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Il conte di Cavour in parlamento/Intorno alle condizioni generali d'Italia nel gennaio 1857

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Intorno alle condizioni generali d'Italia nel gennaio 1857
Il congresso di Parigi Intorno al progetto di legge relativo alle congiure contro i sovrani esteri

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Χ.

INTORNO ALLE CONDIZIONI GENERALI D’ITALIA NEL GENNAIO 1857; ALLE FORTIFICAZIONI DI ALESSANDRIA E AL TRASFERIMENTO DELLA MARINA MILITARE DA GENOVA ALLA SPEZIA.

Riuniamo in una sola rubrica i tre discorsi pronunciati dal conte di Cavour nel 1857, che valgono, nel loro insieme, a mettere in chiaro in qual modo e con quanta fermezza di propositi furono preparati i grandi fatti del 1859. Come si è veduto, egli tornò dal Congresso di Parigi col convincimento profondo, trasfuso poi da lui nei suoi concittadini, che la diplomazia da sè sola era impotente a risolvere la questione italiana. S’è veduto inoltre che egli dichiarò apertamente che i rapporti del Piemonte con l’Austria erano andati sempre più peggiorando; e che i due Governi di Torino e Vienna conducevansi in ogni cosa uno dall’altro tanto diversamente, che ben poteva un giorno derivarne un conflitto. Per dir vero, dichiarazioni siffattamente esplicite avevano procacciato al Presidente del Consiglio severe censure; ed ognuno si meravigliava che il ministro degli Affari Esteri d’uno Stato così piccolo come il Piemonte, braveggiasse a quel modo una potenza di primo ordine, forte in Europa, ed appoggiata sui trattati del 1815, tuttora per lei in pieno vigore. Pareva a molti che la temerarietà del conte di Cavour non fosse molto discosta dalla follia. Ciò non di meno il popolo italiano, pieno di confidenza nel ministro piemontese, accolse con illimitata fiducia le sue parole, e ben comprese che se egli con tanta sicurezza affermava la guerra inevitabile, era segno che stimava il Piemonte in casodi poterla fare, e che vi si preparava. E fu allora che incominciò la vasta ed aperta congiura di tutta Italia col grande ministro. Il Congresso di Parigi non aveva, egli è vero, apportato [p. 368 modifica]alcun benefizio materiale all’Italia; nessuna delle sue provincie erasi per niente avvantaggiata; tuttavia esse tutte si posero fin d’allora d’accordo per dimostrare con ogni maniera di manifestazioni il loro affetto a Vittorio Emanuele ed agli uomini che insieme con lui eransi posti a difesa della causa comune. Fu offerta al comandante le truppe piemontesi in Crimea una spada d’onore; fu coniata una medaglia pei rappresentanti del Piemonte al Congresso di Parigi; ed i Toscani inviarono al conte di Cavour il suo busto con questa iscrizione:

«a quei che la difese a viso aperto

Il partito nazionale italiano si strinse tutto quanto attorno al trono del Re di Sardegna; gli emigrati che da ogni parte d’Italia, dal 49 in poi, erano accorsi a Genova ed a Torino, avevano molto contribuito a diffondervi idee nuove, e quella della grande patria italiana erasi poco a poco spogliata d’ogni meschino spirito municipale. Tutti coloro che nutrivano un affetto verace per la patria si lasciavano agevolmente condurre da uomini conservatori e liberali al tempo stesso, educati dall’esperienza, che vuol dire dalle passate sventure; e molti di retto animo e di sana mente che in passato, per disperazione di altra salute della patria, eransi dati in braccio a Mazzini, ora si separavano da lui pubblicamente e senza falsa vergogna, imitando l’esempio diManin, col quale Cavour erasi a lungo trattenuto Parigi. Insomma da ogni parte, con ogni mezzo e con istraordinaria celerità andavasi apparecchiando quel rivolgimento italiano, che stupi poi, a ragione, tutta Europa, ma che parve troppo sollecito e precipitato soltanto a coloro che non gli avevano tenuto dietro mentre si svolgeva grado a grado edi continuo, in mezzo a 40 anni di sanguinose prove.

Ma, per celere che fosse questo moto spinto innanzi dagli Italiani di maggiore stato, eravi tuttavia una frazione della Sinistra parlamentare che ostinavasi a non vedere altro nel contegno del gabinetto di Torino che presunzione ed impotenza. E sopratutti il Brofferio lanciava continue e moleste sfide al Presidente del Consiglio interpellandolo sulla politica estera, piena allora di difficoltà e di pericoli. Nella seduta del 15 gennaio egli domandò anche unavolta al conte di Cavour quali effetti avesse egli raccolto dell’opera propria. «Le promesse, egli disse, furono sempre molte e grandi; i fatti nulli o senza alcun valore. L’alleanza dei deboli coi forti riesce sempre a danno dei primi; gli otto mesi trascorsi dal Congresso di Parigi hanno mostrato che le mieprevisioni erano assai più vere di quelle del Ministero.E quale condotta aveva questo tenuto negli affari di Napoli? E perchè mai non aveva aiutato la spedizione di Bentivegna? E perchè non aveva inviato una fregata nelle acque di [p. 369 modifica]Sicilia dacchè ivi era scoppiata una insurrezione?» Siffatte domande, giova convenirne, erano tali che non vi si poteva sempre rispondere vittoriosamente; nè la politica estera del Piemonte era allora tanto chiara, che potesse sfidare impunemente qualsiasi accusa d’ambiguità o d’incertezza.

Difatti, fino dal 1856 la Francia e l’Inghilterra avevano rotte le relazioni diplomatiche col regno di Napoli; ma il Piemonte, per non dar presa alle accuse di smodata ambizione ond’era già fatto segno da qualche tempo, stimò opportuno di non associarsi alle due potenze occidentali; d’altra parte poi, persuaso che i moti incomposti e i tentativi rivoluzionari ad altro non potevano riuscire che a rendere peggiori le sorti d’Italia, non aveva dato alcuno aiuto alla insurrezione di Sicilia promossa, nel novembre del 56, dall’infelice barone Bentivegna. Ora, l’Opposizione non scorgeva in tale condotta che una prova d’indifferenza e d’inerzia rispetto alla questione italiana. Altre cause poi rendevano sempre maggiori le difficoltà del conte di Cavour a proposito della questione dei Principati Danubiani: l’Inghilterra, spiacente che la Sardegna avesse vivamente appoggiato, fedele al principio di nazionalità, l’unione della Moldavia alla Valacchia, s’era scostata da lei avvicinandosi all’Austria. Così, mentre da un lato parea che venissero meno gli aiuti su cui il Cavour aveva contato pel trionfo della sua politica, dall’altro la condotta che aveva tenuto negli affari di Napoli e di Sicilia, lo metteva in sospetto di essere tiepido amico della causa verso cui si volgevano le aspirazioni nazionali.

Per buona fortuna il conte di Cavour trovò nella questione stessa dei Principati l’occasione propizia per stringere di nuovo l’alleanza con le potenze occidentali. Scegliendo una via di mezzo fra le pretese della Russia aiutate dalla Francia, e quelle della Turchia secondate dall’Inghilterra, propose di segnare la frontiera dei Principati Danubiani in modo che fu accettata dalle potenze interessate con generale soddisfazione. E, come suole avvenire, questa vittoria diplomatica all’estero, accrebbe la reputazione del ministro italiano all’interno. Le interpellanze del Brofferio riuscirono dunque ad una lotta oratoria, che fu occasione al Mamiani di un nuovo trionfo parlamentare. Il marchese Pallavicini Trivulzio si associò invano nel combattere il Ministero al capo dell’Opposizione, e la Camera chiuse il dibattimento con l’ordine del giorno puro e semplice.

Poco dopo il suo ritorno da Parigi, Cavour presentò alla firma reale un decreto col quale ordinavasi che Alessandria fosse munita di nuove fortificazioni, atte a renderne sempre più valida la difesa. Daniele Manin, autorizzato, non senza qualche esitanza, dall’Imperatore dei Francesi, iniziò allora a Parigi una colletta per la compra di cento cannoni da collocarsi sui nuovi baluardi. In breve anche in Londra ed in [p. 370 modifica]tutta Italia si raccolsero le offerte, tantochè allorquando la Camera subalpina principiò ad occuparsi della questione, già tutta la somma era stata messa insieme. Il partito mazziniano tentò di stornare l’impresa, ed apri alla sua volta una sottoscrizione per l’acquisto di 10,000 fucili destinati ad armare, dicevasi, la insurrezione in Italia; ma il tentativo andò completamente fallito.

A che mirava il conte di Cavour allorchè spingeva con tanto vigore le fortificazioni di Alessandria? Prevedeva egli una guerra offensiva o difensiva? Probabilmente l’una e l’altra. I dissapori fra l’Austria e il Piemonte erano ogni giorno più cresciuti. Allorchè morì la regina Maria Adelaide, com’è noto, di Casa d’Austria, Francesco Giuseppe, con un contegno assai scortese e che molto rincrebbe, non rispose nemmeno alla notizia ufficiale che il re gli mandò della propria sventura. Il Gabinetto di Torino, alla sua volta, si astenne, mancando però solo al cerimoniale in uso fra corti amiche, dall’inviare chicchessia all’Imperatore durante il suo viaggio a Venezia e a Milano; e furono prodigate invece le maggiori cortesie alla Imperatrice madre di Russia, venuta a svernare a Nizza. I granduchi Michele e Costantino, recandosi a far visita alla madre, si trattennero qualche giorno a Torino, ove la popolazione li accolse con una cordialità piena d’intelligenza; ma non vollero passare nè da Vienna nè da Milano. e preferirono prendere una strada più lunga anzichè incontrarsi con l’Imperatore d’Austria. Tutto ciò ferì al vivo il Gabinetto imperiale, sì che non seppe trattenersi dal manifestare in qualche modo il proprio malcontento; e lo fece con una nota diretta al conte di Cavour per mezzo del conte Paar, rappresentante dell’Austria a Torino, tutta piena di querele a proposito delle esorbitanze della stampa piemontese. Cavour tenne sodo, e mantenne i diritti del governo sardo; la questione si inasprì, sicchè prevedevasi da ognuno, e con ragione, che le relazioni diplomatiche fra i due governi sarebbero in breve state rotte. Ciò avvenne di fatto. Poco dopo il voto della Camera sulle fortificazioni d’Alessandria, e precisamente il 16 marzo, il conte Paar annunziò a Cavour che aveva ordine di ritirarsi, se il governo austriaco non riceveva qualche soddisfazione alle proprie lagnanze. Per tutta risposta il ministro italiano richiamò da Vienna il marchese Cantono, rappresentante colà della Sardegna.

Un tale stato di cose giustificava quindi pienamente la sollecitudine del Governo sardo a munire gagliardamente Alessandria. Però l’opposizione clericale nel sostenere, come fece, che con tale provvedimento non miravasi esclusivamente alla difesa dello Stato, non ebbe tutti i torti. Era infatti manifesto ad ognuno, soprattutto dopo la guerra di Crimea, che nè la Francia nè l’Inghilterra avrebbero giammai [p. 371 modifica]permesso all’Austria di invadere il Piemonte; anzi lord Palmerston aveva formalmente dichiarato al Parlamento inglese nella seduta del 14 luglio 1856 che «se il Piemonte fosse stato in pericolo, era obbligo della Francia e dell’Inghilterra di aiutarlo a tutto loro potere.» Ma se tale dichiarazione e l’alleanza con le potenze occidentali, ponevano la Sardegna al sicuro di un’aggressione austriaca, essa non poteva, senza venire meno alla propria dignità, rimettersi in tutto all’aiuto dei suoi alleati. Il conte di Cavour sapeva benissimo che in politica nessuna cosa dura stabilmente; e che poteva ben darsi il caso che il Piemonte non dovesse fare assegnamento che sopra sè medesimo. Senzachè, ove la frontiera fosse rimasta sguernita, l’esercito austriaco poteva agevolmente penetrare in Piemonte e troncare con un audace colpo di mano la questione italiana; era d’uopo quindi aver modo di resistere, almeno finchè le truppe alleate giungessero in soccorso delle piemontesi. E, dopo tutto, quand’anche la guerra avesse ad essere offensiva, era indispensabile, per ogni evento, avere un sistema di fortezze collegate fra loro che servisse di base d’operazione all’esercito, allorchè questo avesse passato il Ticino.

I fatti hanno dimostrato nel 1859 quanto bene si apponesse il conte di Cavour nelle sue previsioni. Senza l’aiuto delle fortezze di Alessandria e di Casale, completate dalla testa di ponte di Valenza, e riunite tra di loro per mezzo di una strada ferrata, l’esercito sardo avrebbe potuto essere schiacciato dal soverchiante numero degli Austriaci innanzi che i Francesi avessero passato il Cenisio o fossero venuti per Marsiglia a Genova; la gran manovra che precedette la battaglia di Magenta non sarebbe più stata possibile, e l’Austria sol che avesse spinte innanzi rapidamente le sue schiere, ben sarebbe riuscita, non fosse altro che per un giorno, a dettare la legge a Torino.

Basteranno, giova sperarlo, questi cenni, per dare una idea dell’importanza della discussione che doveva aprirsi alla Camera sul progetto di legge relativo alle fortificazioni di Alessandria. Esso fu principalmente combattuto dalla Destra. Il Ministero fu accusato da molti, fra i quali anche dal conte Revel che pur nondimeno votò poi il progetto di legge, d’aver messo mano alle opere e incominciata la spesa senza il preventivo consenso del Parlamento, e d’aver con ciò violato la Costituzione. Il conte Solaro della Margherita invece trattò la questione politica, rimproverando al Ministero d’essere inutilmente provocatore dell’Austria. Ma il conte di Cavour non durò fatica a rispondergli che se l’Austria fortificava Piacenza che non le apparteneva, a maggior ragione il Piemonte aveva diritto di fortificare Alessandria che era sua; ed il generale La Marmora aggiunse che re Carlo Alberto da lungo tempo aveva in animo di [p. 372 modifica]rialzare i forti d’Alessandria abbattuti dall’Austria nel 1815, e che, se non aveva potuto farlo, ciò era dipeso da un errore dei suoi ministri. In fine, la legge fu votata senza gravi difficoltà, con soli 14 voti sfavorevoli, tutti appartenenti all’estrema Destra.

Ci rimane a dire qualche cosa sul progetto di legge che dette luogo al terzo discorso del conte di Cavour riportato in questa rubrica; quello relativo al trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia.

Senza dubbio, ove il regno sardo avesse dovuto rimanere quello che era nel 1857, sarebbe stata grande imprudenza il trasportare l’arsenale marittimo al punto più lontano dal centro dello Stato, in luogo esposto agli attacchi dell’Austria, padrona di considerare come cosa sua, grazie ai trattati ed all’amicizia intima coi principi che vi regnavano, i ducati di Parma e Modena Se adunque il conte di Cavour proponeva e vivamente caldeggiava cosiffatta impresa. era evidente che egli mirava a ciò che doveva più tardi avvenire in Italia, e che era tornato dal Congresso di Parigi con idee molto ben determinate sulla sorte più o meno prossima dell’Italia Centrale. Checchè ne sia di ciò, nella discussione di questa legge la Camera non si occupò che di volo di politica estera, e trattò invece di interessi materiali. I deputati genovesi pretendevano che, remosso l’arsenale militare e marittimo, Genova sarebbe caduta in rovina. Inoltre erano avvenuti in quella città fatti assai spiacevoli che l’avevano momentaneamente turbata. Il consiglio comunale, essendosi rifiutato di pagare la sua quota di dazio consumo, era stato sciolto, ed affidata l’amministrazione municipale ad un commissario regio; i due giornali dei partiti estremi, il Cattolico da una parte e la Maga dall’altro, soffiavano nel fuoco, inasprivano gli animi, e davano a credere alla popolazione che il progetto della Spezia non fosse che una perfidia del partito torinese, il quale voleva, una volta per tutte, finirla con Genova sua rivale, e togliere a questa città ogni importanza.

Il conte di Cavour ebbe mestieri di tutta la sua abilità per vincere tante e così diverse opposizioni. Con uno dei suoi migliori discorsi egli ribattè le accuse dei deputati genovesi. Disse che il Governo fino dal 1850 erasi occupato, nell’interesse stesso di Genova, di trasportare altrove la marina militare; e mostrò come, per le mutate condizioni della Sardegna, un solo porto non poteva essere al tempo stesso l’arsenale marittimo ed il grande emporio commerciale dello Stato. È d’uopo, egli aggiunse, mettere la marina militare in grado di lottare con l’austriaca; ed è perciò necessario trasformare i battelli a vela in battelli a vapore, formare grandi depositi di carbone, scavare bacini di raddobbo, aprire officine per le macchine. D’altra parte, [p. 373 modifica]ultimate le strade ferrate all’interno, e mentre nuove comunicazioni possono essere aperte traverso le Alpi, per le quali Genova sarà collegata direttamente con la Svizzera e la Germania, egli è d’uopo del pari migliorare grandemente il porto di quella città, ingrandirlo, provvederlo di vasti magazzini, e farvi insomma tuttociò che rende facili, sollecite e poco costose le operazioni commerciali. Ora, osservò giustamente il conte di Cavour, è impossibile che due così grandi trasformazioni si facciano inun luogo solo contemporaneamente, senza che ne soffrano nel tempo stesso e la marina militare e la mercantile. Separarle una dall’altra è dunque il solo modo di giovare ad entrambe con inestimabile beneficio del paese. Queste ragioni, esposte con vigore e chiarezza dal ministro italiano, fecero sì che il progetto di legge fosse approvato dalla Camera a grande maggioranza.

Qui cade in acconcio un’osservazione che il conte di Cavour soleva fare spessissimo. Se il Piemonte, se quest’angolo di terra ov’eransi raccolte, per così dire, tutte le forze vitali d’Italia, ha saputo compiere in sì breve tempo tante opere gigantesche ed acquistare tanto grande preponderanza in tutta la Penisola, ciò è così poco dipeso da meschine cospirazioni o da ambiziosi propositi, che v’hanno in massima parte contribuito fatti esclusivamente materiali. L’opera del grande uomo di Stato non basta da sè sola a spiegare quella del Piemonte durante dieci anni, che affrettò di tanto il risorgimento italiano; bisogna riconoscere che egli non fece altro che guidare, stupendamente, è vero, forze lequali volevano operare. Chiuso da una parte dalle Alpi, dall’altra dall’Austria sovrana negli Stati limitrofi; di là dalle barriere naturali più alte e di qua dalle barriere politiche più insormontabili dell’Europa, il Piemonte dà opera arditamente a sormontare l’uno e l’altro ostacolo. Il traforo del Moncenisio è studiato e incominciato in due punti al tempo stesso; la rete delle strade ferrate è spinta dappertutto alacremente, finchè giunge, sfida eloquente della civiltà, alla frontiera dell’Austria, che non osa continuarla sul suo territorio; e, come Pietro il Grande che trasporta la sua capitale nell’estrema parte dell’impero e maggiormente esposta al pericolo, la piccola Sardegna pone alla Spezia, ossia nel punto più avanzato che possiede nella Penisola, le fondamenta di uno stabilimento marittimo, senza uguale forse nel mondo, e per tanto tempo sognato da Napoleone I. In vero, la generazione presente non ha veduto in nessun altro paese così grandiose opere tentate con mezzi relativamente sì lievi.


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1.


RISPOSTA ALLE INTERPELLANZE DEI DEPUTATI BROFFERIO E PALLAVICINI INTORNO ALLA CONDOTTA DEL MINISTERO CIRCA GLI AFFARI D’ITALIA.

(Seduta della Camera, 15 gennaio 1857.)


Nell’esordire, debbo confessare schiettamente che, per ragioni che ognuno può comprendere, io mai non ho quanto ora provato tanto imbarazzo nel dare alla Camera le spiegazioni che mi vengono domandate. L’argomento che si è trattato è tale che commove tutti gli animi e nel paese e nella Camera. La questione italiana non trova minor simpatia sul banco su cui seggiamo che su qualunque altro stallo del Parlamento; ma egli è appunto perchè nei nostri cuori l’amore d’Italia è vivo, quanto possa esserlo in quello degli onorevoli interpellanti, che io mi trovo in una assai difficile condizione. Non è, o signori, che io creda che sia sempre inopportuno il parlare d’Italia. Coi fatti, penso di aver provato il contrario. Vi sono circostanze in cui le espressioni dei sentimenti e del trono e del Governo e della nazione possono tornare sommamente giovevoli agli interessi italiani; ma ve ne sono però di tali in cui la manifestazione di queste opinioni, lungi dal tornare a vantaggio dei popoli la cui sorte ci sta a cuore, può anzi tornar loro a gravissimo danno; ed egli è perchè io penso che certe discussioni tenute in questo recinto, certi discorsi pronunciati dai ministri potrebbero avere per effetto di aggravare i mali onde quei popoli sono afflitti, mali che noi vorremmo alleviare, che io esito a parlare al vostro cospetto. Ciò nulladimeno, o signori, esposte queste spiegazioni che vi faranno intendere la ragione della riserbatezza delle mie parole, cercherò di dare quelle spiegazioni che si possono conciliare colla [p. 375 modifica]prudenza senza andar contro allo scopo che tutti ci proponiamo. (Vivi segni d’attenzione.)

Riassumendo il discorso dell’onorevole Brofferio, senza volerlo seguire in tutte le parti d’Europa, dalla Russia all’Inghilterra, dalla Francia alla Prussia, dalla Prussia alla Svizzera, e restringendomi a quello che forma la vera sostanza del suo discorso, cioè le condizioni d’Italia e la politica del Governo rispetto alla Penisola, parmi di poter riassumere le sue interpellanze nel modo seguente: Che cosa si fece rispetto all’Italia dalle estere potenze dopo il Congresso di Parigi? Qual parte ebbe il Piemonte a quanto si fece? Che cosa intendete di fare? Finalmente quali conseguenze, quali vantaggi riputate voi siano per risultare dalla politica da voi seguita? — Nelle conferenze di Parigi la questione d’Italia fu discussa con animo benevolo; la sua condizione dolorosa, anormale, venne altamente proclamata dalle potenze che sono riconosciute camminare alla testa della civiltà. Vi ebbe di più: questo fatto proclamato dalla Francia e dall’Inghilterra non fu contestato da alcun’altra potenza, chè anzi l’Austria stessa negli atti diplomatici che credette rendere di pubblica ragione dopo il Congresso, sotto una forma naturalmente più mite di quella adoperata dalle potenze sovra accennate, l’Austria stessa riconobbe che le condizioni d’Italia sono infelici e debbono essere migliorate. Noi abbiamo detto essere questo un gran fatto e lo manteniamo. Nessun avvenimento che siasi verificato dopo il Congresso ci induce a modificare nè punto nè poco le parole allora pronunziate, nè quelle ricordate dall’onorevole deputato Brofferio, nè alcune altre che si trovano nel discorso da cui egli le ha tolte.

Ma se le potenze occidentali avevano creduto di dover cogliere la circostanza del Congresso di Parigi per manifestare altamente la loro opinione sulle condizioni d’Italia, se avevano creduto di dover rivolgere consigli ad alcuni sovrani, onde recassero miglioramenti [p. 376 modifica]allo stato dei loro popoli, nessuno, che non fosse sotto il fascino di una completa illusione, poteva darsi a credere che queste potenze volessero appoggiare i loro consigli colla forza materiale. A me non sembra di avere a questo riguardo cercato di indurre in errore nè la Camera nè il paese nè l’Italia. Sarebbe stata cosa veramente incredibile, se le potenze, le quali avevano pur allora terminata una guerra che aveva costato loro immensi sacrifizi, le quali, onde conseguire il benefizio della pace, rinunziavano ai vantaggi che il proseguimento della guerra avrebbe potuto loro procurare, sarebbe stata cosa veramente incredibile, dico, se queste potenze si fossero fatte ad intraprendere un’altra guerra non meno grande, la quale avrebbe dovuto costar loro non minori sacrifizi, per imporre colla forza delle armi il riordinamento dell’Italia. Io lo ripeto, nessuna parola pronunziata da me o da’ miei colleghi poteva far supporre che io versassi in quella opinione. Chè anzi, se si ricorda come io conchiudessi il mio discorso, si vedrà come io fossi lungi dall’accogliere siffatte illusioni, nè cercassi punto di farle dividere da altri. Noi non potevamo sperare, o, se la parola sperare non suona cara all’orecchio del deputato Brofferio, pensare altro se non che le potenze che avevano manifestato un vivo interessamento per l’Italia, adoperassero mezzi diplomatici per migliorarne la condizione. Ciò la Francia e l’Inghilterra lo fecero: in qual modo e con qual esito lo abbiano fatto, egli è ciò che a me non s’appartiene il dire, egli è ciò che io non credo possa fare argomento di discussione in questo recinto. Gli uffici diplomatici dalla Francia e dall’Inghilterra intrapresi non sono portati a compimento, e quando il fossero, la Camera capirà con quanta riserva io dovrei parlare di essi. È vero che dopo il trattato di Parigi accadde un fatto che non era stato da me previsto e che ha forse resa meno viva l’azione a cui alludo. Il trattato del 30 marzo, che pareva dover ricevere pronta esecuzione, [p. 377 modifica]suscitò non previste difficoltà, diede luogo a dissapori e discussioni; difficoltà, le quali sono felicemente vinte; discussioni, le quali ora non sono più che un fatto storico, ma che per alcuni mesi distolsero l’attenzione delle potenze occidentali e specialmente dell’Inghilterra dalle cose d’Italia. In questa contingenza, all’occasione delle difficoltà pur ora mentovate, si verificò un ravvicinamento di opinione sulle questioni[1] che formavano l’oggetto della discussione, fra l’Inghilterra e l’Austria, ed è questo ravvicinamento a cui l’onorevole deputato Brofferio faceva allusione. Ma io non avviso che da questo ravvicinamento sopra una questione speciale, sopra fatti isolati, che dallo stesso modo di vedere quanto alla soluzione di certi problemi i quali ora non esistono più (poichè furono sciolti nelle ultime conferenze), si possa conchiudere che havvi una stretta, un’intima alleanza, un’uniformità di vedute su tutte le questioni politiche e specialmente su quella d’Italia. Io non ho argomento di pensare che l’opinione dei ministri, degli uomini di Stato d’Inghilterra sia in istato sospetto verso l’Italia; io non posso indurmi a credere che lord Palmerston, che lord Clarendon sieno diventati gli alleati sfegatati dell’Austria, gli acclamatori della sua politica, per lo meno per ciò che riflette la cara nostra Penisola.

Ho detto che dopo il Congresso di Parigi noi non potevamo lusingarci di altro, se non che di vedere la diplomazia cercare modo onde migliorare la condizione di alcune parti di essa. Se io facessi grande assegno su quest’azione, lo dimostrano le parole che ho pronunziate nella tornata alla quale si riferivano il deputato Brofferio e il deputato Pallavicini. Il Governo del Re a fronte di quest’azione diplomatica doveva deliberare se avesse ad unirsi esso pure, ovvero rimanere estraneo a questi diplomatici uffici. Ei prescelse il [p. 378 modifica]secondo partito, e stimò doversene astenere in modo assoluto; giacchè era convinto che, sebbene moderate fossero state le sue parole, probabilmente avrebbero destato ingiusti timori e falsi sospetti, ed avrebbero prodotto un effetto contrario a quello che il Governo erasi proposto. Ma se la nostra diplomazia non prese parte all’azione che tentavano di esercitare Francia ed Inghilterra, che cosa abbiamo fatto noi? Noi, o signori, abbiamo proseguito nella via in cui camminammo dopochè abbiamo assunto il potere: abbiamo cercato coi nostri atti, colle nostre parole di provare al paese ed all’Europa la sincerità dei nostri sentimenti e delle nostre opinioni; abbiamo cercato di chiarire come le condizioni d’Italia fossero degne di eccitare la simpatia di tutta Europa, e come gl’Italiani fossero meritevoli e capaci di reggersi liberamente; noi abbiamo cercato di provare con tutti i mezzi quanto ci stesse a cuore la dignità e l’indipendenza della nostra nazione. (Bene!)

L’onorevole deputato Brofferio dalle considerazioni generali scendendo alle particolari, ha ricordato i fatti di Sicilia e di Napoli, e, rispetto alla prima, ha parlato di un fatto speciale: fece appunto alla condotta tenuta in questi ultimi avvenimenti dal nostro console di Messina. Veramente a questo proposito non sarei in grado di dare immediate spiegazioni; debbo però informarlo che il console di Messina non è nostro connazionale; è un Messinese, il quale esercita le funzioni di console locale, e dal complesso delle sue corrispondenze mi pare che i fatti di cui è tacciato siano stati inventati, o almeno straordinariamente esagerati. Rispetto al console di Palermo, che è un nostro nazionale, e come tale è in obbligo di essere in corrispondenza molto più frequente col Ministero, posso assicurare la Camera che ci tenne ragguagliati fedelmente per quanto può essere ragguagliato qualcheduno che non ha poi mezzi molto larghi di ottenere informazioni, e che questo console non cessò di manifestare sentimenti che hanno [p. 379 modifica]certamente meritato l’approvazione del Governo. L’onorevole deputato Brofferio ci ha fatto rimprovero di non aver mandato un naviglio in Sicilia, ma i motivi appunto che egli ha addotto per provare che avevamo avuto torto in questa circostanza, ci avrebbero consigliato a non farlo quando fossimo stati in forse di spedire navi su quelle coste. Le nostre parole, la nostra politica non tendono ad eccitare od appoggiare in Italia moti incomposti, vani ed insensati tentativi rivoluzionarii. Noi intendiamo in altro modo la rigenerazione italiana, e ci asteniamo da tutto quello che può tendere ad eccitar simili rivolgimenti. Noi abbiamo sempre seguíto una politica franca e leale, senza linguaggio doppio; e finchè saremo in pace cogli altri potentati d’Italia, mai non impiegheremo mezzi rivoluzionarii, non mai cercheremo di eccitare tumulti o ribellioni. Se ci fossimo proposto lo scopo cui accenna l’onorevole Brofferio, se avessimo voluto mandare un naviglio per suscitare indirettamente moti rivoluzionarii, prima di farlo, avremmo rotta la guerra e dichiarato apertamente le nostre intenzioni. Quindi, lo dichiaro altamente, io mi compiaccio del rimprovero che l’onorevole Brofferio mi ha rivolto.

Rispetto a Napoli, egli è con dolore che io rispondo all’onorevole Brofferio. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi: scoppio di polveriere e di navi da guerra con perdita di molte vite, e un attentato orrendo. Egli ha parlato in modo da lasciar credere che quei fatti siano opera del partito italiano: io li ripudio, li ripudio altamente, e ciò nell’interesse stesso dell’Italia. (Vivi segni di approvazione.) No, o signori, questi non sono fatti che si possano apporre al partito nazionale italiano; sono fatti isolati di qualche disgraziato illuso che può meritare pietà e compassione, ma che devono essere stimmatizzati da tutti gli uomini savi, e massimamente da quanti hanno a cuore l’onore e l’interesse italiano. (Bravo! benissimo!)

[p. 380 modifica]Ma mi si dirà: poichè finora non avete ottenuto alcun risultato materiale, che cosa intendete di fare? Volete voi sempre progredire in questa via? Quali sono le vostre intenzioni? Signori, prima di rispondere su questo punto mi credo in debito di fare una schietta confessione alla Camera. Io in politica non credo ai vaticinii (movimento), ed in ciò forse divido l’opinione dell’onorevole deputato Brofferio; ed infatti io mi sono sempre gelosamente astenuto dal farne. La storia di tutti i tempi, massime la storia moderna e quella dell’ultimo mezzo secolo, ci dimostra che gli avvenimenti si succedono sempre imprevisti; dimostra la verità di quel detto, essere la storia una grande improvvisatrice. Quindi mi pare opera inopportuna, puerile e quasi ridicola il voler fare delle ipotesi sui futuri eventi, per vedere la condotta che in questa od in quell’altra contingenza si avrà a tenere. Laonde, lo dichiaro altamente, io non posso entrare in questo campo e dire alla Camera: io credo che sia per accadere questo e quest’altro evento, ed in questo od in quell’altro caso ci condurremo in questo od in quell’altro modo. Ma se invece il deputato Brofferio e la Camera desiderano sapere quali saranno i principii della nostra condotta, quale sarà lo scopo che determinerà le nostre azioni, io non ho alcuna difficoltà a dichiararlo altamente. Dacchè il re Vittorio Emanuele II è salito sul trono, il suo Governo ebbe sempre un’istessa politica, ebbe sempre di mira il mantenimento e lo sviluppo all’interno delle libertà costituzionali, all’estero di procurare nei limiti del possibile e del fattibile il maggior bene dell’Italia. È principalmente per questo scopo che noi abbiamo consigliata la guerra d’Oriente, e questi nostri principii che ci guidarono nelle conferenze parigine furono scorta alla nostra condotta dopo quell’epoca, e continueranno ad esserlo per l’avvenire. Ma, si conchiude dicendo, qual frutto avete voi ricavato da questa politica? Quale frutto ne ha colto l’Italia? A questo proposito io non posso [p. 381 modifica] che ripetere quanto fu detto in altra circostanza, rispetto alle conseguenze della guerra e del Congresso di Parigi. Se la guerra d’Oriente, se il Congresso di Parigi non hanno prodotto pel Piemonte e per l’Italia un risultato materiale, immediato, hanno prodotto (almeno così credo) un immenso risultato morale. E qui, o signori, permettetemi che io vi parli con tutta sincerità. Non bisogna illudere i popoli, come non bisogna illudere gl’individui. Nel passato, è forza il riconoscerlo, al di là delle Alpi, nelle altre parti d’Europa, l’Italia era giudicata molto severamente: e posso appellarmene a quanti fra i nostri concittadini (e non ne mancano in questo nostro recinto) o per elezione o per necessità furono costretti ad esulare, a vivere alcun tempo presso estere nazioni. Io posso invocare le ingiuste opinioni dei più illustri scrittori degli altri paesi, anche di quelli che professavano le opinioni le più liberali, le opinioni stesse di coloro che per l’Italia nostra mostravano qualche amore. Ricordatevi gli eloquenti versi di lord Byron come le pagine di Macaulay, e voi comprenderete qual fosse il giudizio che gli Inglesi più liberali portassero sulla nostra patria. Essi, amanti dell’Italia, la consideravano al più come una bella ed infelice donna, avente per isposo un uomo burbero e tiranno: le desideravano maggior felicità coniugale, ma non la credevano capace di poter governare la propria famiglia, di poter essere fatta libera ed indipendente. Ebbene, o signori, la politica seguíta dal Piemonte da quasi nove anni, e specialmente la parte presa da noi alla guerra d’Oriente, il nostro intervento nei consigli d’Europa hanno grandemente modificato questa opinione pubblica europea. Ed io ne fo appello a tutti i giornali scritti nel senso liberale e di Francia e d’Inghilterra e di Alemagna, e ne appello di nuovo alla testimonianza di tutti coloro che in questi ultimi mesi hanno peregrinato in Europa, e più particolarmente di coloro che, dopo aver abitato in quelle terre altra volta, le hanno rivisitate, e credo [p. 382 modifica]di non essere smentito affermando che essi hanno trovato una profonda mutazione nell’opinione pubblica di tutti i paesi, e come, dopo i fatti accaduti, il nome d’Italiano, il nome di Sardo abbiano per sè soli titolo alla simpatia ed alla stima di tutti i cuori liberi e generosi che si incontrano al di là delle Alpi. (Segni di assenso.) Questa, o signori, è ella poca cosa? Se ciò venisse detto da coloro che non hanno fede che nella forza brutale, che, rimpiangendo i tempi di mezzo, non credono che all’efficacia della pistola e del piombo, converrei che essi sono logici e conseguenti, poichè essi non confidano nella potenza delle idee e nell’autorità dell’opinione pubblica, e questi a ragione deriderebbero le illusioni che ci facciamo, a ragione deriderebbero l’importanza che mettiamo al giudicio che l’Europa ed il mondo intero porta sul nostro paese; ma che ciò mi venga detto dagli uomini che sono caldi fautori del progresso, dagli uomini che hanno fede nella potenza delle idee, dagli uomini che fanno sicurtà sull’opinione pubblica del mondo, questo è quello che io non posso concepire. Quindi io confido che, ove le persone a cui faccio allusione vengano convinte che i fatti che ho riferiti sono perfettamente esatti, che sotto questo rispetto io non mi faccio illusioni, modificheranno il severo giudizio che esse portano sulla politica del Ministero o, per dir meglio, sulla politica del Parlamento. Se, o signori, le brevi spiegazioni che ho date non saranno da tanto da far cambiare il giudizio che sopra di noi portava l’onorevole deputato Brofferio, spero però che varranno a provarvi che la nostra, che la vostra politica non è una politica assolutamente sterile; spero che vi faranno convinti che colla guerra d’Oriente, che nel Congresso di Parigi si sono sparsi semi preziosi, che e il tempo e la virtù degl’Italiani sapranno rendere fecondi. (Bravo! Bene! dal centro.)


[p. 383 modifica]

2.

RISPOSTA AD UNA INTERPELLANZA DEL DEPUTATO FARINI SUI NEGOZIATI RELATIVI AI PRINCIPATI DANUBIANI.

(Seduta della Camera, 15 gennaio 1857.)

Nel primo Congresso di Parigi venne stabilito che non si sarebbe deliberato intorno alla sorte dei Principati Danubiani se non dopo che i voti di quelle popolazioni sarebbero stati manifestati per mezzo di assemblee composte in modo da rappresentare gl’interessi di tutte le classi della popolazione. Per dare effetto a questa deliberazione, le potenze alleate invitarono la Porta a preparare le elezioni, affidando ad essa di stabilire le basi del sistema elettorale da seguirsi per comporre le assemblee a cui accennava, dette in lingua turca divani. A quest’opera si accinse la Porta e fece un progetto che venne comunicato ai rappresentanti delle potenze alleate in Costantinopoli. Dopo lunghe discussioni, un progetto definitivo venne approvato, ed ho la soddisfazione di annunziare alla Camera che il sistema stato sancito dalla Porta e dagli alleati è molto largo. In quei divani saranno rappresentate tutte le classi della popolazione, non esclusa quella dei contadini, la cui condizione è così poco prospera in quelle contrade. La riunione di questi divani, o, per dir meglio, l’adunanza delle assemblee elettorali che nominar debbono questi divani, non potrà aver luogo fintantochè i Principati Danubiani rimarranno occupati dalle forze austriache. Contro una riunione che avesse luogo in queste condizioni protestarono la maggior parte dei rappresentanti delle potenze alleate, e quindi verrà procrastinata di alcuni mesi la riunione dei divani, giacchè nell’ultimo protocollo che pose fine alle difficoltà insorte rispetto all’esecuzione del trattato di pace, fu stabilito che l’evacuazione dei Principati avesse ad operarsi nel mese di marzo. [p. 384 modifica]Il deputato Farini può dunque esser tranquillo che l’occupazione dei Principati non sarà per cambiarsi da occupazione temporaria in una occupazione definitiva. Fra due mesi essa dovrà cessare. Trascorsi questi due mesi, le assemblee elettorali si raduneranno e i divani saranno interpellati. Il punto più importante sul quale il voto dei divani dovrà manifestarsi e sul quale la Conferenza avrà a pronunciarsi è certamente quello della riunione dei due Principati: questione questa gravissima e di difficile soluzione. Nel Congresso di Parigi la Sardegna non esitò a pronunziarsi francamente, apertamente in favore del principio dell’unione, come quello che deve condurre al miglioramento della condizione di quelle popolazioni così degne di simpatia. Certamente il giudizio in allora pronunziato non è definitivo, poichè una inchiesta fu ordinata e le popolazioni devono essere consultate, ed è fuor di dubbio che il voto che le popolazioni saranno per emettere dovrà esercitare una grande influenza su tutti i plenipotenziari. Del resto, l’onorevole deputato Farini può essere certo che la Sardegna, tenendo conto dei voti delle popolazioni rumene, farà quanto sta in lei onde i legittimi loro desiderii vengano appagati ed il difficile problema del riordinamento loro sia sciolto nel modo il più conforme al principio di progresso e di nazionalità che siamo decisi a propugnare in Oriente, come facciamo in Occidente ed in paesi più vicini a noi.


3.

SUL PROGETTO DI LEGGE PER LE FORTIFICAZIONI DI ALESSANDRIA .

(Seduta della Camera, 14 marzo 1857.)

..... Se ho bene afferrati i ragionamenti dell’onorevole conte Solaro, il suo discorso può riassumersi nelle [p. 385 modifica]seguenti conclusioni: «Le fortificazioni di Alessandria non servono alla difesa del paese, sono inutili, qualora aveste in mente di prendere l’offensiva, e, più che inutili, pericolose, perchè costituiscono una provocazione all’Austria, una nuova manifestazione dei vostri sentimenti ostili verso questa potenza. Finalmente non hanno nemmeno l’utilità di appagare quel partito estremo, dal quale talvolta vi lasciate trascinare.» Queste sono, mi pare, le conclusioni del discorso dell’onorevole deputato di San Quirico. Essere le fortificazioni di Alessandria inutili alla difesa, è questione puramente militare, e non la tratterò, giacchè usurperei sul terreno del mio onorevole collega, e sarebbe presunzione veramente imperdonabile. Debbo dire tuttavia che l’idea di considerare le fortificazioni di Alessandria come indispensabili alla difesa dello Stato è antica non solo nel Ministero, ma nel Governo. In prova, potrei dire alla Camera come il re Carlo Alberto ordinasse direttamente, e forse a dispetto de’ suoi ministri, (ilarità) che si preparasse un progetto per queste fortificazioni, e se questo progetto esista, il ministro della guerra potrà certificarlo alla Camera. Se non fu mandato ad effetto, certamente non fu perchè il re Carlo Alberto stimasse inutili queste fortificazioni alla difesa dello Stato. E come mai il re Carlo Alberto, seguendo la politica tradizionale di Casa Savoia, avrebbe potuto ravvisare inutili le fortificazioni d’Alessandria? Forse che i suoi maggiori non avevano fortificato la frontiera ch’è in faccia all’Austria, e forse che avanti la prima rivoluzione francese non esistevano fortificazioni potenti ed a Valenza ed a Tortona e ad Alessandria stessa? Forse che non era stato consigliato, dopo la ristorazione, di rialzare quei baluardi che l’Austria aveva abbattuti? Se questi baluardi fossero inutili alla difesa dello Stato, perchè mai avrebbe l’Austria nel 1814 posto tanto impegno a rovesciarli? Vuol forse l’onorevole conte della Margherita supporre che l’Austria [p. 386 modifica]desse a questa demolizione unicamente per ispirito di distruzione? Ma l’Austria è troppo conservatrice perchè ciò si possa credere. (Viva ilarità.) Per venire ad epoca più vicina, debbo dichiarare alla Camera che, dacchè seggo al Ministero e dacchè reggo il portafoglio delle finanze, sono sempre stato, direi quasi, molestato dal mio collega il ministro della guerra,[2] onde io promovessi una legge per la fortificazione di Alessandria, e mi ricordo che una delle due ultime cose che mi disse prima di partire per la Crimea fu questa: «Ricordatevi che se voi non pensate alle fortificazioni di Alessandria, un bel giorno faccio una solenne pubblica protesta.» (Ilarità.) Voi vedete quale fosse la convinzione del mio collega (nel quale in fatto di cose di guerra ho la confidenza la più illimitata) riguardo alle fortificazioni di Alessandria.

Ma riconosco che l’onorevole deputato Solaro della Margherita non ha voluto trattare la questione militare, e che quindi l’inutilità delle fortificazioni di Alessandria l’ha dedotta da considerazioni politiche. Egli disse: «esse sono inutili, perchè l’Austria non vuole aggredirvi; se poi lo volesse, sarebbero anche in tal caso inutili, perchè questo vostro baluardo non la impedirebbe di portarsi direttamente sopra Torino.» Qui non entrerò ad esaminare se vi sia probabilità che l’Austria ci aggredisca; sono anch’io del parere del conte della Margherita, che questo non è a credersi nè per oggi nè per domani; ma egli converrà meco essere dovere di un Governo il por mente alla futura possibilità di quest’aggressione. Nè, a far credere impossibile questa eventualità, vale il dire che la Francia si opporrebbe a questa invasione, giacchè la storia ci somministra molti esempi di circostanze in cui la Francia era in guerra aperta coll’Austria. Se poi si avverasse questa eventualità dell’aggressione dell’Austria, le fortificazioni di Alessandria ci sarebbero [p. 387 modifica]sommamente utili, sia nel caso che si avesse a combattere soli, sia, e forse altrettanto, nel caso che si avesse l’appoggio della Francia. Quando accadesse che si dovesse combattere soli, egli è evidente che una piazza come quella di Alessandria, nella quale si potrebbe, al riparo di forti baluardi, ricovrare un esercito, nella quale si potrebbero raccogliere e addestrare quelle numerose truppe che sarebbe facile di organizzare in un momento in cui la patria facesse appello a tutti i suoi figli, egli è evidente, dico, che ci varrebbe assai alla difesa dello Stato. Ed io porto ferma opinione che, finchè l’esercito non fosse distrutto, finchè l’esercito rimanesse intiero fra Casale ed Alessandria, un corpo austriaco non si periterebbe a marciare direttamente sulla capitale. Io non voglio ora esaminare quali sarebbero le probabilità di una tanta guerra; non mi dissimulo nè voglio diminuire le forze dell’Austria: ma da un altro lato ripeterò qui quello che più volte ho detto, che nelle guerre, non sempre dal numero dei combattenti dipende l’esito delle battaglie, e che perciò, senza dissimularci la gravità del pericolo, la possibilità di eventi disastrosi, noi dovremmo andare incontro a quel pericolo, a quei disastri con animo forte e risoluto, sicuri che si salverebbe per certo l’onore e la dignità del paese, qualunque cosa potesse accadere. L’aiuto di un’estera potenza non renderebbe meno utile la fortezza d’Alessandria, giacchè, o signori, onde quest’aiuto riesca per noi veramente efficace, onde non possa avere quelle conseguenze a cui accennava il deputato Solaro della Margherita, sarebbe necessario che prima di fare assegno sull’aiuto altrui facessimo calcolo sulle proprie forze. (Bene!) Allora l’aiuto altrui può tornarci utile immediatamente e non può aver funeste conseguenze. Quando il paese aggredito avesse fatto tutti i suoi sforzi, avesse resistito, gagliardamente resistito, il soccorso altrui non sarebbe una umiliazione, ma un sussidio valevole a compiere forse grandi imprese (Bene!); ed a [p. 388 modifica]poter resistere, e fortemente resistere, le fortificazioni d’Alessandria sono una necessità.

Io non cercherò di dimostrare che le fortificazioni d’Alessandria possono essere utili nel caso, meno probabile se vuolsi, d’una guerra aggressiva. Questa sarebbe troppa avventatezza di cui l’onorevole Solaro della Margherita mi biasimerebbe nel suo interno, ne son certo. Ma dirò che l’argomento di cui si valse per dimostrare l’inutilità delle fortificazioni d’Alessandria come mezzo aggressivo, distrugge l’accusa di voler con esse fare provocazione all’Austria. Le fortificazioni d’Alessandria sono inutili in una guerra aggressiva; dunque non costituiscono una provocazione all’Austria. (Ilarità.) Questa mi pare logica incontrastabile. D’altronde, come mai l’Austria potrebbe accagionare la Sardegna di volerla provocare innalzando fortificazioni in Alessandria, essa che dal 1849 ha speso ben altri milioni a fortificare e Verona e Goito, e nell’erezione di opere su tutta la sponda del Mincio?

Voci. E Milano, e la fortezza sul Lago Maggiore!

Cavour. Ma ha fatto di più, o signori, ha fortificato Piacenza! E qui mi permetta l’onorevole conte Solaro d’esprimere la mia meraviglia che un diplomatico, perito quale egli si è, possa instituire un paragone tra le fortificazioni di Alessandria e quelle di Piacenza! In Alessandria noi innalziamo fortificazioni sul proprio nostro suolo, nell’interno dello Stato; invece che le fortificazioni erette dall’Austria a Piacenza sono su territorio altrui, su suolo non suo! L’ho detto al Congresso di Parigi, quindi posso ripeterlo anche in quest’aula, quelle fortificazioni erano in diretta contraddizione colle disposizioni del trattato di Vienna, giacchè il trattato di Vienna stabilisce che l’Austria potrà tener guarnigione nella cittadella di Piacenza, non già che essa possa fare di Piacenza una piazza fortificata di primo ordine.

Io aveva adunque ragione di ripetere che le [p. 389 modifica]fortificazioni di Piacenza costituivano una violazione del trattato di Vienna ed una provocazione alla Sardegna, perchè quelle opere non son fatte già contro Parma, ma son dirette contro di noi. Epperciò se vi fu provocazione, non venne certo da parte nostra.


4.

TRASFERIMENTO DELLA MARINA MILITARE DA GENOVA ALLA SPEZIA .

(Seduta della Camera, 29 aprile 1857.)

Signori, nell’assumere ieri l’impegno di rispondere ai vari oratori che presero a combattere il presente progetto di legge, io temo d’essermi impegnato in un’impresa molto malagevole e al disopra delle mie forze, giacchè questo progetto fu combattuto sotto tanti diversi aspetti, con ragioni non solo così diverse, ma tra esse così contraddicenti, che non so come potrò con ordine e con chiarezza rispondere a tutti i miei avversari. Ed in vero, signori, che le ragioni messe in campo siano contradditorie, mi basterà per provarlo il ricordarvi i discorsi che nella tornata d’ieri ed in quella d’oggi venivano pronunziati da parecchi oratori della Destra, i quali cercarono di dimostrare come questo progetto non fosse che una delle funeste conseguenze di quella politica temeraria ed avventata che segue il Ministero e che pone in continuo pericolo il paese, mentre nella tornata precedente un onorevole deputato di Genova con insolita violenza si studiò di dimostrare che questo progetto non aveva altra origine che nel desiderio di deprimere la metropoli della Liguria a vantaggio della capitale; e ciò faceva con tanta stranezza di ragioni, che chi non fosse stato istrutto dell’argomento in discorso avrebbe potuto indursi a credere che si trattasse, non di fondare sulle spiagge della Liguria un grande [p. 390 modifica]stabilimento militare, ma bensì di trasferire sulle rive del Po, a benefizio della capitale, l’arsenale di Genova.

Io prenderò ad esaminare prima di tutto gli argomenti tratti dalla politica generale e che solo in modo indiretto al progetto si riferiscono; verrò quindi alla questione più specialmente politica, e terminerò col trattare la parte pratica, sostanziale, la parte economica e finanziaria, lasciando al mio onorevole collega, il ministro di guerra e marina, di ribattere gli argomenti appoggiati sopra considerazioni militari, strategiche o puramente tecniche. L’oratore che più si scostò dalla questione e combattè il progetto della Spezia con argomenti che si possono dire ad esso assolutamente estranei, fu l’onorevole deputato Francesco Pallavicini. Durante una mezz’ora egli scagliò contro di me, contro la politica da me seguita, le accuse le più gravi che uscir possano dalla bocca dell’opposizione la più scapigliata. (Ilarità.) Esso rimproverò il Ministero, o per dir meglio (giacchè egli si è sempre rivolto a me), mi rimproverò di seguire una politica incostante e dubbia, di dissimulare continuamente, di essere un giorno rivoluzionario, e ultraconservatore l’indomani; la mattina, di stringere la mano ai deputati della Sinistra la più avanzata, e la sera andar a braccietto con quelli della Destra. (Ilarità.) Egli trovò per ultimo tutti i miei atti e le mie parole, dopo il mio ritorno dal Congresso di Parigi, essere una lunga serie di contraddizioni. A dir vero, per rispondere ad un’accusa così vaga converrebbe pigliare ad esame ad uno ad uno i miei discorsi ed i miei atti, ma ciò sarebbe punire la Camera per una colpa commessa dall’onorevole deputato Pallavicini, ed io non sono così ingiusto. Sono certo però che, se l’onorevole deputato, venuto in sospetto di aver commessa una ingiustizia, volesse per suo castigo sottoporsi a rileggere tutti i miei discorsi della passata e presente sessione ed esaminare con ispirito d’imparzialità il concetto che li informa; se egli volesse passare a rassegna tutti i nostri atti, [p. 391 modifica]vedrebbe che non vi è questa contraddizione che apparve a prima giunta ai suoi occhi. Ed infatti, o signori, come mai può l’onorevole deputato Pallavicini appuntarmi di avere al ritorno dal Congresso di Parigi, da quest’aula provocato speranze eccessive, eccitate passioni rivoluzionarie, quando, dopo questi discorsi, un ordine del giorno che approvava la politica del Ministero fu votato da quasi tutta la Camera e dalla massima parte dei membri della Destra. Io non mi ricordo se l’onorevole deputato Pallavicini fosse presente in quella circostanza, ma ben rammento che fu votato da tutti, persino, se non erro, dai suoi amici politici, da quelli che egli chiama membri della Destra parlamentare. Ed invero, o signori, i sentimenti che in quell’occasione ho manifestati, furono quelli che guidarono la nostra condotta da quel tempo al giorno d’oggi. Noi fin d’allora abbiamo dichiarato che la nostra politica era liberale, non rivoluzionaria; che per ciò che riguarda la questione italiana credevamo nostro dovere di rispettare i trattati esistenti, ma reputavamo pur anche essere nostro diritto e nostro dovere, nella cerchia di questi trattati, di fare quanto stava in noi per promuovere con tutti i mezzi legittimi i veri interessi dell’Italia. Questa fu la politica da noi proclamata al ritorno dal Congresso di Parigi. Avevamo aggiunto che questa politica, che avevamo cercato di far trionfare a Parigi, aveva incontrato una seria opposizione per parte dell’Austria; che quindi io aveva lasciato la città di Parigi senza che le differenze che esistevano coll’Austria si fossero composte. Ecco le dichiarazioni da me fatte. Su queste dichiarazioni si fondò sempre la nostra condotta, ed è nostro fermo intendimento di applicare, ed applicare in tutto il loro rigore queste massime. Ed io sfido l’onorevole deputato Pallavicini di citare un discorso od una frase che siano contrari a questi principii che io qui proclamo di nuovo. Ed invero, quali sono i vari fatti posti avanti dall’onorevole deputato Pallavicini? [p. 392 modifica]Egli vi ha parlato della sottoscrizione dei cento cannoni e di quella dei diecimila fucili, e ci ha detto: un giorno voi eccitate le passioni popolari e promuovete la sottoscrizione dei cento cannoni; l’indomani voi cercate di raffrenarle, combattendo quella dei diecimila fucili. Sì, o signori, noi abbiamo non promossa, ma approvata altamente (e vi abbiamo concorso personalmente) la sottoscrizione dei cento cannoni, perchè vedevamo in essa un atto veramente nazionale, perchè riconoscevamo in ciò una prova del sentimento legittimo di amor della patria e di sua difesa che anima le nostre popolazioni; abbiamo poi combattuto apertamente, recisamente la sottoscrizione dei diecimila fucili, perchè abbiamo visto in essa un atto rivoluzionario, e queste due cose le abbiamo fatte contemporaneamente e non ad intervalli diversi, proclamando apertamente l’approvazione di un fatto ed il biasimo dell’altro, ed in ciò la Camera, spero, non vedrà una contraddizione, ma la prova delle conseguenze naturali della nostra politica. Io non so poi come l’onorevole deputato Pallavicini abbia potuto parlare delle fortificazioni di Alessandria come di un mezzo immaginato espressamente, subitaneamente per promuovere, per riaccendere l’entusiasmo popolare. Io ho avuto già l’occasione di dichiarare alla Camera, come lo fece a più riprese il mio collega il ministro della guerra, che il progetto delle fortificazioni di Alessandria si studiò, si maturò per molti anni; che il ministro della guerra ha sempre insistito nel modo il più positivo onde venisse posto ad esecuzione; che quando, reduce dalla Crimea, riassunse il portafoglio della guerra, non ebbe pace nè tregua sinchè non ottenne che il suo collega per le finanze si unisse a lui per promuovere il decreto che sanzionava il progetto, ed accordava i fondi per l’immediato incominciamento dei lavori. Nè io credo, o signori, che gli atti posteriori della nostra politica, atti oramai noti al mondo, poichè furono spiegati in note che videro la luce e furono da tutti i giornali [p. 393 modifica]principali d’Europa riprodotti, siano in contraddizione con quei principii che si erano proclamati al ritorno dal Congresso di Parigi, ed io sfido l’onorevole Pallavicini di citare una parola nella nota da me sottoscritta, che sia in contraddizione coi sentimenti qui espressi. Non vi è dubbio che, secondo le circostanze, le stesse idee, gli stessi principii rivestono diverse forme; io non posso, scrivendo una nota diplomatica destinata ad essere comunicata ad un ministro di un’estera potenza, darle quella veste che uso quando rispondo all’onorevole Pallavicini (si ride); ma ripeto che, mutate le forme, la sostanza è pur sempre la stessa.

L’onorevole Pallavicini, nel suo desiderio di mettermi in contraddizione con me stesso, di provare alla Camera che io ho un carattere molto versatile, passò dal campo della politica esterna in quello della questione religiosa, e ricordando una dichiarazione da me fatta, mi accusa di non avere avuto il coraggio di operare in conformità di questa dichiarazione. Egli dice: in una tornata (non ricordo quale) dell’ultima sessione, voi avete detto che reputavate opportuno di accordare alla Chiesa maggiori larghezze e togliere alcuni vincoli che esistono ancora nei nostri Codici, di mettere pienamente in armonia le leggi che regolano i rapporti dello Stato colla Chiesa, coi principii che informano lo Statuto. Sì, signori, io ho ciò detto, e son pronto a ripeterlo. Ma quello che l’onorevole Pallavicini ha taciuto, non sicuramente nell’intendimento di trarre in errore la Camera, perchè non sa adoperare queste arti proprie degli esageratissimi del partito a cui egli appartiene, ma solo per inavvertenza, è l’opinione allora da me espressa, cioè di essere io convinto doversi fare alla Chiesa quelle concessioni, dirò meglio, quelle riforme, quando tutte le differenze colla Chiesa fossero composte; quando l’autorità ecclesiastica avesse rinunziato in modo assoluto e definitivo di prendere qualunque ingerenza nelle cose civili, e rispettasse pienamente ed [p. 394 modifica]interamente l’indipendenza del potere civile. Io non ho sotto gli occhi il mio discorso, ma la memoria non mi tradisce e son sicuro di aver ciò detto. Che se l’onorevole Pallavicini volesse impiegare la rara sua facondia, per persuadere i capi della Chiesa, non dico di farci questa concessione, ma di acconsentire a questa necessaria riforma, io gli prometto d’unire la debole mia voce alla sua per propugnare in quest’aula quelle libertà che io stimo doversi alla Chiesa concedere, quando si arriverà ad un accordo definitivo. (Bene!) Finalmente l’onorevole deputato Pallavicini, sempre per mostrare in contraddizione le parole coi fatti del Ministero, parlò di non so quale polemica suscitata nei giornali intorno alla pubblicazione di un’opera riguardante un argomento molto scabroso. (Ilarità!) Io qui prego l’onorevole Pallavicini di concedermi che io non entri in lunghe spiegazioni; giacchè, trattandosi, come dissi, di un argomento molto sdrucciolo, io temerei di trascorrere nella difesa quei limiti che le convenienze parlamentari impongono. Quindi lascerò il terreno della moralità, solo permettendomi di osservare alla Camera che, avendo io abitato in varie capitali d’Europa, mi stimo in grado di poter affermare, senza timore che l’amor patrio faccia a me illusione, che vi è maggior moralità in questa capitale che nelle altre capitali d’Europa; e credo che facendo appello alla buona fede dell’onorevole deputato Pallavicini e ricordandogli i tempi della nostra gioventù (Ilarità generale e prolungata), passati all’estero, egli sarà meco d’accordo non essere Torino più immorale di Parigi e di Londra. Parmi d’aver giustificato la politica ministeriale dall’appunto gravissimo che l’onorevole Pallavicini gli faceva dimutabilità, d’incertezza e, sino a un certo punto, di poca buona fede.

Per considerazioni politiche venne pure combattuto il progetto di legge dagli onorevoli Costa di Beauregard e Solaro della Margherita. Il deputato Costa di Beauregard, in un discorso notevole per la nobiltà dei pensieri [p. 395 modifica]e la forza delle espressioni, ha detto che si era manifestato il timore che un’estera potenza ci spingesse a dare eseguimento a questo progetto per fini sinistri; che essa volesse promovere l’erezione d’un forte stabilimento militare nel golfo della Spezia per rendersene padrona alla prima favorevole circostanza; che, in una parola, cercava di far sorgere sulle sponde della Liguria una nuova Gibilterra. Non credo che questa idea sia mai venuta alla mente degli uomini di Stato che governano in Inghilterra: a dir vero, non potrei indicare alla Camera quale sia la loro opinione in proposito, giacchè mai, nè direttamente nè indirettamente, ebbero a pronunciarsi a tale riguardo. Solo posso dire che, se avessi da giudicare dell’opinione degli uomini di Stato di quella illustre nazione dall’impressione che il progetto attuale fece sui suoi rappresentanti a Torino, quando venne messo in campo, dovrei dire che l’Inghilterra lo giudica poco favorevolmente. Difatti, quando nel 1850 per la prima volta venne dal mio onorevole amico, il ministro della guerra, presentato alla Camera un progetto pel trasferimento della marina militare alla Spezia, il ministro inglese allora a Torino, lord Abercromby, manifestò un’opinione assolutamente ad esso contraria: non ne fece mai, nè avrebbe avuto ragione di farlo, argomento di richiamo diplomatico, ma nelle sue particolari conversazioni non cessò mai dal manifestarglisi contrario. E invero, o signori, come potete voi supporre che noi abbiamo a correre questo pericolo? Quand’anche (ciò che allo stato cui è giunta l’odierna civiltà mi pare impossibile) l’Inghilterra avesse in mente d’impadronirsi della Spezia per stabilirvi un propugnacolo di forza eguale a quello di Gibilterra, credete voi che questo suo progetto non sarebbe contrastato da tutte le altre potenze d’Europa? L’Inghilterra alla Spezia, non sarebbe una minaccia solo per Genova, ma ancora e molto più per Tolone, e non sarebbe possibile che la Francia assentisse mai a questo stabilimento, se non [p. 396 modifica]costretta da irresistibile necessità. No, mai la Francia acconsentirebbe a vedere stabilito a poche ore da Tolone un arsenale marittimo inglese; essa spenderebbe l’ultimo scudo e l’ultimo uomo per impedirlo. Se mai l’Inghilterra avesse concepito un tal progetto, dovrebbe pensare che non potrebbe effettuarlo se non dopo una guerra sanguinosa e mercè una pace da conchiudersi non sul Po o sul Reno, ma nelle mura stesse di Parigi. Quindi, lo ripeto, questo timore è assolutamente immaginario. Nessuna estera potenza ha manifestata la sua opinione intorno a questo progetto, nè ci è stato possibile sentire una voce qualunque di approvazione o di disapprovazione degli esteri Gabinetti. La sola potenza colla quale abbiamo avuto qualche scambio di uffici rispetto alla Spezia, si è cogli Stati Uniti d’America, i quali, come sapete, hanno nel golfo della Spezia un ricovero della loro squadra. Noi, stante le ottime relazioni che manteniamo coll’America, avevamo consentito a mettere a disposizione della squadra americana un locale nel Lazzeretto. Quando questo progetto fu messo in campo, abbiamo avvisati gli Americani che non ci sarebbe stato più possibile di consentire a tenere a loro disposizione questo locale, ma siccome essi manifestarono il desiderio di non abbandonare il golfo della Spezia e di trasportare in un sito che non incagliasse il militare servizio questo loro deposito, il Governo, secondo i loro desiderii e dopo alcune pratiche, potè rinvenire e dar loro in affitto due locali che paiono rispondere ai bisogni della squadra americana; nè ciò, per quanto mi sembra, deve suscitare i timori o la suscettibilità di chicchessia in questa Camera.

L’onorevole deputato Solaro della Margherita poi andò più oltre dell’onorevole deputato Costa di Beauregard: se questi mostrò d’inquietarsi dello stabilimento della Spezia rispetto all’Inghilterra, il deputato Solaro della Margherita disse invece che questo stabilimento faceva sorridere di compiacenza non solo gl’Inglesi, ma [p. 397 modifica]altresì gli Austriaci ed i Francesi. In quanto agl’Inglesi, mi pare che la risposta da me data all’onorevole Costa di Beauregard valga pure per quanto disse l’onorevole conte Solaro della Margherita. Ma in quanto alla Francia, io non posso dire se essa approvi o disapprovi il nostro progetto. Io non penso che se ne preoccupi gran fatto; ma qualora se ne preoccupasse, stante i legami di alleanza che ci stringono ad essa, stante che io tengo essere nei veri interessi della Francia che il Piemonte sia forte in Italia alle sue porte, io credo che questa potenza deve vedere con compiacenza questo progetto, non già perchè, come vorrebbe far credere l’onorevole conte Solaro, esso deve indebolirci, ma invece perchè è un mezzo necessario per sviluppare una marineria che difficilmente le sarà ostile, e che potrebbe per avventura esserle di non spregevole soccorso. In quanto all’impressione che questo progetto sia per fare sul Gabinetto di Vienna, io dichiaro d’ignorarlo compiutamente. Io non so se gli argomenti posti innanzi per provare alla Camera che questo progetto dovrebbe trarre a rovina il paese e le nostre finanze, possano colà produrre una impressione molto favorevole. Però io dubito assai che uno stabilimento il quale, qualunque possano essere le altre sue conseguenze, deve necessariamente favorire d’assai lo sviluppo della nostra marina militare, possa essere molto bene accetto al di là del Ticino. Comunque sia, se, cadendo in errore, il conte di Buol si dimostra soddisfatto di questo progetto, io non me ne affliggerò, giacchè io non ho niente in contrario alla soddisfazione dell’onorevole conte di Buol.

Mi pare di aver risposto alle considerazioni di estera politica che contenevansi nei discorsi degli onorevoli membri della Destra: vengo ora alla parte più sostanziale del dibattimento, alle obbiezioni che si sono fatte al progetto, fondate e sulla politica interna e sopra considerazioni economiche e finanziarie.

[p. 398 modifica]Chiunque abbia per qualche tempo abitato la città di Genova, e si sia occupato delle cose che al commercio e alla marina si appartengono, rimane convinto di due grandi verità: dell’insufficienza assoluta dell’attuale stabilimento militare per i bisogni d’una marina a vapore, e del difetto che presenta il porto di Genova di tutti quei comodi per il commercio e per la navigazione che s’incontrano ora nei principali porti dell’Europa civile. Questa convinzione, nata in me da lunghi anni, era talmente forte che, quando entrai nella vita politica, e che, senza essere ministro, andava occupandomi dei mezzi per aumentare le ricchezze del paese, posi sempre in prima linea la necessità di riparare a questi gravissimi inconvenienti. Ed invero, o signori, non appena entrato al Ministero, presieduto in allora da Massimo d’Azeglio, nell’ottobre del 1850, avendo trovato che il mio collega il ministro della guerra divideva pienamente questa mia convinzione, immediatamente io mi sono di concerto con lui occupato a preparare un progetto per il traslocamento della marina militare alla Spezia e la costruzione di un dock commerciale a Genova, progetto che io teneva allora, come tengo tuttora, essere il solo che possa riparare ai due immensi inconvenienti da me pur ora indicati. Queste considerazioni non devono lasciarvi alcun dubbio in torno ai motivi che ci hanno condotti alla proposta che ora vi abbiamo fatto. Una convinzione che dura da sette anni e che non è stata indebolita da infinite difficoltà, da opposizioni molto forti di ogni maniera, una convinzione potente che ha le sue radici nelle più alte considerazioni politiche ed economiche, è stata la sola nostra consigliera. Questo solo basterebbe a dimostrare quanto mal fondate fossero le accuse che contro di noi lanciava l’onorevole deputato Pareto in un di scorso che destò nel vostro animo dolorose impressioni, e che, io lo dico francamente, assai mi contristò. E mi contristò profondamente, o signori, non già a motivo [p. 399 modifica]delle aspre censure, degli amari rimproveri, delle maligne insinuazioni, chè a tutto ciò io sono pur troppo da lunga mano avvezzo; ma perchè reputo cosa nociva e deplorabile che in seno di questo Parlamento una persona autorevole, e per l’età e per l’alto suo stato, e per la stima che a giusto titolo circonda il privato suo carattere, spinta da cieche municipali passioni, venga a ridestare in mezzo alla nazione, mentre versa in difficilissime circostanze, mal sopiti rancori, viete gelosie, ed a rieccitare in mezzo a voi il genio più fatale all’Italia, il genio che fece alla nostra patria comune più male assai del ferro straniero, il genio delle discordie municipali, delle rivolte cittadine. (Bravo! bene! applausi dalle tribune.) Io non imiterò l’onorevole preopinante; non opporrò recriminazioni a recriminazioni, non farò il confronto della sua colla nostra politica, per provare quale delle due sia stata più conducevole al bene comune: io non amo d’inasprire la discussione. Io non cercherò di sanare le ferite che l’onorevole deputato Pareto ha potuto fare ai nostri sentimenti, col pronunziare parole che potrebbero essere altrove mal interpretate, e aumentare quelle irritazioni che è dovere di noi tutti, ministri e deputati, di cercare di attutire, invece d’eccitare. (Bene!) Io mi contenterò di esporvi brevemente la storia di questo progetto, e spero che questa esposizione basterà a distrurre da capo a fondo l’edifizio di accuse che l’onorevole Pareto ha cercato d’innalzare.

Come vi dissi testè, entrato io al Ministero l’anno 1850, d’accordo col generale La Marmora, presentai il progetto per trasferire la marina alla Spezia, e trasformare l’arsenale di Genova in dock commerciale. Dirò schiettamente che allora questo progetto non incontrò guari favore alla Camera. Sia per la sua novità, sia a ragione delle gravissime difficoltà finanziare ed economiche in cui versava lo Stato, la Commissione che rappresentava la Camera non si mostrò troppo propensa [p. 400 modifica]alla sua adesione, e, senza pronunziare un voto contrario, invitò il Ministero a nuovi studi, raccomandandogli che intanto provvedesse ad alcuni lavori nell’interesse del porto di Genova, che in ogni evento sarebbero stati utili al porto stesso ed avrebbero agevolato l’esecuzione del progetto, rendendo più sicura la costruzione del dock: parlo del prolungamento del molo e dello spurgo del porto. Stante la forza della nostra convinzione, nè il generale La Marmora nè io restammo sfiduciati di questa specie di ripulsa, e abbiamo procurato di provare l’opportunità della doppia impresa da noi promossa con nuovi studi e nuove investigazioni. E qui il Ministero cercò degli ausiliari, i quali, se fosse esatto quanto disse l’onorevole Pareto, sarebbero stati suoi avversari, cercò, dico, degli ausiliari a Genova nel seno del municipio e della Camera di commercio. Il Ministero invitò il municipio e la Camera di commercio a riunirsi per nominare una commissione, la quale avesse a prendere ad esame il progetto di dock che era stato preparato un po’ sollecitamente nel 1849, e, occorrendo, a promuovere la formazione di un altro progetto, mettendo a sua disposizione alcuni distintissimi ingegneri, fra i quali l’ingegnere Maus, il nostro collega il deputato Sauli, e, credo, l’architetto Gardella. Il municipio aderì a quest’invito; nominò una commissione economica, la quale, colla commissione tecnica, procedette alla formazione di un piano di dock. Ma (qui vedete la perfidia del ministro!) non solo volle cercare di disarmare il municipio, associandolo all’impresa morale, ma volle associarvelo materialmente, e rappresentò al municipio come un dock in Genova rivestisse non solo il carattere d’impresa privata, ma fino a un certo punto assumesse grado e importanza di un’istituzione di pubblica utilità, e come sarebbe stato assai più opportuno che, invece di affidare quest’impresa ad un società privata, venisse assunta dal municipio stesso. Siccome poi il municipio [p. 401 modifica]rappresentava la difficoltà che avrebbe incontrato per procurarsi i fondi necessari, il Ministero, sempre per sedurre il municipio con l’arte sua malvagia, offeriva a questo di chiedere al Parlamento che venisse dallo Stato guarentito l’imprestito ch’esso avrebbe a contrarre per la costruzione di quest’opera, ed il municipio aveva in massima pienamente aderito a questa proposta ministeriale. Forse era in allora assolutamente illuso, ma il fatto sta che ci aveva aderito, che i rappresentanti del municipio, venuti a Torino, erano caduti quasi d’accordo col ministro delle finanze, e tornati a Genova, le differenze vertevano sopra punti di pochissimo momento. Se ben mi ricordo, si trattava di aumentare la somma da guarentirsi di un milione, si chiedeva che la garanzia fosse da venti portata a ventun milioni. Intanto alcune vicende politiche fecero sì ch’io avessi ad uscire dal Ministero. Non so bene la storia delle trattative che ebbero luogo dappoi col mio successore; so bensì che, tornando da un viaggio in esteri paesi, ebbi il dolore di apprendere che queste trattative erano state protratte in modo da non dare speranza di felice risoluzione, e ciò non a motivo che le condizioni finanziarie proposte dal Ministero al municipio fossero state riputate troppo gravose, chè in verità io non capirei come il municipio avesse potuto trovare tali queste proposte, mentre il Governo diceva: fate il dock, stabilite una tariffa d’accordo, e se questo non vi procurerà i mezzi necessari per pagare gl’interessi del debito che avete fatto e il fondo di estinzione, lo Stato supplirà a quello che manca; e quando avrete estinto il debito, voi rimarrete padroni del dock. Veramente bisognerebbe che il municipio di Genova fosse stato di ben difficile contentatura per non accettare questa proposta. Infatti la difficoltà non provenne dalla questione finanziaria, ma da ciò che, nell’intervallo corso fra le negoziazioni ch’io aveva intavolate col sindaco nella primavera del 1852 [p. 402 modifica]all’autunno, vari altri progetti erano stati posti in campo in confronto con quello degl’ingegneri della Commissione tecnica di cui ho parlato, e il municipio rimaneva sospeso fra questi vari progetti.

Fu allora che il Ministero, desiderando di porre un termine a queste oscitanze, e conoscendo quanto sia difficile ad un municipio il fare una scelta fra una infinità di progetti i quali interessano tutti, o questa o quell’altra località che è dovere del municipio di tutelare, fu allora, dico, che il Ministero, sia per illuminarsi che per appoggiare le sue determinazioni sopra un’autorità non contestabile, ha creduto doversi rivolgere ad un ingegnere di fama europea, il quale nel suo paese, che è quello dove si compierono le più grandi opere di costruzione navale, aveva nome di essere senza rivali. Il Ministero lo pregò di venire a Genova, onde, esaminati tutti i progetti messi in campo, avesse a pronunziare sul loro merito relativo e sulla opportunità di dare la preferenza a questo o a quest’altro. Qui cade in acconcio di dare una spiegazione per tranquillare l’onorevole Costa di Beauregard. Quell’ingegnere fu scelto pel suo merito trascendente, e non per relazioni che potesse avere col Governo inglese. Ed in verità le negoziazioni che si stabilirono tra esso ingegnere e il Governo ebbero luogo indipendentemente da ogni uffizio diplomatico; io mi rivolsi ad alcuni particolari conoscenti in Londra onde determinare questo illustre ingegnere a venire a Genova, e debbo dire aver egli dichiarato che aderiva di assumersi questo incarico, molto meno pel corrispettivo che gli si offriva, certo non sufficiente a compensarlo della perdita del suo tempo in Inghilterra, ma per la simpatia che professava pel nostro paese. L’ingegnere Randel venne, esaminò il porto di Genova con molta attenzione, prese conoscenza di tutti i progetti messi innanzi, poi andò alla Spezia, come udiste dal relatore della Commissione, e portò un giudizio formale non [p. 403 modifica]solo sui vari progetti presentati, ma su quello che si dovrebbe adottare per corrispondere nel miglior modo possibile ai bisogni del commercio e della navigazione nel porto di Genova. Ed invero se mi fosse rimasto qualche dubbio, non sull’opportunità, ma sulla necessità assoluta di promuovere con tutta la sollecitudine possibile questo progetto di dock, la visita del signor Randel l’avrebbe fatto scomparire; giacchè, quando tornò da Genova a Torino e venne a vedermi, mi disse, in aspetto d’uomo alquanto maravigliato: «come mai il porto di Genova trovasi nella condizione in cui l’ho rinvenuto? Ma quello non è un porto, è una rada!» Mi ricordo di queste precise parole, le quali mi colpirono nel modo il più doloroso; giacchè, o signori, io considero Genova non solo per la sua importanza commerciale, ma altresì come una delle nostre glorie nazionali, e quando viene ad accertarsi che essa trovasi in certe condizioni che non corrispondono pienamente all’antica sua riputazione, io ne provo un vero rammarico, perchè, lo ripeto, le glorie di Genova fanno parte integrante del patrimonio delle glorie nostre nazionali, al quale tutti abbiamo un egual amore. (Vivi segni di adesione.)

Il signor Randel, tornato in Inghilterra, allesti un piano di cui vi è stata data conoscenza, un piano che in allora, stante le condizioni della strada ferrata, pareva meritare la generale approvazione. Appena avuto questo piano, il Ministero diede opera a promuovere la costituzione di una compagnia che volesse assumerne l’esecuzione a condizioni ragionevoli, ed era quasi giunto ad ottenere questo intento. E notisi qui che si trattava di una compagnia nazionale composta di alcune fra le principali case bancarie genovesi, e de’ più cospicui capitalisti di questa capitale; e già si stava allestendo un capitolato da presentarsi poi alla Camera, quando scoppiò la guerra d’Oriente, ed era chiaro che in presenza di una guerra marittima, che dall’Oriente [p. 404 modifica]poteva estendersi all’Occidente, sarebbe stato poco prudente il tentare un’operazione così vasta come il trasferimento della marina alla Spezia; epperciò fu forza il sospendere l’effettuazione della divisata impresa. Tuttavia nel pensiero del Governo essa non venne mai abbandonata: esso ritenne le sue antiche convinzioni, ed appena cessata la guerra, ripensò immediatamente ai mezzi di mandarla ad esecuzione. Tornato al Ministero l’onorevole mio collega, il quale nelle sue opinioni è per lo meno altrettanto tenace quanto lo sia io, mi disse: Alessandria e la Spezia! ed io risposi: Alessandria e la Spezia! (Risa.) Per Alessandria abbiamo provveduto come voi sapete; per la Spezia si trattava, o di promuovere l’esecuzione del piano Randel sì come era stato presentato, oppure di cercare ancora di vedere se questo piano potesse essere migliorato in modo da dare soddisfazione al maggior numero d’interessi possibile.

Due considerazioni principalissime c’inducevano a ritenere il piano di Randel suscettibile di gravi modificazioni, la prima delle quali esclusivamente tecnica. Quando Randel venne a Genova per preparare il suo piano, la strada ferrata per le mercanzie dallo scalo alla piazza Caricamento non esisteva; dimodochè gli ingegneri dubitavano di poter stabilire un piano inclinato; ed in allora si era quasi deciso di stabilire sotto la stazione attuale un piano elevatore. Il signor Randel aveva combinato tutte le relazioni fra il dock e la strada ferrata in vista di questo sistema. Nel 1856, questo stato di cose era stato gravemente modificato, e modificato, io credo, nell’interesse del servizio e del commercio. Invece del piano elevatore si era stabilito il piano inclinato. Evidentemente il progetto Randel doveva essere modificato per quella parte che concerneva le relazioni fra il dock e la strada ferrata. Ma un’altra considerazione pure gravissima muoveva il Ministero a sottoporre a nuovo esame questo progetto; ed è la [p. 405 modifica]seguente. Dopo che la navigazione ha subito una trasformazione, dopochè le navi di un grosso tonellaggio tendono a sostituirsi alle navi di minor portata che usavano per l’addietro,[3] non si possono più operare le riparazioni senza l’aiuto dei bacini di carenaggio. Voi potete riparare un bastimento di 300 tonnellate coricandolo su uno dei suoi lati, ma non potete riparare allo stesso modo uno di 800 o di 1000 tonnellate. Pei piroscafi poi i bacini sono indispensabili. Ora, Genova difetta assolutamente di questi stabilimenti, e questo difetto è un ostacolo gravissimo, quasi insuperabile allo sviluppo della navigazione a vapore ed allo sviluppo della grande navigazione, e le persone più interessate nella navigazione in genere, e specialmente l’Associazione marittima, che è in massima parte composta di capitani marittimi, sentendo la necessità di provvedere a questo bisogno urgente, immenso, rappresentarono al Governo ripetutamente che, ove si fosse trasportato l’arsenale alla Spezia, sarebbe stato di una utilità somma pel commercio genovese di destinare una parte dell’area acquea della darsena ad uso di stabilimento [p. 406 modifica]per riparazioni delle navi di grande portata. Questo richiamo era di una verità evidente, ed il Governo ha dovuto prenderlo in seria considerazione. Se noi vogliamo che nel porto di Genova la navigazione a vapore si sviluppi, se noi vogliamo che questa salutare sostituzione delle grosse alle piccole navi vada crescendo, è necessario che nel porto di Genova vi siano i mezzi di riparare e le navi a vapore e quelle di grossa portata; finchè noi saremo costretti, ogniqualvolta occorre una riparazione di qualche importanza, di spedire le nostre navi a vapore, come altresì i bastimenti di grossa portata, a Marsiglia, a Napoli od in Inghilterra, signori, la nostra navigazione rimarrà inceppata, e non raggiungerà quello sviluppo a cui può pervenire. Per questi motivi noi abbiamo creduto opportuno di riesaminare il progetto dell’ingegnere Randel, per vedere se fosse possibile di avere un dock e nello stesso tempo di conservare la parte acquea della darsena attuale, per consacrarla a questi stabilimenti, non dirò adesso nè quali nè come, ma a degli stabilimenti per le riparazioni delle navi a vapore e delle grandi costruzioni marittime. Finalmente un terzo motivo si era che, nel periodo trascorso dal viaggio del signor Randel all’anno scorso, un’infinità di nuovi progetti erano sbocciati da tutti gli angoli della città di Genova. Uno proponeva di fare un immenso avamporto nel quale si sarebbero potute contenere tutte le marine del mondo; un altro di trasformare tutta la parte occidentale del porto in magazzini e depositi franchi; un terzo ne prendeva non so quanti mila metri per erigere, sopra gli scogli che ivi si trovano, dei magazzini, e che so io. Parve quindi opportuno di esaminare anche questi nuovi progetti. La Commissione fu nominata in luglio, credo, pochi giorni dopo il ritorno del generale La Marmora al Ministero; e dirò il vero, io ed il mio collega, il ministro dei lavori pubblici, ci lusingavamo che questa avrebbe compiuto il suo lavoro prima dell’apertura della [p. 407 modifica]sessione, e che ci sarebbe stato possibile di presentare contemporaneamente il progetto di traslocamento della marina militare alla Spezia e quello dell’erezione in Genova di un dock. La sessione fu aperta, ed il progetto non venne; ci fu promesso pel mese di gennaio, e non venne neppure; e così, di mese in mese, non giunse fino ad oggi. Questo ritardo però non deve stupire, ove si ponga mente all’importanza dei lavori e moltiplicità dei piani da esaminare, e se si considera come fra i membri di questa Commissione si annoverino vari distinti ingegneri ai quali sono tuttora affidate moltissime altre incumbenze. Abbiamo avuto, lo dico schiettamente, il dispiacere di non poter presentare in questa sessione il progetto del dock, ma potete esser certi che sarà il primo che verrà sottoposto alle deliberazioni della prossima legislatura. Se fosse possibile, si presenterebbe ancora in questa, ma non si può, tanto più che esso susciterà anche non poche discussioni; quindi non sarebbe sperabile di farlo in essa adottare. Del resto, io posso assicurare la Camera che non abbiamo mai disgiunto nella nostra idea il progetto del traslocamento della marina alla Spezia da quello della creazione in Genova di un dock e di quegli stabilimenti per la riparazione delle navi, di cui quel porto così altamente abbisogna. Signori, io non saprei perchè si niegherebbe di prestar fede a questi fatti, perchè non si vorrebbe da essi dedurre la spiegazione della nostra proposta, e si vorrebbe anzi attribuirla al bieco proposito di voler menomare l’importanza della città di Genova. Per verità, io non so quali dei nostri atti possa dare diritto al deputato Pareto di muoverci quest’accusa. Giacchè, o signori, dacchè noi godiamo delle libere istituzioni, dacchè qui esiste un Parlamento, dacchè noi sediamo su questi banchi, non vi fu sessione in cui non fossero presentati, in cui non fossero votati molti e molti progetti che tendevano al bene speciale della città di Genova. Come volete appuntar noi di [p. 408 modifica]essere ostili agli interessi di Genova, noi che abbiamo proposto e la riduzione dei diritti marittimi e la riforma delle viete ed antiche leggi sanitarie, le quali potevano pareggiarsi a quelle che esistevano nei tempi più barbari! Noi che siamo stati i promotori di una delle più larghe riforme doganali che si siano fatte in Europa! Noi che, ad onta delle strettezze dell’erario, vi abbiamo proposto di sopprimere intieramente il dazio sui cereali che gravitava specialmente, per non dire quasi unicamente, sopra Genova e sopra ora le popolazioni della Liguria! Sono questi atti che provino ostilità contro la città di Genova? Signori, non è egli forse vero che, benchè non abbiamo finora potuto far trionfare il progetto del traslocamento della marina alla Spezia, non abbiamo perciò trascurato di proporre altre opere molto meno importanti, è vero, ma però molto utili al porto di Genova? Non vi ha il mio onorevole collega il ministro dei lavori pubblici proposto, e non avete voi votato una legge per lo spurgo normale dei porti? Non abbiamo fatto, o signori, per lo spurgo del porto di Genova, in due o tre anni, dieci volte di più di quanto si era fatto quando l’amministrazione del porto di Genova era in gran parte affidata al municipio della città medesima? Non vi abbiamo noi proposto il prolungamento del molo, quantunque questo dovesse portare una gravissima spesa per le finanze? Forse mi si dirà: ma noi volevamo un prolungamento di 300 metri, e voi ne avete proposto soltanto uno di 150. Ma a questo vi è una semplicissima risposta: per prolungare un molo di 300 metri bisogna cominciare a prolungarlo di 150. (Ilarità.) Ora, sull’opportunità del prolungamento di 150 metri, tutti sono d’accordo; al di là di questa lunghezza vi sono opinioni discordi. Un’opposizione, un dubbio almeno contro l’oppurtunità di questo prolungamento venne formolato nel modo il più esplicito dall’ingegnere Randel, e mi pare questa tale autorità da indurci, se non ad adottare la sua opinione, per lo meno [p. 409 modifica]ad aspettare, per una definitiva determinazione, l’effetto del prolungamento di 150 metri. Se, fatto questo prolungamento, gl’inconvenienti accennati dal signor Randel non si verificano, e invece evidenti si offriranno tutti i benefizi che dal prolungamento del molo si aspettano, sicuramente allora si continuerà quest’opera sino al limite necessario per veramente conseguire tutti questi vantaggi. Ma, signori, non ci siamo contentati di quest’opera maggiore; noi abbiamo cercato di supplire al difetto di dock con tutti quei palliativi che si potevano introdurre nel regime difettoso del porto, e da alcuni anni non si è fatto altro che costrurre e allargare calate, che aprir nuove porte di comunicazione e via dicendo.

Mi pare che dopo queste spiegazioni voi sarete convinti che il Ministero nel promuovere il traslocamento della marina militare alla Spezia e la costruzione di un dock a Genova ha principalmente di mira di promuovere i veri interessi del commercio genovese. Forse possiamo illuderci, forse ingannarci; ma dopo i fatti esposti, credo impossibile mettere in dubbio la buona fede del Ministero. E credo impossibile che i Genovesi stessi, non acciecati da municipali passioni, non riconoscano come questo progetto debba tornar utile alla loro città. Non è, o signori, che io trovi straordinario o faccia ai Genovesi un appunto che essi vedano con rincrescimento allontanarsi dalle loro mura la marina militare. Comprendo benissimo che questo fatto può essere considerato con dolore da chi è avvezzo ad associare agli stabilimenti militari le antiche tradizioni gloriose della patria loro. Riconosco anch’io quanto vi abbia di lodevole in questo sentimento, e non esito a dire che altamente lo onoro: non sarò certo io mai quegli che faccia un appunto al culto tradizionale per le glorie della patria. Ma, o signori, io credo che questo sentimento riposi sopra una falsa estimazione dello stato delle cose. La tradizione della gloria nazionale [p. 410 modifica]genovese, mi si permetta il dirlo, non istà nelle poco splendide mura di stabilimenti marittimi, i quali non corrispondono più agli attuali bisogni. Se la darsena di Genova fu un’opera notevolissima nei tempi in cui fu innalzata, se è una prova del genio e dell’ardire degli antichi Genovesi, oramai non corrisponde più ai nuovi bisogni, essendo assolutamente insufficiente alle trasformate navi; questa non può più essere un argomento di gloria per la città di Genova; che anzi, vedendo il solo stabilimento dello Stato in Genova così difettoso, così imperfetto, non che dare un’idea delle antiche glorie genovesi, potrebbe far credere che la generazione attuale non è più all’altezza della generazione degli avi nostri. La tradizione delle glorie genovesi, o signori, viene conservata dagli ardimentosi marinai che Genova e la Liguria somministrano allo Stato ed al commercio. Dappertutto dove è una nave equipaggiata da marinai genovesi, là vi è la tradizione delle antiche sue glorie, e noi, o signori, col cercare ad ampliare questo commercio e renderlo più fiorente, più grandioso, noi nel fare sì che gli odierni stabilimenti militari siano in rispondenza coi nuovi bisogni, nella stessa ragione che erano gli antichi stabilimenti genovesi, io credo che facciamo assai più per conservare gloriosamente quella preziosa tradizione che ci venne tramandata, che non quelli che vogliono mantenere in angusti ed insufficienti confini la marineria militare e negare al commercio e alla navigazione quei mezzi che sono loro indispensabili. Ond’io, ad onta delle suscitate passioni popolari, ad onta dell’irritazione che si è manifestata, porto ferma fiducia che quando l’opera, che spero saremo per intraprendere, verrà compiuta; quando i Genovesi a poche ore dalla loro città vedranno sorgere uno stupendo stabilimento militare marittimo; quando nell’interno del loro porto, agl’imperfetti stabilimenti commerciali vedranno sostituito un dock che gareggi coi migliori stabilimenti europei, i [p. 411 modifica]Genovesi allora riconosceranno che i veri promotori dei loro interessi, che quelli a cui stava più a cuore la loro gloria, eravamo noi che propugniamo ora il traslocamento della marina militare alla Spezia, che eravamo più loro amici noi, che coloro che ci appuntano e ci segnalano al popolo genovese come animati a suo riguardo delle più perfide intenzioni. (Segni di adesione.)

Vengo ora, o signori, al punto più arduo e più malagevole del mio discorso, vo’ dire alla parte finanziaria. Io capisco che molti dei nostri colleghi, i quali sarebbero inchinevoli a dare la loro approvazione a questo progetto, per molti rispetti esitino a ciò fare, perchè sgomentati dalla gravità della somma che esso dovrà costare, e dal gran numero di spese già stanziate in questa e nelle precedenti sessioni, e di quelle che probabilmente voi sarete ancora per votare. Io, signori, sono lungi dal trovare irragionevoli questi timori, e sono talmente disposto a ritenerli non destituiti di fondamento, che quando passo a rassegna tutte le grandi imprese che noi abbiamo condotte a fine o che siamo per intraprendere, anche io qualche volta sono sul punto di sgomentarmi. Invero, io credo non esservi esempio di una nazione che abbia ad un tempo posto mano a tante e sì vaste intraprese. Pensando alle strade della Sardegna, e alla ricostruzione delle carceri, e al compimento del cadastro, e alle ferrovie da costruirsi attraverso le montagne più difficili dell’Europa, e al traslocamento della marina alla Spezia, e a quella moltiplicità di nuovi lavori di minore momento che si stanno compiendo, non lo dissimulo, qualche volta anch’io mi sgomento. Ma mi conforta, o signori, il pensiero che la massima parte di queste opere sono d’indole altamente riproduttiva, e debbono di necessità procacciare al pubblico erario compensi diretti ed indiretti. Mi rassicura altresì l’esperienza di questi ultimi anni e la convinzione della cresciuta nazionale ricchezza. Questo conforto, questa convinzione, [p. 412 modifica]l’onorevole deputato Ghiglini nella tornata d’oggi cercò di distrurre totalmente, e tentò con molti argomenti e non pochi calcoli di dimostrare che la pubblica ricchezza aveva da alcuni anni scemato, e che il paese si trova in ora meno ricco di quello che fosse prima del 1848. Tale mi pare essere stato l’assunto dell’onorevole deputato Ghiglini. Se ciò fosse, o signori, sarebbe forza il rinunziare non solo a questo progetto, al trasferimento della marina da Genova alla Spezia, ma altresì a tutti gli altri che siete andati mano mano approvando; bisognerebbe sospendere immediatamente i lavori del cadastro, rallentare la costruzione delle strade in Sardegna e rimandare l’esecuzione delle nuove opere stradali che si sono appaltate sui vari punti dello Stato; bisognerebbe rinunziare assolutamente a qualunque idea di perforo delle Alpi che ci circondano; bisognerebbe, in una parola, adottare il sistema della più gretta economia. Ma, o signori, i ragionamenti dell’onorevole deputato sono essi fondati? Le sue asserzioni sono esse conformi ai fatti? Spero che non durerò fatica a chiarire il contrario. Prima di ricorrere alle cifre, mi varrò d’un argomento molto volgare e farò appello alle opinioni di tutti indistintamente i forestieri che tornano in questo paese dopo alcuni anni d’assenza. A tutti voi, signori, occorse, come a me, di esservi trovati in relazione con persone che, avendo lasciato queste contrade prima del 1848, in esse hanno fatto ritorno negli ultimi anni. Ebbene, io stimo di non andare errato affermando che tutti questi forestieri vi avranno detto quello che dissero a me, vale a dire di essere stati colpiti, non solo del miglioramento, ma della trasformazione che questo paese avea subito. Questo si verifica ogni giorno, e penso non esservi persona di buona fede la quale ciò non ammetta; e che quand’anche, starei per dire, si facesse venire da Milano il redattore della Bilancia (viva ilarità), egli stesso sarebbe costretto a riconoscere che l’aspetto materiale del paese [p. 413 modifica]è immensamente più prospero che nel 1848. Ma lasciamo questo argomento volgare, e veniamo alle cifre.

Il deputato Ghiglini soggiunse: in quest’anno avete consumato 760 milioni; di questi solo 160 milioni circa si sono spesi produttivamente, gli altri improduttivamente. D’onde, dice egli, sono usciti questi milioni? Io gli farò una semplicissima risposta: sono usciti dal risparmio della nazione. Tutti gli anni noi spendiamo improduttivamente una certa quantità di milioni, se però si possono dire assolutamente improduttive le spese che si fanno per la difesa del paese, per promuovere l’istruzione, per isviluppare quegli stabilimenti che costituiscono la gloria nazionale. A queste somme improduttive chi sopperisce? Il risparmio dei cittadini. Nella società moderna la potenza del risparmio è immensa: la massa delle economie ammonta a cifre quasi impossibile a constatare, ma che sono enormi. Donde vengono le somme che si collocano in novelli opifizi, in macchine nuove, in miglioramenti d’ogni genere, in una parola tutti i capitali che annualmente s’impiegano? Essi vengono dal risparmio, dacchè in una società ben costituita la massa delle persone che fanno economia è di molto superiore a quella di coloro che spendono più dei propri redditi. Come spiegare, a cagion d’esempio, che in Inghilterra si siano costrutte strade ferrate per dieci miliardi? Questi furono il frutto dell’economia operata in un dato periodo da quella nazione. E presso di noi d’onde vengono le nuove fabbriche sorte dovunque? L’onorevole Ghiglini nega questi essere nuovi capitali: sono, egli dice, somme già date a mutuo, ritirate dalle mani del debitore ed investite nelle case. Ma, o signori, queste non si costruiscono col denaro, ma col lavoro e con capitali; il lavoro che si unisce alla casa costituisce un nuovo capitale che prima non esisteva. Difatti, come potrebbe l’onorevole deputato spiegare la costruzione di una casa senza la creazione d’un nuovo capitale? Egli afferma che il capitale [p. 414 modifica]della casa fu tratto dalla terra: ma dove fu preso il capitale di cui si valse il proprietario del suolo per pagare il suo creditore? Ha fatto delle economie, e con esse ha creato un capitale, oppure ha trovato un altro capitalista che aveva realizzati dei risparmi per pagare il suo primo creditore. Ciò mi pare di tutta evidenza. È una verità elementare in economia politica che, quando sorge un nuovo capitale, se questo non viene dall’estero, è un risultato dell’economia; e che questo elemento economico sia immenso, bastano a dimostrarlo i fatti delle casse di risparmio. Negli altri paesi dove siffatti stabilimenti esistono da molto tempo le casse di risparmio raccolgono ogni anno capitali ingenti, ed anche da noi cominciano a raccogliere capitali di molta considerazione. La cassa di risparmio di Torino, riordinata, or sono pochi anni, ha già radunato, credo, a quest’ora circa due milioni, e nell’anno scorso l’aumento del capitale della cassa, se non erro, va dalle 400 alle 500 mila lire. Dunque vedete che una sola cassa di risparmio di una città crea un capitale che rappresenta dalle 400 alle 500 mila lire. Quello poi che dico per le casse di risparmio si verifica con molta maggior larghezza per quelle casse che hanno più grandi mezzi di guadagno di quelli di cui possono disporre gli stabilimenti ai quali ho poc’anzi accennato. Ciò stando, chiaro si scorge che male non mi apposi affermando che tutte le nuove case che si sono costrutte nel paese, che tutte le nuove opere che sono state condotte a termine, che tutti i nuovi stabilimenti industriali e commerciali che vennero eretti, sono tanti nuovi capitali risultati dall’economia di questi ultimi anni.

L’onorevole deputato Ghiglini, passando dai generali ai particolari, vi ha detto: ma il nostro commercio non è ampliato dal 1848; però con quella buona fede che lo distingue, ha conceduto che l’industria serica ha raddoppiato i suoi prodotti. Ora, o signori, è ella poca cosa in un breve periodo di otto anni, in due dei [p. 415 modifica]quali il movimento commerciale fu arrestato da una grande crisi politica, di vedere la principale industria dello Stato dare così felici risultamenti? Ed è evidente che in otto anni è impossibile che la produzione della seta grezza sia raddoppiata, giacchè il gelso richiede molti anni prima di dare un prodotto considerevole. Lo sviluppo della produzione della seta grezza non può aver luogo che lentamente; invece la produzione della seta lavorata dello Stato può prendere un vistosissimo incremento, quando l’importazione nello Stato sia libera. Parlo adesso della seta lavorata, cioè degli organzini e delle trame. Ebbene, o signori, nel 1844 l’esportazione della seta lavorata fu di 366 mila chilogrammi; nel 1845 di 408 mila; nel 1846 di 405 mila; nel 1847 di 434 mila; nel 1848 di 478 mila. Nell’anno ora scorso poi l’esportazione della seta lavorata sali a 925 mila chilogrammi, cioè più del doppio dell’esportazione degli anni dal 1844 al 1848; quindi in otto anni i nostri opifizi in cui si lavorano le sete hanno raddoppiato. Egli è pertanto uno dei fatti i più notevoli nella storia delle industrie che una di queste, la quale richiede tanti capitali come quella delle sete, abbia raddoppiato i suoi mezzi di produzione in otto anni; per certo se io ad agricoltori volessi dire che si è raddoppiata la produzione della seta in otto anni, mi riderebbero al naso, poichè tutti sanno che non si può; ma l’asserire che si è duplicato il lavoro delle sete è un fatto verissimo. Ma non solo questo progresso si verifica nella quantità, ma sì anche nel modo di lavorarla. Le nostre officine, i nostri molini a seta gareggiano coi primi molini di seta della Francia e d’Inghilterra; e quello che lo prova si è che al giorno d’oggi il maggior numero dei nostri opifici lavorano e sete della China e del Bengala che sono comperate sul mercato di Londra, trasportate in Piemonte, quivi lavorate e tornate a vendere a Londra; il che appalesa che quando l’industria non è inceppata, può sopportare la concorrenza delle industrie estere.

[p. 416 modifica]Il deputato Ghiglini, colla medesima buona fede, parlò dell’industria del cotone. Egli disse, che questa si era notevolmente sviluppata; e difatti nel 1844 non s’introdusse nel paese che 28,000 quintali, ossia 2,800,000 chilogrammi di cotone, mentre l’anno scorso s’importarono nello stato 12,000,000 di chilogrammi di cotone in lana; quindi questa industria è quasi quadruplicata. A parer mio, questo è uno degli esempi i più notevoli di progresso industrialė. Si noti poi che ciò avvenne specialmente dopo la riforma doganale, che colpì più specialmente, se non le stoffe, certo i filati di cotone, giacchè per i numeri bassi non vi è quasi più produzione interiore. Questo è un esempio del notevole nostro progresso. Passo ora alle lane. Voi ricorderete che l’industria dei panni fu la più colpita dalla riforma doganale, fu quella in cui la riduzione si operò più largamente, e per cui venne manifestato, eziandio dai fautori del nuovo sistema ed anche da me, qualche dubbio sugli effetti di essa. Ebbene, queste non si sono sviluppate come il cotone, perchè la produzione ne è più difficile e richiede forse circostanze speciali; ma nulladimeno hanno resistito mirabilmente. Nel 1844 si importarono negli Stati Sardi 2,024,000 chilogrammi di lana grezza; nel 1845, 2,194,000; la media fino al 1847 non va a due milioni. In quest’anno invece si sono importati 2,640,000 chilogrammi di lana. Voi ben vedete quindi che, malgrado la riforma della tariffa, malgrado la riduzione notevolissima dei dazi sui pannilana, siffatta produzione nel nostro Stato non solo si è aumentata, ma sviluppata. Questa è un’altra prova che l’industria nostra non ha diminuito. Io veramente non m’aspettava che si adducesse questa serie d’argomenti; quindi non mi vi sono preparato; e conseguentemente non potrei ora rispondere sopra tutte le altre obbiezioni mosse dall’onorevole preopinante: citerò soltanto alcuni fatti. Prima del 1848 noi non avevamo nel paese una fabbrica di macchine; ora ne abbiamo alcune che, per [p. 417 modifica]certe macchine, non solo sostengono la concorrenza delle estere, ma le superano. Io potrei citare una fabbrica in Genova, che ha ricevuto e riceve di continuo delle commissioni dall’estero, specialmente per le macchine idrauliche. Se si vuole valutare l’importanza di questi stabilimenti, si vedrà come l’industria siasi notevolmente sviluppata. Ed invero io non capisco come il deputato di Voltri, dove esiste una fabbrica che fu eretta dopo il 1848, che può competere, e per la sua importanza e pel modo con cui è condotta e pei risultati che vi si ottengono, colle più belle fabbriche estere, venga a parlare della nostra decadenza industriale.

Io confesso che le fabbriche da carta a mano sono in cattiva condizione; ma ripeto quello che ho già detto in questa Camera, che se quei fabbricanti non vogliono mutare i sistemi che si adoperavano, non dai nostri padri ed avi, ma dai nostri bisavi e tritavi fin dal 1500, debbono rassegnarsi a vedere la loro industria versare in pessime condizioni. Riformino essi i loro opifizi, introducano miglioramenti, ed anche le fabbriche della carta, checchè se ne possa dire, potranno continuare a lottare contro l’industria estera. Io, o signori, credo che non si possa indicare un ramo del commercio di qualche importanza, che non siasi sviluppato dal 1848. Ma se vi fu uno sviluppo pel commercio, si verificò altresì per l’agricoltura. Io posso fare appello ai deputati delle provincie agricole del Piemonte, a quelli della Lomellina, del Vercellese, del Casalasco, di tutte le provincie della valle del Po, ec., acciò mi dicano se in queste non siansi fatti immensi progressi agricoli in questi ultimi anni. Volete che io vi dia la misura dell’intelligenza dei nostri agricoltori e degli sforzi che fanno per poter aumentare la loro fortuna? A tal uopo basterà il citarvi la cifra enorme alla quale è giunta la consumazione del guano in corto spazio di tempo. Voi sapete che questo concime non era conosciuto or sono 15 anni; sono stato io forse il primo ad adoperarlo in questo [p. 418 modifica]paese, e ciò destò una grande ilarità fra gli altri agricoltori miei vicini: ma, a poco a poco, l’uso del medesimo si è diffuso, e nell’anno scorso, se la memoria non mi tradisce, se ne sono impiegate nel nostro Stato dalle 7 alle 8 mila tonnellate; siccome il guano costa 250 franchi la tonnellata, sono così quasi 3 milioni che i nostri agricoltori hanno speso in tale acquisto. Questi agricoltori, o signori, i quali hanno intelligenza e i mezzi opportuni per fare un tale sacrifizio, siate certi che sono amanti del progresso e in condizione di promuoverlo.

Egli è vero che un morbo fatale ha percosso alcune provincie dello Stato e loro ha cagionato gravissimo scapito, e che per tal motivo alcune località versano in dolorosissime condizioni, che assai deploro, e che desidererei con tutto l’animo mio di poter migliorare. Però è d’uopo por mente che se questo danno ha prodotto così dolorose conseguenze in alcuni paesi, ha arrecato vantaggi non pochi e forse maggiori in altre località, le quali essendo andate esenti da esso ed avendo aumentato le proprie vendite, a ragione dell’alto prezzo a cui smerciarono i loro prodotti, hanno realizzato in questi ultimi anni un notevolissimo guadagno. Havvi una provincia dove in questi anni si sono venduti dei prodotti, il di cui ammontare ha raggiunto l’antico valore del suolo. La perdita degli uni è stato il benefizio degli altri; ed è ciò che accade qualche volta.

Ghiglini. Bisogna vedere la differenza tra il guadagno degli uni e la perdita degli altri.

Cavour. Anzi, per provare che questo non ha arrecato un danno enorme, io farò il confronto delle importazioni e delle esportazioni, se si vuole, dei vini negli anni anteriori al 1848. Nell’anno 1844 vennero importati 22,000 ettolitri di vini, e 250,000 invece nel 1856, il che stabilisce per certo un gravissimo aumento nell’importazione; ma per contro nel 1844 vennero esportati 258,000 ettolitri, mentre nel 1856 ne vennero [p. 419 modifica]tati 207,000. Dunque l’importazione è cresciuta bensì di 12,800 ettolitri, ma l’esportazione è pure aumentata di 49,000 ettolitri. Quindi l’importazione è cresciuta più dell’esportazione. Però i vini che noi importiamo sono di poco valore, sono i vini meno costosi della Spagna, mentre quelli che esportiamo si vendono ad un prezzo molto più elevato.

Anche il bestiame ha preso un immenso sviluppo di esportazione. Nel 1844 si sono esportati 8000 buoi e tori, e 5200 vacche e giovenche; in tutto 13,000 capi di bestiame bovino. E nell’anno scorso furono 60,000, il cui valore non potendo calcolarsi in media a meno di due o trecento lire per capo, danno una somma di quindici o sedici milioni, mentre nel 1844 era appena di uno o due. Se continuassi ad istituire il confronto per l’olio e il riso, otterrei, credo, lo stesso risultato. Ma, lo ripeto, più assai dell’estero si è moltiplicato il commercio interno: le nostre manifatture tendono sinora meno alla esportazione che a sopperire ai bisogni degl’interni consumatori; le fabbriche sì da panni che da cotoni o da pelli e di tutti i grandi articoli di vestiario tendono sinora soltanto all’interna consumazione, e si cominciò solo da poco tempo ad esportare alcune stoffe di cotone. Se l’onorevole Ghiglini avesse investigato il movimento commerciale del suo circondario, avrebbe potuto constatare questo fatto consolante, che da Voltri salpò non ha guari un carico di stoffe di cotone di qualche importanza per le coste della Guinea. Ma l’onorevole deputato, dopo aver contestato che le case costituiscano un nuovo valore creato, giunse a dire che le strade ferrate non avevano in generale servito che ad arricchire alcuni speculatori. La questione delle strade ferrate vuol essere considerata sotto due aspetti: come un nuovo capitale creato, e come un prodotto che, risparmiato, a sua volta si fa ancora capitale. Che le strade ferrate rappresentino un nuovo capitale, è cosa evidentissima; esso può dare un frutto più o [p. 420 modifica]meno forte, più o meno largo a quelli che lo hanno somministrato; ma sarà sempre una nuova pubblica ricchezza. D’altronde, o signori, le ferrovie non bisogna considerarle solo dal lato degli azionisti, ma più ancora da quello del paese. Io sono d’avviso che si possa stabilire come massima generale che una strada di ferro produce un’economia in media della metà della spesa dei trasporti; se voi tenete conto non solo di questo vantaggio, ma altresì del risparmio del tempo, vedrete che vi è il beneficio della metà, cosicchè, per andare, a cagion d’esempio, da Torino a Genova, in terza classe, costa la metà di quello che si spendeva prima che vi fossero le strade di ferro, andando a piedi. Ciò premesso, io faccio avvertire che se le ferrovie nazionali e quelle delle società private hanno dato l’anno scorso un prodotto lordo di oltre 16 milioni, questo vuol dire che se gli stessi trasporti avessero dovuto effettuarsi senza che vi fossero le strade di ferro, invece di 16 milioni sarebbe stato d’uopo di spenderne 32 almeno, e che quindi si è ottenuto un benefizio di 16 milioni. Si aggiunga poi che quest’anno il prodotto lordo delle strade ferrate dei privati e dello Stato raggiungerà probabilmente i 19 milioni. L’onorevole deputato Ghiglini non potrà sicuramente contestare queste cifre.

Finalmente egli ci ha detto che le entrate non avevano aumentato; che solo era accresciuto il prodotto del tabacco e del lotto. Io non prenderò ora ad esaminare la cagione dell’aumento del provento del tabacco. Egli è evidente che una consumazione di quel genere non può dar larghi introiti, se non se ne estende l’uso a tutte le classi della società. Se si fumasse solo nelle sale dorate o nelle stanze tappezzate di seta, sicuramente questo prodotto non sarebbe stato che di poche centinaia di mila lire. Quindi se ha raggiunto la cifra enorme di 18 milioni, si è perchè tutte le classi della popolazione usano di questo narcotico, si è [p. 421 modifica]perchè s’incontra nella via l’operaio, il carrettiere e persino il bifolco col sigaro e colla pipa in bocca. Io non dico se questo sia bene o male, se sia un’abitudine democratica od aristocratica (Ilarità), elegante e non elegante. Io esamino la questione puramente dal lato finanziario, e credo essere una buonissima cosa. (Nuova ilarità.) Che se le masse possono impiegare somme così egregie in acquisto di tabacco, io debbo attribuire questo fatto all’aumento della ricchezza nazionale; giacchè io non ammetto una teoria, che fu altra volta messa innanzi in questa Camera, che, cioè quando la pancia è vuota, si stringe la cinghia, e si accende il sigaro. (Si ride.) Io credo che quando la pancia è vuota e si ha un soldo da spendere, si compra qualche ettogramma di pane. Ma, o signori, non è solo il prodotto del tabacco che è accresciuto; tutte le altre imposte indirette sono pure in aumento. Le dogane l’anno scorso hanno fruttato, se non erro, 17 milioni circa; e notate che furono da voi sanciti due ordini di riforme, cioè avete aboliti alcuni dazi in modo assoluto, e ridotti molti altri. È chiaro che l’aumento di consumo può compensare le riduzioni, locchè non si otterrà mai coll’abolizione. Fra queste ultime vi è quella del dazio sui cereali, il quale produceva in media circa tre milioni all’anno. Ora, se voi aggiungete alla somma di 17 milioni, prodotta dalle dogane l’anno scorso, il dazio sui cereali, il quale porta una media dal 1844 al 1847 di lire 3,300,000 ed essendo stato abolito non vi può essere compenso; se aggiungete, dico, questa somma ai 17 milioni, prodotto delle dogane, avrete la cifra di venti milioni e trecentomila lire. Notate pure che avete abolito tutti i dazi di esportazione, pei quali non vi può essere compenso, quantunque questa abolizione ne trovi uno indiretto nel progresso della pubblica ricchezza; questi dazi producevano 5 o 600 mila lire per le sete greggie, e 400 mila per l’esportazione di riso e vari altri articoli, il che formava la somma di un altro [p. 422 modifica]milione che, unita ai 20,300,000 sopra indicati costituisce un prodotto totale di lire 21,300,000. Ora, mai le dogane hanno raggiunto questa somma; se non erro, la cifra più elevata si verificò nel 1850, nel qual anno tale prodotto si avvicinò ai 20 milioni. Ciò posto, io posso con ragione asserire che il prodotto delle dogane dopo la riduzione supera quello che si ricavava prima. Ora, se considerate che le avete ridotte in media del 50 per %, senza calcolare che per molti articoli la riduzione fu più notevole, come per il ferro, per le lane, per i panni, e che ciò non ostante ne ritraete lo stesso provento, ciò vuol dire che il consumo si è duplicato. Non è probabile certamente che questo maggior consumo provenga da un regalo che ci venga fatto dei prodotti esteri per vantaggiare i nostri produttori nazionali; e siccome io credo che fu mestieri pagare per questa maggior produzione, si debbe inferire che vi era mezzo di pagare, e perciò vi era maggior ricchezza. Tutte le altre tasse (lo ripeto, però, io non mi aspettava questa discussione speciale, perciò a tale riguardo non ho dati precisi sotto gli occhi), tutte le altre tasse, cioè quelle di insinuazione, sul bollo e sulle successioni sono andate a mano a mano aumentando, naturalmente con qualche anomalia in questi ultimi anni, ed ebbero incremento non solo in ragione del dazio, ma altresì della moltiplicità delle transazioni. Ma se volete una misura dell’attività di queste, si può avere, a cagion d’esempio, nelle poste. Voi osserverete che nelle medesime da alcuni anni si verifica un aumento quasi costante di 200,000 lire all’anno: e questo prova che havvi progresso nel movimento commerciale. Se poi si parla dei telegrafi, voi udirete forse con meraviglia e con piacere che essi danno già un prodotto maggiore che nel Belgio, quantunque colà sieno stati introdotti prima, e siavi più attività industriale che presso noi. Ora, se non è bastevole quest’altra prova dell’attività industriale del paese, se essa non vale a persuadere [p. 423 modifica]l’onorevole Ghiglini, convien dire che in economia politica egli è di uno scetticismo desolante. (Risa.)

Nullameno, lo ripeto, io sono non poco preoccupato delle nostre condizioni finanziarie, e credete pure che, quando vengo a proporvi una nuova spesa, non lo faccio se non costretto da considerazioni del più alto momento, quando si tratta d’interessi d’un ordine superiore, oppure d’una spesa produttiva. Ora, o signori, io credo potervi matematicamente dimostrare che il complesso delle disposizioni da noi proposte non sarà per imporre un peso reale allo Stato. È appunto perchè sono appoggiato a questa convinzione, che con tanta risoluzione vengo a promuovere l’adozione di questo progetto di legge. A questo riguardo si calcola che la spesa ascenda a 15 milioni. Notate poi che queste somme non si spenderanno così presto. Le costruzioni marittime non si possono eseguire con quella celerità con cui si fanno le opere di una strada ferrata, dove il lavoro può svilupparsi sopra una lunga serie di chilometri; quindi questi 15 milioni saranno ripartiti in un maggior numero d’esercizi. Che cosa abbiamo da mettere a fronte di questi quindici milioni? Abbiamo il valore degli stabilimenti militari a Genova, cioè la darsena, il bacino col vicino magazzino dei salumi, San Tommaso e la Foce. Quale compenso troverete a questo peso? Spero di dimostrare che troveremo un larghissimo compenso se, mentre si trasferisce la marina alla Spezia, s’innalzi nel porto di Genova un dock che corrisponda a tutti i bisogni del commercio.

I guadagni e le economie constatabili sommano a 3,830,000 lire, senza tener conto di molti altri, impossibili ad accertare. Ammesso questo risultato, il Governo vi troverà il suo tornaconto per due rispetti. In. primo luogo il Governo è pur egli un larghissimo importatore di merci estere; importa carbone, sale, salnitro, tabacchi e molti generi di attrezzi navali. Come tale, ricaverà l’intiero profitto tra [p. 424 modifica]la spesa di nolo e quella di scaricamento: ora l’importazione del carbone essendo, se non erro, di 20 mila tonnellate, economizzando cinque lire per tonnellata, il Governo farà, solo su di esso, l’economia di 100,000 lire all’anno. Diminuendo le spese e facilitando le operazioni del porto di Genova, evidentemente si accresce il movimento sulle strade ferrate. Se voi diminuite di cinque franchi per tonnellata la spesa di sbarco per le merci di quarta categoria, è come se abbreviaste di 50 chilometri la strada ferrata. Ora egli è impossibile che una tale diminuzione non produca un aumento nel commercio di transito, e nel commercio locale. Di questo aumento profitta il Governo come proprietario delle strade ferrate; e per alcune migliaia di tonnellate che vengano in più nel porto di Genova, incasserà un maggior prodotto di qualche centinaio di mila lire. Vi ha di più, o signori: se è vero, come mi sembra incontestabile, che il paese faccia un risparmio di quattro milioni, che cosa ne segue? Che la ricchezza nazionale è aumentata di quattro milioni. Vi sono quattro milioni che, spesi prima improduttivamente, rimarranno nelle scarselle dei negozianti, e saranno impiegati diversamente. Ora la ricchezza pubblica non può essere aumentata di quattro milioni all’anno senza che indirettamente le finanze vengano ad approfittarne. Io sfido i contribuenti i più sagaci e i più economi ad accrescere il loro reddito, senza che in un modo o nell’altro una parte di questo reddito vada nelle casse dell’erario. (Ilarità.)

Dunque, se con questa operazione noi aumentiamo la ricchezza di quattro milioni all’anno, è certo che l’erario sarà in profitto di 300 o 400 mila lire annue; quindi, se sommate assieme il guadagno del Governo come importatore di merci estere e come proprietario della rete delle strade ferrate che fa capo a Genova, e vi aggiungete il benefizio che ne sentiranno le finanze per le aumentate ricchezze, voi vedrete che quei [p. 425 modifica]milioni che dovrà spendere alla Spezia daranno un corrispettivo larghissimo allo Stato, e che per conseguenza è questa una buona operazione finanziaria; e che d’altronde, quand’anche non vi fossero quelle ragioni di altissimo momento, di sicurezza e di dignità nazionale, e quelle considerazioni militari, essendo l’erezione del dock strettamente collegata col rapporto della marina alla Spezia, non si debba non votare risolutamente questo progetto.

Ma ho già abusato abbastanza dell’indulgenza della Camera, e quindi conchiudendo io dico, che spero di aver giustificato il Ministero da quelle accuse generali che gli furono mosse da varie parti, e di aver persuaso la Camera che i motivi che l’hanno indotto a presentare questo progetto, ed a sostenerlo con tanta insistenza, sono solamente quelli di ottenere lo sviluppo delle nostre forze nazionali, di rendere più efficace il nostro naviglio di guerra, e mantenere così le glorie tradizionali che ci furono tramandate dai nostri maggiori, e di sviluppare le risorse del commercio nazionale ed in ispecie del porto di Genova. Io confido quindi che la Camera, senza lasciarsi scoraggiare dal quadro desolante tratteggiato dall’onorevole deputato Ghiglini, voterà risolutamente questa legge, la quale, quando avrà prodotto i suoi effetti, quando avrà dotato il paese di un grande stabilimento marittimo, di un florido emporio commerciale, sarà fonte, non di critiche e di danni, ma delle lodi e della riconoscenza dei nostri concittadini. (Applausi.)



Note

  1. La questione dei Principati Danubiani rammentata qui sopra.
  2. La Marmora.
  3. Nel 1851 a proposito della tassa di navigazione il conte di Cavour disse: «Il Ministero non ha formulato un progetto di tasse sui bastimenti in ragione diretta della loro portata; anzi più aumenta quella portata più diminuisce la tassa. A questo proposito debbo dare una spiegazione. Se il commercio genovese vuole mantenersi all’altezza alla quale giunse in altri tempi, bisogna che esso cerchi nuove vie, che si allontani dal Mediterraneo per cercare fortuna in paesi più lontani, sui mercati che gli sono aperti in America, nelle Indie ed in Inghilterra. Ora gli è incontestabile che la nostra marina non potrebbe sostenere in questo stato la concorrenza delle grandi nazioni commercianti, dell’Inghilterra, dell’Olanda e degli Stati Uniti, senza modificare radicalmente la natura de’ suoi bastimenti, senza sostituire le grandi navi alle piccole che compongono adesso la nostra marina mercantile. Un bastimento di 600 tonnellate non esige un equipaggio doppio di un bastimento che ne abbia 300; ma uno eguale, presso a poco, a quello che si richiede per un bastimento di 1000 tonnellate. Egli è per ciò che tutte le marine che sono in via di progresso sostituiscono le grandi alle piccole navi. Uno degli effetti prodotti dalla legge di navigazione inglese è stato quello di far crescere il tonnellaggio medio dei vapori in costruzione nel Regno Unito. Il Governo ha voluto dal canto suo aiutare un cambiamento di questo genere nella nostra marina mercantile, favorendo, in giusta misura, le navi di maggiore portata.»