazione centrale, si dirà però che forse in altri rami esse si potranno attuare; per esempio, ho sentito più volte a parlare del riordinamento del nostro sistema giudiziario. A questo proposito alcuni progetti furono presentati e dall’attuale guardasigilli e dal suo predecessore: questa è materia nella quale sono, per vero dire, assolutamente profano; ma, se ben mi ricordo, in tutti questi schemi di legge si premettevano sempre proposte d’aumento di stipendi, di pareggiamento di onorari per i membri delle varie Corti, e d’aumento di assegnamenti a favore del Ministero Pubblico: infine esse tendevano certamente a migliorare l’esercizio della giustizia, ma non ad esonerare le finanze dello Stato. E quantunque io sia fermo fautore del sistema dei Giurati e delle Corti d’Assise, io dubito assai che questo sistema sia per produrre sensibili risparmi allo Stato; certamente esso diminuirà le spese dei testimoni, renderà forse un po’ più celere l’azione della giustizia, ma [p. 507 modifica]trarrà seco però nuove categorie di spese, come, a cagion d’esempio, le indennità da corrispondersi ai Giurati, la spesa di trasferimento dei magistrati, ed altre. Ond’è che io non ispero un sollievo notevole per le finanze dall’istituzione delle Corti d’Assise.

Sarebbe egli possibile sperare larghe economie nella riforma dei nostri ordini militari? Su questo punto parlo con maggior sicurezza, avendo a lato il mio collega il ministro della guerra, che m’interromperà se commetto errori. Io non dico impossibile di fare alcuni risparmi sul bilancio della guerra; ma dico con pieno convincimento essere assolutamente impossibile di mantenere l’efficacia dell’esercito e fare larghe economie su di esso. Se voi ponete a confronto la forza del nostro esercito e il suo costo colla forza degli eserciti degli altri Stati e la spesa che cagionano, il confronto sarà interamente a favore del nostro paese. Io posso parlarne con conoscenza di causa; imperocchè, essendo stato per sette anni ministro di finanze, posso dire alla Camera che molte volte il mio onorevole amico (accennando il ministro La Marmora) mi ha dato gravi fastidi proponendo nuovi aumenti di spesa per l’esercito (ilarità); e ciò, s’intende, sempre ad oggetto di accrescere l’efficacia di quest’esercito. Ma una giustizia che io reputo di dover rendere al mio collega ed ai distinti impiegati che hanno retto per tanto tempo ed a quelli che reggono ora la parte amministrativa del dicastero della Guerra, si è di riconoscere che esso è sempre andato in traccia di ogni maniera d’economie per scemare le spese, senza menomare l’efficacia dell’esercito. E invero, o signori, prova di questi sforzi continui si è che il dicastero della Guerra dal 1850 al 1857 ha sempre presentato negli spogli alla fine degli esercizi notevoli avanzi, non solo a fronte delle somme votate e dei crediti suppletivi, ma persino sulla somma complessiva primitivamente stanziata in bilancio. Siamo adunque in questa alternativa: o [p. 508 modifica]mantenere l’esercito qual’è, e allora non fare che lievi economie; o fare gravi risparmi e turbare l’assetto dell’esercito, e così scemarne straordinariamente l’efficacia. Certamente nel dicastero della Guerra si sono fatte molte spese straordinarie: ma è fuor di dubbio che nei venturi esercizi non avremo più da votar fondi o per un nuovo polverificio, o per nuove costosissime caserme, come quella stupenda di Novara e quella che si sta compiendo in Genova; sicuramente non avremo nuove fortificazioni da erigere, come quelle di Casale e di Alessandria; ond’è che io nutro speranza che il bilancio straordinario della Guerra non presenterà per l’avvenire somme così ingenti come per il passato: ma quanto alle spese ordinarie, ve lo dico schiettamente, se volete mantenere un esercito efficace, se non volete adottare il sistema delle milizie, dovete rassegnarvi alla somma portata in bilancio o ad altra che di molto le si avvicini.

Mi rimane a dire alcun che dell’amministrazione provinciale, dell’amministrazione interna. Qui, o signori, io lo dico schiettamente, teoricamente parlando sarebbero possibili assai larghi risparmi. Ove si trattasse di organizzare a nuovo il paese, mi pare che non sarebbe difficile il ridurre d’assai e le spese sul bilancio dello Stato e fors’anche d’alquanto le spese sul bilancio provinciale; per ciò bisognerebbe seguire l’esempio del Belgio, contentarci di fare sei, sette, o, se volete (stante la condizione topografica del nostro paese non del tutto identica a quella del Belgio) dieci grandi centri amministrativi, e sopprimere tutti gli altri. Ma, o signori, se questo si potrebbe operare in uno Stato novello, all’indomani di una grande rivoluzione che avrebbe abbattuto tutti gli ordini esistenti, è una riforma assolutamente ineseguibile in tempi regolari e normali. È impossibile il disautorare i tre quarti, i quattro quinti delle città capo-luoghi di provincia. Dico di più, giudico quasi impossibile l’arrivare ad una riforma che distrugga [p. 509 modifica]l'elemento provinciale. E perciò, quantunque il Ministero sia deciso a proporvi nella prossima sessione una legge per la riforma dell’amministrazione provinciale, non prende però l’impegno di applicare quel sistema radicale che potrebbe da un lato bensì produrre qualche economia, ma solleverebbe tante difficoltà ed opposizioni da renderci quasi certi che non potremmo mandarlo a compimento. La riforma che si potrà fare mantenendo l’elemento provinciale, o restringendolo solo nei limiti accettabili dalla maggioranza della Camera e del paese, sarà di qualche entità, ma certamente non sarà tale da portare una modificazione seria nel bilancio dello Stato. Si potrà, mercè una riforma, dare maggior libertà ai comuni ed alle provincie, rendere l’azione amministrativa d’alquanto più pronta, ma fare grandi risparmi conservando l’elemento provinciale è assolutamente impossibile. Io dico adunque, con molto mio rincrescimento, che non reputo questi cambiamenti organici atti a sollevare di molto il pubblico erario.

Mi si dirà forse: dunque non avete rimedio allo stato attuale di cose? Se questo stato, quale lo hanno dipinto i deputati della Destra che presero parte a questa discussione, è senza rimedio, noi siamo condotti inevitabilmente ad una morte economica.

No, o signori; io reputo che il quadro che vi venne fatto da quegli onorevoli oratori non sia perfettamente vero, che essi abbiano oscurato singolarmente le tinte e abbiano messo da banda i colori più chiari. Il nostro debito pubblico si è di 685 milioni; aggiungendo però il debito che siamo per contrarre, e che in un modo o nell’altro bisognerà fare, si arriverebbe alla cifra di 724 o 725 milioni. Sicuramente io non dissimulo che un debito di 725 milioni per una nazione di cinque milioni d’abitanti costituisce un peso assai grave: ma, se voi esaminate lo stato dei debiti pubblici degli altri paesi d’Europa, vedrete che non vi passa una gran differenza tra quei debiti ed il nostro. Il debito [p. 510 modifica]pubblico del Belgio era il 1° maggio 1857 di 695 milioni: non parlo del debito della Gran Brettagna, che sale a 20 miliardi. Potrei citarvi il debito dell’Olanda, paese sicuramente molto più ricco del nostro, ma molto meno popolato, il qual debito giunge a 2 miliardi e mezzo. Da ciò voi scorgete di leggieri, o signori, che quantunque sia grave il nostro debito pubblico, non è, rispetto a quello di varii altri Stati d’Europa, fuori della proporzione della nostra ricchezza e della nostra popolazione; giacchè, se siamo fino ad un certo limite meno ricchi del Belgio, gli siamo superiori per la popolazione di quasi 700 mila abitanti.

Ora, o signori, esaminiamo se in questi ultimi anni vi è stato un così grande squilibrio, se egli è vero che siamo stati costretti ad accrescere il nostro debito per una deficenza constatata nelle spese ordinarie dello Stato. I proventi del 1856 tanto ordinari quanto straordinari, eccettuato il prestito inglese che forma un provento straordinarissimo, una risorsa del credito pubblico, vennero a verificarsi in L. 142,000,000. Le spese sì ordinarie che straordinarie salirono a 149,612,000 lire; quindi, escluso il prestito inglese, escluse le spese della guerra, non vi sarebbe che un disavanzo di 7,612,000 lire sopra questo esercizio. Se si tien conto che in quell’anno anche molte spese straordinarie vennero fatte, si vedrà quanto questo risultato sia favorevole, giacchè questo disavanzo di 7 milioni è inferiore di quasi due milioni al fondo portato in bilancio per l’estinzione delle rendite tanto al corso, quanto al valor nominale. Ma questo proverebbe oltre il mio assunto, giacchè io non ho inteso di dimostrare che nel 1856 fosse stato già possibile di raggiungere l’equilibrio, tanto per le spese ordinarie quanto per le straordinarie. Io confesso che è opportuno di impiegare un fondo d’estinzione, ma altresì sostengo che uno Stato non è nè rovinato nè prossimo alla rovina, se non ha fondo di estinzione stanziato in bilancio. Se ciò fosse, [p. 511 modifica]l'Inghilterra sarebbe già rovinata da molti anni, giacchè ha fatto scomparire ogni fondo di estinzione fin dal 1818 o 1819. La Francia, è vero, non l’ha fatto scomparire dal suo bilancio; ma che cosa ha fatto? Ha cominciato per istabilire di non impiegarlo quando le rendite erano al disopra del pari, e, quando esse furono al disotto, e avrebbe dovuto impiegarlo, essa ha mantenuto nel passivo il fondo di estinzione, ma ha portato altresì una egual somma nell’attivo. Se noi seguitassimo questo sistema, il bilancio del 1858 sarebbe in pieno equilibrio; non sarebbe un grande errore perchè si seguirebbe l’esempio di una nazione che, in fatto d’ordine e di regolarità nelle cose d’amministrazione finanziaria, è sicuramente una buona maestra. Se quindi, o signori, noi siamo giunti al punto che alle spese ordinarie noi facciamo fronte colle entrate ordinarie, e non vi rimane altra differenza che sapere se potremo impiegare una parte più o meno larga del fondo d’estinzione, io lo ripeto, la nostra condizione finanziaria non si raffigura troppo esattamente nel quadro spaventoso che ve ne hanno fatto gli onorevoli conte di Revel e Costa Antonio.

Quello che è accaduto pel 1856 accadde anche pel 1855. Pel 1855 le spese ordinarie accertate furono di 135,586,458, e i proventi attivi ordinari salirono a 129 milioni, cioè vi fu nel 1855, tra le spese e le entrate ordinarie, una differenza di sei milioni. Anche nel 1855 lo sbilancio fra le spese e le entrate ordinarie è minore del fondo d’estinzione, e se in quell’anno noi avessimo seguito il sistema inglese od il sistema francese, non vi sarebbe stato disavanzo sopra le spese ordinarie. Questo si riprodurrà certamente nel 1857 ed anche nel 1858. Quindi io mi stimo fondato a dire che la nostra situazione non è così dolorosa quanto lo si vuol asserire, quantunque sia pronto ad ammettere che sia grave e che meriti di fissare tutta l’attenzione del Parlamento, che sia necessario di mettere un argine alle nuove spese, che sia mestiere di inculcare al [p. 512 modifica]Ministero la necessità di non continuare a secondare i progetti, a dar seguito a tutte le proposte che gli vengono presentate. E qui compirò quell’esame di coscienza, di cui ho parlato in altra circostanza e che mi venne ricordato dall’onorevole deputato Ghiglini.

Forse l’antico ministro delle finanze è stato qualche volta troppo arrendevole nel secondare progetti per grandiose imprese. Ma, o signori, è cosa certa che tutte le imprese che sono state favorite dal Ministero negli scorsi anni e pei quali è venuto a chiedervi fondi, sono di un carattere altamente utilitario; che il Ministero non ha mai cercato a promuovere opere improduttive, salvo quelle rispetto alla Guerra, che io per altro ritengo produttivissime, non nel lato del significato economico della parola, ma nella sua espressione politica. Altre spese improduttive noi non ve ne abbiamo proposte mai, che anzi abbiamo avuto rimproveri gravissimi per non aver proposte certe spese. L’onorevole deputato Valerio ci ha rampognato più di una volta, e con parole assai risentite, di non preservare la nostra stupenda galleria di quadri dal pericolo che la minaccia nel sito ove si trova; ma, per evitare questo pericolo, i progetti che erano stati allestiti importavano allo Stato un sacrificio forse di un milione, e noi abbiamo esitato innanzi al dispendio di questa somma ed abbiamo preferito, massime il mio onorevole amico il ministro Paleocapa, di subire i rimproveri che talvolta erano espressi con parole molto acerbe, piuttosto che chiedervi di approvare una spesa improduttiva allo Stato. Noi non vi abbiamo mai proposto d’innalzare nuovi palazzi, di fare opere per l’ornamento e il decoro dello Stato, imperocchè noi sapevamo che la condizione delle nostre finanze era grave, e che era perciò nostro stretto dovere di costantemente astenerci dal fare spese che non fossero urgenti, e di utilità certa. È possibile, lo ripeto, che io mi sia lasciato sedurre da alcune proposte, che io sia andato troppo oltre: sono [p. 513 modifica]certo che il mio successore procederà più cauto, sarà più fermo (Si ride) nel resistere alle istanze che di continuo vengono fatte ai ministri onde promuovano nuove imprese. Ma poichè la Camera rivolge questo invito al Ministero, permettetemi che, alla mia volta, io pure rivolga una preghiera, se non alla Camera complessivamente, ai singoli deputati, a quelli che sono stati eletti da certe parti dello Stato, di essere essi pure più guardinghi, più moderati nell’insistere presso il Governo perchè proponga nuovi dispendi. E così, se noi saremo più cauti, più energici nel resistere, ed essi più parchi nel proporre, penso che nei venturi esercizi non saranno più iscritte nuove spese straordinarie di molta entità, di quelle spese che ammontano a milioni, e che per tal modo noi potremo ricondurre un perfetto equilibrio nelle nostre finanze. Certamente, o signori, io faccio assegnamento sul progresso della ricchezza nazionale; faccio assegnamento che quella legge di progresso che si tradusse in fatto dal 1830 fino al 1856, non sia per fallire d’ora in avanti, e mutarsi in legge di regresso. Io sono adunque persuaso, che noi possiamo votare con fiducia questo prestito, e credo che l’avvenire delle nostre finanze stia nelle nostre mani; basta che noi stiamo fermi nel non proporre e nel non sancire nuove spese straordinarie, e noi raggiungeremo il supremo intento di vedere le nostre finanze migliorate, e ritornato finalmente quel tanto desiderato equilibrio. Io non so, o signori, se sono giunto a giustificare la nostra condizione finanziaria; ma, quand’anche l’avessi fatto, io mi trovo a fronte di obbiezioni che si fondano sopra fatti generali.

L’onorevole deputato Costa Antonio da un lato, e gli onorevoli deputati Ghiglini, Del Carretto, Di Camburzano ed altri dall’altro, proclamano altamente che noi siamo giunti sulla china della decadenza. Il deputato Costa così argomenta: Colla massa delle vostre imposte voi sottraete ogni anno non solo una parte [p. 514 modifica]delle economie fatte dai produttori, ma altresì una parte del capitale nazionale; voi diminuite le forze produttive della nazione. Gli onorevoli deputati della Destra ragionano in questa guisa: Oltre i vostri errori finanziari, voi avete commessi immensi errori economici. Col vostro libero scambio, che sarà un sistema ottimo in teoria, che potrà meritare l’approvazione di chi rappresenta la scienza in questo recinto, con questo sistema voi avete rovinato le industrie, voi avete posto in pericolo il nostro stato economico. Quindi l’onorevole Costa Antonio, unendosi ai deputati della Destra che ho citati, ripete in coro con essi: vedete come l’emigrazione dello Stato si fa ogni giorno maggiore, come diminuiscono i valori dei fondi, come le catastrofi commerciali s’incalzano sulle nostre principali piazze, come finalmente si constata una progressiva diminuzione nelle entrate indirette, indizio certo di una menomata ricchezza nazionale, prova irrecusabile che siamo sulla via della decadenza.

Mi pare che questi siano stati gli argomenti dagli onorevoli preopinanti addotti. Io esaminerò questi argomenti di cui sta in prima linea l’emigrazione. Considerato questo fatto in tesi generale, dirò ricisamente che l’emigrazione non è sempre indizio d’impoverimento di uno Stato; che invece la storia ed antica ed attuale ci prova che i popoli che somministrano un contingente maggiore all’emigrazione sono i popoli i più industriali del mondo. Chi ha popolato in questo ultimo secolo l’America Settentrionale? Non sono certamente i popoli più miseri d’Europa, sono anzi i più ricchi, sono gl’Inglesi..

Una voce a sinistra. Sono gl’Irlandesi.

CAVOUR. È la razza anglo-sassone che ha popolato l’America del Nord. Vedete le statistiche che pubblica il Governo inglese rispetto all’emigrazione, e riconoscerete che l’emigrazione ha superato i 300,000 abitanti all’anno. E direte voi che l’Inghilterra sia immiserita?

[p. 515 modifica]L’emigrazione si verifica non solo nell’Inghilterra, ma nell’America stessa. Se considerate separatamente i singoli Stati, non vi è forse comunità più ricca al mondo che quella che costituisce la Nuova Inghilterra, gli antichi Stati americani. Ebbene, in questi Stati havvi ogni anno un’emigrazione numerosissima che si porta dai vecchi ai nuovi Stati, che si reca nel lontano ovest. L’emigrazione, considerata nel suo complesso, non è adunque indizio di miseria; dico di più che, se egli è vero che l’emigrazione non deve essere favorita con mezzi fittizi, eccezionali, come si fece, a mio avviso, mal a proposito in Inghilterra, dove più volte lo Stato e le contee e le parrocchie fecero sacrificii per favorire l’emigrazione della popolazione sovrabbondante, è vero però altresì che l’emigrazione è cosa utilissima non solo per gli emigranti, ma anche per quelli che rimangono nel paese da essi abbandonato; è cosa utilissima per la classe più numerosa, giacchè voi sapete che la condizione della classe operaia dipende dal rapporto che esiste tra la massa dei capitali che mettono in moto il lavoro e la quantità di braccia che si offrono a lavorare. Questo è un teorema d’economia politica, che si applica in tutti i paesi, in tutte le circostanze: se, mercè l’emigrazione, scemate il numero dei lavoratori senza diminuire il capitale industriale, voi migliorate immediatamente le condizioni della classe degli operai che sono rimasti; la qual cosa è provata dal fatto che, se in alcune contee d’Inghilterra la condizione delle classi operaie si è di molto migliorata in questi ultimi venti anni, ciò è dovuto in gran parte all’emigrazione. Io penso adunque che quell’emigrazione non dia luogo a tale censura, tanto più se si vuol parlare a riguardo delle classi più numerose; perchè, lo ripeto, è la classe operaia che trae il vantaggio maggiore dall’emigrazione di una parte di essa. Non nego che vi sia stato nel nostro paese un’emigrazione speciale promossa da una tremenda calamità, che [p. 516 modifica]si è riprodotta per molti anni in alcune parti dello Stato, e segnatamente in alcune provincie della Liguria: parlo della crittogama. Questo flagello, che ha distrutto il principale e quasi l’unico raccolto di alcune località, ha ridotto alla miseria famiglie, le quali, se non erano già in uno stato di ricchezza, si trovavano certamente in una condizione d’agiatezza. Non contesterò che quest’emigrazione sia stata promossa da questa calamità, ma dico che l’emigrazione medesima fu un rimedio e rimedio efficace a questa calamità. Non negherò che la crittogama abbia diminuito le ricchezze dello Stato; non l’ho mai negato, anzi ho, in una circostanza, cercato di provarlo all’onorevole deputato Ghiglini, il quale sosteneva che la crittogama aveva cresciuto le pubbliche entrate. Io gli rispondeva allora che aveva accresciuto alcune entrate, ma che diminuiva le ricchezze dello Stato e quindi avrebbe scemato le sue risorse, giacchè la ricchezza del Tesoro sta in proporzione colla ricchezza generale dello Stato.

Provato così che l’emigrazione non è un indizio dell’impoverimento d’una nazione, prendo ora ad esaminare se lo sia la diminuzione del valore degli stabili. Questa diminuzione, o signori, ha una cagione costante ed una transitoria. È un fatto che si verifica in tutti i paesi, che quando in una località non vi è alcuna industria o ve n’ha pochissima; quando le classi illuminate non hanno la tendenza di dedicarsi al commercio od all’industria, in questi luoghi, di necessità, gli stabili acquistano un grandissimo valore, giacchè non vi è quasi altro mezzo d’impiegare i fondi disponibili e le economie che in tutti gli Stati regolari si fanno ogni anno. Presso di noi, prima del 1848, non dico che non vi esistesse industria, ma essa era meno sviluppata di quello che lo sia ora; non dico che nessuna persona appartenente alla classe educata si rivolgesse al commercio, ma sostengo che una minor quantità di persone appartenenti a questa classe si dedicava al [p. 517 modifica]commercio ed all’industria. Anzi era cosa nota che, quando un commerciante od un industriale, parlo ora in più special modo del Piemonte, aveva acquistato un certo capitale nell’industria e nel commercio, ne sottraeva subito una parte, se non la totalità, onde divenire proprietario, credendo, col trasformarsi da commerciante in proprietario, di salire un gradino nella scala sociale. Che questo accadesse in Piemonte io credo che nessuno lo contesti. (Voci dal centro: Sì! sì!) Quindi è naturale che in una tale condizione di cose il valore degli stabili, rispetto agli altri valori, fosse maggiore. Ora questo stato di cose è mutato. Non v’ha più alcuno che reputi di salire un gradino della scala sociale quando da industriale si fa proprietario, e quando chiude il suo fondaco per acquistare un tenimento. Questo è accaduto presso di noi, è accaduto in Inghilterra, dove, cosa singolare, gli stabili hanno un valore minore rispetto alle rendite del debito pubblico. In Inghilterra in ora il capitale impiegato in rendite del debito pubblico non frutta più del tre o tre e un quarto per cento, mentre lo stesso capitale impiegato in stabili dà il quattro e il quattro e mezzo, cosa che non si verificava cinquant’anni or sono. Vi è poi una causa transitoria. Sicuramente una crisi commerciale come quella che abbiamo traversato, aumentando la ricerca dei capitali, ha accresciuto la mèta degli interessi, e così diminuito il valore dei fondi; imperocchè il valore delle terre è sempre in ragione inversa della mèta corrente degli interessi: se questa diminuisce, cresce il valore delle terre; se cresce quella, questo diminuisce. Ma non credo per ciò che questo indichi una diminuzione di ricchezza.

Non nego che vi sono stati dei disastri commerciali sopra la nostra piazza, non nego che questo sia un indizio che il nostro commercio abbia sofferto gravi perdite. Ma vi osservo, o signori, che questi disastri sono forse minori di quelli che si verificarono sopra le [p. 518 modifica]altre piazze dell’Europa e dell’America; che anzi, se voi ponete mente alle condizioni speciali del nostro paese, ai mali che esso ha sofferto ultimamente, voi dovete, non che stupire dei disastri accaduti, maravigliarvi che ben maggiori non ne accadessero. Siccome poi le cause da cui hanno origine questi disastri sono le stesse che scemarono il prodotto delle imposte indirette, io le considererò complessivamente. Se vi furono dei rovesci commerciali, se contemporaneamente da alcuni mesi si constata una diminuzione nelle imposte indirette, questo provenne da alcune cause economiche di grandissimo momento, taluna delle quali è generale all’Europa, altra speciale al nostro Stato; ed io confido che anche l’onorevole deputato Costa sarà costretto a riconoscere la gravità delle cause che io sto per esporvi.

L’anno scorso, o signori, uno dei principali nostri raccolti, quello dei bozzoli, fu soggetto ad un morbo misterioso, l’atrofia, ed in breve quasi distrutto; e da questo lo Stato ebbe a soffrire una prima perdita, che ricadde sopra i produttori e si riparti in tutto il regno. Il fallito raccolto dei bozzoli tolse ad una classe numerosissima di cittadini una gran parte de’suoi redditi, prima causa della riduzione delle imposte indirette, e fu tanto più fatale in quanto che questo raccolto ha ciò di particolare, che è quello che somministra alla massima parte dei produttori la moneta sonante colla quale pagano i debiti contratti e si procurano le merci di cui hanno bisogno. In molte provincie dello Stato, il bozzolo è quasi l’unico prodotto che faccia entrare del denaro nelle case del contadino. Ciò fu un gran male, ma non fu il solo che afflisse il nostro Stato; l’idea che il commercio si era fatta sopra l’esistenza del raccolto antecedente che non era stato molto abbondante, fece sì che i negozianti in seta spinsero il prezzo dei bozzoli ad un prezzo esuberante. La Camera si ricorda che l’anno scorso si pagarono i bozzoli fino a 100 e 110 franchi il miriagramma. I nostri [p. 519 modifica]industriali, i quali, mercè il sistema del libero scambio, avevano molto ampliato i loro edifizi, avevano creato nuove filature, nuovi filatoi, per dare lavoro a questi edifizi, non solo acquistarono tutto il raccolto del Piemonte, ma fecero altresì degli importanti acquisti e nelle altre parti dell’Italia e nella China e nell’Oriente. I risultati non corrisposero alle loro speranze; quello che l’economia politica insegna, accadde: la seta avendo aumentato straordinariamente di prezzo, la consumazione diminuì, e siccome la seta è un oggetto di lusso, la consumazione sofferse una diminuzione maggiore che se non fosse una derrata di prima o quasi prima necessità. La consumazione avendo diminuito, il prezzo delle sete subì un considerevole ribasso. Sopraggiunse in questo frattempo la crisi americana.

Voi sapete che l’America è il principal mercato dove si esitano le sete della Francia e quindi anche quelle del Piemonte. La crisi americana precipitò il ribasso delle sete, e questa diminuzione fu tale, che le sete lavorate, l’organzino, il quale veniva a costare al negoziante dai 130 ai 135 franchi il chilogramma, cadde ad 80 franchi, con un ribasso di oltre il 50 per %; e che sulle sete i filatori perdettero quale 40, quale 45 e perfino 50 franchi per chilogramma, cioè il valore intiero della seta in anni normali; giacchè la Camera sa che la seta in tempi normali vale da 50 a 60 franchi il chilogramma. Per queste ragioni, o signori, il nostro commercio serico fu colpito da una perdita enorme, ed io non credo esagerare dicendo che ha perduto oltre i 20 milioni di lire. (Sensazione.) Io stimo tenermi al disotto del vero. Ora, che una perdita di tanto rilievo non abbia prodotto che poche catastrofi, ciò prova, mi sia lecito il dirlo, quanto sia prudente il commercio nostro serico. Questa perdita enorme produsse, e doveva produrre, un risultato sfavorevole sopra le entrate ordinarie, e ciò per due motivi: primo per il fatto in sè stesso; un paese non subisce una perdita di 20 milioni senza [p. 520 modifica]che questa abbia un effetto sopra i suoi prodotti; in secondo luogo, perchè questa perdita ricadendo sopra le principali case di commercio dello Stato, sopra quelle che chiamerò lo stato maggiore dell’industria, rallentò naturalmente di molto lo spirito d’intrapresa.

In tutti i paesi havvi un certo numero di persone che dànno la spinta agli affari: ve n’hanno esempi in Francia ed in Inghilterra. Ora, quando tali persone, per unmotivo o per un altro, vengono a rimanere in un’inerzia forzata, il movimento generale degli affari si rallenta. Questo disastro sofferto dal commercio serico ebbe pure un effetto funesto sopra il movimento generale degli affari: ed ecco un altro motivo di diminuzione dei prodotti diretti. Il commercio estero non subì uguali perdite, ma ne soffrì pure delle notevolissime. La Camera ricorderà come da alcuni anni lo spirito di speculazione, spinto all’eccesso, avesse portato ad un prezzo elevatissimo il costo di quasi tutti i generi esteri; come si fosse manifestato un aumento notevolissimo e nei coloniali e nelle lane e nei cotoni e nelle cuoia, in tutto insomma. I negozianti di Genova, indotti dallo spirito di speculazione, si trovavano, come al solito, assai ben provvisti di questi generi. La crisi americana ebbe così una necessaria reazione, poichè tutti i prodotti non possono permanentemente aumentare, salvo che il valore del numerario diminuisca; quindi quest’aumento, cagionato da un eccesso di speculazione, produsse una reazione e si videro tutti i generi subire un ribasso. Io non potrei dire in che ragione diminuirono lo zucchero, il caffè, le cuoia, le lane e simili merci; ma si può senza esitanza affermare che in media diminuirono di oltre il 30 per cento. Quindi i negozianti in generi esteri soffersero anch’essi negli ultimi mesi dell’anno scorso perdite immense. Io dubito molto che vi sia una sola casa in Genova, facente il commercio di importazione, che abbia potuto compilare l’anno scorso un bilancio che non presenti delle perdite. Ecco dunque un altro argomento [p. 521 modifica]della diminuzione sopra i prodotti indiretti. In primo luogo, scemamento di consumazione a cagione del rialzo del genere; in secondo luogo, diminuzione di attività nelle transazioni a cagione delle notevolissime perdite sofferte dal commercio.

Ecco, o signori, le principali cause che hanno prodotto i sinistri commerciali, ed hanno scemato gl’introiti delle imposte indirette. Ma, o signori, questi avvenimenti sono di un’indole assolutamente eccezionale. Rispetto al commercio delle sete speriamo che il raccolto sarà migliore di quello dell’anno scorso. Qualunque sia poi il raccolto, è certo che il commercio serico del Piemonte non ripeterà gli errori che gli furono tanto dannosi nell’anno scaduto. Rispetto poi al commercio estero, è certo che il ribasso accaduto rende impossibile una ulteriore diminuzione. Quindi abbiamo la certezza che i disastri succeduti non si ripeteranno, mentre la riduzione nel prezzo delle derrate estere, unita alla diminuzione del prezzo delle derrate di prima necessità interne, dovranno certamente accrescere la consumazione delle derrate estere, e quindi aumenterà il prodotto dei dazi indiretti.

Io mi lusingo di aver distrutti gli argomenti che i miei onorevoli avversari facevano valere per dimostrare l’immiserimento del paese. Io posso a mia volta addurne parecchi altri onde farvi vedere come il nostro Stato si trovi lontano dal presentare uno spettacolo di decadenza economica. Prima di ogni altra cosa io citerò il risultato del censimento della popolazione. Se il paese fosse in decadenza, se un gran numero de’ suoi figli dovesse abbandonare i patrii lidi onde trovare il mezzo di sostentare la vita, evidentemente la popolazione avrebbe diminuito; invece il censimento che fu ultimamente compilato prova che la popolazione si è aumentata. Il censimento ha portato la cifra totale della popolazione che si trova negli Stati, al 31 dicembre 1857, a 5,056,672 abitanti. Non si può ancora instituire un esatto [p. 522 modifica]paragone colla popolazione del 1848, perchè nel censimento testè operato si è seguito un sistema diverso da quello che si era adottato nel 1848, nel qual anno si era fatto il censimento in certo modo della popolazione legale, si era voluto constatare in ciaschedun comune il numero delle persone in esso domiciliate, e quindi si era tenuto conto non solo dei presenti, ma altresì degli assenti; mentre nel censimento attuale non si sono iscritte che le persone presenti. Però nelle tavole della popolazione e nelle nozioni che si sono chieste si è anche domandato il numero degli assenti, e sarà possibile di formare col censimento fatto anche il calcolo della popolazionė legale, della popolazione di diritto, ed istituire un confronto col censimento fatto nel 1848. Egli è evidente che il nuovo sistema deve dare un risultato minore dell’antico sistema, perchè per le persone che hanno lasciato il loro domicilio abituale, ma si trovavano nel paese, vi sarà compenso, ma non vi è compenso per le persone che si trovavano accidentalmente od anche in modo stabile all’estero; giacchè nel 1848 tutti questi furono portati nelle tavole di popolazione, mentre nel 1857 ne furono escluse. Questo lavoro è già stato fatto, il paragone fra la popolazione di diritto e la popolazione di fatto si è compiuto per varii paesi, e dà una notevole differenza; vi sono, per esempio, alcuni paesi, come la provincia di Biella, in cui fra la popolazione di diritto e la popolazione di fatto vi è una differenza di oltre 8000 individui. Questi nell’antico censimento erano stati compresi nelle tavole della popolazione, ma non lo furono in questa statistica.

L’antico censimento portava una popolazione di 4,916,000 abitanti; quindi si avrebbe un aumento di 170,000 abitanti, paragonando il nuovo all’antico censimento; ma, quando si tenga conto della differenza fra la popolazione di diritto e la popolazione di fatto, è da credersi che questo accrescimento giunge a 250,000 anime.

[p. 523 modifica]Certamente quest’aumento non è notevole, ma vuolsi considerare che dal 1848 al 1857 abbiamo attraversato degli anni di rivoluzione, di guerra e di epidemia; le quali vicende sfavorevoli non furono ristrette al nostro paese, ma si verificarono eziandio in Francia. Colà pure si opposero ad un notevole aumento della popolazione. Infatti, dal quadro della popolazione che pubblica il governo francese, noi vediamo che dal 1846 al 1851 non vi fu in tutta la Francia che un aumento di 381,000 abitanti; che dal 1851 al 1856 non vi fu che un aumento di 256,000 abitanti: quindi risulta che l’aumento della popolazione in Francia fu molto minore che presso di noi.

Ma veniamo alla questione principale, quella cioè di vedere se la ricchezza pubblica sia aumentata o diminuita. Io vi darò una dimostrazione dell’aumento della ricchezza pubblica che ritengo per incontrastabile. Come già vi dissi parlando dell’emigrazione, la quota dei salari dipende dalla quantità dei capitali impiegati nell’industria agricola, commerciale e manufatturiera, paragonata al numero delle braccia che l’industria, l’agricoltura ed il commercio devono impiegare. Se, rimanendo stazionaria od aumentando la popolazione, il capitale economico fosse diminuito, evidentemente il prezzo della mano d’opera diminuirebbe immediatamente: questa è una legge assoluta. Ebbene, o signori, voi avete visto che la popolazione non ha diminuito, ma aumentato, non in larga proporzione, ma di 250,000 abitanti circa. Si sono forse diminuiti i salari? Io vi dissi già, e potrei fornirvene prove numerosissime, che i salari, lungi dal diminuire, hanno aumentato. Quindi io sono fondato ad affermare che dal 1848 a questa parte il capitale sociale è largamente aumentato. Ma, signori, noi abbiamo altri indizi, i quali provano che la condizione delle classi operaie non è deteriorata. Noi abbiamo in paese alcune casse di risparmio; non quante sarebbe desiderabile, ma talune assai ragguardevoli. Non ho [p. 524 modifica]sott'occhio il resoconto di tutte, ma l’ho di quella di Torino, di cui il signor conte di Revel è uno dei benemeriti direttori. Da questo resoconto, pubblicato nel principio di quest’anno, io vedo che la cassa di Torino ha incassato nel 1857 depositi per la somma complessiva di 879,000 lire, e rimborsato ai deponenti 731,000 lire. Dal confronto dello stato della cassa al principio dell’anno, collo stato della cassa alla fine dell’anno, si trova che il numero dei deponenti era aumentato di 587, e il capitale deposto di 217,000 lire. Da ciò si scorge che la sola cassa di risparmio di Torino ha aumentato il capitale sociale di 217,000 lire, e ciò senza tener conto delle somme che questo stabilimento ha impiegato per conto dei deponenti nelle rendite dello Stato.

Ma, finalmente, a dimostrare i progressi che ha fatto la nostra industria, sia agricola che manifatturiera, mi basta, o signori, citarvi l’esposizione del Valentino. Tutti coloro che ricordano l’esposizione dell’anno 1850, e che paragonano i suoi risultati con quelli della presente, debbono necessariamente riconoscere che in questi otto anni l’industria patria ha fatti immensi progressi, sia pel numero degli esponenti, sia pel merito dei lavori esposti, sia finalmente pel prezzo degli oggetti che si trovano colà esposti in vista del pubblico. Difatti, o signori, nell’esposizione del 1850, il numero degli espositori si riduceva a 469; nell’esposizione attuale ascende a 1325. Dunque voi vedete come il numero degli esponenti è quasi triplicato. In quanto al merito dei prodotti, credo che avrete osservato con soddisfazione come alcune industrie siano in certo modo nate in questo frattempo. Voi avrete veduto, per la prima volta, delle macchine di una grande perfezione e di un costo non elevato, costruite nei nostri Stati; avrete osservato delle stoffe che gareggiano e per bontà e per mitezza di prezzo colle stoffe estere; e vi sarà stato di soddisfazione, non dubito, il notare come, fra [p. 525 modifica]coloro che più si distinguono pel merito del progresso nella fabbricazione delle stoffe, si conti un nostro collega, un antico deputato che lasciò presso di noi molto desiderio di sè. In tutti gli altri rami d’industria, sia dei tessuti, sia delle arti fabbrili, voi avete dovuto notare un progresso che, per essersi ottenuto nel breve spazio di otto anni, è veramente straordinario. Quest’esposizione, è una solenne confutazione degli appunti che si son fatti al sistema nostro economico. Quest’esposizione prova come la nostra industria sia nel caso di sostenere la concorrenza delle industrie estere, e come lo stimolo che essa ha ricevuto, a ragione della diminuzione delle tariffe, abbia avuto per effetto di renderla più attiva e creatrice di prodotti molto migliori.

Io credo di avervi dimostrato quanto esagerate fossero le apprensioni di alcuni oratori intorno alla condizione delle nostre finanze, quanto poco fondati fossero i timori manifestati sopra il nostro stato finanziario ed economico. Comunque, o signori, io non possa accogliere la speranza di avere distrutto tutti i numerosi argomenti, computi e ragionamenti stati posti in campo contro di noi; aspettiamo il vostro giudicio. Voi siete in presenza di due asserzioni diverse. Il Ministero, il quale crede che il suo sistema finanziario ed economico sia stato utile ed abbia dato buoni frutti, e non abbia prodotto risultati funesti pel paese, ha a fronte tutti coloro che credono che il Ministero abbia condotto il paese all’orlo del precipizio. L’onorevole Costa mostra di credere che il solo suo sistema finanziario lo abbia ridotto a tale estremo. Altri della Destra invece ritengono che sia il suo sistema finanziario ed il suo sistema economico ad un tempo. Quindi voi dovete pronunciare tra noi e i nostri avversari; ma in ogni ipotesi, voi non potete a meno di votar il prestito, giacchè la sua necessità vi è stata esuberantemente dimostrata, non dal Ministero, ma dai suoi avversari. Solo, o signori, se voi dividete l’opinione dei suoi avversari, non [p. 526 modifica]dovete seguire il benevolo consiglio datovi dall’onorevole deputato Antonio Costa, ma bensì quello più energico del deputato Costa della Torre. (Si ride.) Se voi credete coll’onorevole Costa e coll’onorevole di Revel che il Ministero abbia condotto il paese sull’orlo del precipizio, non dovete accontentarvi di modificare la sua proposta, dovete recisamente adottare il partito di fare che la Corona affidi la direzione degli affari a mani più provvide, più intelligenti; voi dovete, come diceva molto bene l’onorevole Costa della Torre, licenziare l’improvvido massaio, e cercarne altri più provvidi, più prudenti.

Solo la Camera dovrebbe esaminare quali sieno le cause che hanno condotto il paese a questa condizione, cioè se sieno finanziarie od economiche.

Nella prima ipotesi, essa dovrebbe fare in modo che i nuovi massai fossero scelti sui banchi ove siede l’onorevole Costa Antonio; e nella seconda, tra quelli che siedono dalla parte degli onorevoli conte di Revel, Del Carretto e Ghiglini. Ma ad ogni modo, se date retta agli argomenti degli onorevoli preopinanti, non dovete esitare, per qualunque considerazione, a far sì che la direzione dei pubblici affari venga affidata, come diceva poc’anzi, a mani più savie e più intelligenti. Mi rimane a dir poche parole sulla politica, e con esse porrò termine al mio dire. (Segni d’attenzione.) L’onorevole Saracco diceva, dopo aver deplorata la condizione delle finanze, che il suo voto pendeva incerto a cagione delle considerazioni politiche che un cambiamento ministeriale potrebbe produrre. In altri termini questa dichiarazione era ripetuta dall’onorevole deputato di Caluso. Io mi credo quindi in obbligo, prima che si chiuda la discussione, di dire alcun che sull’indirizzo politico del Ministero. Io ho avuto occasione, non ha molto, in una solenne circostanza di spiegare chiaramente, schiettamente quale fosse l’indirizzo della politica estera ministeriale. Io vi dichiarai allora come la nostra politica all’estero fosse e dovesse essere, a [p. 527 modifica]nostro credere, politica apertamente nazionale. In quanto all’interno io vi dirò, con pari schiettezza, che la nostra politica è liberale e riformatrice. Io so, o signori, che alcuni deputati, mentre ammettono essere la nostra estera politica nazionale ed italiana, hanno alcuni dubbi sull’indirizzo interno, e dimostrano qualche sfiducia riguardo alle nostre professioni di liberalismo ed alle nostre intenzioni riformatrici. Ma questo, o signori, è un grande errore; errore che noi potremmo smentire indicando i fatti della nostra vita parlamentare, ed esponendo le opinioni che abbiamo sin qui sostenute. Ma è errore altresì, perchè accenna a cosa assolutamente impossibile; giacchè, o signori, io dichiaro essere mio assoluto convincimento che, nelle condizioni in cui si trova il Piemonte, egli è impossibile di seguire all’estero una politica nazionale ed italiana, se all’interno essa non è liberale e riformatrice (Bene!); come sarebbe impossibile del pari di voler avere un programma liberale e riformatore all’interno, senza avere nello stesso tempo all’estero una politica italiana e nazionale. (Segni di assenso.) Quindi, o signori, se voi riconoscete che la nostra estera politica sia nazionale ed italiana, dovete credere ad un tempo, a meno che fossimo privi di ogni retto senso, che la nostra politica all’interno è e sarà liberale e riformatrice. (Bene!) Perciò, o signori, non può esservi ombra di dubbio sopra l’indirizzo che noi vogliamo dare all’interna politica.

Noi intendiamo nelle future sessioni, se tuttavia noi saremo ancora su questi seggi, continuare nella via delle riforme e della libertà; non possiamo sin d’ora dirvi se procederemo più o meno rapidamente; giacchè, se in quanto allo scopo che ci proponiamo, ed in quanto all’indirizzo, non vi può esser dubbio, vi è dubbio sul modo, e massime sulla opportunità di conseguire questo scopo più o meno prontamente. Quantunque gli uomini, che seggono sopra questi banchi, siano da molti anni al potere, vi assicuro che nell’animo loro non è spento [p. 528 modifica]nè l’amore della libertà nè il desiderio del progresso; e quest’amore e questo desiderio sono in loro altrettanto vivi quanto lo possano essere negli animi di qualunque membro di questa Camera. Ma, o signori, chi siede al potere, e vi siede da lungo tempo, è condotto a vedere forse più da vicino, che chi è lontano dal potere, gli ostacoli e le difficoltà che nella via della libertà e del progresso si incontrano; esso è condotto a vedere come talvolta, per voler affrettare troppo il passo, si ponga in pericolo la causa della libertà e delle riforme; come, per voler raggiungere troppo presto la mèta, si possa mettere a repentaglio e la libertà già acquistata e le riforme già operate. Credo con queste esplicite dichiarazioni di aver soddisfatto ai desiderii degli onorevoli miei interpellanti.

Fuori della politica, quanto alla parte amministrativa è nostra intenzione, signori, governare il paese indipendentemente da ogni spirito di parte.

Fuori del campo della politica noi ci crediamo in obbligo di considerare egualmente tutte le parti dello Stato, tutti gl’individui, qualunque sieno le opinioni ch’essi professano. Noi, rispetto ai provvedimenti materiali, cureremo del pari gl’interessi di quelle provincie che hanno eletto deputati a noi avversi, come di quelle che hanno eletti deputati di opinione creduta più liberale. Allo stesso modo che nell’anno scorso abbiamo fatto tutti i nostri sforzi per promuovere la costruzione della strada ferrata della Savoia che aveva ed ha ancora ultimamente eletti deputati in massima parte dell’Opposizione, così quest’anno, nel limite del possibile, noi vedremo di favorire la costruzione della strada ferrata di Savona, città che ha eletto un deputato a noi molto simpatico. In quanto poi alle relazioni personali, noi non esitiamo a dichiarare che, fuori del campo della politica, noi cercheremo di valerci dell’opera di tutti coloro i quali hanno capacità ed ingegno per servire la patria. Questo sistema è già antico nel Ministero; io stesso lo [p. 529 modifica]inaugurai nel 1851 mentre il paese versava in una condizione finanziaria ben più difficile di quella in cui trovisi al presente, ed era costretta a ricorrere al credito estero. In quel frangente, quantunque l’onorevole di Revel avesse oppugnato con molta vivacità il mio sistema economico, non esitai a rivolgermi al suo patriottismo, pregandolo a volersi incaricare delle trattative di un prestito in Inghilterra. E di ciò, o signori, io ebbi allora molto a congratularmi con me stesso, e me ne congratulo ancora presentemente, giacchè l’onorevole conte di Revel compiè l’accettato mandato, non solo con piena soddisfazione del Ministero, ma anche con utile grandissimo del paese. Nè ciò ebbe alcuna conseguenza politica, giacchè l’onorevole conte di Revel non tornò dall’Inghilterra più favorevole alla politica ministeriale d’allora; che anzi, se ben ricordo i fatti, fu poco dopo il suo ritorno dall’Inghilterra che cominciammo a seguire due vie assolutamente diverse, e che si compì quella separazione che egli ha più volte ricordata, battezzandola con un nome reso di qualche celebrità. (Risa e bisbiglio.) Così in una recente circostanza, trattandosi di rappresentare il paese in un Congresso scientifico, chiamato a decidere sopra una delle quistioni tecniche, la più grave e la più difficile che l’arte possa avere a sciogliere, io non ho esitato a rivolgermi ad uno dei nostri egregi colleghi, distinto non solo per la molta scienza, ma per ispirito e per ingegno; e a ciò fare io fui indotto dall’opinione de’ miei colleghi e più ancora dal consiglio di un egregio mio amico, che, in fatto di costruzioni marittime, è ritenuto, in Italia e fuori, come maestro dell’arte, del mio collega Paleocapa. Ora io credo che, come ebbi a felicitarmi della scelta dell’onorevole conte di Revel per negoziare un imprestito all’estero, così il Governo ed il paese avranno, ne son certo, a congratularsi della scelta del colonnello Menabrea per rappresentare la Sardegna nel Congresso scientifico che sta per riunirsi a Parigi.

[p. 530 modifica]Parimente, o signori, se domani il Governo avesse a trattare una grande questione di strada ferrata internazionale, non esiterebbe un istante a rivolgersi al nostro egregio collega che presiede ora con tanto senno le nostre tornate, e che ha date luminose prove della sua abilità e perizia nel dirigere e governare le imprese di strade ferrate.[8] Così facendo, o signori, noi non temiamo di essere tacciati d’infedeli ai principii liberali, ma siamo convinti di farne una intelligente e feconda applicazione. Giacchè sarebbe un grave danno per il nostro sistema rappresentativo, se si potesse dire che esso mette il paese nella impossibilità di porre a profitto la scienza e l’abilità di una gran parte de’ suoi figli. Noi, o signori, abbiamo fede nel patriottismo dei nostri avversari politici, seggano essi a destra od a sinistra; e non esiteremo a fare appello a questo sentimento, quando le necessità del paese siano per richiederlo. Noi siamo certi che quando, fuori del campo della politica, si tratti dell’interesse dello Stato, di mantenerne la dignità e l’onore, tacerà in essi ogni spirito di parte, e non saranno animati che dal sentimento del loro dovere, dall’amore del paese. Questa politica, o signori, noi l’abbiamo seguíta da molti anni; noi siamo decisi di continuarla in pace, noi saremmo pronti ad applicarla anche in caso di guerra. Sì, o signori, lo dichiaro altamente, e in ciò credo di aver consenziente il mio collega ed amico il generale La Marmora: se domani scoppiasse la guerra dell’indipendenza, e quantunque a questa guerra, per motivi coscienziosi, i deputati della Savoia avessero reso il partito contrario, io sono certo che il generale chiamato a condurre il nostro esercito non rifuggirebbe punto dal porre nelle prime file, là dove il periglio sarebbe maggiore, gli arditi figli delle Alpi, la valorosa Brigata di Savoia, e di affidarle la difesa della nazionale bandiera, la quale già altre volte col suo sangue inaffiava. (Bravo! Bene!) [p. 531 modifica]Qui avrebbe termine il mio dire, se nella tornata di martedì un deputato, alla fine di un discorso, notevole pel merito della sostanza, come per la moderazione della forma, non avesse in ultimo creduto di dover lanciare al Ministero un dardo avvelenato che ci ha colpiti nel più intimo del cuore. L’onorevole deputato Costa Antonio diceva che, stante il dissesto finanziario del paese, la nostra libertà sta per diventare un sogno, la nostra indipendenza un’utopia, «le lusinghe che lasciamo trasparire all’Italia intiera dai più solenni dei nostri atti, una derisione, che taluno potrebbe anche chiamare mezzo di governo.» Quindi l’onorevole deputato Costa ci appunta di fare delle nostre professioni di fede nazionali italiane un mezzo di governo. Non vi è accusa, o signori, nè più grave nè più dolorosa. Io potrei ribatterla ricordando tutti gli atti della nostra vita parlamentare, i fatti compiuti; ma, per ciò fare, credo meglio invece di servirmi di un solo mezzo, invocherò, cioè, in testimonio un’autorità che non potrà essere imputata di parzialità in nostro favore. L’onorevole Costa troverà ragionevole che io non accetti il giudizio de’ miei avversari politici, che io ricusi l’autorità della stampa che ci combatte ad oltranza; non chiamerò però la testimonianza de’ miei amici politici, non mi appoggierò nemmeno all’autorità di quasi tutta la stampa liberale europea, che da molto tempo si mostra quasi esclusivamente favorevole alla politica del Ministero; invocherò l’autorità della stampa ufficiale che si pubblica oltre il Ticino, a Verona ed a Vienna. Vegga la Camera come il giornalismo officiale a cui accenno giudichi la politica ministeriale piemontese; vegga quali sentimenti la politica del Governo sardo ecciti in essa, e pronunci se è fondata l’accusa che ci venne lanciata dall’onorevole Costa Antonio. (Sensazione.) No, o signori, a fronte degli aspri risentimenti che la nostra politica ha prodotto e a Verona ed a Vienna, a fronte delle ire che questa ha sollevato, io ho ferma fiducia che tutti coloro che [p. 532 modifica]amano veramente la politica nazionale italiana, esiteranno nel dare un voto che sarebbe male interpretato oltre il Ticino, e riscuoterebbe per avventura applausi da coloro i quali, ne sono certo, non contano nessun amico o fautore in questo nazionale consesso. (Applausi nella Camera e dalle tribune.)


Note

  1. ↑ Ecco i totali dei bilanci del Piemonte dal 1848 al 1858:
    Anni.Attivo.Passivo.
    1848157,663,488fr.178,336,268fr.
    1849164,090,271216,515,255
    1850241,624,521189,174,472
    1851181,242,442162,856,295
    1852108,677,465143,599,235
    1853155,556,399153,631,057
    1854146,801,887192,248,315
    1855128,995,228141,374,532
    1856132,527,838139,433,726
    1857135,967,321143,726,868
    1858144,982,521148,747,552
  2. ↑ Esposizione industriale per tutti i prodotti del Piemonte.
  3. ↑ Discutendosi una questione relativa alla costruzione delle strade nella Contea di Nizza il conte di Cavour diceva: «Io dirò francamente che se il Ministero si mostra così facile nel proporre certe spese, è appunto perchè le nostre finanze sono in dissesto, e che se fossimo in condizioni normali il Ministero non avrebbe tanto ardire, e non si darebbe tanta fatica per promuovere siffatti progetti di spese. Esso crede in tutta sincerità esser questo l’unico mezzo di ristabilire l’equilibrio nelle nostre finanze. Se noi non troviamo modo di aumentare notevolmente le forze produttive della nazione, non ristabiliremo mai siffatto equilibrio. Con le semplici economie non giungeremo mai a questo. Per ottenere tale scopo bisogna che accrescano le entrate; per crescere le entrate, ci vogliono nuove gravezze. Ma anche queste non bastano. Fa d’uopo rendere le entrate più produttive, e ciò non si può ottenere, se non con alcuni sacrifici, col fare, cioè, spese e spese produttive. Collo spurgo dei porti noi diminuiremo le spese del commercio estero in una proporzione assai più larga del sacrificio pecuniario che tale opera ci cagionerà: spenderemo uno o due milioni e faremo una economia annua di 400 0 500 mila lire. Noi daremo 10 milioni per la strada del Luckmanier; ma aumenteremo per tal modo di una somma imponente il prodotto delle nostre strade ferrate, ma apriremo una strada che accrescerà di un terzo, e fors’anco di una metà, il commercio di Genova, e quindi accresceremo i prodotti e della tassa di navigazione e della tassa di sanità e delle tasse doganali e di tutte quelle altre che il commercio paga direttamente od indirettamente allo Stato. Noi abbiamo consentito a garantire il 4 1/2 per 100 per la strada ferrata della Savoia, ma con ciò faremo spendere 40 o 50 milioni nella Savoia, ove si difetta di capitali, e ci porremo in facile comunicazione colla Francia e coll’Inghilterra; i nostri risi pagheranno 400 mila lire di meno ogni anno per essere smerciati sui mercati di Lione; le nostre sete invece di impiegare otto giorni per andare a Parigi, impiegheranno soltanto 24 ore; le sete della Lombardia e della Romagna che passano pel San Gottardo, passeranno pel Moncenisio, e i venti o trentamila viaggiatori che ora vanno a Marsiglia, ove si imbarcano, passeranno per il Piemonte e si imbarcheranno a Genova.»
  4. ↑ Il commendator Broglio, attuale ministro della Istruzione Pubblica.
  5. ↑ Il conte di Cavour nel 1851 sostenne che non potendosi trovare un mezzo pratico per esigere la imposta sulla rendita, si poteva arrivare ad ottenere i medesimi resultati tassando, ad una ad una, tutte le fonti del reddito. «È il solo mezzo, diceva egli, di evitare le frodi, gli abusi che si sono sempre incontrati in questo genere di imposte. Non havvi un solo ramo di rendita che noi non abbiamo cercato di colpire: eppure abbiamo fatto senza le consegne dei contribuenti. Finchè la società non sarà molto migliorata le consegne saranno un ben cattivo sistema per repartire le imposte. Un fatto avvenuto in Inghilterra mi ha recato la più grande impressione: l’imposta sulla rendita è stata introdotta da Peel, se non erro, nel 1842; dopo d’allora, il prodotto di tutte le tasse è aumentato, quindi la pubblica ricchezza è cresciuta; soltanto la imposta sulla rendita è rimasta sempre stazionaria, ciò che indica che l’arte di ingannare la legge è in continuo progresso, perchè non è supponibile che questa tassa non aumenti come le altre in ragione dell’aumento della ricchezza.»
  6. ↑ Il conte di Cavour era d’avviso che quanto è deplorabile d’avere un clero possessore di numerose ricchezze come già era il clero spagnuolo, altrettanto è contrario ai veri interessi della libertà d’avere un clero, come quello russo, di cui i membri si sieno abbassati sino al punto di non esser più che impiegati del governo.
  7. ↑ Le aziende erano direzioni generali che, di nome, dipendevano dal ministero delle finanze, ma, di fatto, ne erano separate, rendendo così sempre più intricata la contabilità dello Stato.
  8. ↑ Il commendatore Depretis.