Il conte di Cavour in parlamento/Intorno alla soppressione di alcune corporazioni religiose
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VIII.
INTORNO ALLA SOPPRESSIONE DI ALCUNE
CORPORAZIONI RELIGIOSE.
Da quando, essendo ancora il papa a Gaeta, s’aprirono trattative con la Corte di Roma fino al 1855, tutti, anche coloro che dianzi più vi confidavano, avevano avuto il tempo o la occasione di perdere ogni speranza di amichevoli accordi con essa.
Il trattarla con ogni maniera di rispetto non aveva giovato ad altro che a farci parere deboli verso di lei, ed a renderla più che mai ostinata nelle sue pretese. Nemmeno se il vecchio fôro ecclesiastico fosse stato mantenuto; nemmeno se fossero stati lasciati al clero i registri dello stato civile, nemmeno se fosse stato respinto il matrimonio civile, nemmeno, finalmente, se fossero stati accordati al clero piemontese doppi privilegi di quelli ond’è investito il clero di Francia, Roma, così entusiasta per l’Impero francese, sarebbesi dichiarata contenta: essa voleva da noi tutto quello che poi ebbe dal concordato austriaco.
I cattolici piemontesi, quelli almeno che non erano in mezzo alle lotte politiche, per nulla si commovevano del conflitto fra lo Stato e la Chiesa. Già fin dal secolo scorso l’esperienza aveva loro insegnato, a proposito di una controversia su certi feudi e certe competenze giuridiche, che Roma applicava la nota formula non possumus anche agl’interessi puramente materiali; sicchè ora, l’ostinato contegno della Corte pontificia non era per essi che una nuova prova d’un fatto già noto. Gli acerbi rimproveri che il conte Solaro della Margherita aveva mosso al ministero, colpevole, agli occhi suoi, d’avere permesso l’apertura delle Chiese protestanti, non trovarono eco nella popolazione, chè anzi gran parte di essa instantemente chiedeva, e un giorno lo domandò il deputato Depretis alla Camera, perchè mai non attendevasi finalmente alle riforme ecclesiastiche tanto necessarie ed urgenti. Il conte di Cavour per allora rispose che era prudenza non procedere ancora a quelle riforme per non destar le vivaci ire della minoranza del paese, e per aver questo tutto unito e concorde, se mai si presentasse l’occasione propizia di compierne, con un sforzo eroico, i destini. Ma d’altra parte egli nè il Governo potevano a lungo disconoscere i voti della parte liberale del paese; ed il conte di Cavour medesimo, considerava come una grande disgrazia, che le riforme ecclesiastiche, inaugurate nel 1850 dal conte Siccardi, non fossero state fino da allora compiute. Intanto piovevano sul capo ai ministri dai due partiti estremi accuse di doppiezza e di scetticismo politico. Ogni incidente era buono per interpellarli; si domandava loro continuamente: ma quali sono i vostri principii? Stimate, o no, buone le riforme? se le stimate buone, perchè non le attuate? Se è il contrario; perchè le promettete? Più particolarmente poi al conte di Cavour ognuno rammentava che egli medesimo aveva affermato, discutendosi alla Camera la legge sull’abolizione del fôro ecclesiastico, che, se la prudenza consiglia di indugiare, quanto si può, le riforme che hanno rapporto con la religione, essa pure insegna che, una volta incominciate, il partito più savio è quello di compierle al più presto. Realmente qualche nuova riforma in materia ecclesiastica era necessaria; nè si poteva ammettere che s’avesse da rimanere allo statu quo sol perchè il Senato aveva respinto la legge del matrimonio civile; tutto al contrario, era ragionevole che il Parlamento nel momento appunto che il Piemonte stava per prender parte alla guerra di Crimea di cui nessuno poteva indovinare l’esito, mostrasse al resto d’Italia ancor più chiaramente che pel passato qual via intendesse seguire rispetto a Roma; giacchè l’Italia allora incominciava a comprendere quello che il conte di Cavour si stupiva che Cesare Balbo ed i suoi amici non avesser per anche compreso, cioè dire che Roma e Vienna avevano in Italia identici interessi.
Checchè ne sia di tutto ciò, allorquando fu presentato il progetto di legge per l’abolizione di qualche corporazione religiosa, sorsero contro il Ministero da destra e da sinistra accuse gravissime: il partito ultra-cattolico gridò al sacrilegio e che nessuno osasse por mano alle rendite dei vescovi; e, tutt’all’opposto, i liberali più avanzati rampognarono vivamente il Governo perchè non proponeva la totale soppressione delle corporazioni religiose e la confisca, a pro dello Stato, delle loro richezze. A dir vero, il conte di Cavour non avrebbe consentito, senza rammarico, che fossero soppressi alcuni Ordini che egli stimava utili. Di più riputando che fosse mestieri unire coi maggiori legami possibili il clero alla società civile, e che la proprietà fondiaria fosse appunto il mezzo più potente per ricongiungerlo con le istituzioni e con gl’interessi della patria, egli era disposto a combattere con tutte le sue forze, eziandio per quegli Ordini religiosi di cui la soppressione, pure a suo avviso, era opportuna, la confisca dei beni ecclesiastici a benefizio dell’erario pubblico. Ma d’altra parte era somma ingiustizia continuare ad iscrivere ogni anno nel bilancio dello Stato la somma di un milione per sussidii alle parrocchie più povere, giacchè per tal guisa i culti dissidenti, sprovvisti d’ogni proprietà, erano costretti a contribuire alle spese del culto cattolico, i ministri del quale, per la maggior parte, sono forniti di cospicue ricchezze. Potevasi adunque, senza ricorrere alla misura estrema della confisca, imporre alla Chiesa l’obbligo di soccorrere a sè medesima, ripartendone con maggiore giustizia le ricchezze, e ponendo fine al tempo stesso allo scandalo di vedere a fianco d’un povero curato costretto a vivere con 5 0 600 franchi pagati dallo Stato, un altro curato ricco di 20 o 30,000 franchi di rendita; accanto al vescovato di Bobbio, non più largamente provvisto che con 7 o 8000 franchi all’anno, le diocesi di Torino, di Novara, di Vercelli che noveravano le loro entrate a centinaia di migliaia di franchi. Il Ministero, senza giungere fino al punto di ridurre ad una sola misura tutte queste rendite, deliberò adunque di aumentare le più meschine a carico delle più abbondanti, cancellando al tempo stesso dal bilancio dello Stato le somme destinate a sussidiare le parrocchie povere. Contemporaneamente incominciò la riforma delle corporazioni religiose, ed ecco le principali disposizioni del progetto di legge che sottopose all’esame del Parlamento:
«Sono soppresse, quali enti morali riconosciuti dalla legge civile, le case poste nello Stato degli Ordini religiosi i quali non attendono alla predicazione, all’educazione o all’assistenza degli infermi, e parimente i capitoli delle chiese collegiate, ad eccezione di quelli aventi cura d’anime od esistenti nelle città la cui popolazione oltrepassa 20,000 abitanti. Sono soppressi eziandio i benefizi semplici i quali non hanno annesso alcun servizio religioso.
» I beni posseduti dai corpi ed enti morali soppressi costituiranno il patrimonio di una istituzione speciale che prenderà il nome di Cassa ecclesiastica. Questa sarà amministrata dal direttore del Debito Pubblico, sotto la sorveglianza di una giunta composta di un numero eguale di senatori e di deputati.
»La Cassa ecclesiastica ha esistenza distinta ed indipendente dalle finanze dello Stato; essa dovrà pagare a ciascheduno dei membri delle corporazioni e a ciaschedun titolare dei beneficii soppressi unapensione di cui il maximum è stabilito a 500 franchi. La Cassa ecclesiastica ha facoltà di riunire in un solo convento i membri di uno stesso ordine. In caso di morte o di secolarizzazione o di emigrazione all’estero di alcuno dei membri delle corporazioni soppresse la quota di mantenimento dei superstiti nella stessa comunità sarà accresciuta dal terzo di quella di cui godeva il religioso che lasciò vacante il suo posto. Quando i religiosi di un medesimo ordine non possono più essere convenientemente concentrati in numero almeno di sei, la Cassa ecclesiastica dovrà ammettere ciaschedun religioso a godere fuori del chiostro di una pensione vitalizia, al maximum di 800 franchi.
» Le rendite della Cassa ecclesiastica dovranno inoltre servire: 1º al pagamento ai parroci delle congrue che si stanziavano a carico dello Stato; 2º al pagamento delle somme che saranno necessarie pel clero dell’isola di Sardegna, in dipendenza dell’abolizione delle decime; 3º a migliorare la sorte dei parroci che non hanno una rendita netta di lire 1000.
» È imposta, a benefizio della Cassa ecclesiastica, una quota di annuo concorso sui beni di mano morta delle abbazie, benefizi canonicati e semplici, convitti ecclesiastici, seminari, vescovati ed arcivescovati.
» Finalmente la Commissione di sorveglianza della Cassa ecclesiastica nominata dalle due Camere dovrà prendere le misure necessarie per la conservazione dei monumenti, quadri ed altri oggetti d’arte, che si trovano nei conventi soppressi.»
È agevole scorgere da queste disposizioni, che il Governo non intendeva punto di appropriarsi i beni delle corporazioni religiose. Limitandosi ad un più equo riparto di essi, procedeva, grado a grado, ma intieramente, alla soppressione degli Ordini religiosi o inutili o nocevoli alla società civile; e mettendo in vendita poco a poco i beni immobili di quegli Ordini, rendeva alla libera circolazione ed alla industria privata una quantità di ricchezza rimasta sino allora pressochè inoperosa, e porgeva allo Stato, alle provincie ed ai comuni il modo di acquistare, con l’agevolezza d’un prezzo mite e da pagarsi in rate a lungo intervallo, gli edificii onde tutti quanti abbisognavano o per gli ospedali o per le caserme o per le scuole. Questa legge, che fu poi estesa a quasi tutta l’Italia, non ha dato, finanziariamente, i vantaggi che se ne ripromettevano i loro autori, giacchè più d’una volta lo Stato ha dovuto chiedere al Parlamento la facoltà di soccorrere la Cassa ecclesiastica; economicamente invece ha prodotto ottimi effetti, giacchè la diminuzione della mano morta ha accresciuto la pubblica ricchezza; dal lato politico poi, essa non ha soddisfatto il partito liberale, e non ha menomamente disarmato il partito clericale.
Durante la discussione al Senato avvenne un fatto grave.
Monsignore di Calabiana, vescovo di Casale, offrì al Governo, a nome di tutto l’episcopato del Regno e conforme al beneplacito avuto dalla Santa Sede, la somma annua di un milione, corrispondente a quella inscritta in bilancio per le spese del culto e che quindi innanzi doveva passare a carico della Cassa ecclesiastica. Questa improvvisa proposta mirava a far respingere il progetto di legge togliendogli la ragione finanziaria che pure aveva agli occhi di molti un gran peso, e ad ottenere per conseguenza un cambiamento di Ministero. La seduta fu tosto levata per così nuovo e grave incidente.
Il giorno dopo il conte di Cavour, giusta le deliberazioni prese in consiglio de’ ministri, dichiarò al Senato che se da una parte la proposta del vescovo di Casale dava prova di sensi di conciliazione per parte del clero, dall’altra, essa non poteva, per sè sola, esser sufficiente a por fine alla commozione sollevata in paese dalla questione ecclesiastica. Tutto al più poteva considerarsi come il punto di partenza di nuove trattative con la Corte di Roma. E soggiunse, che il Ministero stato fino allora in lotta con quella Corte, per non togliere a queste trattative alcuna probabilità di riuscita, aveva stimato opportuno di dare le sue dimissioni.
Il Re, seguendo il consiglio dello stesso Cavour, chiamò il barone Manno, poi il generale Durando perchè componessero un nuovo Gabinetto; ma ciò non fu possibile. Gli studenti dell’Università di Torino fecero una dimostrazione prendendo per divisa il motto: «la legge non si vende!» La popolazione tutta commossa al dubbio che il partito reazionario vincesse, tenne loro dietro ripetendo le stesse parole diffuse già dappertutto, e finalmente,il conte di Cavour dovette restare, coi suoi colleghi, al governo della cosa pubblica.
Rimproverato più tardi di non avere nella sua risposta a monsignore di Calabiana tenuto conto alcuno del principio fondamentale della legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, anzi d’aver fatto buon mercato della riforma altamente civile, che questa in sè conteneva, egli rispose:
«Io ebbi l’onore di dichiarare al Senato, a nome del Gabinetto, che non aveva creduto di potere accettare la proposta dell’Episcopato. Mi sono astenuto (perchè tale era l’accordo preso coi miei colleghi) dal portare nessuna sentenza intorno a questa proposta; giacchè, o signori, quantunque io fossi convinto che la medesima sarebbe stata ravvisata inaccettabile nella forma nella quale era stata al Governo presentata, non solo dai membri del Gabinetto, ma oso dire altresì dalla quasi unanimità degli uomini politici dello Stato, dalla quasi unanimità dei membri della magistratura; quantunque, dico, io avessi quest’opinione, mi sono gelosamente astenuto dal portare nessun giudizio intorno ad essa, perchè i membri dell’Episcopato avendo fatto conoscere in via extraufficiale essere disposti ad acconsentire ad alcune modificazioni, come venne pubblicamente dichiarato dall’onorevole senatore di Calabiana, io non voleva con intempestive parole rendere più difficile un accordo tra i nostri successori ed i membri dell’Episcopato.
» Ma io non credo che si possa interpretare questa mia, oserei dire, prudente riserva come un’adesione data, se non alla proposta stessa, allo scopo ch’essa si proponeva; chè anzi mi pare che una spiegazione da me data, un’aggiunta da me fatta alla dichiarazione, indicasse chiaramente come, a parer mio, la questione finanziaria fosse in questa circostanza questione secondaria. Difatti io dissi, che la proposta dei vescovi, quand’anche venisse accettata (io intendeva accettata quando fosse modificata in modo da renderla accettabile), non avrebbe raggiunto lo scopo, se non fosse stata un avviamento a trattative colla Corte di Roma, intese a condurre un accordo. Accordo sopra cosa? Evidentemente sulle questioni che dividono ed agitano il paese, cioè sulla grande questione della riforma degli ordini monastici.»
Una maggioranza considerevole approvò la legge alla Camera dei Deputati; essa vinse il partito anche nell’altro ramo del Parlamento, però con una maggioranza assai più lieve.
1.
Seduta della Camera, 17 febbraio 1855.
.... Signori, questa legge non deve avere sulle finanze soltanto un effetto diretto, mentre è mia opinione che essa debba produrre un utile assai maggiore: e questo utile io lo aspetto dagli effetti economici che essa deve produrre.
Io non mi estenderò ad additare gli inconvenienti dei beni posseduti dalle mani-morte, nè quelli che presenta l’assoluta immobilità della proprietà: questi furono già da altri oratori indicati, e confesso che nella proporzione in cui si trovano i beni delle corporazioni religiose, non sarebbe esagerazione il dire che mettendo in commercio tutti questi beni si produca un grande effetto economico nel paese; ma io aspetto dalla legge un ben altro effetto economico. E qui confesso alla Camera che mi addentro con qualche esitanza in un terreno un po’ delicato, giacchè mi è forza ricercare qual è l’influenza che esercitano sullo Stato alcuni ordini religiosi, quelli specialmente ai quali è rivolta la nostra riforma. A mio avviso, tutti gli ordini religiosi, quantunque promossi da persone aventi per principale scopo la loro eterna salute, il maggior bene della religione, sono stati fondati altresì, sino a un certo segno, per soddisfare ad alcuni bisogni sociali dell’epoca in cui venivano istituiti. Vado convinto che tutti gli ordini religiosi, i quali hanno avuto vita lunga e prospera, i quali si sono moltiplicati e dilatati, tutti questi ordini religiosi, nel loro nascere, corrispondessero ad un reale bisogno della società. Voi vedete, signori, che io non mi pongo come un avversario assoluto degli ordini religiosi, ma opino però che, mutate le condizioni dei tempi, mentre rimanevano immobili le istituzioni religiose, mentre rimanevano immutati i principii che informavano queste istituzioni, invece di corrispondere allo scopo dei loro fondatori, andarono e vanno contro a quello scopo medesimo, e che quindi, in luogo di giovare alla società come giovavano nei loro principii, le rechino un vero nocumento, siano un reale impedimento al sociale progresso. Qui sono costretto di avvalorare il mio teorema coll’esame di alcuni ordini religiosi, e comincierò da quello che ha esercitata la maggiore influenza nei tempi di mezzo, l’Ordine di San Benedetto. Dopo le invasioni dei barbari, quando il potere era nelle mani di persone che non tenevano in verun pregio le scienze, le arti, l’industria e l’agricoltura, è fuori di dubbio che i sacri asili nei quali potevano convenire gli ultimi depositari della civiltà romana, e colà, all’ombra della croce, dedicarsi allo studio, alle arti, alle scienze, erano utili, non solo alla religione, ma altresì alla società civile. Ma ora, o signori, le scienze, le arti e l’industria non sono più osteggiate dai governi, che anzi vengono da essi protette; quindi vien meno la necessità di un asilo per potersi alle medesime consacrare. Giova anzi avvertire che sebbene nei sodalizi religiosi vi siano persone che riuniscono molte doti intellettuali, essi non contribuiscono più al progresso delle scienze e delle arti, e che anzi quello spirito stazionario, quel culto delle tradizioni che si professa in quei sacri asili, sono direttamente contrari al progresso scientifico ed artistico, che ha d’uopo di continue trasformazioni per andare di pari passo col rinnovellamento e miglioramento del secolo. Quindi, lo ripeto, gli stabilimenti religiosi che nel loro nascere erano giovevoli al mondo intellettuale, ora sono o inutili o dannosi. Lo stesso dicasi per quanto riflette l’agricoltura e l’industria. Certo l’industria va debitrice agli ordini monastici della conservazione di molte tradizioni dell’antichità, ed è all’ombra del campanile, all’ombra dei sacri chiostri che si sono esercitate varie arti con grandissimo vantaggio della società nei tempi barbari. Ma, o signori, le industrie hanno con ragione abbandonato i chiostri, perchè in ora sono cessate le cause che rendevano necessario che i frati vi si dedicassero. Io credo che queste occupazioni farebbero attualmente più male che bene. Non rimangono più che quelle dei dolci e dei confetti (ilarità) che si fabbricano ancora in qualche comunità femminile. Quindi voi vedete che questi ordini religiosi oggigiorno non giovano più al progresso industriale, mentre la vita che essi conducono è assolutamente e puramente contemplativa ed . ascetica, epperciò estranea alle arti ed ai lavori materiali, dai quali si può dire abborrente.
Lo stesso è riguardo all’agricoltura. Quando la proprietà non era rispettata, quando i signori feudali presumevano di poter esercitare il loro dominio su tutte le terre sulle quali potevano stendere le loro mani, certamente la protezione dei conventi, i quali avevano un’autorità morale bastevole per far rispettare le proprie terre, era necessaria onde aver agio di dedicarsi liberamente al dissodamento delle terre. Io dico che questi Ordini resero immensi servigi Ma in ora, o signori, gli ordini religiosi non giovano più al progresso dell’agricoltura; che anzi quell’abitudine claustrale di astenersi dal lavorare è direttamente contraria allo sviluppo dell’agricoltura. E difatti, se si esamina, senza andar a cercare esempi altrove, il nostro paese, se si indaga quali siano le provincie dove sono terre più incolte, si vedrà che sono quelle nelle quali in maggior copia si trovano gli ordini religiosi. Esaminate la statistica che vi è stata ultimamente presentata, e riconoscerete che quella parte dello Stato dove sono più numerose le comunità religiose è la Sardegna, e che è pure la Sardegna dove si trova maggior quantità di terre abbandonate, di terre da dissodare.
Ma vengo ad esaminare una questione più delicata, quella cioè degli ordini mendicanti, dei quali si è detto tanto dai precedenti oratori.
Egli è pur indubitato che nei tempi di mezzo, all’uscire dall’invasione dei barbari, quando la forza e la violenza dominavano assolute nel mondo, quando l’immensa maggiorità delle classi lavoratrici era ancora ridotta, se non nello stato della servitù personale, certamente in quello della servitù prediale, quando non era stimato se non chi indossasse la veste talare, o impugnasse la spada del cavaliere, allora, o signori, una istituzione religiosa che aveva per assunto di nobilitare la povertà, di associare la divinità o la santità al più umile atto dell’uomo, giovò molto alla società, e specialmente alle classi più numerose. Onde io dichiaro altamente credere che gli ordini religiosi mendicanti abbiano contribuito, e contribuito non poco, a quel moto lento, lentissimo se si vuole, ma progressivo dell’emancipazione popolare che si è manifestato dall’anno mille fino ai nostri giorni, e che noi siamo debitori di molta riconoscenza storica e a loro ed a quei grandi che ebbero il sublime concetto di istituirli. Ma, signori, le condizioni attuali sono interamente mutate; in ora i diritti di tutti i cittadini sono dalla legge riconosciuti, l’eguaglianza civile è scritta in quasi tutti i codici di Europa; ora le condizioni del popolo, senza essere giunte all’apice della perfezione, si sono, rispetto allo stato del medio evo, molto migliorate, e perciò l’azione degli ordini mendicanti non è più quella che era nei tempi in cui vennero fondati. Difatti, signori, noi dobbiamo credereche questo moto progressivo di emancipazione e di miglioramento delle classi popolari non ha raggiunto gli ultimi suoi limiti; noi dobbiamo credere e sperare che coll’andare del tempo continueranno a sollevarsi le condizioni delle classi più numerose; ma quali sono nello stato attuale della società le condizioni di questo regolare e continuo progresso? Le condizioni, almeno a mio parere, sono due: la prima, che il lavoro riesca più produttivo; questa è una condizione assoluta del miglioramento generale, mentre è chiaro che ove voi non giungiate a produrre più colle stesse forze, voi non potrete migliorare profondamente e durevolmente le condizioni della generalità; la seconda condizione è la massima diffusione possibile della soda e vera istruzione nella generalità. Queste sono le due grandi condizioni richieste perchè il progresso continui quel moto che si manifesta nella società dal medio evo in poi. Ora, signori, potete dire che gli ordini religiosi mendicanti, che tanto giovavano nel medio evo all’emancipazione civile delle classi più numerose, contribuiscano ora al progresso di queste classi medesime? Aggiungono forse alcunchè a quei due soli mezzi che possono far progredire la società? no certamente; gli ordini mendicanti avendo fatto divorzio col lavoro, non lo possono rendere più produttivo, e lo fanno invece meno rispettato e meno rispettabile, quindi vanno direttamente contro di uno dei più potenti mezzi del progresso civile. Che gli ordini mendicanti giovino alla diffusione dell’istruzione elementare, è cosa che mi sembra nessuno possa sostenere. Io non voglio dichiararli dell’istruzione nemici, ma certamente non si potrà negare che la tenacità colla quale conservano le antiche loro tradizioni, e spargono certe dottrine che sostituiscono alle più pure ispirazioni cristiane alcune leggende meno rispettabili, non produce effetto favorevole alla diffusione dell’istruzione; e perciò io mi stimo in diritto di dire che gli ordini religiosi mendicanti, dopo aver reso segnalati, immensi servigi alla società, ed in ispecie alle classi più numerose, sono ora, non solo inutili, ma nocivi a quelle classi medesime. Difatti, o signori, quando vennero istituiti i mendicanti, siccome era una necessità il non lasciarli possedere alcun bene temporale, siccome era una necessità il mantenerli in uno stato di assoluta povertà, onde per essi la povertà venisse nobilitata, i loro fondatori dovettero imporre loro l’obbligo di procacciarsi il vitto mendicando, mediante la questua; ed io non faccio un rimprovero ai loro fondatori di avere ciò prescritto, perchè da un lato era una necessità, dall’altro, non potendosi bandire l’accattonaggio dalla società, non vi era inconveniente di sorta che venisse esercitato anche dagli ordini mendicanti; ma, o signori, al punto di civilizzazione a cui siamo giunti, non è riconosciuto solo dai liberali, dai riformatori, ma altresì dalle persone le più devote agli antichi principii, che il mendicantismo è una piaga a cui conviene portare efficace rimedio. Ora ognun può scorgere di leggieri quale contraddizione vi sia nel proclamare la necessità di riformare l’accattonaggio, di espellere dal seno delle classi popolari quella fatale abitudine di campare la vita mediante l’elemosina, e nello stesso tempo mantenere istituzioni che, fino ad un certo punto, mettono in onore il mendicantismo. La contraddizione va più oltre: voi condannate e colpite di pene il mendicante nei paesi dove si trovano ricoveri di mendicità, e nello stesso mentre favorite con un privilegio stabilimenti che, ripeto, mettono in onore questa stessa mala abitudine. Se volete che le leggi abbiano impero, siate conseguenti, non condannate con una mano quello che favorite coll’altra.[1] Finchè esisteranno in gran copia ordini mendicanti, finchè la questua sarà praticata da persone per molti versi rispettabili e rispettate, non sperate di vedere quella fatale abitudine scomparire in mezzo alle vostre popolazioni. Voi sapete qual sia la potenza dell’associazione delle idee, e vi ripeto, finchè l’idea del mendicare sarà associata alla idea della santità, questa deplorevole usanza sarà una potenza irresistibile, una necessità contro la quale verranno a cozzare ed infrangersi le leggi dello Stato.
Mi si dirà che le ragioni che ho addotte per provare la fatale influenza economica degli ordini mendicanti sono ragioni teoriche. A chi non fosse pago di questi argomenti io risponderò con fatti.
Per provare l’influenza degli ordini religiosi, i quali ebbero la loro origine nei tempi di mezzo, sulle condizioni civili delle nazioni, io non farò che invitarvi a confrontare lo stato economico dei popoli presso i quali questi ordini furono da alcuni secoli riformati collo stato di quei paesi in cui sono stati mantenuti finora. Fate il paragone della condizione in cui si trovano la Spagna e il regno di Napoli, collo stato in cui si trovano l’Inghilterra, la Prussia, la Francia. In certi paesi voi vedrete che da tre secoli la ricchezza non si è sviluppata: invece di esservi un progressivo miglioramento nella condizione generale, vi è un regresso assoluto; negli altri invece progresso, e progresso molto rapido.[2] Ma forse mi si obbietterà che i paesi che io voglio paragonare si trovano collocati in condizioni geografiche, politiche, economiche diverse, e che quindi può darsi che i due fatti si producano senza che uno sia causa e l’altro effetto. Ma in allora, o signori, io vi porrò sotto gli occhi paesi che sono in condizioni politiche, geografiche, economiche, perfettamente uguali, nei quali voi osserverete il medesimo contrasto. Io vi porrò sotto gli occhi i varii cantoni della Svizzera, le varie città renane. Io mi appello a quanti fra voi hanno peregrinato nell’Elvezia e lungo il Reno, e credo che a nessuno è sfuggita quella differenza notevolissima di condizioni economiche la quale si osserva fra cantone e cantone, fra città e città. E se voi vi fate ad investigare le cause di questa differenza, riconoscerete derivare quasi generalmente dacchè in un cantone ed in una città gli ordini religiosi si sono conservati dal medio evo in qua, ed in altro cantone ed in altra città vi sono stati da parecchi secoli riformati. Lo stesso contrasto si rileva nelle città del Reno. E questo è tanto vero, che la condizione economica di quei paesi si può, a parer mio, determinare con una formola matematica che non verrà, spero, contrastata da nessuno dei geometri che seggono in questa Camera, ed è che la prospera condizione economica dei cantoni svizzeri e delle città renane è in ragione inversa della quantità dei frati che vi sono conservati. (Bene.)
Dimostrato l’effetto economico prodotto dalle corporazioni religiose, vengo a un altro ordine d’idee. Mi si potrebbe opporre, e credo lo abbia fatto l’onorevole Genina nel lodato suo discorso, il seguente ragionamento: sia pure; ammettiamo per ipotesi che questi ordini religiosi siano inutili civilmente parlando (egli non ha ammesso che fossero dannosi); ma giovano pure alla società religiosa di cui sono uno degli elementi, e quindi perciò solo dovete conservarli, perchè dovete protezione alla società religiosa.[3] Se l’onorevole Genina invece di asserire che questi ordini religiosi erano giovevoli alla società religiosa lo avesse matematicamente dimostrato con fatti e con teoremi, in verità io sarei assai imbarazzato a rispondergli, perchè riconosco che, dimostrata giovevole alla società religiosa una istituzione, noi dovremo andar molto a rilento nel riformarla. Ma l’onorevole deputato Genina non avendo dato del suo asserto alcuna dimostrazione, non vorrà costringermi a crederlo in parola; mi vorrà, spero, consentire che io supplisca al suo silenzio, e che opponga alcune considerazioni per provargli che la sua asserzione non è fondata, che gli ordini religiosi stabiliti in altri secoli che non si trovano più in armonia coi bisogni attuali, non giovano alla religione. E stimo di poter ciò facilmente dimostrare.
Non vi farò a tal uopo passeggiare per tutta Europa onde chiarirvi che i paesi ove la fede è più viva, ove è più rispettato il clero, ove la religione esercita maggior impero, sono quelli appunto in cui gli ordini religiosi dei secoli passati si trovano in minor numero. Mi starò nel nostro medesimo paese, e mi varrò di un esempio che si verifica sotto i nostri occhi. Ho notato poc’anzi qual fosse la provincia in cui vi era maggior numero di frati, cioè la Sardegna. Chiederò ora qual sia quella dove essi sono in minor numero; e voi certo mi risponderete essere la Savoia. Ebbene io credo potere asserire (senza aver contraddicenti i deputati di codesta provincia) che la Savoia è forse la parte dello Stato dove il clero è più rispettato, ove esercita maggior influenza, dove la religione tiene il suo maggior dominio..... (Segni d’assenso.)
Una voce a sinistra. È forse un po’ troppo! (Sì, sì!)
Presidente del Consiglio. Non dico nè troppo nè poco; dico che in Savoia il clero ha molto maggior influenza che non nelle altre provincie dello Stato. Ora, come già dissi, è in essa dove havvi minor numero di corporazioni religiose, almeno di quelle che col presente progetto intendiamo sopprimere. Io sono quindi in diritto di dire che gli ordini religiosi, i quali noi vogliamo soppressi, non giovano alla società religiosa, ma invece nuocciono alla legittima influenza che il clero e la religione debbono esercitare; e che quindi non è fondato l’argomento di cui si valse l’onorevole deputato Genina.[4]
Ma egli ne pose in campo ancora un altro economico che io debbo combattere in questa parte del mio discorso. Dopo avervi indicato i tristi effetti che sarebbero risultati dall’abolizione degli ordini religiosi, egli ha detto che, grado grado, adottato il sistema di questo progetto di legge, sareste condotti ad abolire anche, ad incamerare, per meglio dire, tutti i redditi delle opere pie, e che questo vi trascinerebbe a non avere più stabilimenti caritatevoli religiosi o laici, e perciò vi trovereste in faccia al fantasma del pauperismo che sareste costretti a combattere colla carità legale. Io credo che l’onorevole Genina facesse allusione ad un argomento di cui si sono valsi molti scrittori favorevoli agli ordini religiosi, i quali hanno voluto sostenere che il pauperismo inglese e la tassa dei poveri stabilita nella gran Bretagna, fosse una conseguenza fatale della soppressione degli ordini religiosi fatta all’epoca della Riforma. Io mi credo obbligato a combattere questo fantasma del pauperismo del cui spauracchio si è molto abusato. Signori, dappertutto vi sono dei poveri, e disgraziatamente, credo, ve ne saranno sempre o in maggiore o in minor numero. Ve ne sono là dove i conventi esistono, e ve ne son altresì dove i conventi sono stati soppressi. Ma ho la ferma convinzione che sia un grandissimo errore il sostenere che la soppressione dei conventi abbia accresciuto di molto il numero dei poveri, e per provarvelo io mi varrò delle stesse cifre che furono addotte nel discorso dell’onorevole deputato Genina. Evidentemente egli faceva allusione all’Inghilterra, dove si sono soppressi i conventi, ed il pauperismo si è assai sviluppato. Io faccio osservare che la causa di questo non debbe derivarsi dalla soppressione dei conventi, ma bensì dalla mala applicazione del principio, che io per altro credo lodevolissimo, della carità legale. Nullameno, arrecate alcune riforme a tale riguardo, il pauperismo inglese venne già ridotto a proporzioni non maggiori del nostro, come mi farò ora a provare. L’onorevole deputato Genina affermava che le nostre opere di beneficenza dispongono di un reddito di 10 milioni. Io credo che questa somma non sia esagerata, ed anzi sia inferiore al vero, se si tien conto delle largizioni che si fanno alle opere sovra accennate; ma ammetto che nel nostro paese si spendano solo dieci milioni in carità legale. Invece in Inghilterra quella parte di tassa che è realmente impiegata a sollievo dei poveri (dacchè una parte è consecrata ad altri usi) ammonta a quattro milioni circa di lire sterline, cioè a cento milioni di franchi. Ora, se si pon mente al costo dei viveri che colà è immensamente maggiore, si scorgerà che presso noi si spende in carità legale una somma relativamente non inferiore. La Camera non debbe quindi spaventarsi del fantasma del pauperismo che venne invocato con molta abilità e destrezza dall’onorevole deputato Genina.
Dopo avervi così dimostrata, o signori, l’utilità finanziaria ed economica del progetto di legge che vi è sottoposto, passo ad esaminarlo dal lato della politica e della opportunità. (Udite! Udite!) A dir vero, si potrebbero confondere queste due questioni, giacchè se la legge fosse impolitica sarebbe inopportuna, e se fosse inopportuna sarebbe impolitica. Tuttavolta, per maggior chiarezza, mi farò a considerare distintamente questi due aspetti della questione. Il progetto viene combattuto sul terreno della politica con una duplice serie di argomenti. Alcuni lo condannarono come un provvedimento rivoluzionario, altri lo condannarono come provvisione illiberale. Non cercherò di distrurre l’una di queste accuse coll’altra, giacchè riconosco che talvolta una misura può essere ad un tempo e rivoluzionaria ed illiberale. Ma esaminerò separatamente qual fondamento abbiano e l’uno e l’altro rimprovero. La legge viene detta rivoluzionaria nella sua sostanza perchè contraria ai principii del dritto, perchè contraria alle massime di equità ed al sentimento della giustizia. A queste obbiezioni fu già, almeno a mio credere, vittoriosamente risposto nelle tornate precedenti da parecchi oratori, ed in ispecie dal mio collega e amico il Guardasigilli. Quindi io non tornerò su questo terreno nel quale mi stimo d’altronde assolutamente inesperto. Viene poi il progetto condannato come rivoluzionario, perchè si disse contenere in sè il principio dell’imposta progressiva, misura che veramente ha alcunchè di rivoluzionario, misura che, altre volte, quando applicata alle imposte ordinarie, venne da me combattuta con qualche calore contro il deputato Pescatore. Ed invero, se ciò fosse, io mi troverei in assoluta contraddizione colle proprie mie dottrine e co’ miei antecedenti. Ma, o signori, io credo di potervi facilmente dimostrare che la contraddizione non è che apparente. Si è detto che la proprietà ecclesiastica non costituisce in chi ne è investito una vera e reale proprietà. Ed invero fu dimostrato che chi ne è investito, non solo non ne può disporre, ma non ne può nemmeno godere se non adempiendo a certi obblighi, a certe funzioni che esso debbe esercitare. Le rendite dei benefizi sono, a mio credere, veri compensi che la società, quella religiosa se si vuole, concede a determinati individui per servigi da essi prestati. Ed io credo che esprimendo una tale opinione non contravvengo all’intenzione dei fondatori dei benefizi; giacchè non potrò mai concepire che qualcheduno abbia voluto conferire ad un benefizio una somma di gran lunga maggiore a quella che si richiede per compensare, generosamente se volete, l’opera del beneficiato. Se ciò è vero, io penso, che il potere civile abbia il diritto di meglio proporzionare la rendita del benefizio col servizio reso dal beneficiato, massime poi quando questa misura ha per iscopo di meglio retribuire altri beneficiati che non riscotono dalle rendite attribuite ai loro benefizi una somma bastevole per la propria sussistenza. Dunque, o signori, se, come credo di averlo dimostrato, non si tratta di una imposta, ma sì di una riduzione di compensi, stimo che non mi si possa apporre di essere in contraddizione con me stesso, se ho combattuto altra volta l’imposta progressiva applicata alle proprietà private, e sostengo ora una progressiva diminuzione dei troppo larghi compensi di cui sono investiti alcuni beneficiati.
Ma taluno più moderato, meno ostile al progetto di legge, dirà: sia pure; questa legge non sarà nella sua sostanza rivoluzionaria, ma nelle sue forme estrinseche ha qualche cosa di radicale, di rivoluzionario, che ferisce i sensi troppo altamente conservatori. Credo che anche questi sono in un grandissimo errore, perocchè questa legge non ha alcuno dei caratteri estrinseci delle misure rivoluzionarie. Quando è che una misura può assumere un tale carattere? Quando si applica radicalmente a tutto l’ordine delle istituzioni, le distrugge tutte senza distinguere quelle che sono utili da quelle che hanno perduto ogni carattere di utilità; quando non tiene alcun conto degli interessi individuali e dei diritti acquistati, quando sacrifica ad un principio assoluto gli interessi di molti individui, o quando ancora viene adottata non perchè legittima conseguenza di principii proclamati dai grandi poteri dello Stato, ma perchè è in certo modo imposta o dalla violenza dei partiti o dalla pressione di piazza, o finalmente quando essa viene proposta da un Governo come una concessione fatta ad un partito che esercita sopra di lui una pressione, ed implica una rinunzia ai principii dal potere sempre professati, e lo mette in contraddizione con sè stesso. Ma, signori, la legge attuale non ha alcuno di questi caratteri. Con essa non si procede già ad una radicale riforma; si separano gli istituti che possono essere e che sono veramente ancora utili alla società da quelli che hanno cessato assolutamente dall’esserlo, e si procede con grandissima moderazione, rispettandosi tutti i diritti acquistati, e cercandovi tutti i temperamenti onde la transizione riesca meno grave agli individui che appartengono agli ordini da sopprimersi.
Nessuno poi potrà dire che questa legge sia una concessione ai partiti estremi, e che sia imposta al Governo dalla coazione o pressione della piazza. Noi abbiamo proclamato e proclamiamo di nuovo che il paese desidera, e vivamente, questa riforma; ma questo desiderio fu espresso coi mezzi più legali, i più normali, e non cercando con tumulti e con disordini di esercitare influenza sul Governo e sul Parlamento. Quindi anche da questo lato la misura non si può dire rivoluzionaria.
Finalmente io non credo che alcuno in questa Camera, anche fra i più avversi politicamente al Ministero, possa accagionarlo di aver cambiato politica presentando questa legge. Essa, o signori, è una conseguenza naturale, legittima dei principii che noi abbiamo proclamato dal giorno in cui siamo stati assunti al potere. Ed in vero, se alcuno insistesse per porci in contraddizione con noi medesimi, io ricorderei alla Camera un fatto che mi è personale, ma che, quantunque personale, si riferisce al Ministero del quale io faceva già parte. La Camera ricorderà che nel 1850 essendo stato fatto chiaro dalla discussione del bilancio essere assolutamente necessario di sopperire ai bisogni delle finanze con nuove gravezze o con mezzi straordinarii, sorse nel paese l’idea che alle strettezze dell’erario si sarebbe potuto far fronte per mezzo dell’incameramento dei beni ecclesiastici; e quest’idea trovò molto favore non solo nella stampa, ma altresì nei consessi i più rispettabili dello Stato, in seno ai consigli municipali di cospicue città, nei consigli provinciali di parecchie provincie. Sotto questa impressione si aprì la sessione del 1851. Pochi giorni prima io avea avuto l’onore di essere chiamato a far parte del Gabinetto presieduto da Massimo D' Azeglio, da quell’uomo di cui l’onorevole conte di Revel ben a ragione faceva gli elogi in una delle scorse tornate. Ebbene, nella prima seduta della Camera alla quale io assisteva come ministro del Re, venne posta in campo, non mi ricordo da chi, la teoria dell’incameramento, ed io, per commissione espressa de’ miei colleghi, sorsi a rispondere, e dichiarai risolutamente essere il Ministero contrario a siffatto sistema; ma soggiunsi immediatamente che il Ministero credeva che si dovesse procedere ad un riordinamento dell’asse ecclesiastico, ad una migliore distribuzione dei beni della Chiesa, e dissi che il Ministero credeva che questa riforma si dovea fare in ogni modo, che era desiderabilissimo di farla d’accordo colla Corte di Roma, ma che, ove questo accordo non si fosse potuto ottenere, vi si sarebbe dovuto procedere anche senza di esso. Io credo che i membri della Camera che facevano parte del Parlamento in allora si ricorderanno di questa mia dichiarazione. Vede dunque la Camera che la legge attuale non è che l’applicazione di questi principii. Che se i membri che seggono al lato destro della Camera e hanno combattuto con tanto vigore questa legge, trovavano quella professione di fede, da me su questo argomento fatta, non a nome mio ma a nome del Governo del Re, così esorbitante, io ho qualche ragione di maravigliarmi che essi non siano sorti a combatterla, tanto più che allora (lo ricorderà la Camera) non aveva ancora avuto luogo il malaugurato connubio (ilarità); in allora esistevano ancora i legami che univano l’onorevole conte di Revel e i suoi amici politici al Ministero D’Azeglio. Ma nè il conte di Revel nè i suoi amici politici sorsero a protestare contro le dottrine che io proclamavo a nome di un Ministero, al quale essi davano il loro costante appoggio. Dunque la Camera vede che anche da questo lato non si può dire essere il Ministero in contraddizione colla sua professione di fede. Ma qui alcun deputato ha cercato di porre in contraddizione non più il Ministero colla legge, ma il ministro delle finanze, che ha promosso questa legge, coll’antico deputato, il quale combatteva nel 1848 la proposta di soppressione degli ordini religiosi fatta dal deputato Brofferio. L’accusa mi venne dai due lati estremi della Camera, mi venne dalle due montagne, dall’onorevole Brofferio e dal conte Della Margherita. (Risa.) L’uno e l’altro, ricordando le mie parole, credettero che vi era manifesta contraddizione tra le mie opinioni del 1848 e le mie opinioni del 1854. Quando, o signori, fosse vero che io nel 1848 avessi combattuto in favore degli ordini religiosi, e nel 1854 venissi a proporvene la riforma, almeno avrei il merito di andare in senso opposto a quello in cui sono andati quasi tutti gli uomini politici, giacchè nel 1848 le idee di riforma degli ordini religiosi godevano assai più favore che non godono in ora. Ma, o signori, non v’ha questa contraddizione; e se non fosse per non tediare la Camera, mi basterebbe leggere tutto il mio discorso del 1848 per dimostrarlo. Si trattava allora, se non erro, dell’imprestito forzato e dell’imprestito colla Banca di Genova, mercè le quali misure si era ottenuta una risorsa di 60 milioni. L’onorevole Brofferio sorse, e disse: Che prestiti? Che corso forzato ai biglietti di banca? Prendete i beni delle corporazioni religiose, riformate le diocesi, e avrete entrate quante abbisognano. Io ho combattuta la sua proposta, perchè non credeva allora, come ancora non credo, che una assoluta, radicale, completa riforma degli ordini religiosi, sia nè opportuna nè politica nè utile. L’ho combattuta poi dal lato finanziario, perchè era evidente che dalla vendita di questi beni nel 1848, nonchè 60 milioni, neppure il decimo si sarebbe ottenuto. Quello che non contesto si è che, non conoscendo allora l’ammontare dell’asse ecclesiastico, valutava il reddito degli stabili appartenenti agli ordini religiosi regolari a soli 15 o 20 milioni, mentre le indagini, in seguito praticate, ce lo dimostrano di un valore doppio o triplo. Quest’errore tuttavolta mi sembra scusabile, se si considera che prima del 1848 non era facile, e forse nemmeno possibile, l’accertare quale fosse la proprietà degli ordini religiosi. Vede dunque la Camera che io sono conseguente a me medesimo, e che non sostengo oggi ciò che ho combattuto nel 1848. Con questo credo avervi dimostrato essere l’attuale misura scevra dal rimprovero di rivoluzionaria. Ma se avessi bisogno di aggiungere forza alle già date dimostrazioni, mi basterebbe di porvi sott’occhio una provvisione veramente rivoluzionaria, adottata nel nostro stesso paese, e poi confrontarla con quella che ora vi proponiamo. Ricorderò quella che venne applicata ai tempi nostri. Se la rammento però, non è per farne un appunto agli uomini onorevolissimi che in allora sedevano al potere, giacchè io so, quantunque non fautore dei provvedimenti rivoluzionari, che avvengono talvolta alcune circostanze in cui essi sono una dolorosa necessità. Faccio allusione alla cacciata dei Gesuiti e delle Dame del Sacro Cuore, che accadde nell’inverno del 1848. In allora si prese una vera misura rivoluzionaria, perchè fu applicata senza riguardo alle persone. I Gesuiti e le Dame del Sacro Cuore furono mandate via dai loro chiostri, senza che a loro si provvedesse. Quella provvisione fu data non legalmente, ma di moto proprio, sotto l’impulso dei tumulti di piazza; e fu presa, non da uomini che si fossero sempre proclamati favorevoli alle riforme religiose, ma sì da uomini moderatissimi, che si erano sempre e giustamente considerati come favorevoli al mantenimento degli ordini monastici. Onde vede la Camera qual differenza corra tra la misura del 1848 e quella ora da noi proposta dell’attuale progetto di legge. La prima, come dissi, fu una vera misura rivoluzionaria; questa, invece, è assolutamente legale. E di ben badare a questo io prego l’onorevole conte Solaro della Margherita e gli onorevoli suoi amici politici, giacchè il conte Solaro della Margherita ed i suoi amici debbono avvertire che i fulmini che si scagliano o si scaglieranno contro il Ministero, non possono giungere al nostro banco senza prima passare sugli stalli ove siede l’onorevole conte di Revel, e non possono colpirci senza ferir ben più gravemente il loro capo, che non ci è di loro men caro.[5] (Bene! Bravo! Ilarità.)
Mi rimane ora, o signori, a parlare della questione di opportunità. (Udite! Udite!) L’opportunità può considerarsi sotto tre aspetti diversi, o rispetto alla Corte di Roma, o rispetto alle condizioni generali d’Europa, o finalmente rispetto alle condizioni interne del paese. Io credo questo progetto egualmente opportuno sotto tutti e tre gli aspetti. Esso non sarebbe opportuno, rispetto alla Corte di Roma, se vi fosse probabilità che attualmente od in un avvenire molto prossimo la Corte di Roma fosse pieghevole ad accordi ragionevoli, giacchè, o signori, io non esito a ripetere quanto già dissi altre volte ed oggi stesso in questo mio discorso, che sarebbe desiderabile che la riforma da noi ora proposta si facesse d’accordo colla Corte di Roma. Ciò stimo sarebbe un bene per molti motivi, ma specialmente per una ragione che veniva addotta dall’onorevole deputato Genina. Egli osservava, e con ragione, che a questa riforma ostava una minorità. Potremo forse, egli ed io, differire nell’apprezzare questa minorità, ma il fatto non è contestabile. Una minorità è contraria a questo progetto, epperciò credo che sarebbe desiderabile di poter dare una soddisfazione anche a questa minorità, giacchè penso essere principio salutarissimo nei governi costituzionali di tener conto non solo della maggioranza, ma anche possibilmente delle minorità. Quindi dichiaro che se vi fosse probabilità di venire ad accordi colla Corte di Roma in un avvenire non lontano, riputerei inopportuna questa provvisione da noi proposta. Ma, o signori, si può credere che vi abbia questa probabilità? Io stimo che sia impossibile il sostenerlo di buona fede. E qui mi occorre prima d’ogni cosa il dichiarare che io non penso che, se non vi è probabilità di venire ad accordi colla Corte romana, ciò provenga da che il venerando pontefice non sia animato da sentimenti conciliativi. Io sono d’avviso che se il sommo pontefice potesse seguire gl’impulsi del suo cuore, se non incontrasse ostacoli gravissimi e pressochè insuperabili nella condizione in cui si trova, sarebbe agevole l’addivenire al bramato accordo. Siffatti impedimenti derivano dallo spirito che domina la Corte di Roma, e dal partito che in Europa si costituisce come il campione assoluto degli interessi cattolici. È indubitabile che gli eventi del 1848 e del 1849 hanno prodotto una reazione nella Corte di Roma, e dato la massima influenza alla parte meno progressiva e meno conciliante di quella curia. In ciò questa non fa altro che seguire un deplorabile sistema che ha adottato in tutta l’Europa il partito sedicente cattolico, il quale vuole il monopolio degli interessi religiosi, diretti secondo le sue mire. Infatti, o signori, ripassate la storia di questi ultimi anni dell’Europa, e voi vedrete che in ogni dove quel partito ha adottato uno spirito aggressivo e bellicoso, che io credo assolutamente contrario al vero spirito della religione. Osservate in Inghilterra i cattolici, dopo aver ottenuto, mercè l’emancipazione, la piena uguaglianza dei diritti, voi vedete i loro capi, invece di cercare a conciliarsi l’opinione pubblica ed a vivere in buona armonia almeno col partito liberale che li aveva sempre favoriti, mettere invece avanti pretese esorbi tanti, suscitare contro di sè nuovamente l’opinione pubblica e porre in pericolo quelle leggi stesse che avevano durato tanto tempo a conquistare. Lo stesso accadde in Olanda, dove le esorbitanze del partito ultra-cattolico fecero cadere un ministero liberale, che gli si era sempre dimostrato favorevolissimo, e ricondussero al potere gli ultra-protestanti. Ciò accadde pure in quasi tutti i paesi della Germania. Ed accadde più specialmente nella vicina Francia, dove vedeste il partito ultra-cattolico spingere le idee reazionarie ai limiti più eccessivi. Se voi teneste dietro alle discussioni dei giornali cattolici francesi, avrete veduto che esso non si restrinse a combattere i filosofi del secolo XVIII (chè in ciò ha fino a un certo punto ragione), ma portò le sue ostilità fino contro i luminari della Chiesa Gallicana del secolo XVII. Voi vedeste, cosa straordinaria, certi scrittori ultra-cattolici combattere del pari Voltaire e Bossuet, condannare allo stesso modo l’Enciclopedia e le quattro proposizioni della Chiesa Gallicana. Ciò prova quale sia lo spirito funesto che anima la parte più attiva, la più ardente del partito ultra-cattolico. Ebbene questo partito (è doloroso il dirlo) esercita una influenza sulla Corte di Roma, e non può a meno di esercitarla, mentre è quello che si dimostra più favorevole agli interessi ed alle mire di quella stessa Corte. Dacchè esso ne prende con più ardore le difese, è impossibile che, per ciò solo, non sia tenuto in certo favore presso la medesima, e non è possibile che le sue opinioni superlative non vi esercitino una funesta influenza. E se io dovessi dire tutto quello che penso, stimo che, rispetto a noi, non è solo il partito ultra-cattolico delle altre parti di Europa che esercita una triste influenza sui nostri dissensi colla Corte di Roma, ma credo che è pure il partito ultra-cattolico interno. Che se talvolta la Corte di Roma si è dimostrata poco arrendevole nelle nostre negoziazioni, se talvolta ha creduto dover ricorrere a mezzi che mi permetterò solo di chiamare quasi estremi, ciò le venne in gran parte suggerito da quelli del nostro paese che professano le dottrine cattoliche esagerate. Ora, o signori, non vi è speranza che questo stato di opinioni in Europa si modifichi prossimamente. Si modificherà certamente, chè qualunque moto eccessivo tocca presto i suoi limiti e provoca un moto in senso inverso; io non sono punto spaventato di questo furore ultra-cattolico (Ilarità): sono convinto che fra alcuni anni questo moto si arresterà, e si tornerà necessariamente ad idee molto più moderate; ma questo salutare regresso non si può sperare per ora; ci vorranno alcuni anni ancora; la parabola non è ancor tutta descritta, non è ancora arrivata al punto culminante. (Ilarità.) Quindi se per noi si aspettasse questo cambiamento nelle disposizioni di quel partito, credo che converrebbe procrastinare molto più di quello a che il paese sia disposto. Epperciò, lo ripeto, non credo che si possa dire inopportuna la misura da noi proposta, rispetto alla Corte di Roma. Vengo alle condizioni politiche europee. Qui pure io credo che mi sia facile il dimostrare l’opportunità della nostra proposta. Difatti, quelle stesse tendenze del partito ultra-cattolico predispongono la massima parte degli uomini di Stato d’Europa in favore di coloro che cercano di sostenere, con fermezza sì, ma con moderazione, il principio dell’indipendenza del potere civile. Io credo che appunto le esagerazioni a cui accennava fanno sì, che molti in Europa s’interessano a questa lotta che noi sosteniamo. Diffatti ad appoggio di questa sentenza vi potrei citare la stampa di quasi tutti i paesi dell’Europa, vi potrei citare i libri ed i fogli della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio e di una parte della Germania. Ma forse queste autorità saranno contestate da alcuni membri di questa Camera. Forse il conte della Margherita mi dirà che i giornali da me accennati sono stampati in paesi infetti dalla lue rivoluzionaria. (Si ride.) Ma in allora gli riferirò un fatto che forse gli potrà recar qualche stupore, ed è che in questa questione speciale, non solo i giornali francesi, inglesi, prussiani, ma anche parecchi giornali austriaci, alcuni periodici che si stampano a Vienna, alcuni di quelli stessi che sono in voce d’essere ispirati dal Governo medesimo, fanno plauso alla nostra proposta. Quindi ho ragione di credere che questa nostra non si reputi in Europa misura rivoluzionaria, come è accusata da alcuni oratori. Ma quando fosse vero, quello che io contesto assolutamente, che questa nostra riforma fosse vista di mal occhio da Gabinetti europei (quantunque io creda che dobbiamo preservare la nostra indipendenza da ogni insulto, e che nelle questioni interne noi dobbiamo badare ai nostri veri interessi, tuttavia penso che si debba tener conto anche dell’opinione dei Gabinetti europei), quando dunque fosse pur vero che questi Gabinetti vedessero di mal occhio quanto ora facciamo, non dovrebbe tal considerazione impedirci dal progredire. Infatti questo è il momento il più opportuno per far questa riforma, perchè i Governi esteri hanno ben altri pensieri, ben più serie preoccupazioni che non quelle della legge da noi proposta (Ilarità); hanno questioni troppo gravi, troppo incalzanti perchè abbiano agio a consacrar molto tempo alle nostre discussioni politiche. (Bravo!) Dunque in tutte le ipotesi credo che il momento attuale è opportunissimo per compiere la riforma che fa oggetto dell’attuale progetto di legge.
Vengo ora alla parte la più grave di questo discorso, cioè all’opportunità considerata sotto l’aspetto delle nostre condizioni interne. Io non disconosco quanto vi può essere di fondato nell’opinione emessa dall’onorevole deputato Genina, e testè ripetuta con molto calore dall’onorevole Ghiglini, cioè non essere tempo opportuno per suscitare questioni gravi ed irritanti questo, in cui il paese è chiamato a prender parte ad una gran lotta, in cui il paese entra in una fase di eventi incerti, ma gravissimi. Quest’argomento avrebbe ai miei occhi un gran peso se la questione religiosa fosse stata sollevata da questa legge; se prima della sua presentazione il paese avesse goduto della più assoluta pace interna, se non vi fosse stato un partito che, in nome della religione, avesse mosso guerra acerba al Governo, per non dire alle istituzioni. Ma, signori, è egli questo vero? Io ho troppa fede nella lealtà dell’onorevole deputato Genina, per credere che egli possa ciò sostenere, per credere che egli possa negare che la lotta esistesse assai prima della presentazione della nostra legge, e che negli anni andati quel partito superlativamente cattolico faceva al Governo ed al nostro sistema una guerra altrettanto aspra di quella che in oggi si combatte. E se io volessi addurre di ciò una prova, non avrei che a ricordare la polemica dei giornali degli anni scorsi; potrei anche, per dimostrare che non vi è stato poi un cambiamento radicale, citare i discorsi stessi che si sono pronunciati l’anno scorso in questa aula dai membri che seggono alla destra; potrei rammentare i tumulti della valle d’Aosta: cose tutte che dimostrano, che la divisione degli animi è ben anteriore alla legge che noi vi abbiamo presentata.
E per vero, io non vedo che essa abbia prodotti altri effetti notevoli se non se di rendere un po’ più aspro il tuono della polemica; ma ritengo per fermo che non abbia di molto accresciuto le file di coloro che già prima combattevano il Governo ed il nostro sistema. Ma per ottenere quella pace che invocavano con parole, non esito a dirlo, commoventi, e l’onorevole deputato Genina e l’onorevole deputato Ghiglini, non sarebbe bastata la non presentazione di questa legge. Sarebbe stato necessario il ritornare sui passi già fatti dal 1848 in poi; sarebbe stato necessario il consentire a concessioni tali che, a mio credere, ripugnano assolutamente allo spirito delle nostre istituzioni. (Bene.) Io credo pertanto, o signori, che sia mal fondato l’appunto che ci venne fatto di aver con questa legge turbata l’unione, suscitate le divisioni negli spiriti. Che se, come penso di avervi dimostrato, la non presentazione di questa legge non avrebbe avuto per effetto di quetare gli animi del partito esagerato cattolico, se non avrebbe avuto per effetto di ricondurre la pace generale, questo posso ben anche dirvi, che avrebbe avuto altro effetto assai pernicioso dal lato della tranquillità generale. Se dal Ministero non si fosse presentata questa legge, egli è evidente che si sarebbe prodotto nel paese un vivo malcontento, che tutta quella parte numerosissima, la quale da tanti anni reclama queste riforme, e le reclama con tutti i mezzi legali che le nostre istituzioni somministrano, ma si è però acquietata alle nostre promesse, tutta questa parte si sarebbe agitata e con ragione. Ed allora che cosa ne sarebbe derivato? Voi avreste avuto l’agitazione clericale come pel passato, ed avreste avuto per sopraggiunta l’agitazione liberale. Bel mezzo di condurre e di mantenere la pace del paese! (Bene! Bravo!) Invece, o signori, io tengo per fermo che il solo mezzo di ricondurre questa pace è di fare questa riforma, perchè finchè essa non sarà compiuta, la questione sarà pendente. Anche coloro che vedono tutto color di rosa non possono supporre che quando questo Ministero fosse rovesciato ed un altro ritirasse questa legge, questa questione cessi di agitare gli animi del paese. Signori, finchè vi sarà inscritto nel bilancio dello Stato un milione di franchi pel clero, quando il paese sa che l’asse ecclesiastico supera i 15 milioni di rendita, finchè manterrete senza toccarlo tutto codesto esercito di otto mila e più religiosi, non sperate che regni la quiete nel nostro paese. Vi sarà sempre un partito numerosissimo, partito, che, a mio credere, costituisce la grandissima maggioranza del paese, il quale insisterà per la cancellazione della somma portata in bilancio a favore del clero, e per la riforma delle corporazioni religiose. Fate la riforma, e la pace ritornerà. E perchè? Per una ragione semplicissima. Perchè l’esperienza dimostra che gli effetti di questa riforma sono tutt’altri di quelli paventati dai suoi avversari; perchè l’esperienza dimostra che questa riforma è senza inconvenienti reali per il clero stesso, e che invece di contraddire, favorisce gl’interessi della religione. Fate la riforma, ed avrete la pace! Noi lo possiamo fino ad un certo punto argomentare dal nostro passato. Quando si discuteva la legge per l’abolizione del fôro, si facevano le pitture le più sinistre degli effetti che essa avrebbe prodotti; pareva che sarebbe stato mestieri di mandar sempre i carabinieri a strascinare i sacerdoti dinanzi ai tribunali, che avrebbe bisognato scalzare le porte delle chiese; se ne faceva insomma un quadro spaventevole. Ebbene, o signori, siamo di buona fede (io non entro nella questione legale, se il potere civile avesse o non il diritto di farla, parlo soltanto degli effetti): questa legge fu poi tanto dannosa alla religione ed ai suoi ministri? Ben altrimenti! io credo che e questi e quella ci hanno guadagnato, perchè dopo tal legge i ministri dell’altare godono di maggior credito nelle transazioni civili, ed hanno migliorata la loro condizione. Lo stesso avverrà nel caso presente. Voi vedrete dopo questa riforma più influente il clero, più rispettata la religione, e tutti gli uomini di buona fede finiranno per convenire, se non apertamente, almeno in segreto, che alla fin fine essa era una buona cosa. (Bravo! bene!)
Or mi rimane a rispondere ancora al deputato Genina, il quale onde smuovermi dal pensiero di questa riforma (mi scusi, se mi attribuisco più particolarmente questo argomento) si è servito di un esempio tratto dalla storia contemporanea inglese, e mi ha ricordato come l’anno scorso, quando si rompevano le ostilità, il ministero inglese, per organo di lord John Russell, ritirava una legge sulla riforma elettorale onde non dividere gli animi. Qui, quantunque io rispetti e simpatizzi assai per gli uomini che in allora, e anche in oggi, in gran parte siedono al potere in Inghilterra, io debbo dire che so di certa scienza che molti fra gli in allora ministri non credevano quella riforma elettorale nè punto nè poco opportuna. Io mi trovava in Inghilterra nel 1852, appunto al momento delle elezioni, e posso assicurare la Camera che la quistione della riforma elettorale non preoccupava gran che l’opinione pubblica. Non dico che essa non fosse buona e che i ministri non avessero ragione per farla, ma ripeto che tutti quelli che tengono un po’ dietro alla storia contemporanea dell’Inghilterra, non disconosceranno che il paese non era per nulla agitato per quella questione. Trattavasi d’altronde di una riforma quasi omeopatica, che non cambiava nessuno dei principii che reggono la legge attuale; epperciò non poteva eccitare nè molto entusiasmo nè molta opposizione; quindi fece benissimo il Ministero a ritirarla. Ma se debbo dire quale sia il vero motivo di questo ritiro, dirò che nel seno del Gabinetto non vi era perfetta unanimità sull’opportunità di questa misura. Se invece della riforma elettorale proposta da lord John Russell, ultimamente, si fosse trattato di quella che egli stesso proponeva nel 1831, riforma in allora veramente radicale, quando distrusse i borghi e diede le franchigie elettorali a tutte le grandi città della Gran Bretagna, oh! in allora si può esser certi che nemmeno una guerra avrebbe distolto il Ministero dal proseguire quella gran riforma. Sarebbe essa stata invece un buon motivo per farla progredire con più vigore, con più energia. Ma poichè l’onorevole Genina mi ha condotto sul terreno della storia inglese, e m’ha citato un esempio per indurmi a ritirare una riforma a fronte di una guerra incipiente, io gli citerò un altro esempio, a mio credere assai più calzante, di una legge di riforma che fu ritirata pure a cagione od a pretesto di una guerra, ma il cui ritiro produsse all’Inghilterra le più tristi e più fatali conseguenze. Lascierò quindi la Camera giudice fra l’esempio citato dall’onorevole deputato Genina e quello che io adduco. (Segni di attenzione.) Al principio di questo secolo, il più illustre forse fra i ministri della Gran Bretagna, Guglielmo Pitt, venne a capo di compiere il grande atto della unione legislativa dell’Irlanda colla Gran Bretagna; atto pel quale si impiegarono mezzi che io non vorrei giustificare; atto che sollevava le ire, i risentimenti di tutta la popolazione cattolica irlandese. Guglielmo Pitt, animato da un vero sentimento di giustizia, da un vero spirito politico, credette dover sedare quella grandissima irritazione cattolica col concedere contemporaneamente od a breve intervallo, la tanto sospirata emancipazione agl’Irlandesi. Pitt la propose al Parlamento, e ad onta dei servigi da lui resi allo Stato, ad onta dell’immenso suo genio, non venne a capo di farla trionfare degli ostacoli che incontrò presso i grandi poteri dello Stato. Non potendo egli pertanto mantenere la promessa data all’Irlanda, non potendo compensare l’ingiuria arrecata ai cattolici col beneficio della emancipazione, lasciò il potere; altri ministri meno abili, meno illustri di lui assunsero le redini dello Stato. In forza della guerra poterono governare; Pitt, per patriottismo, non fece loro opposizione, e la riforma cattolica rimase sepolta per molti anni. Ma l’onorevole deputato Genina non può ignorare quali furono gli effetti di quell’immenso errore politico! Trent’anni di lotta civile, trent’anni di mal governo, trent’anni di miseria, di sangue, sono forse la conseguenza di questa debolezza del Parlamento inglese che ha sagrificato una gran riforma alle considerazioni della guerra. (Bravo! bene!)
Io credo, o signori, avervi dimostrato essere la legge che vi abbiamo proposta utile dal lato finanziario, più utile dal lato economico, di avervi dimostrato non essere condannata dalla politica, essere finalmente sotto tutti i rispetti opportuna. Tuttavia vi è un lato dal quale io debbo dichiarare che la legge è inopportuna, ed è per rapporto al Ministero. Egli è innegabile, o signori , che la presentazione di questo progetto concentrò sopra alcuni ministri le ire le più accanite, gli odii i più intensi; questo progetto ha loro fatto perdere care ed apprezzate amicizie, ed aumentato, sebbene di poco, il numero dei loro avversari politici. Siffatte conseguenze potevano prevedersi, e (lasciate che vel dica) erano da noi prevedute prima di venire a sottoporvi la legge che or si discute. Nulladimeno, o signori, queste considerazioni non ci rimossero dal compiere un atto che è grave e doloroso, ma pur necessario; e ad onta delle perdute amicizie, delle cresciute inimicizie, delle ire fatte più calde, degli odii divenuti più acerbi, non lamentiamo la risoluzione da noi presa, e terremo sempre come uno degli atti della nostra vita politica di cui potremo andar più superbi, quello di aver saputo sacrificare ad ogni particolare riguardo il compimento di ciò che noi abbiamo considerato e consideriamo tuttora come un sacro ed assoluto dovere. (Vivi segni di approvazione.)
2.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO .
(Seduta della Camera, 23 febbraio 1855.)
.... Vi abbiamo detto che volevamo conservare alcuni Ordini dediti alla predicazione, all’istruzione ed alle cure della carità. In quanto alla predicazione il mio onorevole collega vi ha manifestato schiettamente come non si riconosce per noi un utile grandissimo in questi Ordini e che, se non fosse per arrivare alla soppressione degli ordini mendicanti, su questo punto si trebbe probabilmente transigere; ma in quanto agli Ordini che si dedicano all’istruzione ed alla carità, noi non crediamo che si debba recare una riforma radicale e nemmeno una riforma estesa; e ciò non solo per considerazioni pecuniarie, ma altresì per considerazioni morali, economiche e sociali.
Non vi farò l’elogio dell’educazione data dalle corporazioni religiose. Se io avessi figli, dichiaro schiettamente che non li manderei in convitti governati da frati; ma vado persuaso che nello stato in cui si trova la pubblica educazione presso noi, ne risulterebbe un grave danno se venissero soppresse immediatamente le corporazioni religiose che vi si dedicano. So di manifestare opinioni che non incontrano molto favore su alcuni banchi di questa Camera; ma ho sempre usato dire francamente quanto penso, e reputo doverlo ripetere anche in questa circostanza; ho il fermo convincimento che nelle attuali nostre condizioni l’esistenza di convitți diretti da ordini religiosi sia per tornare assai giovevole. In primo luogo, o signori, se voi sopprimeste questi convitti ne verrebbe un primo inconveniente. Molti padri di famiglia, a torto od a ragione, non la pensano come la penso io intorno a questi convitti, e credono che fuori di essi non si possa ottenere una buona educazione. Quindi, se tutti i convitti retti da ordini religiosi venissero ad essere chiusi, probabilmente questi parenti manderebbero i loro figli in convitti situati in esteri paesi a poca distanza dalle nostre frontiere, e governati da Ordini certamente meno liberali, o più illiberali, se volete. Questo è un inconveniente del quale mi sembra che si debba tener conto. In secondo luogo, signori, è presto detto: fondate nuovi stabilimenti di educazione: ma per ciò non basta la buona volontà dei municipii, delle provincie e del Governo, non basta la disposizione dei padri di famiglia di mandare i loro figli in questi collegi; ma vi vuole un complesso di circostanze che non si verifica così facilmente: ed io stimo di non dire cosa contraria alla verità e di non mancare a quanto si deve a quei tanti benemeriti municipii, a quelle benemerite provincie, a quei molti individui che hanno concorso allo stabilimento di instituti di educazione, nel dire che finora molti di essi lasciano assai a desiderare. Io odo bene spesso nel consiglio dei ministri lagnanze del mio collega che regge le cose dell’istruzione, sugli inconvenienti che succedono in questo o in quell’altro collegio; odo ogni giorno lamentare il difetto di individui atti a coprire degnamente i posti in questo od in quell’altro instituto; odo ogni giorno lamentare la necessità di surrogare questo o quell’altro professore, e di dover adoperare rispetto ad essi misure severe. E questo non è straordinario, mentre è chiaro che non s’improvvisa un corpo insegnante, non si può in pochi mesi, e nemmeno in pochi anni, creare dal nulla un complesso di direttori, di amministratori e di professori. Ora, signori, se noi abbiamo incontrato tutte queste difficoltà nella creazione, che ha avuto luogo in questi ultimi tempi, di molti stabilimenti, che cosa accadrebbe, se per la soppressione delle case religiose di educazione, si dovesse necessariamente provvedere all’immediata attivazione di molti altri istituti di simil genere? Si correrebbe manifesto pericolo, anzi vi sarebbe la quasi certezza di stabilirli sopra basi non del tutto buone, e di ottenere un risultato molto men buono di quello che si ottiene nelle attuali case religiose. Da ciò ne verrebbe, per natural conseguenza, che l’opinione pubblica, la quale in ora si dichiara forse contraria a queste case, vedendo che nei nuovi collegi, nei nuovi convitti si darebbe un’educazione meno profonda, non accagionerebbe di ciò la fretta colla quale si sarebbe dovuto provvedere, ma sì l’insegnamento laico, e ciò con durature e fatali conseguenze. D’altronde, o signori, penso che, se vogliamo che l’educazione e l’istruzione si svolgano rapidamente e bene nel nostro paese, sia necessario che vi esistano e collegi laici e collegi religiosi. E ciò perchè? perchè si stabilirà fra questi una salutare emulazione, e gli uni e gli altri gareggieranno per ottenere la fiducia dei padri di famiglia, sia col dare maggiore sviluppo allo studio delle scienze e della letteratura, sia col cercare di rendere più morali e migliori i fanciulli. Io son d’avviso che in ciò, come in molti altri rami dell’attività umana, la emulazione, la concorrenza sia un elemento indispensabile di buon suc cesso. E invero, o signori, io porto opinione che ciò possa dimostrarsi coi fatti storici. Nei paesi ove si è voluto stabilire una sola specie di stabilimenti di educazione, dove si è voluto in certo modo organizzare sopra un modello uniforme tutti i collegi, si sono ottenuti cattivi risultati; si è creata in certo modo una corporazione laica insegnante che avea quasi tutti gli inconvenienti delle corporazioni religiose, e che forse non aveva assolutamente tutti gli stessi vantaggi che nelle corporazioni religiose s’incontrano. È quindi nell’interesse stesso dell’insegnamento laico e del progresso civile (questa è un’opinione profondamente radicata in me per dieci anni di studi e di meditazioni) che l’insegnamento laico abbia la concorrenza di quello religioso; ed io son certo che l’esperimento proverà la verità di questa sentenza.
Forse mi si dirà: i collegi laici non possono lottare contro l’insegnamento religioso. Al che risponderò: ma non vedete voi, o signori, che nell’attuale stato di cose, il comune e la provincia e il Governo favoreggiano l’insegnamento laico, col dar locali, col sussidiare gl’insegnanti, e in certi luoghi, sino col concorrere nelle spese di inantenimento? Come adunque potete credere che questo insegnamento laico non possa sopportare la concorrenza degli stabilimenti religiosi? Fate solo che l’insegnamento laico sia ben morale, sia ben ordinato, e state pur certi che vincerà la prova contro la concorrenza delle corporazioni religiose. Io quindi, lo ripeto, credo che queste siano da conservarsi, ben inteso, sottoponendo i loro collegi a quelle norme che vengono dalle leggi stabilite, norme che nello stato attuale della legislazione si estendono a tutte quante le case di educazione. Finchè il principio di libertà assoluta non potrà applicarsi, finchè i nostri costumi non saranno giunti a quel punto in cui l’insegnamento venga praticato largamente, ritengo che la sorveglianza che lo Stato esercita sull’insegnamento laico deve altresì esercitarsi sull’insegnamento delle cose religiose.
Io mi stupisco poi assai che dai banchi della sinistra si elevino delle voci per chiedere la soppressione delle congregazioni che si danno esclusivamente alla carità. Intorno a queste congregazioni, se non erro, l’onorevole deputato Valerio rivolgendo una interpellanza al Ministero, e specialmente al ministro che ora vi tien discorso, diceva: sarebbe forse in seguito a suggerimento od a pressione esterna che voi avete inserito nel primo articolo della legge l’eccezione a favore delle Suore di Carità e di quelle di San Giuseppe? Io gli darò una risposta che, credo, lo appagherà. Non solo posso dichiarare che, nell’inserire questa eccezione, il Ministero, ed in ispecie chi ora parla, non ha ceduto ad una pressione estera, ma dichiaro altresì, e lo dichiaro altamente, che qualunque pressione estera od interna, dentro o fuori del Parlamento, non mi farebbe mai consentire a firmare, come ministro, una legge che sopprimesse gli ordini caritativi. Amerei meglio lasciare dieci volte il Ministero, che rendermi colpevole di un atto che, a parer mio, farebbe un torto immenso al nostro paese in cospetto di tutta l’Europa civile. Sì, o signori; a mio giudizio, la soppressione delle Suore di Carità sarebbe il massimo degli errori: io ritengo questa istituzione come una di quelle che maggiormente onorano la religione, il cattolicismo e la stessa civiltà. Io ho vissuto molti anni in paesi protestanti, ho avute relazioni cogli uomini più liberali appartenenti a quella religione, e li ho più volte uditi invidiare altamente al cattolicismo l’istituzione delle Suore di Carità. Laonde ripeto, o signori, che quantunque desideri veder portato lo spirito di riforma nelle istituzioni monacali, quantunque reputi che le necessità presenti, l’interesse della civiltà, i bisogni del secolo richieggano questa riforma, quando essa dovesse estendersi alle Suore della Carità, vi rinunzierei, piuttosto che portare su di questa istituzione una mano sacrilega. E a questo punto debbo, come già fece l’onorevole mio collega, invocare l’esempio degli stabilimenti in cui queste Suore esercitano l’opera loro. Io ritengo che non solo essi possono sostenere il confronto con qualunque tra quelli in cui non sono ammesse, ma anzi ho l’intima convinzione che l’opera di queste Suore abbia portato un miglioramento grandissimo in tutti quelli a cui furono chiamate. Non verrò a citare esempi speciali, perchè in fatto di carità sarebbe cosa dolorosa il dover librare nella bilancia la maggiore o minore efficacia delle persone che la esercitano. Ma, o signori, io invoco in favore dell’efficacia dell’opera delle Suore di Carità negli ospedali la testimonianza della nazione inglese. Aprite i giornali di quel paese, e vedrete come tutti, e whigs e tories e radicali, rendono giustizia agli immensi servizi che le Suore di Carità hanno reso negli ospedali militari di Oriente, come tutti proclamino l’immensa superiorità degli ospedali retti dalle Suore di Carità, a petto di quelli eretti a molto più caro prezzo dall’amministrazione inglese. Di più, o signori, ritengo che queste Suore esercitino la carità come deve essere esercitata nel nostro secolo. Il loro modo di esercitarla è ben diverso da quello che adoperano gli ordini mendicanti. Dalle Suore di Carità non si fa quella distribuzione senza criterio alla porta del convento, di cui parlava molto appropriatamente l’onorevole Robecchi, ma esse fanno il vero ufficio del visitatore dei poveri. E noi abbiamo nella nostra città ripetuti esempi del modo col quale queste Suore esercitano l’opera loro caritatevole, e questa tende non già a mantenere i poveri nell’ozio, ma sibbene a farli uscire a poco a poco dalla miseria e dalla povertà. Nè io, o signori, posso dividere l’opinione del deputato Valerio sul modo col quale le Suore di Carità esercitano l’uffizio dell’insegnamento popolare. Io ho avuto la sorte di occuparmi (molto prima che si parlasse di Statuto e di pubblici dibattimenti) di istituti di educazione popolare. Questi istituti a cui accenno vennero fondati da una società di cui faceva pur parte l’onorevole deputato Valerio; anch’io feci quanto ho potuto onde impedire che ci fossero imposte le Suore della Carità, mentre non aveva in quel tempo nessuna predisposizione, nessun pregiudicio in loro favore. Cionondimeno essendo stata quasi una condizione assoluta dell’approvazione della nostra società, abbiamo dovuto sottostarvi. Ora, o signori, io dichiaro che l’esperienza mi ha dimostrato, che, se si aveva avuto torto d’imporci queste Suore come una condizione assoluta, noi avevamo anche avuto il torto di considerare come un gran danno l’opera di esse. Io non voglio istituire confronti, ma credo di poter dire senza tema di essere smentito da molti dei miei colleghi che hanno avuto parte all’opera a cui accenno, che, se vi sono case di asilo nel paese ottimamente governate, quella che in Torino è governata dalle Suore di Carità può certamente reggere al confronto di tutte.
Nè io temo, o signori, l’influenza politica che possano esercitare queste Suore della Carità, e gli altri Ordini che si dedicano all’istruzione popolare. In verità io ho avuto molte relazioni con queste Suore della Carità, e non ho mai visto che si occupassero di politica, non ho mai scorto che avessero veruna tendenza per questo o per quell’altro partito; conducono una vita troppo attiva, sono troppo dedicate esclusivamente alle opere di beneficenza, per prendere un interesse alle cose politiche. Non è questo, o signori, l’Ordine che possa esercitare una fatale influenza sulle nostre instituzioni. D’altronde state certi che, finchè noi avremo libere istituzioni, finchè noi saremo in possesso della libertà della parola, della libertà della stampa, l’influenza di questi Ordini non potrà essere gran fatto dannosa nè potente. Ma come mai, se nel secolo scorso, quando non ci era libertà nè di parola nè di penna, quando gli ordini religiosi erano ben più numerosi, ben più ricchi, ben più influenti che non lo siano ora, ciò nullameno lo spirito di civiltà e di progresso potè venire a capo di rovesciare l’antico edifizio sociale; come mai ora che abbiamo la libertà, che possiamo scrivere e dire quello che vogliamo, come mai potremo temere le influenze che possono esercitare nel secolo alcuni ordini religiosi? Per me non ho veruna tèma. Io sono certo che, quand’anche fosse (e fino ad un certo punto sarà) che nelle scuole i giovani ricevessero una qualche tendenza contraria allo spirito di libertà, son certo che l’atmosfera nella quale tali giovani si trovano gittati uscendo dalle scuole, dissiperà prontamente gli effetti di quell’influenza educativa. Io veggo, o signori, che esistono nell’America molte scuole dirette da ordini religiosi. Nell’America del Nord, per esempio, il numero degli istituti retti da ordini religiosi, sia maschili che femminili, supera di gran lunga, in proporzione della popolazione, il numero degli stabilimenti che esistono nel nostro paese. Ma non iscorgo che queste case di educazione abbiano punto modificato lo spirito degli Americani. Le spiegazioni che testè vi ho fornite riguardo alle ragioni che inducono il Ministero a respingere l’emendamento del deputato Robecchi,[6] valgono altresì, a parer mio, a far conoscere quali siano gli Ordini che intendiamo di conservare, e come nel provvedere ai veri bisogni della società a cui questi Ordini tendono pure a soddisfare, noi potremo conseguire lo scopo della legge. Difatti, vi abbiamo detto che gli ordini insegnanti e quelli caritatevoli non sono compresi tra i più ricchi. Ove lo fossero, noi non ne chiederemmo la sopressione; ma, probabilmente, onde raggiungere l’intento, avremmo altrimenti combinato il presente progetto di legge. Dietro gli schiarimenti che ho arrecati, la Camera può vedere come, senza tradire i principii che ho esposti nella discussione generale, ed anzi a fine di essere consentaneo ai medesimi, io debbo dichiarare che l’adozione dell’emendamento Robecchi sarebbe tenuta dal Ministero come il rifiuto dell’intiera legge.
3.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta del Senato, 25 aprile 1855.)
Signori senatori: i vari oratori che presero a combattere con parole più o meno concitate questo progetto di legge, portando in questa discussione un insolito calore, per non dire insolita passione, l’hanno condannato come contrario alla religione e ai diritti di proprietà, come conducente all’applicazione delle fatali dottrine socialistiche e comunistiche, come violatore di patti formalmente sanciti, e finalmente, riassumendo in una tutte le accuse, lo presentarono a questo consesso come odioso, rivoluzionario, rovinoso. Io non mi accingerò a combattere ad una ad una tutte queste gravissime accuse. Non era e non è mio intendimento il purgare il progetto di legge dalle accuse diverse, già oppugnate, di contrariare al cattolicismo. Dopo le gravi ed eloquenti parole pronunziate in questa ed in altre tornate da valentissimi giureconsulti che presero a sostenere l’attuale progetto di legge, mi pare ogni aggiunta soverchia, tanto più se presentata da persona al diritto canonico affatto estranea. Tuttavolta debbo mio malgrado su questo argomento fermarmi un istante, a ciò chiamato da una proposta, ch’io qualifico come strana, perchè tale mi pare veramente, dell’onorevole senatore che per la prima volta scioglieva la voce in quest’aula. Il preopinante nell’esordire del suo discorso diceva che bastava a lui per condannare il presente progetto la sentenza contro esso portata dal sommo pontefice. Egli dichiarava che dopo una tale sentenza ogni discussione gli pareva soverchia, essendo il giudizio da lui ravvisato inappellabile. In verità, o signori, io credo che l’onorevole senatore non abbia voluto dare a queste sue parole un’applicazione letterale, giacchè, se ciò fosse, io non saprei capire com’egli potrebbe conciliare questa sua opinione col giuramento ch’egli ha prestato allo Statuto. Infatti, o signori, il sovrano pontefice non si è ristretto a condannare l’attuale progetto di legge; ma nella circostanza in cui pronunziò il monitorio, come in altre circostanze, condannò alcuni principii che fanno parte integrante ed intangibile dello Statuto fondamentale. Fu dalla Corte romana condannata la libertà della stampa, eppure la libertà della stampa è nello Statuto proclamata e sancita; fu dal sovrano pontefice condannata ogni libertà d’istruzione, eppure nelle nostre leggi organiche vi è racchiuso in germe il principio di tale libertà.
Io quindi debbo credere che l’onorevole senatore Brignole non voglia dare alle sue parole quell’estensione che altri sarebbe in diritto di credere a prima giunta. Io penso che egli abbia trovato il modo di conciliare questa sentenza col giuramento da esso prestato; ma siccome io reputo che questa conciliazione sia assai difficile, così non mi stupisce che egli abbia durato sette anni di riflessione per risolverla. (Bravo! Bravo!)
Passo, o signori, ad esaminare l’accusa che vien fatta alla legge di violatrice del diritto di proprietà.
Era mio intendimento di esaminare la questione ponendovi sotto gli occhi le varie nature di proprietà, e facendovi osservare la differenza che fra esse corre; ma questo argomento è stato trattato, o per dir meglio esausto dall’onorevole senatore Gioja, che primo parlò nella presente tornata. Perciò io mi restringerò a brevissime riflessioni. Che la proprietà sia il fondamento della società è verità incontrastata, ciò non solo perchè la proprietà può considerarsi come un diritto naturale, ma perchè il diritto di proprietà è condizione indispensabile, non che al progresso, al mantenimento della società civile. Ma, come vi fu avvertito, se il diritto di proprietà è sacro, non perciò si può dedurre dover essere questo diritto senza limite. E difatti, o signori, noi vediamo che di mano in mano che la società civile progredisce, il diritto di proprietà si trova meglio definito e più limitato. In altri tempi venne riconosciuto al proprietario il diritto di disporre, non solo durante la sua vita, dei proprii averi, il diritto non solo di trasmettere come meglio intendeva la proprietà per atto di ultima sua volontà, ma altresì di vincolarne l’uso per un secolo avvenire a certe determinate condizioni. Questa estensione del diritto di proprietà era assolutamente contraria ai veri interessi economici e sociali della società. E nel vero, o signori, non vi è canone economico meglio stabilito di quello che al progresso sociale di un popolo è assolutamente necessaria la disponibilità della proprietà; quindi, o signori, non è da maravigliarsi, se in tutte le società progredite, in tutte le riforme legislative quelle disposizioni estensive del diritto di proprietà vennero ristrette, e finalmente abolite; epperciò io credo di poter dire essere una condizione assoluta del diritto di proprietà che questo sia ristretto in modo che non possa estendersi oltre i limiti della tomba. L’istesso principio, o signori, che ha potuto abolire i privilegi eccessivi concessi alla proprietà, e li ha fatti restringere nei giusti limiti, questi stessi principii debbono condurci nell’applicazione della legislazione ai corpi morali. Prima però di trattare di questi corpi morali mi occorre di ricordare quello che venne già molto bene esposto in questa discussione, quanta differenza cioè vi passi tra la proprietà dei corpi morali, quali sono le corporazioni religiose, e la proprietà collettiva della società. Nella società esiste un complesso di persone, le quali hanno l’assoluta disponibilità della proprietà stessa: non solo i singoli membri possono disporre della loro frazione di proprietà come meglio intendono, ma il complesso dei proprietari può a suo talento disporre dell’asse sociale; epperciò la proprietà non può dirsi resa immobile. Ma nei corpi morali la cosa è molto diversa: la proprietà del corpo morale non richiede (ed io credo che nessuno l’abbia sostenuto) che i membri di una corporazione religiosa siano liberi di disporre a loro talento della proprietà che le appartiene. Da ciò ne conseguirebbe che, se questa proprietà fosse intangibile, sarebbe resa assolutamente immobile, e ciò a danno manifesto ed evidente della società; ma tale assurdità, io mi affretto di dichiararlo, non venne mai sostenuta dagli onorevoli miei oppositori, giacchè essi hanno riconosciuto che di questa proprietà si poteva disporre col consenso della Chiesa; quindi, o signori, io ho ragione di dire non esservi più qui questione di proprietà, ma solo esservi questione religiosa, quella cioè di sapere se per disporre dei beni delle corporazioni religiose si richieda necessariamente il concorso del supremo pontefice. Avendo dichiarato di non voler trattare la questione religiosa, mi restringerò ai fatti argomenti, credendo con ciò di aver purgato il progetto di legge dall’accusa di violato diritto di proprietà.
Ma altra più grave se ne muove contro esso, la quale riveste una qualche apparenza speciosa. Si dice che volendo colpire di una tassa graduale gli averi dei vari enti ecclesiastici, noi introduciamo nella legislazione il fatale principio dell’imposta progressiva; principio che potrebbe condurci alle più funeste conseguenze, e che, tratto tratto, applicato da persone più avventate, meno tènere dell’ordine sociale, potrebbe sviluppare fra noi i germi di quelle dottrine fatali che sono conosciute sotto il nome di dottrine socialistiche e comunistiche. Invero, o signori, se nel progetto di legge si contenesse anche qualche lontanissimo principio che potesse condurre (come sostener vollero i membri della minoranza dell’Ufficio Centrale) all’applicazione di quelle funeste dottrine, che potesse dar appiglio ai propugnatori dell’imposta progressiva, io sarei il primo a sorgere per combatterlo; giacchè, o signori, non sarebbe la prima volta che io discenderei in tale palestra. Ma emmi avviso che un esame attento della quistione vi dimostrerà che l’accusa che ci si fa è destituita di ogni fondamento, e che se vi ha analogia nelle parole, non ve ne ha alcuna nella sostanza. E ve lo dimostrerò, io penso, in due modi: prima, esaminando le sostanze che debbono essere dalla tassa proposta colpite; secondo, in un modo, direi, più matematico, facendovi toccare con mano che gli argomenti, i soli validi argomenti, che si possano invocare contro l’imposta progressiva, vengono in appoggio della ministeriale proposta.
Gli averi degli enti religiosi non sono una vera proprietà individuale; ciò è provato dal fatto che il beneficiario non può disporre della proprietà come ne può disporre il proprietario; e nemmeno, signori, non lo può come usufruttuario; giacchè questi è padrone, senza condizione veruna, di disporre del reddito della proprietà: il beneficiario invece non può disporre del reddito del beneficio se non coll’obbligo di adempiere a certi determinati pesi. Non è una vera proprietà; è un compenso a certi servigi resi alla Chiesa ed allo Stato. Io non posso considerare altrimenti un benefizio: e questo lo desumo sia dalla natura stessa delle cose, sia anche dalla volontà presunta dei fondatori dei benefizii: giacchè, o signori, sarebbe assurdo il supporre che chi lega le sue sostanze a questa od a quell’altra Chiesa, a questo od a quell’altro beneficiario, avesse in mira di favorire uno piuttosto che un altro individuo, e non già di assicurare ai ministri della Chiesa i mezzi di adempire convenientemente al proprio ministero. Considerando quindi la rendita dei benefizi come un compenso per servizii resi dai ministri del culto, io credo che, secondo la mutata condizione dei tempi, secondo le esigenze del servizio stesso della Chiesa, si debba e si possa variare in certi limiti questa distribuzione. E qui ancora non ho assolutamente dissenzienti i miei onorevoli avversari, giacchè essi riconoscono quasi unanimi aversi alcuna riforma da operare, potersi migliorare certamente la distribuzione dei redditi attuali dell’asse ecclesiastico: solo che essi dicono non doversi ciò fare se non col concorso, non già di tutti i beneficiati, non già chiedendo l’assenso di tutti gli attuali interessati, ma col concorso del supremo gerarca della Chiesa. Ciò essendo, io dico, che non altrimenti si viola il diritto di proprietà col variare in certi limiti moderati l’attuale distribuzione dell’asse ecclesiastico, se non come quando nei tempi che seguirono lo Statuto, si variò la scala degli stipendi della magistratura. Nessuno, signori, accusò il Governo, il Parlamento di violata proprietà, di avere disconosciuti i diritti acquistati quando, in presenza delle supreme necessità dello Stato, veniva di molto diminuito il corrispettivo di quei venerandi magistrati, che erano giunti al seggio che luminosamente coprivano dopo una lunga decilustre carriera. Nè qui si può dire che si violano dei diritti acquistati, che la società manca a quelle promesse ch’essa faceva alle persone che si dedicavano nella loro gioventù al sacerdozio, giacchè, o signori, io crederei fare ingiuria e commettere un’immensa ingiustizia, s’io credessi che alcuno entra nel sacerdozio per la futura speranza di occupare uno stallo nella collegiata di San Gaudenzio di Novara, o godere dei ricchi redditi della mensa di Torino. Io mi credo dunque in ragione di poter dire che, stante la natura delle proprietà che questa legge deve colpire, non istà che la nostra proposta costituisca un’imposta progressiva; ma, ve lo ripeto, ve lo dimostrerò in modo più diretto. Se non che, per ciò fare, con mio dolore sono costretto a chiedere al Senato la permissione di esporre alcune considerazioni economiche, necessarie a chiarire questo gravissimo argomento.
Per quanto io abbia studiato la difficile questione dell’imposta progressiva, io non ho mai trovato, a combatterla, che una sola valida ragione, fondata sugli effetti fatali che quest’imposta avrebbe, non solo su le persone da essa colpite, ma sulla società considerata nel suo complesso, e più ancora sulle classi che si vorrebbero con quest’imposta favorire. Dichiaro schiettamente che se si volesse dimostrare l’assoluta ingiustizia dell’imposta progressiva, credo che si troverebbe qualche difficoltà a farlo; ma portandoci sul terreno economico, noi possiamo dimostrare matematicamente e logicamente i funesti effetti di questa imposta. Ecco il ragionamento che, a mio credere, rovina tutto l’edifizio dell’imposta progressiva. Egli è canone non disputato da nessuno che le società non potrebbero, non dico, prosperare, ma non decadere, se ogni anno, nel seno di esse, molti individui non creassero nuovi capitali, cioè non spendessero meno dell’ammontare delle proprie risorse, sia perchè non vi è altro mezzo di progredire, se non mediante la formazione di nuovi capitali, sia perchè, essendo in tutte le società disgraziatamente un certo numero d’individui i quali o per infortunii o per cagione di vizi distruggono dei capitali, se non vi fossero altri che ricostituissero questi capitali stessi, in poco volger d’anni la società rovinerebbe. E questo, o signori, è necessario non solo alla classe proprietaria e capitalista, ma assai più alla classe più numerosa, alla classe operaia, giacchè, o signori, lo ripeto, la ragione del salario si stabilisce dalla proporzione fra il numero dei braccianti e l’aumento dei capitali che debbono questi braccianti occupare, sì, che quando voi aumentate il capitale più rapidamente di quello che si aumenta il numero dei braccianti, voi aumentate il salario, migliorate la condizione di tale classe; epperciò io credo poter dire che l’aumento e la formazione dei capitali sia il maggior servizio che le si possa fare. Ma ora, o signori, scopo principale dell’imposta progressiva è quello di distruggere questa tendenza alla formazione del capitale, giacchè egli è evidente che essa opera in modo diretto, ed in modo indiretto, direi in modo morale: in modo diretto aumentando il sacrifizio, il peso a colui che accresce il capitale, ed in modo indiretto gettando uno sfavore sopra chi aumenta la propria ricchezza. Ora, se voi giungete a fare penetrare nella società l’idea che il ricco, in certo modo, è persona nociva che conviene aggravare, vedrete poco a poco scemare il numero di coloro che impongono a sè medesimi dei sacrifizi per accrescere i capitali, e perciò non solo non vi sarà progresso, ma vi sarà pronto e rapido regresso nell’avere sociale; io quindi opino potersi dire, che l’imposta progressiva sia assai più nociva a quella classe che non può sperare miglioramento della sua sorte se non dall’aumento del capitale, che non a quell’altra classe che verrebbe direttamente da essa colpita. Ma questi inconvenienti evidentissimi e gravissimi procedenti dall’imposta progressiva applicata alla proprietà individuale, credete voi che deriveranno egualmente da questo sistema applicato alla proprietà dei corpi morali? No certamente: ed io credo in ciò di avere consenziente anche la massima parte dei miei opponenti, non esclusi i due membri della minoranza dell’Ufficio Centrale. Nessuno desidera l’aumento della proprietà appartenente alle mani morte, almeno nessuno ha avuto il coraggio di manifestare questo desiderio. Quindi se questo sistema, se quest’imposta deve avere sulla proprietà delle mani morte delle conseguenze identiche a quelle che avrebbe certamente sulle proprietà private, cioè di impedire l’aumento di queste proprietà, io credo che tutti se ne consoleranno, compresi i membri della minoranza dell’Ufficio Centrale. (Si ride.) Mi pare, almeno mi lusingo, di avere con questi brevi argomenti dissipato quel fantasma che si era affacciato alla mente dei membri dell’Ufficio Centrale, i quali vedevano venir dietro a questa nostra proposta gli orrendi spettri del comunismo e del socialismo.
Abbandono quella parte del mio argomento, e scendo ad esaminare, o meglio a ribattere il rimprovero di violata fede, che ci fu più specialmente scagliato contro dal venerando arcivescovo di Ciamberì. Egli disse che noi volevamo proscioglierci da un obbligo solennemente contratto, volendo far scomparire dal bilancio la somma di novecento e più mila lire, le quali negli anni addietro in essa figuravano per supplemento di congrue ai parroci: soggiunse che questa somma costituiva un vero debito, e che era la conseguenza di un formale impegno, ricercando l’origine di questo debito, e nel concordato del 1801, e nell’accordo del 1828: egli ci disse pure che nel 1828 il Governo del re Carlo Felice si era obbligato a corrispondere ai parroci, a titolo di supplemento di congrua, una certa determinata somma, che quindi costituiva un debito, una vera obbligazione. Qui, per rispondere in modo adeguato, io sono costretto di invocare i principii del diritto civile, i quali non mi sono molto famigliari; ma io lo farò, giacchè ciò mi è imposto dalla presente circostanza. Non vi può essere contratto, se non vi è da una parte una vera concessione, un vero sacrificio, e dall’altra non vi sia nè sacrificio nè concessione vera. Ora io dico, che nel concordato del 1828 non vi fu per parte della Santa Sede vero correspettivo. Non già che io lamenti le disposizioni prese dal Governo d’allora di provvedere alle congrue dei parroci non bastantemente retribuiti (poichè il Governo d’allora non avvisava dover adoperare altro mezzo a questo fine, e riconoscea che faceva bene, ottimamente bene, provvedendo ai bisogni dei parroci non abbastanza provvisti); ma nego che costituisse un impegno assoluto colla Corte di Roma, perchè questa, ripeto, non dava nulla in corrispettivo. Difatti, o signori, quale è il vero corrispettivo che accordò la Corte di Roma? Il vero corrispettivo, quello che venne richiesto dal Governo e dalla Corte di Roma concesso, fu di dare al Governo la facoltà di continuare per tempo indeterminato (se volete, anche per sempre) la facoltà di percepire delle imposte sui beni della Chiesa. Ora io vi domando se questo è un vero corrispettivo? Era bensì nella facoltà della Chiesa di darlo o negarlo: ma quello che io non dubito di asserire si è, che non era nella facoltà del principe di abdicare al diritto d’imporre i beni della Chiesa; e quando il principe l’avesse fatto, quando avesse alienata questa parte del potere regale, io credo che i nostri magistrati, se non tutti, la maggioranza di essi avrebbero dichiarata nulla questa alienazione; e perciò dico e ripeto che il contratto del 1828, mancando assolutamente di corrispettivo da una parte, è nullo per l’altra.
Più grave argomento è quello ritratto dal concordato del 1801, di cui si valse l’onorevole senatore Billet, giacchè non posso negare che in esso vi fu corrispettivo e da una parte e dall’altra, e che quindi costituiva un vero contratto. Ma qui mi permetta l’onorevole senatore di manifestargli la mia meraviglia che abbia creduto dover cercare un argomento in questo concordato; giacchè, se pensa che esso non poteva venire modificato dal potere civile succeduto al potere che l’aveva firmato; se egli crede che questo concordato era posto sotto l’egida non solo della potenza che l’aveva firmato colla Santa Sede, ma in certo modo colle potenze che hanno firmato il trattato di Vienna, mi permetta di dire, che io penso in allora, che siffatto concordato può essere invocato non solo dal clero pel mantenimento de’ suoi diritti, ma anche dal laicato, il quale era, quanto il clero, ad esso interessato. Se il concordato del 1801 era intangibile, se il Governo del Re successore del Governo francese non poteva apportare ad esso modificazioni senza violare gli impegni assunti colla popolazione di Savoia, in allora io opino che le popolazioni laiche della Savoia avrebbero diritto d’invocarlo nelle parti che sono alle popolazioni laiche favorevoli. Non mi consta che i cambiamenti gravissimi che molto prima d’ora furono a quel concordato arrecati dall’autorità civile in seguito ai suggerimenti della Corte di Roma, abbiano incontrato la disapprovazione del clero e suscitate le sue proteste. Quando si modificava il concordato in un senso favorevole al clero, il clero faceva plauso; ora che si vorrebbe modificarne una parte, non,nei principii, poichè si mantiene il principio del corrispettivo al clero, ma nel mezzo di soddisfare a questo principio, il clero della Savoia vorrebbe protestare. Mi permetta in ciò di trovare poco logica e poco conseguente la condotta del clero della Savoia. Tuttavia, per dimostrare all’onorevole senatore che non siamo alieni dall’accostarci a proposte ragionevoli, io non esito a dichiarare, che ove egli giungesse a persuadere ai suoi colleghi dell’episcopato, non che alla Santa Sede, essere oppurtuno, essere utile alla religione dello Stato il ristabilimento del concordato del 1801, io, per mia parte, non solo aderirei a questa proposta, ma di più assumerei l’obbligo formale di presentare nel primo bilancio una proposta onde gli assegni al clero della Savoia venissero conservati non solamente nei limiti in cui si trovavano negli antichi bilanci, ma portati a quelli a cui lo furono nella vicina Francia. E io credo che questa proposta non troverebbe dissenzienti gli onorevoli miei amici che seggono su questi banchi, e che verrebbe persino appoggiata dal mio onorevole amico il senatore Siccardi (ilarità), quantunque non abbia molta fede ai concordati. (Ilarità prolungata.) Io credo poi che non incontrerebbe nemmeno una grande difficoltà nell’altro ramo del Parlamento. Quindi io propongo, ove ciò piaccia ai miei onorevoli oppositori, questo mezzo di conciliazione.
Non mi rimane più che ad esaminare l’ultimo appunto fatto al progetto di legge; l’ultimo, e a dir vero il più grave, quello cioè di essere una misura rivoluzionaria, che debba trarre seco in un breve periodo di tempo le più fatali conseguenze. Io, in verità, o signori, mi stupisco di una tale accusa, giacchè questa legge, nè nella sostanza nè tanto meno nella forma, non ha nulla di rivoluzionario. Noi non siamo venuti a chiedere la soppressione assoluta e senza distinzione di tutti gli ordini monastici; noi non vi abbiamo domandato di mettere in fascio e quello che vi era di buono e quello che vi poteva essere di corrotto; noi non vi abbiamo chiesto di tenere in non cale i diritti acquistati ed i riguardi individuali, come si procede nei tempi di rivoluzione. In altre circostanze, o signori, quest’abolizione venne chiesta al nome di idee rivoluzionarie, e quantunque in quei tempi tali idee avessero assai più impero che non oggidì, e l’atmosfera fosse ad esse più favorevole, quantunque allora io non avessi l’onore di sedere sul banco dei consiglieri della Corona, sorsi nel Parlamento per combattere, e combattere risolutamente, questa proposta. Così farei oggi, ove la riforma che vi proponiamo fosse presentata sotto l’egida delle idee rivoluzionarie. Noi invece vi abbiamo chiesto di procedere con moderazione e prudenza alla riforma di un ordine di cose che tutti voi, o almeno quasi tutti, avete riconosciuto richiedere emendazione e riforme. Noi non abbiamo esitato di dichiarare che mentre alcuni ordini religiosi avevano cessato di essere utili alla società, che anzi nel loro complesso erano divenuti ad essa dannosi, altri ve n’erano, la cui conservazione era richiesta non solo dagl’interessi della religione, ma altresì da quelli della società e dell’umanità. Non abbiamo esitato di fare gli elogi di alcuni ordiní religiosi, mentre combattevamo l’esistenza di alcuni altri; non abbiamo quindi, signori, proceduto rivoluzionariamente. Noi anzi, nel proporvi una riforma in questi tempi tranquilli, in cui le passioni popolari non si agitano fuori delle aule parlamentari, in cui non vi è pressione di partiti estranei, abbiamo creduto di fare un atto altamente conservatore, poichè con esso noi crediamo rendere molto più difficili le rivoluzioni, e molto più facile il combatterle, quando mai esse volessero dominare in questo paese. Signori, le riforme fatte a tempo opportuno, prima che queste siano imposte dalle passioni delle masse, sono quelle che allontanano le rivoluzioni. Quantunque amici ed altamente amici delle riforme, noi deploriamo quelle che procedono dalla rivoluzione, giacchè qualunque buona legge a noi parrebbe colpita dal peccato originale, quando portasse il marchio di una concessione strappata dalle esigenze della plebe; ed in questo sono certo di aver consenziente tutto il Senato, e più di tutti, l’onorevole e valente giurisperito che siede fra i membri della minoranza dell’Ufficio Centrale, giacchè, quantunque per mia disgrazia, da alcuni anni io debba annoverarlo quasi sempre per mio avversario politico, io non gli ho mai fatto l’ingiuria e l’ingiustizia di credere ad un appunto che gli venne fatto in un altro recinto da un suo collega, di aver sottoscritto una delle leggi nostre organiche, una delle leggi alla quale il paese è più fortemente attaccato, non perchè egli la reputasse buona, opportuna, necessaria, ma perchè i tumulti e la pressione della piazza lo costringevano a ciò fare. In appoggio di questa accusa vennero invocati da varii oratori le lezioni della storia. L’un dopo l’altro, l’onorevole arcivescovo di Ciamberì, il maresciallo Della Torre, il senatore Brignole Sale e credo anche il senatore Di Maugny fecero apparire ai vostri occhi lo spettro del 93.
Ricordarono come le riforme dell’89 fossero state presentate da uomini relativamente moderati; ma siccome a questi tosto ne succedettero altri senza principii e di opinioni sovversive ed estreme, la società fosse così stata condotta ai disordini del tempo del terrorismo. Io, o signori, faccio il massimo caso delle lezioni della storia; ma credo, che in questa circostanza gli onorevoli preopinanti abbiano commesso un grande errore di data. Pur troppo, o signori, nell’89 l’èra delle regolari e moderate riforme era passato, e quella invece delle riforme violente e rivoluzionarie era incominciata, giacchè, o signori, voi non ignorate che l’Assemblea costituente non deliberava in mezzo ad un popolo tranquillo, non deliberava in mezzo ad una potestà aspettante con fiducia le determinazioni de’ rappresentanti della nazione, ma deliberava in mezzo ad un popolo già in rivoluzione. Difatti la massima parte delle leggi fu votata da quella grande ed illustre Assemblea dopo i moti rivoluzionarii del 14 luglio, dopo la distruzione della Bastiglia e dopo le scene deplorabili del mese di ottobre di Versailles. In allora erano tempi difficili per poter riformare con mezzi pacifici, legali e regolari la società. Si sarebbe, o signori, ottenuto questo scopo, se Luigi XVI principe di indole ottima ma pur troppo di carattere debolissimo, avesse nell’esordire del suo regno potuto seguire l’impulso del suo cuore e continuare a dar ascolto ai savi e virtuosi consigli degli uomini che egli aveva chiamato a sedere nel suo gabinetto. La rivoluzione sarebbe stata probabilmente evitata, la Francia non avrebbe avuto a deplorare i disastri e gli orrori del 93, se Turgot e Malesherbes non fossero stati abbandonati dal loro principe. La società in allora non era ancora commossa nelle sue fondamenta, lo spirito rivoluzionario non erasi scatenato sopra di essa: a quell’epoca si poteva ancora portar efficace rimedio agli immensi abusi che affliggevano senza sradicare l’albero stesso sociale. Ma pur troppo quegli uomini virtuosi e sagaci che avrebbero potuto, come dissi, indirizzare il re a queste riforme coi loro consigli, furono costretti di abbandonarlo prima d’avere potuto mandar ad effetto le meditate riforme. I loro successori si ostinarono a rifiutare qualunque miglioramento sociale; vollero mantenere, e nella società civile e nella ecclesiastica, tutti gli abusi del medio evo che il regno di Luigi XIV, il dispotismo di Luigi XV avevano legato alla Francia, e le conseguenze di ciò furono quegli atti che avete indicati, e che noi al pari di voi deploriamo. Quindi, o signori, io mi credo in diritto di far risalire la risponsabilità degli orrori del 93, non sugli illustri ed infelici statisti dell’89, sui membri di quella grande Assemblea che ha votato liberi principii che non è più possibile cancellare dal codice delle nazioni, ma bensì sovra coloro i quali contrastarono ogni riforma fin dal principio del regno di Luigi XVI, sopra i prelati orgogliosi, sopra quei cortigiani i quali accusavano Turgot e Malesherbes, come ora noi siamo accusati, di essere rivoluzionari ed innovatori.
Io non abuserò della pazienza del Senato, cercando altrove esempi storici, collo scopo di additare l’effetto delle riforme a tempo praticate. Leggete la storia dei due ultimi secoli dell’Inghilterra, e vedrete che quella nazione ha saputo progredire costantemente nella via della civiltà e della ricchezza, nello sviluppo politico, senza mai inceppare negli scogli rivoluzionari; e ciò perchè? perchè gli uomini di Stato di quel paese hanno sempre saputo piegarsi a quelle riforme che le condizioni dei tempi richiedevano. Nemmeno ricuserò l’esempio di Giuseppe II imperatore d’Austria, al quale vennero imputati fatti così gravi dall’onorevole senatore Brignole. Io, al pari dell’onorevole senatore Mameli, non mi farò l’apologista di quel principe, ed ammetto, col senatore Brignole, che molte cose della sua vita meritano biasimo e biasimo severo; ma nullameno debbo riconoscere che non solo Giuseppe II, ma anche chi prima di lui tenne le redini dell’impero d’Austria, cioè l’imperatrice Maria Teresa, seppe portare in tutti i rami della civile ed ecclesiastica amministrazione gravi ed importanti riforme le quali, dando soddisfazione a molti legittimi desiderii, allontanarono per molti anni i pericoli rivoluzionari dalla monarchia austriaca. Con ciò non intendo neppure far l’apologia di tutte le misure di Giuseppe II rispetto alla Chiesa, giacchè non esito qui a dichiarare altamente, che non approvo tutta quella parte della legislazione giuseppina la quale tende ad inceppare soverchiamente la libertà della Chiesa. Amico delle idee liberali, voglio che queste siano pure alla Chiesa applicate. Nè mi move quanto l’onorevole senatore Brignole disse della modificazione ulteriormente recata alle leggi giuseppine, mentre alcune di queste erano dai tempi richieste, essendo evidente che quanto conveniva verso la metà e sul finire del secolo scorso, non è più opportuno a’ tempi nostri. Ma io credo che queste modificazioni finora siano assai più sulla carta che nei fatti; ed anzi son certo che il clero sabaudo, il clero nazionale, perderebbe assai se si applicasse ad esso la legislazione che tuttora è applicata al clero che è al di là del Ticino.
Signori, un’ultima parola e finisco. Da alcuni oratori ci venne additata come conseguenza necessaria, inevitabile di questo progetto di legge una grande agitazione nel paese, da taluno con parole di ammonizione, da altri quasi con parole minacciose. A questo risponderò con esempi storici. Io comincio dal dichiarare che ho troppa fede nel senno, nel patriottismo dell’episcopato e del clero nazionale per credere che queste minaccie abbiano a verificarsi. Ma quando ciò avvenisse, quando questa agitazione avesse disgraziatamente ad andare fuori d’un certo limite, io ricorderò al Senato non essere questa la prima volta che lotte fatali ebbero luogo fra il principio di libertà, di progresso, ed il principio retrivo vestito del manto della religione. Nel XVII secolo in Inghilterra il partito retrivo, capitanato dai Gesuiti, mosse guerra tremenda alle idee di libertà, di progresso, e il risultato di questa lotta fu la tremenda catastrofe che trascinò in irreparabile rovina l’antica e venerabile schiatta degli Stuardi. Nei tempi a noi più vicini, nel regno di Francia, dopo la Ristorazione, un sovrano, non meno illuminato che prudente, era riuscito a rannodare la catena dei tempi ed a ristabilire l’armonia e la pace fra gli ordini antichi ei nuovi: ma quando a questi successe un altro, il quale si diede solamente in preda ad un partito, il quale sotto il pretesto di favorire gli interessi della religione combattè ogni idea di progresso e di libertà, un’altra lotta ivi s’impegnò, e questa ebbe per risultato di rovesciare e di ridurre in frantumi il vecchio trono dei Borboni. Io spero, o signori, che, fatti istrutti dalla lezione della storia, simili eventi non accadranno fra noi, nè credo che il venerabile nostro clero voglia imitar gli esempi da me indicati. Io sono certo che ad ogni evento la sapienza dei grandi poteri dello Stato saprà evitare le indicate funeste conseguenze.
4.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta del Senato, 9 maggio 1855.)
..... Si combatte questa legge non solo a nome della religione, non solo a nome dei principii legali, ma altresì a nome della libertà. Si disse che il Governo voleva privare della sua libertà tutto un ceto di cittadini, che voleva operare un gran fatto di concentramento, che voleva agire dispoticamente sotto l’apparenza di liberalismo.
A ciò però venne risposto che il Governo non intende colla presente legge di vincolare, menomare nè punto nè poco la libertà dei cittadini; che egli non intende vietare a chicchessia la facoltà di associarsi per vivere con questa o quell’altra forma religiosa; che esso insomma non intende di promuovere l’emanazione di nessuna sanzione penale contro coloro che vorrebbero liberamente praticare le massime della vita monacale. Il Governo, mentre riconosce inutili e dannosi nel loro complesso gli ordini religiosi figli del medio evo, crede che quando si è loro tolta la personalità civile, non possano più esercitare un’influenza morale, nè acquistare uno sviluppo tale da portare nocumento allo Stato. Gli atti che i membri di questi Ordini isolatamente possono compiere, non sono nocivi direttamente allo Stato, il sono bensì se associati. È il complesso della istituzione, lo spirito che li informa, è l’estensione, lo sviluppo dato a questi ordini che producono i pessimi effetti che ho avuto l’onore di porre sotto gli occhi del Senato. Ed invero, se fosse altrimenti, se in questo progetto di legge io scorgessi qualche disposizione che direttamente od indirettamente tendesse a vincolare la libertà dei cittadini, io recisamente mi vi opporrei.
.....Altri oratori poi ci hanno fatto un ben altro rimprovero: essi dissero che con questa legge, sanzionando il principio della libertà dell’associazione, noi apriamo le porte all’istituzione presso di noi di un numero di congregazioni religiose molto maggiore di quello che in ora esiste nello Stato, ed a conferma di questa sentenza ci citano l’esempio del Belgio e della Francia, paesi nei quali si sono stabilite molte corporazioni religiose all’ombra del principio di libertà. A questi risponderemo che noi non siamo contrari a tutte le congregazioni religiose; siamo contrari a quelle che non rispondono più allo spirito ed ai bisogni dei tempi, a quelle corporazioni che, stabilite in altri tempi ed in altre circostanze, hanno raggiunto lo scopo dei loro fondatori, e si trovano ora in opposizione diretta colla società civile ed anche religiosa. Che se i bisogni della società attuale danno origine a congregazioni religiose intese a soddisfare cotali bisogni, e se questa creazione si fa spontaneamente e liberamente, lungi dal vedere in ciò un inconveniente, noi vi vediamo un vero progresso. E quando da questo fatto dovesse risultarne, che invece di Cappuccini, invece di Minori Osservanti, si stabilissero nuove congregazioni di Suore della Carità, di Suore di San Giuseppe, noi, in verità, crederemmo di aver fatto l’opera la più santa che fare si potesse.
Non ignoro che da questo principio di libertà possono nascere inconvenienti, abusi; so che nel Belgio e nella vicina Francia si andò forse oltre i limiti del ragionevole, rispetto alle congregazioni religiose; ma questo nè mi stupisce nè mi spaventa; giacchè in seguito ad una rivoluzione tremenda contro le idee religiose, succede una reazione religiosa, che forse può andare oltre i limiti della ragione; ma io sono certo che la libertà stessa tempererà gli effetti superlativi di questo moto reazionario, e che, col tempo, forse non lungi, le congregazioni religiose, figlie della libertà, rimarranno entro limiti utili alla società civile.
5.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta del Senato, 22 maggio 1855.)
Io non rientrerò nella discussione generale che è stata sollevata, non so con qual fondamento, dall’onorevole maresciallo Della Torre; tuttavia non posso lasciare senza risposta, dirò meglio, senza una solenne protesta, alcune opinioni che egli ha manifestate in questa circostanza. Egli ha detto che considerava questa legge sotto l’aspetto politico, e che da questo lato la giudicava dannosa e specialmente dannosa per considerazioni interne, più dannosa ancora per considerazioni estere. L’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocato dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse che non sono e non possono essere legalmente rappresentate. Trovo assai singolare, che l’onorevole maresciallo che in questo recinto rappresenta, e degnamente rappresenta, l’opinione ultraconservativa, faccia qui appello al potere delle masse. (Bravo!) Ma già altre volte l’onorevole maresciallo fece appello, combattendo l’opinione da me sostenuta, all’opinione delle masse. Quando, al principio di questa sessione, invitava il Ministero, e specialmente il ministro delle finanze, a proporre la soppressione della legge sul libero scambio, egli mi minacciava del furore delle masse. Io risposi allora, ed il Senato lo ricorderà, che, fedele ai principii che aveva sempre professato e che il Parlamento aveva sanciti, non m’inquietavo del furore delle masse e che avrei a questo furore saputo resistere. Io non nego che vi sono alcune parti delle masse a questa legge avverse; dirò di più, che si cerca di eccitarle queste masse contro la legge, e di eccitarle con mezzi legali ed extra-legali.... (Applausi dalle tribune.)
SENATORE DELLA TORRE (interrompendo in francese e accennando le tribune). Tenez, la voilà la pression des masses!
CAVOUR. Io non ho interrotto l’onorevole maresciallo, perciò lo prego di lasciarmi continuare.
Ma questi eccitamenti non rimovono il Governo nè rimoveranno il Parlamento dal propugnare una riforma che crede altamente utile, altamente richiesta dai veri interessi dello Stato. D’altronde, o signori, io credo che questa agitazione fattizia, sia un’agitazione promossa appunto per impedire che la legge venga votata, ed io nutro fiducia, ed una fiducia ferma, che quando la legge avrà ricevuto la sanzione del Parlamento e del Re, quest’agitazione scomparirà all’istante. (Bravo!)
Vengo ora alla più grave questione contro la quale, ripeto, non solo debbo limitarmi a rispondere ma altamente protestare. L’onorevole maresciallo disse che la presente legge potrebbe avere funeste conseguenze per le nostre relazioni con l’estero, perchè, soggiunse, i governi dell’Europa avrebbero severamente giudicato la nostra condotta in questa circostanza. Qui non ho nulla a ripetere, cioè non ho nulla contro cui protestare; i governi d’Europa seguiranno o non seguiranno i consigli dell’onorevole maresciallo; quando si restringessero a disapprovare la nostra condotta, sarebbero nel pieno loro diritto. Ma l’onorevole maresciallo andò più oltre: egli disse che forse questo nostro atto provocherebbe l’intervento delle estere potenze; disse di più, che le estere potenze avrebbero il diritto d’intervenire in nome della religione cattolica. Sì è contro questa dottrina che io altamente protesto e dichiaro (ed in ciò credo di aver consenziente la maggioranza del Senato, e forse anche la maggioranza di coloro stessi che combattono questa legge) dichiaro altamente che l’onorevole maresciallo ha commesso un grave errore, che io mi permetto di qualificare per una eresia politica, nel dire che le estere potenze hanno il diritto d’intervenire in nome della religione per una questione interna. (Vivi applausi.)
Io non protraggo più oltre questo dibattimento; ma ho creduto mio debito, come ministro degli affari esteri, di protestare solennemente contro una massima che sarebbe sovversiva degli ordini nostri, e che riconosco altamente contraria ai diritti ed alla dignità della nazione. (Bravo!)
..... L’onorevole maresciallo ha invocato l’esempio della Russia, l’esempio della guerra che si combatte in .... Oriente; mi pare che non poteva scegliere più male il suo esempio. Perchè si fa ora la guerra? Perchè la Russia, sotto pretesto di religione, volle intervenire negli affari interni della Turchia, e l’Europa ha resistito a quest’ingiusta pretesa. Egli è appunto perchè la Russia volle fare in Turchia in nome della religione greca ciò che l’onorevole maresciallo crede che altra potenza potrebbe fare presso noi, che tutta l’Europa civile protestò contro questa pretesa. Quindi l’onorevole maresciallo vede che l’opinione di tutte le potenze occidentali, sia di quelle che hanno dato mano alle armi, sia di quelle che sono rimaste finora neutrali, si è pronunciata contro quella pretesa dell’impero russo; pretesa, o signori, che sarebbe lesiva, ucciditrice della libertà, della indipendenza delle nazioni; pretesa che spero sarà combattuta, stigmatizzata dall’immensa maggioranza di questo nobile ed illustre consesso. (Bravo! Bene!)
Note
- ↑ Il conte di Cavour diceva a questo proposito al Senato: «Egli è per noi una ineluttabile necessità lo spingere il paese nella via del progresso economico, il promuovere uno sviluppo rapido delle sue risorse, perocchè, se esso rimanesse in uno stato stazionario, non potrebbe certo sopportare i gravi pesi che il passato gli ha legato.
«Se altre fossero le circostanze del paese, se esso non avesse sopra di sè i gravi pesi che ho accennati e che tutti conosciamo, io capisco che non si dovrebbe guardare così pel sottile sul più o meno rapido sviluppo delle risorse materiali; ma non facendolo ora, ci mostreremmo improvvidi, daremmo argomenti di poco previdente politica. Quindi le istituzioni che a questo progresso si oppongono sono non solo inutili, ma assolutamente nocive. Non vi ripeterò l’argomento che si è fatto valere contro gli ordini mendicanti; tuttavia io debbo osservare, che non potrete mai far penetrare nelle popolazioni le abitudini di lavoro, nè metter questo in pieno onore, finchè non avrete sbandeggiato l’accattonaggio: nè a sbandirlo può bastare il Codice penale; non basta l’inscrivere nella legge essere un delitto il darsi ad esso: bisogna che le popolazioni si abituino a considerare quest’atto come affatto riprovevole. Come potete sperare che si consideri l’accattonaggio come atto riprovevole quando tanti stabilimenti, i quali sono considerati come rispettabili, e che debbono, finchè esistono, essere rispettati, quando, dico, tanti stabilimenti sussistono sul principio dell’accattonaggio? Finchè le nostre istituzioni non saranno d’accordo colle nostre leggi, finchè i costumi colle leggi cozzeranno, queste saranno sempre pienamente insufficienti.» - ↑ «Gettate uno sguardo intorno a voi, diceva il conte Cavour in un altro discorso, e paragonate le condizioni economiche e civili dei varii Stati d’Europa, e riconoscerete che il progresso da esse compiuto in questi ultimi tre secoli è in ragione inversa dei frati che si sono in esse mantenuti. Vedete cosa hanno fatto i frati del ricco retaggio da Carlo V lasciato ai suoi figli. Non hanno bastato i tesori di tutta l’America, i milioni ricavati dalle più ricche miniere che la storia ci ricordi, per compensare il danno che le abitudini fratesche hanno fatto alla nazione spagnuola. Lo stesso credo possa dirsi del regno di Napoli, lo stesso, e forse in grado maggiore, si potrebbe dire del Portogallo. Senz’andare tant’oltre, senza voler far paragoni fra Stati che possono dirsi in condizioni diverse, io vi pregherò di volgere lo sguardo negli Stati che ci circondano. Mettete in confronto le condizioni economiche del regno Lombardo-Veneto che è stato liberato dai frati da molto tempo, con quelle degli Stati del Papa, e giudicate qual possa essere l’influenza di tali istituzioni.»
- ↑ «Ecco (esclamava il conte di Cavour un giorno che gli veniva fatta la stessa obbiezione) ecco un argomento ben funesto per la religione; e la servono assai male coloro che affermano che i suoi interessi sono contrari a quelli della società civile.»
- ↑ Altra volta il conte di Cavour disse al Senato:«Un gran fatto si è compiuto in Europa in questi ultimi anni, fatto che vien ricordato con giusta soddisfazione da tutti coloro che hanno a cuore gl’interessi della religione. Si è manifestato in molte parti d’Europa, sopra una grande scala, una reazione religiosa, un ritorno delle idee verso i principii e le dottrine religiose. Ma dove questo fatto si è mostrato con maggiore intensità? Dove questo ritorno degli spiriti e delle classi illuminate verso i principii e le idee religiose si è egli verificato? Forse in paesi in cui abbondano gli ordini religiosi, figli del medio evo? No certamente. Voi non vedete questa reazione nella penisola Iberica, meno ancora nello Stato Romano, dove anzi ogni giorno si verifica un maggiore, un più assoluto divorzio fra le idee religiose e quelle che informano la società civile: bensì vedete quella reazione manifestarsi nella dotta Germania e nel Belgio liberale, e nella Francia illuminata, e perfino nella libera Inghilterra, là dove le antiche corporazioni religiose, figlie del medio evo, sono quasi intieramente scomparse.»
- ↑ Nel luglio del 1848, quando trattavasi di cacciare i Gesuiti dal Piemonte, il conte di Cavour chiese che fossero eccettuati da questa misura i Gesuiti polacchi, i quali entrati nell’Ordine malgrado le proibizioni e le pene sancite dall’Imperatore di Russia, non avevano più alcuna patria. «Se vi è qualche persona, egli diceva, che sia più di ogni altra scusabile di essere Gesuita, sono questi pochi Polacchi, i quali nati in un paese dove non vi è nè educazione nè libertà di stampa nè mezzo alcuno di distinguere lo spirito della religione cattolica e lo spirito gesuitico, i Gesuiti appaiono loro come vittime della persecuzione degl’imperatori, come lo sono i propri sacerdoti, e quindi si confondono nel loro spirito.» La Camera non approvò la proposta del conte di Cavour.
- ↑ Il deputato Robecchi propose un emendamento col quale si eccettuavano dalla soppressione soltanto le corporazioni dedite all’assistenza dei malati, indipendenti dall’estero, ed i cui membri non fossero legati che mediante voti annuali.
- Testi in cui è citato Clemente Solaro della Margarita
- Testi in cui è citato Agostino Depretis
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- Testi in cui è citato Cesare Balbo
- Testi in cui è citato Luigi Nazari di Calabiana
- Testi in cui è citato Massimo d'Azeglio
- Testi in cui è citato Angelo Brofferio (1802-1866)
- Testi in cui è citato Voltaire
- Testi in cui è citato Jacques Bénigne Bossuet
- Testi in cui è citato Lorenzo Valerio
- Testi in cui è citato Giuseppe Robecchi
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