Il conte di Cavour in parlamento/Sull'alleanza con le potenze occidentali contro la Russia
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VII.
SULL'ALLEANZA CON LE POTENZE OCCIDENTALI
CONTRO LA RUSSIA.
È stato detto con ragione che l’alleanza del Piemonte con le potenze occidentali per la guerra di Crimea fornisce uno degli esempi, rari ai nostri giorni, di una politica previdente e che sa bene dove vuole andare; giova aggiungere che essa porge esempio altresì di quello che possa il genio di un grande uomo sulla opinione pubblica. Bisogna avere abitato Torino nel 1855 per farsi una idea dello stupore e insieme della incredulità con cui fu accolta la notizia che il Piemonte stava per prender parte alla guerra di Crimea inviando 15,000 uomini contro la Russia! Sei anni appena erano trascorsi dalla sconfitta di Novara; non era per anche ristabilito l’equilibrio fra le entrate e le spese pubbliche; intrighi clericali e rivoluzionari agitavano il paese; poco innanzi, la Corte di Roma aveva pubblicati i documenti diplomatici scambiati con la Sardegna a proposito di trattative che non erano ad altro riuscite che a rompere le relazioni fra i due governi: l’Austria aveva sequestrato i beni degli emigrati lombardi doventati sudditi del re di Sardegna; da ogni parte udivansi severi biasimi contro le intemperanze della stampa piemontese; da tutti i gabinetti di Europa piovevano a quello di Torino consigli di prudenza; e malgrado tutto ciò, si osava parlare (ci voleva per farlo un gran coraggio!) di spedire quasi la metà dell’esercito attivo in lontane regioni, dove le milizie di Francia e d’Inghilterra già da più mesi combattevano senza avere peranche ottenuta alcuna segnalata vittoria. Nel seno stesso del Gabinetto l’esitanza fu grande, tantochè il generale Dabormida, ministro degli Affari Esteri, offrì le sue dimissioni e dette luogo ad una modificazione parziale del ministero, per la quale il conte di Cavour, risoluto oramai, prese per la prima volta il ministero degli Esteri conservando la presidenza del Consiglio e il portafogli delle Finanze; e il signor Rattazzi, insieme col ministero di Grazia e Giustizia, resse quello dell’Interno.
Allorquando nel novembre del 1854 l’Inghilterra offerse per la prima volta alla Sardegna di accedere al trattato del 10 aprile 1854, comunicato, d’accordo con la Francia, alle potenze occidentali di Europa, tutte le norme onde suole comunemente esser retta la politica consigliavano al Gabinetto di Torino di limitarsi ad una pura e semplice adesione. A tale partito eransi già appigliati tutti i minori Stati di Europa il Belgio s’era chiuso nella sua neutralità; il re di Napoli aveva dichiarato che antichi obblighi di gratitudine gli vietavano di porsi in lotta con la Russia; pareva quindi che il Piemonte dovesse o seguire la stessa via o, almeno, imitare la Prussia, e come lei temporeggiare tanto da sfuggire la responsabilità di una qualsiasi deliberazione. Ma il conte di Cavour, cui già per natura ripugnava il tentennare fra opposti partiti, comprese invece che pel Piemonte, di fresco apparso in mezzo all’Europa come Stato costituzionale e risguardato da lei con speciale attenzione per la sua attività liberale in mezzo alla sonnolenza in che giacquero gli altri Stati dopo la crise del 48, era giunto il momento di dare prova di sè, di ricattarsi delle ultime sconfitte, e di farlo tanto più presto, quanto meno l’Italia, che in esso ormai riponeva ogni sua speranza, poteva, dopo tante sofferenze, pazientare ancora per lungo tempo.
Il Cavour, dacchè era entrato al governo della cosa pubblica, erasi proposto un gran fine; unire, cioè, ancora più strettamente il Piemonte con i due Stati che, malgrado apparenze fallaci e numerosi disinganni, pur sempre rappresentavano in Europa la causa liberale, e con l’aiuto di esse mandare a vuoto le pretese conquistatrici e la politica dell’Austria in Italia. Adunque or che gli si porgeva l’occasione di rendere un servizio a quei due Stati, si affrettò a trarne partito, per impegnarli, moralmente almeno, nella lotta che per conto suo sosteneva. Egli comprese che era giunto uno di quei casi straordinari nei quali tanto vale l’obolo del povero, quanto, in condizioni diverse, l’abbondante dono del ricco; e che la Provvidenza concedeva finalmente all’Italia quel punto d’appoggio, dal quale, anche con una leva mediocre purchè adoperata laboriosamente, si può sconvolgere un mondo intiero. E per dir tutto, l’indole allegra e spigliata del conte di Cavour si lasciò anche sedurre dal piacere di giovarsi delle difficoltà in mezzo a cui trovavasi l’Austria, la quale, malgrado l’arte della sua diplomazia per parere abile, era di fronte a due partiti inaccettabili del pari. Infatti essa non poteva, nonostante tutto il coraggio onde erasi mostrata ricca in altre simili congiunture, spingere la ingratitudine fino al punto di combattere a viso aperto la Russia che l’aveva salvata nel 1848; e nemmeno fare causa comune con lei e rinunciare alle sue mire ambiziose in Oriente: doveva quindi inesorabilmente scontentare tutti e rimanere isolata.
Il conte di Cavour ebbe il merito di essere uno dei primi ad accorgersene: ma egli andò più oltre; egli sostenne che quand’anche l’Austria stringesse alleanza con le potenze occidentali, meglio valeva pel Piemonte combattere a fianco delle tre potenze riunite, che rinchiudersi in una sterile neutralità, perchè, qualunque servizio l’Austria render potesse alla Francia ed all’Inghilterra, era del tutto impossibile che se ne facesse pagare a spese del Piemonte, se questo, per quel tanto almeno che le sue forze potevano, si adoperava al vantaggio comune. Che se invece l’Austria si univa alla Russia, allora la guerra di Crimea trasformavasi in una guerra di tutte le nazioni oppresse, e l’alleanza del Piemonte con la Francia e con l’Inghilterra era il primo passo verso il risorgimento italiano.
A furia di diffondere con infaticabile attività queste idee e conversando tutte le ore con gli uomini più notevoli dei vari partiti, il conte di Cavour giunse a persuadere un gran numero di giornalisti, di deputati e di senatori. La sua amicizia con sir James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, i rapporti ch’egli aveva co’ principali uomini di Stato d’Europa, gli dettero ben presto l’autorità necessaria per dirigere gli affari esterni, di cui per la prima volta occupavasi ufficialmente. Tuttavia, mentre duravano le trattative e prima che l’alleanza fosse stretta, egli ebbe da superare più d’uno scoglio, da vincere più d’una difficoltà. Sul primo l’Inghilterra aveva in animo di assoldare una parte delle truppe piemontesi e di inviarle, a sue spese, in Crimea, per rinforzare il corpo di lord Raglan, decimato dalle malattie e dalla mancanza di oggetti di prima necessità. Il conte di Cavour respinse codesto patto indecoroso, e vi fece sostituire, giovandosi della intromissione della Francia, un’alleanza pura e semplice, nella quale il Piemonte, correndo i medesimi rischi, avrebbe avuti gli stessi diritti delle due potenti nazioni. L’aiuto pecuniario dell’Inghilterra fu accettato, non già a titolo di sussidio, ma soltanto di imprestito. E furono per tal modo bene interpetrati i sentimenti del paese e dell’esercito; giacchè, risaputosi che il trattato d’alleanza era sottoscritto, e corsa in pari tempo la voce che il Piemonte aveva ricevuto un sussidio dall’Inghilterra, soldati ed ufficiali manifestarono una viva ripugnanza a combattere come gente mercenaria, e fu scritto al ministro della guerra dai comandanti, che le truppe sarebbero partite solo per obbedienza, ma a testa bassa e col cuore stretto dall’umiliazione. Poco dipoi invece, smentita la falsa notizia, piovvero da ogni parte al ministro domande di ufficiali che volevano prender parte alla guerra.
Fu adunque pattuito che la regina di Inghilterra, per agevolare al Piemonte l’invio di un corpo di 15,000 uomini in Crimea, avrebbe chiesto al suo parlamento la facoltà di fare un prestito al Governo Sardo di 25 milioni di franchi, al 4 %, tre per interessi, ed uno per rimborso del capitale; e che se la guerra fosse durata più di un anno, altri 25 milioni sarebbero stati prestati alla Sardegna alle medesime condizioni.
Il conte di Cavour, avrebbe desiderato che fossero aggiunti alcuni articoli segreti al trattato d’alleanza, pei quali il Piemonte fosse guarentito da qualsiasi attacco dell’Austria, e che Francia ed Inghilterra promettessero di adoperarsi attivamente affinchè l’Austria stessa togliesse il sequestro sui beni degli emigrati italiani. Ma il Governo austriaco, avuto sentore delle trattative intavolate fra la Sardegna e le potenze occidentali per la guerra di Oriente, mostrossi più che mai severo nell’affare dei sequestri, e si pose ad osteggiare come per lui potevasi, la conclusione dell’alleanza. Allora il conte di Cavour, accortosi del pericolo, tralasciò di insistere su ciò che aveva dianzi richiesto e il trattato d’alleanza con le due convenzioni militare e finanziaria poterono senz’altre difficoltà esser firmate il 26 gennaio 1855.
Prima ancora che tali accordi fossero sottoposti all’esame del Parlamento, si manifestò in Piemonte, per parte d’alcuni, una viva opposizione. Venti deputati presentarono una petizione dei negozianti genovesi contro il trattato, il quale, dicevano, avrebbe distrutto il fiorente commercio di Genova con Odessa. In pari tempo il partito esaltato sparse fra i sotto-ufficiali ed i soldati un manifesto in cui, tra altre cose, dicevansi queste: «Nessuno ha il diritto di disporre dei cittadini, dei soldati italiani per una guerra antinazionale, alla quale dovrà prender parte l’Austria, che si è assicurata col trattato del 2 dicembre, la sua preponderanza in Italia.... Sorgiamo dunque in massa! giuriamo di non combattere che per la Unità d’Italia e pei popoli che aspirano a rivendicare la loro nazionalità.» Malgrado però queste ed altre manovre di partito, la popolazione rimase tranquilla; e quanto alla disciplina dell’esercito, essa avrebbe saputo resistere a ben altri attacchi.
Il trattato di alleanza fu presentato alla Camera il giorno stesso in cui fu firmato; gli Uffici cominciarono tosto ad occuparsene, e in breve, cioè il 2 febbraio, il deputato Lanza (di poi più volte ministro) nominato relatore, presentò un rapporto favorevole al progetto di legge. Ventisei deputati si iscrissero per prendere la parola, e il giorno dopo cominciò la discussione pubblica.
Furono chieste innanzi tutto spiegazioni sulla crisi ministeriale; ed il conte Cavour rispose, il generale Dabormida essersi allontanato dal ministero, sol perchè egli erasi impegnato ad ottenere che la Francia e l’Inghilterra promettessero formalmente di obbligare l’Austria a togliere il sequestro sui beni degli emigrati, ciò che non era stato possibile di ottenere; ma che, pur ritirandosi, erasi dichiarato favorevole all’alleanza, e che l’avrebbe, come senatore, difesa nel primo ramo del Parlamento. Dipoi la Sinistra, nella questione principale, sostenne che alla Sardegna per niente profittava lo entrare nel concerto europeo, dal momento che l’Austria (disse il deputato Brofferio) ne era il principale concertatore: che sarebbe stato funesto all’Italia qualunque riavvicinamento con l’Austria, e che, per questa alleanza, il Piemonte risicava, se non il suo territorio, le sue libere istituzioni, poca fiducia ispirando il liberalismo della Francia e dell’Inghilterra. Il generale Durando in un discorso, udito con la massima attenzione, rispondendo, tra i primi, all’Opposizione, dimostrò la neutralità piena di pericoli, molto difficile a conservare, e in tutto contraria alla politica tradizionale di casa Savoia ed agli interessi d’Italia. E parlò pure delle mutazioni che la guerra avrebbe introdotto nel sistema dell’alleanze europee, degli avvenimenti che da esse potevano derivare, dei vantaggi che l’Italia avrebbe potuto ritrarne, dell’obbligo di riscattare la disfatta di Novara, terminando la sua splendida orazione con queste parole: «Signori, approvate questo trattato con fiducia, con ardore; pensate che se in tanto movimento di tutta l’Europa, quando essa vi apre le braccia, voi la respingete: se rimanete inoperosi, se proclamate una politica di neutralità, a cui nessuno presterà fede, voi forse politicamente vivrete, ma i vostri figli o i figli de’ vostri figli morranno inonorati ai piedi delle Alpi, e con essi saranno sepolte le ultime speranze d’Italia.»
Il conte di Revel parlò contro il trattato, perchè, secondo lui, dovevasi indugiare ancora prima di gettarsi alla guerra, e perchè, in ogni caso, era da accettare il sussidio pecuniario dall’Inghilterra. Il generale Menabrea invece, pur censurando in parte la convenzione militare e la finanziaria, difese l’alleanza con le potenze occidentali; la quale trovò poi un ben più gagliardo propugnatore nel Farini che mise in chiaro come la guerra di Crimea, rendendo quindi innanzi impossibile una nuova Santa Alleanza, distruggesse fino l’idea da cui nacquero i funesti trattati del 1815. E assai giovò eziandio all’approvazione del trattato la difesa che ne fece il deputato Correnti, allora emigrato, il quale, compreso il fine della sapiente politica del conte Cavour, l’accettò di gran cuore, e separandosi con pochi amici dalla estrema Sinistra a cui fino allora aveva appartenuto, fece dire universalmente che quella politica essere doveva in tutto e per tutto italiana, se la caldeggiava con tanto vigore un emigrato, noto, fino allora, per le sue opinioni avanzate.
Alla fine il 10 febbraio la Camera approvò il trattato d’alleanza con 101 voti favorevoli e 60 contrari. Sottoposto immediatamente all’esame dal Senato, parlarono contro di esso i senatori Ricci, Sclopis, Colli, Doria, Della Torre, Cataldi, Castagneto e Musio; lo difesero, insieme coi ministri, i senatori Roberto d'Azeglio, Giacinto Collegno, Sauli e Defornari; e fu approvato con 63 voti contro 27.
Il generale La Marmora si recò immediatamente a Parigi per prendere i necessari accordi col Governo francese; poco appresso, cioè sul principio di aprile, le truppe piemontesi sbarcavano a Balaclava. Ricevute assai cordialmente dai Francesi e dagli Inglesi, salirono tosto in gran pregio pel loro ottimo contegno, pel sistema irreprensibile ond’erano vettovagliate e per la loro costanza nel sopportare le fatiche e il clima, tanto diverso da quello dei loro paesi.
Arrivate in Oriente durante i primi lavori dell’assedio di Sebastopoli, dovettero sostenere, prima di ogni altra, la dura prova del cholera, che mietè, sul piccolo esercito, buon numero di vittime. Il Piemonte intanto con grandissima ansietà aspettava le loro nuove; e quasi impazientavasi, perchè ancora non giungeva quella che i soldati piemontesi eransi, essi pure, trovati al fuoco. Alla fine il giorno tanto sospirato arrivo, e si seppe che a Traktyr la vittoria era stata pei nostri. Così furono alla fine confortati i dolori e le umiliazioni sofferte da Novara in poi da un popolo essenzialmente militare, e tutto umiliato fino allora da quella sconfitta; così tutta Italia aperse il cuore a nuove e virili speranze, ed a Milano, mentre l’Imperatore d’Austria per l’ultima volta la visitava, si raccolsero privatamente denari per innalzare un monumento all’esercito sardo.
Poche settimane soltanto separano il giorno in cui quel monumento fu inaugurato a Torino, e quello nel quale, per la battaglia di Magenta, Milano fu anch’essa sottratta al dominio straniero.
1.
(Seduta della Camera, 26 gennaio 1855.)
Signori, la Guerra d’Oriente chiamando a conflitto sul campo della politica nuovi interessi, ha rese altresì indispensabili nuove alleanze. Il corso delle antiche tradizioni diplomatiche venne ad un tratto interrotto, e nell’attenta considerazione d’un presente gravissimo e d’un futuro del quale una somma prudenza può solo antivenire i pericoli, fu chiaro ad ogni governo che, a fronte di complicazioni così inaspettate sulla scena del mondo, era da cercarsi un sistema che procacciasse forza, appoggi e rimedi atti a provvedere alle mutate circostanze.
L’Inghilterra e la Francia diedero prime al mondo il generoso esempio del più completo, obblio di loro gare secolari, scendendo unite sul campo ove si combatte la guerra della giustizia e del diritto comune delle nazioni. Gli altri governi, intenti al rapido volo degli eventi tutti, si dispongono a prendervi quella parte che richiedono la necessità o la convenienza della loro politica. In così serie condizioni ed in mezzo ad apparecchi cotanto generali, il governo del re avrebbe gravemente fallito ai suoi doveri, se non avesse attentamente considerato, esso pure, qual fosse il miglior partito da scegliersi pel bene del re e dello Stato, e se, fissata la scelta, non l’avesse risolutamente mandata ad effetto. I partiti erano due:
Neutralità, vale a dire isolamento;
Alleanza colle potenze occidentali.
La neutralità, talvolta possibile alle potenze di prim’ordine, lo è rare volte a quelle di second’ordine, ove non sieno collocate in circostanze politiche e geografiche speciali. La storia però raramente ci mostra felice la neutralità, il cui men triste frutto è farvi in ultimo bersaglio ai sospetti od agli sdegni d’ambe le parti. Al Piemonte poi, cui l’alto cuore de’ suoi re impresse in ogni tempo una politica risoluta, giovarono assai più le alleanze.
Il Piemonte è giunto a farsi tenere in conto dall’Europa più che non sembrerebbe chiederlo la sua. limitata estensione, perchè al giorno del comune pericolo seppe sempre affrontare la sorte comune; come altresì perchè nei tempi tranquilli fu ne’ Principi di Savoia la rara sapienza di venir passo passo informando le leggi politiche e civili ai nuovi desiderii ed ai nuovi bisogni, naturale conseguenza delle incessanti conquiste della civiltà - Potè, è vero, a quando a quando venir per poco travolto dalla furia degli eventi; ma, se cadde, risorse, ma non mai fu tenuto in dispregio o posto da canto, non mai fu spezzato il vincolo che lo lega ai suoi re, e trovò sempre la sua salute nella fiducia e nella stima che aveva saputo ispirare.
Nuovo attestato d’ambedue fu la proposta d’una alleanza venuta al governo di Sua Maestà per parte di quelli di Sua Maestà la Regina Vittoria e dell’Imperatore dei francesi.
Gli esempi della storia, l’antiveggenza del futuro, le nobili tradizioni della Casa di Savoia, tutto s’univa onde scostare il ministero da una politica timida, neghittosa, e condurlo invece per l’antica via seguìta dai padri nostri, i quali conobbero la vera prudenza stare nell’onore d’esser partecipe ai sacrificii ed ai pericoli incontrati per la giustizia, ond’essere a parte poi della cresciuta riputazione, ovvero del beneficio dopo la vittoria.
D’ordine del re, che in quest’occasione, come sempre, si mostrò pari alla grandezza degli eventi ed alla virtù della sua Casa, venne fatta formale accessione al trattato del 10 aprile 1854, ed insieme furono strette due convenzioni dirette a regolare il modo di concorso da prestarsi dalla Sardegna in dipendenza di quell’atto.
Veniamo ora a sottoporle alla vostra approvazione.
Frutto d’una prudenza che tende all’ardito ed al generoso, confidiamo che questo trattato possa ottenere il vostro assenso assai meglio che non l’avrebbe, se fosse invece suggerito da una prudenza timida e corta calcolatrice.
Voi, eletti di un popolo che ebbe sempre un cuor solo coi suoi principi ove gli avesse a seguire sulla via del sacrificio e dell’onore, non potreste aver in cuore diverso sentire.
Alla croce di Savoia come a quella di Genova sono note le vie dell’Oriente. Ambedue si spiegarono vittoriose su quei campi che rivedono oggi, rifuse in una sola, sui colori della nostra bandiera. Posta ora fra i gloriosi stendardi d’Inghilterra e di Francia, saprà mostrarsi degna di così alta compagnia, e la benedirà quel Dio che resse da otto secoli la fortezza e la fede della Dinastia di Savoia.
2.
DIFESA DEL TRATTATO DI ALLEANZA
E DELLA CONVENZIONE FINANZIARIA AD ESSO AGGIUNTA.
(Seduta della Camera, 6 febbraio 1855.)
Signori, era mio divisamento di aspettare che la lista degli oratori iscritti contro il trattato fosse vicina ad esaurirsi, prima di chiedere la parola onde non essere costretto ad abusare della vostra sofferenza, sorgendo per due volte a parlare; tuttavia gli attacchi contro il trattato furono tali, le insinuazioni contro la politica ministeriale furono di tale specie, e le interpellanze e le domande furono così numerose, che io estimerei di fallire a quello che debbo alla Camera, a quello che debbo agli oratori che mi hanno preceduto in quest’arringo, a quello che devo al ministero e a me stesso, se io aspettassi più oltre per sorgere a difendere la politica ministeriale ed a ribattere le accuse di cui fu fatta segno.
Per rispondere, o signori, io non seguirò passo passo i vari oratori che hanno combattuto il trattato, giacchè questo sistema mi costringerebbe a moleste ripetizioni; ma vedrò di fare in modo di non lasciare che nel complesso del mio dire rimanga senza risposta alcuno dei principali argomenti dei miei avversari. Onde la Camera però possa portare un fondato giudizio sulla politica del ministero, io mi propongo di farvi dapprima una breve e succinta relazione delle negoziazioni, e di dirvi quindi i motivi che hanno indotto il ministero ad accettare il trattato, per prendere in ultimo ad esaminare gli appunti che contro il trattato sono stati diretti.
Poco dopo la conclusione del trattato del 10 aprile, questo venne officialmente comunicato, dai rappresentanti delle potenze che l’avevano firmato, al Governo del re, senza però che a tale comunicazione andasse unito verun eccitamento ad aderire al medesimo; fu una comunicazione fatta come atto di cortesia che suole avvenire tra Corti amiche e che stanno in buone relazioni. In questa circostanza, il Governo manifestò le sincere sue simpatie sopra la causa che le potenze Occidentali avevano preso à propugnare, manifestò i voti che esso faceva pel trionfo delle loro armi, ma si astenne dal pronunziare veruna parola che potesse essere interpretata come un desiderio di entrare nella formata alleanza; mantenne un contegno riservato e dignitoso quale si conviene ad una potenza come la nostra, quando ha a trattare con le primarie potenze del mondo.
Dopo questa comunicazione ufficiale, più mesi trascorsero senza che venisse fatto al nostro Governo alcun eccitamento per parte delle potenze occidentali. Ebbero luogo, invero, non saprei dire se più o meno frequenti discorsi in cui si potè per avventura fare allusione alla possibilità della nostra accessione all’alleanza; ma non vi fu nessun atto nè officiale nè officioso che alla nostra accessione potesse riferirsi. Solo verso il fine del mese di novembre venne spedito da Londra l’ordine al ministro inglese di interpellare il nostro Governo in via officiosa, e direi quasi amichevole, poichè le lettere partivano non solo dai ministri, come ministri, ma da persone che si dicevano, a buon diritto, gli amici del nostro paese e, mi sia pure lecito il dirlo, amici degli uomini che sedevano a reggere i destini di quella nazione; in allora, lo ripeto, il ministro inglese ebbe l’ordine d’interpellare il nostro Governo sulla sua disposizione ad accedere al trattato d’alleanza, oppure a somministrare un corpo di truppa al Governo inglese. Per una circostanza che io non saprei bene spiegare, le lettere che portavano quest’invito si smarrirono per istrada, ed invece di venire direttamente, andarono a Marsiglia, in altre parti d’Italia, e non giunsero a Torino se non verso l’undici o il dodici di dicembre. Contemporaneamente venivano dispacci ai ministri di Francia e d’Inghilterra, dispacci ufficiali, scritti molto dopo queste prime lettere officiose, i quali imponevano loro di fare al Governo del Re formale invito di accedere al trattato di alleanza. A questi inviti ufficiali e officiosi, fatti quasi contemporaneamente, il ministero rispondeva che egli non avrebbe mai accolta nessuna proposta che avesse per mira di porre a disposizione del Governo inglese un corpo qualunque di truppe, ma che era disposto a trattare per l’accessione al trattato del 10 aprile. Dopo queste dichiarazioni si aprirono trattative per la stipulazione di un atto, col quale si faceva adesione al trattato, atto che si risolse nelle convenzioni militare e finanziaria, le quali dovevano determinare il modo e la conseguenza della nostra accessione.
Restringendomi adesso alla parte di narratore, non giustificherò la convenzione militare e quella finanziaria; mi limito solo per ora a dichiarare che sia nel primo invito che ci fu diretto, sia in tutto il corso delle negoziazioni, non venne mai pronunciata una frase, una parola, una sillaba che ci potesse far credere che i motivi che inducevano le potenze a chiedere il nostro concorso fossero quelli accennati nel discorso tenuto ieri in questa Camera dall’onorevole conte di Revel;[1] posso assicurare la Camera che, lungi dall’esservi stata in tutte queste trattative qualche parola che potesse interpretarsi per un sentimento di pressione, esse furono sempre circondate dalle proteste le più amichevoli, le più affettuose. Ed invero, io posso opporre alla poco benevola supposizione che faceva l’onorevole conte di Revel nella tornata di ieri, cioè che l’atto col quale il ministero di cui faceva parte, sul finire del 1851, si separava da lui e da’ suoi amici politici, che quest’atto, dico, sia stato cagione di sospetti e di diffidenze per parte dei gabinetti europei, o almeno per parte dei gabinetti occidentali; io posso opporre che avendo avuto dopo quell’epoca molte relazioni e officiali e personali con le persone più distinte che reggono i destini di quelle nazioni, io non ho avuto di che avvedermi che l’atto suddetto avesse dato origine a questi sentimenti di diffidenza. Io posso assicurare la Camera che non sono questi i motivi che indussero le potenze occidentali ad invitarci ad entrare nella lega. Mi sarebbe facile ciò chiarire, referendo le parole dette dal ministro francese e da quello inglese; ma me ne asterrò, ponendo mente che mi si potrebbe opporre che queste erano parole ufficiali e diplomatiche, alle quali non si può forse accordare una grande autorità. Io son lieto di aver nelle mani una prova, la quale non potrà essere contestata, vale a dire una lettera che lord Clarendon, ministro degli affari esteri d’Inghilterra, scriveva il 31 gennaio passato al ministro inglese a Torino, nel momento appunto in cui deponeva i sigilli dello Stato, perchè, essendo stato chiamato lord Derby dalla regina, si credeva destinato a ritornare alla vita privata. In simile contingenza l’illustre uomo di Stato che ho dianzi nominato scriveva al ministro inglese a Torino, sir Hudson, una lettera di cui sono autorizzato a leggere lo squarcio seguente:
«Mio caro signore, mi ricorderò sempre con piacere che l’ultimo mio atto in questo uffizio sia stato l’apporre la mia firma alle ratifiche del nostro trattato colla Sardegna: trattato che io credo debba essere di un vantaggio veramente essenziale ad ambi i paesi; al nostro, col fare che un bel corpo di truppe accresca le nostre forze; ed alla Sardegna, coll’innalzarla nella scala delle nazioni e col metterla nella posizione a cui il sovrano, il Parlamento ed il popolo di quel paese hanno acquistato giusto diritto. Potete assicurare il conte di Cavour (mi rincresce di entrare in scena, ma ciò è indispensabile) (Ilarità) che il trattato è popolare in questo paese in tutte le grandi città, direi quasi, nei villaggi stessi; popolare ad un segno di cui egli potrebbe appena farsi idea, in mezzo ad un popolo che generalmente non si interessa gran fatto nelle cose dei paesi stranieri. Esiste però in tutta quanta l’Inghilterra (leggo queste parole di lord Clarendon superando quel ritegno che sento, perchè si tratta della nazione) tanta ammirazione per la saviezza ed il coraggio di cui la Sardegna ha dato prova in difficili circostanze, tanta simpatia (noti il conte di Revel) pei fortunati sforzi fatti per istabilire una libertà razionale (e credo che questi sforzi siano anche quelli fatti dopo il momento in cui il conte di Revel si è separato dal Ministero), che qualunque misura tenda a legare più strettamente i due paesi è accolta qui con un sentimento che si approssima all’entusiasmo.» (Movimenti di sensazione.)
Questo documento, credo che valga ad allontanare assolutamente l’idea che l’Inghilterra e la Francia abbiano inteso esercitare una pressione per costringerci ad accedere al trattato di alleanza. Terminata così la parte storica (non so se avrà pienamente soddisfatto alla curiosità dell’onorevole conte Della Margherita ma è però quanto si raccoglie in riassunto dal complesso delle negoziazioni) passo a farvi conoscere, o signori, quali furono i motivi che indussero il Governo ad accedere al trattato.
Prima di tutto, o signori, il Governo ebbe ad esaminare se la guerra che si combatteva in Oriente interessasse realmente lo Stato nostro, se veramente vi fosse per noi interesse materiale, interesse politico a prender parte in essa, a concorrere allo scopo che si proponevano di ottenere le potenze occidentali.
Noi non abbiamo avute molte difficoltà a convincerci che la Sardegna era altamente interessata allo scopo della presente guerra. Difatti, o signori, se la presente guerra avesse esito felice per la Russia, se avesse per conseguenza di condurre le aquile vittoriose dello czar in Costantinopoli, evidentemente la Russia acquisterebbe un predominio assoluto sul Mediterraneo, ed una preponderanza irresistibile nei consigli dell’Europa. Ebbene, signori, sia l’una che l’altra conseguenza non possono a meno che riputarsi altamente fatali agli interessi del Piemonte e dell’Italia. Infatti, quando la Russia fosse padrona di Costantinopoli, lo sarebbe altresì del Mediterraneo,[2] poichè diventerebbe dominatrice assoluta del più gran mare, realmente mediterraneo, che esista sul globo, cioè del Mar Nero. Il Mar Nero diventerebbe allora un vero lago russo, e quando questo gran lago russo fosse nelle mani di una nazione che conta 70 milioni di abitanti, diverrebbe in poco tempo il più grande arsenale marittimo del mondo, un arsenale al quale non potrebbero forse resistere tutte le altre potenze marittime. (Sensazione.) Il Mar Nero, fatto russo mediante la chiusura del Bosforo, le chiavi del quale sarebbero date in mano all’autocrata, diverrebbe in certo modo la rada di Sebastopoli, allargata con proporzioni gigantesche.
Qui forse taluno mi dirà: e che importa il predominio nel Mediterraneo? Questo predominio non appartiene all’Italia, non appartiene alla Sardegna; esso è in possesso dell’Inghilterra e della Francia; invece di due padroni, il Mediterraneo ne avrà tre. Io non suppongo che questi sentimenti trovino eco in questa Camera; essi equivarrebbero ad una rinuncia alle aspirazioni dell’avvenire; sarebbe un dimostrarci insensibili ai mali onde fu afflitta l’Italia dalle guerre continentali, mali che vennero ricordati così eloquentemente dal nostro gran lirico moderno,[3] quando parlando delle conseguenze delle guerre che combatteansi dai forestieri in Italia al cospetto di popolazioni indifferenti al trionfo dei nuovi conquistatori, diceva:
«Il nuovo Signore s' aggiunge all' antico, |
Quando la Russia venisse ad acquistare la preponderanza nel Mar Nero, questi versi certamente si potrebbero con molta opportunità applicare a noi. Ma assai più degli interessi materiali, gli interessi morali sarebbero compromessi dal trionfo della Russia: quando essa venisse ad acquistare irresistibile influenza nei consigli europei, è mia opinione che il nostro paese, le nostre istituzioni, la nostra nazionalità correrebbero gravissimo pericolo. La storia di questi ultimi quarant’anni vi dimostra come mai sempre la Russia abbia esercitato la grandissima sua influenza nel senso di combattere ogni liberale tendenza, per reprimere ogni sforzo di popolare emancipazione. Io non ho bisogno di ricordare la parte che questa potenza ebbe in tutti i congressi europei, da quello di Aquisgrana a quello di Verona; io non ho bisogno di ricordarvi quale sia stata la funesta sua influenza sulla monarchia popolare di Luigi Filippo, quanti ostacoli essa abbia opposti all’emancipazione del Belgio, come infine abbia sempre esercitata in tutte le Corti d’Europa un’influenza alla libertà contraria; ed io credo di non errare dicendo che se molti principi della Germania non hanno mantenuto la parola che avevano data nel 1815, se le tendenze liberali di molti altri furono compresse, se le aspirazioni di quel gran popolo per rafforzare il principio di nazionalità non hanno potuto sortire buon effetto, questo è dovuto all’influenza che la Russia ha sempre esercitata nell’Alemagna. E notate, o signori, cosa rimarchevole assai, notate che quest’influenza non è dovuta al carattere dei principi, che hanno seduto sul trono di Pietroburgo; che anzi mi pare debito di giustizia il proclamare che pochi principi abbiano sortiti sentimenti più nobili, più generosi, che i due imperatori che si sono succeduti sul trono della Russia. Difatti, o signori, voi sapete come Alessandro fosse animato di nobili e generosi sentimenti, come ad un tempo si fosse fatto il magnanimo sostenitore de’ principii liberali. Si è ad Alessandro in gran parte che la Francia va debitrice se Luigi XVIII non ha seguiti i consigli della frazione degli emigrati che volevano condurlo al dispotismo; si fu ad Alessandro che la Svizzera ha dovuto di essere costituita; si fu grazie ad Alessandro che molti principi della Germania dovettero dare istituzioni liberali ai loro paesi. Eppure, o signori, Alessandro tornato nella Russia, fatto tosto convinto dell’impossibilità assoluta di applicare i principii liberali al proprio popolo, fu condotto in poco tempo a combattere altrove questi stessi principii, di cui egli si era fatto il propugnatore. Come Alessandro, così l’imperatore Nicolò sortì dalla natura animo generoso e forte; onde con giustizia tutti coloro che hanno visitato la Russia e sono d’animo imparziale, hanno dovuto riconoscere, tornando da quel paese, che l’oggetto più degno di nota favorevole, era l’istesso imperatore. Malgrado di queste disposizioni, Nicolò è stato fatalmente condotto a muover guerra tremenda ai principii liberali non solo nel proprio paese, ma su tutta la superficie di Europa; e questa fatale necessità ha condotto quel principe generoso sino a negare una manifestazione di simpatia e di stima pel magnanimo principe che gli era stato amico ed ospite, e che finiva i suoi giorni con morte eroica sul lido lontano di Oporto, senza che quell’imperatore gli volgesse una sola parola di conforto. Questa medesima necessità fatale fu quella che lo condusse altresì a dimenticare il leale e generoso suo figlio, col quale pure aveva avuto vincoli di amicizia, solo perchè questo nobile e generoso principe rimaneva fedele ai principii liberali da lui con tanto ardore perseguitati. Io mi credo quindi fondato in ragione a dire che la vittoria e la preponderanza acquistata dallo czar nei consigli di Europa sarebbe fatale alle nostre istituzioni, alla nostra nazionalità.
Nè mi si contrappongano, per indebolire questo mio argomento, le storiche memorie delle relazioni amichevoli della Casa di Savoia colla Casa di Romanof; e nemmeno i servizi resi ai nostri principi dall’imperatore Paolo sullo scorcio del secolo decimottavo e dall’imperatore Alessandro nei consigli di Parigi e di Vienna; perchè i principii che in allora dominavano nella nostra Corte, senza essere identici, grazie al cielo, con quelli della Corte di Russia, non erano ad essa ostili. Erano quelli i tempi in cui noi ci facevamo rappresentare a Pietroburgo dal famoso Giuseppe Maistre, l’autore del Trattato Du Pape e l’encomiatore dell’Inquisizione; quindi era ben naturale che una viva simpatia esistesse fra le due Corti. Ma ora, o signori, che per una gloriosa trasformazione, la Casa di Savoia si è immedesimata coi principii di libertà e di progresso; questa simpatia non può più esistere, ed ove la Russia venisse a trionfare, io lo ripeto, vado convinto che e le nostre istituzioni e la nostra nazionalità e la Casa stessa che regna su queste contrade correrebbero grande pericolo. Per queste considerazioni, o signori, mi pare evidente che noi abbiamo un interesse sommo alla guerra che si combatte in Oriente, che noi siamo, quanto altri popoli in Europa, tenuti a concorrere al suo scopo.
Ma, lasciando quello che io potrei chiamare parte teorica della questione, verrò a considerazioni più pratiche. Invitati ad accedere al trattato, noi non potevamo appigliarci che all’uno o all’altro dei seguenti partiti: od accedere o rimanere neutrali. Per vedere se convenisse accedere, parve naturale di ricercare le conseguenze del secondo partito; ed applicando qui il sistema che in matematica si chiama dimostrazione all’assurdo, fu tosto dimostrato che il sistema della neutralità era assurdo, o quanto meno non conveniente, e diveniva ad un tempo stesso provato che era all’incontro conveniente l’accedere al trattato del 10 aprile.
Mi lusingo che non avrò difficoltà a provarvi quali funeste conseguenze il sistema di neutralità avrebbe necessariamente avute.
Onde una nazione di second’ordine possa rimanere neutrale senza pericolo, quando le potenze di primo ordine sono impegnate in una gran guerra, si richiede, a parer mio, una condizione assoluta, ed è che la neutralità di quella nazione non torni nè a danno nè a vantaggio più dell’una che dell’altra parte belligerante. Quando la neutralità non esercita influenza veruna sulle condizioni della guerra, in tal caso ritengo che la medesima possa non avere conseguenze fatali. Certamente quando una guerra si combatte in Europa, le potenze d’America, la di cui neutralità non fa danno nè all’una nè all’altra parte belligerante, possono rimanere neutrali senz’inconveniente; alcuni altri paesi anche in Europa, per la loro condizione topografica o politica, possono rimanere neutrali; così io credo che il Belgio, che l’Olanda, che il Portogallo possono serbare una stretta neutralità, senza che questa loro determinazione porti nocumento nè all’una nè all’altra parte belligerante. Ma noi, signori, non eravamo in questa condizione, noi non potevamo rimanere neutrali senza indirettamente, ed in modo assolutamente indipendente dalla nostra volontà, incagliare grandemente le operazioni delle potenze occidentali, senza in certo modo fare un beneficio alla Russia, senza essere i segreti alleati di questa potenza. Io credo che le ragioni che valgono a dimostrare questa mia proposta siano da tutti intese; ma ove avessi bisogno di ricordarvele, mi basterebbe citare quello che dissero gli oratori che con maggior calore hanno combattuto il trattato, e propugnato il sistema di neutralità. Che cosa vi hanno detto questi oratori? Rimanete neutrali, ma armati; rimanete neutrali, non già perchè non si debba fare la guerra, ma onde poterla fare a tempo opportuno, onde approfittare di quelle eventualità che nel corso della guerra si potessero presentare, e per farla, non contro l’autocrate, ma contro le potenze che lo combattono. Io dico che questo ragionamento era perfettamente logico; che se noi non fossimo decisi ad accedere alla alleanza delle potenze occidentali, dovremmo rimanere neutri ed armati aspettando una qualunque eventualità. Ma soggiungo pure, o signori, che questo incaglierebbe grandemente le operazioni di una delle parti belligeranti, e che per conseguenza la nostra neutralità sarebbe altamente favorevole alla Russia. Essa ci farebbe adunque necessariamente perdere la simpatia delle potenze occidentali, indisponendole contro di noi, essendochè in politica si è sempre indisposti contro di quella potenza che ci fa del male, anche senza volerlo.[4]
Ma mi si dice: che cosa importa che le potenze occidentali siano indisposte contro di noi, se noi siamo nel nostro diritto, se noi non facciamo cosa che a termini del diritto delle genti possa esserci imputato a colpa? Signori, se le questioni politiche, se i destini dei popoli venissero sempre regolati a tenore del diritto privato, se fossero decisi da tribunali imparziali che non avessero altro movente che di rendere la giustizia, io capirei tutta la forza di questo ragionamento: ma, sia un bene, sia un male, le cose non sono così, e sappiamo pur troppo che nei consigli della diplomazia, nei congressi delle grandi e delle piccole potenze i destini dei popoli non sono sempre regolati a tenore di questo strettissimo diritto, e che talvolta pronunciano sentenze che non sono conformi ai suoi dogmi, ma che pur troppo sono inappellabili. La repubblica veneta aveva certo il diritto di rimanere neutrale fra la Francia e l’Austria alla fine del secolo scorso; essa nón violò nessun principio nè rispetto all’una nè all’altra; ma la sua neutralità essendo riuscita molesta a tutte due le potenze belligeranti, finì per inasprire contro di essa l’una e l’altra, e queste due potenze portarono contro l’infelice repubblica la fatale e, dirò pure, iniqua sentenza del trattato di Campoformio, della quale la povera Venezia ad onta dell’eloquenza dei suoi figli non potè mai ottenere la ben che menoma riparazione. (Bravo! Bene! dal centro.)
Parmi, o signori, d’avervi dimostrato quale sarebbe stata la conseguenza della neutralità rispetto ai governi occidentali; ma questa dovrebbe produrre un’altra conseguenza ai miei occhi non meno grave e fatale; ed è quella di farci perdere assolutamente le simpatie del partito liberale europeo. Questo partito si è dichiarato risolutamente in favore della guerra, in Germania, in Francia ed in Inghilterra. Per dimostrarvelo, quanto alla Germania, o signori, potrei citarvi tutti i giornali che hanno in quel paese conservata la libertà di parlare, come altresì le memorande discussioni del Parlamento prussiano, nel quale abbiamo visto gli uomini rimasti fedeli alle dottrine del 1848 e del 1849 propugnar apertamente la guerra, e dichiarare che l’Austria colla sua condotta ha acquistato la simpatia dei liberali di Germania. Lo stesso si debbe dire della Francia, dove veggiamo tutti i giornali liberali appoggiare vivamente il governo nella questione della guerra. Inoltre noi abbiamo veduto tutte le classi della società in Francia affrettarsi a portare al Governo i fondi necessari per sostenere la guerra: fatto questo assai significante, perchè la prova di adesione che si desume dal danaro dato è più luminosa di quella che consiste nello spender sole parole. (Ilarità.) La simpatia del partito liberale per la guerra è ancor meno dubbia in Inghilterra. Le discussioni del Parlamento, la polemica dei giornali vi prova che, in quel paese, tutti i partiti sono quasi unanimi nel propugnare la guerra. Nè mi muove il fatto citato dall’onorevole deputato Brofferio, che mi opponeva le parole pronunziate in un meeting a Manchester da un individuo che io mi onoro di chiamare amico e di riconoscere come maestro nelle materie economiche. L’esempio da lui citato, quello cioè di Riccardo Cobden, come tutte le eccezioni, non distrugge, ma conferma la regola. Difatti quanto accadde in quella riunione dall’onorevole deputato Brofferio citata è la prova migliore essere la guerra altamente popolare in Inghilterra, popolare in quei paesi stessi che hanno dalla guerra maggiormente a soffrire, cioè nei grandi centri industriali. Forse l’onorevole Brofferio non avea posto mente che in quella riunione provocata dallo stesso Cobden per difendere le opinioni pacifiche da lui propugnate nel Parlamento, opinioni che sapeva contrarie a quelle dei suoi elettori, Cobden non potè sul principio venire ascoltato, tanta era la indegnazione popolare contro di lui! Egli forse non sapeva che se ottenne al fine una qualche attenzione, si fu per gli sforzi dei fautori stessi della guerra che rappresentarono al popolo di Manchester come fosse dover suo di dare ascolto ad un uomo che tanti servizi avea resi alla causa della libertà ed era uno dei più gloriosi figli di quella città. Finalmente in quello stesso meeting invece di votare per la proposta di Cobden, ad immensa maggioranza si accolse una proposta in favore della guerra. Ma poichè egli ha citato un fatto di un mio amico, io ne citerò un altro, pure di un mio amico, che prova ad evidenza essere l’idea della guerra quella che predomina in tutta l’Inghilterra. Poche settimane scorse si rese vacante nel Parlamento inglese il seggio del borgo di Mary-LeBone; Mary-Le-Bone è forse il distretto più popolato di Londra, e fu finora come una specie di cittadella del radicalismo; Mary-Le-Bone ebbe sin qui per uso di mandare al Parlamento deputati rappresentanti le opinioni le più estreme del partito radicale. Ebbene, in questa circostanza si presentarono agli elettori due candidati. Uno appartenente al partito radicale estremo, un altro del quale mi onoro di essere amico, Lord Evelington, il quale appartiene bensì al partito liberale, ma al partito liberale moderato. Il radicale non era contrario alla guerra, ma solo tiepidamente favorevole. Lord Evelington invece era caldo fautore di questa. Ebbene, quest’ultimo, ad onta che fosse lord e non fosse radicale, fu eletto ad una straordinaria maggioranza. Egli mi scriveva, or son pochi giorni, avere trovato nel suo call, cioè in quella visita che fanno i candidati inglesi agli elettori, che tutte le questioni politiche erano assorbite dalla questione della guerra, alla quale esse si consideravano come subordinate. Questo prova all’evidenza essere in tutta l’Europa il partito liberale alla guerra favorevolissimo.
Ora, signori, se noi avessimo ricusato di partecipare a questa guerra dopo essere stati invitati, e quantunque fosse chiaro ed evidente essere interesse del nostro paese il prendervi parte, sarebbe venuta meno la stima che gli uomini illuminati hanno per il Piemonte, sarebbe diminuita di molto la simpatia che tutti gli uomini liberali e generosi hanno per questo paese; e questa, signori, la reputerei una grande sventura, giacchè io penso che se il Piemonte occupa in Europa un posto forse maggiore di quello che gli compete per la ristrettezza del suo territorio, esso lo deve alla potenza dell’opinione pubblica che gli è favorevole; lo ripeto adunque, sarebbe grande sventura l’avere perduto questo appoggio dell’opinione pubblica, sarebbe una sventura che nel futuro potrebbe tradursi in gravi calamità: nè io credo, signori, che questa potenza dell’opinione pubblica voglia venir contestata massimamente dagli oratori che seggono alla sinistra della Camera, giacchè sarebbe disconoscere uno dei maggiori progressi del secolo nostro, sarebbe disconoscere una delle più grandi conquiste della civiltà, sarebbe d’altronde negar fatti della massima evidenza. E chi ardirebbe di contestare l’influenza che l’opinione pubblica esercita sulle cose politiche, quando vediamo, non solo i governi retti a forme libere, non solo i governi i quali hanno lasciato una certa libertà di parola o di scritto, tener conto di questa grande sovrana del mondo, ma altresì i regnanti che per lo passato pareano tenere in non cale la pubblicità, fare appello a questo tribunale, come è testè accaduto all’imperatore di Russia nei suoi proclami, nelle sue notificazioni, come fece testè il sovrano pontefice coll’appellarne all’Europa nelle sue dissidenze colla corte di Sardegna? (Ilarità e segni di approvazione.)
Avendovi esposto le fatali conseguenze che il sistema di neutralità avrebbe portato, io credo di aver dimostrata l’assoluta necessità del trattato di alleanza; epperciò non sarebbe rigorosamente indispensabile il prendere ad esame gl’inconvenienti che dal medesimo possono nascere, giacchè, quando una cosa è necessaria, ragion vuole che degli inconvenienti gli uomini di Stato non si occupino, se non per cercare di menomarli. Tuttavia io tratterò anche questa parte della questione senza tener conto delle ragioni che ebbi testè ad addurre per dimostrare la necessità della lega; ed esaminerò le conseguenze finanziarie, economiche, militari e politiche del trattato, e spero di dimostrarvi che se la nostra determinazione non è scevra nè di pericoli nè d’inconvenienti, come nol può essere veruna determinazione che abbia per oggetto di farci entrare in guerra con una gran potenza, questi inconvenienti e questi pericoli sono stati singolarmente esagerati dagli onorevoli miei oppositori.
La questione finanziaria è certamente gravissima: io debbo più d’ogni altro riconoscere essere le condizioni nostre non delle più liete. Essendo stato condannato a presentarmi tante volte avanti a voi per proporvi nuove gravezze, per chiedervi nuovi imprestiti, io non potrei certamente or venir qui a tessere il panegirico dello stato delle nostre finanze; tuttavia io non lo giudico tale da portare uno sgomento nei nostri animi, e da vietarci di consentire sacrificii pecuniari, quando questi sacrificii ci sono comandati da considerazioni di onore, da considerazioni di interesse, di alta politica. Sicuramente non possiamo ancora dire essere noi in una condizione normale, posciachè il nostro bilancio del 1855 presenta un notevole disavanzo. Tuttavolta io faccio osservare che questo disavanzo che si può calcolare da 10 a 11 milioni, in realtà si riduce a due milioni o due milioni e mezzo, stantechè nel bilancio sono stanziati otto milioni e centomila lire per fondo d’estinzione. Ora, ognuno sa che questo fondo non costituisce una vera spesa, è una diminuzione di debito che si dovrebbe fare se fossimo in condizione di farlo. Il nostro bilancio del 1855 presenta un reale disavanzo di due milioni circa, e questo non esisterebbe se le fatali condizioni economiche non ci avessero costretti l’anno scorso a ridurre alcuni anni prima che fosse giudicato opportuno, a sopprimere, per dir meglio, il dazio sui cereali che fruttava tre milioni ed a ridurre di qualche centinaio di mila lire il prodotto del canone gabellario; quindi se le imposte che esistevano nel 1853 fossero in vigore nel 1855, non vi sarebbe alcun disavanzo reale, cioè le spese, indipendentemente dal fondo di estinzione sarebbero pareggiate alle entrate. Questa condizione di cose non è tale, a’ miei occhi, da incutere spavento nello stato delle nostre finanze; noi siamo stati sottoposti ad una serie di crudeli disastri, abbiamo visto alcune sorgenti di produzione colpite nel modo il più tremendo; abbiamo visto i nostri commerci, le nostre imprese incagliate dalla guerra, dalle complicazioni politiche; questi disastri hanno certamente menomate le nostre risorse, ma io dico che i risultati constatati, invece di portarmi a diffidare dell’avvenire, mi ispirano anzi la massima fiducia, giacchè, o signori, a malgrado di questo complesso di circostanze sfavorevoli, noi abbiamo veduto che i prodotti indiretti, i quali sino a un certo punto indicano il progresso della ricchezza, non hanno diminuito, che anzi molti di essi presentano per l’anno che testè è finito un notevole aumento, rispetto ai prodotti degli anni anteriori. Se questo aumento si è manifestato in circostanze così anormali, egli è evidente che, cessando queste calamità, queste cause deleterie, per così esprimermi, i nostri prodotti indiretti aumenteranno rapidamente, e ristabiliranno un perfetto equilibrio, anche tenuto conto dei fondi di estinzione. Per questi motivi, o signori, porto opinione che, le condizioni del nostro paese non erano tali da sconsigliarci dall’accedere al trattato e dal firmare la convenzione militare.
Io qui, o signori, debbo, non giustificarmi da un appunto, giacchè non lo considero appunto, ma dare bensì alcune spiegazioni alla Camera, intorno alla convenzione finanziaria fatta colla Gran Bretagna. L’onorevole deputato di Revel, nel suo discorso, chiedeva al ministero se egli avesse chiesto un sussidio, oppure se non gli fosse stato fatto di ottenerlo. Io credo già ieri d’aver risposto negativamente interrompendo l’oratore; ma ora ripeto che noi non abbiamo ottenuto sussidio, non solo perchè non lo abbiamo chiesto, ma perchè sino dai primordi delle negoziazioni, abbiamo dichiarato altamente che non avremmo accettato verun sussidio. E qui, o signori, mi lusingo che la Camera non disapproverà la nostra risoluzione; ho fiducia che ella giudicherà che ove si fosse per noi, non dico chiesto, ma solo accettato la sovvenzione, la nostra condizione rispetto alle potenze alleate ne sarebbe stata molto modificata, sarebbe stata menomata agli occhi loro, agli occhi di tutta Europa. Ma, si disse, e parmi l’abbia detto l’onorevole conte di Revel, altre volte il nostro paese accettò sussidii dall’Inghilterra e per ciò non fu tenuto da meno; altre potenze pure dall’Inghilterra ricevettero sussidii e non credettero per ciò fare atto disdicevole; ma, signori, i tempi sono molti diversi, e dall’epoca a cui accennava l’onorevole deputato Revel ai giorni nostri si sono operati molti progressi e il sentire dei popoli è divenuto più delicato. Oltre a ciò, corre una gran differenza fra la guerra che si combatteva alla fine del secolo scorso, quando il nostro Stato chiedeva ed otteneva sussidii, e la guerra che stiamo per intraprendere. In allora si combatteva pel nostro paese, si combatteva per mantenere o riconquistare le perdute nostre provincie; le nostre intenzioni non potevano essere dubbie; o sussidiati o non sussidiati, si combatteva per la casa, pel focolare; ora invece, o signori, la guerra che stiamo per intraprendere è guerra altamente politica, ed ove noi l’avessimo intrapresa sussidiati da una delle potenze belligeranti, le nostre intenzioni, i nostri interessi, avrebbero potuto essere sconosciuti; così facendo, noi saremmo scesi in campo non in quella condizione in cui deve scendere una nazione che si rispetta e presso la quale sì grande è il sentimento dell’onore, come è la nostra. E invero, o signori, io non esito a dire che se si fosse accettato un sussidio, la guerra sarebbe stata altamente impopolare nel paese, e più ancora nell’esercito. Credo poter dire che l’annunzio del trattato, quando esso stava ancora rinchiuso nelle pareti del Gabinetto, fu accolto con singolar favore dai varii corpi dell’esercito; tuttavolta però, poco dopo i giornali avversi al trattato e quelli in specie di un certo partito avendo messo innanzi l’idea del sussidio, avendo voluto far considerare il nostro intervento come mercenario, si manifestò in questi stessi corpi una vivissima indegnazione, e una grandissima ripugnanza non già a partecipare alla guerra, ma a parteciparvi come sussidiati, come stipendiati da un’altra nazione. E che ciò sia vero, me ne appello alla testimonianza del mio onorevole amico il ministro della guerra non solo, ma a quella eziandio di tutti i militari di questa Camera da qualunque parte essi seggano.
Voci. È vero! è vero!
Cavour. Io dunque reputo che il ministero abbia operato rettamente, siccome lo richiedevano l’onore e la dignità del paese, ricusando di parlare di sussidii nelle trattative coll’Inghilterra.
Passo alle considerazioni economiche.
Prima di metterle in campo avrei certamente desiderato di udire alcuno dei deputati della Liguria, e specialmente di Genova, i quali forse più degli altri sono in condizione di trattare adeguatamente questo argomento; tuttavolta, siccome avete udita la lettura della petizione dei negozianti genovesi, potete già conoscere alcuni, se non la maggior parte degli argomenti che si mettono in campo per combattere dal lato economico il nostro trattato di accessione. Si dice che rompendo la guerra colla Russia, il nostro commercio ne sarà grandemente danneggiato; ci si fa sentire che noi compromettiamo proprietà di un immenso valore, che si trovano sul suolo russo. Mi sembra che vi sia una straordinaria esagerazione e nell’una e nell’altra asserzione. Io non so capire come la guerra da noi dichiarata alla Russia possa inceppare l’attuale nostro commercio. La Camera sa che poco dopo la dichiarazione di guerra delle potenze occidentali alla Russia, questa vietò l’esportazione dei cereali; e quindi interruppe il principal ramo di commercio che i nostri nazionali coltivassero nei porti russi. Ma ciò non basta: le potenze alleate hanno testè dichiarati in istato di blocco tutti i porti del Mar Nero e del Mare di Azoff; e quindi debbo avvertire esser caduto in errore l’onorevole deputato Farina, giacchè ho ricevuto ieri copia della dichiararazione di blocco significato dai comandanti Bruk e Wailly al governatore di Odessa, nella qual dichiarazione non solo i porti del Mar Nero, ma anche quelli del Mare d’Azoff, e segnatamente i porti di Berdianska e Tangarok sono dichiarati in istato di blocco. Ora io non capisco quale specie di commercio i nostri negozianti possono fare colla Russia, e quale incaglio porti la dichiarazione di guerra alle loro operazioni. Ma, si dice, i negozianti genovesi posseggono immense quantità di grano nei porti russi. Io veramente non voglio venir qui a contestare fatti accertati da persone autorevoli: tuttavia debbo dire che informazioni prese a sorgenti autorevoli, che conoscono molto bene la posizione della piazza di Genova, non concordano pienamente coll’asserzione testè mentovata; imperocchè ci risulterebbe che la quantità dei cereali che in Russia è nelle mani dei nostri nazionali è ben lungi dal raggiungere la cifra a cui da taluno vien elevata; checchè ne sia, la guerra non può influire sulla condizione di tali negozianti, trannechè nel caso in cui l’imperatore Nicolò volesse colpire di confisca o di sequestro le loro proprietà. Ora riguardo a questo timore ci assicurano due cose: 1° la dichiarazione dell’imperatore di Russia, il quale sino dai primordi della guerra disse che avrebbe rispettato gli averi e le persone dei sudditi delle potenze belligeranti; 2° l’interesse stesso della Russia. Infatti a questa preme assai che la guerra venga condotta coi maggiori riguardi per la proprietà privata; imperocchè in caso contrario non sarebbe difficile agli alleati il bombardare e bruciare Odessa, ovvero altra città del Mar Nero. Quindi io credo che i danni economici paventati in conseguenza di questa guerra siano molto tenui, e che la grande ripugnanza per la medesima alla quale accenna la petizione dei negozianti genovesi, di cui forse ci parleranno taluni dei deputati che rappresentano quella città, sia singolarmente esagerata. E difatti io vedo che i capitani mercantili genovesi, già da lungo tempo hanno dichiarato la guerra alla Russia, poichè in gran numero hanno noleggiate le loro navi alle potenze occidentali belligeranti, e stanno da più mesi nei porti del Mar Nero. (Viva ilarità.) E se non sono male informato, questa classe rispettabile e rispettata della popolazione genovese è tutt’altro che ostile al trattato che abbiamo firmato.
Io non mi dilungherò sulla questione militare che all’uopo avrà campo a trattare l’onorevole mio col lega il ministro della guerra. Mi restringerò solo a ribattere una obbiezione che fu messa in campo da molti oratori, quella tratta dal mal esito che ebbe finora la spedizione sotto Sebastopoli e dai disastri toccati all’esercito inglese. Non v’ha dubbio, o signori, che la spedizione di Sebastopoli non sorti un risultato quale ripromettevansi i suoi autori: ma ciò proviene (almeno così io credo) più da un errore commesso nei Gabinetti che da un errore militare. I risultati della guerra che la Russia combattè per molti mesi contro la Turchia, essendo stati molto sfavorevoli alla prima, ne derivò che nel pubblico europeo si concepì l’idea che le forze della Russia fossero poca cosa e si potessero con molta facilità debellare. Si era prima esagerata la sua potenza; e per una reazione tutta naturale si esagerò di poi la sua debolezza. Epperciò la spedizione di Sebastopoli fu iniziata con mezzi non proporzionati alla grandezza dell’impresa. Quindi non è da stupire se non abbia sortito immediatamente quei risultati che se ne speravano. Quanto poi ai disastri dell’esercito inglese, che sarebbe inutile negare, stimo non debba essere questo un motivo per farci dubitare del risultato finale della impresa, per indurci a credere che l’Inghilterra non sia nel caso e non abbia la ferma volontà di fare uguali, se non maggiori sforzi de’ suoi alleati. La storia di tutte le guerre alle quali l’Inghilterra ha preso parte ci dimostra che nei primordi essa ebbe sempre la peggio, che cominciò sempre con isforzi non in proporzione colla sua potenza, ma che i disastri sofferti, i rovesci patiti, invece di sfiduciarla, ebbero per effetto di inanimarla a maggiori sforzi, a maggiori sacrifizi, e che mentre i suoi avversari, dopo aver avuti alcuni successi, andavano perdendosi di coraggio e scapitando di forze, essa, col progredire della guerra, guadagnava in forze ed in mezzi di attacco. Questo, o signori, è accaduto nella grande guerra della rivoluzione francese. Nel 1792 e nel 1793 gli Inglesi non toccavano che sconfitte; i loro mezzi erano bene scarsi a confronto di quelli degli altri alleati; ma gli altri alleati si stancarono, ed essi invece, più fecero la guerra, e più svilupparono le loro forze, e giunsero a tale segno che nel 1814, se non erro, aveano 400,000 uomini al loro stipendio. Quello che è ad essi accaduto in Europa, loro avvenne pure parecchie volte nelle Indie. Quasi tutte le prime imprese tentate colà dagl’Inglesi loro tornarono a male; non fu che dopo una buona sconfitta, un grande disastro che la Compagnia delle Indie spiegò mezzi bastevoli per conseguire l’intento. Tutti forse ricordano ancora la spedizione del Caboul tentata nel 1839, la qual ebbe per risultato l’intiera distruzione d’un corpo d’esercito inglese. D’un corpo di 14,000 a 15,000 uomini, non tornarono a casa, credo, che quattro ufficiali. Ebbene dopo questo immenso disastro che quasi non ha esempio, molti vaticinavano la distruzione della potenza inglese nelle Indie, credendo che colà fosse suonata la sua ultima ora. Ma ben lungi dall’avverarsi questo vaticinio, l’anno appresso gl’Inglesi tornarono a Caboul con forze maggiori del doppio: e quanto nel secolo scorso per le guerre della rivoluzione francese, quanto è accaduto ora nel Caboul, credo che avverrà anche in Crimea. Io quindi sono convinto che possiamo nutrir fiducia che sui campi di battaglia troveremo i nostri alleati più forti e più potenti che non furono mai. D’altronde credo altresì che si sono di molto esagerati gli effetti del clima e delle condizioni del teatro della guerra. Se l’esercito inglese ha molto sofferto, questo vuolsi attribuire forse a certi vizi inerenti ed alla sua organizzazione ed alla sua amministrazione. Noi vediamo difatti accanto all’esercito inglese quello francese, il quale ha dato non minori e non meno luminose prove di coraggio e di ardire, pel suo migliore ordinamento e per la sua migliore amministrazione andar esposto a molto minori perdite. Noi vediamo che le forze della Francia sono andate crescendo sotto le mura di Sebastopoli senza che le perdite sofferte siano in una proporzione molto elevata. E pertanto siamo sicuri di trovare attualmente in Crimea in uno stato, oso dire fiorente, l’esercito francese, e di vedere fra poco scendere di nuovo su quei lidi una più forte e meglio organizzata armata inglese.
Io dovrei per appagare il desiderio dell’onorevole deputato Revel venire ad esaminare se la somma che ci è stata data ad imprestito, possa bastare al mantenimento del corpo che noi manderemo in Crimea. Ma per ciò non sono uomo competente; posso solo assicurare l’onorevole preopinante che calcoli istituiti con molta cura al ministero della guerra, hanno portata la convinzione nell’animo del ministro, convinzione che io divido, che la somma di 25 milioni sarà bastevole a tutti i bisogni della guerra, salvo che avvengano circostanze imprevedibili, disastri immensi che cagionassero delle perdite straordinarie in effetti, in approvvigionamenti, in armamenti. Io credo difatti, che non essendo a nostro carico il trasporto delle truppe, e dovendo noi solo pensare al loro mantenimento, al loro vestiario, al loro armamento ed alla cura dei malati, una somma di lire 1800 per cadun uomo, sia molto larga. Ma, lo ripeto, non potrei dare dei calcoli che si potessero giudicare appaganti. Ed invero non so come in presenza di questa Camera si potrebbe venire a discutere di cifre, di calcoli, di previsioni che dipendono da una serie di ragionamenti e di dati che possono venire in larghissimi limiti contestati. Ripeto solo, che ho la ferma fiducia, che, nulla succedendo di straordinariamente sfavorevole, la somma di 25 milioni sia bastante.
So che relativamente alla convenzione militare ci si fa rimprovero, non già di avere stipulato l’invio di un corpo di 15 mila uomini in Crimea, ma sì di avere stipulato che questo corpo dovrà essere mantenuto nel limite di 15 mila uomini. Ma, o signori, se noi volevamo che la nostra presenza in Crimea avesse un significato, se era nostro intendimento che le truppe piemontesi potessero operare fatti che valessero veramente ad accrescere l’onore del nostro paese, era necessario, indispensabile, che il nostro corpo di truppe fosse mantenuto ad un numero rispettabile. Ed in verità, posso dire alla Camera che, per il verbo mantenere, insisteva assai più dei ministri delle potenze alleate, il nostro ministro della guerra, il quale diceva che nessun generale, tenero della sua riputazione, avrebbe assunto il comando del corpo di spedizione, se non era certo che i vuoti cagionati dalla guerra e dalle malattie sarebbero a certi intervalli ripieni; io stimo che il ministro della guerra avesse grandemente ragione.
Vengo finalmente alla parte politica della convenzione, la quale è forse la più importante, e certamente la più delicata e più difficile a trattare, massime per chi si trova nella condizione di essere ministro degli affari esteri, dopo essere alquanto spossato di forze ed avere già abusato lungamente dell’attenzione della Camera. Signori! Il trattato, a detta di varii oratori, deve produrre le più fatali conseguenze politiche, sì interne che esterne. L’onorevole Brofferio vi disse che quanto alla politica interna, esso implicava un cambiamento di condotta, implicava la rinunzia dei principii sinora dal ministero propugnati, implicava l’inaugurazione d’un nuovo sistema, ed aggiungeva non capire perchè, se questo malaugurato trattato doveva pur essere firmato, non lo fosse dall’onorevole di Revel, e da’ suoi amici che seggono al lato destro della Camera. Io confido che non avrò difficoltà a dimostrarvi, per ragioni intrinseche, quanto male sia fondato il rimprovero dell’onorevole Brofferio. Ma prima mi si consenta di dimostrare quale anomalia presenterebbe la condotta del partito a cui l’onorevole deputato Brofferio accennava, se fosse vera la sua sentenza, se cioè il trattato da noi firmato fosse un atto, il quale desse ragione a quel partito stesso. La Camera non ignora, che appena fu conosciuto il trattato, i giornali che sostengono la politica dell’onorevole conte di Revel e dei suoi amici politici attaccarono il trattato con ingiurie più veementi ancora di quelle che lanciavano contro il ministero, i giornali, dirò, della demagogia. Sì, o signori, l’Echo du Mont-Blanc fu più violento della Maga a questo riguardo. Lasciamo però stare la stampa. Ma nel seno di questa stessa Camera (e credo di non mancare alle convenienze ricordando quanto succedette negli Uffizi) quasi tutti gli amici politici del conte di Revel, non egli, parlarono e votarono contro il trattato e lo fecero apertamente, con quella lealtà e quel coraggio che li distinguono. Dunque io non posso credere che questo trattato andasse tanto a genio a quel partito, poichè l’osteggiava, e giacchè è lontanissimo dal mio pensiero il supporre che esso l’osteggiasse per ciò solo che non fu chiamato esso a firmarlo. Vede dunque l’onorevole deputato Brofferio, se la sua sentenza è esatta; se il partito a cui egli accennava, sia poco logico, poco conseguente, poichè combatte e respinge ciò che sarebbe, a suo dire, un trionfo della propria politica. Ma, o signori, in che il trattato di alleanza colla Francia e coll’Inghilterra è contrario ai principii politici degli uomini che seggono su questi banchi? In che è avverso al sistema dal ministero seguito? È forse da ieri che noi abbiamo proclamate le nostre simpatie per le potenze occidentali, per la Francia e l’Inghilterra? Ma io ricorderò alla Camera, ed in ispecie all’onorevole deputato Brofferio il quale non può averlo dimenticato, che in ogni circostanza, e come ministro e come deputato e come giornalista, mi sono sempre dimostrato l’amico dell’alleanza inglese e francese, ed in ispecie caldo parteggiatore delle idee inglesi, al punto che mi ebbi più volte la taccia di anglomano. E quando all’esordire delle nostre libertà, io combatteva col deputato Brofferio, non nel parlamentare arringo, ma nell’arena del giornalismo, egli, dopo aver cercato ogni maniera di argomenti per oppugnare i miei principii, non trovò nulla di più vivo, di più calzante per colpire, a fronte dell’opinione pubblica, il giornale in cui io scriveva, che di chiamarlo un bel mattino Milord Risorgimento. (Viva ilarità.)
Ciò posto, dopo aver sempre dimostrata la nostra simpatia per la Francia e per l’Inghilterra, e per le idee da esse esternate, noi non avremmo dunque potuto stringere un trattato di alleanza con queste nazioni? Noi saremmo stati assai perplessi, se per una fatale calamità esse fossero scese a combattere in un campo diverso; ma quando, per la prima volta, si compieva il più gran fatto che si scorga nella storia moderna, voglio dire l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra, la nostra scelta non poteva rimaner dubbia.
Si afferma che anche l’Austria è alleata di queste due nazioni. E che perciò? Se l’Austria, inaugurando una nuova politica, si volgesse anch’essa contro il colosso del Nord, dovremmo per ciò solo rimaner neghittosi, e colla nostra inoperosità essere di giovamento al maggior nemico che abbia la civiltà? No, certamente. E se mai accadesse che nello avvicendarsi degli avvenimenti la nostra bandiera non si trovasse lontana dalla bandiera dell’Austria, io direi che è l’Austria che ha cambiato principii, ma non già noi. Ma forse l’onorevole deputato Brofferio e coloro che sostengono che la nostra accessione al trattato debba portare una modificazione nell’indirizzo politico del nostro paese, pensano che vi fossero a quest’occasione sollecitazioni, consigli, inviti e pressioni per parte delle potenze estere. Io a ciò ho già risposto in principio del mio discorso, vi ho risposto leggendo un documento il quale mi pare avere indubitata autorità, e quindi non spenderò molte parole per ribattere quest’accusa. Credo però debito mio di dichiarare altamente che noi siamo entrati nell’alleanza, che ci siamo presentati alle potenze che ci invitavano a stringere patto con loro, coi nostri principii, coi nostri sentimenti, senza disdire nessuna delle nostre azioni passate, nessuna delle nostre aspirazioni avvenire; noi ci siamo presentati ad esse colla nostra bandiera alta e spiegata. (Bravo! dalla Camera e dalle tribune.) E così facendo, o signori, noi non crediamo aver fatto un danno al sistema rappresentativo, alle idee saviamente liberali; che anzi pensiamo aver conferito al sistema costituzionale, alle idee saviamente liberali, di cui siamo stati e saremo sempre i fautori, una maggior forza; crediamo di avere loro reso un grandissimo servizio facendole riconoscere dalle primarie potenze d’Europa, facendole ammettere nel concerto europeo. Noi crediamo con ciò di aver reso più saldo e più forte il fondamento dell’edifizio costituzionale che da sette anni andiamo lentamente innalzando; abbiamo la piena fiducia di aver maggiormente raffermata la bandiera tricolore che sventola su quell’edifizio, e di averle data forza bastante da potere nell’avvenire resistere del pari agli uragani rivoluzionari come alle reazionarie bufere. (Bravo! bene!)
Io mi sono esteso forse più del dovere per ribattere l’appunto d’inconseguenza che ci ha lanciato l’onorevole deputato Brofferio. Ma, o signori, credo che di tutti gli appunti che si possono fare ad un uomo politico, nessuno ve ne sia più grave di quello di aver abbandonati i principii professati nell’intera sua vita, nessuno più grave di quello di aver disdetta l’intiera sua carriera. Io credo che niente nuoccia di più al buon andamento del sistema costituzionale che l’instabilità, la mobilità degli uomini politici; giacchè questa instabilità di principii, questa mobilità ha per effetto di sostituire la politica degli intrighi e degli interessi personali alla gran politica dei principii e degli interessi generali. E poichè sono stato condotto a giustificare il ministero dall’appunto di aver disdetto a’ suoi principii generali, io sono nella necessità di chiedere alla Camera la permissione di fare una digressione, onde ribattere un’accusa di inconseguenza che, però non provocata ed inaspettata, mi veniva gettata dall’onorevole conte di Revel. (Segni di viva attenzione.) L’onorevole conte di Revel, per motivi che non sta a me di ricercare, ha stimato opportuno, per far conoscere le sue opinioni, riguardo al trattato, di fare una rivista retrospettiva delle vicende, o per meglio dire della parte che egli aveva preso agli eventi che si sono succeduti dal 1848 a questa parte. Io non lo seguirò su questo terreno, giacchè ho più volte dichiarato alla Camera, ed ora mi gode il ripeterlo, che da una rassegna retrospettiva degli avvenimenti che ora sono nel dominio della storia, non possa tornare giovamento al paese, che non possano risultarne che nuovi rancori, nuovi sensi di discordia. Ma l’onorevole conte di Revel in questa rivista ha ricordato un atto nel quale io presi forse la parte principale; l’atto col quale il ministero presieduto da Massimo d’Azeglio si separò dall’onorevole conte di Revel e da alcuni suoi amici, per istringere un’alleanza con un’altra frazione della Camera. L’onorevole di Revel insinuò che quell’atto ebbe fatali conseguenze, produsse diffidenze in tutta Europa, e fu la vera origine, la vera causa della nostra accessione al trattato. Spogliando da ogni artifizio oratorio il suo discorso, egli volea conchiudere che il trattato era necessario, perchè l’onorevole mio amico, il ministro Rattazzi, sedeva nel Gabinetto. Ebbene, o signori, lo dichiaro altamente, lo dichiaro pure senza animo di offendere chicchessia, senza voler menomamente scemare il pregio in cui debbono essere tenuti i membri della Camera i quali appartengono alla frazione dalla quale io mi sono separato, dichiaro altamente non esservi alcun atto della mia già, disgraziatamente, alquanto lunga vita politica, che io ricordi con maggiore soddisfazione che quello il quale venne dal deputato Revel cotanto biasimato. Posso, signori, farmi illusione; ma ho la ferma convinzione che quell’atto ha avuto per effetto di mantenere il nostro Governo in quella via di regolare e progressiva libertà in cui cammina dopo l’avvenimento al trono del prode re Vittorio Emanuele. Qui non credo necessario di entrare nei particolari di questa transazione; tuttavia, poichè sono stato, non volente, richiamato su questo campo, vi dirò quale sia stato il vero movente che mi ha spinto in allora a procacciare questa specie di spostamento di partiti. Finchè in Francia durò il regime repubblicano, finchè le sorti di quel paese pendevano incerte avanti i risultati dell’elezione presidenziale del 1852, fintantochè lo spettro della rivoluzione sorgeva dietro l’immagine di quell’anno, io aveva la certezza che fra noi il partito reazionario nulla avrebbe tentato contro le nostre istituzioni, nulla avrebbe fatto per impedire lo sviluppo regolare dello Statuto; ma, quando, pel fatto del 2 dicembre, l’ordine non corse più nessun pericolo in Francia, quando lo spettro del 1852 spariva interamente, io in allora pensai che, da un lato, la fazione rivoluzionaria non era più da temere, e dall’altro, che il partito reazionario od almeno quello che voleva arrestare il progressivo e regolare sviluppo dei principii dello Statuto, da quel giorno diventava pericoloso. E fu perciò, o signori, che io credetti fosse non solo opportuno, ma necessario, indispensabile di costituire un grande partito liberale, chiamando a farne parte tutte le persone che, quantunque avessero potuto differire sopra questioni secondarie, consentivano però nei grandi principii di progresso e di libertà. Ed io penso (sono costretto a dirlo) di aver reso con ciò un servizio al nostro paese, perchè stimo di avere così innalzata una barriera abbastanza alta onde la reazione non venga mai a superarla. (Segni di approvazione.) Ecco, o signori, i motivi dell’atto che venne così aspramente censurato dall’onorevole deputato Revel.
Ma torniamo al trattato ancor per pochi istanti.
Gli onorevoli deputati che l’oppugnarono sotto l’aspetto politico dissero che non solo esso doveva portare all’interno fatali conseguenze, ma doveva avere per effetto conseguenze non meno gravi all’estero, dovea farci perdere ogni simpatia in Italia, dovea costituirci in opposizione a quella politica che si era seguíta da parecchi anni. Per corroborare questa asserzione un onorevole deputato il quale nella tornata di ieri ci narrò delle molte sue peregrinazioni in Italia ed all’estero (ilarità), l’onorevole deputato Michelini Giovan Battista, ci disse che poteva farsi garante che le persone le più autorevoli, le più gravi d’Italia, quelle che meglio rappresentavano il sentimento nazionale, condannavano apertamente il nostro trattato, e ci aveano ritirato il loro appoggio. A quest’asserzione io potrei opporre l’asserzione di molte altre persone che pure hanno peregrinato nell’Italia con un’efficacia per lo meno uguale a quella dell’onorevole preopinante, e che hanno maggiori relazioni in tutte le parti della penisola le più distanti, le quali affermano invece assolutamente l’opposto. Ma io credo che non bisogna arrestarsi a questa natura di argomenti. L’asserzione degli uni è distrutta da quella degli altri, e nè la Camera nè il paese non possono valutare il peso a darsi alle une e alle altre. Io credo, o signori, che la questione debba considerarsi in sè. È la nostra accessione all’alleanza fatale o giovevole all’Italia? ecco il punto da risolvere, ecco la questione cui conviene rispondere. Io credo di potere, senza esitare, rispondere che la nostra accessione è all’Italia giovevolissima. Dapprima io debbo dire che noi siamo entrati nell’alleanza senza disdire le nostre simpatie esterne, come non avevamo disdetto i nostri principii interni. Quindi noi non abbiamo nascosto che c’interessavamo altamente all’avvenire d’Italia, che nutrivamo il vivissimo desiderio di vedere una volta migliorate le sue sorti.
Ma come mai, mi si dirà può questo trattato giovare all’Italia? Risponderò: nel solo modo che sia dato a noi, e forse a chiunque, di giovare all’Italia nelle attuali condizioni di Europa. L’esperienza degli anni scorsi e degli scorsi secoli ha dimostrato (l’ha dimostrato almeno a parer mio) quanto poco abbiano all’Italia giovato le congiure, le trame, le rivoluzioni ed i moti incomposti. Lungi dal giovarle, sono stati una delle massime calamità che abbiano afflitto questa bella parte d’Europa; e non solo, o signori, a cagione del gran numero delle disgrazie individuali che da questi fatti derivarono, non solo perchè furono cagione e pretesto di maggiori rigori, ma specialmente perchè queste continue congiure, queste rivoluzioni ripetute, questi moti incomposti ebbero per effetto di scemare la stima e, fino ad un certo punto, la simpatia che gli altri popoli dell’Europa per l’Italia nutrivano. Ora, o signori, io credo che la principal condizione pel miglioramento delle sorti d’Italia, quella che sovrasta a tutte le altre, si è di rialzare la sua riputazione, di far sì che tutti i popoli del mondo, e governanti e governati, rendano giustizia alle sue qualità. E per ciò due cose sono necessarie: primo, di provare all’Europa che l’Italia ha senno civile abbastanza per governarsi regolarmente, per reggersi a libertà, che essa è in condizioni di assumere le forme di governo le più perfette che si conoscano; secondariamente, che il suo valor militare è pari a quello degli avi suoi. Voi avete pel passato reso questo servizio all’Italia colla condotta da voi tenuta per sette anni, dimostrando nel modo il più luminoso all’Europa come gli Italiani sappiano governarsi con saviezza, con prudenza, con lealtà. Sta ancora a voi a renderle un eguale, se non maggiore, servizio; sta al nostro paese a dimostrare come i figli d’Italia sappiano combattere da valorosi sui campi della gloria. Ed io sono certo, o signori, che gli allori che i nostri soldati acquisteranno nelle regioni dell’Oriente, gioveranno più per le sorti future d’Italia di quello non abbiano fatto tutti coloro che hanno creduto operarne la rigenerazione con declamazioni e con scritti.
Io ho fiducia, o signori, di avervi dimostrato come il trattato si debba accettare per prepotenti ragioni. Credo di avervi dimostrato altresì come esso non possa sortire gravi inconvenienti economici e finanziari; come dal lato militare non presenti quei pericoli che da taluno si vorrebbero far paventare; finalmente che esso debba avere non tristi, ma liete conseguenze politiche. Con ciò, o signori, non ispero di aver convertito alla mia opinione quegli oratori che combattono questo grande atto del ministero; ma almeno confido di avervi tutti convinti che nelle negoziazioni che lo hanno preceduto non vi fu atto che potesse menomamente ledere la delicatezza e l’onore del paese. Confido avervi convinti che i ministri, nel conchiuderlo, non furono da altro animati che dal sincero amore di patria e dalla gran causa della libertà che sempre li animò e che sempre li animerà e come ministri e come cittadini. (Vivi segni di approvazione.)
3.
DISCUSSIONE DELLE DUE CONVENZIONI ADDIZIONALI AL TRATTATO
DI ALLEANZA CON LA FRANCIA E L'INGHILTERRA .
(Seduta del Senato, 2 marzo 1855.)
Mi occorre di dare una spiegazione o per dir meglio di rettificare un fatto posto avanti dall’onorevole maresciallo Della Torre. Esso ha detto che il solo motivo che aveva impedito il ritorno delle relazioni della Sardegna con la Russia era l’aver conservato al nostro servigio alcuni Polacchi, i quali erano stati ribelli allo czar.
Senatore Della Torre (interrompendo in francese). C’est M. De Launay ministre des affaires étrangères qui me l’a dit. Il voulait renouer nos relations avec la Russie. Monsieur De Launay s’était adressé au grand-duc Michel qu’il avait connu particulièrement en Savoie. Quand il parla de renouer les relations, le grandduc Michel répondit que la principale difficulté venait de la présence des Polonais dans nos États. Je n’en sais pas davantage.
Cavour. Mi scusi, la difficoltà del 1849 sarà stata quella; ora dirò cosa risulta dagli atti diplomatici. Quando il re salì sul trono, si diede ordini al nostro ministro in Prussia, il conte Rossi, di fare uffici presso il ministro russo a quella Corte per sapere se la Corte di Russia avrebbe ricevuto comunicazione dell’ascensione al trono. La prima risposta fu che la Russia, essendo stretta con trattati d’alleanza all’Austria e noi avendo rotto la guerra a questa potenza, non si poteva, per parte della Russia, aprire relazioni con la Sardegna finchè il trattato di pace non fosse firmato. La risposta ufficiale quindi era diversa da quella fatta al generale De Launay.
Non si fece più altra istanza finchè non venne definitivamente firmato il trattato di Milano. In allora si fece altro uffizio, e in questa occasione, siccome non ci era più il motivo o piuttosto il pretesto della guerra, si rispose, come accennò l’onorevole maresciallo, che la Russia non avrebbe rannodate relazioni con la Sardegna, finchè vi fossero stati Polacchi al servizio sardo. In allora il Governo non ha considerato la questione sotto lo stesso aspetto che l’onorevole maresciallo, e non ha creduto che si potesse cedere ad un’ingiunzione che aveva qualche cosa di contrario alla nostra dignità, di espellere cioè dalle nostre file dei militari che avevamo accolti con premura all’ora del pericolo. Perciò non si sono fatte maggiori istanze. Tuttavia il corso degli eventi fece sì che la massima parte di questi Polacchi, a cagione di infermità, ottennero il ritiro, sicchè il numero di questi Polacchi si trovò ridotto a uno o due, posti in condizioni affatto subalterne. In allora non spontaneamente, ma dietro certe insinuazioni fatte al Governo da antichi diplomatici russi in posizione influente, essere le intenzioni della Corte di Russia favorevoli al ristabilimento delle relazioni, il governo del re fece fare un ufficio dal defunto e lamentato cavalier di Revel al ministro di Russia a Vienna, il quale si mostrò personalmente disposto a favorire le pratiche; almeno fece quanto potè; ma dopo alcun tempo dichiarò al cavaliere di Revel che la Corte di Russia non credeva di potere rannodare relazioni con la Sardegna, non per la ragione dei Polacchi, ma perchè la sua condotta politica, credo per le istituzioni nostre costituzionali, non andava a genio dell’imperatore di Russia. Ecco lo stato delle nostre relazioni con quella Corte.
Note
- ↑ Il conte di Revel sostenne che, a suo avviso, l’Inghilterra e la Francia vedendo che il Piemonte continuava in una via che già due volte l’aveva condotto alla guerra contro l’Austria, non avevano voluto, mentre andavano a combattere in Oriente, lasciar dietro a sè una causa di nuove guerre, e perciò lo avevano costretto a entrare nell’alleanza.
- ↑ Il conte di Cavour disse a proposito di questo al Senato: «Se voi esaminate le statistiche del commercio dell’Oriente, se voi tenete calcolo del numero dei bastimenti che approdano ogni anno a Costantinopoli oppure dei bastimenti che spingono più oltre il loro viaggio e passano il Bosforo, voi vedete che il naviglio sardo, tiene, se non erro, il terzo luogo fra tutti i navigli di Europa. Noi abbiamo assai più interessi nel Mar Nero di tutte le altre potenze del mondo; noi ne abbiamo certamente più dell’Inghilterra, ne abbiamo incommensurabilmente più della Francia.»
- ↑ Manzoni.
- ↑ Il maresciallo Della Torre chiese in una seduta del Senato perchè mai il Piemonte fosse la sola potenza di second’ordine entrata nella lega. «A ciò rispondo, disse il conte di Cavour, che io non credo esservi nell’Europa un’altra potenza di secondo ordine che abbia interessi uguali ai nostri nella guerra attuale, salvo forse la Svezia, la qualo trovandosi a contatto col grande colosso del Nord avrà creduto dover ancora temporeggiare. Essendo stati i primi ad accedere, noi abbiamo portato all’alleanza un soccorso materiale non da disprezzare, ma altresì abbiamo fatto un atto politico all’alleanza giovevolissimo: ed io vi dichiaro, a rischio di essere accagionato da alcuni di sentimenti soverchiamente avventati, che ove molte potenze di second’ordine ci avessero preceduto nell’alleanza, e che quindi e Napoli e Baviera e Olanda avessero fatto l’adesione, io vi dichiaro in verità, che molto a malincuore al trattato mi sarei accostato.»
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