Il continente misterioso/2. Quaranta miglia al nord

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2. Quaranta miglia al nord

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2.

QUARANTA MIGLIA AL NORD


La piccola carovana si trovava dinanzi ad un corso d'acqua che tagliava la via correndo verso l'est. Era il Gamber, un fiume di poca importanza, scarso d'acqua, che nasce sui contrafforti di una catena di montagne chiamate Turret e sui fianchi del picco Hamilton, il quale si trova un po' più al nord, affatto isolato, e poi va a scaricarsi nel lago Eire, vasto bacino che si trova ad oriente e che viene tagliato in tutta la sua lunghezza dal 137° meridiano. Nel punto dove erano giunti gli esploratori, scorreva incassato fra due sponde piuttosto ripide, le quali offrivano qua e là dei profondi crepacci e mostravano delle escavazioni che parevano prodotte da arnesi di minatori. La vegetazione si riduceva a pochi magri cespugli della specie dei sofori in mezzo ai quali cinguettavano alcune dozzine di pardalotos, piccoli uccelli, grossi come i nostri passeri, dal ventre giallastro e il dorso coperto di penne grigie. Niro-Warranga scese dal dray per osservare il terreno e avendolo trovato adatto per la discesa, quantunque fosse molto erto e disuguale, spinse i buoi in acqua adoperando con mano maestra la sua smisurata frusta. La pesante macchina, scivolando e trabalzando, scese la sponda, entrò nella corrente che era debole e poco alta, e l'attraversò raggiungendo la salita opposta. Pei cavalli quella prima traversata fu un semplice giuoco, essendo abituati a passare a nuoto larghi tratti d'acqua.

Superata la costa, dinanzi alla carovana s'offerse una foresta che pareva si arrampicasse sui fianchi di una catena di montagne che chiudevano l'orizzonte settentrionale. Era composta dei soliti alberi, black-wood, stringy-wood e felood-wood; però si vedevano uniti assieme anche dei bellissimi watdes ossia legni intrecciati, come li chiaman i coloni, e degli alcohol-wood o legni alcolici, coperti, stretti, soffocati fra le spire delle marras, ossia liane madri che raggiungono sovente delle lunghezze incredibili. Al loro apparire in mezzo al bosco si udirono grida acute e si videro fuggire centinaia, anzi migliaia di conigli, i quali si affrettavano a raggiungere le loro dimore sotterranee.

— Toh! — esclamò il mastro. — Dei conigli qui! E a migliaia!...

— Ti sorprende, mastro? — chiese Alvaro.

— Un po', lo confesso, dottore. Questi animaletti non devono essere indigeni di questo continente.

— È vero, Diego. Sono stati importati pochi anni or sono, ma erano pochissime coppie regalate da alcuni parenti d'Inghilterra ad alcuni coloni di qui. Pare però che quegli animaletti trovassero qui il loro paradiso e diventassero estremamente fecondi, poiché in poco tempo il loro numero si accrebbe tanto da costituire un pericolo per l'agricoltura. In certe regioni si sono moltiplicati così enormemente da infestare i boschi e i prati e da costringere gli agricoltori a fuggire per non morire di fame, poiché divoravano i raccolti appena spuntati.

— E perché non si dà a loro la caccia? Io so che il coniglio arrostito per bene è un piatto delizioso.

— Hanno fatto dei veri massacri di conigli, ma a nulla hanno servito. Il governo decretò premi ai cacciatori di rabbits (così si chiamano qui i conigli), agli inventori di trappole e di mezzi di distruzione, cercò di farli avvelenare colla stricnina, e gli agricoltori, disperati, coprirono perfino di verderame i gambi del frumento, ma sempre senza risultato. Ne uccidevano diecimila e ne nascevano ventimila. Ora si cerca di introdurre le volpi, ma temo che anche queste dopo diventino così numerose da distruggere tutti i volatili e prima di tutto i polli dei coloni.

— Ecco delle cose che sapendole possono tornare utili.

— E perché, mio buon mastro.

— Perché se mi mancherà un mestiere, verrò qui a cacciare i signori rabbits e a prendere i premi.

— Giungerai tardi, Diego.

— E perché, dottore? — chiese Cardozo.

— Perché i premi sono stati aboliti onde impedire che i conigli, invece di scemare, aumentassero.

— In quale modo?

— Pel motivo che i cacciatori, invece di distruggerli, li allevavano segretamente nei loro cortili o nei loro campi per portare poi un numero maggiore di teste.

— I furbi! — esclamò Diego scoppiando in una risata. — Bel ritrovato, per Bacco!...

Così discorrendo la carovana procedeva attraverso a quella foresta che lasciava qua e là delle vaste aperture, per le quali l'immenso dray poteva comodamente passare. La marcia però era lenta poiché il caldo era sempre soffocante e i buoi non cambiavano passo malgrado le eccitazioni del drayman e le frustate.

A mezzodì, fecero una fermata di un paio d'ore per preparare la colazione composta di un coniglio arrostito che Cardozo aveva ucciso con una palla ben aggiustata, di carne conservata e di thè, bevanda indispensabile in quelle regioni e in quella stagione.

Alle due, si mettevano in marcia salendo i fianchi dei monti Turret e inoltrandosi dentro gole profonde, poi scesero in una prateria smaltata di fiori e interrotta qua e là da gruppi di mulghe, folte macchie che hanno quindici piedi d'altezza e sopra le quali volteggiavano stormi di pappagalluzzi con penne gialle, verdi, azzurre e rosse, appartenenti alla specie dei trichogtossus.

— Il bush! — esclamò il dottore.

— Cos'è questo bush? — chiese Cardozo.

— Una pianura immensa, erbosa, dove trovano abbondante pascolo gli animali.

— Appartiene a qualcuno?

— Forse a qualche grande allevatore di bestiami.

— Ma non vedo alcuna casa.

— Le stazioni sono assai lontane l'una dall'altra e chissà dove si troverà quella a cui appartiene questa immensa pianura che sembra non abbia confini e che costituisce un run.

— Parlate arabo, dottore? — chiese Diego ridendo.

— No, dò il suo vero nome a questa pianura. I runs sono gli spazi ceduti dal governo agli squatters, cioè agli agricoltori e agli allevatori di bestiame.

— Regalati o dietro pagamento?

— Si cede gratuitamente per cinque anni e se durante questo tempo lo squatter migliora il terreno, prolunga la cessione di altri dieci anni.

— È largo di manica il governo australiano, ma già non regala che delle terre che non gli costano un quattrino e che appartenevano ai compatrioti del nostro Coco — disse Diego.

— Cerca di rendere fruttifero il continente più che può, mastro, e ci è riuscito.

— E se io mi presentassi, mi darebbe pure un pezzo di terreno gratuitamente.

— Non solo, ma se tu ti qualificassi per agricoltore, ti accorderebbe il diritto di scegliere il miglior pezzo di terreno che tu trovassi nei runs dei grandi proprietari.

— E quei grandi proprietari si lasciano spogliare di buona grazia del pezzo più produttivo del loro territorio?

— Di buona o cattiva grazia, bisogna che si adattino e te lo cedano. Però non ti vedrebbero di buon occhio, te lo assicuro, e cercherebbero tutti i mezzi leciti e illeciti per mandare al diavolo il mangiatore di kakatue.

— Cosa diverrei un mangiatore di kakatue, io?

— Così gli squatters chiamano i piccoli agricoltori reputandoli tanto poveri da cibarsi di sola carne di uccelli.

— E mi tormenterebbero?

— E come! Fra i grandi agricoltori e i piccoli regna un odio profondo che finisce sempre a colpi di fucile. I pastori e i contadini del primo disprezzano il secondo, e questo si vendica rubando ai suoi persecutori buoi, montoni e anche qualche cavallo. Le liti diventano frequenti e finiscono a fucilate. Assassinato uno, l'uccisore si salva nell'interno, sicuro che la polizia indigena non andrà a scovarlo, e diventa brigante.

— Preferisco fare il marinaio, dottore.

— Lo credo, Diego — rispose il signor Cristóbal.

— Warrangs! — esclamò in quell'istante il negro balzando agilmente a terra e precipitandosi sopra alcune foglie che contrastavano, col loro colore, colle erbe della vasta pianura.

— Qualche animale? — chiese Diego.

— No — rispose il dottore. — Radici, delle quali sono ghiotti gli indigeni e che si dice siano eccellenti.

— Speriamo di assaggiarle. Bravo Coco, cerca, cerca!

Il negro non aveva bisogno delle eccitazioni del mastro. Armato di un coltello regalatogli dal dottore, scavava con una specie di accanimento la terra gettando fuori delle grosse radici bulbose, somiglianti a patate di gran mole.

— Si mangiano così? — chiese Diego dimenando le mascelle.

— No, si cucinano sotto la cenere — rispose il dottore. — I selvaggi usano mangiarle assieme alla gomma degli alberi.

— Come! Mangiano la gomma i compatrioti di Coco?

— Si può dire che durante la stagione invernale costituisce il loro unico cibo. Quando gli alberi cominciano a perdere la corteccia, la quale cade invece delle foglie che restano sempre, i selvaggi si recano nei boschi e fanno raccolta della gomma che trasuda dai pori delle piante. La stagione delle scorze, la chiamano così, è attesa con viva ansietà da quei miseri sempre in lotta colla fame.

— Ma questa gomma si trova su tutti gli alberi? — chiese Cardozo.

— No, ma quelli gommiferi sono moltissimi, anzi si può dire che sono i più numerosi.

— E frutta non ne raccolgono?

— Quali frutta? Gli alberi australiani non ne danno — disse il dottore.

— Uh! Che paese! Che paese! — esclamò il mastro.

Terminata la raccolta delle radici, Niro-Warranga le trasportò nel dray, poi risalì a cassetta e la carovana si rimise in moto procedendo attraverso a quella vasta pianura erbosa coperta qua e là di splendidi fiori, fra i quali spiccavano le pelargonie somiglianti alle dalie europee, e fichi di formio. Quella regione, quantunque ancora vicina alla costa, sembrava assolutamente deserta. Non si vedeva né una abitazione, né alcun capo di bestiame, né alcun pastore e soprattutto nessun capo di selvaggina. Solamente qua e là si vedevano fuggire rapidi come frecce i conigli e in alto svolazzare qualche colombo della specie mionis alba, colle penne biancastre sopra e candide sotto, e qualche stormo di bermele jubate, brutti uccelli acquatici, grossi quanto una gallinella, col collo lungo e magro, le penne bianche con arabeschi neri o marrone, stormo che si dirigeva verso l'est, ossia al lago Eire. Verso sera, la carovana, dopo d'aver percorso un tratto di circa quaranta miglia, si arrestava all'estremità meridionale di una piccola palude, che è alimentata dal Warriner, fiume che gettasi nel lago Eire dopo un breve corso. Quantunque non si trovassero ancora nelle regioni abitate dai selvaggi e quantunque in Australia non vi siano animali pericolosi, all'infuori dei dingos, cani temibili solamente se sono riuniti in grande numero, il dottore da uomo prudente fece accendere un grande fuoco e stabilì i quarti di guardia. Divorato il pasto, legarono i cavalli e i buoi attorno al dray, e gli uomini si coricarono nell'interno del monumentale carro, al coperto della grande tela bianca, mentre Diego montava la prima guardia.

La notte passò tranquilla. I soli rumori che si udirono furono lo scoppiettar dell'uccello-frusta, e i tocchi argentini dell'uccello-campana, o gli scoppi di riso dell'uccello-beffatore, che si tenevano nel mezzo d'una fitta macchia di mulghie.

Ai primi albori Niro-Warranga, dopo preparato il thè, riattaccava gli animali al carro; il dottore e i due marinai risalivano sui loro cavalli e riprendevano le mosse attraversando il fiume e costeggiando le rive orientali della palude. Cardozo e Diego, ai quali nulla sfuggiva allo sguardo, oltrepassato il fiume, scorsero ancora delle profonde escavazioni somiglianti a pozzi, eguali a quelle già vedute sulle rive del Gamber.

— Sono stati i selvaggi a scavare il terreno? — chiesero al dottore.

— No, gli uomini bianchi durante quel periodo di tempo chiamato la febbre dell'oro — rispose Alvaro.

— Per cercare l'oro?

— Sì, amici miei.

— Ha dato dell'oro anche questo continente? — chiese Cardozo.

— Sì e in grande quantità e per parecchi anni. Si può anzi dire che fu quel metallo che popolò rapidamente queste coste e che diede la ricchezza alle sue città. I miracoli che ha prodotto nella Nuova California si sono ripetuti anche qui.

— Narrate, dottore.

— La scoperta della prima pepita avvenne il 3 aprile 1851 presso Sommer-Hill, nei dintorni di Sidney, ma subito non si diede molta importanza alla cosa. Ma quattro mesi dopo un conduttore di carri trovava in uno strato di fango, mentre costeggiava la baia di Andersen, un blocco d'oro del peso di trentadue once.

— Che colpo di fortuna! — esclamò Diego. — Quello ha fatto una buona giornata, dottore.

— La notizia di quella scoperta commosse vivamente la popolazione di Vittoria. Una febbre vera, la febbre dell'oro, invase le popolazioni bianche che si gettarono attraverso alle praterie e ai monti frugando all'impazzata le viscere della terra.

"Uomini, che pochi giorni prima morivano di fame, in poche settimane divennero milionari. Si trovavano delle pepite d'un valore immenso, del peso di parecchie libbre.

"La scoperta attraversò gli oceani, ed ecco giungere dall'America e dall'Europa i minatori a migliaia, a diecine di migliaia. In tre anni quella regione aumenta la popolazione di più di duecentocinquantamila anime, vede sorgere per incanto nuove città e ingrandirsi le altre.

"Il commercio si arenò, perché tutti abbandonavano le città; negozianti, medici, perfino i marinai abbandonavano le navi per correre in cerca del prezioso metallo e la febbre non cessò se non quando tutto quel vasto territorio fu frugato e rifrugato in tutti i sensi e privato dell'ultima sua pepita."

— Che fortuna hanno questi inglesi! — esclamò Diego. — Dove mettono radice trovano...

— Che cosa? — chiese il dottore.

— Anche degli animali che non si sono mai veduti — disse il mastro che si era fermato bruscamente.

Il dottore si volse e lo vide ritto sul cavallo, colla più alta meraviglia sul viso e gli occhi fissi su di un gruppo di alberi.

— Cosa avete, mastro mio? — gli chiese.

— Signor dottore — disse il marinaio, — avete mai veduto dei gatti a volare?

— Dei gatti a volare? Sei impazzito, mio bravo amico?

— No, per mille boccaporti! Vi ho chiesto se non avete mai veduto un gatto a volare.

— Che il sole ti abbia scombussolato il cervello, marinaio? — chiese Cardozo.

— Non ancora, ragazzo mio.

— E dunque?

— Vi dico che mi è passato dinanzi un gatto che volava.

— È una volpe! — esclamò il dottore scoppiando dalle risa.

— Una volpe! Ma volava, vi dico.

— Una volpe volante.

— Con vostro permesso, dottore, non vi crederò se prima non avrò veduto questo strano animale. Una volpe che ha le ali? Ma che razza di paese è questo?

— Dov'è andata?

— Laggiù, dottore, in mezzo a quel gruppo di alberi.

— Andiamo a vedere.

Mentre Niro-Warranga continuava la via costeggiando sempre la palude, i cavalieri si diressero verso il gruppo d'alberi formato da dieci o dodici stramonie alte da quindici a venti metri, guardando attentamente fra i rami. Le loro ricerche non durarono molto, poiché la loro attenzione fu attirata da un grido rauco che partiva da un folto gruppo di foglie. Guardando colà scorsero un animale singolare, il "gatto che volava" di Diego. Era grosso quanto una volpe, ma poteva sino ad un certo punto rassomigliare ad un gatto avendo una testa simile e, cosa davvero sorprendente, aveva infatti due specie di ali di forma bizzarra, costituite da due membrane che univano le gambe anteriori con quelle posteriori, lasciando libere le dita.

Vedendosi scoperto, allargò le membrane e spiegò una volata di cinquanta o sessanta metri, descrivendo una parabola assai accentuata. Toccato terra, riprese la volata andando ad appollaiarsi sui rami di un altro albero.

— Oh! Diavolo! — esclamò il mastro che era al colmo dello stupore. — Si è mai veduto un gatto a volare?

— È un kitbung — disse il dottore che lo aveva osservato attentamente. — Un animale assai curioso, ma che si trova anche in parecchie isole dell'arcipelago malese.

— È buono da mangiare?

— Non lo credo, ghiottone.

— Di che cosa vive? Caccia i sorci come i suoi congeneri senza ali?

— Vive d'insetti, di pipistrelli e di piccoli mammiferi che caccia durante la notte. Di giorno è raro il caso di vederlo.

— Se non è buono a mangiarsi, vada a farsi uccidere altrove.

— Andiamo amici — disse il dottore.

Spronarono i cavalli e raggiunsero il carro che procedeva lentamente verso il nord, piegando un po' verso l'ovest.