Il conte di Cavour in parlamento/Intorno al progetto di legge relativo alle congiure contro i sovrani esteri
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ΧΙ.
L’attentato di Orsini, pel quale il 1858 ebbe un così funesto principio, pesò grandemente sulla politica esterna ed interna di vari Stati d’Europa. In Francia, il generale d’Espinasse fu nominato ministro dell’interno, furono tosto emanate e messe rigorosamente in vigore nuove leggi di pubblica sicurezza, e spedite all’Inghilterra, al Belgio, alla Svizzera ed alla Sardegna note diplomatiche, colle quali si invitavano a prevenire, con opportuni provvedimenti, nuove cospirazioni; a Londra tornarono al potere i tories; ed a Torino fu modificato in fretta il Ministero, perchè ivi pure il partito retrivo non prendesse il sopravvento.[1] Quivi però le condizioni interne accrebbero i pericoli della crise succeduta in tutta Europa all’attentato di Orsini. E fu grande ventura che Vittorio Emanuele ed il suo Governo, posti tra i timori della Francia allora soverchi, e la necessità di non ferire il sentimento nazionale con leggi repressive che potevano essere considerate come imposte da una volontà straniera al paese, seppero tutelare con fermezza la dignità della nazione e prendere al tempo stesso tutti quei provvedimenti che la moralità e la convenienza imperiosamente reclamavano.
Pochi giorni dopo l’attentato, avvenne in Torino un fatto di poco rilievo per sè medesimo, ma che, in quella congiuntura, aveva una importanza del tutto speciale. La Ragione, giornale di opinioni avanzatissime, stampò un articolo d’elogio per Felice Orsini e pel delitto da lui commesso. Posto in istato d’accusa e processato, i giurati emisero un verdetto di non colpabilità. Questo fatto commosse grandemente la pubblica opinione. Ognuno comprendeva la necessità di far sì che l’Italia non fosse stimata solidale dell’attentato d’Orsini; ed il Ministero vide sempre più l’urgenza di una legge, che di recente aveva presentato alla Camera, e secondo la quale le congiure contro i governi stranieri erano punite con la reclusione ordinaria, ed il Giurì pei delitti di stampa non doveva più essere tratto a sorte, ma composto dal sindaco assistito da due consiglieri provinciali o comunali.
Comecchè partigiano della più assoluta libertà di stampa, il conte di Cavour non erasi dissimulato giammai che nelle condizioni d’Italia, la violenza, con cui alcuni giornali censuravano gli atti dei governi stranieri, poteva essere occasione di gravi inconvenienti e in certi casi di non lieve pericolo. Tuttavia egli aveva esitato sempre a proporre leggi preventive contro gli abusi della stampa, preferendo adoperare verso i giornalisti medesimi tutta la sua autorità, per ottenere da essi una maggiore moderazione, soprattutto rispetto alla Francia. Così appunto, il giorno medesimo che al Congresso di Parigi, mentre il conte Walewsky denunziò le esorbitanze dei giornali del Belgio, egli appoggiò le parole di lord Clarendon sulla libertà della stampa, scrisse, di proprio pugno, una lunga lettera ad un suo amico, pregandolo di adoperarsi in suo nome presso alcuni giornalisti di Torino affinchè questi ponessero fine agli improvvidi e violenti attacchi che muovevano continuamente contro l’imperatore Napoleone. «Dite loro, scriveva egli, che io li scongiuro a volersi piuttosto sfogare contro il Ministero e contro di me.»
Ma ora l’attentato d’Orsini rese necessari ben più gravi provvedimenti. Era mestieri separare dinanzi all’Europa la causa italiana dalle atroci teorie di coloro che lodavano l’assassinio politico. Bisognava ciò fare e per sentimento di giustizia e per sentimento d’onore, e per la simpatia che nutriva per l’Italia il sovrano di cui erasi voluto spegnere la vita. Orsini medesimo, vicino a morte, raccomandava l’Italia all’Imperatore dei Francesi: «Io non domando, egli diceva, che il sangue francese sia versato a pro degli Italiani. Ciò che l’Italia domanda è che la Francia non intervenga nella lotta che può impegnarsi fra breve, o non permetta alla Germania di intervenire a sostegno dell’Austria. Io scongiuro Vostra Maestà di rendere alla mia patria[2] l’indipendenza che essa ha perduto, per colpa dei Francesi.» Nè forse alcuno comprese quanto Orsini il danno che poteva arrecare ai suoi concittadini l’esempio dato da lui. Così nella sua lettera dell’11 marzo, nel tempo stesso che dava prova di un sincero e coraggioso pentimento, li metteva in guardia contro i consigli della disperazione che avevano tratto lui alla propria rovina. Questa lettera fu pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale Piemontese, ed il conte di Cavour la fece precedere dalle seguenti linee, scritte da lui medesimo:
«Riceviamo da fonte sicura gli ultimi scritti di Felice Orsini. Ci è di conforto il vedere, com’egli sull’orlo della tomba rivolgendo i pensieri confidenti all’augusta volontà che riconosce propizia all’Italia, mentre rende omaggio al principio morale da lui offeso, condannando il misfatto esecrando a cui fu strascinato da amor di patria spinto al delirio, segna alla gioventù italiana la via a seguire per riacquistare all’Italia il posto che ad essa è dovuta fra le nazioni civili.»
Giova qui riferire alcuni brani di una circolare diretta il primo aprile 1858 ai legati della Sardegna all’estero, dalla quale si scorge in qual modo il Governo del Re giudicasse le condizioni d’Italia dopo l’attentato di Orsini. Ivi è detto:
«L’esecrabile attentato di Orsini contro l’imperatore Napoleone, al principio di quest’anno, ha costernato grandemente la Francia e l’Europa. L’abilità con la quale fu concepito e preparato il delitto, il modo ond’esso fu eseguito, l’indole ed i precedenti dell’uomo che fu alla testa del complotto, tutto insomma ha contribuito a gettare negli animi il più profondo sgomento. Gli autori del complotto disgraziatamente erano anche questa volta Italiani. Lo scopo evidente, confessato, confermato anche dalle ultime parole del principale colpevole era di giungere, per mezzo della morte dell’Imperatore e di un sollevamento in Francia, a fare insorgere tutta l’Italia.
»Rimpetto a fatti di questa natura, che si rinnuovano tanto sovente, che mirano tutti ad uno scopo quasi uguale, ossia ad un gran mutamento nelle condizioni d’Italia, ognuno si domanda, se, in fin dei conti, non esista tra le popolazioni di alcuni Stati della Penisola qualche grave causa di malcontento che tutta Europa ha interesse a togliere di mezzo. Questa causa esiste pur troppo realmente! è l’occupazione straniera; è il mal governo degli Stati del Papa e del regno di Napoli; è la preponderanza austriaca in tutta Italia.
» Il Governo del Re segnalò già in una occasione memorabile, cioè nel Congresso di Parigi, questi mali all’Europa. Ciò che i plenipotenziari della Sardegna facevano allora prevedere ai rappresentanti delle altre potenze d’Europa, è stato, disgraziatamente, anche troppo presto confermato dai fatti di Parigi, di Genova, di Livorno, di Napoli, di Sicilia, di Sapri. Il Governo del Re adunque ha ragione di sperare, che i Gabinetti di Europa vorranno ormai, per amore dell’ordine e della pace, porre un efficace rimedio ad un tale stato di cose. Dal canto loro i rappresentanti della Sardegna all’estero, dovranno adoperarsi perchè a questo fine si giunga, tenendo un linguaggio conforme agli intendimenti del Governo del Re.»
Qui il conte di Cavour rammenta il fatto del giornale La Ragione; spiega le principali disposizioni del progetto di legge sulla riforma del Giurì; poi riassume sommariamente la nota del conte Walewski (analoga alle note spedite alla Svizzera, al Belgio ed all’Inghilterra) ed indica in quali termini egli vi rispondesse.
«Io risposi verbalmente al principe La Tour-d’Auvergne, che il Governo del Re era deliberato a prendere tutti i provvedimenti necessari ad impedire che il Piemonte diventasse la sede sicura di cospirazioni rivoluzionarie o di complotti criminosi contro i sovrani ed i governi stranieri; che i fuorusciti sarebbero sorvegliati con la più grande sollecitudine; e che quelli i quali abusassero dell’ospitalità loro accordata dalla Sardegna, sarebbero trattati col massimo rigore; e quanto alla stampa, dissi, che, fermi nel propоsito di non uscire dalla legge, questa avremmo fatta eseguire molto severamente, proponendo in pari tempo al Parlamento di modificare la composizione del collegio dei Giurati, per rendere più più sicuro il castigo dei delitti che dovevano, secondo i nostri codici, essere sottoposti al loro giudicio.»
Il progetto di legge di cui abbiamo parlato più sopra, presentato alla Camera il 17 febbraio 1858, fu accolto sfavorevolmente dagli Uffici. Invero, l’opinione pubblica era allora assai commossa; nè i principii di moderazione avevano in paese e tra i deputati quell’autorità che per lo innanzi godevano. Pochi mesi prima, il 29 giugno 1857, era scoppiata e andata a vuoto in Genova una insurrezione mazziniana, nella quale i rivoltosi tentarono di impadronirsi di uno dei forti della piazza. Disarmati ed arrestati subito, essi avevano confessato che proponevansi di instituire a Genova ed a Livorno, ove pure erasi cercato di sollevare, con un colpo di mano, il paese, due centri di rivolta, destinati ad aiutare la infelice spedizione di Pisacane,[3] il quale, com’è noto, impadronitosi per sorpresa ed in alto mare del Cagliari, s’era gettato sulle coste napoletane, ove le milizie borboniche, insieme co’ suoi compagni, lo trucidarono. Or tutti questi fatti, e lo sconforto universale che da essi nasceva, furono dal partito reazionario del Piemonte rivolti a proprio vantaggio. Giovandosene abilmente, esso riuscì ad ottenere, nelle elezioni generali del 1857, una mezza vittoria, adoperando però a conseguirla, così mal celati intrighi e mezzi tanto illegali, che la Camera, appena riunita, ordinò una inchiesta sulle elezioni. Frattanto e per naturale reazione contro le manovre del partito clericale, iliberali, durante la lotta, avevano raddoppiato i propri sforzi, e molti di loro, accendendosi nella battaglia, s’erano poco a poco avvicinati a coloro che, senza essere repubblicani, rappresentavano opinioni più ardite di quelle del partito moderato. Questo adunque aveva pel momento perduto la sua preponderanza. Di qui avvenne che gli Uffici della Camera, senza respingere assolutamente il progetto di legge, su sette commissari per esaminarlo, ne trassero cinque dall’Opposizione.
La Giunta, dopo aver tenuto numerose sedute alle quali assistettero anche i ministri, dopo aver chiesto ed ottenuto comunicazione di varii documenti diplomatici, terminò con respingere la legge, nominando relatore il deputato Lorenzo Valerio. Invano i deputati Buffa e Miglietti tentarono di fare proporre alla Camera un contro progetto.
Il 13 aprile cominciò la discussione pubblica; e il conte Solaro della Margherita fu il primo a parlare contro la legge, comechè questa fosse in sostanza assai conforme alle sue idee, dappoiché limitava la libertà della stampa. Ma il partito di cui il conte Solaro era alla testa mirava innanzi tutto a rovesciare il Ministero, e v’adoperava quelle arti che sono ai partiti politici anche troppo frequenti.
Terenzio Mamiani prendendo la parola subito dopo dimostrò tutta la importanza politica del progetto di legge, e qui giova riprodurre unbrano del suo discorso. Egli disse: «Io che non sono nè ministro nè diplomatico, dirò alcuna di quelle cose che forse morirebbero sulle labbra del presidente del Consiglio.
» Signori, Napoleone III è per l’Inghilterra un alleato importante e giovevole; pel Belgio e la Svizzera è un assai potente vicino; per noi Italiani egli è molto di più. Ricordiamoci, o signori, anzi tutto, che egli è nipote di quel grande il quale ancora che non recasse all’Italia tutto quel bene che era in sue mani di fare, ne recò però tanto, che mai non ne avemmo uno pari da alcun principe. Napoleone III discende da un’antica famiglia italiana; ed io non penso ch’egli disdica e rinneghi quella sua non ingloriosa origine; e non l’ho veduto io stesso con questi occhi montare a cavallo e brandire le armi per la nostra causa? Non l’ho veduto io stesso con questi occhi arruolarsi sotto il vessillo italiano, e mescolare la sua voce alla nostra, cantando inni alla libertà e all’indipendenza? Io so bene che dopo assai tempo, quando la Repubblica francese decretò la ristorazione del potere temporale dei papi, egli esattamente la fece eseguire: ma egli fu solo a proporre, fu solo a volere che nel Congresso di Parigi altamente si dichiarasse all’Europa che era necessità di alleviare le miserie d’Italia, necessità di far cessare per lei questo terribile vero, che ella non possa sperar nulla di buono dalla legalità, dall’ordine e dalla pace comune. Ora, egli è pervenuto al momento più solenne e critico della sua vita: egli ha dischiusi innanzi a sè due sentieri: entrando nell’uno, l’Imperatore può attenersi a un metodo di continua difesa e di energiche repressioni; entrando nell’altro, può cominciare un ordine di grandi fatti e di magnanime imprese, in virtù delle quali, la Francia si persuada che la prevalenza dell’autorità imperiale è ancora troppo necessaria al benefizio ed alla salute delle oppresse nazioni. Io non sono più giovane, e quindi non posso accogliere nel cuore molte ridenti speranze. Tuttavolta non voglio che la coscienza mi abbia giammai a rimproverare dicendo: la fortuna pareva volere schiudere una porta, non so se angusta o grande, ma tale a ogni modo che per quella poteva entrare la salute d’Italia, e tu in quel giorno, colle tue parole, coi tuoi suffragi, hai voluto e procurato di chiuderla.»
Fu d’opinione al tutto contraria il deputato Pareto, il quale combattè la legge, e disse che già troppo il Ministero aveva ceduto alla Francia con le misure prese contro agli emigrati, perchè la Camera dovesse adottare leggi contrarie alla indipendenza ed alla dignità del paese; nè tacque che la difesa di alcuni delitti non si poteva punire senza proscrivere tutti gli autori classici da Tacito ad Alfieri. Il Farini difese la legge. Egli svegliò l’ilarità della Camera, rammentando come il conte Solaro della Margherita, antico ministro di Carlo Alberto e rispettabile capo dell’assolutismo, aveva nel suo libro degli Avvedimenti politici affermato che: «Rex non injuste potest destrui si potestate regia abutetur,» e ne concluse che la teoria del regicidio non apparteneva soltanto al partito avanzato, ma bensì a tutti i partiti fanatici dimostrando da ultimo come il Piemonte dovesse mettere in opera ogni mezzo per non restare solo in Europa, e come l’alleanza francese fosse per esso la migliore.
Dopo una breve risposta del conte Solaro della Margherita, nella quale egli tentò di persuadere la Camera che la parola destrui non corrisponde esattamente alla parola occidi, così eccitandone maggiormente le risa, prese la parola il deputato Buffa, e dimostrò, che se i liberali debbono molto di rado fare leggi che menomano la libertà, tuttavia, vi sono dei momenti nei quali è loro obbligo di non fornire ai veri nemici di essa il pretesto o l’occasione propizia a sopprimerla; osservò poi come, mantenendo il sistema in vigore circa alla formazione del giurì, si mettesse in pericolo l’avvenire di questa istituzione grandemente liberale; aggiunse che dal momento che la legge conteneva l’applicazione di un principio di diritto riconosciuto dalla coscienza universale, non era giusto, ma puerile, il timore di alcuni che non volevano aver l’aria di cedere ad una volontà straniera; e concluse, alludendo alla contesa del Piemonte col regno di Napoli a proposito dell’affare del Cagliari, con dire che coloro i quali respingevano la legge ed osteggiavano il Ministero, non altro facevano, all’ultimo, che secondare i voti dell’Austria e della Corte napolitana. Dopo un discorso del Brofferio, il Rattazzi difese il progetto di legge esaminandolo rispetto al principio di legalità; e quindi il conte di Revel, fatta una professione di fede nella quale si disse sinceramente devoto allo Statuto e dichiarò che l’Armonia non era punto il giornale del partito politico a cui apparteneva, promise di dare il suo voto al progetto di legge, ma non tacque che il Ministero aveva avuto il gran torto di renderlo necessario colla sua politica rivoluzionaria. Venne allora il discorso del conte di Cavour, dopo il quale non parve più dubbio ad alcuno l’esito della discussione, che durò, ciò non ostante, ancora parecchi giorni. Brofferio volle difendere Lamartine e Bastide, accusati dal Cavour di non avere pôrto alcuno aiuto all’Italia nel 1848; e il generale La Marmora, per tutta risposta, narrò il viaggio ch’ei fece a Parigi a quel tempo, per chiedere a Cavaignac un generale francese che prendesse il comando dell’esercito sardo.
Il 29 aprile fu finalmente votata la legge con 110 voti favorevoli e 42 contrari. Presentata poco dopo al Senato, fu ivi approvata alla quasi unanimità (50 contro 55), essendo il conte Sclopis relatore della Giunta incaricata di riferirne.
Seduta della Camera, 16 aprile 1858.
Signori deputati, la giunta, a cui venne commesso il preventivo esame della legge per la riforma dei giurati e per alcune modificazioni al nostro codice penale, vi proponeva di respingerla, e per ragioni legali e per ragioni politiche, procedendo così a norma di molti precedenti. Tuttavia, se si pon mente alla gravità degli argomenti politici dalla commissione addotti, se si pon mente alle accuse che pesano sul Ministero a ragione di questi argomenti, mi è lecito manifestare una qualche sorpresa che la commissione abbia creduto poter esaminare la questione dal lato legale; giacchè, o signori, se gli appunti che la commissione fa al Ministero dal lato politico fossero veri, se la legge infatti fosse il risultato di una pressione straniera, se quindi l’adozione di essa, se la semplice sua presentazione costituisse un’offesa alla dignità ed all’onore nazionale, era dovere ed obbligo della vostra commissione di proporvene il rigetto senza ulteriore esame. Imperciocchè, o signori, la migliore delle leggi diventerebbe cattiva ove fosse introdotta sotto tale auspicio. Meglio leggi imperfette, ma frutto della libera volontà del popolo, che i codici i più perfetti che ci sarebbero da estere nazioni imposti. Questo è talmente vero, o signori, che non esito a dire che il primo bene di un popolo è la sua dignità; che il primo dovere di un Governo è di tutelare l’indipendenza nazionale e il sentimento di onore; giacchè il popolo, che lasciasse indebolire questo prezioso sentimento, sarebbe sulla via della decadenza, quantunque fossero perfette le sue istituzioni politiche, quantunque fossero degni di lode i suoi codici civili. La commissione, non avendo così operato, avendo invece creduto, dopo formulata una così grave accusa, poter entrare nel dominio della questione legale, questo mi dà argomento a sperare che gli onorevoli membri della commissione non fossero così pienamente convinti dei ragionamenti politici che mettevano in campo. Altrimenti, come sarebbe stato possibile che l’onorevole relatore della commissione, il quale per argomenti molto meno gravi è solito a far risuonare questa Camera di parole calde ed ardenti, ci avesse in questa circostanza, in cui si trattava di onore nazionale offeso, di dignità conculcata, risparmiati i fulmini della sua eloquenza, ed avesse invece adottato un insolito stile del tutto moderato, al quale non ci aveva certamente avvezzati ne’ suoi dieci anni di vita parlamentare? (Ilarità.) Tuttavia, basta che l’accusa sia stata formulata, e lo sia stata da una commissione parlante a nome degli Uffici della Camera, perchè il Ministero senta il dovere di cercare a lavarsene prima d’ogni cosa. D’altra parte quest’accusa fu ripetuta e dall’onorevole Solaro della Margherita, e dall’onorevole Pareto, e da altri deputati che seggono sul lato sinistro della Camera, epperciò reputa il Ministero stretto suo obbligo di abbandonare per ora ogni questione legale e cercare di purgarsi avanti a voi delle gravi accuse politiche che gli vennero mosse contro. Il mio assunto, o signori, si restringerà a trattare la questione politica. Quantunque così ristretto, quest’assunto sarà per me difficile e doloroso. Difficile, perchè mi sarà forza conciliare quella larghezza di spiegazioni che la posizione di accusati c’impone, coi riguardi e colla prudenza che è mio dovere di serbare come rappresentante del paese verso le potenze estere; doloroso, perchè dovrò toccare argomenti tristissimi, portare la mano sopra piaghe sulle quali desidererei di lasciare un velo impenetrabile. Tuttavia io dichiaro che quello che accadde nella tornata di ieri rende il mio assunto meno difficile, ma più doloroso. Meno difficile, perchè l’onorevole mio amico il deputato Rattazzi, nell’abile suo discorso, cominciò dal rovesciare interamente il sapiente edifizio legale che l’onorevole relatore della commissione aveva innalzato; ma più ancora perchè l’onorevole deputato Rattazzi volle con atto nobile e generoso associarsi in questa circostanza ai suoi antichi colleghi, e dividere con essi la responsabilità politica di quest’atto.[4] Egli che aveva dovuto sopportare il peso di tante ingiuste accuse, di tante sconvenienti calunnie, volle ancora prendere sul suo capo una parte di responsabilità per un atto politico al quale fu estraneo. Questo atto generoso per parte sua ci ha altamente commossi, e mi sia lecito di dire che questo è stato per noi un conforto, un ampio compenso alle molte disillusioni, cui sono sottoposti uomini che da dieci anni percorrono la vita politica.
Il discorso dell’onorevole deputato di Revel ha reso più doloroso il mio assunto, poichè egli fece discendere la discussione da quell’altezza a cui l’avevano mantenuta i rappresentanti della commissione e l’onorevole deputato Solaro della Margherita e i membri dell’estrema Sinistra; egli l’ha fatta discendere sul triste terreno delle personalità .....
Di Revel. Domando la parola per un fatto personale.
Cavour. Ve ne saranno altri!
Di Revel. Risponderò anch’io.
Cavour. (con veemenza.) Egli, dico, l’ha fatta discendere sul triste terreno delle personalità, rivolgendo a distinti ed egregi nostri colleghi, che sono superbo di chiamare altresì amici, parole altrettanto amare quanto ingiuste; rivolgendole a persone che, avendo ricevuto una larga e spontanea ospitalità in questo paese, hanno ricambiato il benefizio ricevuto coll’onorare, col servire la loro patria d’adozione. (Bravo!) Io assicuro la Camera che non seguirò in ciò l’esempio dell’onorevole deputato di Revel, e che cercherò di ricondurre la discussione a quell’altezza a cui l’avevano collocata gli antecedenti oratori; ed in ciò fare io credo non solo di adempiere ad un dovere, ma altresì di secondare l’intenzione degli egregi miei amici che hanno provato colla loro vita, in tutte le circostanze, essere sempre pronti a sacrificare al bene della patria, non solo i propri interessi, ma altresì i loro risentimenti personali.
L’onorevole conte di Revel ha creduto questa occasione opportuna per fare una specie di programma politico. Esso ci ha annunziato che i deputati che seggono sui banchi della Destra, visto accresciuto il loro numero, si erano riuniti, e avevano riconosciuto essere concordi nelle loro opinioni. L’onorevole deputato di Revel, riunite le file della Destra e passatele a rassegna, ebbe la soddisfazione di riconoscere che tutti i membri che la compongono professavano un vivo amore per lo Statuto, sinceri principii costituzionali. Mi permettano gli onorevoli nuovi colleghi della Destra di congratularmi seco loro della patente di costituzionalità che essi hanno riportatata dall’onorevole di Revel. (Ilarità.) Io non esaminerò se in questo moto di concentramento sia il conte Solaro della Margherita che è sceso nella regione ove trovasi il conte di Revel, oppure se è il conte di Revel che sia salito sui colli dove vediamo da alcuni anni impavido sedere il conte della Margherita. Io, avendo piena fede nelle parole del conte di Revel, non revoco in dubbio quanto esso ha affermato: l’avvenire solo ci dimostrerà se la disdetta data dall’onorevole conte di Revel al giornale L’Armonia sia confermata da alcuni onorevoli membri che accolsero con tanto piacere ed in modo così festoso in mezzo ad essi e il direttore e l’estensore in capo di quel giornale. Qualunque sia però il programma, che il partito della Destra riunita, come indicava l’onorevole conte di Revel, tende ad adottare; qualunque siano i principii che essa intende di sostenere e promuovere, mi permettano i membri della Destra di rivolger loro un consiglio, o per dir meglio una preghiera. Ed è che, nel modo che terranno per sostenere le loro opinioni nelle discussioni a cui parteciperanno, vogliano piuttosto seguire l’esempio che loro ha dato il conte della Margherita, che quello dato nella tornata di ieri dall’onorevole conte di Revel (bisbiglio a destra); giacchè, o signori, io non esito a dichiarare alla Camera che, se il conte Solaro della Margherita fu nel sostenere le sue opinioni sempre animato, anche talvolta un poco appassionato in paragone dei suoi colleghi, conservò però sempre tutte le convenienze parlamentari e si mostrò, non solo rispettoso, ma direi pure benevolo; ond’è che egli si è acquistato, non la simpatia politica, ma la stima di tutte le parti della Camera. (Movimenti in sensi diversi.)
L’onorevole conte di Revel ci ha fatto un programma politico. Io, per rispondere a questo programma, non ho che da esporre alla Camera i motivi che hanno determinata la nostra condotta. Solo io debbo, onde la Camera possa giustamente apprezzare questi motivi, farli precedere da una breve esposizione del sistema politico tenuto dal Ministero in questi ultimi anni, o per dir meglio, del sistema politico che è in vigore in questo Stato, dal momento che il re Vittorio Emanuele sali al trono. Questa mia esposizione servirà in gran parte di risposta all’onorevole conte di Revel, e, ove mancasse qualche cosa, io vi supplirò prima di terminare la mia arringa.
Signori, dopo il disastro di Novara e la pace di Milano, due vie politiche si aprivano davanti a noi. Noi potevamo, piegando il capo avanti un fato avverso, rinunziare in modo assoluto a tutte le aspirazioni che avevano guidato negli ultimi anni il magnanimo re Carlo Alberto; noi potevamo rinchiuderci strettamente nei confini del nostro paese, e chinando gli occhi a terra per non vedere quanto succedeva oltre Ticino e oltre la Macra, dedicarci esclusivamente agli interessi materiali e morali del nostro paese; noi potevamo in certo modo ricominciare a continuare la politica in vigore prima del 1848, la politica che venne esposta con molta lucidità dall’onorevole conte della Margherita nel suo Memorandum; noi potevamo ricominciare quella politica prudentissima, che non si preoccupava che delle cose interne. Io credo che in tal caso l’esperienza ci avrebbe giovato a qualche cosa, e che i ministri ai quali sarebbe stato dato di praticare tale politica, avrebbero rinunziato ai sussidi ai Carlisti, agli eccitamenti al Sunderbund, e alle aspirazioni di conquista oltre le Alpi Pennine.[5] L’altro sistema invece consisteva nell’accettare i fatti compiuti, nello adattarsi alle dure condizioni dei tempi, ma nel conservare ad un tempo viva la fede che inspirato aveva le magnanime gesta di re Carlo Alberto. Consisteva nel dichiarare la ferma intenzione di rispettare i trattati, di mantenere i patti giurati; ma di contenere nella sfera della politica l’impresa che andò fallita sui campi di battaglia. Il primo sistema presentava certamente molti e segnalati vantaggi; applicandolo, si potevano rendere meno gravi le conseguenze della funesta guerra del 1848 e 1849; si potevano ricondurre più prontamente le finanze in florido stato, ed esimere i popoli da tanti nuovi tributi. Ma l’adozione di questo sistema importava una rinuncia assoluta ad ogni idea d’avvenire, imponeva di abbandonare le gloriose tradizioni della Casa di Savoia, di ripudiare sdegnosamente la dolorosa ma gloriosa eredità di re Carlo Alberto. (Bravo! Bene!) Il generoso suo figlio non poteva esitare, e, quantunque assai più difficile, egli scelse il secondo. (Vivi segni d’approvazione.) E per attuarlo, o signori, pochi giorni dopo di essere salito al trono, chiese a sedere a capo dei suoi consigli un illustre italiano, il cui nome equivaleva ad un programma liberale ed italiano, Massimo d'Azeglio. (Bravo!) Il Ministero D’Azeglio applicò e praticò il secondo sistema, i cui principali scopi erano i seguenti: in primo luogo dimostrare all’Europa che i popoli italiani erano capaci di governarsi a libertà; che era possibile conciliare un sistema di libertà lealmente ma largamente praticato nel rispetto di quei grandi principii d’ordine sociale che erano minacciati allora in altre parti d’Europa. Ciò fatto, doveva cercare in secondo luogo di propugnare nel campo della diplomazia gl’interessi delle altre parti d’Italia. Dico che il Ministero D’Azeglio proseguì, prudentemente sì, ma risolutamente questo doppio scopo. Esso, a poco a poco, raggiunse il primo, e, innanzi che lasciasse il potere, Massimo D’Azeglio ebbe la consolazione di vedere come la lealtà e la schiettezza della sua amministrazione fossero state riconosciute da tutti i governi d’Europa. Con ciò Massimo D’Azeglio rese un gran servizio allo Stato e meritò la comune riconoscenza.
I ministri chiamati a succedere a quell’illustre uomo di Stato non mutarono politica, solo cercarono di applicarla con maggiore estensione, con maggior vigore; e ciò non perchè erano mutati gli uomini, ma perchè il sistema seguíto da alcuni anni aveva già prodotto i suoi frutti, ed era giunto il tempo in cui potevasi, senza imprudenza, imprimergli ulteriore e più energico svolgimento. Quindi in questi ultimi anni ci siamo applicati a fare scomparire le ultime prevenzioni che esistevano a nostro riguardo, e d’altro lato noi abbiamo sempre cercato tutte le occasioni per farci interpreti e difensori delle altri parti d’Italia. Questo nostro sistema trovò un’occasione propizia, per essere largamente svolto, nella guerra d’Oriente. Il trattato d’alleanza fu sino ad un certo punto un’applicazione di esso; giacchè, se è vero che il Piemonte partecipò alla guerra d’Oriente, perchè la considerava guerra giusta, di equilibrio europeo, e, se anche si voglia, fino ad un certo punto, guerra di civiltà, posso accertare però che vi partecipò altresì allo scopo di accrescere la fama in cui la Sardegna era tenuta, e di acquistare nuovi diritti per poter propugnare nel seno dei congressi europei la causa d’Italia. E rispetto al primo punto a cui vengo accennando, cioè all’acquisto del credito che venne alla Sardegna dalla sua partecipazione alla guerra d’Oriente, le nostre speranze non andarono fallite. Ciò, mi affretto a dirlo, non è dovuto che in piccolissima parte alla nostra diplomazia, ai nostri atti politici. Il merito di questo gran fatto, il merito di avere ottenuto che la Sardegna uscisse dalla guerra molto più stimata, molto più onorata dalle altre nazioni europee, è in gran parte dovuto alla ammirabile condotta, al sublime contegno del nostro esercito sui campi di Crimea. (Bravo!)
Nel Congresso che pose fine alla guerra noi cercammo di raggiungere il secondo scopo che ci eravamo prefisso, di applicare la seconda delle nostre massime politiche. Noi abbiamo colto questa grande occasione in cui si trovavano riuniti i rappresentanti di tutte le primarie nazioni d’Europa per difendere la causa d’Italia. E, mi sia lecito il dirlo colle parole pronunziate in circostanza solenne dalla Corona: fu un gran fatto vedere per la prima volta la causa italiana propugnata da potenza italiana! Ma è appunto la parte presa dal Piemonte in questa straordinaria circostanza che venne amaramente censurata dall’onorevole Solaro della Margherita.
Nel suo discorso egli cercava di dimostrare che, se ci siamo trovati in certe difficoltà politiche dopo l’attentato del 14 gennaio, ciò è dovuto alle dottrine che abbiamo cercato di far prevalere nelle conferenze di Parigi. Egli ci diceva: voi avete chiamato l’intervento straniero in Italia; non lamentatevi se ora si cerca di intervenire nei fatti vostri. Io mi permetterò d’osservare all’onorevole conte Solaro della Margherita, che egli interpreta molto male gli atti da noi compiuti nel Congresso di Parigi. Non abbiamo in esso chiamato l’intervento straniero nell’Italia; bensì contro l’intervento straniero abbiamo fortemente, solennemente protestato. Rilegga l’onorevole Solaro della Margherita la nostra nota rimessa ai ministri di Francia e d’Inghilterra, ed egli vedrà ch’essa non è che una larga protesta contro l’occupazione della parte centrale d’Italia per parte di estere potenze. Io non so come possa egli convertire queste nostre formali e solenni proteste in un appello all’intervento straniero. Ma esso mi dirà: ed il fatto di Napoli? Ed io gli risponderò recisamente che a questo fatto noi siamo rimasti assolutamente estranei. Se due grandi potenze d’Occidente hanno creduto che le condizioni interne del regno di Napoli fossero tali da non permettere loro di mantenere relazioni diplomatiche con quel governo, questo fu un fatto, lo ripeto, al quale noi siamo rimasti estranei; è un fatto che non costituisce una pressione estera, un intervento forestiero, poichè esso si ridusse semplicemente al ritiro dei respettivi rappresentanti. No, o signori, noi non crediamo aver motivo di lamentare il linguaggio tenuto nelle Conferenze di Parigi. I fatti che si sono succeduti dopo quell’epoca hanno confermato, non contraddetto le nostre parole; e quanto per noi si scriveva delle condizioni d’Italia nel 1856 è pur troppo vero nel 1858; e se ora io dovessi presentarmi di nuovo avanti quell’illustre Congresso, io non farei che ripetere i miei vaticinii, aggiungendo che hanno ricevuto pur troppo una funesta conferma di sangue. (Segni di assenso.)
Ma qui mi si fa un appunto, e per parte del conte Solaro della Margherita e per parte del conte di Revel, di nulla avere ottenuto dalla guerra d’Oriente, dalle conferenze di Parigi. Essi ci dicono: questa guerra è stata sterile; voi non ne avete riportato aumento di territorio, non una sola provincia, nemmeno un comune; dunque avete sacrificato inutilmente e uomini e danari. Non nego che vantaggi materiali apprezzabili in danari ed in ettari non ne abbiamo ottenuti; ma io penso che abbiamo ottenuto dal sistema politico da noi praticato in questi nove anni e specialmente dalla nostra partecipazione alla guerra d’Oriente, che fu il complemento del nostro sistema, immensi risultati morali. Noi abbiamo ottenuto che la nostra nazione sia cresciuta grandemente in istima ed in riputazione presso tutte le altre nazioni del mondo; noi abbiamo ottenuto di poter proclamare in faccia all’Europa ed al mondo che le condizioni dell’Italia erano gravissime, che esse richiedevano energici rimedi, che la pace d’Europa non sarebbe mai stabilmente assicurata finchè queste condizioni duravano. E, per vero dire, non fummo contraddetti. Ed io oso asserire che in ora non vi è quasi persona illuminata in Europa che non confessi questo stato di cose in Italia, che non riconosca che sarebbe non solo opportuno, ma necessario portarvi rimedio. Noi non abbiamo ottenuti risultati materiali, ma abbiamo ottenuto un grande risultato morale. Ora, signori, io credo che, se vi è un insegnamento che possiamo ritrarre dalla storia moderna, si è questo: che non vi è rivolgimento politico notevole, non vi è grande rivoluzione, che possa compiersi nell’ordine materiale, se preventivamente non è già preparata nell’ordine morale, nell’ordine delle idee. (Sensazione e larghi segni di assenso.) E se noi siamo giunti ad operare questo cangiamento nell’ordine morale e nell’ordine delle idee a favore dell’Italia, noi abbiamo fatto assai più che se avessimo guadagnate parecchie vittorie. (Benissimo!) Io so che l’asserzione già da me fatta nel seno di questa Camera in altre sessioni, e ora ripetuta, che la nostrariputazione in Europa è cresciuta di molto, viene contraddetta da parecchie persone. So, per esempio, che alcuni fogli dei partiti estremi, con atto sleale e sentimenti snaturati, si studiano ogni giorno di provare all’Europa, che noi siamo in piena decadenza morale, intellettuale e materiale.
Ma questi sforzi sono vani: i loro tentativi non riescono al di là delle nostre frontiere. Ed a conferma di quanto vi dico, vi citerò parecchi fatti. Vi farò notare, o signori, come l’interesse eccitato in Europa da tutto quanto a noi si riferisce vada crescendo. Accade qualche cosa in Piemonte? Voi vedete immediatamente tutti i fogli d’Europa prendervi interesse vivissimo, e parlare di quanto ci riguarda nel modo il più benevolo e lusinghiero. Posso dire, senza tema di esser contraddetto, che, ad eccezione della stampa ultra-reazionaria e della stampa austriaca, tutti i fogli d’Europa ci sono benevoli e non solo quelli che si stampano sulla sponda sinistra del Reno, ma altresì quelli che si pubblicano nella parte più illuminata e libera della Germania. Inoltre potrei invocare la testimonianza di tutti quei nostri concittadini, i quali in questi ultimi anni, o per ragione d’affari o per istruzione o per diletto, andarono peregrinando nelle altre contrade di Europa. Essi tutti riconosceranno di aver ovunque ricevuto le più liete e benevoli accoglienze, solo perchè portavano il nome di Sardi, di Piemontesi. Nè questa riputazione vostra si restringe nei confini della Europa, poichè abbiamo ricevuto luminose prove di simpatia dagli abitanti dell’altra sponda dell’Atlantico. E mi basterà ricordarvi il dono che i cittadini più illuminati dell’Atene americana del Nord, la città di Boston, ci fecero di un magnifico cannone. Dirò di più: la nostra riputazione si estende non solo dall’uno all’altro lato dell’Atlantico, ma fino alle più remote regioni dell’Oriente. E io sono certo, o signori, che voi avreste partecipato alla commozione da me provata nell’udire la narrazione fattami, alcuni giorni sono, da un egregio ufficiale di marina,[6] stretto congiunto di uno dei deputati che fanno al Ministero la più costante e decisa opposizione, delle accoglienze avute nei mari delle Indie. Anche voi sareste stati commossi all’udire come sulle rive del Gange e nell’impero dei Birmani avesse sentito acclamare la generosità e la lealtà del nostro Re, le virtù del nostro popolo, se aveste sentito su quelle sponde far voti per la prosperità e la gloria della nostra nazione. (Bravo!) Se ciò accadesse prima del 1848, io lo domando alla lealtà dell’onorevole conte Solaro della Margherita!
Io vi ho esposto brevemente quale fosse la nostra politica, e quali favorevoli risultamenti essa ci abbia procurato: tuttavia la questione vuol esser considerata sotto tutti i suoi aspetti; e se questa politica ebbe utili risultamenti, ebbe però alcune gravi conseguenze: non fu e non è scevra di pericoli. Difatti, o signori, era impossibile che noi ci mantenessimo fedeli alle aspirazioni del re Carlo Alberto, che volessimo conservare una politica liberale e italiana, senza che ciò provocasse contro di noi il risentimento di alcune potenze che hanno in Italia interessi diversi dai nostri. Ciò non dee recar meraviglia, ciò non può essere un argomento di rimprovero per quelle potenze medesime. La nostra politica trovandosi in diretta opposizione alla loro, è naturale, è ovvio che esse debbano nutrire verso di noi sentimenti non troppo benevoli. Io non mi dissimulo che ciò costituisca una condizione di cose gravi, una condizione che debbe preoccupare seriamente gli animi dei governanti e della nazione. E invero, o signori, quando noi confrontiamo le forze nostre colle forze materiali delle potenze cui faceva testè allusione, non possiamo a meno di considerare la nostra condizione come non scevra di pericoli. E noi, uomini positivi, noi che non dividiamo, rispetto alle cose militari, le opinioni, non dirò le illusioni, a cui si lasciava indurre ieri l’altro l’onorevole Brofferio, abbiamo dovuto occuparci grandemente di questo stato di cose. Ma come evitare questo pericolo e provvedere ad esso?
Noi abbiamo tentato di sciogliere questa questione col sistema delle alleanze, col cercare di formare, mantenere, ampliare le alleanze colle potenze occidentali, che non avevano nell’Italia interessi ai nostri contrari. Quindi il principio delle alleanze forma una delle basi cardinali del sistema seguíto e da Massimo d’Azeglio, e dai suoi successori.
Ma qui mi trovo a fronte l’onorevole Brofferio, il quale delle alleanze fa poco caso.
Esso dice che un popolo che ha la coscienza de’ suoi diritti, che ha il sentimento della sua forza, non deve badare alle alleanze, o tutto al più non deve consentire alle alleanze, se non con popoli che hanno comune con esso i principii ed i sistemi politici. Se le questioni internazionali, se gl’interessi delle nazioni si decidessero a rigor del diritto civile, se si determinassero solo colle arringhe di eloquenti patrocinatori, e venissero pronunziate da un tribunale anfizionico, io certamente mi accosterei all’opinione dell’onorevole deputato Brofferio; ma pur troppo il modo col quale le questioni politiche e le questioni internazionali vengono decise è ben diverso da quello col quale lo sono le questioni civili. Se le questioni politiche si discutono per mezzo della diplomazia nelle note, nei protocolli, nei memorandum con argomenti legali, si decidono poi, non più da tribunali anfizionici, ma sui campi di battaglia dai battaglioni e dalle squadre delle une e delle altre potenze. E pur troppo la fortuna in questo non è sempre amica alla rigorosa giustizia; la fortuna è ancora, come era ai tempi del Gran Federico, amica delle grosse schiere. Quando una nazione non può disporre di squadroni molto grossi, essa deve dar opera onde cercare d’avere all’occorrenza l’appoggio dei grossi squadroni de’ suoi amici, de’ suoi alleati. Ma l’onorevole deputato Brofferio abbandonerà forse la prima parte del suo argomento e si restringerà alla seconda, e dirà: fate alleanze, ma fatele con popoli che abbiano instituzioni e professino opinioni simili alle nostre. Io rispetto il sentimento generoso che ispira questo pensiero all’onorevole Brofferio; ma gli dirò che egli può con tutta fiducia ammettere l’alleanza con nazioni le quali non abbiano istituzioni perfettamente analoghe alle nostre, senza temere di fare atto di debolezza o di viltà, giacchè la storia c’insegna che i popoli liberi, i più fieri e più audaci, non disdegnarono di ricorrere ad alleanze con governi fondati su tutt’altri principii, quando si accinsero alle grandi imprese d’indipendenza e di libertà. Ed infatti i generosi figli di Tell, a cui fece più volte appello l’onorevole Brofferio, quando si trovarono a fronte il potente duca di Borgogna, non ricorsero essi all’alleanza del re Ludovico XI, il quale professava principii certamente ben diversi da quelli dei borgomastri di Berna e di Zurigo? E più tardi, quando i cittadini delle Provincie Unite dell’Olanda scossero il giogo di Filippo II, ricorsero agli aiuti della regina Elisabetta, regina quant’altri mai assoluta, sia dal lato politico che dal lato religioso. Venendo alla storia moderna e quasi contemporanea, non vediamo noi i puritani della Nuova Inghilterra, dopo aver combattuto per due anni nel modo più valoroso la madre patria, ricorrere al re in allora il più assoluto di Europa, a Luigi XVI? Ed in allora, non si vide forse il venerando decano della democrazia americana, l’illustre Franklin, non isdegnare di confondersi nelle anticamere di Versaglia coi cortigiani onde propiziarsi l’animo di quel re? Vorranno essi, l’onorevole Brofferio ed i suoi amici essere più puritani, più virtuosi del grande Franklin? (Ilarità generale e prolungata.)
L’onorevole Brofferio, pieno com’è di buona fede, rinuncierà forse alla seconda parte dei suoi argomenti e ci dirà: bene, sia pure, se la necessità vuole che noi ci associamo con governi coi quali non abbiamo affatto comuni le istituzioni; ma, rispetto alla Francia, eh! sarebbe più prudente l’aspettare. E qui io parlo con tutta schiettezza: l’onorevole deputato Brofferio può credere che in un avvenire più o meno lontano al Governo attuale venga a sostituirsi un altro Governo in Francia. Io credo che in quest’opinione egli vada grandemente errato: lo credo, e lo spero, giacchè, sebbene io m’abbia per la nazione francese un gran rispetto, penso che, di tutte le nazioni del mondo, essa sia la meno adatta alle forme del sistema repubblicano. Ma, tuttochè non giudichi attuabile la sua ipotesi, voglio per un istante menargliela buona ed ammettere la probabilità d’un Governo repubblicano in Francia. Ebbene, o signori, io dico che in tal caso nulla avremmo ad aspettare da quel paese, costituito a repubblica. E qui mi sia consentita una breve dissertazione storica. La storia antica e la moderna c’insegnano che le repubbliche ebbero tutte e sempre, una politica altamente egoistica. Rileggete la storia delle repubbliche greche e della romana, e citatemi un fatto solo in cui queste repubbliche abbiano guerreggiato per portare in altre contrade i principii di libertà e di civiltà. La Grecia conquistò l’Asia Minore, ma non vi fondò la libertà. Roma scorse tutta Europa colle aquile sue vincitrici, ma in nessun paese impiantò istituzioni simili a quelle che reggevano il municipio romano. Roma distrusse molti regni, molti imperii, ma distrusse anche molte repubbliche e non ne creò nessuna. Roma rovesciò tiranni, ma per innalzare sulle sue rovine proconsoli più odiosi e più dispotici di quelli che aveva abbattuto. (Bene.) Nella storia del medio evo si può forse trovare un esempio che dimostri aver le grandi nostre repubbliche italiane portato la civiltà e la libertà oltre i confini d’Italia? Vediamo la repubblica veneta, vediamo la repubblica genovese estendere il proprio dominio al di là dei mari, le vediamo far conquiste; ma dove le vediamo stabilire ordini liberi? Venezia conquista Costantinopoli, ma per sostituire ad un imperatore greco un signore franco. Venezia diventa regina di quasi tutte le isole dell’Arcipelago, diventa signora della Morea, paese classico della libertà. E qual cosa fonda in esse? Il regno de’ suoi Provveditori. E lo stesso fece Genova. Genova portò in Oriente il commercio e la sua attività, ma non vi portò la libertà e le sue instituzioni; e questo sistema di egoismo va tant’oltre, che Genova e Venezia riducono la libertà nella stretta cerchia delle loro mura, e nelle provincie italiane stesse da loro conquistate mantengono un regime, paterno sì, ma intieramente assoluto. (Sensazione.) E nei tempi più moderni vediamo forse le repubbliche seguire un sistema meno egoista e più largo? No di certo. Vi citerò l’esempio degli Stati Uniti, di quegli Stati Uniti che avevano avuto ricorso all’alleanza di un re assoluto per conquistare la loro indipendenza. Quando questa indipendenza fu conquistata, quando ebbe forza tale da poter sostenere una lotta e per terra e per mare contro l’Inghilterra, giunta all’apice della potenza per le sue vittorie sul grande Napoleone, vedete voi questa repubblica, diventata così forte, stendere una mano amica e fraterna agli Americani che combattevano allora contro la Spagna? No di certo. Voi la vedete mantenersi nella più stretta neutralità. E non si dica che ciò fu per amore di umanità, perchè rifuggiva dal sangue; giacchè, quando per gli interessi materiali di quella stessa repubblica degli Stati Uniti si rieccitò la guerra contro i Messicani, essa seppe farla benissimo, non per difenderli, ma per impadronirsi di parecchie delle loro provincie.
Ma che vado cercando esempi nella storia antica, del medio evo e nella storia moderna per provare quanto falso ed erroneo concetto sarebbe quello di far assegno sopra l’appoggio di una repubblica in Francia. Nel periodo di 60 anni si videro in Francia due repubbliche, una repubblica guerriera conquistatrice, ed una repubblica pacifica, e amendue queste repubbliche furono, rispetto all’Italia, peggio che egoiste. (Bene!) La prima repubblica, è vero, scacciò i Tedeschi dal l’Italia, ma per fare immediatamente mercimonio delle provincie conquistate a pro di quell’Austria stessa: e qui non si può dire che essa abbandonava una parte per salvare il tutto, ma dava le provincie venete per assicurare le proprie conquiste nei Paesi Bassi, sulle sponde del Reno e della Schelda. (Bene!) E la seconda repubblica? Nei consigli di essa sedevano, nei primi tempi, gli uomini che hanno voce di rappresentare le opinioni le più spinte della rivoluzione, i Ledru-Rollin, i Montfaucon, i Bastide; e che cosa fece essa? Ci negò ogni sussidio, non solo d’uomini e di danari, non solo d’armi, ma perfino il sussidio di un generale che noi avevamo avuto il torto immenso d’andargli a chiedere. (Vivi applausi.) Quando poi, mutata in parte la forma di quello Stato, si approssimò essa alquanto di più al governo monarchico, quando il Ministero sardo deliberò di rompère nuovamente la guerra, e si rivolse per aiuti al capo di quel Governo, sapete quel che accadde? Io vel dirò, e non so se commetto un’imprudenza: ma un fatto storico accaduto nove anni or sono, io penso che sia bene che si sappia da tutti. (Segni d’attenzione.) Il capo di quel Governo era deciso di ascoltare l’invito fattogli dal re Carlo Alberto di prestare aiuti materiali, efficaci, onde rompere la guerra coll’Austria: e sapete chi impedì ciò? Lo impedirono i capi dell’Assemblea nazionale, lo impedirono i ministri, tra i quali sedevano alcuni degli odierni repubblicani. Questo io lo posso dire con piena sicurezza; poichè l’ho inteso con immenso rammarico dalla bocca stessa di un illustre oratore, che aveva il triste coraggio di vantarsi meco di aver avuto parte principale nella funesta risoluzione che il Governo impose in certo modo al suo capo. Questa è la generosità delle repubbliche! (Profonda sensazione.)
Mi pare di aver distrutti tutti gli argomenti che ha addotto, e che potrebbe addurre l’onorevole deputato Brofferio. Ve ne è ancor uno che si mette talvolta in campo, non da lui, ma da persone estranee a questa Camera, che sono dell’onorevole deputato Brofferio molto più spinte, e che, quantunque or facciano plauso alle sue generose parole, probabilmente lo tratterebbero all’occorrenza qual uomo troppo moderato. (Ilarità.) Questi nei loro fogli dicono: noi non vogliamo alleanze con Governi costituiti, nè con re nè con presidenti nè con imperii nè con repubbliche; la nostra grande alleata è la rivoluzione. Insensati! che credono che la rivoluzione, che metterebbe nuovamente in pericolo i grandi principii su cui riposa l’ordine sociale, potesse essere favorevole alla causa della libertà in Europa. Insensati! che non veggono che una tale rivoluzione avrebbe per effetto quasi sicuro di far scomparire ogni vestigio di libertà sul continente europeo, e di ricondurci forse ai tempi di mezzo! Insensati! sì, ma di buona fede, che ci fanno conoscere le loro aspirazioni, le quali non sono aspirazioni patriottiche, ma solamente rivoluzionarie! Insensati! perchè amano la rivoluzione assai più che l’Italia!
Combattuti gli argomenti che si possono mettere in campo contro il sistema delle alleanze, io posso riprendere il mio discorso, e farvi conoscere il modo col quale noi lo abbiamo applicato. Per poter formare alleanza con una nazione, bisogna prima di tutto ispirarle fiducia ed acquistare la sua stima. E questo è ciò che si è fatto, applicando il sistema di cui vi ho testè tenuto discorso. Quindi bisogna cercare di promuovere i comuni interessi, di sviluppare il sentimento di reciproca benevolenza con uno scambio di servizi e di buoni procedimenti. Ed è appunto quanto abbiamo fatto e coi trattati di commercio e colle convenzioni consolari e sulla proprietà letteraria, e cercando ogni modo di rendere le relazioni internazionali facili e favorevoli. E per ottenere un tale risultato non abbiamo avuto a durare grande fatica, lo dico con soddisfazione, poichè abbiamo trovato gli animi, sia del Governo inglese, sia del Governo francese, molto ben disposti a nostro riguardo. Questo sistema però si andava lentamente svolgendo, quando la guerra d’Oriente venne a darvi una solenne consecrazione, somministrandoci un mezzo di tradurre questa benevolenza reciproca, questi sentimenti di simpatia in un formale trattato. E qui ancora debbo avvertire che, nel partecipare alla guerra d’Oriente, noi abbiamo avuto in mira di dare il suggello a quel sistema di alleanze che avevamo fin allora praticato. Il Congresso di Parigi ci somministrò un’occasione di dare a questo sistema maggiore sviluppo. Cercando di applicarlo largamente, non solo rispetto alla Francia ed all’Inghilterra, ma rispetto a tutte le nazioni che non hanno in Italia interessi contrari ai nostri, che riputiamo anzi avere interesse acciocchè le condizioni d’Italia si migliorino, abbiamo fatto quanto stava in noi per ristabilire buone relazioni coll’impero russo e per accrescere il sentimento di reciproca benevolenza col regno di Prussia. Io credo che, rispetto alla Russia, noi abbiamo raggiunto il nostro intento, e che ora possiamo vantarci di avere con essa le migliori relazioni. Non so che nella storia passata vi sia stato tempo in cui queste relazioni fossero migliori. Certamente io penso che la Russia ci sia ora per lo meno altrettanto benevola quanto lo fosse ai tempi del conte Solaro della Margherita, quando si minacciava, non dirò una guerra, ma una interruzione di relazioni diplomatiche con quel grande impero a cagione del colore delle barbe che la moglie del legato russo avesse a portare ai balli di Corte.[7] (Ilarità generale e prolungata.) Rispetto alla Prussia i nostri sforzi riuscirono pienamente, ed io son lieto di poter assicurare la Camera, che dopo le Conferenze di Parigi si stabilirono tra noi e la Prussia le più amichevoli relazioni e che continuamente il Gabinetto di Berlino ci dà prove novelle della sua simpatia ed amicizia.
Io ho detto alla Camera che il Ministero aveva adottato il sistema delle alleanze, e quali mezzi aveva posto in opera per attuarlo. Ma, se vi ho dichiarato che per formare e mantenere le alleanze bisogna mostrarsi verso gli alleati benevoli e condiscendenti, e che è mestieri talvolta ascoltare i loro consigli quando non sono dettati da spirito di prepotenza, ma bensì da sentimento di sincera amicizia, dico però che questa condiscendenza, questa arrendevolezza ha dei limiti che non si possono superare. Noi opiniamo che alle alleanze, non solo non si debbono sacrificare nè gli interessi nè la dignità nè l’onore del paese, ma nemmeno i principii sui quali riposa la nostra politica, cioè le massime, i sentimenti che noi crediamo giusti ed equi. Ed io, o signori, non esito a dire che questo principio l’abbiamo costantemente praticato. Io potrei citare numerosi esempi; tuttavia mi restringerò a ricordarne due, i quali, riferendosi a fatti che hanno avuto una grande pubblicità, possono essere posti sotto gli occhi del Parlamento senza inconveniente. La Camera sa quanto ci stia a cuore l’alleanza inglese, quanto essa stia a cuore a tutti i ministri ed a me, che ebbi spesso voce d’anglomano. Eppure a questa alleanza noi non abbiamo mai sacrificati i nostri principii, non abbiamo mai sacrificato quello che credevamo giusto ed equo, e non abbiamo dubitato di separarci dall’Inghilterra nelle questioni nelle quali noi non credevamo che essa avesse pienamente ragione. Dopo le Conferenze di Parigi e il trattato di pace, l’Inghilterra si mostrò ancora grandemente preoccupata della questione d’Oriente, e mossa dal desiderio di spingere le conseguenze del trattato di pace fino agli ultimi limiti, sino a limiti che a noi non parevano ragionevoli; ed in una questione speciale, però gravissima, quella di Belgrado, l’Inghilterra credette di dover richiedere una determinata applicazione di un articolo del trattato di Parigi, e fece istanze benevoli, ma vive, presso noi, onde avessimo ad appoggiare le sue viste. Esaminata la questione e non trovandola conforme ai principii della stessa giustizia, trovando che l’interpretazione dell’Inghilterra, se poteva dirsi giusta, secondo lo strettissimo significato della lettera, era però contraria allo spirito del trattato, noi non abbiamo esitato un momento a separarci in parte dall’Inghilterra ed a resistere alle sue istanze, senza però accostarci pienamente all’opinione della Francia e della Russia. Noi abbiamo tenuto una via di mezzo e, dopo parecchi mesi di discussioni più o meno vive, abbiamo avuta la soddisfazione di vedere le due parti accostarsi alla nostra opinione ed adottarla come base di una nuova convenzione. Così pure nella questione dei Principati Danubiani, noi, con nostro gran rincrescimento, abbiamo dovuto separarci dall’Inghilterra; noi abbiamo creduto essere obbligo nostro di non abbandonare la causa dei popoli rumeni (Bravo! Bene!) e di continuare a propugnare nei limiti delle nostre forze quegli stessi principii che per un momento si era riuscito, coll’aiuto di potenze molto più forti di noi, di far prevalere nelle Conferenze di Parigi. Così noi non abbiamo potuto seguire l’Inghilterra nel ravvicinamento che essa ha creduto dover operare coll’Austria. Questo vi dimostra che sappiamo accoppiare la deferenza dovuta ai nostri alleati, col sentimento non della nostra dignità, ma dei nostri doveri, col rispetto ai grandi principii che informano la nostra politica.
Io, o signori, con queste esposizioni ho cercato non solo di farvi conoscere quale sia stata la nostra politica, ho cercato di mettervi sotto gli occhi i risultati favorevoli e sfavorevoli che da essa ne sono derivati. Voi conoscete quindi la vera nostra posizione rispetto alle altre potenze d’Europa; epperciò potete fondare il giudizio che sarete per pronunziare sui fatti speciali relativi alla legge che vi è sottoposta, appoggiandovi sopra la condizione nostra rispetto alle altre potenze. Vengo ora all’esame dei fatti politici che indussero il Ministero a presentare all’approvazione della Camera il presente progetto di legge.
L’orizzonte politico al principio dell’anno che corre non pareva oscuro. Gli Stati di Occidente erano assorti dal pensiero di riparare ai funesti effetti di una crisi economica e finanziaria che aveva prodotto disastri senza esempio nelle principali città del mondo, allorquando avvenne l’attentato del 14 gennaio. Questo fatto produsse in Francia un’immensa commozione, e non solo sui governanti, ma sull’intera nazione. Ed invero, o signori, se si riflette alle circostanze che accompagnarono quest’atto esecrando, le conseguenze che ne seguirono, voi non ne sarete maravigliati. Infatti, o signori, se ponete mente alla macchinazione dell’attentato, ai mezzi impiegati; se pensate che il nefando atto era diretto, non solo contro il capo dello Stato, ma altresì contro una donna, che, estranea a tutti i partiti, non è conosciuta che per i suoi atti di beneficenza e da tutti amata e rispettata; se considerate finalmente che questo non si presentava come fatto isolato, ma come un atto che teneva dietro a molti altri di egual natura, voi non sarete maravigliati se gli animi dei governanti di Francia altamente si commossero. Era quindi naturale che il Governo francese cercasse modo d’impedire il rinnovamento di questi atti, e che a tale scopo si rivolgesse alle potenze; e noi dobbiamo riconoscere che i dispacci da esso dettati, e massimamente quello a noi rivolto, sono improntati di un sentimento d’amicizia e di benevolenza, che da coloro i quali è stato letto questo documento non può a meno che essere stato riconosciuto. Non è però che io creda che in tale dispaccio i fatti relativi al nostro paese siano tutti apprezzati nel modo il più giusto; chè anzi io non esito a dire essere mia opinione che, in merito di molti di questi fatti, e specialmente rispetto agli avvenimenti accaduti a Genova nello scorso giugno, vi è in quello scritto un giudicio soverchiamente severo e non del tutto conforme alla verità. Io credo che si siano dal Governo francese sommamente esagerate e le cause e le conseguenze di quei fatti, e che sia rimasto nel di lui animo una soverchia preoccupazione per ciò che ad essi si riferisce. Come diceva, la Francia si rivolse a tutte le potenze vicine ed amiche onde far in modo che non si rinnovasse quel misfatto, e a noi s’indirizzò col dispaccio del 23 gennaio ultimo. Qui debbo dire ciò che era stato accennato nella relazione della commissione, ma forse in un modo non abbastanza chiaro e per cui qualche membro della Camera non ha per avventura potuto farsene un esatto concetto. A quel dispaccio non fu risposto ufficialmente, cioè non fu risposto con un altro dispaccio diretto al nostro ministro a Parigi, da comunicarsi al ministro degli affari esteri di Francia. Avvertirò che non vi è negli usi diplomatici stretto obbligo di rispondere ufficialmente per iscritto ad un dispaccio comunicato. Un dispaccio comunicato non è una nota, non racchiude che osservazioni che si fanno da un Governo all’altro per mezzo del ministro, e non vi si dà l’importanza ed il peso di una nota. Ad una nota si deve sempre rispondere con un’altra nota; invece ad un dispaccio comunicato si può rispondere o con un altro dispaccio diretto al ministro accreditato presso la potenza che ha dettato il primo, oppure si risponde verbalmente al ministro che lo presenta, o si fa rispondere dall’ambasciatore presso la potenza da cui venne il dispaccio. Noi abbiamo creduto miglior consiglio l’adottare la risposta verbale, conoscendo lo stato di preoccupazione legittima in cui si trovava il Governo francese, e vedendo che era poco opportuno ed utile l’impegnare una specie di polemica al riguardo. Se si avesse dovuto rispondere a quel dispaccio, sarebbe stato necessario entrare in molte spiegazioni rispetto ai fatti di Genova e rispetto ad alcuni altri fatti che non parevano perfettamente esatti; e questo, allo stato degli animi, avrebbe potuto produrre inconvenienti. Quindi abbiamo creduto meglio rispondere verbalmente, e l’abbiamo fatto per mezzo di comunicazione confidenziale in modo conforme a quanto c’imponeva il dovere, come rappresentanti di un popolo nobile e leale. Abbiamo dichiarato al Governo francese che eravamo pronti a fare quanto stava in noi onde impedire il rinnovamento di deplorevoli attentati; abbiamo detto che eravamo disposti ad applicare con tutto il rigore i mezzi che la legge ci somministrava onde impedire che nel nostro Stato si tramassero cospirazioni che avessero potuto poi esser poste ad effetto con uno di quei fatti esecrabili; tuttavia io confesso schiettamente che da principio riputavamo potersi un tale scopo conseguire colla sola applicazione, forse più stretta e severa, delle leggi vigenti.
Eravamo in questa opinione e l’avevamo manifestata al Governo francese, quando un fatto accadde il quale venne a modificarla. Prima di venire all’esame di questo secondo fatto e di esporvi le considerazioni politiche le quali ebbero su di noi tanto peso da indurci a presentarvi questo grave e combattuto progetto di legge, io debbo esporre alla Camera che, mentre parlando col rappresentante francese riconoscevamo la necessità di valerci di tutti i mezzi per tentar d’impedire, per quanto era in noi, la riproduzione di simili atti, e far sì che il Piemonte non divenisse un luogo dove si potessero tramare rivoluzioni e cospirazioni, nel mentre stesso, dico, che riconoscevamo la gravità del male e cercavamo di ripararlo, non mutavamo perciò linguaggio col Governo francese, per ciò che riguarda le misere condizioni delle altre parti d’Italia, nè tralasciavamo di fargli osservare, che se gli attentati erano opera, pur troppo, di fuorusciti italiani, il sottoporre questi a stretta sorveglianza e l’impedirli, per quanto si poteva, di cospirare, non costituiva che un palliativo; riconoscevamo il male gravissimo, ma non consentivamo che quel rimedio fosse sufficiente: rimedio radicale sarebbe stato soltanto impedire che queste emigrazioni si rinnovassero di continuo, che il numero dei rifugiati avesse sempre ad accrescersi. Noi in questa circostanza, lo dichiaro alla Camera ed al conte Solaro della Margherita, per provargli che io sono peccatore impenitente (Si ride), abbiamo adoperato col Governo francese un linguaggio identico a quello che tenevamo al Congresso di Parigi. E per dargliene una prova irrecusabile, gli dirò che, appunto quando eravamo già preoccupati della ricerca dei mezzi onde impedire la rinnovazione di questi attentati, quando si dibatteva la questione se si poteva ottenere questo scopo coi mezzi che la legislazione somministrava, oppure se era necessario chiederne dei nuovi al Parlamento, appunto allora noi richiamavamo l’attenzione del Governo di Roma e di quello di Francia sullo stato di cose che produceva quest’emigrazione, che rendeva necessarie pur troppo queste provvisioni straordinarie, per ovviare ad un male che ben si sapeva non aver origine in Piemonte. E infatti, l’11 febbraio di quest’anno, poco meno che quattro settimane dopo l’attentato, io rivolgeva al nostro incaricato d’affari in Roma, il conte della Minerva, un dispaccio con ordine di comunicarlo e di lasciarne copia al cardinale Antonelli, nel quale io indicava gl’inconvenienti lamentevoli, i casi atroci che da questo sistema di rigore derivavano. E questo dispaccio io lo comunicava officialmente alla Francia ed alle altre potenze amiche. In esso io diceva: «Questo sistema d’espulsione dai proprii Stati, esercitato su larga scala dal Governo pontificio, giacchè nel solo nostro territorio i sudditi di S. S. così espulsi sommano a più centinaia, non può a meno d’avere le più funeste conseguenze. L’esiliato per sospetti o per men buona condotta non è sempre un uomo corrotto o affigliato indissolubilmente alle sêtte rivoluzionarie. Trattenuto in patria, sorvegliato, punito ove d’uopo, potrebbe emendarsi, o per lo meno non diverrebbe uomo grandemente pericoloso. Mandato invece in esilio, irritato da misure illegali, costretto a vivere all’infuori della società onesta, e spesso senza mezzi di sussistenza, si mette necessariamente in relazione coi fautori delle rivoluzioni. Quindi è facile a questi l’aggirarlo, sedurlo, affigliarlo alle loro sêtte. Così il discolo diventa in breve settario, e talora settario pericolosissimo. Onde si può con ragione asserire che il sistema seguíto dal Governo pontificio ha per effetto di somministrare di continuo nuovi soldati alle file rivoluzionarie. Finchè durerà in esso, tutti gli sforzi dei governi per disperdere le sêtte torneranno vani; perchè a mano a mano che s’allontanano gli uni dai centri pericolosi, altri vi convengono in certo modo spediti dal proprio Governo. A ciò si deve attribuire la vitalità straordinaria del partito mazziniano, e vi contribuiscono in gran parte le misure adottate dal Governo di Sua Santità.» (Vivo movimento.)
Vede adunque la Camera che, mentre per noi si riconosceva schiettamente e lealmente la necessità di riparare a mali gravissimi, indicavamo con coraggio ed energia quale fosse l’origine vera di questi mali, e come in questa contingenza non abbiamo disdetto alla politica da noi seguita nelle Conferenze di Parigi.
Proseguo ora nella mia esposizione. Mentre si stavano fra noi ventilando i progetti, i mezzi più acconci per raggiungere lo scopo che ci proponevamo d’accordo col Governo francese, venne pronunciata da un tribunale torinese l’assoluzione del giornale La Ragione, stato processato per aver pubblicato un articolo, che fu ravvisato dal Ministero Pubblico come contenente l’apologia dell’attentato del 14 gennaio. Questa assolutoria fece senso gravissimo nel paese ed all’estero (Movimenti); noi abbiamo dovuto preoccuparci grandemente e dell’effetto che essa produceva, e delle conseguenze che ne sarebbero potute derivare. In allora, preso a maturo esame lo stato delle cose politiche, abbiamo deciso di presentare alla firma del Re, quindi all’approvazione del Parlamento, un progetto di legge per punire le cospirazioni, per meglio definire il crimine dell’apologia del regicidio, e per riformare la formazione della lista semestrale dei giudici del fatto. Volendo però parlare con tutta schiettezza, vi dirò che due considerazioni politiche ebbero influenza principale sulla nostra deliberazione. Qui, o signori, entro nella parte la più delicata, la più spinosa del mio discorso, ed ho perciò bisogno di tutta la vostra indulgenza. (Movimenti di attenzione.)
Dopo il 1831 si costituì, dentro e fuori d’Italia, una setta, la quale, mossa da ardenti sentimenti di patriottismo, mirava al conseguimento dell’indipendenza della patria. Nell’assenza assoluta di libertà in Italia, a fronte di generosi propositi manifestati con non comune ingegno, questa setta riunì nelle sue file gran parte della gioventù animosa d’Italia. Questa setta è la Giovine Italia. I suoi tentativi avendo fatta mala prova, perdette, prima ancora del 1848, una parte dei suoi aderenti, e quando l’êra delle riforme spuntò in Italia, altra parte di essi fece adesione e si unì al partito che credeva di poter conseguire il miglioramento delle sorti nazionali coll’impiego di mezzi pacifici. Tuttavia le sue file erano ancora numerose quando accaddero i fatti del 1848. Io non rianderò qui la parte che quella setta prese agli avvenimenti di tale epoca; io non voglio impegnare una polemica storica nè fare recriminazioni: mi limiterò a dire, essere fermamente convinto che l’opposizione che essa fece a re Carlo Alberto contribui non poco al triste risultato dei nostri sforzi armati. Comunque sia, quando quell’epoca di glorie e di sventure fu chiusa, quando nel 1849 tutti gli antichi governi furono ristabiliti in Italia, quando la setta dovette abbandonarne tutte le provincie e ritirarsi all’estero, essa si trovò, se non con le sue file diminuite, certamente con gli animi molto più cupi ed inaspriti, e deliberata alle più sinistre imprese. Ed invero, o signori, essa fu vista a modificare poco a poco le sue dottrine, e venir proclamando come mezzi legittimi quelli che prima del 1848 inspiravano ai settari stessi un giusto orrore. Noi la vediamo dichiarare non solo potersi, ma doversi mutare le spade in pugnali, le imprese in attentati, le battaglie in assassinii. La prima applicazione di queste tristi massime ebbe luogo il 6 febbraio a Milano.[8] Non è mio intendimento il ricordare tutti questi tristi casi, e le funeste conseguenze che produssero e per la Lombardia e per l’Italia. Questi fatti apersero gli occhi a molta gente, e le file di quella funesta fazione si diradarono d’assai. Quasi tutte le persone di onesti intendimenti, di animo generoso, si allontanarono da un uomo che li conduceva a così terribile e sconsigliato passo. La setta, ridotta di numero, si abbandonò a più tristi propositi, credette supplire alle scemate forze coll’adottare mezzi sempre più violenti, e, mi sia lecito il dirlo, iniqui. Quindi, dopo i fatti di Milano, dopo alcuni altri tentativi non meno stolti e non meno criminosi, la vediamo ne’ suoi scritti accostarsi a poco a poco a teorie più esplicitamente giustificative dell’assassinio politico. Questo, o signori, è un fatto grave, è un fatto luttuosissimo. È oltre ogni dire doloroso che esista una fazione italiana, la quale abbia potuto concepire e predicare una così nefasta, una così orribile dottrina. Io so che la responsabilità di questo fatto non dee ricadere interamente sui traviati che hanno seguíta questa perversa dottrina; so e proclamo altamente che i sistemi che hanno condotto tanta gente a vivere per tanti anni fra i dolori dell’esilio, fra le angoscie della miseria, nel rammarico della patria perduta; che i sistemi che costrinsero animi che la natura avea dotati di sensi generosi a vivere lontani da ogni affetto di famiglia hanno gran parte della responsabilità dei fatti che ho ricordati (Segni di approvazione); nulla di meno questi fatti esistendo, noi dovevamo preoccuparcene.
È un gran male per l’Italia che all’estero si possa dire: vi è in quella nazione una setta che professa la dottrina dell’assassinio politico! Ma quello che è più grave, più doloroso, o signori, si è che queste fatali dottrine trovarono nella penisola un terreno in certo modo preparato a riceverle. Ve lo dissero meglio di me, con eloquenti e calde parole, i deputati Mamiani e Farini; vi esposero essi quale è la condizione delle Romagne; vi fecero sapere da quali popolazioni ardenti, generose, appassionate esse sono abitate; vi dissero come il senso morale in quelle provincie sia stato da molti anni traviato; e come le sètte, e le sètte sanguinose, in quei paesi esistano, in qual modo vi siano nate, cioè forse in forza dello spirito di rivoluzione, ma siano state grandemente accresciute per opera della reazione. (Sensazione.) È un altro fatto gravissimo, o signori, che le dottrine funeste, infami delle sètte eccessive trovino una misera popolazione disposta ad accogliere ed a tradurre i precetti in atti. Questi due fatti sono della massima importanza e possono arrecar danno immenso all’ Italia. Impediscono l’opera alla quale noi ci eravamo accinti, nuocono alla riputazione della nostra penisola, sono di ostacolo a quella vittoria morale che noi abbiamo tanto in animo di conseguire; vietano, in una parola, che la necessità delle riforme da portarsi in Italia sia da tutta l’Europa riconosciuta. Ebbene, o signori, noi abbiamo creduto che, poichè vi era una setta che professava le dottrine dell’assassinio politico, poichè vi erano popolazioni che, forse per colpa altrui, erano disposte ad applicare queste dottrine, abbiamo creduto che era opera necessaria (con calore), nell’interesse del Piemonte e dell’Italia tutta, che nell’unico Stato italiano retto a libertà sorgesse altamente la voce, non solo del Governo, ma della nazione dal Parlamento rappresentata, a protestare solennemente, energicamente contro la scellerata dottrina dell’assassinio politico. (Vivi segni di approvazione da tutti i banchi della Camera.) Ecco il primo motivo politico che ci ha indotti a presentarvi il presente progetto di legge. Ve ne ha un altro, o signori, più doloroso ancora. (Movimento d’attenzione.)
Dopo l’attentato del 14 gennaio da varie parti d’Europa giunse al Governo la notizia che i settari, eccitati dal fatto di Parigi, si dimostravano più passionati che mai, e che nelle loro conventicole si parlava non solo di ricominciare l’opera esecranda, ma di estenderla ad altri capi di Governo. Non si trattava più solo dell’imperatore di Francia, era questione di un sovrano che molto più da vicino ci interessa. (Sensazione.) Finchè queste comunicazioni ci furono fatte da paesi lontani, da paesi che potevano supporsi avere qualche interesse a spingerci nella via delle misure preventive, siamo stati esitanti; tanto rifuggivamo dal credere che un tale proposito potesse allignare in un’anima italiana qualunque. Ma gli stessi avvertimenti ci vennero da una fonte che non poteva essere sospetta; ci giunsero da un Governo agli esuli amicissimo, da un Governo che fa ogni giorno i maggiori sforzi per mantenere intatto il diritto di asilo ed impedire che provvedimenti soverchiamente severi siano adottati rispetto agli esuli.
Queste notizie non potevano più essere rivocate in dubbio; che cosa dovevamo fare in allora, o signori? Potevamo a fronte di sì precise nozioni opporre lo scetticismo, l’incredulità? Forse taluno mi dirà: voi dovevate respingere queste informazioni, giacchè si trattava di tal fatto moralmente impossibile. No, o signori, il fatto non è moralmente impossibile, e già ve lo diceva ieri l’onorevole mio amico il deputato Rattazzi: quando si entra nella via del delitto, uno non ritrae il piede quando il delirio, quando il creduto interesse lo spinge avanti; ed è pur troppo, o signori, interesse di coloro, che sperano di portare in Italia la rivoluzione e riuscire trionfanti, di non avere a fronte il Re Vittorio Emanuele, giacchè essi sarebbero sicuri che, solo, basterebbe a deprimerla e debellarla. (Bene! bravo!) Quindi, o signori, il dubbio non era possibile; che cosa dovevamo noi fare? Dovevamo restringerci a consigliare all’animo nobile e generoso del nostro Re di circondarsi di qualche precauzione di polizia! No, o signori (con forza); noi saremmo stati grandemente colpevoli, se, a fronte di questo pericolo non avessimo cercato d’impedirlo, non solo con mezzi materiali, ma con mezzi morali. Se non avessimo cercato di così provvedere, quando la nazione avrebbe avuto conoscenza di questo fatto, di tali premeditazioni, ci avrebbe reso risponsabili della nostra incuria; la nazione, quando avesse saputo quello che conoscevamo noi, si sarebbe alzata sdegnata contro di noi, e ci avrebbe sbalzati da questi seggi per non avere energicamente operato. Noi abbiamo quindi creduto di compiere ad un sacro dovere rispetto ai nostri concittadini, e non abbiamo agito in ciò per impulso d’altri sentimenti. Tuttavia, nel considerare gli effetti che avrebbe potuto aver la nostra incuria, non ci sfuggì di mente che, se la nazione avesse saputo che, mentre stava al potere un Ministero che si diceva liberale, nulla si era fatto per colpire una dottrina infame che minacciava i giorni del sovrano, una reazione avrebbe potuto prodursi; giacchè, o signori, le masse non sono sempre ragionevoli, e quando si trovano a più riprese eccitate da legittimi motivi, una profonda, irrefrenabile reazione si sarebbe prodotta non solo contro di noi, ma contro l’intero partito liberale. (Benissimo.) Ecco, o signori, la seconda considerazione politica che ci ha mossi a presentare l’attuale progetto di legge. Io credo che nessuno potrà riconoscere in questa l’effetto di una pressione straniera; nessuno potrà trovarvi un atto che non sia conforme al sentimento della dignità e del dovere. No, non vi fu pressione; o se vi fu, essa fu quella a cui gli uomini più onesti devono piegare, fu quella della nostra coscienza. (Benissimo! Bravo!)
Io vi ho spiegato schiettamente quali fossero i principii politici che ci mossero a presentarvi questo progetto di legge. Non avrei quindi nulla da aggiungere, non volendo entrare nel terreno della legalità, che spetta all’onorevole mio collega guardasigilli, se non avessi ancora a purgarmi dell’appunto dell’aver noi fallito ai nostri precedenti politici, di esserci posti in contraddizione coi nostri principii, aggiungendo alla legge un articolo relativo alla formazione della lista dei giurati. Taluno ci dirà: le osservazioni vostre stanno bene per gli articoli che si riferiscono alle cospirazioni e all’apologia dell’assassinio politico; ma perchè toccare alla istituzione dei giurati? Voi con ciò vulnerate la legge sulla stampa; portate, come disse l’onorevole Cotta-Ramusino, la mano sull’arca santa dello Statuto; commettete un sacrilegio. Io non credo che col proporre questo articolo terzo ci siamo posti in contraddizione nè colle nostre dottrine nè collo spirito che informa la legge della stampa nè collo Statuto. La nostra opinione sui giurati è opinione vecchia: l’onorevole di Revel, ricordando ieri la legge sulla stampa del 1852, ci disse ch’egli fin d’allora prevedeva necessaria una nuova modificazione della legge della stampa, e vi proponeva di andare più in là per non essere costretti a ritornare sul doloroso argomento. Io riconosco che il conte di Revel non è sollecito di mutare ad ogni istante le leggi organiche: ma, s’egli avesse riandata quella discussione, ricorderebbe che, mentre il Ministero si opponeva a quelle altre modificazioni che si erano andate proponendo relative alla cauzione, alla sottoscrizione degli articoli, al bollo sui giornali, e che so io, dichiarava altamente di riconoscere che il sistema dei giurati, stabilito dalla legge del 1848, era cattivo. Difatti, rispondendo all’onorevole Menabrea, o parlando a non so chi altri, dissi queste parole: «Fra tutti i sistemi che sono in vigore presso le nazioni più civili dell’uno o dell’altro continente, il Ministero crede che il nostro sia il più difettoso.» Dunque l’onorevole conte di Revel vede che l’opinione della necessità di riformare la composizione del giurì era già nel Ministero fin dal 1852.
Noi avremmo desiderato, lo desidero io, lo desiderano tutti i miei colleghi, che la riforma dei giurati potesse aver luogo contemporaneamente all’estensione della competenza del sistema dei giurati, giacchè noi siamo fautori di questa istituzione, sinceramente fautori in tutta la sua ampiezza; ma non potendo sperare di ottenere prossimamente questa riforma, perchè sappiamo che l’estensione della giurisdizione dei giurati ai reati comuni incontra una vivissima opposizione dentro e fuori del Parlamento, noi pensavamo che vi era intanto urgenza di provvedere almeno con quella riforma. Il pericolo dell’apologia, il male che può cagionare la diffusione di quelle dottrine di cui vi parlava, sono imminenti, sono di tutti i giorni; epperciò noi dovevamo provvedere immediatamente. E che vi sia necessità di provvedere, ve lo ha dimostrato egregiamente ieri l’onorevole Rattazzi, quando colle cifre in mano vi provava non esservi stata e non potervi essere repressione di sorta pei delitti di stampa. Ma, o signori, questa opinione dell’impossibilità di repressione per parte dei giurati è generale nella magistratura e nel Ministero Pubblico. E se qui si può parlare di qualche cosa d’individuale, io vi citerò un fatto che ebbe nell’animo nostro un’influenza grandissima. Appena venne pubblicata la sentenza d’assolutoria della Ragione, un egregio magistrato[9], un magistrato del cui liberalismo nessuno può dubitare e delle cui virtù civili tutti sono convinti, perchè diede prove di coraggio a nessuno seconde, essendo quegli che, in tempi in cui le libertà erano meno saldamente stabilite, ebbe l’energia di richiedere di prigione avanti alla Corte d’Appello di Torino l’arcivescovo Franzoni; ebbene, quel magistrato, appena venne pronunciata l’assolutoria del giornale La Ragione, mandò le sue dimissioni al Ministero, dichiarando che la sua coscienza non gli consentiva di rimanere a capo del Ministero Pubblico quando non aveva i mezzi di provvedere all’esecuzione delle leggi. E, ci sia lecito il dirlo, noi crediamo di poter essere altrettanto teneri della esecuzione delle leggi che non lo sia l’illustre, il virtuoso capo del Ministero Pubblico di Torino. E qui, riguardo alla riforma dei giurati, non crederei che faccia mestieri di purgarla dalla taccia di essere il risultato della domanda di un’estera potenza, poichè, a dirvelo schiettamente nè ufficialmente nè ufficiosamente nè privatamente nè in pubblico, non mai si è parlato con rappresentanti diplomatici di riforma di giurati. Questo è un atto tutto nostro spontaneo, è un atto che ci è dettato dalla stretta necessità di provvedere, e di provvedere prontamente, contro un immenso sconcio. Noi vogliamo la riforma dei giurati per molti motivi; ma uno dei principali sapete qual è? Si è perchè noi siamo amici del sistema dei giurati; perchè noi desideriamo che questo sistema venga applicato ed esteso; perchè siamo convinti che la mala prova che esso ha fatto, ha prodotto nell’opinion pubblica un pessimo effetto, e che gran parte dell’opposizione che l’estensione di questo sistema incontra non solo nei banchi dell’estrema Destra, ma anche presso persone liberali ed illuminate, proviene dal modo di applicazione che ha avuto finora. Noi abbiamo voluto modificare l’istituzione dei giurati, perchè, se desideriamo che rispetto alla stampa si mantenga una legislazione larga e liberale, desideriamo altresì che la legge, comunque sia, venga eseguita. Noi crediamo che sia un inconveniente immenso il vedere ogni giorno una legge apertamente violata, senzachè vi sia mezzo di portarvi rimedio. Ora, io dico che l’esistenza di giornali i quali si professano apertamente repubblicani, di giornali che dichiarano aver per iscopo di rovesciare le nostre istituzioni, di promuovere, non solo nelle altre parti d’Italia, ma nel nostro paese una rivoluzione; io dico che l’esistenza di questi giornali costituisce un’offesa perenne, continua alla legge; e questo è un gravissimo sconcio, che è nostro dovere di riparare e correggere. (Segni d’approvazione.)
La Camera ha udito le spiegazioni che ho avuto l’onore di darle intorno alla parte interna, nonchè le considerazioni politiche, le quali hanno determinato il Ministero a presentare questa legge. Dopo di ciò, io spero, non ratificherà la sentenza dell’onorevole deputato Valerio e si pronuncierà per l’assolutoria. Io non so se le mie spiegazioni e l’esposizione da me fatta saranno riputate soddisfacenti dall’onorevole deputato di Revel e dai colleghi suoi, al nome dei quali egli parlava: se dopo questo, egli darà ancora il partito favorevole alla legge, io gli sarò doppiamente grato, giacchè egli ha dovuto vedere come il programma politico del Ministero sia diverso dal programma politico che egli ha esposto ieri alla Camera, ed ha potuto riconoscere non essere il Ministero disposto ad acquistare il suo appoggio col sacrifizio del menomo dei principii che hanno finora informata la sua politica. I varii membri e frazioni del partito liberale dalla discussione che ebbe luogo, hanno bastantemente rilevato esservi due programmi politici in presenza; e, nel dare il loro voto nella presente questione eminentemente politica, penseranno alle conseguenze che esso potrà avere, nè vorranno, spero, gettare nell’urna un suffragio che possa dar vita ad un programma che è certamente lontano dai loro desiderii. Questa è, non lo posso celare, una gravissima quistione, da cui pende la sorte del Ministero; è quistione che dee trar seco ciò che si dice una crisi ministeriale; e ciò non per volontà o capriccio, se volete, o per eccessiva suscettibilità dei Ministri, ma per necessaria, inevitabile conseguenza delle cose stesse. In un paese dove si pratica lealmente il sistema costituzionale, quando un Ministero si trova in aperto dissenso colla maggioranza della Camera elettiva sopra una questione politica, dee succedere necessariamente una crisi ministeriale. Se ciò è vero in astratto, lo debb’essere tanto più nel caso nostro, giacchè non si tratta d’una controversia politica ordinaria; non è questione solamente di sapere se il nostro sistema abbia ad essere più o meno allargato o ristretto; se, politicamente parlando, si abbia a piegare più verso una potenza che verso un’altra; si tratta di decidere se il Ministero ha fallito al primo dei suoi doveri, se il Ministero ha saputo tutelare l’onore e la dignità nazionale, se il Ministero si è reso colpevole di tutto quanto gli vengono imputando gli onorevoli Valerio, Bertazzi e coloro che hanno parlato a sostegno delle dottrine della maggioranza della commissione. Se voi, signori, dividete le opinioni della maggioranza della commissione, non dovrete più consentire che sediamo qua come rappresentanti della Corona. Noi aspettiamo quindi con confidenza il voto ed il giudizio che state per pronunziare: comunque esso sia per essere, l’accetteremo con riverenza. Se confermate la sentenza portata dalla maggioranza della commissione per organo dell’onorevole deputato Valerio, noi nel piegare il capo, vi dichiariamo però francamente che nella nostra coscienza non ratificheremo questo giudizio. Ci sarà facile il determinarci al non grave sacrificio di rinunziare ad un potere che forse riteniamo da troppo tempo; e, quando a ciò fossimo indotti, nel ritirarci nella vita privata, noi non abbiamo certamente lo stolto orgoglio di pretendere che sia stata la nostra condotta scevra da ogni errore, che non abbiamo meritato per qualche rispetto il fato che ci sarà toccato. Tuttavia, o signori, se nel procedere in allora, come dovere incombe, al nostro esame di coscienza (Ilarità), ci avverrà di riconoscere molte pècche; se, per ciò che mi riflette (e trattandosi di esame di coscienza, non voglio parlare che a mio nome), (Nuova ilarità) se verrò ad essere convinto di non avere, nel difficile assunto di accrescere quasi del doppio le risorse dello Stato, sempre promossi i provvedimenti più acconci e più convenienti; di non aver sempre applicato nel modo il più opportuno i sani principii di economia politica e finanziaria, sarò costretto a confessare che ho troppo presunto delle forze del paese, che mi sono lasciato illudere dalla fede immensa che io nutro nel suo avvenire; se, in una parola, sarà per me dimostrato che non sempre le forze e l’ingegno hanno corrisposto allo zelo e alla devozione; di una cosa, o signori, sono sicuro (e qui parlerò di nuovo a nome di tutti i miei colleghi antichi e nuovi), che, se per ciò che riguarda la politica interna noi abbiamo potuto errare, per ciò che ha tratto all’estera politica, qualunque sia la vostra sentenza, la nostra coscienza ci dice che non abbiamo compiuto un atto, non scritto una linea, non pronunciato una parola che non ci sia stata ispirata da un caldo amore di patria, da un vivissimo desiderio di promuoverne gl’interessi, di accrescerne gli onori; che qualsiasi nostra azione fu costantemente guidata dall’irremovibile intendimento di mantenere illesa la dignità nazionale, di serbare pura da ogni macchia, sia sui campi di battaglia, come nell’arena della diplomazia, quella gloriosa tricolore bandiera che affidava alle nostre cure un generoso Sovrano. (Applausi vivissimi e prolungati nella Camera e dalle tribune.)
Note
- ↑ Una lettera famigliare del conte di Cavour dimostra l’effetto che produssero sull’animo suo i fatti del gennaio. Eccone un brano: «Il tempo che corre è pieno di difficoltà e di pericoli, e questi e quelle crescono ogni giorno. Il furore delle sètte non ha più freno: la loro perversità aumenta la forza della reazione che diventa di giorno in giorno più minacciosa. In mezzo a questi opposti pericoli che cosa faranno i liberali? Se si dividono, sono perduti, e la causa della libertà e della indipendenza d’Italia cade con essi.... Noi resteremo sulla breccia, imperturbabili e risoluti, ma soccomberemo certamente se tutti i nostri amici non si serrano attorno a noi, e non ci aiutano contro gli assalti che ci verranno da destra e da sinistra.»
- ↑ La Romagna.
- ↑ I congiurati, prima del loro sbarco, avevano pubblicato un proclama, in cui si leggevano queste parole: «Se il paese non risponde al nostro appello, noi sapremo, seuza maledirlo, seguire la generosa falange dei martiri italiani, e morire da forti. Che un’altra nazione trovi altrettanti uomini, pronti a sacrificarsi per la sua libertà, ed allora soltanto essa potrà dirsi uguale all’Italia, sebbene l’Italia sia ancora schiava.»
- ↑ Il signor Rattazzi era uscito dal Ministero il 15 gennaio.
- ↑ Essendo ministro degli Affari Esteri, il conte Solaro della Margherita aveva sempre mirato ad ottenere l’annessione del Vallese alla Sardegna.
- ↑ De Viry.
- ↑ «Nel 1838 la moglie dell’ambasciatore russo Obrescoff in Torino si recò presso la reale famiglia, ornata di merletti bianchi; un tal colore negli usi di Corte era riserbato alla regina e alle principesse; onde Carlo Alberto, che forte aveva il sentimento della propria dignità se ne mostrò offeso. Il maestro delle cerimonie ebbe quindi l’ordine di rammentare a coloro che frequentavano le regie veglie, l’uso di quel privilegio donnesco. L’ambasciatore francese quanto il legato russo, s’impuntò a vedere in quell’avviso un’offesa fatta al Corpo diplomatico. I commenti crebbero dietro una circolare diretta dal conte Solaro ai ministri residenti in Torino per avvertirli che ove le loro spose non credessero d’adattarsi alla costumanza proposta, il re e la regina non adonterebbero del non vederle a Corte.» (Bianchi, Storia della Diplomazia Italiana in Europa dal 1815 al 1860, vol. IV.)
- ↑ Il 6 febbraio 1853 scoppiò a Milano un movimento preparato da Mazzini. Gli insorti, armati di pugnale, uccisero le sentinelle e tentarono d’impadronirsi dei cannoni della gran guardia. L’Austria accusò gli emigrati lombardi in Piemonte di complicità nella rivolta, e pose sotto sequestro i loro beni.
- ↑ Il cavalier Persoglio, procuratore generale presso la Corte di Appello.
- Testi in cui è citato Felice Orsini
- Testi in cui è citato Carlo Pisacane
- Testi in cui è citato Lorenzo Valerio
- Testi in cui è citato Domenico Buffa
- Testi in cui è citato Vincenzo Maria Miglietti
- Testi in cui è citato Clemente Solaro della Margarita
- Testi in cui è citato Terenzio Mamiani
- Testi in cui è citato Lorenzo Pareto
- Testi in cui è citato Luigi Carlo Farini
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- Testi in cui è citato Angelo Brofferio (1802-1866)
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