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Il conte di Cavour in parlamento/Sulla opportunità di rompere la guerra all'Austria

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Introduzione Sull'abolizione del foro ecclesiastico e del diritto d'asilo
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I.

sulla opportunità

DI ROMPERE LA GUERRA ALL’AUSTRIA.


Il conte di Cavour diceva nel 1854: «In Piemonte abbiamo tutti voluto ad un modo la guerra del 49: Revel e Santa Rosa, Rattazzi ed io.» — Egli che alla prima notizia della insurrezione di Milano aveva calorosamente propugnata la guerra, comprendeva nel 1849 che il paese non poteva trarsi dalle strette in che trovavasi, senza un supremo sforzo, felice o infelice che fosse.

Tuttavia, tra l’una e l’ altra campagna, il conte di Cavour, membro della Destra alla prima Camera piemontese, consigliava la moderazione e la prudenza, per quali cause, lo dice egli stesso nel discorso del 20 ottobre.

Le sue parole non potevano essere sospette. Ognuno infatti sapeva, che il fondatore ed il direttore del Risorgimento, non era partigiano della pace ad ogni costo, e che sebbene educato alla scuola parlamentare in Francia, in Inghilterra e nel Belgio, era ben lontano dalle molli dottrine, dallo scetticismo politico e dai mezzi termini che la parte democratica del Piemonte stimava allora inseparabili dal governo costituzionale.

Poteva invero a buon diritto raccomandare la calma e la moderazione anche tra quei difficili tempi chi aveva adoperato sulla politica francese di quegli anni, questo linguaggio: «Politica irresoluta e timida, che vorrebbe rimanere tra le idee del progresso e lo spirito di resistenza e che per nulla è degna di una grande nazione. Errore immenso che, pel contrasto, fa apparire tanto più grande la politica inglese in Italia.»

[p. 2 modifica]Ma se da un lato i moderati consigli del conte di Cavour non ispiravano alcun sospetto, dall’altro esisteva contro di lui una prevenzione molto sfavorevole. Egli aveva contratto nei suoi viaggi, una grande rassomiglianza di indole e di maniere con gli uomini di Stato inglesi; e i democratici, numerosi a quei giorni, diffidavano assai di questo aristocratico, cui pur riusciva di farsi attentamente udire dalla Camera. Allora i nobiluomini del Piemonte e d’Italia non s’erano per anche posti risolutamente alla testa del movimento nazionale.

Dal discorso più oltre riferito apparisce chiaramente qual fosse lo stato delle cose in Piemonte allorchè esso fu pronunziato. Giova però aggiungere poche parole sulle principali vicende della discussione. Il 17 ottobre 1848, dopo tre mesi e mezzo di vacanza, la Camera riprese i suoi lavori. Il ministero Casati, a cui essa innanzi di prorogarsi aveva concessi pieni poteri, dovette, per la mala sorte toccata alle armi nostre in Lombardia, lasciare il governo, cedendolo ad un ministero di cui era presidente il generale Perrone di San Martino e che componevasi inoltre di Dabormida, Pinelli, Merlo, Revel e Santa Rosa. L’Opposizione fino dalla prima seduta si schierò tuttaquanta contro al Gabinetto.

Il ministro Pinelli, interpellato dal deputato Ravina sullo stato dei negoziati circa alla mediazione anglo-francese e sui propositi del Governo rispetto alla guerra, rispose non essergli permesso di manifestare a che punto quei negoziati fossero; soggiunse, il Governo esser deliberato a non accettare pace se la nazionalità italiana non fosse innanzi riconosciuta; l’armistizio spirato, ma non rinnovato; l’una e l’altra potenza in guerra aver facoltà di disdirlo otto giorni avanti; il traccheggiare dell’Austria potere per avventura togliere ogni pazienza al Governo e determinarlo a riprendere le ostilità; ma soltanto ad esso competere il giudicare se e quando fosse opportuno appigliarsi a cotesto partito.

Dopo siffatte dichiarazioni del ministro, l’Opposizione, per bocca dei deputati Brofferio, Buffa, Valerio e Montezemolo sorse ed espose le sue lagnanze: nè Francia nè Inghilterra essere alleate sincere, e solo per reciproca gelosia mischiarsi entrambe delle cose nostre: di gran pericolo esser ormai il rimanere in uno stato nè di pace nè di guerra che solo potè giovare quando trattossi di guadagnar tempo; per ottenere valido aiuto dagli amici del Piemonte in Europa, se pur ve ne fossero, non altro doversi fare che ripigliare le ostilità con energia e condurle innanzi con entusiasmo: i rivolgimenti di Vienna, la guerra di Ungheria e la commozione universale in Italia dovere spingere il Governo più che mai a giovarsi di queste forze rivoluzionarie, le quali, se no, si sarebbero rivolte contro a lui.

[p. 3 modifica]Fu allora che il conte di Cavour prese la parola. Indi la discussione continuò vivissima. La Camera però la chiuse assai freddamente, limitandosi a prender atto delle dichiarazioni del Ministero ed a passare all’ordine del giorno.


Seduta della Camera, 20 ottobre 1848.

Signori, la luminosa discussione a cui diede luogo la relazione del signor ministro dell’interno ha fatto si che può dirsi essere omai bastantemente chiarita la diversità che passa fra il sistema del Ministero e quello dell’Opposizione, fra le proposizioni del Ministero e quelle dell’Opposizione.

Valerio. Noi non abbiamo fatto proposizioni.

Cavour (volto all’interruttore). Io entro nella sua idea. Il sistema del Ministero fu formolato chiaramente dal rendiconto del signor Pinelli, e quello dell’Opposizione puossi assai esattamente dedurre dai discorsi degli onorevoli deputati Buffa, Brofferio e Valerio, in guisa tale ch’io credo potersi rigorosamente stabilire quali sieno i punti sui quali essi divergono.

Io comincierò dall’esporre in che consista, a parer mio, questo divario.

Esso cade su due punti soli, sull’opportunità di continuare nelle vie della mediazione, sull’opportunità di rompere immediatamente la guerra.

Sul principio che domina queste due quistioni, tutti, a me sembra, siamo d’accordo, giacchè i ministri riconoscono essi pure essere la guerra non che possibile, probabile, e poter diventare da un giorno all’altro opportuna. Ed i deputati dell’Opposizione non hanno condannata in assoluto la mediazione, anzi hanno riconosciuto che fu cosa prudente l’accettarla, all’epoca in cui fu proposta. L’avvocato Brofferio e l’avvocato Buffa lo dissero ieri, se non esplicitamente, almeno in modo implicito.

[p. 4 modifica]Buffa. Quanto a me, io non ho mai riconosciuta la mediazione in principio, ma semplicemente come un nuovo armistizio sott’altro nome e nulla più. (Ilarità.)

Cavour. Comunque sia, la mediazione viene riconosciuta da tutti, se non altro, almeno come un fatto compiuto; quindi la sola discussione possibile verte sul punto di sapere se si debba rinunziare ad essa senza più, oppure se convenga tentare una ultima prova, ascoltare, per alcun poco ancora, la voce delle potenze mediatrici. Questo, ognuno lo vede, è una questione d’opportunità.

In ordine alla guerra, tutti consentiamo in principio. Il Ministero, lo ripetiamo, la ritiene per probabile, per quasi inevitabile. L’opposizione va più oltre, e, considerandola sin d’ora come tale, dichiara essere questo il momento più propizio per romperla. Qui pure è una semplice questione di tempo e di opportunità.

Io credo avere ridotto in termini precisi e schietti i punti di divario che esistono fra il sistema ministeriale e quello dell’Opposizione, fra le conclusioni del rendiconto del ministro dell’interno e le conseguenze dell’ordine del giorno motivato, deposto ieri sul tavolo del presidente dal deputato Brofferio.

Stabilite così le basi della discussione, esaminerò i due sistemi che stanno a fronte l’uno dell’altro, per vedere qual sia quello che meriti la preferenza, quale sia quello che debba ottenere i suffragi della Camera.

Gli oratori dell’Opposizione, parlando della mediazione, dissero doversi rompere senza più, perchè impotente a condurre ad un risultato accettabile al paese, perchè dannosa ora ai veri nostri interessi. Ragionando su quest’argomento, il deputato Buffa disse: vedete l’Inghilterra, essa ha accettata la mediazione per compiacere alla Francia, solo per non rimanere isolata; ma non lo fece con animo sincero, giacchè in Inghilterra l’opinione che domina il potere è ostile all’Italia. Ponete mente alle discussioni del Parlamento, leggete i fogli inglesi, e vi convincerete di leggieri che le simpatie [p. 5 modifica]di quella nazione propendono assai più per l’Austria che per noi.

Io confesso che su questo punto io porto una ben contraria opinione, e tengo per fermo essere entrata l’Inghilterra francamente, lealmente, risolutamente nella mediazione. Questa dichiarazione mi espone, ben lo so, al pericolo di essere più del solito tacciato d’anglomano, e a quello eziandio di essere fatto di bel nuovo bersaglio, nelle appendici dei giornali di questa capitale, al trabocchevole spirito di alcuni scrittori. Ma qualunque sia la sorte che mi aspetti fuori di questa Camera, io mi lusingo che i miei colleghi, dopo di avere udite le ragioni sulle quali poggia questo mio giudizio, mi assolveranno dalla grave accusa di non amare, più d’ogni altro, il mio paese.

L’Inghilterra non ha assunto la mediazione per mera generosità, per ispirito di filantropia. Tale non è certo la mia opinione, nessuno può supporre ch’io spinga tant’oltre l’ingenuità politica. Io credo semplicemente che l’Inghilterra vuole la mediazione, perchè ha un vero e potente interesse ad ottenere lo scopo che essa si prefigge. Per provare queste asserzioni addurrò due ragioni.

La prima, già accennata dal ministro degli affari esteri,[1] si è che l’Inghilterra desidera vivamente il mantenimento della pace, perchè le commozioni politiche e le guerre internazionali nocciono all’immenso suo commercio, scuotono l’edifizio gigante della sua industria.

Le rivoluzioni che hanno turbato quest’anno il continente europeo hanno prodotto una diminuzione nelle esportazioni degli oggetti manufatti nella Gran Bretagna di parecchi milioni sterlini. Questo fatto solo basterà a convincervi che l’Inghilterra vuole la pace.

Ed è appunto per ciò che il suo Ministero è entrato alacremente nella mediazione, perchè egli sa non potervi essere pace stabile e duratura in Europa, se [p. 6 modifica]l’indipendenza dell’Italia non è assicurata, s’essa non è resa libera da qualunque dominazione straniera.

La seconda ragione, ch’io considero come assai più grave, si è che l’Inghilterra sente una singolare gelosia per quella nuova potenza germanica che si è costituita a Francoforte con mire di estrema ambizione. Il germanismo, appena è nato, e già minaccia di turbare l’equilibrio europeo, già manifesta pensieri di predominio e di usurpazione. La Dieta di Francoforte non nasconde il divisamento di estendere il suo dominio sino sulle spiaggie del mare del nord, d’invadere coi trattati e colla forza l’Olanda onde diventare potenza marittima, e contestare sui mari l’impero che esercita l’Inghilterra.

A fronte di queste tendenze è naturale che gl’Inglesi considerino di mal occhio il nuovo impero germanico e nutrano per esso sentimenti di mal nascosa ostilità.

La prova della vivacità di questo sentimento s’incontra ogni giorno negli articoli dei fogli pubblici inglesi, nei discorsi degli uomini politici; ma risulta ancora più dagli atti stessi del Governo. Questo infatti non dubitò di dichiararsi, nella questione dello Schleswig, assai meno importante della questione italiana, in favore dell’oppressa Danimarca, ed a minacciar la guerra alla Prussia ed alla Germania, ove le ostilità non fossero state sospese ed accettata la proposta mediazione.

Ora l’Inghilterra considera la questione italiana, non già come questione austriaca, ma come questione germanica. Essa sa che l’impero austriaco non può più esistere nelle antiche sue condizioni; ch’esso deve trasformarsi e diventare impero slavo, oppure essere assorto dall’impero germanico. Quindi nel cooperare alla separazione dell’Italia dall’Austria essa non indebolisce un antico e fedele alleato, ma bensì combatte la politica ambiziosa d’un impero rivale.

Se queste mie vedute sono giuste, s’io non m’inganno, nessuno potrà contestare che gl’interessi reali dell’Inghilterra non la spingano a sostenere la [p. 7 modifica]mediazione, e che perciò si può sperare nel sincero suo concorso.

Sapete tutti che quando i suoi interessi sono compromessi in una causa, essa la promuove e la sostiene con una tenacità ed una energia che nessun popolo ha sinora saputo pareggiare. Ma la mia fiducia nell’Inghilterra riposa pure sull’onorevole carattere degli uomini di Stato che reggono le sue sorti, del capo del Gabinetto, lord John Russel, del ministro degli affari esteri, lord Palmerston. Lord John Russel, lo dico schiettamente a rischio d’incorrere sempre più nella taccia d’anglomania, è il ministro il più liberale che siavi in Europa.

Da oltre trent’anni, sui banchi dell’Opposizione e sugli stalli del Ministero, ei si dimostrò sempre fedele alla causa della libertà e del progresso; ei fu sempre il campione delle più generose dottrine.

Il liberalismo di lord Palmerston non può ispirare un’eguale fiducia, ma, in compenso, si può riposare sulla sua singolare tenacità di proposito. Di queste qualità egli ha dato ripetute e singolari prove.

Per non attediare la Camera, le ricorderò solo la vertenza belgica, stata testè accennata dal deputato Valerio. La causa dell’Olanda era in allora assai popolare in Inghilterra, sia perchè il regno de’ Paesi Bassi era in qualche modo una creazione della diplomazia inglese per costituire un antemurale all’ambizione francese, sia perchè gli Olandesi sono protestanti ed i Belgi cattolici.

Ebbene, ad onta dell’opinione pubblica che altamente si manifestava in favore del vecchio re Guglielmo, lord Palmerston propugnò la causa del Belgio, non solo con dei protocolli, ma ben anco colle armi, mandando a bloccare i porti dell’Olanda per costringere il tenace sovrano di quel paese ad accettare le condizioni della mediazione che le era stata imposta.

Io dico adunque che dal liberalismo di lord John Russel e dalla tenacità di lord Palmerston traggo nuovo argomento per confidare nella sincerità dell’Inghilterra, [p. 8 modifica]senza temere che uomini di tal fatta possano lasciarsi aggirare dalle subdole arti di quell’uomo di Stato,[2] ridotto ora alla condizione di profugo, la di cui politica fu così bene tratteggiata dagli onorevoli oratori che mi hanno preceduto alla tribuna.

Venendo alla Francia, esporrò schiettamente il mio pensiero.

Io credo che la Francia desideri lealmente, vivamente l’indipendenza d’Italia; ch’ella sia entrata di buona fede nella mediazione e voglia spingerla innanzi.

Ma credo pure che le difficoltà dell’interna sua politica sono immense; noi tutti lo sappiamo: esse rendono meno coraggiosa la sua azione, la rendono impari all’altezza che sarebbe propria di quella nazione. In ordine poi alla Francia, gli onorevoli oppositori mi rispondono: dalla Francia non è la mediazione che ci vorrebbe, ci vorrebbe l’intervento; ed in questo punto io consento pienamente con loro: se fosse possibile ottenere l’intervento, io vorrei lacerare fin d’ora la carta relativa alla mediazione, onde non averne a parlare mai più.

Ma come mai ottenere questo intervento?

Dagli onorevoli Buffa e Brofferio si disse egualmente che, rompendo la guerra, avremo l’intervento, ma per ragioni diverse.

Il deputato Buffa dice: la nazione francese è una nazione generosa, ardimentosa; siate generosi, coraggiosi, siate anche imprudenti, desterete la simpatia della Francia, ed essa accorrerà al vostro aiuto, alla vostra difesa. Io questo generoso sentimento commendo e onoro altamente; ma, pur troppo, la storia dà una crudele mentita alle asserzioni del deputato Buffa. E qual nazione fu più oppressa e fu più generosa della nazione polacca? Quale nazione aveva più titoli, più diritto alla protezione della Francia? Ma pur sinora la nazione francese non si è commossa ai lunghi patimenti della Polonia, [p. 9 modifica]non si è mossa in aiuto di quell’illustre e sventurata nazione.

Una voce. Fu colpa di Luigi Filippo.

Cavour. La repubblica non fece di più di Luigi Filippo.

Ravina. Repubblica di pochi giorni.

Cavour. L’onorevole deputato Brofferio si valse di un altro argomento. Ei disse: muovete risoluti la guerra, questa generosa risoluzione ecciterà lo sdegno della nazione francese contro il pusillanime suo Governo, e provocherà una nuova rivoluzione popolare.

A questo punto io mi rivolgo all’onorevole deputato Brofferio, e lo prego di permettermi di manifestare lo stupore ch’io provo nel sentirlo esprimere come un voto, come una speranza, la distruzione violenta dell’attuale Governo della Francia.

Io non capisco come esso possa applaudire ad un fatto che sarebbe la più completa condanna di quelle instituzioni democratiche delle quali egli è uno dei più sinceri lodatori. Come si potrebbe desiderare una rivoluzione? Contro di chi? Contro l’Assemblea nazionale che è l’espressione la più completa del suffragio universale? Ed io qui credo di dover dire al signor avvocato Brofferio ch’egli s’inganna sulle conseguenze di questo moto popolare. Nel generoso suo sentire egli crede che avrebbe per effetto di sostituire Lamartine a Cavaignac. Ma riguardo a ciò, mi permetta di dirgli che ora l’illustre Lamartine ha perduto la sua influenza, ed è obbligato egli stesso a far plauso alle nuove combinazioni ministeriali del generale Cavaignac, come risulta dal giornale da lui diretto col titolo di Bien Public. Le vere conseguenze della rivoluzione, quale è quella a cui accenna il deputato Brofferio, i risultati di una nuova battaglia come quella di giugno, ma combattuta con esito diverso, sarebbero di sostituire a Cavaignac ed ai ministri che lo circondano uomini della repubblica rossa, uomini del socialismo, i Ledru-Rollin, i Cabet, i Raspail; [p. 10 modifica]sarebbero di sostituire a quella libertà di cui gode la Francia il regno del terrore e dell’anarchia. E che cosa ne avverrebbe? Probabilmente ne avverrebbe che le provincie della Francia non vorrebbero adattarsi all’anarchia trionfante in Parigi; che vi si desterebbe il fuoco della guerra civile, e che quello stesso esercito delle Alpi, il cui aiuto noi invochiamo, sarebbe il primo a muovere contro Parigi per accorrere alla salvezza dello Stato. Io credo adunque che l’eventualità cui ha accennato il signor avvocato Brofferio tornerebbe dannosa non solo alla causa d’Italia, ma alla causa della libertà europea, e produrrebbe una dolorosa reazione del dispotismo. Io credo che in ordine alla Francia noi possiamo sperare il suo concorso amichevole, senza però lusingarci di un intervento attivo ed energico, epperciò io confesso parimente che non ho nell’efficacia della sua mediazione una fede molto viva.

Ma è ella questa una ragione per romperla senza più, per non usare alcun riguardo verso le potenze mediatrici che si presentarono a noi come amiche, e le quali non che farci alcun male, ci resero anzi molti servigi, quali furono testè in parte accennati dal ministro degli affari esteri?[3] Sarebbe bene, dico, rompere la mediazione mercè di un atto che potrebbe essere considerato come ostile dalle potenze nostre alleate?

No certamente; io credo che si debba, in ordine alla mediazione, soprassedere alcun poco, usare alcuni riguardi i quali non possono menare le cose molto alle lunghe, e che faranno bene, il Ministero e la nazione, nello sciogliersi dalla mediazione, di badare a non rendersi nemiche le due potenze mediatrici, la cui alleanza può sempre tornarci utile, qualunque sia l’esito della guerra che saremo per intraprendere.

Esausto il primo punto, passo a trattare il secondo, [p. 11 modifica]e qui dirò francamente che se gli argomenti dell’Opposizione mi avessero convinto, io mi darei per vinto. Ove fosse dimostrato che questo è il momento più opportuno per rompere la guerra, che ogni indugio ci è dannoso, io direi: poniamo la diplomazia per ora in non cale, facciamo la guerra. Ma io credo appunto che anche sul secondo argomento, sul secondo punto, la questione d’opportunità non sia pienamente quale l’Opposizione ce la rappresenta. Gli oratori dell’Opposizione, per provare che il momento di rompere la guerra è giunto, che ogni indugio riescirebbe dannoso alla causa italiana, accennarono varie circostanze che io cercherò di ricordare come meglio la mia memoria mi aiuterà. L’onorevole avvocato Brofferio disse: guardate i popoli d’Italia che erano neghittosi nel mese di agosto, ora si muovono ed impongono ai Governi l’obbligo d’intervenire nella guerra italiana. Io non voglio qui esaminare qual possa essere l’influenza del moto di Livorno, e se il progetto di una Costituente, bandito dal professore Montanelli, sia destinato a condurre a quell’armonia che tanto ci è necessaria al trionfo della causa italiana.

Io voglio entrare nelle viste del deputato Brofferio, e supporre che il Ministero Guerrazzi o quell’altro che sta per succedere al Ministero Capponi sia il più energico, il più devoto alla causa nazionale, il più deciso a cooperare con ogni mezzo alla guerra d’indipendenza.

Ma che perciò? Che cosa potrà fare il Ministero toscano in nostro aiuto? Fuorchè egli possegga un potere soprannaturale, il dono dei miracoli, non gli sarà possibile di cooperare efficacemente alla guerra che stiamo per rompere, imperciocchè non esistono in Toscana forze regolari, ed è impossibile a qualunque Governo l’improvvisare un esercito.

Pur troppo, dopo i tristi casi di luglio, nulla si fece in Toscana per riordinare le deboli forze regolari tornate dai campi lombardi. Pur troppo, l’esercito di quella nobile provincia può dirsi non più esistere. Quindi [p. 12 modifica]dobbiamo riconoscere non poter aspettare da esso che un sussidio debole e poco efficace.

La Toscana per ora sarebbe ridotta a mandare solo sui campi lombardi quei giovani ardimentosi, gloriosi avanzi delle luttuose giornate di Curtatone e di Montanara, pronti sempre a formare corpi di volontari, e come tali ad unirsi al nostro esercito.

Io certamente non disconosco il valore di quest’aiuto; concedo al deputato Brofferio che queste legioni di volontari possano agevolare le operazioni del nostro esercito, ma assevero, senza tema di essere smentito da verun militare assennato, che poco gioverebbero alla soluzione del grande problema della guerra, il quale sta, come diceva testè il deputato Mellana, nell’oppugnazione di quel terribile triangolo, o più esattamente quadrilatero fortificato, formato dalle fortissime rôcche di Mantova e Peschiera, Verona e Legnago.

Da Roma dobbiamo aspettare meno ancora che dalla Toscana. Non è già ch’io accusi di debolezza o mala voglia il nuovo Ministero presieduto da Pellegrino Rossi; confido anzi in quell’illustre statista, ed io spero ch’egli sia deciso a terminare degnamente l’avventurosa sua carriera, consacrando al bene della sua patria le singolari facoltà del vasto suo ingegno. Ma la Romagna, meno ancora della Toscana, possiede gli elementi di un esercito regolare. In essa nulla è preparato, nulla è ordinato per costituire una forza che possa entrare immediatamente in campo.

Il Ministero antecedente, sia per una fatale negligenza, sia forse per motivi più tristi, lasciò sciogliere e disordinare i gloriosi avanzi dell’esercito che combattè nei campi della Venezia. Gli Svizzeri che tanto eroismo dimostrarono, privi d’ogni ricompensa, trascurati e negletti, abbandonarono, la più parte, un ingrato vessillo.

I volontari, privi di sussidio, se ne tornarono alle loro case vendendo, strada facendo, le loro armi per procacciarsi i mezzi di campare la vita; le milizie irregolari [p. 13 modifica]furono disperse e sciolte. Ondechè Roma si trova ora meno preparata alla guerra che non lo fosse nei più tristi giorni di Gregorio XVI.

Dal Governo romano dunque non dobbiamo per ora aspettare alcun valevole sussidio.

Il signor avvocato Brofferio ci parlava poi di quegli emigrati lombardi che sono nelle valli e sui monti della Svizzera, ed alludeva al pericolo che questi, precipitando gl’indugi, scendessero fin d’ora, senza più attendere, in Lombardia, e cominciassero, sotto nuovi auspicii, con altra bandiera, la guerra.

Qualunque sieno le opinioni politiche di quegli esuli, io le rispetto. Essi sono sotto il peso della più amara sventura; i diritti dell’infortunio sono sacri per me.

Ma per quanto sia ardente il loro patriottismo, per quanto essi sieno animosi ed audaci, io però non posso credere che essi sieno per tentare una disperata impresa. Privi quali essi sono di ogni materiale di campagna, privi d’ogni qualsiasi regolare ordinamento militare, come mai potrebbero pensare a muovere soli contro l’intero esercito di Radetzky?

Io spero, come diceva testè il deputato Valerio, che la voce della ragione, della prudenza sarà sovr’essi più potente di quella dell’infortunio, e gl’indurrà ad aspettare, come noi, il momento opportuno per riconquistare la patria e l’indipendenza.

So al pari dei deputati opponenti che troveremo in Lombardia un valido appoggio nell’insurrezione dei popoli. Non dubito che i popoli di quelle contrade, fatti accorti dalle sofferte sventure, appena lo stendardo subalpino avrà varcato il Ticino, si leveranno in armi, e, deposto ogni altro pensiero, combatteranno accanto a noi per respingere il crudele loro oppressore.

Ma questo appoggio ci è assicurato, qualunque sia il momento in cui si rompa la guerra, e l’aspettare alcuni giorni per cogliere l’istante opportuno non diminuirà certo l’ardore, il coraggio, degli oppressi Lombardi.

[p. 14 modifica]Dunque, benchè dolorosissimo sia per noi il vedere per alcuni giorni protratti i loro dolori, non si può dire che per quanto riflette l’esito della guerra, la speranza del loro concorso debba determinarci a passare immediatamente il Ticino.

Ma fra tutti gli argomenti posti in campo dall’Opposizione per provare esser questo il momento il più opportuno per incominciare le ostilità, il più grave è certamente quello, tratto dagli ultimi casi di Vienna, dagli sconvolgimenti delle provincie austriache.

A questo riguardo osserverò essere indotti i miei opponenti in errore da una falsa analogia fra gli avvenimenti attuali e quelli del mese di marzo. Mi conceda la Camera di entrare su quest’importantissimo argomento in qualche particolare, per isvolgere chiaramente il mio pensiero.

Il moto di Vienna del mese di marzo fu un moto meramente politico. Il popolo della capitale, interprete dei sentimenti che animavano tutti i popoli dell’impero, si levò e combattè per ottenere l’istituzione degli ordini costituzionali e tutte quelle concessioni politiche richieste dallo spirito dei tempi.

Questo moto fu facilmente composto dalle concessioni più o meno sincere fatte dall’imperatore. Ma appena ristabilita la pace interna, quell’istesso popolo che aveva combattuto con tanto ardore per le sue libertà, si unì al suo governo per combattere contro di noi, e per rapirci le nostre libertà non solo, ma un bene più prezioso ancora, l’indipendenza. (Fremiti di sdegno.)

Sì, o signori, fra le prime file dell’esercito austriaco combatterono i volontari viennesi, gli eroi delle barricate di marzo della rivoluzione di Vienna.

Valerio. Ma quelli non erano studenti, erano bordaglia.

Iosti. No, l’oratore ha ragione.

Cavour. Il fatto che io espongo, mi è stato [p. 15 modifica]confermato da un gran numero di ufficiali dell’esercito che contro questi studenti pugnarono.

Ma nell’impero austriaco, la questione di libertà, la questione politica, non è la sola che agiti gli animi, che muova le masse popolari. Accanto ad essa ve ne ha un’altra ben più grave, ben più minacciosa ancora, ed è la gran lotta delle razze, le une tendenti a mantenere un antico predominio e le altre ad acquistare una nuova nazionalità.

Vi esiste sulle terre dell’impero una razza numerosa, energica, ardimentosa, ma da più secoli oppressa, la razza slava. Questa razza si estende in tutte le parti orientali dell’impero, dalle sponde del Danubio sino ai monti della Boemia; vuole ottenere l’intera sua emancipazione, riconquistare la sua nazionalità. La sua causa è giusta, è nobile. Essa è propugnata da orde rozze ancora, ma ardimentose ed energiche; essa quindi è destinata a trionfare in un non lontano avvenire.

Il gran moto slavo ha ispirato il primo poeta del secolo, Adamo Mikiewitz, e da questo fatto noi siamo indotti a riporre nelle sorti di quei popoli una fede intiera. Perchè la storia ci insegna che quando la Provvidenza ispira uno di quei genii sublimi come Omero, Dante, Shakespeare o Mikiewitz, è una prova che i popoli in mezzo ai quali essi sorgono sono chiamati ad alti destini.

Comunque sia, poco dopo il trionfo della causa liberale in Vienna, il moto slavo cominciò a manifestarsi apertamente nell’impero. Il ramo più intelligente della famiglia slava, gli abitanti della Boemia, tentarono sin dal mese di aprile di sottrarsi al predominio germanico, di fondare in Praga un centro attorno al quale tutto lo slavismo venisse a rannodarsi.

Questa generosa impresa andò fallita: tutti i partiti a Vienna si unirono per reprimere il moto boemo. L’infelice città di Praga volle ricorrere alla forza; ma fu vinta, dopo una disperata lotta, bombardata e [p. 16 modifica]gliata; fu posta sotto il giogo militare, e governata da leggi statarie, che pochi giorni sono erano tuttora in vigore.

Il moto slavo, represso dalla forza brutale nel settentrione dell’impero, si spiegò più vigoroso, più minaccioso, più potente nel mezzodì, nelle provincie danubiane, abitate dagli Slavi-Croati.

Io non prenderò qui ad esame le cause od i pretesti che suscitarono il moto della Croazia contro l’Ungheria. Non voglio discendere nei particolari della gran lotta che ferve tra i Magiari e gli Slavi; solo ricorderò alla Camera che i Magiari, nobili, generosi quando si trattava di difendere i diritti della loro nazione contro la prepotenza imperiale, si mostrarono sempre orgogliosi, tirannici, oppressori verso la razza slava sparsa nelle provincie dell’Ungheria.

Valerio. Non è esatto!

Cavour. Sì, o signori, nessuno può negare che in Ungheria l’aristocrazia appartenga alla razza magiara, il popolo alla razza slava, e che in quel regno l’aristocrazia abbia sempre oppresso il popolo.

Comunque sia, io non intendo fare l’apologia dei Croati (Ilarità), e nemmeno dell’ardito loro capo, il bano Jellachich. Mi restringo ad osservare che il vessillo ch’essi hanno spiegato è il vessillo slavo, e non già, come altri suppone, il vessillo della reazione e del despotismo.

Jellachich si è valso del nome dell’imperatore, ed in ciò si dimostrò accorto politico. Ma ciò non prova che il suo scopo principale, se non unico, non sia la ristaurazione della nazionalità slava. Che cosa è, infatti, il potere imperiale? Un vano simulacro di cui si valgono a vicenda i partiti che dividono l’impero. Jellachich, vedendo l’imperatore in dissidio coi Viennesi, si è dichiarato per il potere centrale, ma non già per la ricostituzione del gotico edifizio politico atterrato dalla rivoluzione di marzo.

Per dimostrare che il moto di Jellachich non è una [p. 17 modifica]semplice reazione militare, basti l’osservare che al suo avvicinarsi a Vienna i deputati slavi, segnatamente quelli della Boemia, i quali rappresentano la parte illuminata dello slavismo, lasciarono l’Assemblea, coll’intendimento di ritirarsi a Praga od a Brunn per ivi instituire un Parlamento slavo.

Io credo dunque che la lotta che ferve nel seno dell’Austria non sia già una lotta politica come quella di marzo, ma bensì il preludio di una guerra terribile di razza, della guerra del germanismo contro lo slavismo.

Valerio. Tanto meglio per noi!

Cavour. Se queste mie considerazioni sono esatte, egli è evidente che l’iniziata guerra deve svolgersi rapidamente, estendersi a tutte le provincie slave, diventare gigante, e che, qualunque sia l’esito della battaglia che sta per combattersi sotto le mura di Vienna, la guerra deve farsi più accanita. Infatti, o lo slavismo vincerà e s’impadronirà di Vienna, ed allora state certi che le provincie germaniche, ricusando di sottostare ad una razza da essi considerata con disprezzo, rigetteranno il giogo della capitale, e, aiutate dall’Assemblea di Francoforte, combatteranno il principio slavo a Vienna, a Praga, nella Croazia; oppure Jellachich sarà vinto, ed allora, costretto a ritirarsi nelle proprie contrade minacciate dai Magiari vincitori, richiamerà sulle sponde della Drava la numerosa fanteria croata che costituisce il nerbo dell’esercito di Radetzky per ricominciare l’ardita sua impresa.

Credo adunque poter asserire che in ordine agli avvenimenti della Germania l’indugio non è pericoloso, che le eventualità dell’avvenire sono tutte a noi favorevoli. (Sensazione.)

Non dico per ciò che debbansi rimandare indefinitamente le operazioni della guerra; ma sostengo che l’Opposizione trovasi in grave errore quand’essa c’indica gli avvenimenti di Vienna come un irresistibile argomento per ricominciare incontanente le ostilità.

[p. 18 modifica]In ultimo si osserva potersi rompere la guerra, perchè le condizioni dell’esercito sonosi in questi ultimi due mesi di molto migliorate. E qui debbo rendere piena giustizia alla lealtà dei membri dell’Opposizione, i quali, facendo tacere ogni spirito di parte, tributarono al nostro ministro della guerra[4] quelle giuste lodi ch’egli merita cotanto, a ragione dello zelo illuminato, delle sapienti cure colle quali egli governa le cose dell’armata.

Ma tornando all’argomento dell’Opposizione, dirò ch’egli è verissimo che la condizione dell’esercito si è di molto migliorata, ma che esso però non è ancora in uno stato perfetto, e che quindi alcuni giorni ancora di esercizi non possono che tornargli sommamente giovevoli.

Io credo di avere esaminate tutte le considerazioni poste in campo dall’Opposizione per istabilire l’opportunità della guerra immediata, e di averne dimostrata l’insussistenza; credo pure di avere stabilito in modo incontrastabile che l’indugio non ci è ora sfavorevole, che anzi può tornare utilissimo alla nostra causa.

Non mi rimane più che a riassumere il già troppo lungo mio discorso col conchiudere che essendo evidente che, sia in ordine alla mediazione, sia in ordine alla guerra, l’indugio non può esserci fatale, dobbiamo lasciare il Governo del Re libero di determinare nell’intimo della sua coscienza quale sia l’ora la più opportuna per rompere la guerra.

Quest’ora suprema potrà suonare domani, potrà suonare fra una settimana, fra un mese (Susurro), ma qualunque volta essa suoni, ci troverà, ne sono certo, pienamente uniti e concordi sui mezzi della guerra, come ora lo siamo già tutti sul principio di essa. (L’oratore discende dalla ringhiera fra vivissimi applausi.)

  1. Perrone di San Martino.
  2. Metternich.
  3. Il Ministro aveva parlato di molte provviste fatte dal Governo in Francia, e della presenza di un esercito francese sulle Alpi, il quale aveva dato tanta ombra al Radestky da arrestarne la marcia.
  4. Il generale Dabormida.