Il conte di Cavour in parlamento/Le riforme commerciali
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III.
LE RIFORME COMMERCIALI.
Morto Pietro Santa Rosa, il conte di Cavour fu chiamato al ministero di agricoltura e commercio che comprendeva anche gli affari della marina.
Più tardi, il 19 aprile 1851, egli ebbe altresì il portafoglio della finanza lasciato poco innanzi da Giovanni Nigra.
Fino dal principio, l’opera del conte di Cavour segna una intiera trasformazione nel sistema economico della Sardegna, compiuta per mezzo dei trattati commerciali. I discorsi che seguono, palesano quale e quanto ragguardevole fosse cotesta trasformazione, iniziata dal predecessore del Cavour e da lui continuata e compiuta.
Le finanze dello Stato, stremate da due disastrose campagne e dalla tassa di guerra imposta dall’Austria, non potevano risorgere per sè medesime. Era mestieri che l’agricoltura, l’industria ed il commercio le soccorressero largamente; e questo non era possibile, se innanzi quelle tre fonti della pubblica ricchezza non fossero alimentate copiosamente.
Il conte di Cavour, per gli ufficii che occupava, doveva dunque, come ministro delle finanze, far fronte a tutte le spese dello Stato; e come ministro di agricoltura e commercio provvedere i mezzi a ciò necessari. Anco assottigliando l’esercito e rinunziando a quelle opere pubbliche che da tutti erano stimate indispensabili, poco ormai potevasi attendere dalle economie; e per imporre con frutto nuovi balzelli al paese, ragion voleva che si attendesse ad accrescerne la prosperità. Come ottenere questo miracolo? Col libero scambio.
Ecco la idea madre delle riforme commerciali.
Già prima di essere ministro, il conte di Cavour aveva avuto occasione di manifestare il suo sentimento a questo proposito. Il 4 aprile 1850, discutendosi una legge per l’abolizione dei diritti differenziali verso le nazioni che offrissero il contraccambio, egli disse che ciò dovevasi fare non solo per esse, ma per tutte, ed ancorchè non si potesse ottenere alcun compenso; in sostanza che la riforma, buona in sè, doveva attuarsi indipendentemente da ciò che alle altre nazioni piacesse di fare.
La Camera non si mostrò favorevole a questa idea. Allora il Cavour sostenne che, per abolire a favore di qualche nazione i diritti differenziali, non dovevasi pretendere in modo assoluto il contraccambio puro e semplice, ossia una intiera uniformità di diritti doganali, ma che potevansi molto opportunamente chiedere ed ottenere altri vantaggi; e che in ogni modo non era savio consiglio togliere al Governo la facoltà di entrare in trattative anche con quelle nazioni le quali, «per ragioni politiche o per opinioni erronee in materia economica, non volessero acconsentire assolutamente a questa abolizione dei diritti differenziali per il naviglio sardo, ma fossero disposte ad entrare in trattative per accordarci altri compensi daziarii.» Ed a chiarire meglio il proprio concetto poco dopo aggiunse: «Io non posso sperare che la Francia voglia abolire in favor nostro in modo assoluto il sistema dei diritti differenziali quantunque io pensi che il sostituire il principio della libertà degli scambi a quello della protezione sarebbe forse il miglior modo che la Francia potesse avere per guarire dal morbo politico ed economico che la travaglia; ma non sarebbe invero fuor di luogo lo sperare che essa acconsentisse ad alcune riduzioni daziarie le quali pur sarebbero per noi un larghissimo compenso all’abolizione dei nostri diritti differenziali in suo favore.»
Il conte di Cavour teneva sì poco a qualsiasi compenso e stimava la libertà commerciale tanto vantaggiosa per sè medesima, che avrebbe volentieri abolito le tasse differenziali anche per quelle nazioni (per esempio l’Austria e la Grecia) le quali, quando pure concedessero il contraccambio, non era certo che facessero cosa favorevole ai nostri commerci. «Se l’Austria, disse egli nella medesima discussione, ci proponesse l’assoluta abolizione dei diritti differenziali, io credo che non la si potrebbe negare; infatti, se per vendicarsi di questa misura ostile, di non volere cioè applicare a suo riguardo il principio della legge, l’Austria ci minacciasse, seguendo l’esempio della Francia, di stabilire una sopratassa per le provenienze di terra, io credo che si dovrebbe nello interesse del porto di Genova cedere a queste minaccie ed accordare all’Austria quanto ci proponiamo di accordare agli altri in caso di reciprocità.
«In quanto alla Grecia poi non crederò mai che il Parlamento intenda (poich’essa non è una potenza di primo ordine) di negarle quello che si voleva accordare a tutte le altre nazioni. Mi sembra che sarebbe, non dico ingeneroso, ma non opportuno, non conveniente l’abolir questi diritti solo per quelle nazioni ch’avessero forza di costringerci a tal cosa; io credo anzi che sia politicamente opportunissimo di mantenere strette e buone relazioni politiche con la Grecia la quale si trova in condizioni, per così dire, indentiche a quelle in cui è l’Italia ed avrà interessi politici molto analoghi ai nostri. Nell’avvenire può darsi sia riservato alla Grecia un alto destino politico, massime relativamente alla potenza marittima, e ci convien quindi l’essere in stretta relazione con essa. Bisogna pensare all’avvenire: nelle future contingenze una unione commerciale e marittima colla Grecia non è una ipotesi assurda, massime in questi tempi in cui la Grecia ha dato recente e solenne prova di simpatia per l’Italia.»
Ed erano appunto queste due potenze quelle che secondo il conte di Cavour potevano fare una seria concorrenza al commercio della Sardegna sul Mediterraneo. Non parevagli che la Francia fosse altrettanto temibile; imperocchè le nostre principali esportazioni consistendo nei grani, e questi arrivandoci dalla costa della Turchia, dal mar Nero e da alcuni porti dell’Adriatico, ivi la marina mercantile genovese aveva più antichi e più estesi rapporti e poteva trafficare e navigare a migliori patti della marina francese.
Ma per tornare all’abolizione dei diritti differenziali, sapevasi già che l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Svezia e la Danimarca erano disposte ad accordare il contraccambio; non potevasi, è vero, dir lo stesso dell’America del Sud, ma il commercio sardo era colà tanto esteso oramai, che poco potevan nuocergli le leggi daziarie di quel paese. La Camera, seguendo l’avviso del conte di Cavour, chiuse la controversia deliberando che l’abolizione dei diritti differenziali fosse senz’altro accordata a tutti quegli Stati che offrissero di fare altrettanto verso il Piemonte, e che il Governo avesse facoltà di abolirli, se lo stimasse opportuno, anche verso di quelli che non accordassero siffatto compenso. «La salvezza economica del paese, disse il conte Cavour, dipende dall’attuare la più larga politica in questa materia.»
Da tutto ciò che siamo venuti fin qui esponendo, si scorge chiaramente che in fatto di riforme commerciali, Cavour era ben lungi dall’appartenere alla scuola di coloro che nulla concedono se nulla ricevono. Non ancora ministro quando fu impegnata la discussione di cui abbiamo dato qualche cenno, egli esaminava tutto il problema da un punto generale e teorico. Avrebbe voluto che le riforme commerciali si facessero per la loro intrinseca bontà e con una legge speciale, senza tener conto dei sistemi vigenti presso altre nazioni. Ma, diventato ministro e quando dalla abolizione delle tasse differenziali si dovè fare un passo innanzi e procedere alla riduzione generale di tutte le tariffe, egli vide le cose sotto un altro aspetto. Comechè fosse la meno diritta, la men larga e la più contraria ai principii, la via dei trattati di commercio gli sembrò la migliore e quella che più agevolmente avrebbe potuto aprire uno sbocco ai nostri prodotti sui mercati esteri. Infatti, limitandosi a ridurre le tariffe, solo i consumatori, che avrebbero potuto comprare a miglior mercato le mercanzie straniere, ci avrebbero guadagnato, dovechè coi trattati di commercio consumatori e produttori si avvantaggiavano al tempo stesso.
Cominciarono adunque le trattative, e per la prima, con la Francia. Il trattato del 28 agosto 1843, scaduto il 20 novembre 1850, era stimato in Piemonte tanto poco vantaggioso, che la Camera di Commercio di Genova chiedeva con ogni maniera di instanze, che ove la Francia non facesse nuove e larghe concessioni, si lasciasse libero da ogni impegno il commercio nazionale, piuttosto che vincolarlo senza beneficio. Dal canto suo la Francia dava chiaramente ad intendere non essere punto disposta ad abbandonare, per amore di vaghe teorie, la protezione delle sue industrie e dei suoi commerci sul mare: dovere perciò il Piemonte, se intendesse concludere nuovo trattato, largheggiare nelle concessioni più assai di quello che non avesse fatto nel 1843. Le fu risposto che l’Inghilterra e gli Stati Uniti eran esenti in Francia da qualunque diritto differenziale, e che certo la marina sarda non poteva essere temibile a petto a quelle di così potenti nazioni; ma questa ragione non valse. La Francia replicò che il Piemonte, per nessun rispetto eppoi molto meno pel suo commercio sul mare, era un piccolo Stato; che anzi essa lo incontrava continuamente come rivale su tutte le coste del Mediterraneo; chè la Sardegna con le leggi marittime offriva ai propri naviganti vantaggi che le francesi non danno ai loro; che il nolo di un bastimento sardo costava un terzo meno di un bastimento francese, e via dicendo. Fu allora mestieri tentare la via di una reciproca riduzione di tariffe, ma ivi pure sorsero gagliardi ostacoli. La Francia, a difesa dei proprii interessi, sosteneva che la Sardegna, abbassando le proprie tariffe, non faceva altro che attuare il sistema che erale piaciuto di preferire, e che però non aveva diritto ad alcun compenso; dovecchè la Francia, protezionista per principio, concedeva un beneficio reale ed immenso, ed aveva perciò diritto d’esserne largamente retribuita. Ostacoli anche maggiori provenivano inoltre dalle fallaci speranze alimentate a Parigi da uomini assai in voga a quel tempo, i quali davano ad intendere al loro paese che mantenendo, anzi rendendo più severi i rigori daziarii, la Francia, avrebbe all’ultimo profittato, sola, della dotta utopia, come dicevano, da cui tutti gli Stati, devoti ai principii della libertà commerciale, si lasciavano trascinare alla rovina. Questa idea singolare, propugnata nel seno stesso dell’Assemblea nazionale da un gruppo di industriali di prim’ordine, tanto più valore acquistava quanto più possono talvolta gli interessi privati, consociandosi, osteggiare il pubblico interesse.
Comunque sia, e dopo tante contestazioni, il 5 novembre 1850 si giunse alla perfine a conchiudere un trattato di commercio e di navigazione, povero trattato invero, stipulato su basi, che ormai, grazie all’opera di Napoleone III, non sono più quelle su cui fondasi il regime economico della Francia. If ministero piemontese, perchè le Camere lo approvassero, dovette presentarlo più come un provvedimento politico buono a conciliarci per l’avvenire le simpatie della Francia, che come un buon trattato di commercio.
Frattanto e mentre ancora duravano i negoziati con essa, furono intavolate e condotte innanzi con molta sollecitudine trattative col Belgio per un trattato di commercio e di navigazione, e questo stesso conchiuso, conforme ai sani principii di libertà, il 24 gennaio 1851. Contemporaneamente si negoziò con l’Inghilterra, ed anche con questa potenza, assai benevola al Piemonte, fu stipulato il 25 febbraio 1851 a buone condizioni un trattato commerciale. Così non solo avvantaggiavansi i nostri commerci, ma si stringeva una viepiù salda amicizia con due Stati retti anch’essi a governo costituzionale. I protezionisti piemontesi, pei beneficii che loro offerivansi, più facilmente si acconciavano ai ribassi delle tariffe daziarie.
Ma tra questi fatti, alcuni giornali francesi cominciarono a levare alte grida contro alla politica commerciale della Sardegna. Dicevano che essa concedeva gratuitamente ad altre potenze quello che alla Francia non aveva voluto accordare altro che esigendo straordinarii favori. L’Assemblea nazionale risuonò di vive lagnanze contro il Piemonte. Allora il conte di Cavour stimò opportuno cogliere questa occasione per ispiegare la propria condotta, e lo fece in una lettera di cui giova riferire qualche brano:
«Le gouvernement du Roi professe, en fait de commerce, des principes très-libéraux; il est, en théorie du moins, libre échangiste. Toutefois, il croit devoir procéder dans l’application de ces principes avec une certaine prudence et beaucoup de mesure, afin d’amener non le bouleversement, mais la transformation de notre système économique. C’est pourquoi il a pensé que, pour certains articles principaux de notre tarif, la réforme devait s’opérer plutôt en vertu de traités de commerce que par des dispositions générales. L’occasion d’appliquer ce système s’est présentée pour la première fois lors de l’ouverture des négociations pour le renouvellement du traité de 1843 avec la France. Le gouvernement du Roi l’a saisie avec empressement, car, soit à cause de nos sympathies politiques, soit à cause des conditions économiques du pays, la France est la nation avec laquelle nous désirons avoir les rapports les plus intimes et les plus étendus.»
Qui il conte di Cavour pone in rilievo quanto strettamente vanno insieme congiunti il trattato di commercio del 5 novembre 1850 e la convenzione letteraria che vi fu annessa. Indi prosegue:
«Je prendrai la liberté de vous rappeler, monsieur, la défaveur marquée avec laquelle ces traités furent accueillis, soit par le publique, soit par le Parlement. En effet, il faut bien reconnaître que cette défaveur était loin d’être dénuée de fondement. Malgré cela les traités furent votés à une grande majorité; mais ils les furent, permettez-moi de vous le dire, uniquement parce que mes collègues et moi, nous en fîmes une question de cabinet, et que les considérations politiques l’emportèrent dans le Parlement sur les considérations économiques.
» Pendant la discussion du traité avec la France, un plénipotentiaire belge vint à Turin nous offrir de négocier un traité de commerce avec son pays. Cette offre, conforme aux principes du ministère, fut sur-le-champ acceptée, et des négociations furent immédiatement ouvertes sur des bases presque absolument identiques à celles qu’avait posées M. le sénateur Cibrario[1] dans son contre-projet repoussé par le plénipotentiaire français. Le traité qui en résulta fut accueilli avec faveur par le pays; car, bien qu’envisagé au point de vue du système protecteur, il fût possible de soutenir qu’il ne nous apportait pas de suffisantes compensations en retour de concessions que nous avions faites, il était incontestable que la Belgique nous accordait bien au delà non-seulement de ce que la France nous avait accordé, mais de ce qui avait été demandé à celle-ci dans le contre-projet de M. Cibrario.
La France, il me semble, ne peut trouver rien à redire à ce traité; car, je le répète, il ne contient rien, absolument rien qui ne lui ait été ou implicitement ou explicitement offert, et par elle formellement refusé.
Peu après la signature du traité avec la Belgique, un traité de commerce fut négocié avec l’Angleterre entre notre ministre[2] à Londres et lord Palmerston. A cette époque était encore en vigueur un ancien traité de navigation et de commerce conclu avec l’Angleterre, mais qui devait expirer en octobre.
» Nous en demandions le renouvellement, avec quelques nouvelles concessions relatives au droits de navigation perçus par des corporations et par des particuliers propriétaires d’une partie de phares qui existent sur les côtes anglaises.
» Le gouvernement anglais se montra disposé à accéder à nos demandes et à s’engager à nous assurer d’une manière définitive les bienfaits du dernier acte de navigation, en les étendant suivant nos désirs, et cela à une seule condition, celle de recevoir le traitement de la nation la plus favorisée.
» Cette demande était, vous le reconnaîtrez, je l’espère, tellement raisonnable, qu’il n’y avait pas moyen de la refuser. L’Angleterre nous avait en effet accordé par le fait plus que nous n’avions obtenu par les traités conclus avec la France et la Belgique. Nos huiles, pour lesquelles la France n’avait rien voulu nous accorder, et sur lesquelles la Belgique avait maintenu un droit léger, il est vrai, mais non sans importance, sont affranchies de tout droit en Angleterre. Il en est de même des soies travaillées. Enfin nos vins, que la Belgique repousse, ne sont frappés dans ce pays que d’un droit léger. Dans l’état actuel de la législation commerciale anglaise, nous ne pourrions, en fait de réduction de droits de douane, que lui demander des concessions absolument insignifiantes. En effet, le seul article de nos exportations qui soit encore frappé d’un droit assez fort, ce sont les étoffes de soie: mais en réalité ce droit n’est pas une entrave pour nous, puisque les étoffes de soie que nous exportons, ne sont pas de la nature de celle que l’Angleterre tire de l’étranger.
» Obtenant de l’Angleterre tout ce qui pouvait véritablement favoriser les intérêts économiques du pays, il était bien naturel de lui accorder, non des faveurs spéciales, mais le traitement de la nation la plus favorisée.
» Et veuillez observer que cette concession n’était pas gratuite, puisqu’elle était compensée par l’engagement formel de maintenir intact, pendant toute la durée du traité, le principe d’une importance suprême pour nous, de la parfaite assimilation des deux pavillons vis-à-vis du gouvernement et vis-à-vis des corporations qui perçoivent des taxes différentielles sur les navires étrangers.
» Cette assimilation, vu l’immense développement de notre commerce maritime, a une importance bien supérieure à toutes les concessions que nous ayons jamais réclamées ou même que nous puissions jamais obtenir des autres puissances européennes.
» Vous reconnaîtrez, je l’espère, la vérité de cette assertion, en réfléchissant que nous possédons près de 25,000 marins, et au de là de 3000 bâtiments, c’est-à-dire bien plus d’hommes et de navires qu’il ne nous est possible d’en employer pour notre commerce national. Aussi nos armateurs étaient-ils obligés par le passé d’aller chercher en Amérique des moyens d’utiliser leurs navires repoussés par les droits différentiels de presque tous le ports de l’Europe.
» L’Angleterre, en leur ouvrant ses ports et ceux de ses colonies, leur a conféré un bénéfice immense; elle a offert à notre navigation un champ presque sans limites à exploiter. C’est pourquoi le gouvernement du Roi se croit fondé a déclarer qu’aucun traité de commerce conclu ou à conclure, ne saurait être aussi avantageux à notre pays que celui que nous avons dernièrement signé à Londres.»
Perdurarono tuttavia le lagnanze del governo francese, e il Piemonte, disposto quanto a sè ad acquetarle purchè gli fosse concesso qualche vantaggio, entrò in nuove trattative: nel maggio del 1851 fu stipulata una convenzione addizionale al trattato del 1850, e più tardi, il 14 febbraio 1852, un nuovo trattato di commercio e di navigazione.
La Camera subalpina nel 1854 discusse ed approvò una nuova riduzione dei dazi sui cereali. Il conte di Cavour ebbe allora occasione di pronunciare le seguenti parole a onore dei più ricchi proprietari del Piemonte, e che potevano con parí giustizia dirsi a lode dei più cospicui industriali:
«È stato osservato che la riduzione dei cereali esercitava una influenza varia sulle varie classi che si trovano direttamente od indirettamente nella agricoltura interessate, e che mentre il principio di libertà tornava utile alla classe dei braccianti e degli affittaiuoli, poteva arrecare qualche detrimento a quella dei grandi proprietari. Eppure, signori, noi abbiamo visto in questo recinto che la grande proprietà, lungi dal sorgere a contrastare questi grandi principii, alzò la voce per spingere il Ministero e la Camera ad applicare in tutta la sua larghezza il principio di libertà. Dirò di più, che le riforme che a mano a mano si vennero compiendo in questo paese, ebbero la sorte di essere promosse dai grandi proprietari. E per vero, la prima grande riforma venne operata negli ultimi anni del regno di Carlo Alberto, e fu in certo modo una riforma radicale, perchè il dazio che era di sei e nove lire per antico sacco genovese, fu ridotto a tre lire. Ora tale riforma così rilevante fu posta in atto dal conte di Revel che è pure un grande proprietario: al presente io ho la sorte di proporne un’altra ed anch’io appartengo alla categoria dei grandi proprietarii (ilarità generale). Questo prova o signori, che nel nostro paese, quando si tratta del ben pubblico, tacciono gl’interessi di classe, e lo ripeto per la terza volta, ciò onora grandemente questa Camera e la nostra nazione.»
Arrivati a questo punto è mestieri aggiungere che alle riforme economiche attuate dappertutto con grande energia, successe un movimento generale di tutte le industrie, dell’agricoltura e del commercio. Il ministero dapprincipio vi cooperò con ogni maniera di aiuti, nè si può tacere che, sul primo, la bramosía dei grassi guadagni non ebbe freno, e alcuni andarono per essa in rovina. Tuttavia, vivificato lo spirito di associazione e data una gagliarda spinta al lavoro, il paese ebbe nuova forza, e l’erario potè attingere pei suoi bisogni a fonti più ricche. Val quanto dire che era toccata la mèta delle riforme commerciali. Il conte di Cavour il 21 marzo 1854 disse a questo proposito:
«Io sarò franco, sarò sincero. Riconosco che vi fu un troppo grande slancio allo spirito di speculazione, ma farò osservare al signor conte di Revel come fosse indispensabile di svolgere questo spirito nel nostro paese. Sino al 1847 esso si era mostrato estraneo ad ogni genere di speculazione un po’ ardita; lo spirito di associazione si può dire che fosse tra noi cosa pressochè ignota: la sola manifestazione alquanto rilevante che vi sia stata, fu quella della Banca di Genova. Non vi era del resto da noi quasi esempio di una grande opera di utilità pubblica, di una impresa industriale.
» Egli era evidente che il paese non avrebbe potuto sopportare i nuovi pesi di cui era forza gravarlo, se da un altro lato lo spirito industriale non si fosse svegliato, non avesse ricevuto un grande impulso. Ora è appunto molto difficile il destare questo impulso e poi arrestarlo appunto a quel limite che sarebbe la perfezione, dentro al quale non vi sarebbe pericolo ch’esso producesse cattivi effetti.
» Non è dato all’uomo di operare gran cambiamenti senza che questo produca qualche inconveniente; è impossibile di operare riforme in modo così perfetto che non vadano più in là nè rimangano troppo al di qua del punto che dovrebbero toccare.
» Ma io non credo che il Ministero e nemmeno il Ministro delle finanze possa essere appuntato d’aver cercato di spingere tant’oltre questo spirito d’associazione. Se male non mi appongo (non ho più in mente tutti i discorsi che ho pronunciati nella scorsa sessione) mi pare di avere altamente dichiarato in altre circostanze che non conveniva più il favorire nuove imprese, ed ho più volte dalla ringhiera rivolto parole e consigli di prudenza e di moderazione ai capitalisti. Anzi ho fatto di più: ho in varie circostanze ricusato di approvare progetti di società che non avevano poi in sè ombra di male, unicamente perchè riconoscevo che il moto era troppo rapido.
» Tuttavia non conviene esagerarsi i cattivi effetti di questo spirito d’intrapresa. La crisi che si produce di presente nel nostro paese si è pure prodotta sotto forme molto più gravi negli altri Stati, che ci hanno preceduto sulla via del progresso industriale ed economico. La crisi attuale del Piemonte non è da paragonarsi a quella in cui si trovò avvolta l’America nel 1837 e nel 38; non è da paragonarsi a quella manifestatasi in Inghilterra stessa nel 1847 dove ogni giorno alla Borsa di Londra si pubblicavano otto o dieci fallimenti delle prime case di Londra; non è da paragonarsi alle crisi in cui si trovò impegnata più volte la Borsa di Parigi. Noi vediamo in tutti i paesi dove vi è un grande sviluppo industriale ed economico come l’effetto della crisi scompaia facilmente. Chi si ricorda in America della tremenda crisi del 1838? Chi in Inghilterra pensa ancora alla crisi del 1847?
» Certo, sul campo di battaglia industriale rimasero molti cadaveri; questi cadaveri si sono sotterrati (si ride), vi sono venti industriali che hanno guadagnato quello che gli altri hanno perduto, ed il complesso della nazione ha continuato nella sua via di progresso: e questo appunto io credo che deve essere il resultato della politica finanziaria da noi seguita.»
Ai discorsi del conte di Cavour sulle riforme commerciali abbiamo stimato conveniente aggiungerne, in ordine di data, tre ad esse per vero dire estranei, ma che valgono a mettere sempre più in evidenza quali fussero le opinioni del grande statista nelle questioni dell’agricoltura e del commercio. Uno tratta della scuola agraria della Venaria, gli altri della Banca Nazionale, argomento oggi, anche più che per lo passato, importantissimo, e sul quale le idee del conte di Cavour hanno certo un’autorità incontestabile.
I.
IN DIFESA DEI TRATTATI DI NAVIGAZIONE E COMMERCIO
E SULLA PROPRIETÀ LETTERARIA CONCHIUSI CON LA FRANCIA.
(Seduta della Camera, 21 gennaio 1851.)
Se io non dovessi sorgere in mezzo a questa assemblea politica per esaminare il trattato dal lato dell’opportunità e della convenienza, ma invece avessi a trattarlo avanti ad un consesso accademico dal lato della scienza, dal lato del suo merito intrinseco relativamente ai veri interessi dei due paesi, io considererei la mia impresa come molto agevole, giacchè durerei poca fatica, seguendo la via aperta dagli onorevoli preopinanti, per dimostrare come questo trattato non corrisponde nè alle esigenze della scienza nè ai veri interessi dei due paesi; ma pur troppo tale non deve essere in quest’aula l’opera mia. L’opera mia non è scientifica, è politica. Essa si raggira nell’esaminare se il trattato, qual è nelle attuali nostre circostanze, sia tale che meriti la sanzione del Parlamento.
Ma prima di esaminare questa questione mi pare, nonchè opportuno, indispensabile di esaminarne un’altra, dalla quale questa seconda dipende, quella cioè di sapere se il trattato attuale, quale venne alla vostra sanzione sottoposto, era il migliore che far si potesse dal nostro Governo. Sciolta questa prima questione, voi potrete portare un giudizio sulla condotta del Ministero, e potrete quindi giudicare se esso meriti solo quell’appoggio di tolleranza che gli voleva accordare l’onorevole deputato Paolo Farina, o se all’incontro egli non meriti la vostra piena approvazione per aver difesi gl’interessi del paese nel limite del possibile. Io debbo, onde sciogliere la prima questione, entrare in qualche particolare, per cui prego la Camera di accordarmi qualche momento di attenzione.
Fino al 1843 non esisteva trattato di commercio tra la Francia e lo Stato nostro. Le nostre relazioni commerciali con quella nazione erano rette dal diritto comune daziario d’entrambi, diritto informato dai principii proibitivi, i quali sono stabiliti piuttosto nel Codice francese che non nel nostro, quantunque anche il nostro fosse allora da questi informato. In virtù di questi principii le merci dal Piemonte esportate in Francia erano colpite da gravi diritti, come pure tutte le merci da questa importate oltre le nostre frontiere andavano soggette a dazi elevatissimi, mentre anche pel commercio marittimo vi esistevano diritti differenziali gravissimi tanto di navigazione che di dogana.
Nel 1843 si cercò dai due Governi di apportare qualche miglioramento a questo stato di cose. Si cercò d’introdurre nelle reciproche nostre relazioni, per ciò che riflette i diritti di navigazione, dei principii più liberali; e, per ciò che riflette la legislazione daziaria, si operò una riforma, che fu un principio di avviamento ad un più libero e più largo commercio. Per ciò che riflette semplicemente i diritti di navigazione, l’opera dei negoziatori del 1843 fu completa.
Nel trattato del 1843 le due bandiere vennero pareggiate, per ciò che riflette i diritti di navigazione, tanto pel commercio diretto quanto pel commercio indiretto; ma in quanto ai diritti daziari si consentirono reciprocamente (lo dico con franchezza) poche o niuna importante riduzione.
È d’uopo qui notare che il trattato del 1843 non fu da noi ottenuto dalla Francia se non perchè nello stesso mentre si consentiva al trattato sulla proprietà letteraria, il quale, sancito in quell’epoca e poscia ampliato nel 1846, fu il vero prezzo da noi pagato pel trattato di commercio.
Io non entrerò ad esporre i risultati di questo trattato del 1843, i quali non furono sicuramente conformi alle speranze che ne concepivano i negoziatori; dirò solo che questo non aumentò di molto la nostra esportazione od importazione, quantunque le cifre citate dall’onorevole deputato Airenti tendano a provare come pel fatto di quel trattato le nostre importazioni dalla Francia fossero aumentate.
Da questo fatto, quantunque basato sopra dati esatti, egli giunge ad una conclusione inesatta, poichè nessuno degli articoli in esso contemplati aumentarono, sia per riguardo all’importazione, sia per riguardo all’esportazione, od almeno non aumentarono in modo notevole; cosicchè l’aumento del nostro commercio d’importazione colla Francia deve attribuirsi a tutt’altra causa, a quella principalmente dell’aumento della consumazione prodotta dallo sviluppo dato alla ricchezza nazionale.
Comunque sia, il trattato del 1843 spirava nel mese di maggio del 1850, senza che i Governi delle due nazioni, forse perchè assorti nelle gravi preoccupazioni politiche di quell’epoca, pensassero a rinnovare le negoziazioni prima che il trattato fosse spirato, e solo si procedette perciò da un lato e dall’altro ad un mantenimento provvisorio del trattato del 1843. In quel mentre nel seno dei Parlamenti dei due paesi si manifestava il desiderio di veder sancito un nuovo trattato, ed in questa circostanza si aprirono delle negoziazioni a Torino. Debbo avvertire che il trattato del 1843, quantunque contenesse poche e non gravi concessioni daziarie per parte della Francia, aveva incontrato tanta e tale opposizione nel seno delle antiche Camere francesi che il Ministero del signor Guizot, quantunque comandasse una forte maggiorità in quelle Camere (bisbiglio), dovette acconsentire a restringere.....
Moia. Comandava!
Cavour, ministro di marina e d’agricoltura e commercio. Parlo del signor Guizot.
Moia. Il Ministero non comanda alla maggioranza.
Cavour, ministro di marina e d’agricoltura e commercio. Pur troppo egli comandava alla maggioranza delle Camere francesi!
Malgrado adunque che il ministro Guizot avesse una maggioranza affatto devota nelle Camere, esso dovette piegarsi a restringere la durata del trattato a quattro anni, mentre era stato primitivamente sancito per sei anni. Il Governo francese quindi all’aprirsi delle nuove negoziazioni, cioè al mese di luglio, cominciava per dichiarare che egli considerava il trattato del 1843 come gravatorio per la Francia, e protestava in modo assoluto di non poter egli entrare in negoziazioni, ove non si fosse per parte del nostro Governo acconsentito ad accedere a basi più favorevoli alla Francia.
Massimamente per ciò che riflette i diritti di navigazione, il negoziatore francese mostravasi risolutissimo nel pensiero di non acconsentire a mantenere la parità della bandiera per ciò che riflette il commercio indiretto. A queste esigenze intorno al trattato di commercio si univano esigenze ancor più forti intorno al trattato della proprietà letteraria, di cui farò parola a suo tempo. La sola concessione che spontaneamente sin da principio il negoziatore francese offriva, era quella di una riduzione sulla tassa del riso, e di questa circostanza prego la Camera a volerne tener conto, perchè io credo varrà a salvare il Ministero da un rimprovero che alcuni preopinanti, ed in ispecie un deputato della Savoia, gli ha fatto, d’aver sacrificato gl’interessi delle altre provincie dello Stato a quelli delle provincie risifere, mentre il Ministero, accolta questa proposta, in tutte le sue negoziazioni non fece più parola del dazio sui risi, e non insistette più oltre onde ottenere su questo ramo una maggior riduzione di tassa.
Dovendosi dunque aprire le trattative, il nostro negoziatore dichiarava di non poter accettare le basi ristrette proposte dal negoziatore francese, e di non poter ammettere che il trattato del 1843 fosse stato troppo favorevole al Piemonte; ma offriva invece alla Francia di venire ad un sistema di concessioni reciproche, le quali fossero larghe ed effettive. Io non ripeterò ad una ad una alla Camera le vicissitudini di questa vertenza: dirò solo che le negoziazioni iniziate con una nota dal plenipotenziario francese nel mese di luglio si continuavano con molta alacrità sino alla fine di settembre, e che in quel periodo di tempo l’abile nostro negoziatore tanto seppe insistere presso quello francese che giunse a convincerlo della necessità di accettare le basi da noi proposte: queste consistevano nell’offrire alla Francia la riduzione di dazio sopra 58 articoli che formano la parte principale dell’importazione francese nel nostro paese, e non solo su tutti quelli contemplati nel trattato del 1843 e quelli che lo furono poi nel presente, ma su alcuni altri articoli che costituiscono il ramo principale della nostra importazione dalla Francia, quali sarebbero i tessuti di lana e di seta, di cui il trattato non fa alcun cenno, della qual cosa prego la Camera a prender nota. L’abile nostro negoziatore offriva al negoziatore francese di operare sopra questi articoli larghe riduzioni di dazi, come del pari larghe riduzioni offriva sull’entrata dei prodotti chimici, del ferro lavorato e d’altri generi che qui non è il caso di enumerare: dimandava in corrispettivo in primo luogo, e poneva come condizione sine qua non, la ridu zione sui diritti differenziali di navigazione, sui diritti differenziali di dogana e dei diritti sugli olii; insisteva in linea secondaria per ottenere l’introduzione a dazio modico delle fondite della Savoia, e dopo aver domandato in genere una moderazione di dazi per tutto il ferro che uscirebbe dalle fonderie di quella provincia, si restringeva a domandarla per una data quantità di quintali metrici, che credo fosse di 15 o 20 mila quintali, la quale è quella quantità appunto che le fabbriche d’acciaio della Savoia producono ed esportano.
Il negoziatore francese, fatto persuaso delle ragioni per parte nostra esposte, dichiarò di essere pronto ad appoggiare presso il Ministero di Parigi, a cui si scrisse, la nuova proposta del Governo, ma pur troppo la risposta fu tutt’altro di quella che per noi si sperava. Il Ministero degli esteri francese, lungi dall’accogliere i suggerimenti del suo negoziatore, lo rimproverò severamente, ed onde essere certo che nel proseguimento delle trattative ei non si allontanerebbe dalle strette basi che gli aveva tracciato, spedì a Torino un alto funzionario del suo dicastero, il quale si mostrò animato dal più pretto spirito di proibitismo.
Nullameno le negoziazioni si proseguirono tutto il mese di ottobre e parte del mese di novembre, e quantunque si ottenesse qualche lieve concessione, si dovette, dopo quattro mesi, essere convinti non esservi più nessuna ragionevole speranza di veder mutate le condizioni consentite sul principio dall’inviato francese.
In verità, io credo che il Governo non aveva altra via in questo stato di cose che di pronunciarsi immediatamente sulla accettazione del trattato, oppure di spedire a Parigi il suo negoziatore per vedere di far penetrare negli uomini di Stato francesi ed in quell’assemblea le medesime convinzioni che gli era riuscito di portare nell’animo del negoziatore francese a Torino.
Ma in verità, qualunque sia l’alta stima che io professi pel nostro negoziatore, qualunque sia il caso che io faccia della sua abilità e della sua scienza, non credo che sarebbe giunto a convertire quegli stessi protezionisti che rimasero sordi alla voce dei Bastiat, dei Chevalier e dei Say.
Quindi egli era evidente che il Ministero era ridotto al solo punto di decidere se il trattato fosse o non fosse da accettarsi.
Prima di prendere una risoluzione, il Ministero esaminò attentamente il trattato, ed ebbe a riconoscere che quantunque fosse ben lungi dal soddisfare ai suoi desiderii e dal corrispondere a quanto si sarebbe potuto operare per parte delle due nazioni, tuttavia nel suo complesso egli offriva ancora pel Piemonte una somma di vantaggio, la quale era maggiore a quella dei sacrifizi.
Epperciò egli si decise di accettarlo, e si decise ad accettarlo non perchè credesse assolutamente indispensabile di avere un trattato colla Francia, non perchè egli credesse di avere ricevuto una specie di mandato di fare un trattato, ma l’accettò perchè egli credette che nel suo complesso il trattato attuale fosse da preferirsi all’antico stato di cose, il che io spero poter facilmente dimostrare.
Io prego la Camera di riflettere che la questione che il Ministero doveva sciogliere non era se il nuovo trattato fosse migliore o peggiore di quello del 1843, ma bensì se questo fosse da preferirsi all’antico stato di cose, a quello cioè anteriore al trattato del 1843.
Io esaminerò adunque in questa occasione le tre parti del trattato: quella che si riferisce ai diritti di navigazione, quella che si riferisce ai diritti doganali, e finalmente quella che riguarda la proprietà letteraria.
In quanto ai diritti di navigazione, già dissi che il trattato del 1843 ci aveva accordato quanto poteva accordarci, poichè aveva pareggiato interamente la bandiera delle due nazioni tanto pel commercio diretto, quanto pel commercio indiretto.
Nelle nuove trattative la Francia non volle acconsentire a mantenere il pareggiamento delle due bandiere per ciò che riflette il commercio indiretto.
A prima giunta questa esigenza parve eccessiva, e non si voleva per noi ad essa aderire; ma poi, essendosi proceduto all’esame delle cifre, abbiamo potuto convincerci essere questa ultima concessione assolutamente illusoria, il che dimostrerò senza grave difficoltà.
Trovo nella relazione sul nostro trattato fatta alla Camera francese un quadro del movimento dei bastimenti sardi entrati nei porti di Francia e provenienti da terzi paesi, cioè di quei bastimenti della nostra bandiera i quali venendo da porti esteri facevano il commercio indiretto, e che perciò erano favoriti dalla clausula che pareggiava la loro bandiera alla bandiera francese; io trovo adunque in questo stato che negli anni 1845, 1846, 1847, 1848, 1849 entrarono nel porto di Marsiglia di questi bastimenti un numero complesso formanti la portata annuale ora di 28, ora di 39, ora di 70 mila tonnellate, mentre in tutti gli altri porti della Francia non vi entrarono in quegli anni che bastimenti portanti in tutto tonnellate 1300 nel 1847, 4000 nel 1848, anno d’eccezione, 1600, nel 1849, ecc.
Da questo quadro si scorge che i 19 ventesimi del commercio indiretto che per noi si faceva negli anni addietro, si faceva nel porto di Marsiglia, e come opportunamente osservava l’onorevole deputato Farina, in questo porto non esistono diritti di navigazione di sorta, come non vi esiste nessun diritto di tonnellaggio; quindi la clausula che pareggia la nostra bandiera alla bandiera francese, in quanto alla navigazione, non ha effetto per Marsiglia, salvo per ciò che riflette i diritti di pilotaggio, che sono tenuissimi, vale a dire di 40 centesimi per i bastimenti esteri, e di 11 o 12 per i francesi.
Dunque la clausula relativa al commercio indiretto, non trovava applicazione per altre parti fuori che pel porto di Marsiglia. Ora, come ebbi già l’onore di accennare alla Camera, negli anni in cui il trattato fu in vigore, i nostri navigli entrati in porti terzi non costituiscono che dalle 1200 alle 1500 tonnellate. Gli perciò che il nostro negoziatore, dietro le istruzioni ricevute dal Governo, stimò opportuno di cedere su tal punto, su cui la Francia dichiarò un’intenzione irremovibile, intenzione che faceva valere piuttosto come questione di diritto che come questione di applicazione. Per la qual cosa io penso che non si possa apporre a colpa del nostro negoziatore l’aver fatta questa concessione, perchè praticamente essa non aveva verun valore.
Ci viene opposto in fatto di navigazione che noi abbiamo concesso ai battelli a vapore francesi lo stesso trattamento che si accorda ai battelli a vapore sardi; ma io non dubito di asserire che siffatta concessione non è soltanto nell’interesse delle compagnie francesi, ma altresì in quello del nostro stesso commercio; imperocchè importa moltissimo che gli arrivi dei battelli a vapore a Genova sieno frequenti, e che essi non ne vengano allontanati con diritti differenziali, o con altre misure politiche o doganali.
Rammenterò alla Camera quanto danno soffrisse il commercio genovese quando, per una certa antipatia politica, si vollero creare difficoltà all’approdo in quel porto ai battelli a vapore francesi che facevano il servizio d’Oriente. Nell’allontanare questi bastimenti da Genova è possibile che il Governo abbia favorito alcun poco gl’interessi di qualche armatore, ma egli ha certo cagionato un gravissimo danno a tutto il commercio non solo di Genova, ma dello Stato intero. Per me protesto che reputo qualunque disposizione la quale tenda ad aumentare gli approdi dei battelli a vapore nei nostri porti sia commendevolissima non solo in vista delle condizioni che potremmo ottenerne in compenso, ma in vista principalmente dei propri nostri interessi.
Un’altra obbiezione faceva l’onorevole deputato Farina, e questa ai miei occhi sarebbe gravissima, sarebbe tale che quasi mi farebbe esitare nel proseguire nella difesa di questo trattato. Egli dice che noi abbiamo all’articolo 4° acconsentito ad una condizione quasi umiliante, che nel determinare, cioè, la nazionalità del bastimento, abbiamo lasciato la Francia giudice delle condizioni di questa nazionalità.
In verità io non veggo questo nell’articolo 4º: e credo che quando la Camera ne avrà udita la lettura, consentirà in questa mia opinione. — Infatti, ecco l’articolo 4º:
«Seront considérés respectivement comme navires français ou sardes ceux qui naviguant sous le pavillon de l’un des deux États seront possédés et enregistrés selon les lois du pays, munis de titre et patente régulièrement délivrés par les autorités compétentes.»
Dunque in questo articolo il principio di naturalizzazione è regolato dalla legge del paese di cui la nave ha la bandiera, non dalla legge che vige nell’altro paese. Evidentemente i bastimenti sardi sono considerati sardi quando riempiono le condizioni che, in virtù della nostra legge, sono imposte ai bastimenti che hanno bandiera sarda.
Ma c’è una seconda parte in cui si dice:
«A la condition toutefois que le capitaine sera national, c’est-à-dire citoyen du pays dont il porte le pavillon, et que les deux tiers de l’équipage seront nationaux d’origine et de domicile, ou, s’ils sont étrangers d’origine, qu’ils aient résidé pendant dix ans au moins dans les pays respectifs.»
Ora questa condizione è assai più favorevole a noi che non lo sia alla Francia, poichè l’onorevole signor Farina m’insegnerà che vi sono assai più marinai forestieri su bastimenti francesi che non sui bastimenti sardi. Io credo che non vi sia forse un solo bastimento che appartenga al nostro Stato, in cui più del terzo dell’equipaggio sia forestiero, mentre stimo al contrario che questo possa accadere ed accada tuttodì nei bastimenti francesi.
Parmi da ciò dimostrato che questa eccezione è assolutamente nell’interesse nostro e non nell’interesse della Francia.
Egli è vero che in quanto alla navigazione non si è potuto ottenere nessuna concessione per ciò che riflette i diritti differenziali delle dogane. Questa, a mio avviso, è la principale macchia di questo trattato, e confesso che qualunque concessione si possa ottenere sui diritti differenziali della navigazione la medesima non sarà mai efficace finchè dureranno i diritti differenziali delle dogane.
E per citare un solo esempio degli inconvenienti che derivano da questa disparità, dirò che il diritto differenziale di dogana sugli olii è di 5 lire il quintale metrico, cioè di 50 lire la tonnellata, mentre il diritto differenziale di navigazione è di 2 lire la tonnellata al più. Ognun vede che qualunque concessione intorno ai diritti differenziali di navigazione sarà sempre illusoria finchè esisteranno diritti differenziali di dogana.
Il signor Farina ci ha detto che noi ci eravamo tolta la facoltà di stabilire nuovi diritti differenziali. E questa colpa non ho rossore a confessarla altamente. Sì, è vero, il Governo ha creduto opportuno che i due Stati rinunciassero alla facoltà di stabilire nuovi diritti differenziali, perchè il Governo, stima che qualunque sieno gli errori economici che si possano commettere da un altro Stato, non si avrà giammai in questi errori un motivo sufficiente per indurre a seguirne le pedate su questa sdrucciolevole via, e cercare quasi a compenso d’una perdita che faremmo da una parte, di condannare il paese a nuovi sacrifizi, a nuove perdite dall’altro canto. Egli è perchè il Ministero ha creduto e crede ancora che in qualunque circostanza, e qualunque siano le risoluzioni economiche delle nazioni a noi vicine, non sarà mai conveniente il ristabilire il sistema dei diritti differenziali ch’egli ha preso l’iniziativa, ed ha insistito per fare inserire il secondo paragrafo dell’articolo 1° Nelle ultime parole del medesimo è detto:
«Il est toutefois entendu que cette disposition ne s’appliquera pas aux taxes différentielles de douanes que chacun des deux États jugerait utile de maintenir à l’importation des marchandises par un pavillon autre que le pavillon national.»
Il negoziatore francese voleva aggiungere maintenir et établir, ed è ad istanza del nostro negoziatore che la parola établir fu cancellata dal trattato, ed io credo che in ciò il Ministero sia stato consentaneo ai principii che la Camera sanciva l’anno scorso nella legge sull’abolizione dei diritti differenziali. Quanto ai diritti di navigazione non mi rimane che a parlare dell’Algeria. Nel primo trattato la Francia ci aveva favoriti tanto dal lato dei diritti di dogana, quanto dal lato dei diritti di navigazione. Avendo essa recentemente assimilato l’Algeria alla Francia, come ciascheduno ha potuto vedere dalla discussione testè avvenuta nell’assemblea francese, il Ministero di quella nazione non ha voluto mantenere l’eccezione che sanciva il trattato del 1843, la quale eccezione, dal punto che l’Algeria era assimilata alla Francia, costituiva un vero privilegio che il Governo francese era fino ad un certo punto fondato a negarci. Ma per ciò che riflette i diritti di navigazione non introdusse variazioni di sorta, e mantenne il diritto di due lire la tonnellata che esisteva nel trattato del 1843.
Credo dunque, per ciò che riflette i diritti di navigazione, che il nuovo trattato non differisce che per un sol punto da quello del 1843, e che questo punto, quantunque possa parer grave a prima, in fatti non è di nessun valore, e che quindi si può dire che il nuovo, a malgrado che non costituisca un miglioramento notevole, è da preferirsi alla condizione di cose che esisteva prima del detto trattato.
Ora vengo alla questione dei dazi doganali. Furono combattute del pari e le concessioni che abbiamo fatte alla Francia, e criticate quelle che dalla Francia abbiamo ottenute. Io prima di tutto esaminerò quali siano le concessioni da noi fatte alla Francia, al qual proposito è debito mio dichiarare preliminarmente che se invece di dover stipulare un trattato, io fossi stato incaricato di proporre un progetto di legge di riforma daziaria, indipendentemente da qualunque trattato, io avrei creduto dover proporre le riduzioni in questo sancite, se non altre maggiori, al Parlamento. Infatti le menomazioni nella tariffa fatte, possono giustificarsi da loro senza eccezione dal lato dell’interesse dei nostri consumatori, e dal lato di quello del tesoro e del paese.
Io comincierò dalle categorie meno importanti per venire alle più importanti. Abbiamo ridotto da 20 a 15 lire il chilogramma le passamanterie in seta. Io credo che un diritto di 15 lire il chilogramma, di 1500 lire il quintale metrico, abbia a ritenersi come un diritto assai protettore, un diritto che lascia ancora un vasto elemento al contrabbando.
Veniamo alla categoria H, cioè al diritto sulla carta. Su questa, invece di difendere il trattato, gli farò un rimprovero, ed è di avere limitata la riduzione al papier sans fin, e di non averla estesa a tutte le carte, poichè quanto sia dannoso il diritto sulla carta credo che tutti lo sanno, e specialmente quelli che hanno avuta la disgrazia di dirigere ed amministrare gior nali. (Ilarità.)
In quanto alla riduzione del dazio sui cuoi, questa non è stata impugnata, e con ragione, poichè essa era consigliata dall’interesse dei consumatori, da quello della classe più numerosa per la quale è oggetto di prima necessità, poichè è evidente che se possiamo diminuire il prezzo delle scarpe, faremo cosa utile e vantaggiosa non solo alle classi agiate, ma eziandio alla classe povera, che è la più numerosa.
Fu fatta dal signor Farina un’acre censura al paragrafo notato colla lettera G, come se questo paragrafo stabilisse un dazio d’uscita, come se questo paragrafo sanzionasse un principio protettore.
Io invece credo che in questo si sanziona tutt’altro che un principio protezionista, poichè così stabilisce una menomazione di dazio sull’esportazione delle pelli, la quale riduce del 50 per cento il dazio esistente.
Si è detto che in Sardegna non esisteva questo dazio prima che le leggi doganali fossero estese alla Sardegna.
Io non credo che per la Sardegna vi esista ancora un’eccezione doganale; se questa esiste, con questo trattato non vi si è derogata.
Questo non tende a stabilire su tutta la frontiera dello Stato un diritto di 15 lire per le pelli di agnello, ma solo a ridurre a 15 lire il dazio attuale che fu sin qui di 25.
Dunque se il dazio non esiste in Sardegna, sicuramente non vi sarà instaurato in forza di questo articolo, col quale, nel mentre istesso che non si reca alcun pregiudizio ai pastori dell’isola, si fa un atto di giustizia per tutti i pastori del continente, e su quést’articolo io posso parlare come persona competente, perchè ho esercitato anco la pastorizia. Questo dazio di esportazione sulle pelli, fu creato per favorire alcune manifatture di guanti, i cui proprietari lagnavansi di non poter lottare contro la concorrenza francese quando non s’imponesse un forte diritto all’uscita delle pelli, e più se non si gravasse di un altro diritto enorme l’introduzione dei guanti. Quest’articolo dunque, col moderare la protezione, ha fatto fare un passo nella via della libertà anzichè in quella della protezione, giacchè, io ripeto, diminuisce del 50 per 100 la cifra del diritto d’esportazione su questo genere.
Non parlerò del diritto sui muli, il quale è di poca entità. (Ilarità.)
In quanto al diritto sulle porcellane esso era consigliato dall’interesse dei consumatori. Noi non abbiamo che pochissime fabbriche di porcellane, le quali non hanno progredito in proporzione dei favori che hanno per così lungo tempo goduto; quindi una diminuzione che mantiene un dazio di 25 lire per le porcellane bianche e di 30 per quelle in colore serba ancora un carattere altamente protettore, e se avessi dovuto fare io questa tariffa, probabilmente avrei proposto al Parlamento una riduzione maggiore. In quanto agli articoli di moda, ridotti soltanto da 20 a 15 lire per chilogramma, non ne occuperò la Camera, stante la poca entità della menomazione.
Finalmente vengo alla maggiore concessione, quella rispetto ai vini, la quale fu vivamente impugnata da alcuni preopinanti, e che veramente costituisce per parte nostra una vera concessione alla Francia, stantechè l’importazione dei vini di quella nazione è assai importante, quantunque non lo sia però tanto quanto apparisce dal quadro generale del commercio francese, mentre una parte di questa importazione, la maggiore forse, ha luogo per la contea di Nizza, la quale è affatto estranea alle disposizioni di questo articolo. Con tutto ciò io dico che questa è una vera concessione che si è fatta alla Francia. Ma vediamo se questa concessione ci sia dannosa, oppure se essa non costituisca invece un vero vantaggio per le nostre popolazioni.
Osservo che prima del regime attuale i vini fini erano colpiti del dazio di lire 10 per cadun ettolitro, oltre al 45 per 100 sul valore; nella nuova tariffa il dazio è portato a 14 lire l’ettolitro e rimane soppressa la tassa ad valorem, e per verità scorgo in questo un vero progresso, posciachè intorno al diritto ad valorem sopra i vini fini (lo dirò con tutto il rispetto per chi si occupò di questa tariffa) mi pare che essa tenda all’assurdo, mentre è impossibile che un impiegato delle dogane possa apprezzare le diverse qualità dei vini fini, bastando aprire il bilancio passivo delle finanze per vedere che questi impiegati non hanno nè ebbero mai uno stipendio da porli in grado di bere i vini di Château-Lafitte e di Château-Margot. (Si ride.)
Ora il voler far determinare il valore nominale di questi vini da individui che non ne bevettero quasi mai, è cosa a parer mio arbitraria ed assolutamente assurda, e nella pratica è certo e positivo che il diritto ad valorem posa sopra una base incertissima e che i doganieri si contentano di qualunque dichiarazione per determinare questo diritto ad valorem. Per questo lato adunque credo poter dire che si è fatto una giusta riforma, mediante la quale si toglie l’adito ad una frode troppo facile perchè non fosse molto moltiplicata.
Veniamo ora ai vini ordinari: su questi il diritto da lire 16 fu ridotto a 10 lire per ogni ettolitro, ma faccio osservare alla Camera che un diritto di 10 lire l’ettolitro sui vini ordinari costituisce un dazio abbastanza protettore. I vini ordinari del Piemonte negli anni di discreto raccolto si vendono sul posto al più 12 o 13 lire l’ettolitro; e per parte mia già mi trovai nel caso di dover vendere del vino a molto minor prezzo, e credo che, per esempio, nel territorio di Valenza spesso si venda a 7 od 8 lire l’ettolitro; dal che si scorge come il dazio di 10 lire per ettolitro non sia poi un dazio tanto piccolo, e che una tariffa la quale è molte volte del cento per cento possa soddisfare i nostri protezionisti.
Ma, si dice, la Savoia produce vino in quantità bastevole ai suoi bisogni: io lo credo, negli anni ordinari; ma negli anni di raccolto scarso, negli anni in cui la temperatura rimane al disotto della media ordinaria, come è l’anno corrente, in quella regione si fa poco vino, e, quel che è peggio, non troppo buono, nel qual caso non so vedere il perchè si voglia costringere la maggioranza degli abitanti della Savoia a pagar caro del vino cattivo soltanto per favorire una minorità di proprietari (pochi sono i proprietari di vigneti in Savoia, essendovi almeno quattro provincie prive affatto di vigneti), mentre questa maggioranza può procurarsi vino di miglior qualità a un prezzo non troppo grande dalla Francia.
Vi è un’altra provincia la quale è costretta a importare del vino o dal Piemonte o da altra parte, ed è la Liguria. Io credo che il Governo nel consentire ad una diminuzione di dazi sul vino ebbe principalmente in vista l’interesse della riviera, massime quella di ponente, la quale è costretta a comprare ogni anno una grande quantità di vino. Il Ministero pose cura a che non si potesse dire che non avendo egli potuto favorire la riviera del suo prodotto principale, l’olio, l’abbia ancora danneggiata nei vini, e in verità, poichè siamo stati così infelici da non poter procurare a quei regnicoli un vantaggio sugli olii, non veggo il perchè si vorrebbe in compenso loro far pagare caro del cattivo vino e non piuttosto far sì che se lo possano procurare dalla vicina Francia ad un prezzo discreto.
Parmi quindi di poter francamente asserire che tutte leconcessioni daziarie fatte alla Francia erano consigliate dall’interesse ben inteso del nostro paese, e che nessuno se ne possa far un’arma contro il Governo per dire che egli fu troppo largo, troppo arrendevole alle pretese dei negoziatori francesi.
Parlerò ora di quello che noi abbiamo ottenuto dalla Francia.
Io non intendo magnificare le concessioni ottenute, poichè, come ho detto nel principio del mio discorso, io convengo che sarebbe stato possibile un trattato cento volte migliore, il quale avesse corrisposto ai veri bisogni del paese; ma però vi sono alcune concessioni che non sono assolutamente da sdegnare.
E prima delle altre v’ha quella relativa al bestiame, la quale non è da porsi in non cale; egli è vero che noi importiamo da un certo lato dello Stato del bestiame e che ne esportiamo dall’altro; ma queste due parti dello Stato non hanno nessuna relazione fra loro.
Il bestiame viene dalla Francia importato dalla frontiera della Savoia ed esportato in massima parte dalla frontiera del mezzogiorno della contea di Nizza, cioè dal mezzogiorno della Francia.
Col favorire adunque il nostro commercio d’esportazione in Piemonte non si danneggia sicuramente il commercio della Savoia, anzi si fa un gran vantaggio a quella provincia, poichè il prezzo che si mantiene sui mercati del Piemonte si mantiene per contraccolpo sui mercati della Savoia, e ben lo possono sapere i suoi deputati, che quando avviene lo straordinario aumento sopra i nostri mercati è prodotto un effetto corrispondente sui mercati della Savoia.
Sicuramente il Ministero avrebbe desiderato di poter estendere a tutte le frontiere il benefizio della riduzione dell’aggio fatto al paese che si distende dal Ponte Belvicino fino al mare; ma il governo francese vi si è opposto in modo assoluto sul timore che non potemmo dissipare che noi dessimo per la Savoia passaggio al bestiame svizzero.
Egli è bensì vero che vi si richiede un certificato di origine, ma ognuno capisce che questa è una garanzia affatto illusoria, la quale non impedirebbe certamente il transito del bestiame dalla Svizzera, perchè basterebbe di farlo pernottare a Frangy od in un borgo della Savoia per ottenere dal sindaco un certificato di origine.
Questo inconveniente noi abbiamo cercato di rimediare, ma non ci fu possibile, epperciò abbiamo preferito accettare le concessioni dal Ponte di Belvicino al mare che non averne alcuna.
La riduzione sul riso, per parlare anche di questa, confrontata col dazio che esisteva prima del trattato, costituisce una riduzione di 3 lire per ogni 100 chilogrammi.
Ora l’importazione media dei dieci ultimi anni fu da 75 a 80 mila chilogrammi all’anno. Questo costituisce adunque una diversità di 240 mila lire annue a favor nostro. Ma si obbietta che l’importazione del riso in Francia è diminuita in questi due ultimi anni.
Signori, questo non dipende dal trattato, ma bensì dalla condizione dei vari mercati europei, sui quali si manifesta uno straordinario ribasso sui generi alimentari. In Francia il grano è molto più a buon mercato che presso noi, e le farine vi sono a vilissimo prezzo. Non è quindi straordinario che le importazioni del riso abbiano scemato.
Ma se non vi fosse stato il trattato, se invece di pagare sole 4 lire si fosse dovuto pagarne 6, noi saremmo stati costretti a vendere il nostro riso ancora a più vile prezzo di quello che attualmente si vende.
Avverto la Camera che non è solo dal Piemonte che la Francia importa del riso, ma che da alcuni anni altri paesi entrarono in concorrenza col nostro in questo genere di commercio, e che mercè opificii stabiliti in Francia si migliorò la qualità del riso ch’essa trae dalle Indie al punto di renderlo pari a quello del Piemonte. La condizione adunque stipulata colla Francia per rispetto a questa derrata non è da sdegnare, poichè si può calcolare che ammonti almeno a 200 mila lire all’anno.
Sulle frutta fresche la tariffa prima del trattato era di 10 lire, e noi la troviamo ridotta a 5 lire, la quale riduzione rappresenta un vantaggio di 100 mila lire all’anno, stantechè se ne introducono circa 20 mila quintali in Francia.
Sul riso e sulle frutta ci si offre adunque un beneficio di 300 o 400 mila lire, il che non è molto, ma che pure non è da sprezzare.
Finalmente si toglie affatto il dazio sulle pelli lavorate; il vantaggio è piccolo, ma anche questo è un benefizio per i nostri pastori tanto del continente quanto della Sardegna, che il signor Farina rappresentava come sacrificati.
Le condizioni daziarie da noi ottenute parmi rimanga evidente per tutti dal fin qui esposto che superano di gran lunga quelle fatte alla Francia. A questo punto però taluno dirà: poichè avete dichiarato che il trattato della proprietà letteraria era strettamente unito con questo del commercio, il compenso che questo costituisce per la Francia è troppo largo; questo trattato impone al paese un sacrifizio pecuniario molto maggiore dei benefizi che ottenete.
Ecco la questione che debbo ancora trattare.
Io non esaminerò questa questione del trattato sulla proprietà letteraria dal lato del diritto assoluto che viene contestato dall’onorevole signor Farina; farò solo osservare che le nazioni le più colte, le più civili, le più gelose dei propri diritti hanno senza difficoltà consacrato il principio della proprietà letteraria internazionale.
In prova di questa mia asserzione io ricorderò essere tuttora in vigore un trattato tra l’Inghilterra e la Prussia, e sicuramente nè la Prussia nè l’Inghilterra possono dirsi nazioni poco gelose dei proprii diritti, o facili ad abbandonare ad altre nazioni la facoltà di decidere sopra questioni veramente nazionali.
Io prenderò a disamina il trattato dal lato di minor rilievo, vale a dire, dal lato dell’interesse, e cercherò di calcolare qual danno ne possa derivare al paese.
Osservo anzitutto che il trattato sulla proprietà letteraria, avventuratamente avrà molto minor effetto di quel che avrebbe avuto negli anni trascorsi. La ragione che ne adduco è semplice ed onorevolissima per il nostro paese, ed è che dopo l’attuazione dello Statuto e della libertà della stampa la quantità dei libri importati dall’estero è notevolmente diminuita. Nel 1844 si importavano 1322 quintali metrici di libri, laddove nel 1849 non se ne importavano più che 807 quintali.
Da ciò chiaro si scorge che l’importazione dei libri esteri dalla Francia e dal Belgio scemò di più di un terzo, e che quindi il danno che ora cagiona il trattato è minore di un terzo di quello che avrebbe recato nel 1844.
Ma vediamo finalmente e positivamente a che cosa si riduce tal danno. Di questi 807 quintali di libri introdotti nel Piemonte nel 1849 risulta che oltre 600 furono esportati dalla Francia, il che prova che mentre il trattato non era ancora in vigore, i tre quarti tuttavia dell’importazione dei libri si effettuava dalla Francia, e che le ristampe belgiche avevano ed hanno tuttora una importanza ben minore di quello che in generale si possa credere.
Diffatti l’arte della tipografia è, quanto meno, così avanzata a Parigi che nel Belgio, anzi credo che, astrazione fatta dai libri sui quali gravita diritto di autore, si stampi a miglior mercato a Parigi che nel Belgio. Diffatti tutti i libri sui quali non gravita un diritto di autore, tutti i libri che sono lasciati alla libera concorrenza, si vendono a miglior mercato e sono più corretti a Parigi che non nel Belgio.
Chi di noi non ha comperato qualche volume della biblioteca Charpentier, in cui per tre lire e mezzo si ha la materia di quattro volumi?
La ristampa belgica si restringe alle opere sulle quali gravita un diritto di autore, e pur troppo da alcuni anni il numero delle opere di gran polso che meritano di essere ristampate è molto piccolo.
Le ristampe belgiche in questi ultimi tempi, forse per i quattro quinti, od anche in più grande proporzione, si restringono a dei romanzi, e se l’importazione di questi romanzi ristampati scemasse, io per me veramente non considererei questo come un male gravissimo. (Segni d’assenso.) Ma comunque sia, noi vediamo che 20,000 chilogrammi di libri sono stati introdotti in Piemonte da altre parti che dalla Francia. Di questi naturalmente una parte viene dagli altri Stati d’Italia, da Firenze, da Milano ed anche dalla Svizzera italiana, e nello stimare a 10,000 chilogrammi la quantità dei libri introdotti dal Belgio, mentre il nuovo trattato era in vigore, credo fare alla ristampa belgica la più larga parte possibile.
Ora la differenza fra il costo medio dei libri stampati a Parigi con diritto di autore e quelli ristampati nel Belgio si può ritenere di 5 o 6 lire per chilogramma, dal che deriva che noi avremo in forza del nuovo trattato uno svantaggio annuale ed approssimativo di 50 o 60 mila lire.
Sì, lo confesso, il trattato sulla proprietà letteraria c’impone un danno reale di 50 o 60 mila lire; ma ho dimostrato che noi guadagnavamo dal lato della riduzione daziaria vicino a 400 mila lire. Se ne perdiamo quindi 50 mila non per questo lascieremo d’essere ancora in guadagno.
E che? Dobbiamo noi disperare che questo trattato non possa talora riescire vantaggioso anche a noi, e che non si presenti mai veruna circostanza in cui alcuno dei nostri concittadini possa trarne profitto?
È forse impossibile che sorga in questa nostra patria un secondo Manzoni, il quale, col frutto del suo ingegno, salga a così alta fama da giungere a godere della proprietà letteraria in Francia? In tal caso il creatore dei nuovi Promessi Sposi potrebbe coll’opera del suo ingegno ritrarre cospicuo lucro invece di qualche centinaia di lire che essi resero al loro autore.
Il trattato della convenzione letteraria non è adunque così dannoso come si vuole supporre: esaminandolo dal puro lato degl’interessi materiali, indipendentemente dalle considerazioni morali, questo trattato è ben lungi dal costituire un sacrifizio che possa pareggiarsi ai benefizi che noi ritrarremo dalla riforma daziaria.
Aggiungerò ancora qualche considerazione desunta da una sfera più elevata.
Io credo, signori, che vi sono considerazioni di un ordine superiore alle considerazioni economiche (udite!) che militano in favore dell’adozione di questo trattato: io voglio parlare di considerazioni politiche.
Quantunque io non divida pienamente i timori che furono varie volte manifestati in questa Camera, e pochi giorni sono da un eloquente deputato della Savoia, e che non creda che noi siamo circondati da tanti e così prossimi pericoli da rendere necessario, indispensabile il cercare un appoggio attivo, immediato nei nostri vicini, non sono perciò neppure un ottimista.
Io non spingo la mia confidenza nell’avvenire fin al punto di negare che vi siano nell’orizzonte politico delle nuvole ancora gravide d’avvenimenti che possono avere una grande influenza sul nostro Stato. Io non credo che noi siamo in una condizione da poter dire che le nostre nuove istituzioni siano assolutamente al riparo da ogni qualunque ostacolo, da ogni qualunque pericolo. Io non reputo probabile, ma pur possibile, che qualche fatto renda molto opportuno l’avere l’appoggio, se non materiale, almeno morale della Francia, e quindi io non istimo utile nè conveniente il fare alcun atto che desti in quella nazione un sentimento di ostilità verso di noi. Nè vale il dire che nel rifiutare il trattato noi non facciamo un atto avverso alla nazione, ma solo al Governo, chè in Francia nazione e Governo sono cose affatto diverse, che i Governi cambiano ed assai di frequente, mentre la nazione rimane e non divide tutte le passioni, tutti i sentimenti del Governo.
Questo ragionamento sarebbe giusto se si trattasse di una questione interna, di una questione puramente francese; ma quando si tratta di questione internazionale, io credo che la nazione s’immedesimi nel Governo. A questo riguardo noterò che se il trattato fu combattuto nell’assemblea, fu sostenuto, e con molto calore, da membri distinti, e massime dai membri della sinistra.
Ma forse qualcheduno poco pago di queste spiegazioni appunterà queste mie parole di artifizio oratorio, e volendo arrivare ad una conclusione mi porrà la questione: credete voi che se noi rifiutiamo il trattato la Francia assumerà un contegno ostile e sarà per esercitare rappresaglie contro il nostro Stato?
Risponderò schiettamente: no, non lo credo.
Credo che quand’anche si rifiutasse il trattato, la Francia non assumerebbe un contegno a noi nemico, e non ci farebbe immediatamente rappresaglie daziarie. Ma, o signori, una potente nazione ha molti mezzi di nuocere, e ben altri che non son quelli di assumere un contegno minaccioso, o di imprendere il sistema delle rappresaglie daziarie.
A prova di questa mia asserzione citerò appunto l’esempio addotto dall’onorevole deputato Farina, del famoso trattato del diritto di visita stato rigettato dal Governo francese dopo che era stato firmato dal suo negoziatore.
Il ministro Guizot, dopo di avere per mezzo del suo negoziatore sancito a Londra un trattato per la soppressione della tratta dei Negri, trattato che, qualunque accusa si sia contro esso diretta, era però informato da un alto sentimento di giustizia e d’umanità, il ministro Guizot, dico, cedendo alla pressione dell’opinione pubblica, e per quella soverchia tenacità di potere che sarà la gran macchia della vita del signor Guizot, consentì di porre la sanzione allo sfregio fatto all’Inghilterra, restando egli al potere dopo aver ricusato la sua sanzione ad un trattato stato fatto dietro le sue istruzioni.
L’Inghilterra per ciò non dichiarò la guerra alla Francia, non usò delle rappresaglie daziarie; ma da quel punto sorse in essa un sentimento d’antipatia e d’ostilità verso il Governo francese, che non fu forse senza influenza nella rivoluzione del 1848. Tolga il cielo che io voglia istituire un paragone fra le nostre condizioni attuali e quelle in cui si trovava la Francia in quell’epoca!
La dinastia di Savoia immedesimata colla nazione per otto secoli di comunanza di gloria e di pericoli, posta a capo del risorgimento dell’Italia e del Piemonte coi sacrifizi di Carlo Alberto, e rappresentata da un principe che alle virtù avite riunisce alto senno ed un sincero amore per le nostre libertà; la monarchia di Savoia, ripeto, ha ben altre radici in questa terra subalpina che non l’avesse in Francia il trono di Luigi Filippo; e quindi facendo questo paragone io non intendo nè punto nè poco evocare il fantasma della rivoluzione per agire sullo spirito della Camera; ma io credo poter rappresentare alla Camera che, se dal lato interno siamo in condizioni migliori di quanto lo fosse la Francia, non si può dire altrettanto dal lato esterno, e che sicuramente le condizioni della Francia sotto Luigi Filippo, rispetto all’Europa, erano più sicure di quanto nol sono attualmente le nostre.
Io prego quindi la Camera di tenere in conto non solo le considerazioni economiche, ma altresì le considerazioni politiche, e passando sopra, ove d’uopo, al lato piccolo della questione (quello economico) per attenersi al lato maggiore (quello politico), di votare il trattato, il quale, se non realizzerà tutti i vantaggi che si potrebbero sperare, almeno raffermerà quella unione tanto desiderabile che deve regnare fra i liberi popoli dell’occidente dell’Europa. (Vivi segni d’approvazione da varie parti della Camera.)
2.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta della Camera, 23 gennaio 1851.)
Per raggiungere lo scopo che l’onorevole preopinante si prefigge converrebbe al suo ordine del giorno[3] fare un’aggiunta. Bisognerebbe che, oltre la sospensione in esso proposta, si manifestasse il desiderio che le nuove trattative fossero condotte da altri negoziatori e da un altro Ministero; poichè avendo il presente dichiarato alla Camera che le negoziazioni hanno durato quattro mesi, e che in questi quattro mesi si erano esauriti tutti i mezzi che erano in suo potere, sarebbe assurdo l’incaricare lo stesso negoziatore, lo stesso Ministero, di aprire nuove pratiche. Io credo dunque che, ove si voglia accettare questo ordine del giorno, bisognerà che altre persone vengano incaricate delle negoziazioni. Io dichiaro (con calore) essere mia convinzione che il negoziatore incaricato per questi trattati aveva, in fatto di commercio, opinioni più liberali del Ministero francese. Dichiaro inoltre che il Ministero francese aveva opinioni più liberali dell’Assemblea. Prego quelli che volessero convincersi di questa mia opinione di leggere nel Moniteur la discussione che ha avuto luogo pochi giorni sono sulla questione delle dogane dell’Algeria, e vedranno come le massime protezioniste furono sostenute da tutti i lati della Camera, dai membri della sinistra come da quelli della destra, dai nembri della estrema montagna come da quelli del terzo partito.
Aprite i giornali e vedrete che il National, al pari dell’Univers, sostenne le dottrine protezioniste. Dunque il credere che una negoziazione condotta a Parigi abbia qualche probabilità di successo è, a mio avviso, un errore solenne, ed un ritardo di due mesi non farebbe altro che rendere più difficile la nostra posizione a rispetto della Francia. Un trattato, quando si conosce, vuol essere immediatamente sancito o reietto, poichè diversamente si mantengono in sospeso molte operazioni commerciali. È meglio rigettarlo di botto ove non si creda poterlo accettare, che lasciare i negoziati in sospeso per due mesi per sapere se sarà adottato. Prego quindi la Camera di voler respingere quest’ordine del giorno, e passare alla votazione sui due trattati.
3.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta del Senato, 5 febbraio 1851.)
…… Debbo far osservare che non si deve nemmeno lamentare quella politica ultra-protezionista della Francia a nostro riguardo.
Se si fosse potuto ottenere al commercio diretto il maximum che nello stato attuale delle cose si sarebbe potuto dalla Francia riportare, noi avremmo avuto il vantaggio di poter portare qualche barile d’olio a Marsiglia, e riportarne qualche fusto di vino; ma io prego la Camera di osservare che questo, in definitiva, quantunque sia un commercio fatto da due Stati diversi, si ridurrebbe tuttavia ad un vero commercio di cabotaggio, perchè la navigazione da Porto Maurizio ed Oneglia a Marsiglia, e da Cette a Genova, può assimilarsi ad una navigazione di piccolo cabotaggio; navigazione certamente da non isdegnarsi, ma che ha importanza molto secondaria; ed io nutro ferma fiducia che i Genovesi e gli abitanti delle riviere sapranno trovare un ben largo compenso al difetto di questa navigazione di cabotaggio nella navigazione a lungo corso, che da alcuni anni prende un grande sviluppo nel nostro paese.
Il numero dei bastimenti che ogni anno lasciano il Mediterraneo per tentare la ventura del commercio nei due oceani cresce in numero ed in vastità di portata. Le misure restrittive della Francia avranno per effetto di accelerare questo moto progressivo, il quale, a mio credere, è suscettibile di prendere un’estensione importante, ora che i porti della Gran Brettagna e delle sue colonie, quelli dell’Olanda e delle colonie olandesi sono aperti ai nostri bastimenti, e su quel vasto teatro i nostri navigatori che (come diceva l’onorevole preopinante) si distinguono per tante varietà e non sono a nessuno secondi, coglieranno, io credo, una mêsse molto più proficua e più larga che non farebbero se con un trattato più liberale si fossero aperti loro i porti mediterranei della Francia, o avessero avuto campo di esercitarvi
un piccolo cabotaggio.[4]4.
SOPRA LA SOMMA STANZIATA IN BILANCIO
PER L'ISTITUTO AGRARIO DELLA VENARIA.
(Seduta della Camera, 11 febbraio 1851.)
.... L’istituto della Venaria aveva per iscopo di formare
agricoltori completi, di dare ad un tempo agli alunni
quivi raccolti e le conoscenze teoriche e l’abilità pratica necessaria al migliore esercizio della loro professione: l’istituto si proponeva, in una parola, di creare
agricoltori teorici e pratici.
Ora io dichiaro francamente esser mio profondo convincimento che nè si possa nè si debba dallo Stato o da uno stabilimento pubblico qualunque cercare d’insegnare l’agricoltura pratica; io porto opinione che la vera, la buona pratica non si possa imparare negli stabilimenti pubblici: la vera pratica non s’impara che negli stabilimenti privati, dove si attende e si professa l’esercizio dell’agricoltura.
Ed infatti l’agricoltura, in sostanza, che cosa è? È un’arte industriale come tutte le altre, ma è molto più complicata, molto più oscura delle altre, in ordine alle quali esistono leggi molto più precise che non per questa. Ora io vi domando se abbiavi in alcuna parte del mondo un istituto che si proponga di formare un industriale pratico, un filatore di cotone, per esempio, od un fabbricante di panni. Vi sono scuole tecniche, vi sono conservatorii di arti e mestieri che danno notizie teoriche applicate alla pratica, che sono di giovamento agli industriali; ma non v’è, ch’io sappia, alcuno stabilimento il quale si apra per ricevere un giovane che abbia fatte appena le prime scuole, all’uopo d’istruirlo e restituirlo alla società fabbricante di cotone o fabbricante di panni, o fabbricante di macchine.
E se io interpellassi, a cagion d’esempio, l’onorevole deputato Gregorio Sella, che in fatto d’industria è certamente maestro, se io gli chiedessi, se nel caso che volesse far educare un capo-fabbrica, se egli lo manderebbe in una simile scuola, d’onde, appena uscitone, applicarlo immediatamente alla sua fabbrica; o se non amerebbe meglio allo invece che, dopo avere acquistato le conoscenze teoriche in una scuola tecnica, andasse poi ad acquistare l’abilità pratica in una manifattura non istabilita dal Governo come scuola, ma condotta e diretta da uno speculatore privato, per guadagno e conto proprio; se, dico, io movessi quest’interpellanza all’onorevole deputato Sella, io potrei fin d’ora, ne son certo, anticipare la sua risposta. Ma se questo è vero per le altre industrie, come non lo sarà per l’agricoltura, la quale, secondo io diceva poco fa, è regolata da leggi molto più incerte ed assai meno note di quelle delle altre industrie? L’arte della fabbricazione del cotone e del ferro è in ora ridotta quasi a teoria scientifica; le leggi fisiche e chimiche che si applicano a quei rami d’industria non sono contestate da alcuno, mentre molti e quasi tutti i principali canoni agricoli sono ancora in contestazione, e non negli ultimi banchi della scuola, ma fra i primi scienziati d’Europa. Mi permetta la Camera di citare un esempio, il quale, quantunque assai volgare, tuttavia ha una grande importanza. Se havvi parte della scienza agricola che possa essere rigorosamente determinata, è la teoria dei concimi; ebbene, su questo ramo attualmente vediamo professar due sistemi assolutamente opposti dai primi scienziati d’Europa: abbiamo una scuola che attribuisce tutta l’efficacia dei concimi ai sali ammoniacali, ed abbiamo un’altra scuola la quale insegna che tutta l’efficacia dei concimi consiste nelle basi metalliche e terrose.
A capo della prima scuola troviamo Boucingault e Johnson; a capo della seconda vi è il famoso Liebig. Dunque, se vi è una tale incertezza nella parte che è pure la più precisa della scienza, la Camera può fin d’ora arguire quanto debbano essere oscure le parti meno positive. Forse mi si contrapporrà l’esempio delle altre nazioni, della Francia, della Germania, le quali hanno istituti e scuole teoriche e pratiche, le quali giovarono assai al progresso dell’agricoltura. Nè io contrasterò il fatto; ma osservo in primo luogo che gli stabilimenti i quali giovarono assai all’agricoltura, come sarebbero quelli di Roville, quello di Möllin in Prussia, quello di Hoenlim nel Wurtemberg, dovettero la loro prosperità alle persone che li fondarono e diressero, e le quali erano uomini sommi, uomini di genio che avevano applicate tutte le forze della loro mente al progredimento dell’istruzione agraria. Se avessi sotto le mani un Domsbale, un Thaer, uno Schuwitz, direi che forse io vi dimostrerei che l’eccezione ha in questi casi trionfato sulla regola, e che si potè in favore di questi genii approvare un sistema che senza di essi non può dare che cattivi risultamenti.
Laonde è che non prima io mi accingerò a fondare uno stabilimento di questo genere, se non quando mi si fosse saputo additare tal uomo che valga a stare in confronto con gli uomini più sopra citati.
Ma v’è un’altra circostanza assai più grave che spiega gli utili risultamenti che da quegli istituti derivarono. Nei paesi ed all’epoca in cui furono istituiti esisteva un sistema pratico difettosissimo che, introdotto da una cieca abitudine, poteva essere con infinito vantaggio modificato vi esisteva il sistema biennale o triennale col maggese; era dunque evidente che si poteva adottare un sistema di avvicendazione di colture più complicato, più utile; ed i profondi agronomi che ho citati, avendo con pratiche dimostrazioni provato che il nuovo sistema dava migliori risultati, convinsero gli agricoltori e poterono così promuovere i progressi dell’agricoltura.
Ma io chiedo a tutti coloro che si occuparono di quest’arte, se esiste nei libri della scienza, nelle lezioni dei dotti un sistema di avvicendamento che si possa sostituire a quello che attualmente abbiamo nelle varie provincie del Piemonte. Io non lo credo.
Ho praticato per dodici anni l’agricoltura; ho letto quanti più libri ho potuto; ho studiato tutti questi sistemi di vicenda; ma se ho potuto trovare alcune idee utili, alcuni consigli buoni ad adottarsi, nulla vi rinvenni che ci dovesse muovere a cambiare affatto il sistema della nostra agricoltura. E neppure vidi, o signori, che alcuno fra quanti sonosi presso di noi applicati alle cose agricole abbia ottenuto un felice successo dalla introduzione del metodo di vicenda, così lodato negli altri paesi; che anzi quelli che avevano intrapreso questa via, hanno dovuto essere solleciti a fermarvisi, per non vedersi esposti a sacrifizi immensi.
Per questi motivi io credo che non si possa invocare l’esempio di quella contrada.
Bensì allo incontro io potrei citare l’esempio di un paese che progredì nelle cose di agricoltura assai più che non gli altri paesi; potrei, cioè, citare la Scozia.
La Scozia oggidì è forse il primo paese agricolo del mondo, e quello dove l’agricoltura scientifica ha fatto maggiori progressi; e ciò ben lo dimostra questa circostanza, che vi sono in tutte le città principali della Scozia persone, la professione delle quali si è di esercitare la chimica -agricola, cioè di fare l’analisi di terre e di concimi per gli agricoltori; il che prova che la scienza agricola si è sparsa in tutte le classi di quella nazione. Ebbene, in Iscozia, che io sappia, non esiste un istituto sulle basi di quello che si era fondato alla Venaria.
Venendo poi alla Francia ed alla Germania, dico che se alcuni stabilimenti di quelli retti da uomini d’ingegno hanno prodotto utili risultamenti, quelli poi che erano semplici istituti governativi pagati coi denari dello Stato, sono stati di ben poco profitto.
Io mi ricordo di avere, molti anni or sono, visitato uno stabilimento nel quale erano sette o otto professori; or bene, io ne uscii scandolezzato pel modo con cui si coltivavano i prati, giacchè l’ultimo dei nostri agricoltori li coltiva infinitamente meglio. Quindi è che io non ho alcuna fede nel successo dello stabilimento di Versailles, che la Repubblica francese non è guari ha fondato.
Io non ispingerò la mia critica fino a quel punto a cui spingevala un onorevole membro dell’Assemblea legislativa, il quale diceva che nell’istituto di Versailles non vi si trova altro fuorchè vacche aventi il merito di non perdere il latte; ma io credo che da quello stabilimento non vi usciranno mai veri agricoltori pratici; ne usciranno aspiranti a cattedre, i quali creeranno alla loro volta altri aspiranti ad altre cattedre.
Ma intanto, in ultima analisi, da questo sistema le provincie non ricaveranno verun vantaggio, e ne verrà invece questo danno, di vedere viepiù accresciuto il numero di quella caterva di persone, che, avendo ricevuta una certa educazione, incontrano grandi speranze, grandi pretese, che poi la società non può soddisfare, dando in essi un’irritazione, un astio contro la società, finchè prendono poi partito contro di essa, ed entrano poi nel novero di quei malcontenti che in ogni guisa oltraggiano l’ordine ed il progresso sociale, perchè si trovano collocati in una falsa posizione.
Io credo con ciò di avere dimostrato che la fondazione di un istituto teorico-pratico non sia nè punto nè poco adatto alla nostra condizione. Io non dico che non possa mai venire il caso che questi stabilimenti diventino abili; se la scienza facesse nuovi progressi, se si venisse a scuoprire una nuova teoria di fisiologia vegetale, di agrologia compendiabile in alcune massime generali di un’estesa applicazione, io allora forse molificherei la mia opinione. Ma ripeto che nello stato attuale delle cose, il voler riunire in uno stabilimento e la pratica e la teorica, equivale ad impedire che la teoria porti quei frutti dei quali è capace, ed a falsare assolutamente l’insegnamento pratico.
Ma, si dirà, dunque voi non volete far nulla per l’insegnamento agrario, voi volete lasciare il campo libero all’empirismo?
Io ho tutt’altra intenzione, e porto ben diversa opinione. Io credo che quantunque la scienza agricola sia ancora molto incerta, e che sopra alcuni punti non si sia ancora saputo scoprire il segreto della natura, tuttavia essa possa già recare grandissimo giovamento all’arte agricola.
È mia opinione che chi si destina all’agricoltura sia in condizione assai migliore, quando vada fornito delle cognizioni teoriche, quali si possono ora acquistare. E perciò reputo utile, ed anzi indispensabile, lo stabilire nei grandi centri di popolazione alcuni corsi di teoria agricola e di quelle scienze che sono ausiliarie dell’agricoltura, di fornire insomma quel complesso di nozioni agricole, che possono già costituire un principio di scienza. Non voglio che queste siano assolutamente separate dalla pratica, poichè, sicuramente, il professore dovrà illustrare con qualche applicazione le sue teorie; ma mi pare che la pratica non deve servire se non siccome un mezzo di far penetrare le teorie nello spirito della gioventù.
Per queste ragioni io credo opportuno lo stabilire in Torino, al più presto possibile, due o più cattedre di scienza agricola o semi-agricola.
Io stimo però che si possa fare assai più per il bene della nostra agricoltura. A voi tutti è noto esservi un’infinità di nozioni scientifiche ed elementari, che sarebbe assai vantaggioso di spandere nelle nostre polazioni, onde istruir quelli che, in vece di applicarsi alle carriere che tanti già percorrono, antepongono di dedicarsi all’industria dei loro padri, all’industria agricola. Parmi quindi che sarebbe a desiderarsi che, se non in tutti, almeno in alcuni stabilimenti d’istruzione secondaria, si professassero i corsi scientifici elementari, che ponno giovare all’agricoltura. Sarebbe perciò debito del Governo di promuovere lo stabilimento di siffatti corsi in alcuni collegi posti in condizioni speciali. In un collegio di istruzione secondaria, a cagion d’esempio, si potrebbe in due o tre anni far un corso degli elementi di chimica agraria, di fisiologia vegetale, di meteorologia, ed anche di agrologia, i quali studi sarebbero assai vantaggiosi.
In tal caso le nozioni teoriche riducendosi solo ad elementi, dovrebbero essere adottate quelle sole tra esse la di cui verità è dimostrata: la pratica poi avrebbe solo per iscopo di illuminare le lezioni teoriche.
Questo è il pensiero che il Governo si propone di porre in esecuzione, prescegliendo quei collegi che sian in condizioni più favorevoli a ragione sì della località, sì della natura degli studi che in essi si professano, sì da ultimo del desiderio dei superiori stessi del collegio o dei parenti che abbiano figli nel medesimo per introdurre l’insegnamento tecnico-agrario. Ecco dunque a un dipresso quali sono le opinioni del Ministero, che io riassumerò in poche parole:
Soppressione, cioè, assoluta dello stabilimento attuale della Venaria; istituzione in una provincia agricola di una scuola veterinaria; fondazione a Torino di alcune cattedre di agricoltura, di forestale e delle scienze a queste affini; e finalmente l’introduzione, per quanto è possibile, a titolo di esperimento, in alcuni collegi dell’istruzione tecnica agraria.
5.
DIFESA DEI TRATTATI DI NAVIGAZIONE E DI COMMERCIO
CONCHIUSI CON L'INGHILTERRA E COL BELGIO.
(Seduta della Camera, 14 aprile 1851.)
La Camera comprenderà quanto debba riescirmi malagevole il rispondere all’istante ad un discorso pronunziato da una persona così grave, la di cui voce meritamente gode nelle cose di finanze di tanta autorità nel paese ed in questa Camera, ad un discorso, dico, che fu, per quanto pare, il frutto di più settimane e forse di mesi di studio.
Di Revel. Non di tanto tempo. Io non poteva....
Cavour, ministro di marina e d’agricoltura e commercio. Io tuttavia mi proverò di rispondergli, e spero che nella mia improvvisazione saprò allontanarmi da quel sistema di sarcasmi e d’ironie che insolitamente ingemmarono il discorso dell’onorevole preopinante. (Risa d’approvazione.)
Egli cominciava con una specie di professione di fede politica e con un rimprovero al ministro, il quale nella sua relazione avea voluto strettamente associare le idee di protezionismo e di riforma.
Mi permetta l’onorevole preopinante di dirgli che egli va errato. A me non pare di vedere queste due idee strettamente insieme unite, inquantochè le vedo distintamente rappresentate da ben diversi partiti politici, e non da quello a cui l’onorevole conte appartiene, quantunque siano fautori ed ardenti difensori delle dottrine che egli con tanta sapienza ha testè promosso.
Mi basterà di ricordargli che non solo i giornali reazionari, ma anche i giornali del partito democratico estremo gareggiarono nel propugnare la causa del protezionismo di cui egli si è fatto l’eloquente difensore, e quindi l’onorevole conte di Revel riceverà, io spero, eguali lodi e dal Cattolico e dalla Campana, come dalla Voce del deserto e dall’Italia libera di Genova. (Ilarità prolungata.)
Vengo ora al merito: invocherò, incominciando, tutta l’indulgenza della Camera.
L’onorevole signor conte di Revel ha preso la mossa dalla parte teorica. Egli ha cominciato per definire, nel suo senso, il sistema del libero scambio ed il sistema protettore; io pertanto lo seguirò collo stesso ordine, prendendo ad esporre dapprima quali sono i principii economici del Ministero, e quali le norme che egli ha seguìto nell’applicazione di questi principii. Mi farò poscia ad esaminare i rimproveri diretti a questo sistema, e terminerò il mio discorso coll’esame delle considerazioni politiche e finanziarie che formano la base degli argomenti dell’onorevole preopinante.
Il Ministero professa schiettamente il principio del libero scambio, cioè egli crede che in uno stato normale il Governo non abbia da proteggere con dazi protettori questa o quell’altra industria; il Ministero porta opinione che non abbia nè il dovere nè quindi il diritto di favorire una o più industrie a danno delle altre industrie del paese; è suo avviso che non si possa imporre alla generalità dei consumatori dazio veruno onde favorire certi rami d’industria, e che le dogane debbano essere ordinate nello scopo delle finanze, cioè dell’utile pubblico. Questo ramo egli lo ravvisa bensì come uno dei più produttivi per le finanze, ma, lo ripeto, non solo ei crede che non sia opportuno, ma nel senso il più stretto, che non sia giusto l’imporre una tassa alla generalità dei cittadini in favore di una classe speciale. (Bravo! Bene!)
Non mi farò a svolgere gli argomenti sui quali riposa questa dottrina.
I principii di queste teorie furono svolti con tanta scienza, con tanta abilità dai grandi maestri dell’arte, e nei paesi esteri e nella nostra Italia, e nel secolo scorso e nel presente, che io temerei di far torto alla Camera e peccare di presunzione, se credessi che la debole mia voce potesse avere maggiore autorità che quella di quei dotti, di quei grandi a cui accennava. Io mi restringerò ad esaminare alcune delle ragioni, che dirò sofismi, sulle quali riposa il sistema protettore.
Se il sistema protettore ha goduto e gode tuttavia gran favore presso molte nazioni, è perchè si è giunto a far credere che ad esso si doveva la creazione dei capitali impiegati nei rami dell’industria protetta. Si crede generalmente da molti dei fautori del sistema protettore che, ove questi dazi non avessero esistito, quei capitali non sarebbero stati creati. Questa, signori, è una singolare illusione.
Il sistema protettore non ha facoltà di creare i capitali, ma solo che i capitali disponibili e destinati alla produzione si rivolgano a questo piuttosto che a quell’altro ramo d’industria. Sembra quindi cosa evidente che quell’argomento del protezionismo non sarebbe valido se non nel caso in cui non vi fosse mezzo d’impiegare i capitali disponibili nei rami d’industria, di agricoltura e di commercio che non hanno bisogno di protezione; ma questo, o signori, non è il caso nostro certamente.
La nostra agricoltura non ha già assorbito tutti i capitali che voglionsi impiegare utilmente; certamente vi sono molti rami d’industria propria del nostro suolo a cui si sarebbero rivolti maggiormente, se si avesse avuto maggior copia di capitali. Io vi indicherò, a cagion d’esempio, un’arte nell’agricoltura, la quale, non ha a temere la concorrenza estera, la quale, ciò non ostante, è rimasta finora in una vergognosa infanzia per difetto di capitali, e questa è l’arte della macinatura. Noi maciniamo in Piemonte come si macinava ai tempi del re Beroldo. (Si ride.) Quest’arte non ha fatto da noi progresso alcuno, mentre in tutte le altre parti dell’Europa e dell’America si sono adottati altri sistemi che hanno aumentato il valore e la qualità dei prodotti. Dunque voi vedete che avevamo presso di noi e alla portata di tutti i capitalisti un impiego di capitali molto proficuo, e che non era mestieri che il Governo cercasse col protezionismo di creare utili impieghi ai capitali.
Dirò lo stesso delle stoffe di seta. Se voi interrogate i nostri fabbricanti di stoffe in seta perchè esse sono in una condizione per alcuni riguardi inferiore alla Francia, essi vi diranno prima di tutto ch’egli è per difetto di capitali. E questo è verissimo, poichè le sole fabbriche che non hanno difetto di capitali e che non si sono riposate sul guanciale del protezionismo hanno potuto sostenere la concorrenza estera e dare uno svolgimento ad un’industria non protetta ben altrimenti maggiore di quello dell’industria protetta.
Basterà citare la fabbrica di seterie del barone Blanc di Faverges.
Ma tuttavolta si dice: il dazio protettore conduce fra noi i capitali esteri. Questo è vero in alcuni casi; ma, signori, bisogna pensare quanto ci costano i capitali che vengono dall’estero per essere impiegati nelle nostre industrie. Egli è evidente che non si contentano del profitto medio che ricavano nei proprii paesi; bisogna che questo profitto sia di molto aumentato. Così se il guadagno medio dell’industria è del 10 per cento, i capitali esteri non verranno a favorire l’industria nel nostro paese, se non guadagneranno il 15 o il 20 per cento; e io credo che l’esperienza abbia dimostrato che i capitali esteri non sono mai venuti in gran copia nel nostro paese, se non quando avevano l’allettativa di un benefizio quale io l’ho indicato. Ora, o signori, è egli opportuno, è egli conveniente procurarsi i capitali esteri mercè sì enormi sacrifizi?
Egli è anche evidente che questo non può ascriversi al sistema protettore. Ma qui si dice: è vero che il sistema protettore non crea dei capitali, ma li spinge in una certa via, dà loro una tal destinazione nell’industria per cui fruttano maggiormente e producono più larghi guadagni che non nell’agricoltura, quindi la nazione è vantaggiata da che una certa quantità di capitali lascia l’impiego delle terre per consacrarsi all’industria. Ma io credo appunto che si raggiunga l’effetto contrario, cioè, che il sistema protettore abbia per effetto di spingere i capitali nelle vie che sono meno profittevoli. Diffatti, che cosa è che contribuisce di più al progresso dell’industria, che cosa è che rende l’industria proficua? Due sono, a mio avviso, i principali motivi, l’uno, cioè, la divisione del lavoro, e l’altro il pungolo della concorrenza.
Ora, signori, il sistema protettore impedisce appunto la divisione del lavoro col far sì che il capitale nazionale disponibile, il capitale di riproduzione, si rivolga a tutti quei rami d’industria di cui il paese ha bisogno, ma i cui prodotti potrebbe procurarsi dall’estero; ma l’avere attivati tutti questi rami d’industria, riuscendo d’impedimento alla riunione dei diversi capitali in una industria, impedisce appunto la divisione del lavoro, e ciò mi pare assolutamente evidente.
In quanto poi allo stimolo che riceve l’industria dalla concorrenza non havvi bisogno di dimostrare l’inconveniente del sistema protettore, e quest’inconveniente è poi tanto maggiore, quanto più uno Stato è, relativamente parlando, circoscritto in angusti confini.
Se uno Stato vasto come la Francia adotta il sistema protettore, si può sperare sino ad un certo punto che la concorrenza interna basterà per spingere le manifatture nella via del progresso; ma in uno Stato piccolo questa speranza non esiste, ed accade quasi sempre che, mercè il dazio protettore, i produttori si addormentano e sono lentissimi nei progressi che altrove si fanno celeremente.
Signori, io vi proverò quanto ho testè asserito non con esempi tratti dall’Inghilterra, come fece il signor Di Revel, ma con esempi tratti dal nostro paese. Se vi fu in questo paese industria protetta largamente, si fu quella per certo della torcitura della seta, mentre fu portata al segno che s’impediva la esportazione della seta greggia: era la protezione spinta all’ultimo grado. Ora quale fu l’effetto di questa eccessiva protezione? Si fu che quella industria che nel secolo scorso aveva raggiunto nel nostro paese un grado relativo di perfezionamento molto distinto, rimase in questo secolo stazionaria al punto, che, dopo la Ristorazione, noi non solamente abbiamo perduto quel primato di cui godevamo sul mercato di Lione, ma rimanemmo di molto indietro, ed è accaduto, massime quando vigeva la proibizione, che gli organzini e le trame del mezzodì della Francia si vendettero 10, 12 e persino 20 lire in più al chilogramma dei nostri.
Il Governo della Ristorazione, consigliato da alcuni uomini illuminati, di quelli però che il signor conte Di Revel chiamerebbe utopisti e fantastici, per riparare a questo male volle togliere questa probizione, e vi pensò fin dal tempo del re Carlo Felice; ma in allora i fabbricanti e i proprietari dei torcitoi del nostro paese gridarono altamente che sarebbero stati rovinati, che tutti i filatoi si sarebbero chiusi, e che 20 mila operai sarebbero rimasti senza pane.
Essi trovarono nelle alte sfere del potere uomini autorevoli che professavano opinioni analoghe a quelle or ora svolte dal conte Di Revel, i quali colla loro influenza impedirono questa riforma. Essa trovò allora a un di presso gli stessi ostacoli che incontra oggi la riforma daziaria. Anche allora la Camera di commercio di Torino alzò altamente la voce in favore del mantenimento della proibizione. La Camera di commercio di Torino presentò in quell’epoca al Re (chè certo nol poteva al Parlamento) una memoria in cui rappresentava che l’abolire la proibizione d’esportazione della seta greggia sarebbe stata una misura rovinosa, una calamità uguale a quella che ha combattuto l’onorevole conte di Revel.
Le cose, lo ripeto, procedettero allora assolutamente come hanno proceduto in oggi; se non che, non essendo ancora in quel tempo prevalso l’uso di valersi delle vie pubbliche come mezzo di pubblicità, i ministri d’allora non hanno avuta la consolazione, come adesso, di leggere i loro panegirici scritti in grosse lettere sulle mura della capitale.[5] (Ilarità generale.)
Dopo molte difficoltà, salito al trono il re Carlo Alberto, passò oltre sulle rimostranze delle persone che professavano allora le opinioni del conte Di Revel, e malgrado che molto tempo il Consiglio di Stato fosse stato anch’esso non troppo favorevole a questa disposizione, sancì l’esportazione delle sete greggie con un dazio moderatamente protettore. I fatti non hanno corrisposto alle profezie della Camera di commercio di Torino: nessun filatoio è caduto; pochissima seta greggia è stata esportata dal Piemonte; nessun operaio mancò di lavoro; accadde insomma tutto al contrario di quanto erasi vaticinato: il numero dei filatoi aumentò, i metodi di fabbricazione si migliorarono, non con quel vigore, è vero, e con quella rapidità che sarebbe stato desiderabile, perchè le abitudini contratte nel sistema protettore non possono mutarsi immediatamente in un sistema di libertà, ma però i nostri filatoi progredirono al punto, che quest’anno accadde assolutamente il rovescio di quanto era stato predetto dalla Camera di commercio di Torino e dagli avversari della permissione di esportare le sete gregge. Non solo queste non andarono a farsi filare a Londra, ma i nostri proprietari di filatoi comprarono a Londra un gran numero di balle di seta che furono filate nei nostri filatoi e riesportate in Inghilterra. (Sensazione.)
Mi pare che questo esempio dei benefizi del sistema del libero scambio, tratto dal nostro stesso paese, che tutti abbiamo agio di accertare, possa rispondere alle accuse più o meno acerbe fatte a quelle teorie che il conte di Revel denunziava come fantastiche.
Ma per viemmeglio provare gl’inconvenienti del sistema protettore, e come sotto gl’influssi di questo sistema siano meno fruttuosi i capitali, prenderò un esempio tratto da un ramo di industria affatto differente, voglio dire quello del commercio.
Sotto il regno del re Carlo Felice, onde favorire la navigazione genovese, si stabilirono dei diritti di dogana, diritti differenziali di bandiera, come ricordava il signor conte di Revel, su quattro articoli, dei quali un solo aveva un’importanza commerciale, ed era il grano.
Or bene, mercè questo dazio, il commercio dei grani del Mar Nero e della Turchia rimase devoluto per intiero alla bandiera nazionale.
Che cosa accadde? Che quasi tutto il commercio genovese marittimo si rivolse alla speculazione del grano, e dopo alcuni anni la concorrenza fu tale, che questo commercio diede poco felici risultati, fu un commercio pochissimo vantaggioso.
Alcuni negozianti genovesi dotati di spirito più ardimentoso, di animo più intraprendente, invece di cercare a rifuggirsi sotto il manto del protezionismo, non dubitarono di affrontare la libera concorrenza nei mari non protetti dell’America, e a poco a poco si avviò un importantissimo commercio tra Genova e le coste meridionali dell’America che non godevano di veruna specie di protezione. Questo commercio prosperò molto più che l’altro. Eppure l’uno e l’altro erano esercitati da persone della stessa condizione, della stessa nazione, e probabilmente dotate dell’abilità medesima: ma l’uno era protetto, l’altro sentiva lo stimolo della libertà; l’uno rimase in uno stato poco prospero, l’altro ebbe invece sorti felicissime.
Io so bene che i fautori del sistema protettore, quando sono battuti sul terreno delle idee generali, ricorrono alle eccezioni dicono: noi in definitiva siamo liberi scambisti, ma vogliamo arrivarci gradatamente, e bramiamo tutelare l’industria. (Si ride.) L’industria, essi proseguono, è bambina, e sin tanto che rimane in questo stato d’adolescenza interessante (nuova ilarità) è mestieri circoscriverla di barriere doganali. Onde cosiffatto argomento fosse valido, bisognerebbe che gli onorevoli fautori del sistema protettore dapprima definissero che cosa intendono per infanzia dell’industria.
Io non credo certamente che essi vogliano accennare ad una infanzia simile a quella dell’uomo, vo’ dire a quel periodo che si passa sotto le cure materne (si ride), perciocchè io scorgo industrie che esistono nel nostro paese da 20, da 30, da 50 anni, da un secolo, e odo dire che esse sono rimaste nell’infanzia. (Viva ilarità.) Io augurerei agli onorevoli industriali di poter godere di questo privilegio di un’eterna infanzia; ma quanto all’industria, io non posso ammetterlo che come una vera calamità nazionale. Notate poi, o signori, che quest’argomento è assolutamente insussistente per un motivo semplicissimo.
Lasciando le metafore, i produttori dicono al postutto: noi siamo in una condizione d’inferiorità relativamente a quelli delle altre nazioni; dunque favoriteci di un dazio protettore affinchè la differenza possa essere comportata. Questo sarebbe possibile, sarebbe razionale, se l’industria dei paesi rivali rimanesse stazionaria.
Se noi potessimo far sì che l’industria dell’Inghilterra, della Francia e del Belgio non avesse incremento, allora sicuramente i nostri industriali, camminando anche a rilento, in alcuni anni potrebbero concorrere con dette nazioni. Ma il male si è che se i nostri industriali, mediante la protezione, percorrono questi stadi dell’infanzia, gli altri camminano col vigore della gioventù, coll’energia della virilità; negli uni vi ha lo stimolo della concorrenza, vi ha negli altri il privilegio, vi ha la protezione. Quindi ne viene che l’industria libera, lungi dal diminuire, coll’andar degli anni progredisce, e l’industria protetta si va trascinando in uno stato pressochè stazionario. In prova di queste mie osservazioni potrei citare l’esempio della Francia. Quando si parlò quivi per la prima volta della riforma daziaria, se non erro nel 1827 o nel 1828, i fabbricanti di ferro e di cotone non posero in campo la pretesa di essere eternamente protetti; dissero solamente: siamo nell’infanzia, accordateci alcuni anni di protezione finchè abbiamo raggiunto il grado di sviluppo dell’industria inglese. Si fecero buone queste ragioni, si mantennero i diritti protettori per dieci anni, dopo il qual tempo fattasi una nuova inchiesta, si trovò che quei fabbricanti erano sempre rimasti nell’infanzia, anzi erano quasi quasi ritornati bambini (si ride) rimpetto agl’industriali inglesi: la distanza che ne li separava erasi fatta ancor maggiore. Vedete adunque, o signori, che questa metafora dell’infanzia dell’industria è insussistente, o non regge al vaglio della critica.
Un altro argomento in apparenza di molto peso che pongono in campo i protezionisti si è quando si fanno interpreti degli operai, quando, cioè, dicono: se noi propugniamo la causa dell’industria, non è nel nostro interesse, ma egli è in quello degli operai ai quali procuriamo lavoro. Questo argomento sarebbe valevole qualora sussistesse la prima ipotesi che ho combattuto, qualora, cioè, l’industria potesse creare dei capitali; poichè la condizione degli operai da che dipende nello stato attuale delle cose? Dipende dal rapporto che esiste fra la quantità dei capitali disponibili e la quantità di braccia che cercano impiego. Se il sistema protettore avesse la virtù di aumentare i capitali, rebbe certamente proficuo alla classe degli operai; ma se invece di aumentare i capitali non dà che un cattivo interesse, invece di tornarle utile le torna dannoso. Potrà, egli è vero, essere di vantaggio ad una determinata località; è vero che il sistema protettore può favorire notevolmente, largamente, una provincia addetta ad una particolare industria. In ciò non v’ha dubbio; ed io non contesterò che l’enormissimo dazio sui ferri, stato in vigore al tempo del dispotismo, sia stato utile alla valle d’Aosta. Ma bisogna vedere se il vantaggio che la valle d’Aosta ha ricavato dal dazio protettore sui ferri non sia stato pagato dieci volte dalle altre parti dello Stato. Io lo proverò con pochi, ma positivi calcoli. I fabbricanti di ferro della valle di Aosta asseriscono di fabbricare all’anno da 6 a 8 mila tonnellate di ferro: prendiamo, se si vuole, per base la cifra di 8000. Il dazio protettore fu lungo tempo di 250 lire la tonnellata, e fu poi ridotto a 160 lire. Supponete soltanto che la protezione rappresenti il sacrifizio di 800 lire; 8000 tonnellate con una protezione di 800 lire è un balzello di 800,000 lire che la nazione paga agli abitanti della valle d’Aosta. (Sensazione.) Ora, se invece di pagare queste 800,000 lire agl’industriali della valle d’Aosta, tutta od anche una parte soltanto di questa somma fosse stata ogni anno consacrata ad opere di utilità pubblica, a migliorare le strade, a costrurre la via del gran San Bernardo o del piccolo San Bernardo, od incanalare la Dora, o fare altre simili opere di pubblica utilità, io sono certo che la valle di Aosta sarebbe in condizione cento volte più fiorente di quello che non sia al presente.
Mi pare di avere bastantemente dimostrato quanto poco fondamento abbiano gli argomenti, e se volessi imitare il linguaggio dell’onorevole preopinante, direi i sofismi dei fautori del sistema protettore. Mi ristringerò ora a citare l’esempio delle altre nazioni, invocato dall’onorevole conte di Revel.
Egli ci ha fatto la storia della riforma economica in Inghilterra; egli ci ha detto che la riforma economica in Inghilterra aveva cominciato nel 1842, il che farebbe credere che l’onorevole conte di Revel non abbia letto la storia dei venti anni precedenti. La riforma economica inglese cominciò, se non erro, nel 1824 o nel 1825 per opera del famoso Huskisson e del suo collega Canning. Huskisson e Canning furono i primi a modificare l’antico sistema, ed i loro successori, cioè, prima il Ministero di lord Grey e quindi quello di lord Melbourne, continuarono l’opera della riforma. Sicuramente sir Robert Peel accelerò quest’opera; ma, lo ripeto, essa fu cominciata nel 1824.
Egli disse che sir Robert Peel esponendo nel 1842 le sue dottrine economiche, dichiarò ch’egli intendeva procedere lentamente, gradatamente, tenuto conto degl’interessi delle classi protette; ma egli ha dimenticato di dire che nel 1846 quello stesso ministro si alzava dal suo seggio nella Camera dei comuni, e con un esempio di virtù politica piuttosto unico che raro, dichiarava che si era ingannato per lo passato nell’aver sempre creduto alla verità di un sistema moderatamente protettore, e che gli studi nuovi, e l’esperienza acquistata, e le sue indagini lo obbligavano a pubblicamente ricredersi. (Movimento d’approvazione.) Penserà forse l’onorevole preopinante che sir Robert Peel rappresentasse una commedia? Che fosse per mantenersi al potere ch’egli si fosse fatto a dare una mentita alle dottrine di tutta la sua vita?
Sicuramente egli non può avere una simile idea di questo grand’uomo di Stato, e sarebbe poi ciò tanto più falso, inquantochè, quando il signor Robert Peel faceva quella protesta, egli sapeva benissimo che firmava il decreto della sua caduta dal potere, e cadde infatti appena ebbe compiuta la grande riforma della legge sui cereali.
L’onorevole deputato Revel disse che sir Robert Peel non aveva fiducia nell’aumento dei prodotti dalla diminuzione dei dazi. Io in verità non potrei ricordare le parole pronunziate nel 1842 da sir Robert Peel, ma so benissimo che se tali fossero state le sue parole, i fatti gli avrebbero data una gran mentita, poichè la riduzione del dazio sullo zucchero, che venne dall’onorevole signor conte di Revel contestata, ebbe la virtù in Inghilterra di aumentarne della metà la consumazione.
Io ho qui delle tabelle di cui posso guarentire l’autenticità. Il dazio sullo zucchero era difatti per il passato elevatissimo, ed era tanto più grave, inquantochè vi esisteva un dazio differenziale pur grave sui zuccheri stranieri. Questo stato di cose durò, se non erro, fino al 1843; si cominciò nel 1844 la riforma dei zuccheri, e si venne ad un sistema definitivo nel 1846.
Il dazio primitivo, se non erro, era per ogni quintale inglese (che è la metà del nostro, cioè circa 51 chilogrammi) di 25 scellini; le varie riduzioni cui lo si sottopose lo portarono gradatamente a 14, a 13, a 12, a 11, ed ora finalmente è ridotto a 10 scellini il quintale inglese, il che importa 20 scellini il quintale metrico, ossia 25 lire per 102 chilogrammi.
Ho qui la tariffa inglese ufficiale che tutti potranno consultare se lo vogliono. (Movimento.) Ora veggano quanto questo sia contrario alle cifre poste innanzi dall’onorevole conte di Revel.
Vengo ai prodotti.
Nel 1831, con una popolazione di 16 milioni l’Inghilterra consumò 4 milioni di quintali inglesi; nel 1843, con una popolazione maggiore di 2 milioni, la consumazione fu solo di 4 milioni e 16 mila quintali, cioè non ha aumentato che della insignificantissima somma di 16 mila quintali.
Ora, fattasi la riduzione citata e portato il dazio gradatamente alla metà, anzi a meno della metà, perchè da 25 scellini fu portato a 10, la consumazione nell’anno che testè ha finito giunse a 6,100,000 quintali inglesi. Il signor conte di Revel vede dunque quale effetto abbia prodotto questa diminuzione di diritti in Inghilterra.
E qui debbo far avvertita la Camera di una circostanza su cui sarò costretto di tornare parecchie volte, perchè si è una di quelle su cui ha insistito maggiormente il signor conte di Revel, cioè che in Inghilterra il contrabbando non ha una gran parte nell’alimentazione della consumazione, perchè l’Inghilterra, stante la sua condizione insulare e stante il sistema di sorveglianza delle coste esercitato da bastimenti a vapore, è giunta a sopprimere in modo quasi assoluto il contrabbando. Quindi l’aumento dei prodotti è dovuto assolutamente alla maggiore consumazione. Il signor conte di Revel dunque vede che egli male si apponeva allorchè diceva che l’esempio dell’Inghilterra prova che una forte diminuzione di dazi non aveva prodotto aumento.
Ma questo mi ha allontanato dal mio intento. Egli ha sostenuto che l’Inghilterra aveva prosperato in virtù del sistema protezionista, e che non aveva abbandonato il protezionismo se non quando essa non aveva più bisogno di protezione. Io credo invece con tutti gli uomini i più illuminati dell’Inghilterra, e non solo cogli uomini attuali, ma con gli economisti che hanno preceduto l’attuale generazione, e con Adamo Smith e con Riccardo e suoi discepoli, che l’Inghilterra ha prosperato non in virtù del sistema protettore, ma a malgrado di esso. La prosperità dell’Inghilterra si spiega molto facilmente senza aver ricorso alla ragione del sistema protettore.
L’Inghilterra è il solo paese che andò esente da quasi due secoli da ogni guerra straniera, il di cui suolo non fu mai calpestato da eserciti nemici; l’Inghilterra è il paese che gode da più lungo tempo in Europa del benefizio di libere istituzioni; l’Inghilterra poi per la situazione geografica e per la natura del suolo è il paese che più d’ogni altro possiede gli elementi industriali.
Ed invero, esaminate quali sono le industrie che in Inghilterra hanno maggiormente prosperato, e vedrete che sono appunto quelle che sono state meno protette. Il ramo più protetto era l’industria delle sete: le sete estere erano assolutamente proibite; venivano in secondo luogo le stoffe di lana, e in terzo luogo quelle di cotone, poichè le stoffe di lana godettero sempre speciali favori.
Il progresso dell’industria inglese fu sempre assolutamente in ragione inversa del grado di protezione di cui godette. L’industria serica rimase quasi stazionaria, l’industria delle lane progredì lentamente, e l’industria del cotone che non era quasi protetta si svolse gigante senza temere la concorrenza di tutto il mondo. (Sensazione.) Io credo quindi poter asseverare che in Inghilterra il sistema protettore non ha contribuito, anzi ha piuttosto impedito lo svolgimento delle risorse di quella grande nazione.
Finalmente l’onorevole signor Di Revel invocava persino, cosa assai strana nella sua bocca, l’autorità degli Stati Uniti d’America. Egli diceva: «Perfino gli Stati Uniti d’America, così teneri della libertà, hanno introdotto un sistema protettore.» Ma egli qui cade in un grave errore. In America vi è un numerosissimo partito che professa idee protettrici, e questo partito comprende i fabbricanti di cotone della Luigiana e della Nuova Inghilterra, i proprietari delle ferriere della Pensilvania e i coltivatori di canapa del Kentuky. Ma ciò che cosa prova? Prova che essi, quantunque repubblicani, non sanno posporre il proprio al pubblico vantaggio, e che le forme repubblicane non bastano per isvellere dal cuore dell’uomo le passioni egoistiche. (Risa d’approvazione alla destra ed al centro.) Ma l’onorevole deputato Di Revel non avvertiva che questo partito, abbenchè potente, grazie a Dio, non è giunto a far prevalere le sue teorie. Egli ha potuto solamente, in virtù di qualche coalizione, prevalere nelle elezioni presidenziali. Infatti l’attuale presidente di quella repubblica professa opinioni protezioniste; ma il Congresso non le professa, e la proposta modificazione della tariffa fu da questo respinta. In America il sistema che prevale è quello di ritenere le dogane come ramo finanziario, e la Camera capirà che in ciò gli Americani sono perfettamente consenzienti colla teoria del libero scambio, la quale trova appunto nelle dogane un ottimo ramo di entrate pubbliche.
Egli ha citato il Belgio ad esempio del sistema protezionista. Io osserverò prima di tutto, che pel passato le ragioni della protezione nel Belgio erano maggiori che presso di noi; ma io stimo che il Belgio non abbia molto ad applaudirsi del suo sistema protettore. Chi ha lette le inchieste fatte nel Belgio sullo stato delle industrie, e fra le altre del lino e del ferro, ha potuto vedere a quali tristi conseguenze il protezionismo le abbia condotte.
Io credo quindi che l’esempio di nessun popolo possa validamente porsi in campo a favore del sistema protettore.
Signori, oggidì accade un gran fatto: noi vediamo tutti gli uomini illuminati di Europa accostarsi più o meno al sistema del libero scambio; noi vediamo questa idea aver penetrato persino nel Gabinetto di Vienna. L’onorevole signor Di Revel diceva che il distinto uomo di Stato che regge il dicastero delle finanze in quel Gabinetto non avrebbe certamente seguìto l’esempio del ministro di commercio di Torino. Sicuramente io non pretendo di servir d’esempio a quell’illustre ministro; ma se quanto riferiscono i giornali è vero, se le dottrine che si dice avere egli sostenute nel seno della riunione dei fabbricanti radunati in Vienna, se queste relazioni sono esatte, in verità potrei dire all’onorevole preopinante che egli potrebbe ricevere da quell’illustre uomo di Stato delle lezioni di liberalismo. (Movimento d’ilarità.)
Io credo avere abbastanza dimostrata la solidità del principio del libero scambio. Ora debbo dire quali siano state le norme che il Governo ha creduto seguire nell’applicazione di questo sistema, onde rispondere alle accuse di essere stato infedele agli accennati principii, sia col non applicarli abbastanza largamente a ciascun ramo d’industria, sia col non applicarli egualmente a tutte le nazioni.
Il Ministero crede che il libero scambio deve essere lo scopo verso il quale la nazione debba camminare risolutamente e fermamente, ma non crede che vi si debba giungere di un balzo. Il Ministero, quanto il conte di Revel, preferisce le riforme alle rivoluzioni; e crede che le industrie che hanno dovuto la loro vita al sistema protettore, le industrie che sono state in certo modo dal Governo per molti anni favorite e sostenute, meritano molti riguardi; chè non si potrebbe passare dall’uno all’altro sistema, chè non si potrebbe rinunciare assolutamente e di un tratto a quella protezione di cui loro si fu per tanti anni così larghi, senza mancare all’equità, senza commettere un errore economico, senza commettere un errore politico.
Egli è evidente che quando un Governo con mezzi legali sospinge dei capitali in certe industrie, contrae un certo obbligo di tutela verso queste industrie; quand’anche egli riconosca che il sistema da lui seguito sia erroneo, egli non può far ricadere i risultati del suo errore ad intero carico delle persone che fino a questo punto esercitarono le loro industrie sotto la tutela della protezione.
Io credo quindi che vi sia un motivo di equità che debbe determinare e il Governo e il Parlamento a mantenere in certi limiti il sistema protettore e andarlo via via riformando gradatamente.
Vi sarebbe poi un grave inconveniente economico nel passaggio repentino dall’uno all’altro sistema. Questo porterebbe una gran perturbazione nei capitali, porterebbe molte catastrofi, le quali spargerebbero la sfiducia, l’allarme nel paese, produrrebbe una crisi la quale avrebbe delle conseguenze economiche disastrose. Forse la nazione si riavrebbe da questo colpo, troverebbe dopo alcuni anni un compenso; ma intanto vi sarebbe una perdita immediata e reale, alla quale sicuramente noi non dobbiamo, noi non possiamo farci incontro.
Finalmente vi è un motivo politico, per non portare un colpo mortale a delle industrie che richiedono tanti operai, nelle quali vi sono tanti capitali impegnati. Se noi condannassimo con una riforma radicale queste industrie ad una immediata morte, noi susciteremmo nel paese molti malumori, molti malcontenti; vi sarebbero classi che con ragione si crederebbero trattate ingiustamente dal Governo e dal Parlamento, e così noi somministreremmo delle armi e dei soldati ai due partiti estremi, i quali avversano ed odiano le nostre istituzioni.
Io credo dunque che era opportuno, era dovere del Ministero di non procedere rigorosamente alla stretta applicazione dei suoi principii; ma di tener conto delle condizioni che il Governo stesso aveva create all’industria con una lunga protezione e moderare i dazi in modo che l’industria fosse bensì astretta a spingersi nella via del progresso, ma fosse però in condizione tale che potesse continuare a sussistere.
Ciò posto, non dovendosi procedere a stretto rigore logico, era convenevole di attenerci al sistema dei trattati. Siffatto sistema è attaccato dall’onorevole conte di Revel e dal lato politico e dal lato economico.
Guardando al lato politico, esso osservava che noi, facendo trattati con alcune nazioni e non con altre, sottomettendoci ad obblighi e ad oneri da cui non potremo esimerci, abbiamo in certo modo rinunziato alla nostra indipendenza, ci siamo fatti vassalli di altre nazioni ed abbiamo rese malcontente quelle colle quali non abbiamo trattato.
Tale rimprovero potrebbe forse esser giusto, ove il Ministero non fosse disposto ad accordare alle altre nazioni ciò che ha concesso al Belgio ed all’Inghilterspesse ra. Ma il Ministero ha altamente dichiarato fiate ripetuto, che esso considera difettoso il sistema dei diritti differenziali, che questo non è che uno stadio di transizione, e che converrà al più presto possibile tornare allo stato normale dei dazi uniformi.
Il Ministero ha a tale uopo aperte trattative con altre nazioni ed ha palesata la vivissima sua brama di accordare loro ciò che esso concede al Belgio ed all’Inghilterra; esso spera che a questo suo modo di procedere le altre nazioni corrisponderanno con pari franchezza. Il Governo non chiede alle altre nazioni un correspettivo eguale a quanto esso dà dal lato protezionista. Egli dichiara francamente che è libero scambista, che ha creduto dover entrare nella via della libertà commerciale nell’interesse della consumazione interna, nell’interesse del paese; ma che non vuole estendere questo sistema, se non ottenendo qualche compenso ai favori che egli accorda.
Questa però non è la maggiore obbiezione che egli ci faccia. La maggiore obbiezione sulla quale insiste specialmente l’onorevole conte di Revel si è quella di esserci tolta la via al regresso, e questo egli lo considera come un difetto capitale del sistema dei trattati. Io, invece, lo dichiaro altamente, credo che questo è quello che ne forma il merito.
Di fatti, se il Ministero non avesse piena fede nella virtù del sistema del libero scambio, se egli lo considerasse, come forse lo considera l’onorevole conte di Revel, come una novità che si può bensì sperimentare, ma con molta cautela, con prudenza e con l’animo però di tornare sempre indietro se i resultamenti che se ne ottengono non sono perfettamente identici alle concepite speranze, allora, se il Ministero avesse questa opinione, il sistema dei trattati sarebbe altamente biasimevole ed i ministri sarebbero degni di grandi rimproveri per averlo adottato. Ma se invece la Camera divide l’opinione del Ministero, se essa stessa confida nella bontà del sistema del libero scambio, io sono d’avviso che debba la Camera, in allora, sapere buon grado al Ministero di avere tolto ogni mezzo al partito protezionista, unito o non unito con certi partiti politici, una volta che siamo entrati nella via della libertà, di poterci far tornare indietro. (Bene! Bravo!)
Io vorrei, o signori, potere con pari mezzo assicurare il paese contro il sicuramente poco probabile pericolo di regresso in materia politica.
Ciò detto, mi rimane ad esaminare gli articoli del trattato.
L’onorevole conte di Revel ci ha detto che noi avevamo ottenuto poca cosa; ma io, in verità, non ho mai vantato troppo i benefizi ottenuti dai trattati. Il Ministero ha sempre schiettamente confessato che, se si esaminavano i trattati colle lenti del protezionismo, non sarebbero sostenibili, che noi avremmo avuta una parte ridicola ed avremmo meritate quelle risa crasse di cui parla la Voce del deserto, ed a cui si riferiva l’onorevole conte di Revel. (Ilarità.) Io confesso di buon grado che, se il Ministero non fosse stato mosso dal vivissimo desiderio di rendere durative, fuori di ogni pericolo, le riforme daziarie, non avrebbe seguito il sistema dei trattati. Però, io non credo che i benefizi assicurati dal trattato belgico siano così minimi come vorrebbe darceli a credere l’onorevole conte di Revel. Il benefizio principale, quello che è molto maggiore di tutti gli altri, è quello che risulta dalle clausole relative alla navigazione. La nazione belgica è molto superiore alla nostra in vari rami d’industria, ma alla nostra molto inferiore per ciò che riflette la navigazione.
Il naviglio belgico è ancora in quello stato d’infanzia che richiede protezione, quindi egli è evidente che tutte le clausole realitive alla navigazione sono interamente a nostro favore.
E di fatti, il ministre del Belgio, nella esposizione che fece dei motivi del trattato alla Camera dei rappresentanti, disse schiettamente che 1 compensi alle concessioni ottenute dal Belgio erano stati accordati nelle clausole relative alla navigazione. Ma l’onorevole conte di Revel ci dice: «Il Governo belga non vi ha accordato assimilazione di bandiera se non pel commercio diretto, e sarebbe stato desiderabile di ottenere anche l’assimilazione della bandiera pel commercio indiretto.» Ma ciò era impossibile a conseguire, poiché il Belgio lo ha sin qui ricusato all’Inghilterra, lo ha ricusato agli Stati Uniti, coi quali ha molto maggiori interessi che non con noi. Era impossibile che lo accordasse a noi specialmente, poiché dai trattati fatti con altre nazioni sarebbe stato obbligato ad estenderlo immediatamente ad esse; perché questa parificazione della bandiera era contraria al sistema protettore che vige tuttora nel Belgio. Ma, o signori, io vi fare osservare che il commercio diretto non è poi di sì piccola importanza; esso non gi restringe alle sole produzioni del suolo, ma a tutti i prodotti che si trovano nei nostri porti franchi; ora vi possono succedere molte circostanze in cui, per quelle peripezie del commercio, si debbano trasportare dal porto franco di Genova in quello di Anversa le merci. Io citerò, a cagion d’esempio, le pelli, di cui il porto franco di Genova è il principale deposito nel Mediterraneo e da cui se ne spediscono sovente nel Mare del Nord.
Ma noi siamo esclusi dal commercio indiretto; cioè, in quanto al commercio indiretto, siamo pareggiati per ciò che riflette i diritti di bandiera.
Giova però avvertire che il Belgio ha un sistema di dogane complicatissimo, si da rappresentare in certo qual modo un capo d’opera del genio protezionista, non tanto per la sua entità, quanto pel suo ordinamento.
Il dazio protettore della bandiera è del dieci per cento del dazio di aumento; quindi, per alcune materie, equivale ad una vera proibizione.
Certamente i prodotti manufatti, molti generi coloniali, i quali pagano un dazio elevato al commercio indiretto, vengono ad essere come cosa proibita; ma vi hanno invece altri generi i quali sono sottoposti ad un dazio mitissimo, come i cereali, in virtù specialmente dell’ultima legge sancita da quel Parlamento. Questi non sono sottoposti che al dazio di una lira per quintale; quanto al dazio differenziale di bandiera, esso è di dieci centesimi il quintale, cioè di una lira per tonnellata. Ora, un dazio differenziale di tal fatta non è certo di natura da impedire al naviglio genovese di gareggiare col naviglio belgico.
Il signor conte di Revel ha volto in ridicolo le speranze manifestate nella relazione del Ministero, che avremmo conseguite il commercio indiretto da ciò che il Belgio stesso sarebbe stato condotto ad accordarle ad altre nazioni. Io credo evidente che il giorno in cui l’Inghilterra dicesse al Belgio: vi ho lasciato godere del benefizio dell’Atto di navigazione senza correspettivo, ma ora intendo che voi mi accordiate un eguale trattamento, senza di che v’imporrò dei diritti differenziali, da quel giorno il Belgio si troverebbe astretto ad accordare all’Inghilterra il commercio indiretto, giacchè, come avvertiva appunto l’onorevole conte di Revel, il Belgio ha con quel paese un commercio attivissimo pei sali, carboni, cotoni e per altri generi manufatti.
Ben vedrebbe il Belgio che sarebbe per esso una vera rovina, quando il commercio inglese tornasse ad applicare l’antico sistema dei diritti differenziali di navigazione. Esso dunque non esiterebbe pur un momento dallo aderire alle istanze del Governo inglese; ed il giorno che facesse questa concessione all’Inghilterra dovrebbe, in virtù dell’articolo che citava l’onorevole conte di Revel, estenderla pure gratuitamente al Piemonte.
Io mi riassumo col dire che i vantaggi conseguiti dal trattate col Belgio non sono invero di grande imimimimportanza, ma non sono però anche da disdegnarsi, come fece il conte di Revel.
Vengo ora al trattato coll’Inghilterra. (Udite! udite!) Questo fu ancora più acremente criticato dall’onorevole preopinante; con questo, egli disse, voi avete ottenuto assolutamente nulla, ed invece avete fatto infinite concessioni.
Qui mi occorre di entrare in qualche spiegazione. Quando si aprirono le trattative coll’Inghilterra, essa ci disse francamente: io non vi domando speciali favori, non chieggo un correspettivo di quanto sono per concedervi, non domando che vi assumiate l’obbligo di fare questa piuttosto che quell’altra riforma daziaria, ma una cosa sola vi chieggo, e ve la chieggo in modo assoluto, ed è che mi trattiate pari alla nazione la più favorita.
In verità, non si poteva trovare esagerata questa pretesa, poichè l’Inghilterra soggiungeva: io vi ho già accordato molto più di quello che vi hanno accordato le nazioni colle quali avete trattato. Voi avete ottenuto una diminuzione dal Belgio del dazio sugli olii, ed io lo sopprimo affatto; voi avete ottenuto dal Belgio la parificazione della bandiera pel commercio diretto, io ve l’accordo pel commercio diretto e pel commercio indiretto. Io vado più in là, mi obbligo di esentare i vostri bastimenti dai diritti differenziali di navigazione che sono percepiti, non solo dal Governo, ma pure da certe corporazioni e da certi individui.
Voi sapete come in Inghilterra vi esistano dei diritti differenziali a favore, non solo di corporazioni, ma persino d’individui. Vi hanno quivi dei proprietari di fari che possono imporre, in forza di leggi, un certo dazio maggiore per i bastimenti esteri che per i bastimenti nazionali. L’Inghilterra dunque, dopo averci fatti questi favori, ci disse: io intendo di non essere trattata peggio di chi vi ha favorito meno di me.
In verità a tali proposte non abbiamo saputo opporre nulla, e quindi abbiamo acconsentito ad accordarle le medesime riduzioni che abbiamo accordate al Belgio.
Per vero, in fatto di riforma daziaria, quantunque l’onorevole conte di Revel dica che esiste ancora quasi interamente il sistema protettore in Inghilterra, io non so quali grandi riduzioni avremmo potuto ottenere che ci fossero state profittevoli. Quasi tutti i prodotti naturali entrano colà liberamente: l’olio non paga un dazio, il grano ne paga uno tenuissimo, il riso pure ne paga uno tenuissimo, le frutta fresche un dazio poco elevato. In quanto ai dazi che esistono sui vini, l’onorevole Di Revel ha fatto osservare, e con ragione, che per ora l’esportazione dei medesimi non può avere per noi una grande importanza. Vi sarebbe, egli è vero, il dazio sulle stoffe di seta; ma se si pone mente alla natura delle stoffe che si consumano in Inghilterra e che vi sono importate attualmente, di leggieri può rilevarsi come noi non potremmo sperare di stabilire con quel paese un molto attivo commercio di questo ramo d’industria.
Di fatti l’Inghilterra possiede un numero di fabbriche di seta le quali, negli ultimi anni, cioè dopo che si è allontanata dal sistema protettore, hanno assai prosperato, ed a tal punto da poter fare ogni anno una notevole esportazione.
Le sole stoffe che presentemente sono introdotte colà sono quelle molto ricche, di lusso e di moda, di cui la Francia ha il primato; ma in quanto alle altre, cioè alle stoffe unite e di minor lusso, l’Inghilterra può sostenere la concorrenza tanto colla Francia e con noi, come con qualsivoglia altra nazione.
Io credo quindi che anche una notevole riduzione nel dazio sulle stoffe di seta, non essendo enorme il dazio del 15 per 100, non avrebbe fatto altro che favorire la Francia e produrre per noi un risultato poco vantaggioso.
Ci si dice: ma che cosa avete dunque ottenuto in compenso dall’Inghilterra?
Io risponderò che abbiamo ottenuta la certezza di godere per dodici anni del benefizio dell’Atto di navigazione, cioè del commercio diretto ed indiretto, ed inoltre la certezza dell’esenzione, non solo dai dazi imposti dal Governo, ma anche da quelli imposti da comuni, da corporazioni o da privati. Forse il conte di Revel mi dirà questo è un benefizio immaginario, perchè non è probabile che l’Inghilterra indietreggi nelle vie del sistema protettore.
Io invero credo ciò poco probabile, ma non è pure
impossibile. Se si parla di un lontano avvenire, di uno stato di cose di dodici o quindici anni a venire, anch’io divido l’opinione del conte di Revel, e tengo quasi per fermo che il trionfo del libero scambio sarà in allora definitivo; ma non istimo impossibile che in questo tratto di tempo non vi sia un ritorno momentaneo e parziale al protezionismo.
Il partito protezionista, in Inghilterra, è ancora potentissimo; egli consta di tutti i rappresentanti dei paesi agricoli e di molti porti di mare, e se non è in maggioranza, forma non pertanto una potente minorità nella Camera dei comuni. Questo partito è guidato da un distintissimo uomo di Stato, da lord Stanley, al quale io sono tentato, in questo punto, di paragonare, e non per parodia, ma per vera similitudine, il signor conte di Revel. (Ilarità generale.)
Io dico dunque che non è impossibile e nemmeno assolutamente improbabile un ritorno momentaneo al protezionismo, ed è opinione di tutti coloro che conoscono l’Inghilterra che, se le elezioni generali avessero avuto luogo nel momento in cui era più viva l’irritazione prodotta dalla così detta aggressione papale, la maggioranza sarebbe riuscita protezionista. Ora, i protezionisti hanno dichiarato quale sia il loro sistema. Essi, precisamente come testè dichiarava il signor conte di Revel, il quale disse essere anch’egli per la libertà di commercio, ma purchè vi fossero certi dazi tori, protestarono di non voler retrocedere; ma hanno però indicato quali erano i due grandi punti sui quali intendevano fare un passo retrogrado verso il protezionismo: essi sono la legge sui cereali e quella sulla navigazione.
E certamente, se un tale partito fosse tornato al potere, se una elezione generale gli avesse data la maggiorità, disponendo di un forte appoggio nella Camera dei lords, avrebbe potuto facilmente mandare ad effetto il suo piano, i cui effetti non avrebbero sicuramente potuto durare, ma che però avrebbero bastato per produrre una immensa perturbazione nel commercio genovese.
E qui debbo farvi avvertire una cosa. Per l’Atto di navigazione fu aperta alla nostra marina mercantile la massima parte del mondo, e credo che esso debba condurla ad una grandissima prosperità, perchè essa ha tutti gli elementi per sostenere la concorrenza con qualsivoglia altra; ma alla condizione però, che fino ad un certo punto subisca una trasformazione. Se essa vuole, nell’Oceano e nel Pacifico, lottare con la marina americana e con la marina inglese, deve modificare il sistema attuale, deve sostituire a navi di piccola portata navi di grande portata.
Ora, come il commercio genovese potrà accingersi a questa trasformazione, se non è sicuro dell’avvenire? Se un cambiamento ministeriale in Inghilterra, se un ritorno al potere di liberi scambisti della natura del signor conte di Revel (ilarità) venisse a portare uno sconvolgimento nelle nostre relazioni coll’Inghilterra, sicuramente i negozianti genovesi non si accingerebbero a grandi imprese. Essi non vorrebbero arrischiare vistosi capitali nell’incertezza di un evento che dipende dai risultati delle lotte politiche.
Io dico adunque che il trattato coll’Inghilterra ci ha conferito un immenso benefizio, e che il sistema su cui esso è basato non ha altro inconveniente che quello di averci tolta la facoltà di ritornare indietro, cioè di far male, mentre però è lasciata facoltà piena ed intiera di progredire nella via delle riforme.
6.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta della Camera, 15 aprile 1851.)
....Nel sistema attuale, o signori, i consumatori pagano tre specie d’imposte. Una va nella cassa del Governo, una nella scarsella dei contrabbandieri, finalmente una terza negli scrigni dei produttori privilegiati. Dunque, per ottenere un prodotto come uno, si viene ad imporre alla società un sacrificio come tre.
Ora, sicuramente è questo di tutti i sistemi d’imposte il più cattivo, e tale da richiedere la più pronta, la più radicale riforma. Credo dunque che, quand’anche le proposte riforme daziarie dovessero diminuirci il prodotto, non ne scapiterebbe il paese, perchè avrebbe guadagnato due o tre volte e forse di più di quanto il tesoro ha perduto. In definitiva la ricchezza del tesoro è in ragione della ricchezza dello Stato, e se le altre risorse non bastano a compensare la perdita sulle dogane, il Governo, il Parlamento chiederanno al paese una parte del benefizio che gli ha procurata la riforma economica, e i contribuenti volentieri l’acconsentiranno, poichè avranno sempre un benefizio reale e positivo. (Bene! Bravo!)
Mi rimane ancora a ribattere un argomento che, se non si pubblicò altamente, si va ripetendo sotto voce (udite! udite!), cioè, non contestarsi la bontà della riforma, la moderazione, la prudenza colla quale essa si operò, ma contestarsene l’opportunità. Si dice: il Ministero colla sua politica malcontenta via via molte classi di cittadini. Colle leggi Siccardi malcontentò il clero; colle riforme doganali malcontentò gl’industriali; colle ideate riforme amministrative chi sa quanti si malcontenteranno! Con questo sistema egli va creando nemici alle nostre istituzioni, egli va somministrando armi e soldati ai partiti estremi. (Movimenti in senso diverso - Udite! udite!) A me pare, o signori, che questo rimprovero è molto esagerato.
Io ho troppa fede nel patriottismo e nei lumi delle persone che costituiscono la classe protetta e industriale, per temere che essa possa lasciarsi trascinare, dal dispetto che può produrre in essa la riforma daziaria, al punto di essere infedele alle nostre istituzioni.
Che la classe protezionista veda con piacere questa riforma, non si può certo aspettare; sarebbe questa un’esigenza eccessiva. Ma quando essa vedrà questa riforma compiuta, quando potrà pacatamente apprezzarne l’importanza e le conseguenze, ed io spero che sarà tra poco, essa pure si unirà alla maggioranza del Parlamento per farvi plauso, per riconoscere che la era assolutamente necessaria.
Del resto, quand’anche fosse vero che da questa riforma dovesse risultarne un aumento di malumore, un aumento di nemici alle nostre istituzioni, sarebbe questo un motivo per arrestarci nella via intrapresa?
Col voler scansare questo inconveniente, si andrebbe incontro ad un altro più grave.
Non si malcontenterebbe la classe protetta, ma si malcontenterebbe tutta la nazione; se la nazione vedesse che lo Statuto non produce altro che nuove leggi d’imposta, non produce mai nessuna legge di riforma, a lungo andare per certo scemerebbe di molto il suo amore la sua devozione per esso.
Io credo quindi che sia molto miglior consiglio il rendere malcontenti i pochi che i molti, tanto più quando ciò succede per una ragione di equità e giustizia. (Bene!)
Se poi l’inconveniente accennato fosse così grave da esigere assolutamente un rimedio, io faccio notare, o signori, che il sistema costituzionale porge un mezzo semplicissimo per portar riparo a quel male. (Vivi segni di attenzione.) Si mantengano le riforme e si cangino i ministri che le hanno operate. (Movimento.) In tal guisa si procaccerebbe una soddisfazione alle classi che avrebbero per avventura un po’ sofferto per le attuate riforme, e non si muterebbe il sistema politico. Siffatto rimedio fu più fiate praticato in Inghilterra, e la nazione se ne trovò sempre soddisfatta. Ed a tal proposito io posso accertarvi che se avvenisse che le circostanze interne del paese richiedessero l’applicazione di siffatto rimedio, noi saremmo i primi a consigliarvelo.
Io porto opinione d’aver pienamente giustificato i principii del Ministero e le norme che esso ha seguite nell’applicarli. Dovrei quindi por fine alle mie lunghe e forse soverchie parole, se non istimassi mio debito di sottoporre ancora alla Camera una gravissima considerazione. (Udite! udite!)
Essa a prima giunta vi parrà forse estranea a questo argomento per la sua indole piuttosto teoretica che pratica; però, quando l’avrete maturata, io credo la ravviserete degna di esercitare sulla vostra determinazione la massima influenza. (Vivi segni d’attenzione.)
Signori, la storia moderna, quella in ispecie dell’ultimo secolo, dimostra evidentemente essere la società spinta fatalmente nella via del progresso. Le leggi che regolano questa mèta non hanno potuto finora essere determinate nè dai filosofi i più sapienti, nè dagli uomini di Stato i più sagaci. In mezzo a una tanta incertezza questo però v’ha di certo, che l’umanità è diretta verso due scopi, l’uno politico, l’altro economico. Nell’ordine politico essa tende a modificare le proprie istituzioni in modo da chiamare sempre un numero maggiore di cittadini alla partecipazione del potere politico. Nell’ordine economico essa mira evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ad un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali.
Lascio da parte assolutamente la questione politica per considerare soltanto quella economica.
Io dicevo dunque che l’umanità nell’ordine economico tende al miglioramento delle classi inferiori. Onde arrivare a questo scopo due mezzi si presentano. Tutti i sistemi ideati nei tempi moderni dagli intelletti i più saggi e più audaci possono ridursi a due. Gli uni hanno fede nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale ed intellettuale. Essi credono che colla sempre maggiore attuazione di siffatto principio debba conseguirne un maggiore benessere per tutti, ma in ispecie per le classi meno agiate. Questa è la scuola economica, questi sono i principii professati dagli uomini di Stato che reggono la cosa pubblica in Inghilterra. Un’altra scuola professa principii assolutamente diversi. Essa crede che le miserie dell’umanità non possano venir sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata, se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del corpo morale complessivo, rappresentato da un Governo da crearsi, nella concentrazione generale delle forze individuali.
Questa, o signori, è la scuola socialistica. Non conviene illudersi: quantunque questa scuola sia giunta a deduzioni funeste e talvolta atroci, non si può negare che essa abbia nei suoi principii qualche cosa di seducente pegli animi generosi ed elevati.[6] Ora, il solo mezzo di combattere questa scuola che minaccia d’invadere l’Europa, o signori, è di contrapporre ai suoi principii altri principii. Nell’ordine economico, come nell’ordine politico, come nell’ordine religioso, le idee non si combattono efficacemente se non colle idee, i principii coi principii; poco vale la compressione materiale. Per qualche tempo sicuramente i cannoni, le baionette potranno comprimere le teorie, potranno mantenere l’ordine materiale; ma se queste teorie si spingono nella sfera intellettuale, credete, o signori, che tosto o tardi queste idee, queste teorie si tradurranno in effetto, otterranno la vittoria nell’ordine politico ed economico. (Applausi.)
Ora, o signori, io dico che il più potente alleato della scuola socialistica, ben inteso nell’ordine intellettuale, sono le dottrine protezioniste. Esse partono assolutamente dallo stesso principio: ridotte ai loro minimi termini, esse riduconsi al dire essere diritto, quindi dovere del Governo, l’intervenire nella distribuzione, nell’impiego dei capitali; al dire che il Governo ha missione, ha facoltà per sostituire la sua volontà, che egli crede più illuminata, alla volontà libera degl’individui. Se ciò fosse ammesso come verità inconcussa, io non so che cosa si potrebbe rispondere alle classi operaie, e a chi si costituisse loro avvocato, quando, presentandosi al Governo, gli mettesse innanzi il seguente argomento: voi credete vostro diritto e dovere d’intervenire nella distribuzione del capitale (mi si permetta una parola barbara), nella regolamentazione del capitale; ma perchè non intervenite per regolamentare l’altro elemento della produzione, il salario? Perchè non organizzate il lavoro?
Ed in verità io credo che, ammesso il sistema protezionista, ne addivenga per logica conseguenza la necessità di ammettere se non tutte, almeno molte delle dottrine socialistiche. Io prego gli onorevoli opponenti al trattato che seggono dal lato destro della Camera, e che si onorano (come mi onoro anch’io) del nome di conservatori, a voler ben bene ponderare queste considerazioni, ed ove venissero a convincersi essere il protezionismo la pietra angolare sulla quale il socialismo innalza le batterie colle quali intende di abbattere l’antico edifizio sociale, a non voler dargli col loro voto appoggio ed autorità.
Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se la politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice, non già della parte fracida dell’edifizio sociale, ma bensì dei principii fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano.
Io spero perciò che il trattato riceverà un’ approvazione quasi unanime dalla Camera: e se ciò accade, o signori, io credo che ne risulterà un gran bene pel paese, non solo a motivo dei vantaggi materiali che debbono dalla riforma risultare, ma perchè ciò confermerà un gran fatto che formò la nostra salvezza nei tempi difficili, che costituisce ora la nostra forza, e che ci renderà sempre più onorati in Europa, che cioè, se nel seno della rappresentanza nazionale subalpina vi può essere discrepanza nelle questioni secondarie, vi può essere disparità di opinione sui migliori mezzi di sviluppare il bene e la prosperità della patria, vi ha unanime volere per la conservazione nella via del progresso e della libertà. (Applausi generali e vivissimi.)
7.
(Seduta della Camera, 28 giugno 1851.)
La direzione data a questa discussione rende oltremodo malagevole l’opera che io debbo compiere, imperocchè, essendosi lasciato da parte il trattato stesso, il dibattimento venne aggirandosi prima sopra considerazioni che debbo, mio malgrado, chiamare quasi personali, indi sopra considerazioni politiche.....
Io non terrò dietro all’onorevole deputato Sineo, circa le allusioni al mio passato. Io ho vissuto tutta la mia vita qui in Torino, in mezzo a’miei concittadini; tutti i miei atti sono stati pubblici; prima ancora della Costituzione sono entrato nell’arringo della pubblicità; quindi io lascio il giudizio della mia vita passata ai miei concittadini, senza tema, non che questo giudizio non possa essere più o meno severo in quanto alla mia condotta ed agli errori che possa aver commessi, ma sicuro che (con vivacità) in quanto alle mie intenzioni, a’ miei sentimenti espressi apertamante dall’età di 16 anni, quando vi era qualche pericolo a manifestarli, nessuno certo mai vi sarà che possa dubitarne.... Ciò detto, dirò dei motivi politici che hanno condotto il Ministero a firmare questo trattato che egli vede con sommo suo dolore poco gradito dalla Camera.
Non seguirò sul terreno un po’ sdrucciolo alcuni degli onorevoli preopinanti.[7] Non esaminerò la politica interna della Francia; non me ne farò nè l’apologista nè il critico. Io penso che una grande nazione che si regge a libertà è fino ad un certo punto risponsale degli atti del suo Governo. Stimo quindi essere poco prudente il volere sceverare in modo assoluto il Governo dalla nazione, ed il credere che le critiche che si rivolgono all’uno non ricadano indirettamente sovra l’altra.
Nè a questo argomento si può opporre la polemica interna, imperocchè noi scorgiamo tuttodì che l’uomo della più viva e violenta opposizione, quando vede i suoi opponenti attaccati all’estero, se ne costituisce quasi involontariamente il difensore. E di ciò ne fornì una prova l’onorevole Brofferio, il quale dopo aver non poco inveito contro il Ministero, ci ha detto che quando ha veduto questo Governo attaccato al di fuori, egli fu commosso da un certo sentimento italiano-piemontese che lo portava quasi quasi a farsi l’avvocato di esso Ministero. (Ilarità.)
Io credo che lo stesso si debba dire della nazione francese. Se avessimo ricusato di trattare col suo Governo, io penso che l’irritazione non si sarebbe ristretta a questo, si sarebbe estesa a tutta la nazione, sia a cagione di quella solidarietà che rispetto all’estero esiste tra quasi tutti i partiti politici, sia anche per un altro motivo più grande. Siffatto motivo si è che nelle questioni economiche la nazione francese non è più liberale del suo Governo. A tal uopo io debbo ripetere che ho già assai fiate osservato alla Camera che i giornali i più radicali, i più rivoluzionari sono protezionisti. Il National, che io veggo sovente sui banchi della sinistra, è ultra-protezionista; i socialisti stessi sono protezionisti, ultra-protezionisti. Essi declamano sempre contro la concorrenza interna; notate poi se essi sono amici della concorrenza estera. (Movimento.)
In verità io non conosco in Francia giornali serii, tranne il Journal des Débats e l’Ordre, che siano pel libero scambio; quindi il nostro rifiuto non avrebbe incontrato la simpatia di alcun partito, e non vi era nemmeno la speranza che, succedendo in Francia un cambiamento, si potessero trovare dei governanti sulle questioni economiche più a noi favorevoli. L’ho detto e lo ripeto: il Ministero colà è più liberale dell’Assemblea, e l’Assemblea è più liberale della nazione in fatto di principii economici. Infatti nel Ministero vi sono due economisti i quali per ora fanno tacere i loro principii che hanno lasciati alla porta del Gabinetto, il signor Léon Faucher ed il signor Buffet. Essi non possono spogliarsi della loro opinione sul libero scambio; solo dicono che è impossibile farla accettare dall’Assemblea, che sarebbe loro desiderio che si accettasse, ma che non possono fare che il loro desiderio si effettui, e che siccome in questo momento le questioni politiche sono di gran lunga più importanti delle economiche, sacrificano perciò alle politiche le questioni economiche.
Quindi, ripeto, col non accettare il trattato, noi commettevamo un atto ostile non solo contro il Governo, ma contro la nazione francese. Ora conviene esaminare se era opportuno il fare quest’atto ostile, il porsi in relazione, non voglio già dire d’inimicizia e di ostilità, perchè, ripeto, nelle relazioni che sono passate tra la Francia e noi nulla può indurci a credere che essa ci avrebbe mosso delle ostilità se non avessimo aderito a questo trattato, ma sicuramente trovarci in relazioni con essa poco amichevoli.
Se l’Europa versasse in circostanze ordinarie, se l’orizzonte fosse perfettamente tranquillo, questo non potrebbe per avventura avere gravi inconvenienti; e sarebbe forse stata cosa opportuna il correre incontro a pericoli poco probabili nell’ordine politico per cercare di conseguire un vantaggio economico notevole; ma in verità io credo che nelle circostanze attuali, nelle condizioni speciali in cui noi ci troviamo, non sia prudente, non sia politico il non essere colla Francia in buona relazione.
Si è molto parlato delle varie contingenze che potrebbero accadere. (Udite!)
L’onorevole relatore[8] ha detto che se noi fossimo attaccati, la Francia ci difenderebbe: questo fu contestato da alcuni e da altri consentito. Quanto a me dirò sinceramente, che se fossimo attaccati, io, più che nel soccorso della Francia, avrei fede nei sentimenti unanimi della nazione, nell’entusiasmo che si desterebbe in tutti nel vedere lo stendardo tricolore innalzato da un Re generoso, avvezzo ai giuochi della guerra. (Sensazione.) Qui esprimo schiettamente la mia opinione relativamente al caso in cui fossimo attaccati; ma, o signori, non è questo il solo avvenimento politico che possa accadere in Europa. Non può arrivare una tale complicazione di eventi in cui prendano parte tutti i popoli d’Europa? In cui l’Occidente e l’Oriente si trovino divisi in due campi? E se questo accadesse, sarebbe egli desiderabile che noi fossimo in men che buone relazioni colla Francia? Se quest’avvenimento, che non è probabile, ma che non è impossibile, accadesse, desidererebbero gli oratori che hanno parlato con tanto calore, che noi ci trovassimo in poco benevoli rapporti colla Francia, e che dovessimo fare assegno nelle eventualità di un attacco della Francia, sulle baionette che stanno oltre Ticino? (Mormorio a sinistra.)
Io in verità non lo credo, io lo dichiaro altamente, che in vista degli avvenimenti, ripeto, non probabili, ma possibili che possono compiersi in Europa, credo prudente, opportuno, conforme ai veri interessi del nostro paese di trovarci in buone relazioni colla Francia; ed è perciò che noi abbiamo, non dirò sacrificate, ma lasciate in seconda linea le considerazioni economiche, e ci lasciammo indurre dalle considerazioni politiche ad assentire a questo trattato che assicura il mantenimento delle nostre buone e cordiali relazioni colla Francia, e ci assicura che, ove gravi complicazioni europee sorgessero, non avremmo da stringere un’alleanza con un popolo col quale ci fossero discussioni economiche, che dovessimo fare un trattato d’alleanza politica mentre si combatterebbe una guerra di dogane.
8.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta della Camera, 30 giugno 1851.)
Io credo fermamente che il mezzo di condurre la Francia a fare qualche concessione, ad avviarsi nel sistema di libertà, sia piuttosto quello di predicare il sistema di libertà coll’esempio, che di cercare di spingerla ad esso con mezzi coercitivi: e, a dir vero, io ho tanto maggior convinzione in questa opinione, in quanto che la veggo divisa dagli uomini di Stato i più eminenti d’Europa, dagli uomini di Stato d’Inghilterra che praticano questa opinione tuttodì. La Camera ricorderà che quando il Parlamento inglese riformava il suo famoso Atto di navigazione, quando il Parlamento inglese ammetteva tutti i bastimenti delle estere nazioni nei suoi porti alle medesime condizioni dei bastimenti nazionali, investiva il potere esecutivo della facoltà di ristabilire gli antichi diritti differenziali in odio di quelle nazioni che non avrebbero applicati gli stessi principii ai bastimenti inglesi nei proprii porti. Finora il Governo inglese non ha fatto uso di questo potere; ciò nullameno ha fatte le più vive istanze presso le nazioni protezioniste onde indurle ad adottare un sistema di reciprocità a suo riguardo.
I suoi sforzi sono tornati assolutamente finora inefficaci, massimamente rispetto alla Spagna ed alla Francia. I fautori del partito protezionista presero argomento da questo rifiuto per combattere la politica del Ministero, e per eccitarlo ad adottare, rispetto alla Spagna ed alla Francia, delle misure di rappresaglia, di far uso di quel potere che il Parlamento aveva deposto nelle sue mani. In una tornata, che io credo del mese di marzo, si discusse con molto calore dalla Camera dei comuni la questione dei diritti differenziali mantenuti dalla Spagna, e mi ricordo che tanto lord Palmerston, quanto lord John Russell respinsero i consigli dei membri dell’opposizione, e dichiararono altamente che non era per loro un motivo sufficiente che la Spagna e la Francia non volessero uscire dalle pastoie del protezionismo per ristabilirlo in Inghilterra.
Ma una discussione ebbe luogo ad epoca molto più recente, cioè al 18 giugno, nella Camera dei lords, relativamente ai diritti differenziali mantenuti dalla Francia. Lord Stanley prese argomento dal mantenimento di questi diritti differenziali e dalle lagnanze che contro di essi movevano gli armatori della Gran Bretagna per indurre il Ministero inglese a adottare, rispetto alla Francia, degli atti di rappresaglia, come ne aveva la facoltà, sopra i bastimenti francesi.
A ciò fu risposto con molto calore e con molta assennatezza da un uomo erede d’un nome caro a tutti gli amici della libertà, dal conte Grey, ministro delle colonie, il quale diceva in modo il più chiaro e distinto, che egli considerava con dispiacere la condotta della Francia, ma che nello stesso tempo non credeva che l’ostinazione della Francia a mantenere un sistema che era gravoso per l’Inghilterra fosse motivo sufficiente perchè si avessero ad accrescere i danni che essa soffriva coll’aggiungere incagli al suo commercio. E passando poi ad esaminare gli effetti dei due sistemi, cioè del sistema di rappresaglia e di quello della libertà, egli si pronunciava apertamente ed assolutamente pel secondo, e dichiarava nel modo più esplicito aver fiducia che la causa della libertà avrebbe assai più a guadagnare da un sistema assolutamente liberale, che non da un sistema restrittivo rispetto a quelle nazioni che non volevano seguire l’Inghilterra.
Egli diceva: son convinto che questi fatti (gli effetti del sistema di libertà) tosto o tardi produranno il loro effetto sull’animo della Francia; non essere col copiare il suo poco savio esempio, coll’imporre nuove restrizioni sul proprio commercio (chè ciò farebbe male a noi quanto alla Francia, aggiungeva egli), che noi potremo indurla a rimuovere quelle restrizioni di cui moviamo lamento. Se noi desiderassimo di vederla rimanere indietro nella civilizzazione, se noi desiderassimo che i suoi progressi fossero più lenti, noi dovremmo desiderare ardentemente che essa conservasse quella restrizione così dannosa alla sua industria.
Quindi finisce il suo discorso col dire:
«Certamente la politica la più savia per noi è di aspettare con pazienza che un cambiamento si operi nelle opinioni in Francia ed astenerci da ogni atto di rappresaglia, il quale, mentre non ci risparmierebbe le misure che la Francia usa a nostro riguardo, aggraverebbe le nostre sofferenze.»
Questo esempio, a parer mio, merita di essere seguito. Noi vediamo una grande nazione, la quale ha posto in atto i principii liberali, astenersi dalle misure di rappresaglia, onde indurre gli altri popoli a seguirla, e non possiamo negare che i mezzi di cui essa può disporre sono ben più potenti di quelli che abbiamo nelle nostre mani.
Se l’Inghilterra reputa inefficaci i mezzi di rappresaglia che ha nelle sue mani per costringere la Francia a smentire le sue dottrine, come lo potremo noi?
Io sono dunque d’avviso che nell’interesse stesso del sistema della libertà, onde accrescere la probabilità di vedere la Francia far nuovi passi in questo sistema per ciò che riflette le sue relazioni commerciali con noi, sia opportuno di seguire la via consigliata dal Ministero e di adottare questa proposta. La Francia nell’articolo 3 di questo trattato si è in certo modo impegnata ad estendere, in un’epoca più o meno vicina, le concessioni ai principali articoli d’esportazione del nostro paese, all’olio cioè ed alle fondite, e senza che io voglia far un calcolo esagerato sopra questa promessa, credo tuttavia che ci sia molta speranza di vederla attuata quando si sia approvato il presente trattato.
Del rimanente, qualunque siano state le osservazioni contrarie, io ripeto che nelle questioni estere vi è sempre una solidarietà fra il Governo e la nazione francese, massime nelle questioni economiche, e quindi io reputo che il rifiuto del trattato sarebbe criticato non meno dai giornali amici al Governo francese che da quelli che gli sono avversi.
L’onorevole deputato Valerio mi faceva osservare che il giornale La Presse si fa partigiano delle dottrine del libero scambio; io ho verificato il fatto e ne sono lietissimo. Il signor De Girardin fu per lo passato il più caldo avversario del libero scambio; si sarà forse convertito, ed io gliene fo plauso; è una resipiscenza, ma una resipiscenza nel buon senso, cosicchè io ne sono lietissimo, e ciò ravviso come un sintomo di miglioramento nell’opinione pubblica; ma non mi fa sperare che almeno in epoca non troppo lontana giunga al potere un partito veramente liberale in materia economica. Dico dunque che, onde lasciar aperta la via ad ottenere altre concessioni, è miglior consiglio adottare il trattato.
Signori, la legge che ora si discute è l’ultimo atto economico sul quale voi avete a pronunziare in questa Sessione... Questo è un atto finanziario, e non si può dire economico. Questa legge pone per quest’anno termine a quella serie di misure, mercè le quali voi avete operata una così ampia riforma del nostro sistema economico. Prossimi alla mèta, mi sia lecito di rivolgere lo sguardo indietro, e di misurare il cammino già fatto, ed osservando la strada che si è seguìta, di paragonare i mezzi che si sono adottati con quelli che per avventura si sarebbero potuti scegliere. (Udite.)
Due sistemi si presentavano al Governo onde operare la riforma economica: quello dei trattati, e quello di una riforma generale indipendentemente da qualunque accordo colle estere potenze. Il Ministero credette più conveniente lo scegliere la via dei trattati, via malagevole, difficile, che lo costrinse a scendere più volte nell’arringo, a sostenere ripetute battaglie, ora con questo, ora con quell’altro fautore del sistema protezionista; ma avendo avuto a combatterli alla spicciolata, egli giunse, coll’aiuto efficace del Parlamento, ad ottenere una piena vittoria, e si può dire che al punto in cui sono giunte le cose, le dottrine di libertà commerciale hanno ottenuto pieno successo nella Camera, per modo che quand’anche si rigettasse il trattato, non per ciò la causa della libertà commerciale sarebbe compromessa; la grande idea che il Ministero si proponeva di attuare avrà ottenuto ad ogni modo il suo compimento.
Ora mi sia lecito di domandare agli onorevoli membri che hanno combattuto con tanta vivacità il sistema dei trattati, se essi nutrano intera fiducia che ove si fosse seguito l’altro sistema, ove si fosse presentata alla Camera una legge che avesse abbracciata tutta intiera la riforma commerciale, si sarebbe giunto così presto nel corso di una sola Sessione ad operare questa riforma. Non credono essi che sarebbe stato per avventura possibile che quelli i quali o per una ragione o per un’altra si opponevano a quella riforma daziaria si fossero collegati in una opposizione così potente, se non da far rigettare assolutamente la legge, da costringere almeno il Ministero ed anche la Camera a molte e molte transazioni, le quali avrebbero modificato d’assai, od anche leso il gran principio che si aveva in mente di far trionfare?
Io non voglio qui fare allusioni personali, ma se metto insieme tutti i fautori dell’industria fabbrile, tutti i fautori delle immunità locali, e coloro che portano un così vivo interesse alle località che profittano dei diritti differenziali per le mercanzie che giungono dal Colle di Tenda, e i rappresentanti delle località ove si produce il formaggio, e gli avvocati della zona olearia (ilarità); se io addiziono tutti questi varii rappresentanti di questi diversi interessi, io giungo a comporre una schiera, forse insufficiente per cambiare la maggioranza, ma tale da poter portare gravissimo incaglio alla discussione di una legge così complicata, così difficile, così intralciata come una riforma daziaria.
Parmi perciò di poter asserire che la via dei trattati, se era la più malagevole, era la più sicura. Colla via dei trattati la Camera potè nel corso di una sola Sessione operare una riforma economica che in altri paesi costò molto maggior tempo, molto maggiori fatiche, e che non si potè compire senza vincere ben altre difficoltà, ben altre opposizioni. E se non cado su ciò in gravissimo errore, mi pare che il sistema dei trattati meriterebbe l’indulgenza di tutti coloro che hanno a cuore la causa della libertà commerciale. Mi pare che in virtù dello scopo che si è raggiunto, molti deputati, i quali potrebbero essere disposti a votare contro questo trattato, se fosse considerato come misura assoluta, dovrebbero mostrarsi ad esso favorevoli, considerandolo come parte di un sistema il quale sostanzialmente è conforme all’idea che essi hanno sempre in questa Camera propugnato.
In virtù di queste considerazioni io spero che la maggioranza della Camera vorrà accogliere con voto favorevole la proposta ministeriale. Quando ciò non fosse, io non mi ricrederei, nè lamenterei d’aver consigliato al Ministero di seguire tal via; imperocchè io rimarrei coll’intimo convincimento che in tal guisa noi abbiamo iniziata una delle più larghe e compiute riforme che siansi in Europa operate.
Io non mi lamenterei di tal voto, o signori, nè mi riuscirebbe di veruna amarezza il pensiero che, a cagione di questo voto stesso, a compiere tale riforma fossero chiamati uomini di me più avveduti ed esperti.
9.
IN OCCASIONE DEL PROGETTO DI LEGGE PER MODIFICAZIONI
ALLO STATUTO DELLA BANCA NAZIONALE.
(Seduta della Camera, 1 luglio 1851.)
Credo mio debito, aprendosi la discussione generale, di far conoscere quali siano stati i motivi che indussero il Ministero a proporre questo progetto di legge, e quali siano quelli che lo muovono a mantenere la sua proposta e ad invitare la Camera a volerla favorevolmente accogliere.
Forse taluno si sarà maravigliato che essa venisse presentata sul finire della Sessione; e veramente io non esito a dire che sarebbe stato desiderabile che fosse stata fatta in epoca meno inoltrata, onde avesse potuto subire forse un più lungo e più maturo esame. Ma un motivo gravissimo indusse l’attuale ministro delle finanze, tostochè assunse siffatto portafoglio, ad occuparsi delle modificazioni da introdursi negli statuti della Banca nazionale, ed a presentarle immediatamente all’approvazione del Parlamento. E il motivo è questo: era indispensabile pel ministro di provvedere senza indugio a ciò che la Banca riassumesse il pagamento in numerario, acciocchè cessasse il corso forzato dei biglietti. Ciò era stabilito in forza della legge sancita dal Parlamento nella scorsa sessione; ciò era conforme ai desiderii unanimi del paese, ed ai veri interessi economici dello Stato. Conveniva quindi provvedere al ritorno dello stato normale della Banca. Per questo il Ministero propose al Parlamento di permettergli l’alienazione di obbligazioni per mezzo di sottoscrizioni, e di pagare in un periodo di tre mesi il residuo debito alla Banca. Ma mentre con questo pagamento si soddisfaceva all’obbligo legale contratto dal Governo verso la Banca, e si poteva con ragione costringere quest’ultima a riassumere il pagamento in numerario, non si poteva nascondere che il ritorno del pagamento in numerario avrebbe portata una certa perturbazione nelle operazioni commerciali del paese, avrebbe, se non fosse stato accompagnato da alcun’altra disposizione, posta la Banca nella necessità di restringere di molto la cerchia delle sue operazioni. E per vero, egli è evidente che, se non si adotta questo progetto di legge o qualunque altra disposizione o definitiva o transitoria; se la Banca deve al 15 ottobre riassumere il pagamento in ispecie, senza che il suo capitale sia aumentato, senza che i suoi biglietti abbiano corso legale, è evidente, dico, che la Banca dovrà restringere eccessivamente la sua. circolazione, dovrà sin dal mese di settembre provvedere acciocchè all’epoca in cui dovrà riassumere il pagamento in ispecie, possa ridurre, per quanto è possibile, il suo passivo, cioè la sua circolazione. Questa è una verità incontrastabile. Il Ministero, onde questa crisi fosse il meno possibile funesta, determinò dapprima che il passaggio dallo stato anormale allo stato normale avesse luogo nel mese di ottobre, epoca dell’anno in cui credo che i bisogni del commercio siano meno forti. Di fatti i bisogni per le filande hanno assolutamente cessato, una gran parte del danaro anticipato ai filandieri è rientrato nelle casse dei banchieri, i bisogni si fanno meno sentire che alla fine dell’anno; quindi io credo che l’epoca stata scelta sia la più favorevole dell’anno.
Nulladimeno sarebbe impossibile che la Banca restringesse le sue operazioni di molti milioni, come sarebbe costretta a farlo, se non si adottasse qualche disposizione o transitoria o permanente, senza che questo portasse una grave perturbazione. Il paese si è avvezzato a far assegno sull’aiuto della Banca, sul concorso delle sue operazioni abituali; la cassa della Banca è per molti una succursale della cassa propria, e quindi è evidente che quando essa non si trovi più in grado di procurare quei sussidi al commercio, questo ne dovrà di molto soffrire. Egli è quindi in vista di quel passaggio dal corso forzato al corso volontario, in vista di quel termine che non si poteva nè si doveva protrarre, che il Ministero ha stimato di dovere senza indugio sottoporre alla Camera quelle misure, rispetto alla Banca, che a suo credere dovevano avere per effetto di rendere meno sensibile, ed anzi di far sparire, gli effetti di quel passaggio.
Dopo avere spiegato i motivi che hanno indotto il Ministero a proporre questa legge alla fine della sessione, esaminerò la questione nel suo complesso.
Io credo fermamente che uno Stato il quale voglia raggiungere un alto grado di prosperità materiale, e vedere svolti con tutta la maggior attività i suoi mezzi di produzione, deve avere un grande stabilimento di credito, e l’esempio di tutte le nazioni più grandi ce lo prova. Io penso che se l’Inghilterra non avesse avuto l’aiuto della sua Banca nazionale, i suoi progressi sarebbero stati molto più lenti di quello che furono, epperciò vi è un motivo speciale, un motivo che io prego la Camera di voler prendere in seria considerazione. Una Banca deve regolare le sue operazioni in modo da potere in tutte le circostanze sempre soddisfare i propri impegni. Una Banca in istato normale, cioè quando ha l’obbligo e l’obbligo stretto di cambiare i biglietti col numerario, deve regolare le sue operazioni in modo che essa possa sempre operare questo cambio con facilità. Nei tempi normali questa obbligazione non è grave per la Banca. Una Banca che è stabilita sopra salde basi, che è costretta a mantenere una certa regola nelle sue operazioni, a seguire dei principii di prudenza, questa Banca vede la sua circolazione estendersi naturalmente a seconda dei bisogni del paese, e non deve darsi gran fastidio di quella necessità che le è dalla legge imposta.
Ma accadono nella vita dei popoli delle circostanze che portano la perturbazione nel sistema economico, e specialmente nella circolazione monetaria. Queste circostanze possono essere di diversa natura: o sono gli effetti di grandi sconvolgimenti politici, oppure sono puramente economiche o commerciali. Rispetto alla prima, io credo che non vi è norma di prudenza che vi possa provvedere. Quando un paese sarà travagliato da una gran crisi politica, allora la Banca sarà sempre costretta ad avere ricorso a mezzi straordinari. Non vi è stabilimento al mondo fondato sopra basi più solide di quelle su cui è fondata la Banca di Francia; non vi è stabilimento più prudente, dirò anzi più peritoso di questo; eppure a fronte della gran crisi del 1848 la Banca di Francia ha dovuto ricorrere anch’essa al Governo onde essere dispensata dal rimborsare i biglietti di Banca; fu quindi questa dispensa che salvò in certo qual modo l’economia interna del paese. Ma queste crisi sono però rare, sono avvenimenti che non si riproducono e non dovrebbero riprodursi che dopo lunghi intervalli, mentre sono pure avvenimenti cui la prudenza umana non può prevedere.
Non occorre quindi occuparci di ciò, perchè, ripeto, qualunque misura di prudenza che si volesse adottare, sarebbe perfettamente inutile ed inefficace in quelle straordinarie contingenze.
Vi sono però delle perturbazioni economiche che si riproducono, direi, quasi regolarmente, perchè sono la conseguenza di casi naturali. Queste perturbazioni nella circolazione sono quelle che nascono per quegli avvenimenti che influiscono temporariamente su quello che io chiamerò bilancio del commercio, quando per una circostanza o per un gran fatto economico uno Stato si trova nella necessità di contrarre dei debiti o di acquistare all’estero una quantità di derrate maggiore di quella che acquista ordinariamente, oppure quando acquistando la stessa quantità di derrate all’estero si trova privo di una parte dei mezzi coi quali abitualmente paga queste derrate che trae dall’estero, dal che risultando uno squilibrio nella circolazione, allora lo Stato è obbligato di saldare i suoi debiti in parte con numerario. Quando ciò avviene in un paese il quale abbia una circolazione di carta, ne nasce una certa perturbazione, per cui il commercio avendo bisogno di numerario per saldare i suoi debiti, si rivolge necessariamente a coloro che sono i gran ritentori del numerario, cioè alle Banche. Questa domanda di numerario fatta alle Banche le costringe a restringere soverchiamente la loro circolazione, e ne nasce una crisi che porta seco gravi inconvenienti. Se in quel paese vi è uno stabilimento sopra larghissime basi, questa perturbazione è meno grave, e ciò per due motivi: primieramente, perchè esso può sopperire ai bisogni di numerario senza che per ciò la sua posizione venga ad essere alterata, e senza che i portatori dei biglietti concepiscano un timore sulla solvibilità della Banca; in secondo luogo, perchè una Banca potente ha delle relazioni all’estero, il suo credito è conosciuto oltre il paese, e le è facile di procurarsi quel numerario di che ha bisogno per a tempo, ciò che non potrebbe fare una Banca di minor conto. Io dico dunque essere sommamente a desiderarsi che vi sia nel paese una forte istituzione di credito, e l’esempio, lo ripeto, delle nazioni le più innanzi nel progresso lo dimostra incontrastabilmente.
A ciò mi si opporrà forse l’esempio dell’America, in cui la Banca di Filadelfia fece mala prova; ma io osserverò anzitutto che questa Banca, che prima si chiamava, credo, Banca Nazionale e poi fu detta Banca di Filadelfia, mentre era stabilita sopra larghissime basi, mentre aveva ottenuto sommi favori dal Governo, non avea contratto nessuna obbligazione col medesimo, questo non avea veruna azione sulla sua amministrazione. Farò inoltre osservare che gli statuti di quella Banca erano così larghi che era in sua facoltà di fare qualunque operazione commerciale, e non era ristretta, come debbono essere le Banche bene ordinate, alle semplici operazioni di anticipazioni e di sconto. Finchè la Banca di Filadelfia si mantenne nelle attribuzioni proprie delle Banche, rese molti servizi; e credo che tutti gli storici americani riconoscono che il ritorno del credito dopo le guerre che avevano scosso quasi tutte le istituzioni di credito americane, siasi dovuto all’azione benefica della Banca di Filadelfia, che per alcuni anni fu ottimamente amministrata. Ma questa Banca, fatta assolutamente indipendente dal Governo, divenne stromento alle brame di capitalisti ambiziosi che ne assunsero la direzione, ed invece di restringersi alle operazioni bancarie, tentò perfino il monopolio sovra tutti i cotoni dell’America, e finì miseramente con uno dei più grandi fallimenti che abbiano afflitto il mondo economico.
Ma lasciando in disparte quest’esempio, noi vediamo come le grandi istituzioni di credito sieno tornate utili; e se tornano utili nei tempi ordinari, credo che nei tempi straordinari tornino utilissime. Ce lo ha dimostrato l’esempio di questi ultimi anni. Tutti sanno di quale efficace aiuto sia stata la Banca d’Inghilterra al Governo inglese; io non so se Pitt, con tutto il suo genio, avrebbe potuto mantenere la lotta contro Napoleone se non avesse avuto il sussidio della Banca. La Banca di Francia ha pur reso grandissimi servigi al suo Governo; e pur troppo, a nostre spese, abbiamo imparato di quanto aiuto la Banca di Vienna sia stata al Governo austriaco. Non si potrebbe ottenere lo stesso sussidio dall’istituzione del credito, se invece di uno stabilimento alquanto potente ve ne fosse una gran quantità di deboli; questo è evidente. Io credo che se da noi nell’anno 1848 invece di una sola Banca ve ne fossero state tre o quattro, con un capitale del terzo o del quarto di quello della Banca di Genova, il Governo non avrebbe potuto valersene come se ne valse con grandissimo suo vantaggio. Io so che contro le grandi istituzioni di credito esistono molte prevenzioni (non voglio dire pregiudizi): si teme con queste di elevare, dirò così, una potenza rivale del Governo nello Stato; ma io ritengo che quando gli statuti della Banca sono chiaramente definiti, quando la legge dà al Governo la facoltà d’intervenire in tutte le operazioni, e gli dà un’azione di sindacato e di sorveglianza, questo non sia da temersi. E in verità io non vedo che gli esempi storici ci dimostrino che vi sia stata sovente questa lotta tra le istituzioni di credito e i Governi. Il solo esempio è quello della Banca americana; ma, lo ripeto, la Banca americana era assolutamente indipendente; il Governo aveva preso l’impegno di consegnare a lei i fondi che aveva disponibili, ma non aveva nessuna azione diretta sulla sua amministrazione; non nominava nè il direttore nè i commissari, e non poteva restringere in alcun modo le operazioni di questa Banca. Noi scorgiamo invece che la Banca d’Inghilterra, la quale sino ad un certo punto è sicuramente indipendente dal Governo, nulladimeno è sempre stata in ottima relazione con questo, e gli prestò sempre il suo sussidio, sia che il Ministero appartenesse al partito tory, che al partito wigh. Lo stesso si può dire della Banca di Francia, la quale si mostrò pronta a sussidiare il Governo di Luigi Filippo, come quello della Repubblica, e si mantenne del pari in buone relazioni coi finanzieri di questa, come Garnier-Pagès, che con Humman e con Lacave-Laplagne. Nè mi è avviso che l’Austria possa lamentarsi della Banca. Con uno statuto ristrettivo è evidente che la Banca non può in verun modo emanciparsi, nè esercitare alcun’altra azione, tranne quella che è dalla legge statuita, e conseguentemente non v’è alcun motivo per cui possa stabilirsi un antagonismo col Governo.
Da ultimo, taluni stimano che stabilendo una Banca sopra basi un po’ larghe, si renda impossibile la creazione di Banche minori, e massimamente di Banche locali. Questo, a parer mio, è un gravissimo errore. Io credo anzi che non si possa fondare una Banca locale o d’ordine minore, se non v’è nel paese stesso uno stabilimento di credito di qualche considerazione. In un paese dove esiste un grande stabilimento di credito riesce molto meno difficile il creare stabilimenti di un ordine secondario, con che la legge si mostri men severa verso detti stabilimenti. Egli è evidente che se, per esempio, il Parlamento fosse disposto a permettere ad uno stabilimento in una data località, oppure che ha una missione speciale di crediti, di stabilirsi con condizioni meno sfavorevoli, meno ristrette di quelle della Banca centrale; se, per esempio, si permette a questi stabilimenti di scontare della carta a sole due firme; se loro si concede di emettere carta di minor valore di quella della Banca centrale, questi si fonderanno con molto maggiore facilità, e mercè lo stabilimento centrale potranno estender di molto le loro operazioni. Questo si verifica in Inghilterra, ed io sono di avviso che senza il sussidio che la Banca d’Inghilterra ha sempre accordato alle Banche locali, la massima parte di esse non potrebbe sussistere. Di fatti, la più gran parte delle operazioni delle Banche locali consiste nello scontare carta a due firme, e di mandare poi questa carta a due firme, alle quali si aggiunge la firma della Banca locale, alla Banca di Londra, che la sconta e loro somministra i mezzi di condurre innanzi le operazioni; poichè se queste Banche non avessero nessun centro a cui rivolgersi, le loro operazioni sarebbero talmente ristrette, che non si potrebbero riconoscere veramente giovevoli. Io sono talmente convinto di questa verità, che certamente non avrei giammai prestato il mio assenso alle persone che si diressero a me onde ottenere la concessione di stabilire una Banca a Annecy, se non avessi avuto la certezza che questa Banca, stante la vicinanza di Ginevra, avrebbe sempre potuto ad ogni occorrenza far scontare la sua carta presso le Banche e i capitalisti di Ginevra. Io credo fermamente che se la Banca di Savoia fosse lasciata alle proprie sue risorse, se non avesse il sussidio delle Banche ginevrine o quello della Banca Nazionale subalpina, quello stabilimento, il quale deve, a mio credere, rendere larghissimi servizi alla Savoia, riescirebbe invece di poca o nessuna utilità. Dico adunque che una Banca stabilita sopra larghe basi, lungi dall’essere nociva alle Banche minori, è loro molto favorevole.
Alcuni, senza negare questa verità, pensano che questa Banca centrale, direttrice in parte delle operazioni di credito, abbia da essere fondata dal Governo stesso, e che non abbia soltanto da avere il nome di nazionale, ma debba esserlo realmente, cioè fatta con capitali, con fondi al Governo appartenenti. Io credo essere questo un gravissimo errore, e che il Governo non debba, non possa dirigere nè avere un’ingerenza troppo grande in una Banca di circolazione e di sconto. Le operazioni di una Banca di circolazione e di sconto sono delicatissime; conviene in certo modo regolare la misura del credito dalle circostanze economiche, le quali sono variabili da un giorno all’altro; bisogna misurare la larghezza del credito e dalle condizioni presenti e dalle future. Si richiede per ciò una grande pratica degli affari, grande abilità, ed in certo modo un allontanamento completo dalle preoccupazioni politiche. Io penso quindi che una Banca governativa sarebbe sempre poco ben diretta, poichè nel regolare queste operazioni si richiede assolutamente che chi è preposto a ciò non abbia nessuna prevenzione nè per quello nè per questo. Bisogna che le operazioni siano combinate nell’interesse della Banca e del commercio in generale, e non per favorire ora questo, ora quel partito politico. Ora, vi sarebbe molto a temere, quando fosse una Banca puramente governativa, quando i suoi direttori fossero agenti diretti del Governo, che le operazioni non fossero dirette unicamente da considerazioni economiche. I ministri sono uomini, ed è impossibile lo spogliarsi assolutamente di ogni simpatia, di ogni predisposizione in favore di coloro che professano le medesime opinioni, di coloro coi quali si hanno comuni i sentimenti e che combattono nelle medesime file. Quindi io sono d’opinione che quando una Banca fosse diretta da un ministro o dagli agenti del ministro, sarebbe una Banca che darebbe poca soddisfazione al pubblico, che inspirerebbe pochissima fiducia al commercio ed al paese. Ed in fatti noi non vediamo, almeno non credo esservi esempio di una Banca di circolazione e di sconto puramente nazionale nel modo ora detto. I Governi hanno in certi casi favorito lo stabilimento di alcune Banche con somministrare dei fondi; in altri casi hanno preso una parte più diretta nello stabilimento di grandi istituzioni di credito; ma queste istituzioni, quantunque abbiano pur esse il nome di Banca, sono fondate su principii assolutamente diversi. Per ciò che riflette questi stabilimenti, sia che si chiamino Banche territoriali od agrarie, ovvero fondiarie, o con qualsiasi altro nome, io sono lontano dal professare la medesima opinione. Io penso che il Governo possa, e in certe circostanze debba prendere una parte attivissima nella fondazione, ed anche, se si vuole, nella direzione delle Banche territoriali.
L’inconveniente che io indicava per ciò che riflette le Banche di circolazione e di sconto, non regge per quanto riflette le Banche territoriali. In queste le operazioni sono più semplici, richiedono bensì una grande regolarità, ma non hanno bisogno di quel criterio, di quell’acume commerciale, di cui v’ha tanto bisogno per le operazioni di circolazione e di sconto. Una Banca territoriale non è che un modo di rendere il credito individuale dei proprietari collettivo, di far sì che una carta la quale, essendo appoggiata sopra un’ipoteca speciale, sopra un dato fondo, si collocherebbe difficilmente, avendo per ipoteca il complesso della Banca o degli affigliati della Banca, abbia lo stesso prezzo delle cartelle del debito pubblico, e talvolta un prezzo maggiore. Queste operazioni sono semplicissime; possono essere, e qualche volta lo sono, con molto vantaggio della società, dal Governo dirette. Dico dunque che se per ciò che riflette le Banche territoriali si può con fondamento sostenere opportuno l’intervento del Governo, non si ha a dir lo stesso per ciò che riflette le Banche di circolazione.
Ciò essendo, se era necessario il promuovere nel paese una grande istituzione di credito, se questa istituzione non si doveva creare per mezzo del Governo, come mai si poteva raggiungere lo scopo? Non vi erano che due mezzi: o fondare una nuova Banca, o cercare di ampliare quella esistente.
Per fondare una nuova Banca s’incontravano molti ostacoli; non tanto però quello di radunare dei capitali. Io sono d’avviso che se non esistesse ancora una Banca e la cosa fosse tuttavia vergine, non sarebbe poi molto difficile il radunare 16 ed anche 20 milioni per costituire una gran Banca nazionale; ma io credo che sarebbe molto difficile di ciò fare in concorrenza di quella esistente. La Banca esistente ha per sè il benefizio della priorità, ha per sè il vantaggio di avere per amministratori e per interessati quasi tutti coloro che nel nostro paese si occupano del commercio bancario. Non basta per una Banca di avere dei danari per aver credito ed influenza, ma bisogna altresì che sia diretta da coloro che hanno nel commercio bancario una maggior influenza. Ora, o signori, in tutti i paesi il numero delle persone che si dedicano a quello che costituisce veramente il commercio bancario è ristrettissimo. Per commercio bancario io ho indicato quello che si restringe al movimento dei fondi da un paese ad un altro, sia direttamente, sia col mezzo delle cambiali. Ebbene, signori, questo numero è ristrettissimo. Io non credo che a Torino vi possano essere più di quattro o cinque case che facciano veramente il commercio bancario; ve ne sarà un maggior numero a Genova, ma nemmeno colà questo numero è eccessivo, poichè non credo che ve ne siano più di quattordici o quindici che si possano dire vere case bancarie. A Londra il numero ne è ristrettissimo relativamente a quello dei negozianti, in generale non potendo eccedere il numero di cento. Ora, quasi tutti coloro che fanno il commercio delle cambiali sono interessati in questa Banca, e sarebbe difficile che intervenissero altri capitalisti a fare concorrenza a questi, che hanno nelle mani gran parte del movimento dei fondi.
Allontanata quindi la possibilità di stabilire una Banca più larga di quella che esiste, bisognava vedere che cosa fosse necessario per ottenere che la Banca attuale aumentasse il suo capitale in modo da porlo in armonia coi bisogni attuali del paese. Io credo che una Banca con 16 milioni possa corrispondere ai bisogni presenti. Sono però d’avviso che, se le forze produttrici del paese vanno oltre sviluppandosi, come è da sperare, anche questo capitale sarà presto riconosciuto insufficiente; ma, per ora, io lo credo assolutamente bastevole. Dunque era necessario offrire qualche vantaggio a questa Banca, onde indurla ad aumentare il suo capitale.
Qui mi si dirà: che difficoltà incontravate per aumentare il capitale della Banca? La ragione è semplicissima. Di tutte le operazioni possibili, quella da cui rifuggono maggiormente gli azionisti di una Banca si è l’aumento del capitale; perchè è evidente che il profitto non cresce in ragione dell’aumento del capitale. Egli è evidente che se la Banca rimanesse solo con un capitale di 8 milioni, essa potrebbe impiegare tutti i suoi fondi disponibili, mantenendo lo sconto più elevato. Si supponga che con 8 milioni possa mantenere in circolazione 16 o 20 milioni: essa manterrà il suo sconto più elevato, perchè è sicura dell’impiego di questi 20 milioni. Dunque io suppongo che per poter impiegare questi 20 milioni sia necessario che essa fissi il suo sconto al 4 per cento. Se questa Banca invece di 8 milioni porta il suo capitale a 16, e quindi invece di mantenere in circolazione 20 milioni possa mantenerne 36 a 40, egli è evidente che, per impiegarli, la Banca sarà costretta a diminuire il suo sconto; quindi, non potendo fare operazioni commerciali e non potendo acquistare fondi pubblici se non nel limite ristretto de’ suoi fondi di riserva, si troverà necessariamente nella condizione di non aver altro impiego pe’ suoi fondi fuorchè nello sconto stesso. Dunque la Banca deve proporzionare lo sconto alle domande ed ai bisogni del paese, e quando essa ha una quantità di fondi maggiori delle domande, abbassa lo sconto; quando invece le domande superano i fondi disponibili, allora lo rialza. Quindi è evidente che il benefizio della Banca non cresce in proporzione del suo capitale, ed una Banca con 16 milioni non otterrà probabilmente un profitto doppio di una Banca che ne abbia soltanto 8.
Però vi sono, anche sotto il punto di vista delle Banche stesse, dei motivi onde consigliarle ad aumentare il loro capitale, e sono motivi di prudenza non che di previdenza quanto all’avvenire. Quindi io penso che gli azionisti della Banca Nazionale dovevano già essere predisposti ad aumentare questo loro capitale. Tuttavia, se non vi fosse stato verun corrispettivo, io dubito assai se avrebbero acconsentito a quest’aumento; e ciò posso argomentarlo da che ho incontrata non poca difficoltà nel far accettare il presente progetto da molti membri del Consiglio d’amministrazione; anzi, posso dire che se il Consiglio di amministrazione di Torino vi aderì quasi senza difficoltà, il Consiglio di Genova non vi prestò il suo assenso se non quando ebbi a dichiarargli che, se rifiutava questo progetto, il Governo sarebbe stato costretto a cercare e a promuovere lo stabilimento di un’altra istituzione di credito. Fu pertanto solo allora che il Consiglio di Genova accettò le basi di questa transazione.
Il favore che il Governo sarebbe disposto ad accordare alla Banca è quello di dare a’ suoi biglietti corso legale. Qui sta il punto più delicato e importante della questione. Prego pertanto la Camera a volermi accordare qualche attenzione.
Non è mestieri che io faccia avvertire l’immensa differenza che passa tra il corso legale e il corso forzato. Ognun sa che in questo ciascuno è obbligato a prendere in pagamento i biglietti senza aver mezzi sicuri di cambiare questi biglietti contro del numerario; col corso legale invece i particolari individui sono bensì obbligati a ricevere in carta il prezzo del loro avere, ma hanno il mezzo di ottenerne il cambio immediato in numerario, cosicchè si può dire che il corso legale non fa che ritardare il cambio dei biglietti in numerario. Quindi non si saprebbe vedere quali gravi inconvenienti possa avere questo valor legale dato ai biglietti per coloro che abitano nelle città dove la Banca ha le sue sedi, oppure dove ha stabilito succursali. Egli è evidente che, in tempi ordinari, il valor legale non ha, si può dire, inconvenienti, perchè non può dirsi inconveniente l’obbligo di andare dalle loro case alla Banca per procurarsi il valore metallico. Vi potrebbe essere inconveniente per coloro che non abitano in quelle città dove la Banca ha la sua sede od una succursale, e che quindi non hanno un mezzo sicuro di procurarsi immediatamente il cambio dei biglietti contro il numerario. Farò tuttavia avvertire alla Camera che questo inconveniente è più apparente che reale. Il Governo, l’erario, essendo obbligato di ricevere in pagamento i biglietti della Banca, e quest’obbligo non avendo alcun inconveniente per lui perchè il Governo può sempre far venire i biglietti senza costo alla capitale ed a Genova e nelle altre città ove la Banca ha sede e quindi procurarsi del numerario, ne viene che in tutte le provincie vi hanno domande continue, perenni di biglietti, perchè pur troppo il Governo è sempre, perennemente nella condizione di chiedere dei denari, e queste domande fanno sì che i biglietti non iscapiteranno in provincia. Il Governo avrà interesse che i suoi averi gli siano pagati piuttosto in biglietti che in numerario, poichè, essendo noto che da quasi tutte le provincie una parte dei tributi si versa od alla capitale od alla città di Genova dove maggiori sono le spese dello Stato, egli è evidente che il Governo avrà interesse che nelle casse dello Stato delle provincie vi entrino biglietti anzichè numerario, perchè potrà con minor spesa, anzi senza spesa alcuna, far viaggiare questi biglietti dalle provincie alla capitale o a Genova, che non far viaggiare del numerario. Io dico quindi che questa richiesta continua per parte del Governo dei biglietti, farà sì che nelle provincie le più lontane questo non possa avere alcun inconveniente; e quando poi si manifestassero inconvenienti, io credo che sarebbero facilmente rimediabili, riordinando il servizio delle tesorerie.
Ma, signori, ci sarebbe grave inconveniente se tutta la circolazione attuale fosse una circolazione metallica, 1cioè se fosse una circolazione uniforme in tutte le provincie dello Stato; ma voi sapete meglio di me (e i deputati che abitano le provincie le più lontane dalla capitale non mi disdiranno certamente) che la nostra circolazione si fa molto irregolarmente, cioè per mezzo di monete le quali non hanno un valor legale, oppure si smerciano abitualmente a un corso abusivo. Parmi di non andare errato col dire che i due terzi, i tre quarti della circolazione delle provincie si fa, per le somme di qualche considerazione, in oro. Io ho qualche conoscenza, per esempio, del mercato di Vercelli, e so che, su dieci contratti, nove si fanno pagabili in oro, e non è se non nelle circostanze in cui è d’uopo procacciarsi del danaro per andare a pagare l’esattore che si fanno contratti in iscudi; ed io ritengo che quello che dico per la provincia di Vercelli sussista ancora di più e per le provincie d’oltre Sesia, e per quelle della destra del Po da Alessandria alla frontiera. Io dico quindi che la circolazione che noi vogliamo introdurre e che si è già introdotta, della carta, non si sostituisce ad una moneta regolare, ma bensì ad una moneta abusiva. Io stimo quindi che anche nei siti più lontani dal centro, dove il cambio è obbligatorio, non si avrà mai lo scapito che si soffre al presente per le monete abusive. Non v’è certamente un negoziante a Torino che faccia affari in provincia, il quale ogni anno non porti una somma notevole sopra i suoi libri sotto la categoria Perdita sulle monete. Similmente tutti gli agricoltori che tengono con cura i loro registri debbono pure al finire dell’anno porre nella categoria Avarie ed avanzi il Disagio valute. Se noi invece a quest’oro abusivo sostituiamo della carta, non vi sarà più veruno scapito, oppure quella perdita che occorrerà per il trasporto del numerario dalla capitale alle provincie, sarà minima. Non v’ha dubbio dunque che, col sostituire all’oro abusivo la carta, la circolazione si renderà molto più solida e regolare.
Si potrebbe aggiungere la considerazione che si può muovere contro la circolazione dell’oro per effetto del possibile accrescimento di quel metallo.
Sebbene io porti ferma convinzione che sia probabilissimo uno svilimento del medesimo, tuttavia, siccome sarei tratto fuori dall’argomento che mi son proposto di trattare se io prendessi ad esporre ora le ragioni che mi muovono ad emettere quest’opinione, io lascio in disparte l’anzidetta considerazione. Farò solo osservare che da due anni l’oro presso di noi è diminuito dell’uno o dell’uno e mezzo per cento, che quindi lo scapito dell’oro è stato maggiore di quello che non sia stato in media lo scapito dei biglietti, e che perciò la circolazione in oro ha prodotto maggiori inconvenienti che non la circolazione in biglietti, e questo è tanto vero, che nel nostro paese comincia a manifestarsi in generale una preferenza per la circolazione dei biglietti. Gran parte delle compre di bozzoli in quest’anno, se mal non mi appongo, sono state effettuate con biglietti; ed io so che molte case di Torino che negli altri anni mandavano sempre del numerario ai loro corrispondenti, in quest’anno ricevettero numerose richieste di biglietti. Egli è quindi evidente che questa circolazione può sostituirsi senza inconveniente alla circolazione attuale, e che anzi deve produrre un effetto benefico alla classe più numerosa, giacchè mi conviene ancora avvertire che questo corso abusivo delle monete torna di vantaggio agli speculatori delle piccole città e di danno ai produttori, massime agli agricoltori. L’agricoltore è quasi sempre vittima di questo commercio, poichè egli è obbligato di negoziare prima la derrata, quindi la moneta; è costretto a ricevere una moneta abusiva, e non può, o non ha mezzi, e sovente neanco i lumi necessari per fare pesare queste monete; quindi accade ogni giorno che soffra scapiti notevolissimi a cagione di monete che non hanno il peso legale, e che qualche volta si dovrebbero porre fuori corso.
Quanto ai biglietti, ciò non può accadere; la circolazione si fa in modo regolare e non vi può essere discussione: il biglietto ha un valore fisso, il suo peso è sempre lo stesso, quindi da questo lato la circolazione è molto più sicura, e la sicurezza della circolazione torna massimamente a vantaggio dei meno illuminati, quindi torna a vantaggio delle classi più numerose.
Si oppongono al sistema del corso legale i pericoli a cui può condurre; si teme che questo corso legale dia troppo impulso alla circolazione, e faccia sì che la Banca possa estendere, oltre i limiti dalla prudenza richiesti, la sua circolazione. Io ritengo questi timori per affatto infondati. La circolazione si regola non dai desiderii della Banca, ma dai veri bisogni. Un paese, per esempio, ha bisogno di una certa somma per effettuare i suoi cambi abitualmente; più di questa somma una Banca non può tenere in circolazione. Egli è un errore grandissimo il credere che sia in facoltà d’una Banca lo stabilire i limiti della sua circolazione. Vediamo ogni giorno che le Banche sono impotenti a superare i limiti fissati dai bisogni del paese. Vediamo, per esempio, che la Banca d’Inghilterra, la quale è quella che è forse regolata con maggiore abilità, non ha potuto da due anni, abbenchè abbia ridotto successivamente il suo sconto, non ha mai potuto avere in circolazione la somma che i suoi statuti le permettevano, poichè, se non erro, in questo momento quella Banca potrebbe avere in circolazione, in virtù del suo statuto, dai sette agli otto milioni sterlini di più di quello che ha effettivamente; eppure essa avrebbe interesse a che questi biglietti fossero in circolazione, perchè così accrescerebbe i suoi guadagni; ma le è impossibile il farlo, perchè sarebbe in certo modo costretta a ritirare alla sera quello che metterebbe in circolazione la mattina. Non parlo della Banca di Francia, la quale in questo momento ci dà il singolare spettacolo di una Banca che ha un fondo in numerario di gran lunga superiore all’ammontare della sua circolazione. Io sono persuaso che la Banca di Francia potrebbe senza dubbio aumentarlo se fosse meno timida, se fosse, come penso, più illuminata; ma la Banca di Francia non vuole uscire dalle tradizioni del passato e segue sempre la via che ha battuta. Essa crede che il principale suo dovere sia di mantenersi provveduta contro ogni evento, e quindi non fa nulla per aumentare la sua circolazione. Ma quand’anche adottasse un altro sistema, per esempio, il sistema inglese, e diminuisse lo sconto dal 4 al 3 e dal 3 al 2, io non credo per ciò che giungerebbe mai ad avere in circolazione tanti biglietti quanto i suoi statuti le consentono, poichè adesso potrebbe avere in circolazione, se non erro, un miliardo ed ottocento milioni. Questa somma sicuramente non la potrebbe avere in circolazione, ma assai agevolmente settecento od ottocento milioni, invece di non averne che cinquecento venti. Dico adunque che il corso legale non influisce essenzialmente nei tempi normali sull’ammontare della circolazione. Di fatti, in tempi normali il corso legale esiste di fatto; nei tempi ordinari, quando una istituzione di credito ha esistito qualche anno, nessuno rifiuta la sua carta, anzi la carta ha la preferenza sul metallo, giacchè la carta è più facile a trasportare, più comoda e dà minor disturbo. Io credo che l’esempio dell’Inghilterra, dove esiste il corso legale, lo provi ad evidenza. Quando vi si è adottato il corso legale, non è di molto aumentata la circolazione, ed io invoco l’opinione di quelli che abitavano l’Inghilterra prima che nel 1833 si stabilisse il corso legale, e loro dimando se il biglietto non aveva lo stesso valore delle ghinee, sia a Londra, sia nelle provincie: nessuno faceva difficoltà a ricevere della carta invece delle ghinee. Il corso legale non ha influenza che nei momenti di crisi economica; non ha poi nessuna influenza nei momenti di crisi politica, perchè, lo ripeto, nelle crisi politiche non vi è nessuna precauzione, nessuna misura che valga a mantenere la circolazione della carta. Quando il pubblico teme per la stabilità dello Stato, della società, non vi è nè corso legale nè prudenza dello stabilimento che valga a far mantenere i biglietti in circolazione; se il cambio è obbligatorio, tutti vanno a cercare delle monete per sotterrarle o per andarsene; quindi io escludo, ripeto, questa circostanza, perchè è inutile il prevederla, non potendosi ad essa provvedere. Ma nei momenti di crisi economica, nei momenti in cui si manifesta un bisogno di numerario per fare delle operazioni commerciali, io credo che il corso legale sia di una grande utilità: la Banca sa che per far fronte alle operazioni quotidiane abituali del paese, una certa quantità di biglietti si richiederà sempre, e che questi biglietti rimarranno in circolazione, qualunque sia il bisogno di numerario; quindi la Banca non è costretta in quelle circostanze di ricorrere a mezzi così estremi per evitare la crisi. Io dico dunque che il corso legale ha il vantaggio di assicurare la circolazione, di mantenere in circolazione una data quantità di biglietti in momenti in cui è più desiderabile che i biglietti non affluiscano tutti assieme alla Banca. Il corso legale, mentre non può aumentare la circolazione in tempi di prosperità, ha per effetto di rendere meno pericolose le crisi nei tempi difficili; io penso quindi che il corso legale, senza costituire un vantaggio abituale per le Banche, conferisce loro una molto maggior solidità, fornisce loro una garanzia contro i pericoli a cui esse sono esposte.
Il corso legale pertanto, se può essere favorevole alle Banche a cui esso si concede, è nello stesso tempo favorevolissimo al paese. Nel consentire quindi a dare ai biglietti della Banca Nazionale il corso legale, io sono certo che si faccia nello stesso tempo e cosa utile alla Banca e cosa utile per assicurare l’opinione degli azionisti e per aumentare il credito dei portatori dei biglietti della Banca, anzichè questa abbia ad aumentare abitualmente la sua circolazione; ma nello stesso tempo io ritengo che si faccia una disposizione utilissima per il nostro sistema economico, perchè, ciò mediante, sarà meno esposto alle perturbazioni che si vedono sovente accadere negli altri paesi. In compenso del corso legale si sono imposti alla Banca alcuni oneri, il primo dei quali si è quello di stabilire due succursali. Egli è evidente che queste succursali saranno una sorgente di spesa e non di benefizio per la Banca, mentre egli è molto difficile che una succursale possa sopperire alle proprie spese. Io non voglio qui calcolare a che possa ammontare questo sacrifizio, ma sicuramente questa sarà una spesa per la Banca, mentre tornerà di non lieve utilità alle località nelle quali la succursale sarà stabilita, e specialmente alla città di Nizza, la quale per essa potrà essere compensata de’ privilegi perduti e di quelli che dovrà perdere. Difficilmente uno stabilimento di credito si sarebbe elevato da sè nella città di Nizza. Una succursale potrà colà dare una grande attività al commercio.
Si è pure imposto alla Banca l’obbligo di fare il servizio di tesoriere dello Stato; ed io opino che, ove si venga a mandare ad effetto la riforma amministrativa ed a sopprimere, per esempio, le tesorerie d’azienda, sarà molto utile di avere uno stabilimento che possa facilitare le operazioni di cassa. Sicuramente se si sopprimessero le tesorerie d’azienda senza ampliare di molto le tesorerie generali, il servizio, com’è ordinato, si troverebbe assolutamente incagliato; ma in ciò la Banca potrà aiutare di molto la riforma in discorso. Finalmente si è stabilito che la Banca dovrebbe, quando ne fosse richiesta, assumere il servizio del debito pubblico. Questa è una questione avvenire, perchè richiede di essere studiata e maturata, onde poter essere mandata ad effetto. Io stimo che sarebbe possibile l’incaricare la Banca di questo servizio, e di procurare con ciò non lieve economia allo Stato. La Banca d’Inghilterra fa tutto il servizio di quell’immenso debito pubblico con piena soddisfazione del paese e con grandissimo vantaggio del Governo. Tale sistema si potrebbe altresì attuare da noi con non poco utile, ma non era possibile lo stabilire le condizioni di questo servizio, perchè, lo ripeto, è una questione grave che doveva essere studiata ne’ suoi particolari, mentre non avevamo degli elementi sufficienti nè nel Governo nè nella Banca per determinare le condizioni, dietro le quali questo servizio doveva essere intrapreso.
Io confido d’aver giustificato l’attuale misura e di aver dimostrato che il Ministero non poteva indugiare in ciò, e che il merito di questa misura sta massimamente nell’opportunità, e nel far sì che il capitale della Banca si aumenti e che i suoi biglietti abbiano corso legale appunto quando dovrà riassumere il pagamento in ispecie. Io mi conforto d’aver dimostrato che gl’inconvenienti che questa misura può avere sono di poca mole, mentrechè i vantaggi sono grandissimi. Ed io ho ferma fiducia che il nostro paese progredirà rapidamente nella via del progresso intellettuale, politico e materiale; ma io penso che tutto ciò che riguarda massimamente il progresso economico e materiale abbia bisogno di essere stimolato alquanto mercè istituzioni speciali, e son d’avviso che questo stimolo lo riceverà dall’ampliazione della Banca Nazionale.
Tali sono le considerazioni che ho ravvisato essere mio debito di sottoporre alla Camera in appoggio del progetto di legge in discussione.
10.
SUL MEDESIMO ARGOMENTO.
(Seduta della Camera, 4 luglio 1851.)
....Le Banche moderne, quelle che sono stabilite sul continente, esercitano una triplice missione, cioè di deposito, di circolazione e di sconto, e sotto questi tre aspetti rendono notevoli servizi alla società. Come Banche di deposito esse valgono a render operosi dei fondi che giacerebbero senza di esse inerti nelle casse, negli scrigni dei capitalisti, ed egli è evidente che dove non esiste una Banca di deposito; tutti i negozianti tengono presso di loro una certa somma infruttuosa per far fronte ai bisogni eventuali; dove all’incontro havvi una Banca che gode del credito universale, i capitalisti versano nelle casse della Banca questi fondi inoperosi, e la Banca di questi fondi può trar partito, e quindi come Banche di deposito hanno il vantaggio di render fruttiferi dei capitali che rimarrebbero inoperosi. Come Banche di circolazione hanno quest’altro vantaggio, che si è di sostituire entro un certo limite un istromento che costa nulla ad un istromento molto costoso, cioè della carta alla moneta. La moneta è un istromento della circolazione, è una macchina necessaria onde si compia il gran fenomeno della produzione e della distribuzione. Quando invece ad una macchina così costosa potete sostituire una macchina che non costa niente, vi è un profitto netto; così se, mercè gli stabilimenti delle Banche e delle altre istituzioni accessorie di credito, l’Inghilterra può operare una quantità di transazioni economiche, forse il doppio della quantità delle transazioni economiche che si operano in Francia, e con una quantità di monete metalliche, che non è che la terza parte forse della moneta metallica che esiste in Francia, vi è un’economia di parecchi miliardi, e questi miliardi che la Francia è obbligata di impiegare per la sua circolazione, l’Inghilterra ha potuto dedicarli ad aumentare i suoi mezzi di produzione, a fare strade ferrate, a stabilire officine, a svolgere il suo sistema economico: questa è una verità triviale, che deve trovarsi in tutti gli elementi di economia politica. Finalmente, come Banche di sconto, hanno il grande vantaggio di facilitare le operazioni di credito, di far sì che lo sconto si pratichi sopra una scala uniforme, e sopra una larghissima scala. Come stabilimento di sconto, esse hanno per effetto di favorire specialmente i minori capitalisti, e questo è evidente.
Dove non vi è una Banca, vi sono dei capitalisti che scontano più o meno: nei paesi meno inciviliti non vi sono che degli ebrei che scontano; nei paesi un po’ più progrediti in civiltà vi sono anche altre case bancarie che praticano lo sconto, se si vuole, con modi un po’ più larghi; ma finalmente non vi è paese al mondo dove non esistano dei privati che scontino sopra una scala più o meno larga. Una Banca ha per primo effetto di fare concorrenza a questi privati che scontano, anzi ha un duplice effetto: primo, cioè, di stabilire la uniformità dello sconto; in secondo luogo di abbassare la misura del medesimo. Il primo effetto si è di stabilire l’uniformità nella misura dello sconto. Diffatti è regola generale di tutte le Banche che vi sia una sola ragione di sconto, e non si possa far differenza in ordine alle cambiali, a seconda della maggiore o minore solidità delle firme che sono sovra di esse. Questa è una conseguenza pratica, imperocchè si stabilisce una eguaglianza nella misura dell’interesse, cosicchè la prima casa di Torino pagherà la stessa ragione d’interesse a cui sarà soggetto il più piccolo bottegaio che sia ammesso allo sconto. Che poi la misura dello sconto debba diminuire, ciò è evidente, perchè vi è un gran capitalista che scende sul mercato, e non può dedicare i suoi capitali se non allo sconto. Dico che non può dedicare i suoi capitali se non allo sconto, perchè lo sconto debb’essere la principale operazione delle Banche, ed io biasimerei tutti gli statuti di Banche in cui si permettesse che queste potessero con facilità sviare i loro capitali da queste operazioni. Io dico dunque che la Banca ha per effetto di rendere uniforme lo sconto e di abbassarlo. Ciò stando, io domando: chi viene a soffrirne? Sono i capitalisti maggiori, quelli che facevano quelle operazioni di Banca. Di fatti, noi vediamo che queste istituzioni sono poco bene accolte dai principali capitalisti, dai primari banchieri. La poca mia esperienza mi ha dimostrato che lo stabilimento di una Banca fu sempre osteggiato dai principali banchieri. È noto, per esempio, che i più facoltosi banchieri della città di Genova fecero e fanno tuttora la guerra alla Banca; è noto che i più ardenti nemici di questa legge non seggono sui banchi della sinistra; ma che i più gagliardi suoi osteggiatori sono i grossi scrigni della città di Genova (Sensazione), ed è evidente che questi banchieri, questi ricchi capitalisti hanno un grandissimo interesse a che la Banca non aumenti il suo capitale e che non si allarghi la sfera delle sue operazioni e non faccia loro una grande concorrenza. Fra le primarie case di Torino (lo dico senza intendere di movere ora un rimprovero) l’idea d’istituire una Banca incontrò pochissimo favore, e fu ritardata per molti anni appunto perchè la riconoscevano contraria ai loro interessi. Io dunque affermo che questa Banca, come stabilimento di sconto, produce un effetto assolutamente opposto a quello a cui accennava il deputato Iosti; non ha per effetto di aumentare la ricchezza di chi è già opulento, ma bensì di diminuire i profitti di chi è già possessore di ragguardevoli capitali.
Prenderò ora ad esame i due sistemi di Banca, quello, cioè, delle Banche piccole, e quello delle Banche di maggiore considerazione sotto questi tre aspetti, cioè: di Banca di deposito, di Banca di circolazione, di Banca di sconto.
Come Banca di deposito, lo dico schiettamente, non veggo gran diversità fra i due sistemi. Se una Banca è bene amministrata, se ha un capitale discreto, essa ispirerà la fiducia delle persone che sono più immediatamente in relazione colla Banca, e l’ammontare dei depositi non dipenderà dalla larghezza del capitale.
Da un lato le Banche piccole, numerose, presentano un vantaggio; da un altro forse uno svantaggio rispetto alle grandi Banche. Le Banche piccole, se vi esiste fra esse concorrenza (suppongo che il sistema della moltiplicità delle Banche sia applicato), non v’ha dubbio che saranno più sollecite, più operose, forse più facili nel fare le operazioni di sconto, e qui io riconosco forse un vantaggio nel sistema delle piccole su quello delle grandi Banche; ma dall’altro lato vi è un pericolo. Queste Banche si trovano a fronte di capitalisti che possono da sè soli far loro una viva concorrenza, che possono obbligarle a subire certe condizioni. Una Banca, per esempio, che non abbia che due milioni di capitale, si troverà a fronte di capitalisti che da soli hanno un uguale capitale, che hanno forse un credito uguale a quello della Banca. In tale condizione adunque la Banca sarà forse costretta a venire a patti con questi capitalisti, e, se non erro, io credo ciò sia avvenuto in una città d’Italia non lontana dai nostri Stati, in Livorno. La Banca di Livorno non ha un capitale molto cospicuo; ad essa erano estranee le prime case della città di Livorno, e quando cominciò a scontare, le principali case livornesi si misero in ostilità colla Banca, perchè questa aveva soverchiamente ridotto il suo sconto: l’invitarono a rialzarlo; la Banca ricusò, ed allora i capitalisti accumularono una grande quantità di biglietti, di carte di sconto, e ad un dato giorno si presentarono colle loro carte da scontare, e costrinsero la Banca a venire a patti con loro. Questo è un inconveniente di cui bisogna tener conto. Comunque sia, rispetto allo sconto, ripeto, vi è vantaggio nelle piccole e vi è svantaggio nel sistema delle grandi Banche.
Quanto poi alla circolazione, che è la questione più difficile, la più delicata in fatto di sistema bancario, io credo che sia innegabile che la circolazione riesca più solida, meno esposta ad oscillazioni gravi quando le Banche sono fondate su basi più larghe. Io credo che in un paese di qualche estensione sia opportuno che vi sia una carta la quale circoli non solo localmente, ma circoli in tutto lo Stato. Ora, onde una carta (dico carta i biglietti di Banca) possa aver credito in tutto uno Stato di qualche estensione, è necessario che sia emessa da una Banca il cui credito, la cui fama si estenda a tutto lo Stato. E qui, quantunque le comunicazioni ora siansi fatte molto più rapide e molto più frequenti, è evidente che il credito locale è ben diverso dal credito generale; che la carta d’una Banca istituita in una città, sebbene diretta dalle persone le più cospicue di quella, inspirerà poca fiducia nelle altre città estranee alla prima, perchè sono ignote quelle persone alla massa dei negozianti che fanno circolare la carta, perchè ne sono ignorati gli statuti ed è ignorata l’istituzione. Ma vi ha di più: in fatto di circolazione, una Banca su larghe basi avrà un notevole vantaggio sopra una quantità di piccole Banche, quando avverrà il caso di perturbazioni economiche. E qui non parlo di perturbazioni politiche, parlo di quelle perturbazioni economiche che si producono per qualche fatto economico, che influisca sul commercio interno od esterno. Ogni nazione che fa un commercio abituale coll’estero, che è obbligata a trarre dall’estero una certa quantità di mercanzia, e che ne vende all’estero una certa quantità, si trova esposta a tali perturbazioni economiche che variano i rapporti del paese coll’estero. Ho detto queste perturbazioni possono derivare o da bisogni maggiori di merci estere o da maggior quantità di merci che si mandi all’estero. Quando ciò accade, ne avviene che il paese si trova in debito coll’estero, debito momentaneo, ma straordinario, il quale non può essere pagato se non con esportazione di numerario.
L’onorevole deputato Farina ci diceva: ma a che ci parlate di trasporto di numerario all’estero? Noi non facciamo mai altro che portar danari all’estero. Ma taceva che se noi esportiamo del numerario, noi ne importiamo pur anche. Se esportassimo sempre numerario, siccome non abbiamo nè le miniere dei monti Urali nè quelle della California, come neppure quelle del Messico e del Chilì (Risa di adesione), evidentemente in pochi anni noi non avremmo più uno scudo od un marengo d’oro. Egli è manifesto che se, per esempio, dalla città di Genova si esporta ogni anno una quantità cospicua di numerario, dalla città di Lione se ne importa ogni anno in media una quantità a un dipresso eguale. Questa è una verità evidente; ma possono arrivare delle circostanze straordinarie: supponete una fallita raccolta di cereali, come nel 1836, in cui siamo stati costretti d’importare, oltre il solito, un milione e duecento mila ettolitri di cereali; supponete che noi abbiamo un debito straordinario da pagare all’estero, e suppongasi ad un tempo una fallita raccolta di bozzoli o di seta, noi restiamo privi di quel mezzo col quale noi pagavamo il debito all’estero, ed in questa circostanza nasce un gran bisogno di numerario per pagare questo debito, si eccita una perturbazione economica; in questo caso i negozianti, i banchieri, la cui occupazione si è di saldare i debiti del paese coll’estero, cercano in ogni maniera di procurarsi dei biglietti onde andare alla Banca a cambiarli in contanti. In questo caso è evidente che un grande stabilimento avrà maggior facilità per resistere a questa crisi transitoria, che non uno stabilimento minore; e questo è confermato dall’esperienza delle più grandi nazioni.
L’Inghilterra fu esposta a crisi economiche per cagioni identiche alle testè accennate, e queste succedettero, se non erro, nel 1838 o 1839, per causa del fallito raccolto del grano, essendo stata costretta a farne incetta speditamente in paesi coi quali non aveva molte relazioni commerciali; fu mestieri mandare nei paesi del Nord una quantità cospicua di numerario, a tal segno che i negozianti che fanno il commercio coll’estero esaurirono talmente il fondo in numerario della Banca d’Inghilterra, ch’essa fu ridotta, se non erro, un giorno a non aver più che due milioni di sterlini in cassa. Che cosa fece allora la Banca d’Inghilterra? Fece un imprestito colla Banca di Francia di 50 o 60 milioni, e lo fece con tutta facilità. Notate inoltre che tanta è la fiducia del pubblico inglese nella solidità della Banca d’Inghilterra, che alle cause prodotte dalla perturbazione economica non vennero ad aggiungersi le cause prodotte da un timor panico. Nel 1839 nessuno concepì il menomo dubbio sulla solidità della Banca inglese, e quindi nessuno si presentò alla Banca per cambiare i biglietti da essa emessi. Per questo lo stato di crisi in cui si trovò la Banca d’Inghilterra (stato veramente di crisi, come ho detto, perchè non aveva più di due milioni di sterlini in cassa, mentre aveva una circolazione di 20 o 22 milioni) era prodotto da cause estranee alla fiducia generale. Ma se un caso identico si fosse prodotto nello stesso paese, e se invece di avere una Banca con un capitale di 14 milioni di sterlini, che colla riserva sale a 18 milioni, vi fossero state in Londra venti o trenta Banche con 500 o 600 mila lire sterline, credete voi che la sfiducia non si sarebbe aggiunta alle altre cause per far presentare i biglietti al cambio? Alcuni non lo credono; ma io penso che tutti coloro che hanno qualche esperienza nelle quistioni bancarie non ne dubiteranno. Infatti, noi vediamo che quando queste crisi succedettero in Inghilterra, delle Banche che relativamente si trovavano in una condizione egualmente solida quanto la Banca d’Inghilterra, cioè avevano un attivo in proporzione del loro passivo, ed un credito largo quanto quello della Banca inglese, si trovarono esposte a ciò che gl’Inglesi chiamano running, cioè ad una corsa del pubblico per far cambiare i suoi biglietti contro numerario. Io dico dunque che, rispetto alla circolazione, non vi è dubbio che vi sia un gran vantaggio che nel paese esista una larga istituzione bancaria; quindi io credo d’aver paragonato i due sistemi con molta schiettezza, e senza cercare di far prevalere l’uno sopra l’altro.
Alcuni spiriti assoluti saranno forse d’opinione di adottare l’uno a preferenza dell’altro di questi sistemi, e di spingerlo agli estremi, sino al punto di aver una Banca unica privilegiata, oppure di avere un’infinità di piccole Banche. Ebbene, o signori, io respingo egualmente tanto l’uno che l’altro dei due sistemi, e se qualcheduno proponesse qui alla Camera il sistema di una Banca unica e privilegiata, quando anche questa Banca dovesse essere fondata sopra una base doppia e tripla di quella che io ora credo bastevole al bisogno del paese, cioè con un capitale di 40 o 50 milioni, io respingerei una tale proposta. Io ho fede nello spirito di libertà e di concorrenza quanto l’onorevole deputato Chiarle, e mi ricordo dell’opinione da me espressa in occasione della discussione della tariffa e del trattato e della Banca di Savoia, e credo di aver dato in quell’occasione una prova pratica del mio amore per le Banche locali. Mi rincresce di non veder qui presente il deputato Carquet, il quale, credo, non mi smentirebbe, quando io dicessi che ho qualche poco contribuito alla legge che diede vita alla Banca di Annecy. Io ho cercato di combinarne gli statuti in modo che essa potesse svolgersi e prosperare anche a fronte d’una Banca maggiore. Io dico adunque che ad onta dei vantaggi che ho esposti e che io riconosco nel sistema delle grandi Banche, ove mi si proponesse di stabilire una Banca unica e privilegiata, io la respingerei lutamente; ma sono però convinto che, si possono benissimo conciliare i due sistemi, e fare che siavi un grande stabilimento di credito, il quale, in certo modo, regoli la circolazione in maniera che sia il pendolo, il regolo della macchina economica, e contemporaneamente sianvi istituzioni minori di credito. All’appoggio di questa mia opinione ho, lo ripeto, l’esempio dell’Inghilterra. In Inghilterra vi sono un’infinità di Banche minori, ve n’è un’infinità in Iscozia; e tutte sono, rispetto alla Banca d’Inghilterra, nella stessa condizione che sarebbero le nostre Banche locali rispetto alla Banca nazionale. Gli onorevoli oratori che hanno parlato, sanno benissimo che anche il legal tender è stato esteso alla Scozia, e che quindi le Banche di Scozia sono nella stessa condizione delle Banche inglesi. Eppure questo non ha impedito lo stabilimento di Banche anche molto larghe. La Banca reale di Scozia ha un capitale di 2 milioni di sterlini...
Chiarle. Le Banche di Scozia erano stabilite prima che si concedesse il privilegio alla Banca di Londra, in forza della legge del 1708.
Cavour. Va benissimo, ma la prosperità di questa non ha impedito quella delle altre; le altre sono minori; quando un paese di 2 milioni di abitanti ne ha già una di 2 milioni di lire sterline, un’altra di 500 mila lire sterline è già un progresso. A Liverpool la Banca commerciale ha un capitale di un milione di lire sterline, e vi sono in Inghilterra un’infinità di altre Banche locali con un capitale assai cospicuo.
Io credo che il sistema americano avrebbe dato molto miglior frutto se fosse stato combinato nel modo del sistema inglese, quantunque io sia ben lungi dal negare i benefizi del primo di questi due sistemi. Ma il sistema americano ha prodotto dei disastri economici e finanziari di un’immensa portata, disastri che sarebbonsi evitati se vi fosse stata una Banca centrale, la quale avesse temperato l’azione (mi si conceda il dirlo) disordinata di tutte queste Banche locali. La Banca degli Stati Uniti rese dei grandi servigi dopo il 1816, e non già dopo che si è messa in urto col Governo, appunto perchè essa non seppe limitarsi alle operazioni bancarie, ma volle, fra altre speculazioni commerciali, speculare sui cotoni, stabilire delle succursali in tutte le parti dell’America, ingerirsi nelle cose politiche. Quella Banca abusò, insomma, e perchè abusò? Perchè il potere centrale, perchè il Congresso non si era negli statuti della Banca riservato un modo diretto d’azione; il Governo, secondo quegli statuti, non aveva commissari che potessero sospendere le sue operazioni, che potessero vegliare alla rigorosa osservazione de’ suoi statuti. Se la Banca americana avesse avuto questo, forse non avrebbe trasmodato come fece, e non sarebbe nata quella commozione finanziaria che tornò così fatale.
Vi dirò ora quali furono gli effetti del sistema americano; imperocchè, quando si vuole imitare una cosa, è mestieri di conoscerne le conseguenze. Io citerò un autore, il quale ha, a parer mio, maggior riputazione nel mondo economico che non il signor Coquelin, voglio dire il signor Mac Culloch, che in Inghilterra è riputato come il primo economista. Prima di dar lettura di un brano di quest’autore, premetto che lo trovo oltremodo ardito. Esso così si esprime (traduco dal testo inglese):
«Se un comitato d’uomini abili fosse stato scelto per immaginare un sistema che potesse tentar il pubblico ad imbarcarsi nelle più assurde intraprese e ad essere più agevolmente ingannato, non crediamo che sarebbe possibile d’immaginare alcunchè di più efficace del sistema delle Banche americane.» Di fatti nel rapporto del segretario della tesoreria degli Stati Uniti per l’anno 1841 si riferisce che nel decennio dal 1830 al 1840 centocinquanta Banche fallirono per un capitale di 45 milioni di dollari, e che nel 1841 (che fu l’anno in cui la crisi imperversò maggiormente) e nel 1842 i fallimenti ascesero all’ingentissima somma di 132 milioni di dollari. Il sistema americano adunque, così come è costituito e privo del soccorso d’una Banca centrale, condusse in dodici anni al fallimento oltre a trecento Banche, rappresentanti un capitale di quasi un miliardo. Questa è una di quelle grandi catastrofi finanziarie di cui non si ha altro esempio nella storia. Io sono pertanto d’avviso che anche il sistema americano non va scevro de’ suoi grandissimi inconvenienti, e che debbasi fra questi varii sistemi sceglierne uno di mezzo, quale sarebbe quello di una Banca centrale, forte, potente, senza escludere lo stabilimento di altre Banche minori con maggiori privilegi. Io non avrei difficoltà alcuna di accettare che le Banche secondarie, le Banche la cui circolazione è limitata, fossero autorizzate a portare al minimum possibile il valore dei biglietti. Se a Torino, se a Genova o in altra città di provincia si volesse istituire una Banca con un capitale di un milione, io sarei il primo a chiedere al Parlamento di permetterle di emettere dei biglietti da 50 ed anche da 25 lire; così avviserei di concederle maggiore larghezza nella condizione dello sconto, nella condizione dell’anticipazione, e forse non sarei lontano dall’autorizzare anche per essa il credito personale giusta l’uso della Scozia. Insomma io non sarei alieno dall’accordare tutte quelle facilità che permettessero a quelle Banche di operare in una sfera meno ristretta.
Esaminate le Banche rispetto al pubblico, rispetto al commercio, rimane ancora a svolgere un lato della questione, la situazione delle Banche a riguardo dei Governi. L’onorevole deputato Farina in molte parti del suo discorso ripetè che egli considerava il sistema bancario tanto più perfetto, quanto più la Banca era dal Governo indipendente, e che il Governo procederebbe più regolarmente quando fosse meno sicuro di trovare nella Banca un appoggio; e soggiunse che egli si opponeva a quest’unione, a questo connubio, anche in vista di non isvegliare nel Governo l’amore degli imprestiti. Tutte queste ragioni sarebbero di gran peso, se fossimo in uno stato normale, se le nostre casse fossero piene, se non avessimo bisogno del credito, o se potessimo soddisfare a questo bisogno molto facilmente. Se ciò fosse, sinceramente lo dico, approverei le dottrine del deputato Farina, e in questa parte dichiaro che approvo il Governo americano. Per sua buona ventura quel Governo non ha quasi debito pubblico; ne ha fatto uno non ha guari per la guerra col Messico, ma è cosa da poco, rispetto agl’immensi suoi proventi. Quel Governo ha un’entrata che supera di molto le sue spese, e quindi egli per buona sorte si trova assolutamente nella condizione in cui la dottrina del signor Farina può applicarsi. Se io fossi membro del Congresso americano, non così facilmente darei al Governo il mezzo di valersi del credito, poichè del credito non ne ha bisogno. Ma pur troppo noi non siamo in questa condizione, noi non abbiamo bisogno di essere sollecitati a fare dei debiti; pur troppo non abbiamo più altro a pensare che al modo di pagarli. (Si ride.) I debiti sono fatti, quindi il pericolo che teme il signor deputato Farina non esiste affatto. Ho detto che avevamo dei debiti, e che bisognava pensare a pagarli. Nel discorso che ho fatto sul sistema finanziario del Governo ho esposto come per le grandi operazioni per portare a termine le strade ferrate si dovesse fare un imprestito all’estero, e come, per alcuni bisogni, fosse opportuno aver ricorso al credito interno. Il credito interno si appoggia in gran parte sull’aiuto che dà la Banca e direttamente ed indirettamente al Governo; direttamente, quando ci fa delle anticipazioni sopra deposito di cedole, oppure scontando dei buoni del tesoro, a norma della facoltà conceduta dal Parlamento; indirettamente, quando è larga di sussidi ai capitalisti che fanno operazioni col Governo. È noto a tutti che se le sottoscrizioni nel nostro paese hanno sempre avuto esito felice, questo si debbe in gran parte all’appoggio che prestò la Banca; che se la Banca non avesse consentito anticipazioni in questi ultimi quindici giorni, le sottoscrizioni ultimamente apertesi per la vendita delle diciotto mila obbligazioni non si sarebbero elevate a trentatrè milioni; e questa è tale una verità, che nessuno vorrà contrastare, e che può valere a dimostrare che un grande stabilimento di questo genere può essere di efficace aiuto al Governo. Io non voglio negare che un complesso di piccoli stabilimenti, in tempi normali, possono pure essere di sussidio al Governo; egli è evidente che ove vi fossero varie Banche, ciascun capitalista si rivolgerebbe a quella colla quale è in relazione, e troverebbe anche in queste un appoggio; ma se i tempi si facessero difficili, se veramente il Governo avesse bisogno di cercare nella Banca dei mezzi straordinari, potrebbe egli trovarli egualmente in un complesso di piccole Banche, come in una Banca potente? Io stimo, o signori, che la risposta non possa essere dubbia. Egli è evidente che in tempi difficili, in tempi in cui il credito è scosso, le piccole Banche sarebbero nell’impossibilità di sussidiare il Governo; quando invece, una Banca potente, una Banca che racchiuda dei capitali cospicui, che sia amministrata dalle persone che ispirano maggior credito ai capitalisti del paese e dell’estero, quella Banca può prestare un validissimo sussidio al Governo. E la storia lo prova. Non ripeterò quanto ha detto l’onorevole deputato Torelli, non ricorderò quale sia stato il potentissimo aiuto che la Banca d’Inghilterra diede al Governo. Pitt ebbe più volte a dichiarare che senza la Banca non avrebbe potuto sostenere quella lotta da gigante che sostenne con Napoleone: ma ricorderò di nuovo il recente fatto della Banca di Vienna. Io sono convinto fermamente, che se la Banca di Vienna non avesse esistito, se invece di avere un potentissimo capitale vi fossero esistite varie piccole Banche, credo fermamente, dico, che l’impero austriaco sarebbe caduto. A quelli che lamentano questo servizio della Banca di Vienna dirò imparate almeno da coloro che considerate come vostri nemici; mettetevi in condizione di poterli combattere con eguali armi; non rimanete, rispetto a loro, disarmati od inferiori.
Vengo a quanto è successo nel proprio nostro paese. Se nel 1848 invece di una sola Banca, la quale sicuramente non aveva un gran capitale, ma godeva di molta confidenza, avessimo avuto tre o quattro Banche, come mai avrebbe potuto fare il Governo, non potendo dare il corso forzato a tutti i biglietti perchè ne sarebbe nata una confusione di Babilonia?
È già un gran male quando vi hanno biglietti con corso forzato, quando vi è l’agente principale della circolazione (cioè il biglietto) che è sottoposto a continue variazioni rispetto al numerario: ma se invece d’un agente di circolazione sottoposto a fluttuazione ve ne fossero varii, vi sarebbe uno sconcerto inevitabile nel sistema economico. Io dico dunque che quando vi fossero state due o tre Banche, io non so in verità che cosa avrebbe fatto il Governo.
Taluno forsglio; i biglietti non avrebbero avuto corso forzato ed il Governo avrebbe cercato altri mezzi. Signori, con tutta schiettezza io debbo confessarlo (e forse questa mia schiettezza parrà imprudente per parte di un ministro di finanze), io debbo confessare, che se il paese si trovasse in analoghe circostanze a quelle del 1848, non vi sarebbe e non vi potrebbe essere altro mezzo di quello per far fronte ai bisogni di quella sorta. Di fatti, quando si è in istato di guerra si abbisogna di ritirare dall’estero e armi e merci di cui si difetta in queste circostanze nell’interno; quando avete d’uopo di pagare quelle merci, quelle derrate e quelle armi che ricavate dall’estero e dovete pagarle con scudi, non potete dare i vostri titoli di credito all’estero, perchè in tempo di guerra non hanno nessun valore. Epperciò per poter ritirare dalla circolazione questi scudi, onde pagare i vostri debiti all’estero, bisogna sostituirvi qualche cosa, perchè se lasciaste il paese senza mezzi di circolazione, il movimento economico si arresterebbe, produrrebbe una crisi tremenda. A questo danaro che voi mandate all’estero voi sostituite della carta; quindi nei momenti di crisi il corso forzato ha un doppio vantaggio: ha quello di procurare al Governo dei mezzi che non potrebbe ottenere dal credito in copia bastevole, ha il vantaggio di rendere libera una quantità di numerario notevole di cui il Governo ha bisogno per procacciarsi all’estero i mezzi di far la guerra. Questo mi pare evidente. Quando il Ministero inglese autorizzò la Banca a sospendere i suoi pagamenti, ciò fece per potersi valere dell’oro della Banca medesima per sussidiare gli eserciti che aveva nel continente, perchè non poteva a questi eserciti mandare dei tre per cento consolidati. I capitalisti del continente non li avrebbero ricevuti. Bisognava dunque mandare delle buone ghinee, le quali si ritiravano dalla circolazione e si sostituivano E questo che ha fatto la Banca di Vienna, con biglietti. È ed il numerario che essa ha potuto procurarsi lo ha dato al Governo, il quale in tal modo si procurò i mezzi di continuare la guerra. Io dico, dunque, che nelle circostanze staordinarie egli è impossibile che il Governo non si valga della Banca onde alimentare la circolazione e lasciare libera una grande quantità di numerario pei bisogni della guerra. Una verità che è evidente, almeno a’ miei occhi, si è questa: che una grande forza di credito costituisce l’arma la più potente nei momenti difficili.
Ma, o signori, voglio ammettere che io cada in gravissimo errore, e sia allucinato dalla bancocrazia e sedotto dall’idea di veder costituito un larghissimo stabilimento bancario; e qui io scendo dal campo delle teorie e vengo alla pratica. Credete voi, o signori, che questo complesso di piccole Banche verrebbe a stabilirsi? Credete voi, o signori, che rigettando questa legge, si stabilirà un’altra Banca con 8 milioni di capitale? In verità per me non lo posso supporre, e m’ingannerò forse, ma questa operazione per me la reputo impossibile. Siccome io non ne posso dimostrare matematicamente l’impossibilità, dirò solo che non lo credo probabile, come realmente non è cosa probabile che in un avvenire prossimo si stabilisca a Torino o a Genova una Banca rivale a quella ora esistente. Già ebbi ad avvertire l’altro giorno che questo stabilimento possiede un discreto capitale, ed ha il vantaggio di essere diretto da persone che esercitano una grande influenza sul commercio bancario; imperocchè per una Banca si richiedono due cose: primieramente i capitali, e in secondo luogo, persone che abbiano un’influenza sul commercio bancario. Ora, a fronte di questi vantaggi io porto ferma opinione che nel rigettare questa legge voi non determinerete una concorrenza alla Banca attuale, e che invece voi manterrete alla Banca un monopolio sopra basi più ristrette, ma con conseguenze più funeste al commercio ed all’industria e conseguentemente io son di parere che coloro che combattevano il progetto del Ministero, perchè nell’animo loro credevano che il sistema delle Banche molteplici sia da preferirsi, devono subordinare il loro voto alla possibilità che sorgano Banche a far concorrenza all’attuale. Ora io dichiaro francamente che se prima di presentare questa legge avessi veduta una probabilità qualunque dello stabilimento di un’altra Banca di circolazione e di sconto, avrei forse soprasseduto a dar passo a questa proposizione; ma io ho la convinzione che, se non è impossibile (il che forse è troppo), per lo meno è pochissimo probabile che per un dato tempo, per esempio, prima di venti anni, si stabilisca fra noi una Banca con un capitale abbastanza cospicuo da poter fare una reale concorrenza alla Banca Nazionale. Se ciò accade, che cosa arriverà? Ne arriverà che la Banca attuale guadagnerà in proporzione più di quanto guadagnerebbe se raddoppiasse il suo capitale, che ne scapiterebbero tutti coloro che hanno bisogno della Banca, che ci guadagneranno ancora di più i capitalisti che fanno concorrenza alla Banca, e i quali sono i più determinati, se non i più aperti avversari di questa legge.
Credo con questi ragionamenti di aver semplificata di molto la questione.
Ciò fatto, debbo rispondere all’onorevole deputato Iosti.
Egli vorrebbe che si stabilisse una Banca governativa, cioè che il Governo fondasse una Banca e l’amministrasse direttamente. Ora io dico che ciò sarà impossibile fin tanto che vi saranno partiti politici. Quando questi più non esisteranno, quando in un avvenire più o meno lontano i nostri posteri li avranno fatti sparire, e sarà un’unione, una concordia e fratellanza universale, nè vi sarà più alcun divario tra i bianchi, i neri ed i rossi, ciò potrà forse effettuarsi senza che siano a lamentarsi inconvenienti. Ma sinchè esistono partiti e divisioni, io non capisco un sistema qualunque in cui l’influenza politica non abbia a farsi sentire. Io non dubito di asserire che in questo caso i partiti (e per partito intendo anche quello che governa) avrebbero un’arma talmente potente, che dovremmo andar difilati alla bancocrazia. Io credo dunque che siffatta idea non possa porsi in atto.
Ho asserito nella tornata di ieri, e ripeto oggi, che vi è un sistema di Banche nel quale lo Stato può molto utilmente intervenire. Queste sono le Banche agrarie. Se fosse possibile, io vorrei applicare ciò alla Sardegna. In cotesti stabilimenti quasi nulla è lasciato all’arbitrio, e vi sono delle norme da cui gli amministratori non possono dipartirsi. Qui si tratta di anticipare sino alla metà del valore del fondo, e non si apprezza il credito personale, ma solo una cosa reale. Il Governo può, a parer mio, molto utilmente intervenire quando il paese non ha mezzi bastevoli in danaro per creare questi stabilimenti: allora essi devono promuoversi direttamente anche col suo intervento pecuniario. Ma, lo ripeto, per le Banche di sconto, in cui si tratta continuamente di apprezzare il valore personale, è impossibile il lasciarle alle mani di chi anche involontariamente può avere delle tendenze politiche. Ciò essendo, rimaneva allontanata l’idea di una Banca governativa. Due sistemi vi erano a seguirsi: o creare una Banca con un capitale maggiore di quello che ha la Banca Nazionale, od allargare le basi della Banca Nazionale medesima. Il primo non sarebbe stato nè opportuno, nè forse molto possibile: mentre io opino che avrei incontrato non lievi difficoltà a riunire una società d’azionisti per costituire una Banca rivale e molto più considerevole della Banca Nazionale.
Era meno difficile l’indurre la Banca Nazionale ad allargare il suo capitale; ma, ripeto, neppur questa era gran fatto disposta a questa transazione. Gli azionisti ragionavano in questo modo: finchè saremo soli, trarremo molto maggior profitto con un capitale di 8 milioni, che con un capitale di 16. Con 16 milioni compiremo, egli è vero, un maggior numero di operazioni di quello che di presente ne possiamo fare con un capitale di 8, ma egli è evidente che, onde attendere a questo maggior numero di operazioni, bisognerà annuire a condizioni più favorevoli per attrarre gli speculatori, bisognerà scemare le nostre esigenze e ridurre finalmente gl’interessi dello sconto. Noi abbiamo visto che quando la Banca è stata nella scorsa Legislatura, con una legge forse molto provvida, obbligata a diminuire la sua circolazione, ha potuto aumentar l’interesse dello sconto dal 3 ½ al 4 per cento, senza per ciò diminuire l’affluenza delle persone che si presentavano ad essa Banca; e quindi ne venne che la Banca con una minore quantità di biglietti in circolazione realizzò gli stessi benefizi.
Chiarle (interrompendo). Col corso forzato...
Cavour. Più ancora quando vi è il corso volontario. Quando vi è il corso volontario la Banca non ha che un mezzo di operazione, mentre allontana l’idea dell’acquisto di fondi pubblici, perchè, ripeto, sarebbe supporre che il Ministero e la Banca si coalizzassero per violare, non la lettera, ma lo spirito dello statuto. Egli è evidente, o signori, che lo statuto non ha voluto che la Banca impiegasse nell’acquisto di fondi pubblici che una piccola parte del suo capitale, e se un Ministero dunque, valendosi della facoltà che gli dà quest’articolo, le permettesse d’impiegare la massima parte del suo capitale in acquisto di fondi pubblici, violerebbe lo spirito dello statuto. I soli mezzi che ha la Banca di emettere i suoi biglietti sono questi: o di scontare, o di fare anticipazioni. Io suppongo che la Banca abbia 8 milioni da emettere: se v’è una ricerca assidua, potrà mantenere il 5 per cento: ma se invece può e lo stato del mercato gli permette di tenere in circolazione 12 milioni e voglia emetterli, bisognerà, per farlo, che diminuisca lo sconto; bisognerà che faccia sì che molte persone le quali non si dirigevano alla Banca perchè lo sconto era troppo elevato, si accostino a quelle operazioni dalle quali prima rifuggivano. Ciò è quanto si fa ogni giorno in Inghilterra. Voi vedete che quella Banca, la quale certamente è una delle meglio amministrate, varia ogni due mesi la tassa dello sconto; la varia ogniqualvolta succede un cambiamento nel sistema economico, e ciò fa per dare alla sua circolazione lo sviluppo più largo che sia possibile. Sul principio di quest’anno, se non erro, la Banca d’Inghilterra ridusse la tassa dello sconto fino al 2 per cento, appunto perchè vedeva che, tenendolo più elevato, la circolazione diminuiva. Io dico adunque che la Banca attuale, se non si crea una banca rivale, co’ suoi 8 milioni farà, in proporzione, un benefizio molto più largo che se fosse costretta a raddoppiare il suo capitale. Non dico che farà lo stesso benefizio, no, ma dico che lo farà in proporzione. Questa mi pare una cosa di tutta evidenza. Per ottenere dunque che la Banca acconsentisse a questo allargamento di capitali, io ho creduto che si potesse concedere a’ suoi biglietti il corso legale.
A questo punto io tocco alla parte più spinosa, quella che ha suscitato delle tempeste per tutti i lati dell’orizzonte; e, poichè la discussione è molto inoltrata, e che molti oratori ebbero ad esprimersi su questo punto, dirò francamente che reputo che il valore di queste parole corso legale si sia esagerato e in bene ed in male. Mentre gli uni considerano il corso legale come un favore straordinario e come un vantaggio incomparabile, gli altri invece vedono in questo corso legale ogni sorta di funeste conseguenze. E gli uni e gli altri sono, a parer mio, nell’errore. A dir vero, il corso legale, rispetto alla Banca, non sarà utile che nel periodo di transizione per abituare il nostro pubblico a valersi dei biglietti. Dopo due anni, che questo corso legale vi sia o non vi sia, io penso che la circolazione non si muterebbe della somma di qualche centinaio di mila lire. Ho detto che il corso legale poteva essere utile, e lo ripeto, nei momenti di crisi, perchè in questi essendo d’uopo che una parte della carta rimanga in circolazione per gli assoluti bisogni della circolazione medesima, il corso legale diminuisce la tendenza di presentarsi in massa alla Banca pei cambiamenti; ma se parliamo degli azionisti, dello speculatore, se l’azionista facesse entrare nei suoi calcoli la possibilità di una crisi che costringesse la Banca a liquidare, che la mettesse in condizioni critiche, sicuramente le azioni non sarebbero al di sopra del pari; l’azionista, nelle sue speculazioni, la probabilità di crisi non la contempla; basa i suoi calcoli sui benefizi probabili in tempi normali, e pei tempi normali questo valore legale non può avere che pochissima o nessuna influenza. Può averla pel momento della transizione. E di fatti, se voi esaminate la circolazione della Banca d’Inghilterra dopo il corso legale e la circolazione della stessa Banca prima del corso legale, voi vedrete che questo non ha aumentata la circolazione. Al giorno d’oggi (non ho qui i gior nali inglesi) la circolazione della Banca d’Inghilterra non giunge a 20 milioni sterlini; è salita più volte a 22, a 24, e nei tempi di maggiori bisogni, quando vi era il corso forzato, ammontò a 30; dopo il corso forzato credo che non abbia mai superato i 26; ma per molti anni fu al di sopra di 20 milioni; si può quindi ritenere che il corso legale pei tempi normali non ha nessuna influenza.
Ma mi si dice: perchè allora proporre questo corso legale? Parmi che per far questo vi siano molti motivi, poichè, mentre io non iscorgo in questo corso legale nessun inconveniente, vi ravviso però molti vantaggi. Anzitutto la circolazione mediante il corso legale si farà in modo più semplice, più economico e più regolare in tutte le parti dello Stato, e poscia riescirebbe vantaggiosa, come dissi, questa misura in un momento di crisi, perchè diminuirebbe l’afflusso dei biglietti alla Banca quando si ristabilisse il corso forzato, mentre giova ritenere che se vi fosse una crisi politica saremmo costretti, a qualunque parte della Camera appartenessero i membri del Ministero in quell’epoca, saremmo costretti a fare come hanno fatto i nostri predecessori, ristabilire, cioè, il corso forzato. Or bene, in questo caso il passo sarebbe meno difficile, urterebbe meno le abitudini nazionali, porterebbe meno funeste conseguenze. Ecco il perchè io pensai di dover acconsentire al corso legale, avuto pure il debito riguardo alla circostanza che questa concessione poteva avere molta influenza sull’animo degli azionisti. In quanto a me, se mi trovassi ancora azionista alla Banca, non avrei dato un gran peso a questa concessione, ma avrei accettato molto più volentieri, nel mio particolare interesse d’azionista, un consiglio che mi si dava da alcuni membri della sinistra, i quali mi dicevano: proponete di diminuire il minimum dei biglietti; questo ve lo concediamo. Ebbene, o signori, io mi opporrei virilmente al concedere la diminuzione del minimum dei biglietti ad una Banca che fosse costituita su di una base larga. Nella mia qualità di ministro io reputerei sicuramente nocivo al nostro sistema economico che una Banca, per esempio, di sedici milioni, potesse emettere dei biglietti da 50, da 25 lire; ma se fossi azionista, io muterei per ben dieci volte il corso legale per ottenere una diminuzione del minimum dei biglietti, e ciò per una semplicissima ragione: se voi diminuite il minimum, allargate immediatamente la circolazione, perchè i biglietti si sostituirebbero al numerario in una infinità di transazioni per le quali la carta non è ancora e non può essere in uso. Epperciò nell’interesse degli azionisti della Banca, era assai più conveniente l’offrir loro la diminuzione del minimum dei biglietti, la qual concessione forse non avrebbe suscitata tutta questa tempesta che si sollevò contro la proposta ministeriale. Ma questo, o signori, io non l’ho fatto; e se altri lo facesse, mi vi opporrei virilmente, perchè troverei questa misura dannosa e pericolosa, come quella che porrebbe la nostra circolazione sopra basi non abbastanza solide, e ci esporrebbe ad ogni menoma crisi, a perturbazioni gravissime.
Alcuni dicono: non è tanto per il corso legale che combattiamo questa proposta, quanto perchè il corso legale concede il monopolio a questa Banca. Ma, o signori, se gli azionisti della Banca Nazionale volessero raddoppiare il capitale della medesima, credete voi che per lungo tempo non avrebbe il monopolio?
Nello stato attuale delle cose, come potete sperare che nel nostro paese si stabiliscano due Banche con 16 milioni di capitale? Questo non è assolutamente probabile. Quindi avrà sempre il monopolio; perchè se l’onorevole deputato Chiarle intende con ciò dire che non vi sarà che una gran Banca, io dico schiettamente che non se ne stabilirà un’altra; ma se la Banca Nazionale ha l’energia di raddoppiare il suo capitale anche rigettata la legge, io sono sicuro che sinchè le circostanze economiche e politiche del paese non muteranno, non verrà a stabilirsi un’altra Banca con un capitale oltre i 16 milioni; quindi il corso legale non cambia in nulla le condizioni della Banca rispetto alle altre Banche nasciture, condizioni che si possono dire talmente colossali per rapporto a noi, che impedirebbero lo stabilimento di una Banca rivale, d’eguale potenza e di analoghi mezzi.
Vede dunque l’onorevole deputato Chiarle che l’argomento da lui posto in campo contro il corso legale fondato sopra l’idea del privilegio non può sussistere, poichè il privilegio, lo ripeto, è una conseguenza della potenza stessa della Banca nazionale in caso che raddoppiasse il suo capitale.
Vengo ora alle altre obbiezioni fatte contro questo corso legale. L’onorevole deputato Farina l’ha combattuto istoricamente; e qui debbo confessare, a mio torto, che nella relazione che premisi a questa legge ho commesso un errore, dicendo che fu sir Robert Peel che propose il corso legale in Inghilterra, mentre questa proposta venne realmente da lord Althorp. L’onorevole Farina cadeva però anche alla sua volta in errore quando asseriva che lord Althorp era cancelliere nel Ministero Grey. Egli fu uno dei membri del Parlamento inglese che cooperarono maggiormente per l’adozione del bill della riforma della Banca. Lord Althorp fu il ministro più liberale che abbia governato l’Inghilterra dal cominciar di questo secolo in poi. Ma se Robert Peel, dieci anni dopo, presentò un progetto di legge per far rinnovare il privilegio, poteva farlo, perchè nella concessione del privilegio era stabilito che dopo dieci anni il Governo, previo affidamento di un anno, poteva rinnovare questo privilegio e la legge sulla Banca. Sir Robert Peel introdusse molte modificazioni all’atto di lord Althorp, ma non pensò a menomamente mutare il legal tender; io quindi credo che, siccome egli aveva cambiate molte delle condizioni e concessioni fatte, se un’esperienza decennale lo avesse convinto degli inconvenienti del legal tender, non gli mancava certo nè il coraggio nè l’energia di proporne la soppressione. Sir Robert Peel, che seguiva nel 1833 la bandiera conservatrice e protezionista, nel 1843 e 1844 si avviava a grandi passi verso il sistema delle riforme e della libertà commerciale, e non volle quindi tornare indietro su quello che era ed è ancora dai migliori economisti dell’Inghilterra considerato come un vero progresso. Non ho avuto il tempo di andar a cercare le discussioni che ebbero luogo in quell’occasione nel Parlamento inglese, non ne vidi che un sunto, dal quale mi risulterebbe che la questione del corso legale allora non fu nemmeno combattuta......
Farina Paolo. Sì, fu combattuta.
Cavour. Se fu combattuta, è una ragione di più per credere che non fu una svista di sir Robert Peel il mantenerlo; ed io posso dunque dire che il legal tender è l’espressione dell’opinione di lord Althorp, il più franco e liberale dei ministri inglesi, e di Robert Peel, il primo degli uomini di Stato della Gran Bretagna. Io mi appoggio tanto più francamente sulla legge del 1844, in quanto, lo dico schiettamente, io non approvo questa legge inglese, essendosi con essa andato oltre il segno che, secondo il mio avviso, la ragione stabiliva, poichè fu ostile per le Banche locali, e riuscì a limitare la circolazione e ad impedire la creazione di nuove Banche. L’Inghilterra con quella legge, a parer mio, andò troppo oltre nella via della centralizzazione bancaria. Quello che poi è un fatto, sono le vivissime discussioni a cui ha dato luogo e dà luogo di continuo il sistema bancario, perchè in Inghilterra vi sono molte scuole diverse: vi è la famosa scuola di Birmingham, che vorrebbe sostituire assolutamente la carta al numerario; vi è un’altra scuola, che vorrebbe restringere e far iscomparire la carta; in tutte queste scuole, in tutte queste polemiche non ho mai visto questa questione essere oggetto di grave controversia. Un’opera di fresco data alla luce in Inghilterra su questa materia, e che gode di grande riputazione, quella di Stuart-Mill, nel parlare delle Banche, encomia piuttosto queste disposizioni, e non v’ha alcuna critica contro di esse.
Debbo pur dire che ultimamente la Francia stessa, che in fatto d’innovazioni economiche è la nazione più conservatrice d’Europa (altrettanto è rivoluzionaria in politica, altrettanto conservatrice in fatto di sistema economico), la Francia stessa, ripeto, nelle sue Banche coloniali ha introdotto il legal tender. Per dir vero, tal cosa mi ha recato stupore, ed ha dissipato ogni timore rispetto a siffatta introduzione. Ed infatti, quando ho posto mente che i ministri francesi, i quali non vogliono aderire a veruna innovazione nel sistema economico, non rifiutarono quella che ho ora accennata rispetto alle Banche coloniali, non esito a dirlo, ogni timore d’inconvenienza è sparito dal mio pensiero. Parmi dunque d’aver chiarito che gli argomenti storici stanno in favore di questa disposizione.
Si può indicare qualche autore inglese che l’ha censurata, ma si noti che l’Inghilterra è un paese di libertà, dove si manifestano ad ogni tratto le opinioni più contrarie e disparate, di guisa che non è a stupirsi che anche uomini di vaglia abbiano combattuta un’opinione che generalmente è sostenuta. Se noi dovessimo dar credenza a tutto quello che si riferisce sull’opinione pubblica in Inghilterra, noi cadremmo spesse fiate in gravissimo errore. In un’importante discussione che ebbe luogo nell’Assemblea francese, il signor Thiers ha asserito che in Inghilterra tutti lamentavano la riforma daziaria. Ora ciò è assolutamente contrario al vero. Sono i tories coi quali andò a pranzo il signor Thiers che lamentano questa riforma (Viva ilarità), ma l’immensa maggioranza della nazione è ad essa favorevole. Nella stessa guisa perciò io dico che ponno esservi alcuni che lamentino il legal tender, ma che la massa dell’Inghilterra è ad essa favorevole.
Si è detto che il legal tender è contrario al diritto naturale ed al diritto di proprietà. Per provare tale assunto si posero innanzi gl’inconvenienti del corso forzato della carta monetata: ma, o signori, io vi prego di riflettere esservi una differenza notevolissima tra il corso legale ed il corso forzato. Se avete in animo di combattere il corso legale, combattetelo; avrete forse ottime ragioni ad addurre in sostegno del vostro assunto; ma per una certa qual analogia che esiste tra le parole legale e forzato non venite ad imputare al corso legale tutti gl’inconvenienti del corso forzato. Nella tornata di ieri gli onorevoli deputati Farina e Bottone ci hanno rappresentato un quadro doloroso delle conseguenze, degli abusi a cui può dar luogo il corso forzato della carta monetata. Riguardo al corso forzato, quando la carta non è convertita in numerario, questa finalmente non viene ad avere nessun valore, ed io mi unisco agli onorevoli preopinanti per condannare l’istituzione di una carta non convertibile in numerario, qualora questa misura non sia comandata da un’assoluta necessità; ma lo ripeto, il corso legale non ha nessuna analogia col corso forzato; chè anzi io stimo che il corso legale, o moneta legale, come vuolsi appellare dall’onorevole deputato Lanza, renda meno probabile il passaggio al corso forzato. Io combatto le obbiezioni di coloro che dicono: il potere esecutivo potrà, senza che il Parlamento v’intervenga, dare il corso forzato alla moneta legale. Questo evidentemente non si può fare che con un abuso di potere, e se voi supponete che il Governo possa abusare del potere per operare questa illegalità, dovete anche supporre che possa farlo per passare dal corso assolutamente libero al corso forzato. Io allontano adunque quest’ipotesi che ho udito ripetere fuori del Parlamento. Rimango sopra il terreno legale, e dico che sarà più difficile il passaggio dal corso ordinario al corso forzato, quando non esiste il corso legale.
Ogniqualvolta una Banca condotta dietro norme prudenti, per circostanze indipendenti dalla volontà de’ suoi amministratori, per circostanze gravissime, si troverà nella condizione o di dover sospendere le sue operazioni o di chiedere il corso forzato, io credo che qualunque Governo le accorderà sempre questa facoltà. Ho per me l’esempio di tutte le nazioni più civilizzate d’Europa. Non solo il corso forzato fu dato ai biglietti della Banca di Francia dal Governo provvisorio, perchè la Francia era in una rivoluzione politica; non solo fu accordato dal nostro Governo, perchè noi eravamo in uno stato di guerra; ma fu concesso pure dal Governo del Belgio alle sue Banche, perchè, senza il corso forzato, queste Banche, le quali non potevano certo essere in istato di fallimento poichè si trovavano in condizione normale, avrebbero dovuto però cessare le loro operazioni e liquidare; ed il Governo del Belgio ha stimato che fosse minore inconveniente lo stabilire il corso forzato dei biglietti piuttosto che vedere questi stabilimenti sospendere le loro operazioni. Io non dubito quindi d’affermare che quando una circostanza gravissima mette una Banca nell’impossibilità di continuare le sue operazioni, tutti i Governi acconsentiranno ad accordarle questo favore. E non sono in ciò secondato dai soli esempi dei Governi del continente europeo, ma ho anche quello degli Stati Uniti. In America era tale l’antipatia che si provava pel corso forzato, il quale aveva prodotto innumerevoli disastri nella prima guerra dell’indipendenza, che s’introdusse nella Costituzione federale un articolo col quale si vietò a tutti gli Stati di accordare il corso forzato ai biglietti delle Banche private, e si proibì di sospendere l’obbligo di rimborsare in numerario; eppure, quando arrivò la crisi del 1839, la metà degli Stati dispensarono le loro Banche, temporariamente, dal pagare in numerario, e l’articolo della Costituzione non fu eseguito, ed il Governo centrale non ebbe il coraggio o non credette opportuno di far eseguire quell’articolo di legge, siccome avrebbe potuto, anche a dispetto della deliberazione dei singoli Stati. Ciò vi prova, o signori, che vi sono delle circostanze tali in cui è una necessità assoluta il dare il corso forzato. Ora io credo che l’esservi il corso legale, senza rendere impossibile questa circostanza, l’allontani. Io ho già avvertito che quando vi è il corso legale, anche nei momenti di crisi, vi è una certa quantità di carta che rimane necessariamente in circolazione pei bisogni della circolazione stessa, perchè quegli che sa di poter spendere fra due giorni il suo biglietto non si dà l’incomodo di andarlo a cambiare, sebbene abbia qualche sospetto sull’avvenire. Sostengo adunque che col diminuire l’afflusso dei biglietti alla Banca in quei momenti di crisi, si allontana la necessità di ricorrere ad un mezzo molto più violento, molto più dannoso. Se poi la crisi è grave, se è una crisi sociale, una crisi politica, allora non vi è mezzo qualsiasi che impedisca l’afflusso alla Banca, che eviti la necessità di ricorrere al mezzo estremo del corso obbligatorio; ma nelle crisi ordinarie io reputo che questa misura giovi molto ad impedire alle Banche di essere in quella fatale necessità di sospendere le loro operazioni e di ricorrere al momentaneo corso forzato.
Parmi di aver dimostrato che era opportuno che si preferisse il sistema di una gran Banca non privilegiata, non investita di un monopolio assoluto, ma coll’obbligo di moderare, di regolare in certo modo la circolazione, e di poter essere in istato di somministrare un valido e potente appoggio al Governo nei momenti difficili; io credo di aver dimostrato che ove anche questa ipotesi non fosse fondata, e fosse da adottarsi il sistema delle Banche minori e molteplici, non vi era probabilità che queste Banche creassero una rivalità per la Banca Nazionale; ho dimostrato che il solo mezzo per ottenere un’importante Banca si era quello di determinare la Banca Nazionale a raddoppiare il suo capitale; ho dimostrato che il mezzo più opportuno per determinarla a raddoppiare il suo capitale era di accordarle il corso legale; ho dimostrato finalmente che questo corso legale non aveva gravi inconvenienti. Non aggiungo altre cose, e soltanto mi limito a rispondere ancora a coloro che hanno cercato di determinare la Camera a respingere la legge, come se l’istituzione di una Banca su larghe basi dovesse indebolire l’azione del Governo, o, dirò meglio, l’azione del paese quando giungessero momenti difficili.
Io ripeto con tutta schiettezza, che se vi ha un motivo più che un altro che mi ha determinato a persistere in questa risoluzione a malgrado dell’opposizione incontrata su quasi tutti i banchi della Camera, egli è perchè ho l’intima e profonda convinzione che l’istituzione di una potente Banca riuscirebbe indispensabile al paese nel caso in cui si verificassero le ipotesi a cui accennava.
Io non voglio sollevare il velo dell’avvenire, io non so se queste ipotesi si realizzeranno; ma quando il paese versasse in condizioni difficili, quando avesse bisogno di riunire tutti i mezzi possibili per compiere la sua missione, io lamenterei altamente che coloro i quali in quelle circostanze fossero chiamati a dirigere gli affari, non potessero far calcolo sopra i potentissimi mezzi che loro somministrerebbe l’istituzione che io vi domando di creare; io in questo caso desidererei ardentemente di ingannarmi; io farei voti che, allora, coloro che mi combattono con maggior insistenza, con maggior veemenza o con maggior passione, non fossero i primi a conoscere che io aveva altamente ragione, e che io qui non combatteva per gli interessi di una società privata, ma che sosteneva i veri, i reali interessi del paese. (Bravo! Bene! da molti banchi.)
Note
- ↑ Plenipontenziario della Sardegna.
- ↑ Il marchese d’Azeglio.
- ↑ L’ordine del giorno proposto dal deputato Biancheri che era il seguente: «La Camera, considerando che le nostre relazioni internazionali con la Francia sarebbero tuttora rette dal trattato precedente del 28 agosto 1843; soprassedendo per ora da qualunque deliberazione in merito ai due trattati nuovamente conchiusi, invita il Ministero a riprendere le trattative col Governo di quella repubblica, e passa all’ordine del giorno.
- ↑ Il piccolo commercio marittimo della Sardegna, poco favorito nel Mediterraneo, incominciava a tentar quello che non avevano osato le repubbliche marittime del secolo XVI, allorchè, slanciandosi vigorosamente verso il nuovo mondo, avrebbero potuto trarre da ciò la loro salvezza. La Sardegna annodò rapporti molto estesi con l’America Meridionale, e vi gettò i semi di una ricchezza che l’Italia potrà forse col tempo raccogliere. Uno degl’indizi di questa tendenza nuova si riscontra in un discorso detto dal conte di Cavour al Senato il 2 luglio 1853, alcuni brani del quale non saranno qui fuori di posto. Trattavasi di stabilire una linea di navigazione a vapore, fra Genova e l’America:
«Noi, o signori, da alcuni anni facciamo ogni sforzo per favorire lo sviluppo dello spirito di associazione nel nostro paese, e grazie al cielo, siamo giunti a vederlo svolgere ed estendersi ad un’infinità di rami economici e commerciali. Noi vediamo lo spirito di associazione creare banche, costituire società per strade ferrate ed altre imprese. Finora, cosa strana a dirsi, questo spirito di associazione non si era mai rivolto alle imprese marittime. Nella città di Genova, la nostra metropoli commerciale, questo spirito parve più difficile a svilupparsi che in tutte le altre parti dello Stato. Non vi è certamente nessuno di voi che riflettendo alle condizioni economiche del nostro Stato, non sia colpito da questa anomalia. Parrà impossibile che una città così ricca di capitali, nella quale abitano gli uomini più esperti nelle transazioni commerciali, ove l’elemento marittimo trova tante risorse, ove la popolazione è forse la più solerte, la più abile sul mare, non avesse mai potuto costituire una grande impresa con forze collettive. Tutti questi elementi di ricchezza agivano separatamente, onde si può dire che il commercio genovese è il resultato di sforzi individuali....
» Ebbene, o signori, questa impresa è la prima operazione, è la prima applicazione sopra una larga scala dello spirito di associazione nella città di Genova. Se questa impresa riesce, se darà buoni resultati, io sono certo che produrrà un grande effetto, ed avrà numerosi imitatori, e che in seguito si costituiranno più facilmente società per grandi imprese senza il sussidio dello Stato. Si noti ancora una circostanza speciale: i capitali genovesi si sono associati ai capitali piemontesi. Nella sola città di Torino furono sottoscritti per più di 4 milioni di azioni! Una tale unione di capitali piemontesi con i capitali genovesi per una impresa marittima, è, a mio credere, un fatto importantissimo e di felicissimi augurii; è un fatto, mi permettano dirlo, che non solo ha una importanza economico-finanziaria, ma anche politica.
»Pare a prima giunta, che un ministro delle finanze che viene ogni giorno a lamentare le strettezza dell’erario, la trista condizione del tesoro pubblico, non debba avere il coraggio di venire a proporvi una spesa così ingente. Ma, o signori, essa è la conseguenza di un sistema che egli segue da tre anni; di un sistema che è stato in molte circostanze avvalorato dai vostri suffragi. Certamente che in faccia di una deficienza, parrebbe a primo aspetto che si dovrebbe allontanare ogni spesa straordinaria, qualunque spesa non strettamente indispensabile. Queste considerazioni, permettetemi che ve lo dica, si potevano far valere ora sono tre anni, quando cioè si è inaugurato il nuovo sistema economico-finanziario. Allorchè dopo la nostra gloriosa, ma infelice lotta, ci siamo trovati in condizioni difficilissime, a fronte di un bilancio con grandissime deficienze, si era forse in allora che si potevano porre in bilancio i due sistemi: quello cioè delle assolute economie onde con piccoli mezzi ristabilire l’equilibrio, e quello che seguiamo in ora. Voi avete scelto quest’ultimo, e mentre da una mano mettevate nell’urna il voto favorevole alle nuove imposte, avete avuto il coraggio, l’ardire di sancire riforme, che tendevano invece a diminuire altre già esistenti; ciò pareva quasi insania; eppure il fatto ha dimostrato l’opportunità di questa politica. La diminuzione delle imposte è stata largamente compensata dall’aumento degli altri prodotti, e quei rami stessi, oggetto di riforma, dopo una breve diminuzione, risorsero al primitivo loro livello.
» Voi potevate altresì, come già dissi, rimandare ad epoca più opportuna il proseguimento delle imprese straordinarie, l’adozione di nuovi progetti; voi avete fatto tutto il contrario: avete imposto al ministero l’obbligo di proseguire, e proseguire alacremente le imposte già attivate. Voi avete sanzionato una quantità d’altre leggi relative a nuove imprese; avete votato dei milioni per le strade di Novara e di Susa nell’anno scorso. Questo pareva un atto di imprudenza eccessiva, eppure l’esperienza ha provato essere stato atto di sapienza politica, poichè questi milioni che votaste l’anno scorso, non saremo forse obbligati a trarli dalle casse, ed in ogni caso vi faranno prontamente ritorno ingrossati di non lieve premio. In quest’anno avete dato prove di ben altro ardire: voi avete sancito i due progetti delle strade ferrate le più ardite e rischiose d’Europa, avete votato 10 milioni per una strada che si farà all’estero; avete accordato la garanzia del 4 1/2 0/0 ad una delle strade più costose; dopo tutto questo vorreste voi arrestarvi avanti ad un sacrifizio di alcune centinaia di migliaia di lire? Dopo avere speso centinaia di milioni per fare di Genova una grande piazza di commercio di Europa, vorreste voi negare qualche centinaia di mille lire per assicurarle commercio d’America? Questo, o signori, mi parrebbe una contraddizione ed un’anomalia, e farebbe disdire la politica che avete sancito a più riprese, la politica che avete seguito da tre anni in qua.» - ↑ Alcuni protezionisti sfegatati fecero scrivere sulle mura della città; Abbasso Cavour, Morte a Cavour. E vi fu anche a proposito della diminuzione del dazio sui grani una specie di sommossa, che si limitò per altro a rompere i vetri alle finestre del palazzo Cavour.
- ↑ Nell’ottobre del 1848, discutendosi alcune leggi di finanza, il conte di Cavour, combattendo gagliardamente il principio dell’imposta progressiva, ebbe occasione di dire le parole seguenti a proposito del socialismo:
«Si cadrebbe in grave errore se si reputasse il socialismo come un sistema affatto stravagante ed assurdo, fondato sopra idee chimeriche. No, o signori, questo sistema che ha sedotto molti spiriti eletti riposa sopra un principio erroneo sì, ma un principio specioso, grave, che merita di essere maturamente esaminato. Questo principio è il seguente; sostituire lo Stato, la società al possessore del capitale privato nella grande opera della produzione, dell’accumulazione della ricchezza.
» Per dimostrarvi i danni che queste idee sparse nel pubblico possono produrre, vi rammenterò l’esempio della vicina Francia, vi porrò sott’occhio il lacrimevole stato economico a cui è ridotta quella contrada sì fiorente or sono ancora pochi mesi.
» La rivoluzione del febbraio fu una crisi tremenda, ma a prima giunta non si potevano prevedere le terribili conseguenze economiche da essa prodotte. La distruzione della monarchia, lo stabilimento della repubblica costituiscono uno dei maggiori sconvolgimenti politici possibili, ma non bastano a spiegare la terribile crisi economica che sì crudelmente ha travagliato e travaglia tuttora la Francia.
» La causa di questi sconcerti, del disordinamento dell’industria e del commercio, non è già la repubblica, sono le idee, le tendenze socialiste che si manifestarono appena fu essa istituita. E ciò che produsse il maggior male non furono le idee, i sistemi degli uomini estremi, dei così detti comunisti, dei Cabet e dei Louis-Blanc; fu il semi-socialismo degli uomini del Governo provvisorio; uomini per molti lati rispettabilissimi, ma traviati sino ad un certo punto dalle dottrine erronee dei socialisti i più moderati.
» Ciò che spaventò i capitali, distrusse il credito, arrenò l’industria ed il commercio, non furono i sogni icarici di Cabet e gli sperimenti falansterici; ma bensì i decreti del Governo provvisorio dettati dai signori Garnier Pagès e Duclerc sulle gravezze progressive, sulla espropriazione delle strade ferrate, dei Banchi, delle compagnie d’assicurazione.
» Questi decreti, ispirati da ottime intenzioni, dettati da uomini che si dichiararono contrari al socialismo, tendevano però a far prevalere tosto o tardi quelle funeste dottrine. Se i progetti dei finanzieri del Governo provvisorio fossero stati attuati, il potere sociale, dopo di aver reso difficile la creazione di nuovi capitali per opera dei privati, si sarebbe sostituito ad essi immediatamente nell’industria delle strade ferrate, dei Banchi, delle assicurazioni, per poscia abbracciare le altre grandi industrie esercitate dai singoli cittadini, e diventare il massimo, per non dire il solo produttore dello Stato.» - ↑ I deputati Lorenzo Valerio, Brofferio, Avigdor, Mellana e Sineo.
- ↑ Il deputato Avigdor.
- Testi in cui è citato Pietro De Rossi di Santarosa
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- Testi in cui è citato Luigi Cibrario
- Testi in cui è citato Alessandro Manzoni
- Testi in cui è citato il testo I promessi sposi
- Testi in cui è citato Justus von Liebig
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