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Il conte di Cavour in parlamento/Intorno al matrimonio civile

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VI.

INTORNO AL MATRIMONIO CIVILE.


Dopo il discorso testè riferito e prima che venisse in campo la questione del matrimonio civile erano occorsi fatti assai importanti. O fosse che il conte di Cavour con la sua improvvisa alleanza col centro sinistro avesse rotto, di propria autorità, un equilibrio di forze che Massimo D’Azeglio, presidente del Consiglio, stimava indispensabile nella Camera dei deputati; o che la sfida lanciata con tanto ardire alla reazione imbaldanzita dalle vittorie riportate in altri paesi avesse provocato in Piemonte una momentanea rivincita dei conservatori puri, il fatto è che il Ministero dovette ricomporsi. Al conte di Cavour successe nel ministero delle finanze e in quello di agricoltura e commercio il conte Cibrario; Massimo D’Azeglio, come ministro degli affari esteri, La Marmora, come ministro della guerra, Paleocapa, come ministro dei lavori pubblici, e Pernati come ministro dell’interno, rimasero ciascheduno al loro posto, mentre il commendatore Boncompagni succedendo al commendator Galvagno nel ministero di grazia e giustizia, prese a reggere interinalmente anche quello della pubblica istruzione, in luogo del Farini, dovuto uscire egli pure dal gabinetto.

Il conte di Cavour consacrò i suoi ozii in un viaggio, durante il quale andò a vedere coi propri occhi che cosa fossero divenuti uomini e cose in Europa dopo il colpo di Stato del 2 dicembre.[1]

[p. 212 modifica]Ma poco appresso, il 4 novembre 1852, richiamato al potere, egli fu nominato presidente del Consiglio, ministro delle finanze, e dell’agricoltura e commercio. Furono suoi colleghi il generale Dabormida agli affari esteri, il conte Ponza di San Martino all’interno, il generale La Marmora alla guerra, Paleocapa ai lavori pubblici, il conte [1] [p. 213 modifica]Cibrario alla istruzione pubblica, e il Boncompagni al ministero di grazia e giustizia, dove, circa un anno dopo, il 27 ottobre 1853, successe a lui Urbano Rattazzi. Di li a poco tempo, il progetto di legge sul matrimonio civile mostrò chiaramente per qual via il nuovo ministero intendesse procedere.


[1] [p. 214 modifica]Allorchè Carlo Alberto promulgò lo Statuto dichiarò la religione cattolica religione dello Stato. Finchè egli visse, non sorse mai alcuna discussione intorno al modo di interpretare e di applicare questa dichiarazione. Ma, dopo la sua morte, e quando per la dolorosa sconfitta di Novara, tutta l’attività della popolazione e del governo dovette concentrarsi sulle questioni di politica interna, incominciarono a formarsi, in Parlamento ed in paese, due opinioni diverse. Secondo alcuni, l’articolo 1º dello Statuto doveva essere inteso alla lettera, e per conseguenza o non dovevasi fare alcuna riforma in materia ecclesiastica, o si dovevano fare soltanto quelle che fossero consentite dalla Santa Sede per mezzo di un concordato. Secondo gli altri invece era mestieri tener ferma la libertà individuale sancita dallo Statuto, separare nettamente la Chiesa dallo Stato e dare al Piemonte la libertà di coscienza e quella dei culti, con tutte le conseguenze che ne derivano. Ben presto la gran maggioranza della Camera dei deputati optò pel secondo partito; dovechè la minoranza, a cui appartenevano Cesare Balbo ed il conte Menabrea, insieme con la gran maggioranza del Senato reputavano essere condizione sine qua non per qualsiasi riforma in materia ecclesiastica il consenso della Santa Sede.

Il potere esecutivo, dopo avere ondeggiato dal 1849 al 1852 fra i due partiti, dopo avere esaurito tutti i mezzi di conciliazione con la Corte di Roma, finì per appigliarsi (secondochè era stretto obbligo d’un ministero responsabile) a quello della Camera elettiva. Tuttavia, e malgrado gli sforzi concordi della Corona e della Rappresentanza nazionale, l’opposizione del Senato di cui facevano parte i vescovi ed i primari impiegati del governo anteriore allo Statuto, vietò che fossero attuate in Piemonte leggi di cui la Francia, il Belgio ed altri paesi cattolici godono da tanto tempo. Altrettanto merita di essere ammirata la temperanza del partito liberale dinanzi ad una così tenace opposizione degli avversari, altrettanto è degna di severo biasimo la condotta della Corte di Roma. Essa, invece di fare qualche concessione, di rinunziare a vieti privilegi, d’accettare un temperamento pel quale il clero, pur sottomettendosi all’eguaglianza dei diritti è dei doveri, sarebbe stato trattato, senza confronto, assai meglio di quello che non sia in Francia ed altrove, preferì considerare i liberali moderati e cattolici che reggevano la cosa pubblica a Torino come se fossero stati altrettanti membri di un comitato di salute pubblica. Fu messo in campo tutto ciò che poteva distogliere il Governo dal fornire il proprio cómpito; una gran parte dell’alto clero, facendo causa comune con l’Austria, alienò da sè l’animo della intiera popolazione; le censure ecclesiastiche furono scagliate contro i ministri e contro i membri del Parlamento; lo Stato necessariamente dovette ricorrere alle vecchie armi del medio evo contro la [p. 215 modifica]prepotenza del clero; e ne nacquero assai spiacevoli avvenimenti, dichiarazioni d’abuso proclamate dal Consiglio di Stato, e vescovi mandati in esiglio. Questa lotta, non interrotta mai e durante la quale poco a poco il più gran numero dei conservatori piemontesi si accostò al partito liberale, riuscì all’occupazione delle Romagne, delle Marche e dell’Umbria.


Seduta del Senato, 26 dicembre 1852.

Signori Senatori. Nel veder sorgere l’un dopo l’altro tanti e sì gravi personaggi a combattere l’attuale progetto di legge, io non posso a meno di provare qualche esitazione nello accingermi a sostenerlo, ribattendo i tanti argomenti che furono posti in campo. Tuttavolta oggi si è reso facile il mio assunto dal discorso del mio onorevole amico il ministro di grazia e giustizia,[2] stato da voi con tanta benignità accolto; come pure dal pensiero confortevole di veder sorgere alcuni dei nostri amici politici a propugnare quelle dottrine che informano l’attuale progetto di legge, e che furono rappresentate sotto così tristo colore dai nostri attuali oppositori.

Contro il progetto di legge si posero in campo tre ordini di argomenti: argomenti teologici e canonici, argomenti storici, argomenti morali e politici. Io non mi proverò ad oppugnare gli argomenti canonici. Ignaro affatto di quella scienza che fu sempre estranea a’ miei studi, male potrei su questo terreno combattere persone cotanto ragguardevoli e per dottrina e per lumi. Mi restringerò solo a dire come io non possa intendere che si presenti come assolutamente contraria ai sacri dogmi della Chiesa una istituzione che esiste nella maggiorità dei popoli cattolici. Come mai, se l’istituzione del matrimonio civile, se la separazione del contratto [p. 216 modifica]dal sacramento fosse direttamente contraria al dogma, come mai la Chiesa la tollererebbe nella Francia, nell’Olanda, nel Belgio, nell’Inghilterra ed in quasi tutti gli Stati dell’altro emisfero? Ben so che un onorevole senatore, riconoscendo non essere quest’istituzione contraria ai dogmi della Chiesa, si restrinse a dirla contraria alle sue discipline, e quindi sostiene che, mentre poteva sussistere legittimamente, cattolicamente in certe contrade, non poteva in altre proclamarsi senza correre il rischio di cadere nello scisma. Io, in verità, non posso comprendere questa dottrina. Già Pascal, ne’ suoi Pensieri, esclamava non poter capire, in ordine alle cose politiche, come quello che era verità da un lato dei Pirenei, fosse errore dall’altro. Ma se ciò fino a un certo punto può spiegarsi per quanto riflette alle cose politiche, sarebbe impossibile comprenderlo per le cose che alla religione appartengono. Non si può comprendere come quelle cose che riflettono i rapporti dell’uomo con Dio, che sono assolutamente indipendenti dallo spazio e dal tempo, potrebbero variare col valicare d’un monte o d’un fiume. Come mai ciò che sarebbe concesso nella valle di Fenestrelle, ove non venne mai pubblicato il Concilio di Trento, non sarebbe più vero quando si discendesse nelle pianure del Piemonte? Questo pensiero basta a confortarmi e tranquillare intieramente la mia coscienza. Riferendomi quindi, per quanto riflette agli argomenti canonici, al detto del mio onorevole collega il guardasigilli ed a quanto potranno dire i miei onorevoli amici che hanno chiesto la parola, io passo agli argomenti storici e politici.

Quasi tutti gli oratori che oppugnarono il progetto di legge fecero largo uso d’argomenti storici. L’onorevole membro della Commissione che si fece organo della minoranza e con tanta dottrina esordì in questa discussione, prendendo le mosse dal paradiso terrestre, percorse quasi tutte le nazioni dell’antichità scendendo [p. 217 modifica]sino ai tempi moderni. Io non potrò seguire passo a passo le sue orme, perchè ciò richiederebbe troppo tempo ed una erudizione molto maggiore di quella che io possegga; tuttavolta io lo pregherei di concedermi che io manifesti il mio stupore del perchè sia egli andato, come molti degli oratori che gli tennero dietro, a cercar esempi tra le nazioni dell’antichità, onde provare la necessità dell’unione del sacramento al contratto, di quanto si faceva dai popoli dell’Egitto, della Grecia ed anche dal popolo ebreo. Se male non mi appongo, il matrimonio fra tutte queste nazioni aveva un carattere molto meno sacro di quello che noi vogliamo ravvisarvi, poichè in esse la poligamia esisteva in un grado più o meno largo. Nè vale a provare la santità di una istituzione sociale il ricordare la sua antichità, giacchè, o signori, se le istituzioni sociali fossero da rispettarsi in ragione della loro antichità, non vi sarebbe istituzione più rispettabile della schiavitù. E, vaglia il vero, in tutte le nazioni antiche, e specialmente in quelle che prese ad esempio l’onorevole senatore cui ho accennato, non solo la schiavitù esisteva di fatto, ma era dottrinalmente sostenuta da quegl’illustri filosofi, la cui autorità venne invocata dal preopinante e da vari de’ suoi colleghi.

Ma lasciando io l’antichità e venendo ai tempi moderni, mi trovo costretto in sulle prime a dover combattere un argomento che, sotto vari aspetti, venne prodotto da quasi tutti gli oratori, non escluso l’onorevole maresciallo[3] che ultimo ebbe la parola, quello cioè per cui vuolsi attribuire la corruzione crescente dei costumi in gran parte almeno agli effetti del matrimonio civile. L’onorevole senatore marchese Roberto d'Azeglio, dando libero corso alla sua immaginazione, ci fece il quadro degli orrori della rivoluzione, attribuendoli al matrimonio civile. Egli innalzò in certo [p. 218 modifica]modo avanti ai nostri occhi il palco sul quale cadde il capo dell’infelice Luigi XVI e ne rese contabile il matrimonio civile. Io credo essere l’onorevole senatore caduto in gravissimo errore. Io penso che l’esempio che egli invocava, lungi dal provare contro il matrimonio civile, sia appunto uno dei maggiori argomenti che si possono addurre in suo favore. La Francia fu sconvolta recentemente da grandi rivoluzioni. Quella a cui accennava l’onorevole senatore d’Azeglio fu susseguita da altre; gli effetti però di queste furono ben diversi. Paragonate, o signori, la rivoluzione del 1793 con quella del 1848, e vedrete quanto sia stata grande la mutazione operatasi in tal frattempo nell’indole e nel carattere di quel popolo. Certamente non sono nè ammiratore nè fautore della rivoluzione del 1848; nessun movimento, a mio giudizio, fu più funesto, più deplorabile di questo; nessun movimento mi fu cagione di più grave dolore; ma perciò io non sono ingiusto, e credo poter dire, ad onore della Francia, che, dopo quella rivoluzione, la nazione francese si mostrò sotto ogni aspetto molto superiore di quello che essa fosse nel 1793. E questo è, o signori, un mezzo molto opportuno di paragone. Per poter conoscere l’indole dei popoli non conviene paragonarli nei momenti normali, quando l’azione del potere è intiera, quando i pravi sentimenti sono frenati da un Governo potente; ma conviene considerarli quando, sciolti da ogni freno, si trovano in assoluta balia del loro istinto. Egli è perciò che io dico essersi mostrata la Francia dopo il 1848, allorquando ogni governo era scomparso dal suolo francese, infinitamente più civile, più morale, più umana, più religiosa di quello che non fosse nel 1793.

Ora, chi era stato l’autore, l’educatore della Francia del 1793? Era stata una società in cui non vi era traccia di matrimonio civile; una società nella quale il potere secolare porgeva il suo appoggio al potere ecclesiastico; una società presso cui le leggi della Chiesa [p. 219 modifica]non avevano solo per sanzione le pene spirituali, ma altresì quelle temporali. Ebbene, è quella società che produsse la generazione che fece il 1793 e fu colpevole di tutti quegli orrori, la di cui memoria il marchese Roberto d'Azeglio ricordava al Senato. La generazione, invece, che dopo il 1848 si dimostrò così umana e così religiosa, fu educata in una società che aveva stabilita la distinzione assoluta tra il potere civile e il potere ecclesiastico. Tutti gli uomini che presero parte agli avvenimenti del 1848 si può dire fossero nati tutti dopo il sistema del matrimonio civile.

Ma forse il senatore D’Azeglio dirà che egli aveva evocato il fantasma della rivoluzione come un artifizio oratorio, e che quanto egli intendeva dire si riferiva non ai costumi politici, ma ai costumi morali; io lo seguirò su questo terreno, e gli chiederò in buona fede se egli crede che vi sia attualmente in Francia maggiore immoralità, maggiore scostumatezza che non ve ne fosse al tempo di Luigi XV. Forse egli dirà ancora che non faceva allusione al secolo di Luigi XV, perchè questo era già stato invaso dalle dottrine dei filosofi, era già stato cancrenato dagli enciclopedisti, e che egli rivolgeva i suoi sguardi più oltre, cioè al secolo XVII; ed io lo seguirò di buon grado alla Corte di Luigi XIV. Che se egli non fosse contento degli esempi francesi, in tal caso io sarò costretto a ricordagli quanto succedeva nel nostro stesso paese. Si sono in questa discussione citati autori molto gravi, ed io qui debbo citarne uno che lo è meno, ma che in fine dei conti venne sempre considerato come un fedele narratore delle cose de’ suoi tempi. Se l’onorevole marchese vuol conoscere quali erano i costumi della società piemontese in quel secolo, io lo invito a leggere le Memorie del conte di Grammont (Memorie la cui lettura certamente non gli sarà tediosa), e troverà che nel secolo XVII, nella nostra Torino, non vi era molto maggior moralità nè costumatezza che ve ne sia oggidì.

[p. 220 modifica]Alcuni oratori son venuti dicendo essere il matrimonio civile una istituzione al tutto moderna, dimenticando così che questa istituzione è da secoli praticata da popoli i quali certo non hanno la buona sorte di professare in maggioranza la religione cattolica, ma la cui moralità non può essere oppugnata dall’illustre senatore, come sarebbe, per esempio, il popolo scozzese. In Iscozia il contratto civile del matrimonio vigeva cinquant’anni prima delle riforme del 1503; anzi, in quel paese, fino a questi ultimi tempi, esso non era circondato da quasi nessuna di quelle forme che tendono nelle legislazioni più moderne a renderlo più sicuro, più perfetto. Ciò nullameno io credo che nessuno possa dire essere la Scozia un popolo irreligioso e scostumato. Tutti coloro che hanno, non dico visitato la Scozia, ma solo percorse alcune città di essa, possono facilmente convincersi non esservi in Europa popolo che abbia maggiore specchiatezza di costumi e professi maggior riverenza alla religione. Io ho avuto la sorte in quest’anno di passare quindici giorni in quella provincia e visitarne la massima parte, e ho visto non esservi città in cui da pochi anni in qua non sia stato un nuovo tempio costrutto. Io non son punto ammiratore delle leggi scozzesi, e sicuramente non proporrò all’onorevole mio collega di ritirare la sua legge per proporvi quella; ma ho creduto di dover indicare questo esempio per provare che una legislazione la quale riconosce il contratto civile del matrimonio (legislazione del resto molto imperfetta) non ha tratto seco, come conseguenza inevitabile, la scostumatezza, l’irreligione del popolo stesso.

Ma, come già venne accennato dall’onorevole mio collega, il matrimonio civile non esiste solo in Francia, esiste altresì nel Belgio. L’illustre maresciallo disse che questa legge gli fu imposta dalla Francia. Ciò sarebbe vero se il Belgio fosse sempre rimasto sotto la dominazione francese, oppure sotto quella di principi non [p. 221 modifica]soverchiamente favorevoli all’interesse del cattolicismo; ma l’onorevole maresciallo ricorda che fuvvi nel 1830 una rivoluzione promossa specialmente dal partito cattolico, il quale, dopo la rivoluzione, nel congresso che fu eletto per statuire sulla sorte di quel regno, aveva la maggioranza, essendo infatti membri del Governo d’allora i Merode ed altri, oggidì ancora riconosciuti come i capi del partito cattolico belga. Questo medesimo partito fece molte riforme per favorire gl’interessi del cattolicismo: assicurò l’indipendenza assoluta della Chiesa; assicurò alla Chiesa la libertà ed un semi-monopolio dell’insegnamento; assicurò le sue sostanze ed una larghissima dotazione; ma non pensò mai, quantunque cattolico, cattolicissimo, a cambiare la legislazione del paese rispetto al matrimonio; e, se male non mi appongo, non solo esso, non solo la Chiesa, ma nessuno pure dei molti ecclesiastici che sedevano nel congresso belga alzarono la voce in favore della riforma del contratto civile di matrimonio.

L’onorevole maresciallo e l’oratore che prima di lui prese la parola, il generale Alberto La Marmora, rifiutano l’esempio di Francia col dire essere probabile che fra poco vedremo quivi tolta e cangiata la legge che ora prendiamo ad esaminare ed intendiamo introdurre fra noi. Per verità, io credo che questa ipotesi sia assolutamente priva d’ogni fondamento. Egli non è molto che io mi fermai qualche tempo in Francia; ho visto persone che dal lato politico avevano mutato le antiche loro opinioni, ma non ho trovato nessuno di quelli che esercitano un’influenza nel circolo governativo il quale fosse menomamente disposto a ritornare all’antica legislazione sul contratto di matrimonio. Che anzi io debbo dire che molte di queste persone influentissime, se facevano un rimprovero all’onorevole mio amico il guardasigilli, si era non già d’avere proposto una legge non abbastanza cattolica sul matrimonio, ma sibbene di non avere proposto alla approvazione del Parlamento la [p. 222 modifica]legge francese. D’altronde io credo poter trarre dagli ultimi fatti accaduti in Francia un argomento per sostenere essere il clero di quella grande nazione non punto ostile al matrimonio civile. Di fatti, o signori, l’autore di quella legislazione fu il grande imperatore Napoleone; il matrimonio civile è uno dei principii fondamentali di quel Codice che varrà, quanto la più splendida vittoria, a rendere immortale quel nome. Se quella istituzione fosse così contraria, non dico ai dogmi, ma solo all’indole religiosa dei cattolici, come potrei credere che tanta simpatia, tanta devozione, il clero francese avesse in questa circostanza dimostrata per l’erede di quel grandissimo nome? Mi pare, o signori, di non avere lasciato senza risposta alcuno degli argomenti storici che furono mano a mano posti avanti al Senato. Ora passerò alla questione politica e morale.

Molti oratori respingono la legge perchè credono che essa avrà per effetto d’intiepidire nella nostra popolazione il sentimento religioso, ovvero quella riverenza che noi ardentemente desideriamo di vedere prestata al culto dei nostri maggiori. Essi vogliono che le prescrizioni della Chiesa ricevano almeno la sanzione della legge civile. Qui, o signori, la quistione si allarga d’assai, poichè non si tratta solo della legge del matrimonio, ma d’un intiero sistema; si tratta di sapere se sia più conforme agl’interessi dello Stato e della religione che l’autorità civile dia la sua sanzione alle prescrizioni della Chiesa; in poche parole, se alla religione debba tornare più proficua la libertà assoluta, oppure l’appoggio, il sussidio del potere civile. Se si ammettesse il principio posto avanti da alcuni oratori, ed in ispecie dall’onorevole senatore D’Azeglio e dal venerando arcivescovo di Vercelli,[4] noi saremmo ricondotti all’antica legislazione del medio evo. Se l’interesse della religione richiede che il potere civile dia la sua sanzione alle [p. 223 modifica]prescrizioni per ciò che riflette il matrimonio, perchè non si vorrà che il potere civile dia pure la sanzione penale alle altre prescrizioni della Chiesa, agli altri atti esterni almeno che essa prescrive? L’onorevole senatore D’Azeglio, a sostegno della sua opinione, ci diceva che l’autorità civile imponeva al popolo il rispetto della Chiesa, e che quindi poteva altresì imporsi alla nazione il rispetto della legge ecclesiastica intorno al matrimonio. Entrando in questa via si andrebbe ancora più oltre; onde chiederò al senatore D’Azeglio se egli è disposto ad imporre civilmente non solo il rispetto alla Chiesa, ma altresì a quelle altre prescrizioni della medesima le quali riflettono atti esteriori e se, dopo aver imposto il rispetto alla Chiesa, egli vorrà imporre con sanzione penale che vi s’intervenga in quei giorni ed in quei tempi che sono da essa ordinati. Io, che ricordo i sentimenti che manifestava il marchese D’Azeglio nel 1848, non posso pensare che egli voglia dare alla sua opinione questo sviluppo, e credo che egli amerà meglio d’essere inconseguente, anzichè cadere (la parola è un po’ forte, ma la dirò) nell’assurdo. Il suo paragone d’altra parte non regge. Se il Governo impone il rispetto della Chiesa, si è perchè i cittadini che nella Chiesa concorrono hanno il diritto di non essere turbati da quelli che non riconoscono la santità delle funzioni che in essa si celebrano; non sarebbe più libertà, se fosse lecito ad una classe qualunque di cittadini di violare il diritto dell’altra. Ma, o signori, io credo che la questione debba portarsi sopra un più largo terreno, e che, onde vedere da qual parte sia la ragione fra coloro che propugnano il sistema dell’appoggio da darsi dal potere civile alle prescrizioni della Chiesa, e quelli che credono che la religione abbia da ritrarre maggior profitto da un’assoluta libertà, convenga gettare un rapido sguardo sullo stato attuale dell’Europa cattolica.

Se, o signori, colla mente voi vi portate al principio di questo secolo e considerate lo stato in cui la [p. 224 modifica]religione cattolica si trovava in quasi tutte le contrade d’Europa, e lo paragonate all’attuale, vedrete che vi fu immenso progresso cattolico. Io vedo progresso cattolico nell’Inghilterra; vedo progresso cattolico nell’Olanda e nel Belgio; vedo progresso cattolico in molte contrade della Germania, e vedo finalmente un gran progresso cattolico nella Francia; il solo paese dove finora vi fu poco progresso cattolico, mi duole il dirlo, è l’Italia. (Segni di adesione dalle tribune.) E se vi fu progresso cattolico in Inghilterra, in Olanda, nel Belgio, nella Germania ed in Francia, questo si deve attribuire esclusivamente a che in quelle contrade il cattolicismo si trova assolutamente separato dal potere civile; ed anche dacchè in molti di questi paesi il principio della libertà di coscienza venne proclamato e rigorosamente e largamente applicato. In appoggio di questa mia opinione io mi varrò di un’autorità la quale credo non sarà sospetta a nessuno degli onorevoli preopinanti e neanche a coloro a cui sta più a cuore l’interesse della religione e che sono più teneri delle prerogative della Corte romana; invocherò il nome d’un autore il quale, quantunque abbia manifestate dottrine che io certamente non divido, ha dato però, o signori, non dubbie prove d’un altissimo ingegno, d’una grande eloquenza, voglio dire del signor di Montalembert. Io ne posso parlare con tanto minor scrupolo, in quanto che questo autore ha creduto usare verso me dure e severe parole. In un libro venuto ultimamente alla luce e intitolato: Degli interessi cattolici al XIX secolo, il signor di Montaleinbert paragona lo stato attuale del cattolicismo con quello, non solo del principio del nostro secolo, ma eziandio del XVII, e dimostra con gran copia di fatti e con una grandissima eloquenza avere l’interesse cattolico progredito ovunque, dove vi ha esistito libertà. E finalmente io potrei citare, onde far ragione al Senato di quanto dico, quasi tutto il volume, ma mi restringerò ad una sola citazione, ad un solo periodo; [p. 225 modifica]e questo proverà la mia imparzialità, poichè nel medesimo, mentre si riconosce una grande verità, vi è una solenne ingiustizia pel nostro paese: «Mais sur ce terrain-là je proclame, sans crainte d’être démenti, que c’est à la liberté que nous devons, en fait, le succès merveilleux et imprévu des intérêts catholiques. Oui, partout la lutte a profité à l’Église, partout, depuis la tribune de Westminster, du Palais-Bourbon et du Luxembourg jusqu’à la prison des archevêques de Cologne et de Turin; et la lutte n’est possible qu’avec la liberté. Oui, la liberté politique a été la sauvegarde et l’instrument de la régénération catholique en Europe. Partout cette régénération a été d’autant plus complète et plus facile que la liberté a été plus sincère et plus sérieuse. Et j’ajoute que cette régénération n’a eu lieu nulle part que là où elle a été précédée ou provoquée par la liberté politique, sous une forme plus ou moins imparfaite. Il n’y a qu’un seul pays en Europe où la religion catholique soit complètement enchaînée: c’est la Russie; c’est aussi le seul pays où la liberté n’a jamais existé.»

Io spero che queste parole faranno qualche senso sopra gli onoreveli nostri avversari, e che lo stesso onorevole senatore Castagnetto meco converrà che, se dobbiamo cercare autorità nel partito ultra cattolico francese, sia miglior consiglio di attenersi all’autorità d’un uomo che, qualunque siano le sue opinioni, è però d’elevatissimo ingegno e fornito di alti e coraggiosi sensi, anzichè all’opinione di qualche oscuro membro della società di San Vincenzo de’ Paoli, (Ilarità prolungata) il quale non mira ad altro che a ricondurre la società ai tempi felici del medio evo. (Vivi applausi dalle tribune.) Pare a me, o signori, d’avervi dimostrato che il timore manifestato da qualche onorevole senatore intorno agli effetti che la legge attuale potrà avere sul sentimento religioso non è fondato. Io quindi dovrei porre termine al mio discorso, se non rimanesse un ultimo [p. 226 modifica]argomento, e forse il più grave di tutti, argomento che servì di base ai discorsi degli onorevoli senatori D’Azeglio e Alberto della Marmora. Essi condannano la legge non solo perchè poco buona in sè, ma principalmente altamente inopportuna. Essi la condannano a motivo che in questi gravissimi tempi, in cui l’unione ci è più che mai comandata, questa legge tende a mantenere viva la lotta religiosa che affligge le nostre contrade, perchè insomma, tende ad allontanare e rendere impossibile la speranza d’un definitivo e stabile accordo colla Corte di Roma. Il Senato capirà facilmente quanto riesca per me difficile il rispondere a questo argomento e come, nella posizione in cui mi trovo, io debba emettere prudenti e misurate parole. Tuttavolta, forte della mia e dell’intenzione de’ miei colleghi, io credo dover su di ciò rispondere con quella schiettezza e franchezza che ho sempre adoperato ogni qual volta ebbi l’onore di parlare avanti a voi.

Il Ministero conosce quant’altri mai la gravità delle attuali condizioni politiche europee: esso desidera di mantenere, di ristabilire l’unione fra tutte le classi di cittadini, e non ha meno a cuore d’alcuno di voi il possibile accordo colla Corte di Roma; e tuttavia crede suo dovere, suo stretto e preciso dovere d’insistere presso di voi onde vogliate accettare e sanzionare una riforma che dipende dalle vostre deliberazioni. Ed in vero, se col ritiro della legge sul matrimonio fosse possibile di far cessare immediatamente ogni agitazione intorno alle cose religiose, io sarei il primo a consigliare a’ miei colleghi ed al Parlamento di sacrificare una riforma che noi riconosciamo altamente utile, sommamente benefica, ed a rimandarla a tempo più opportuno. Ma chi di voi, o signori, potrebbe avere questa speranza? Onde poterla credere realizzabile, converrebbe che l’agitazione attualmente esistente fosse puramente fittizia e che si potesse calmare col ritirare dalla scena pubblica alcuni argomenti. Ma, o signori, [p. 227 modifica]noi sappiamo essere ben diverso lo stato attuale delle cose; noi sappiamo che la nazione desidera questa riforma matrimoniale, e che questo desiderio è appoggiato da altissimi motivi; ed in vero, essa la desidera per i benefizi che ne spera, la desidera ancor di più per far cessare uno stato di cose, che, diciamolo francamente, la umilia. (Bene!) — Infatti, o signori, io non credo essere contraddetto da nessuno di voi, da nessuno di coloro che si oppongono più acerbamente a questo progetto di legge, nell’asserire che la legislazione intorno al matrimonio presso di noi vigente, sia la più imperfetta di tutte le legislazioni europee. Ed invocherò qui l’autorità dell’onorevole Castagnetto, il quale ieri vi dichiarava con franchezza aver egli votato l’articolo della legge 9 aprile 1850, colla quale s’imponeva al Governo l’obbligo di presentare una legge sul contratto civile del matrimonio, perchè egli riconosceva la imperfezione della legislazione attuale al riguardo. Ebbene, o signori, questo stato imperfetto ferisce in alto grado la giusta suscettibilità della nostra nazione. Essa comporta mal volentieri che, dopo essersi mostrata così matura e dopo avere progredito negli ordini civili, politici ed economici, esista tuttavia in mezzo all’edifizio de’ suoi codici una parte che ricorda i tempi del medio evo; la nazione vede male che una delle parti le più essenziali della sua legislazione sia molto più imperfetta, non solo di quella dei popoli i più civili, i più avanzati nella carriera della libertà e del progresso, ma altresì di quelli che rimasero immobili negli ordini politici ed economici. Benchè non sia grande ammiratore delle leggi napoletane sul contratto civile del matrimonio, tuttavia non esito a dire che, in confronto della nostra, la legislazione napoletana sopra questa materia si è un vero capo d’opera. Ebbene, o signori, quando una riforma è consigliata non solo dagl’interessi, ma reclamata dal sentimento della dignità, dell’amor proprio nazionale, voi non potrete facilmente [p. 228 modifica]sperare che la nazione deponga il pensiero di ottenerla; e qui, a sostegno di questa opinione, a provarvi come l’immensa maggioranza della nazione desideri e desideri vivamente la riforma della legislazione matrimoniale, vi ricorderò il voto dell’altra Camera, le manifestazioni non dubbie della grande maggioranza dei Consigli comunali; e se si opponesse che, essendo quella Camera eletta or son molti anni, non può perciò rappresentare l’attuale opinione del paese, si potrebbero accennare i molti fatti recenti, molte elezioni che ebbero luogo in questi ultimi tempi, e basterebbe una sola, che io vi citerò, e lo faccio con qualche esitazione perchè vi sono interessato io stesso. Or son pochi giorni, uno dei collegi della capitale doveva procedere all’elezione del suo deputato; si presentavano due candidati: l’uno era l’espressione la più fedele, la più alta del partito che non vuole alcune riforme nelle cose ecclesiastiche, e l’altro aveva per suo massimo titolo alla benevolenza de’ suoi concittadini quello d’essere un ministro delle finanze costretto dalla necessità dei tempi a chiedere nuovi sacrifizi, ad imporre nuovi balzelli (Ilarità); nullameno quei cittadini, non tenendo conto della questione finanziaria, ma ponendo molto maggior importanza alle riforme da ottenersi, e delle quali uno dei candidati era sincero e caldo fautore, con immensa maggioranza votavano a favore di colui che chiedeva loro sacrifizi e stava per mettere nuove gravezze, e davano pochissimi voti al candidato di quel partito che vuole mantenere illese tutte le antiche nostre istituzioni.[5]

Signori, vi ho detto che non si potrebbe quietare la agitazione che esiste nel paese per ciò che si riferisce alla presente legge; ma vi dirò che si può ottenere questo intento col votarla, venendo così alla definitiva soluzione d’una questione che tiene da tanto tempo gli animi sospesi. Si è detto che si combatteva l’attuale progetto, [p. 229 modifica]perchè con esso si poneva un maggior ostacolo al definitivo accordo colla Corte di Roma. Qui io mi trovo in dissenso assoluto con gli onorevoli preopinanti; io dico anzi con tutta schiettezza che non credo possibile alcun accordo definitivo con Roma, se prima questa questione non ha ricevuto una definitiva soluzione.

Signori, ebbi già altra volta a dichiararvi che la nazione desidera alcune riforme nelle cose religiose, in quanto hanno rapporto col potere civile. Di queste riforme alcune sono d’assoluta competenza del potere civile, come, ad esempio quella che ora è sottoposta alle vostre deliberazioni. Alcune altre non possono compiersi se non col concorso dell’autorità religiosa e dell’autorità civile. Ora, o signori, parlando francamente, io dico, e lo dico con dolore, noi non potremo mai ottenere questo concorso nei limiti e nei soli limiti che la Santa Sede possa prestarci, se prima non avremo compiute le riforme che dall’autorità civile unicamente dipendono. Lo ripeto, finchè tali riforme non saranno compiute, la nazione non potrà mai trovarsi in quella condizione che si richiede onde quel concorso possa aversi e produrre quei risultati che tutti desideriamo; finchè la nazione non vedrà soddisfatti i giusti suoi desiderii nella parte in cui è assolutamente estraneo il potere ecclesiastico, non sarà disposta a riconoscere in tutta la sua latitudine quella parte d’autorità che siamo i primi a ravvisare doversi mantenere illesa nella Santa Sede. E qui io vi darò di questa proposizione una dimostrazione che spero evidentissima. Come già vi diceva, la nazione desidera più di ogni altra riforma quella della legislazione matrimoniale. Il Ministero, per soddisfar a questi legittimi desiderii, aveva, fin dagli ultimi mesi dell’antecedente Sessione, presentato un progetto di legge che veniva approvato da immensa maggioranza nell’altro ramo del Parlamento. Un tale progetto di legge incontrò vivissima opposizione nel partito che non crede nè [p. 230 modifica]opportuno nè possibile il procedere nella via delle riforme ecclesiastiche, anche per le cose che si riferiscono assolutamente al potere civile, senza il consenso della Corte romana. Fra le persone che si opposero a questo progetto di legge, io mi affretto a dichiararlo, ve ne sono molte (per le quali professo la più alta stima) che si servirono di mezzi legali e lealissimi; ma nel partito opposto molti, non contenti d’una opposizione legale, cercarono suscitare ogni maniera d’opposizioni a questo progetto di riforma con arti subdole, con mezzi colpevoli, anzi, molti membri del medesimo, dai quali non dubito dissentano quei primi a cui ho accennato, non solo combatterono le riforme che si volevano fare intorno alla legislazione matrimoniale, ma spinsero la loro ostilità perfino contro quegli ordini politici che credevano gli strumenti delle riforme che osteggiavano. La condotta di questo partito sdegnò altamente la nazione e produsse una profonda irritazione; e siccome un eccesso ne chiama per legge naturale un altro, così la nazione, od almeno una gran parte di essa, andò troppo oltre ne’ suoi desiderii di riforme ed oppose agli ostacoli che si erano eccitati intorno alla legge sul matrimonio la domanda dell’incameramento dei beni ecclesiastici. Io ho l’intima convinzione essere stata causa dell’agitazione relativamente allo incameramento dei beni ecclesiastici quella opposizione faziosa, sleale che una parte estrema del partito clericale suscitò alla legge sul matrimonio. Lo ripeto, signori, io tengo per fermo che finchè le riforme le quali sono richieste dalla ragione dei tempi, dalla mutata condizione della nazione non saranno compiute, voi troverete sempre una parte di questa disposta a trasmodare. Nelle riforme poi per le quali è forse indispensabile il concorso della Santa Sede, non è possibile, lo ridico, il lusingarsi d’arrivare ad accordi con essa, se prima noi non facciamo tutte quelle riforme che sono in nostro potere assoluto di fare. Lungi adunque dall’essere il progetto di legge [p. 231 modifica]sottoposto alla vostra discussione un ostacolo agli accordi colla Corte di Roma, esso ne è anzi un preliminare indispensabile; perciò tutti coloro i quali di buona fede desiderano tali accordi debbono dare il loro voto favorevole alla legge.

Io non ho la speranza, o signori, con queste poche parole, tutt’altro che eloquenti, d’aver distrutto l’impressione dei molti discorsi che avete udito; io non mi lusingo di mutare convinzioni le quali forse riposano sopra un sentimento altamente rispettabile, il sentimento religioso; ma io spero d’avervi fatti convinti che se noi stiamo saldi nella proposta d’operare la riforma della legislazione matrimoniale, se noi, malgrado le tante esortazioni che ci vengono dirette da membri rispettabili del Senato, persistiamo nel proporvi la sanzione di questa riforma essenzialissima, ciò non devesi attribuir a spirito ostile alla Chiesa, nè tanto meno al pensiero di creare nuovi ostacoli ai desiderati accordi con Roma, ma bensì unicamente all’intima convinzione che questa riforma è indispensabile, non tanto all’interesse della società civile e della libertà, quanto a quello della religione stessa, perchè abbiamo per fermo, o signori, essere questo un preliminare indispensabile, come diceva, agli accordi colla Corte di Roma. (Applausi vivissimi.)


Note

  1. ↑ Ecco alcuni brani di lettere che Cavour scrisse in quel tempo al suo amico, il signor Castelli. Le riproduciamo nel testo francese.
    «Bruxelles, 7 juillet, 1852.
    »....M. Thiers a raison. Il y a de certains vents qui s’élèvent tout à coup dans l’atmosphère politique et auxquels on ne saurait résister. Ces vents, grâce au ciel, ne sont pas éternels, ils perdent bientôt de leur persistance, mais il y a un moment où ils brisent tout ce qu’ils trouvent sur leur passage. Je ne sais si ce moment est venu pour le Piémont. Peut-être l’éviterons-nous, si nous savons être en même temps prudents et habiles.»
    «Londres, 13 juillet 1852.
    «J’ai reçu votre bonne lettre du 7, et les détails que vous me donnez sur notre politique intérieure ne sont pas rassurants. J’espère toutefois que vos plus sinistres prédictions ne se réaliseront pas. La loyauté du Roi et le bon sens du pays nous sauveront. Quant à moi, je suis prêt à faire mon possible pour empêcher que notre barque constitutionnelle ne chavire, bien décidé à avoir patience et à supporter toute espèce de contrariétés. M. Thiers m’a dit en me quittant: «Si, après vous avoir fait manger des couleuvres à déjeuner, on vous en ressert à dîner, ne vous dégoûtez pas.» M. Thiers parle par expérience. S’il avait avalé quelques couleuvres de plus, la France peut-être ne serait pas réduite à l’état où elle se trouve.
    » Tâchez de prêcher la patience à nos amis. Soyez certain que pour le moment c’est la politique la plus habile.
    » Je ne puis pas hâter mon retour. En ce moment, ma présence serait un embarras en Piémont.
    » Je vous ai annoncé de Bruxelles la chute du cabinet Frère-Rogier. Ma prédiction s’est bientôt réalisée. Cette chute est fâcheuse pour nous car elle auginente l’audace des cléricaux.
    » Je ne puis pas encore vous entretenir du résultat final des élections anglaises. Ce qu’on en connaît cependant suffit pour qu’on puisse prédire que lord Derby n’aura pas la majorité. Toutefois, malgré l’avis contraire de quelques libéraux, je ne crois pas que son parti sorte affaibli de l’arène électorale. Le pays ayant prononcé un verdict définitif sur la question du free trade, le parti conservateur sera débarrassé du bagage protectioniste qui l’empêchait de marcher, et il aura des allures beaucoup plus dégagées. Je doute en conséquence qu’un ministère puisse se constituer solidement, s’il lui est décidément hostile. L’Angleterre est éminemment conservatrice. Lord Palmerston l’a dit d’une manière charmante aux électeurs de Tiverton, et je crois qu’il a tellement raison que, sans la question du free trade, qui n’est pas soutenable pour tout homme de bon sens, lord Derby aurait eu la majorité.»
    Londres, 17 juillet 1852.
    » Dans ma dernière lettre je vous disais que le ministère avait remporté plusieurs victoires: depuis lors, ces victoires se sont multipliées, et maintenant il est certain que, quand même il n’obtiendrait pas la majorité, ce qui est encore probable, il serait assez fort pour que l’opposition ne pût songer à le renverser dès le début de la prochaine session. L’existence du gouvernement de lord Derby dépend maintenant des mesures qu’il proposera. Si, comme tout porte à le croire, il abandonne
    la question de la protection, et s’il présente des projets de loi pour des réformes secondaires, telles que le sanitary reforms, etc, il pourra marcher. Il faut donc se résigner et calculer parmi les choses probables le maintien de lord Derby au pouvoir. M. Thiers avait raison lorsqu’il me disait que, lorsque le vent de l’opinion souffle dans une certaine direction avec une grande force, on en ressent les effets là même ou l’on se croyait le mieux à l’abri. Quoi qu’il en soit, il ne faut pas perdre courage. Les torys ne nous sont pas hostiles; au contraire, notre antipapisme nous rend chers à leurs yeux. Le ministre des affaires étrangères m’a parlé de la manière la plus explicite et la plus aimable. Certes, il ne faut pas s’exagérer l’appui que nous obtiendrons d’eux dans le cas d’une lutte matérielle; mais les whigs feraient-ils davantage? C’est ce qui est fort douteux pour moi. La présence des torys au pouvoir n’a qu’un seul véritable inconvénient dans le moment actuel: c’est d’exercer une influence morale très-fâcheuse en décourageant chez nous le parti libéral, et en donnant de l’audace au parti rétrograde.

    »Je resterai à Londres encore une quinzaine de jours, je partirai ensuite pour l’Écosse que je ne connais pas encore et où j’aurai l’occasion de voir lord John Russell. Continuez, je vous prie, à m’adresser vos lettres à Londres.»
    «Londres, 31 juillet 1852.
    »Je ne quitterai définitivement cette ville que jeudi prochain. Je me suis tout à coup rappelé que j’avais été ministre de la marine, et que par conséquent, je ne pouvais venire en Angleterre sans visiter les établissements maritimes de ce pays. J’ai employé en conséquence quelques jours à voir Woolwich, Portsmouth et Gosport. Je n’en suis pas plus marin pour cela; mais au moins, lorsqu’on me parlera d’un grand arsenal, je saurai ce que cela veut dire.
    «Paris, 4 septembre 1852.
    » Je ne vous ferai pas une récit détaillé de mon séjour à Paris. Mon temps a été si occupé, j’ai déjà vu tant de monde, qu’il me faudrait un volume pour vous raconter ce que j’ai vu et entendu. Je me bornerai à vous dire que je suis convaincu de la stabilité du gouvernement actuel. Napoléon est maître de la situation: il le sera longtemps encore, s’il ne se laisse pas emporter trop loin par le torrent réactionnaire. Si, tout en gardant le pouvoir, il sait flatter les instincts démocratiques des masses par des mesures populaires, il conservera une force irrésistible. Ce que pourrait lui nuire plus que tout autre chose, c’est l’esprit ultramontain qui se développe dans le clergé et qu’il paraît caresser. Le peuple français se passera de liberté pendant quelque temps, mais si l’on veut le forcer à aller à la messe, il résistera. Pour mon compte, je ne pense pas que Napoléon continue à céder comme il le fait maintenant, devant les prétentions du clergé. Suivant les traces de son oncle, après s’être concilié les catholiques par des actes qui rappellent le concordat, il ne tardera pas à publier des articles organiques pour arrêter les empiètements de la cour de Rome.»
  2. ↑ Il commendatore Boncompagni.
  3. ↑ Il maresciallo La Torre.
  4. ↑ Monsignor D'Angennes.
  5. ↑ Il conte Ignazio Costa della Torre che ebbe soli 57 voti contro 276 ottenuti dal conte di Cavour.