Il contr'uno o della servitù volontaria/Il contr'uno

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Il contr'uno

Lettera del signor de Montaigne IncludiIntestazione 11 maggio 2015 75% Da definire

Lettera del signor de Montaigne

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IL CONTR’UNO




(1)

              „Pazzo fu sempre
De’ molti il regno. Un sol comandi, e quegli
Cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
Ne sia di tutti corretto: supremo,“


dice Ulisse arringando presso Omero. Se si fosse fermato al

        . . . . „Pazzo fu sempre
De’ molti il regno.“


sarebbero state parole sante; ma dove, a parlar sanamente, andava detto che la signorìa de’ più non può esser buona, se la signorìa d’un solo, come prima egli s’intitola padrone, è dura e contro ragione, gli è ito accomodarla a rovescio coll’

             „Un sol comandi, e quegli
Cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
Ne sia di tutti correttor supremo.“

[p. 26 modifica]Può esser per altro che Ulisse (e allora bisogna perdonarglielo) dovesse, lì come lì, parlar a quel modo, affine di rabbonire l’esercito montato in bestia, acconciando, com’io penso, le sue parole più al tempo che alla verità. Ma, a parlar da uomini, l’è una gran disgrazia il dovere star sotto un padrone, che non è certo se sarà buono, dacchè sta in lui l’esser tristo a suo senno: e l’aver più padroni viene a esser lo stesso che l’avere tante più gran disgrazie. Io non vo’ qui per ora discutere la questione tanto abburattata, se le altre maniere di repubblica son migliori della monarchia: e s’i’ dovessi farlo, prima vorrei che mi si facesse vedere, ma chiaro come l’ambra, qual grado ha aver la monarchia tra le repubbliche, se grado ci dee avere; ripugnandomi il credere che ci sia nulla di pubblico dove ogni cosa è d’un solo. Ma tal quistione la serbo a un’altra volta; che ci vorrebbe un trattato apposta, o almeno si tirerebbe dietro tutte le dispute politiche.

Per ora vorrei saper solamente, potendosi, come mai tanti uomini, tante città, tante nazioni, sopportano alle volte un tiranno solo, che tanto può solamente quanto si lascia potere, e che non ha balìa di nuocer loro, se non quanto piace a loro di comportarlo: che non sarebbe buono di far loro niun male, se non quanto volessero soffrirne piuttosto che contradirgli. Gli è proprio un gran che! ma è cosa tanto comune, che c’è più da dolersene che da sbigottirne, il vedere un milion di milioni d’uomini, servire pecorescamente, piantare il collo sotto al giogo senza esserci tirati per i capelli, ma in certa maniera, a quel che pare, innamorati e allettati dal solo nome di Uno, della cui possanza non avrebbero ad aver paura, essendo solo, nè volergli un [p. 27 modifica]gran bene, trattandogli come tante bestie. Ma gua’, no’ siamo impastati così deboli: spesso bisogna baciar basso al più forte, bisogna dar tempo al tempo; nè sempre si può più degli altri. Dunque, se un popolo per forza di guerra è costretto di servire ad Uno, come Atene a trenta tiranni, non c’è da meravigliarsi del suo servire, ma da piangere tale sventura; o meglio non si maravigliare e non piangere, ma chinar le spalle, ed aspettare la Provvidenza. La natura ci dà questo: buona parte del viver nostro ce lo portan via gli ufficj comuni dell’amicizia: ragion vuole che si ami la virtù, si tengano in pregio le onorate imprese; si abbia gratitudine a chi ci fa del bene; ed alle volte ci scomodiamo pur noi, in onore, ed in servizio di chi si ama ed il vale. Ora, dove un popolo si abbatte in qualche gran bacalare, che abbia speso tutto il senno per mantenerlo sicuro, tutta la prodezza per difenderlo, tutta la diligenza per governarlo; e quel popolo si acconci d’allora in là ad obbedìrgli, e ad innalzarlo tanto e quanto sopra il suo capo, io non saprei se questo fosse atto da gente di senno (tanto più ch’e’ si leverebbe di dove fa bene, per elevarlo dove può far del male), ma pure passi: è naturale il voler bene a chi ce ne fa, e il non temere da lui verun male.

Ma Dio benedetto! che faccenda è ella questa? Come s’ha a chiamare, sventura, vizio, o meglio vizio sventurato, il vedere infiniti popoli, non ubbidire, ma servire; non esser retti, ma tiranneggiati, che nè le lor possessioni, nè i figliuoli, nè i genitori, nè la vita stessa è loro; sopportare le rapine, le lussurie, le crudeltà, non mica di un’armata o d’un esercito barbaro, contro cui bisognerebbe metter a sbaraglio il sangue e la vita, [p. 28 modifica]ma contro uno solo; e non contro un Ercole, nè un Sansone, ma contro un solo omicciattolo, che novantanove per cento è il più codardo e il più effeminato della nazione; che nemmen da lontano ha veduto la polvere delle battaglie, ma a fatica anche la rena dei tornei; e non che e’ sia buono di signoreggiare uomini con la forza, ma egli è tutto impicciato nel servire vilmente la più misera donnicciuola? S’ha a dir che questa è viltà di cuore? S’ha a dire, coloro che servono esser codardi e deboli? Che i due, i tre, i quattro, non si rivoltino ad uno solo, gli è un po’ strano, ma si può dare; e allora sta bene il dir ch’e’ non hanno cuore: ma se i cento, se i mille con fatti fare da un solo, chi dirà che essi non ce la vogliono, che non s’attentano a misurarcisi, che è codardia la loro, e non piuttosto sdegno e disprezzo? Al vedere, non cento, non mille città; ma un milione d’uomini non dare addosso ad uno, dal quale il meglio trattato di tutti riceve mal merito di essergli servo e schiavo, come si fa a dire che questa è viltà? Ecco, tutti i vizj hanno un certo confine, cui non ponno passare. Uno solo può far paura a due, anche a dieci; ma se mille, se un milione, se mille città, non mostrano il viso a un solo, questa per me non è codardìa. La codardìa non va tanto in là; come tanto in là non va la prodezza, che uno solo assalti una fortezza, affronti un esercito o conquisti un regno.

Che razza dunque di vizio è egli mai questo, che non merita neanche il nome di codardìa? che non ne trova uno tanto obbrobrioso da lui? che natura lo ripudia, e la lingua non vuol nominare? Si mettano cinquantamila uomini armati di qua, e cinquantamila di là: si schierino in ordine di battaglia: si affrontino: questi [p. 29 modifica]liberi combattenti per la libertà, quelli per toglierla loro. Se avessi a dir tu, quali di essi vinceranno? quali si avventeranno più animosamente alla pugna, coloro che aspettano, per guiderdone dei travagli, la conservazione della libertà; o quegli altri che, a darle e a buscarle, non possono aspettami altro premio che il servaggio? Quelli han sempre dinanzi agli occhi la felicità del tempo passato, e l’idea di pari quiete nel tempo avvenire: nè si danno tanto pensiero di ciò che patiscono in quel po’ di tempo della battaglia, che più non se ne diano di ciò che dovrebber patire essi, i lor figliuoli, e tutti i loro discendenti. Questi non hanno cosa che accenda loro il cuore, se non una cotal punta di cupidigia, la quale al primo pericolo si rintuzza; nè può essere sì ardente ch’ella non si abbacini e paja spegnersi per un gocciolino di sangue che buttino le loro ferite. Nelle battaglie tanto famose di Milziade, di Leonida, e di Temistocle (avvenute dumil’anni fa, e che sono così fresche nella memoria de’ libri e degli uomini come se fossero d’ieri, perchè le si combatterono in Grecia per il buono stato della Grecia, e ad esempio di tutto il mondo), chi vogliam noi dire ch’e’ desse a tanto poca gente quant’erano i Greci, non la possa, ma il cuore, di sostenere l’urto di tante navi che al mare stesso faceano oltraggio? di debellare tante nazioni, il cui numero era sì sterminato, che, dove fosse bisognato fornir loro i capitani, la schiera de’ Greci non sarebbe bastata? Ve lo dirò io: perchè in que’ gloriosi giorni non si trattava solo delle battaglie de’ Greci contro i Persiani; ma della vittorìa della libertà contro la tirannia, dello stato franco contro la cupidigia.

È una meraviglia l’udir parlare della prodezza che [p. 30 modifica]la libertà mette nel cuore di chi la difende; ma a udirlo dir solamente senza toccarlo con mano, chi crederebbe mai quel che si fa in ciascun paese da tutti, e tutto giorno, che un uomo solo accaneggi mille città e tolga loro il viver libero? Chi il vedesse solamente in paesi lontani ed in terre straniere, e venisse a dircelo, le si reputerebbe una favola, ed un trovato bell’e buono. E badate, ce n'è un'altra: questo tiranno solo, non importa mica combatterla, non c’è mica bisogno di difendersene; basta che il popolo stia duro a mettere il collo sotto il giogo, eccolo bell’e debellato di suo. Non accade portargli via nulla; basta non gli dare: non accade il darsi briga di far nulla per sè; basta il non se ne dare per far nulla contro di sè. Ecco dunque che i popoli stessi son quelli che si lasciano soverchiare; dacchè e’ n’uscirebbero col non voler più star soggetti: son loro che si metton da sè sotto il giogo, ch’e’ si metton la fune al collo da sè; che, essendo padroni di scegliere tra l’esser liberi o servi, danno un calcio alla libertà e piglian le catene, consentendo, o per dir meglio, procacciando a lor danno. Se il vendicarsi in libertà costasse loro qualcosa, io non ce gli spingerei (tutto che l’uomo dovesse aver caro il rientrare nel suo diritto naturale, e di bestia, per così dire, tornar uomo); ma, no signore, non vo’ ch’e’ faccian il paladino: solo non meno lor buono ch’e’ preferiscano una certa tal qual sicurezza di stare con tutti i lor comodi. Come! Per aver libertà non c’è bisogno d’altro che il desiderarla; basta un puro atto della volonta; e s’ha a trovar nazioni al mondo, che paja loro cara anche per un sol desiderio, e che si facciano scrupolo della volontà di ricuperare un bene, che s’avrebbe a ricuperare col proprio sangue; e perduto il [p. 31 modifica]quale, chi ha punto punto cuore, avrebbe a reputar la vita nojosa, ed un rifugio la morte? Guardate quella poca favilla come si leva in gran fiamma, e sempre piglia maggior lena, e quante più legna ci si butta, tanto più ha la bocca aperta per divorarle! La vuoi tu spegnere? non importa che ci butti sopra dell’acqua, smetti di buttarci delle legna, e allora, non avendo più che divorare, divora se stessa, perde forma, non è più fuoco. E così i tiranni: oggi arraffano dieci, domani voglion venti: quanto più rovinano e sperperano, e noi più si da loro, più si servono; ed a questo modo più si afforzano, diventano più poderosi e più baliosi a tutto distruggere, tutto recare a nulla. Ma smettete di dar loro niente; smettete di obbedìrgli; e vedrete che, senze combattere, senza dar loro addosso, vi rimangono ignudi bruchi, e non sono più nulla, o almeno son come quella barba che, senza più umore, rimane sterpo secco e morto.

Gli animosì sprezzano ogni pericolo per acquistare il bene ch’e’ desiderano; gli assennati non fuggono i travagli: i vili e gli storditi non son buoni nè a sopportare il male, nè a ricuperare il bene. Lo desiderano, e lì: ma la virtù del volerlo è loro contesa dalla lor codardìa e ne rimangono con la voglia, perchè così dà la loro natura. Il desiderare e il volere quelle cose che, possedute, ci fanno felici è comune a’ savi e agli stolti, ai prodi e a’ codardi; in una sola cosa la natura, nè so perchè, fa fallo agli uomini che non la desiderino, nella libertà, la quale è pure un sì gran bene e sì dilettoso, che, perduta lei, seguitano tutte le sventure una dietro l’altra; e quel po’ di bene che rimane, a quel mo’ guasto dal servaggio, non ha più gusto o sapore veruno. La sola libertà si vede proprio che gli uomini non la [p. 32 modifica]desiderano, perchè basterebbe desiderarla e l’avrebbero a lor posta: si vede ch’e’ non curano il far sì bell’acquisto, solo perchè è troppo facile.

Ahi gente misera e vile! popoli dissennati, nazioni incaponite nel vostro male, cieche al ben vostro! eccovi costì: vo’ vi lasciate rubare in su gli occhi il miglioramento delle vostre rendite; disestare i campi; spogliar le case, votarlo da’ mobili aviti! vo’ fate una vita che non potete dir di nulla: Questa è cosa mia; e quasi quasi e’ vi parrebbe di guadagnar un tanto a far a mezzo de’ beni, delle famiglie, della vostra vita medesima. E tutto questo sperpero, questa sventura e questa rovina, donde vi viene? non da molti uomini, ma dal nemico; da quello che, se è grande, l’avete fatto voi; per il cui amore andate così animosamente alla guerra, per la cui grandezza non dubitate di andar in bocca alla morte. Quegli che fa di voi sì aspro governo non ha mica nè un occhio, nè una mano, nè un corpo, nè niuna cosa di più che il più vile omicciattolo delle tante e tante città nostre: lo sapete quel che ha più di tutti voi altri? L’ansa che vo’ gli date a far man bassa sopra di voi. Se non glieli deste voi, donde caverebb’egli tanti occhi da contarvi quanti passi vo’ fate? donde caverebbe tante mani per bastonarvi, s’e’ non le rubasse di tra voi? E s’e’ si mette sotto a’ piedi le vostre città, que’ piedi non son vostri? Avrebbe nessuna balia sopra di voi, se voi stessi non gliela deste? Si attenterebbe di avventarvìsi contro, se vo’ non foste di balla? Vi potrebbe torcer nemmeno un capello, se voi stessi non foste manutengoli del ladro che vi spoglia, complici dell’assassino che vi sgozza, traditori di voi medesimi? Voi fate le sementi, perch’egli vi deserti il [p. 33 modifica]ricolto: ammobiliate e addobbata le case vostre, per dargli esca alle sue ruberie; allevate le figliuole per isfogo alla sua libidine, i figliuoli glieli allevate, acciocchè gli trascini alla guerra, gli meni alla mazza, gli faccia ministri delle ree suo voglie, esecutori delle sue vendette: e si contentasse di questo! Vo’ v’ammazzate dalla fatica, acciocchè e’ possa menar vita di delizie, e grufolarsi tra’ più laidi e vili sollazzi. Vo’ v’indebolite per far lui più forte e più duro a tenervi corta la briglia. E dire che tanto vilipendio, cui le bestie stesse, o non apprenderebbero, o se no, nol sopporterebbero, potreste levarvelo da dosso, se vi provaste, non dico a levarvelo, ma solo a volervelo levare! Su: dite proprio sul serio: Non vogliam più servire; ed eccovi bell’e liberi. Vo’ non l’avete a discacciare; non gli avete a dar la spinta: basta non lo reggere, e, simile ad un gran colosso, a cui si tagliasse via la base, eccotelo in terra per il proprio peso, e andare in mille bricioli.

Ma a proposito: i medici dicono che le piaghe incurabili è meglio lasciarle stare; ed io non son matto a dare in ciò de’ consigli al popolo, che, da gran tempo in qua, non fa più segno di verun sentimento, e appunto perchè non lo sente, mostra non esserci medicina al suo male. Guardiamo dunque, se, almen per induzione, puossi raccapezzare come mai gli s’è cosi abbarbicata nel cervello tale ostinata volontà di servire, che, un altro po’, sembrerebbe non esser poi tanto naturale nè anche l’amor della libertà.

In primis pongo non esserci chi dubiti, che, se vivessimo con que’ diritti cui la natura ci ha dato, e secondo que’ ricordi ch’ella c’insegna, che no’ saremmo naturalmente obbedienti a’ genitori, soggetti alla ragione, [p. 34 modifica]e non servi di nessuno, con quella obbedienza che ciascuno senz’altro stimolo che quel della natura, e’ rende al babbo e alla mamma. Se la ragione nasca o no con noi, tutti gli uomini ne posson esser testimonj, ciascuno in sè e per sè: tal quistione fu abburattata a fondo degli accademici, e toccata per tutte le scuole de’ filosofi: e quando fosse una cert’ora, non dubiterei d’errare arbitrando, che nell’anima nostra ci sia alcun seme natural di ragione, la quale, conservata con buon consiglio ed usanza, fiorisca in virtù; e per contrario, non potendo spesso tener fronte contro i vizj sopravegnenti, muoja soffocata. E vero per altro che, se nulla ci è di chiaro e di appariscente nella natura, da non poterci far il cieco, è questo, che la natura, ministra di Dio, governatrice degli uomini, ci ha, dirò così, fatti tutti quanti della stampa medesima, acciocchè l’un l’altro ci riconoscessimo per compagni, o piuttosto per fratelli: e se, nel dispensare i varj presenti che ci faceva, l’è stata larga e dei doni del corpo e di que’ dello spirito, più con Tizio che con Cajo, la non ha mica inteso per questo di metterci al mondo come in una lizza, e non ha mandato quaggiùi più forti e più furbi, come assassini armati in un bosco per dar addosso a’ più deboli; ma piuttosto è da credere che, facendo le parti più grasse a quello, e più magre a quell’altro, la volesse dar campo all’affezione fraterna di fare sua arte, avendo gli uni facoltà di porgere ajuto, e gli altri bisogno di riceverlo. Se dunque la buona mamma ci ha dato a tutti tutta la terra per abitacolo; se ci ha in un certo modo albergati tutti nella casa medesima, s’e’ ci ha tutti composti della stessa pasta, affinchè ciascuno potesse specchiarsi, e quasi l’uno riconoscere sè nell’altro; quando a tutti a [p. 35 modifica]un modo ha fatto quel nobil presente della voce e delle parole, per confabulare e affratellarci sempre più; e per la scambievole e comune significazione de’ nostri pensieri, venire alla comunanza de’ nostri voleri; s’ella ha fatto di tutto per stringere vieppiù sempre il nodo della nostra alleanza e compagnia; s’ella in ogni minima cosa fa vedere di non averci voluto far solamente tutti uniti, ma tutti un sol corpo; non si può venir fuori a dubitare che non siamo tutti liberi naturalmente, dacchè siamo tutti compagni; e non può venire in capo a nessuno, che la natura, avendoci messi tutti quanti in compagnia, qualcuno lo abbia messo in servitù.

Ma che accade discutere se la libertà è naturale, quando, a voler far servo chicchessia, bisogna fargli torto, e nulla del mondo è sì contrario alla natura (la quale è tutta ragionevole) come l’ingiuria? vuol dir dunque che la libertà è naturale; e vuol dir, secondo me, che noi, non solamente siam nati padroni di nostra franchezza, ma con affetto altresì da difenderla. Ora, se per caso stessi in forse di ciò, e tanto siamo tornati in bastardi che non sappiam valutare i nostri tesori, nè parimente le nostre pure affezioni, bisognerà ch’io vi tratti secondo il merito, e vi metta in cattedra i bruti a insegnarvi qual’è la vostra condizione e natura. I bruti, viva Dio! (chi non fa il sordo a bella posta) urlano negli orecchi agli uomini: Viva la libertà. Molti di essi, presi, muojono subito. Come il pesce muore appena fuori dell’acqua, così quegli chiudono gli occhi alla luce del mondo, per non vedere la lor servitù. Se i bruti avessero tra loro gradi e preminenza, io dico che la loro nobiltà sarebbe l’esser libero. Gli altri, dico del più grande come del più piccolo, si ajutano tanto, o [p. 36 modifica]con le ugne, o col becco, o con le corna, o co’ piedi, quando si voglion prendere, che fanno vedere apertamente come sia lor caro ciò che perdono. Presi poi, mostrano per tanti sogni di fuori la conoscenza di loro sventura, che è un bel vedere come da quel momento il loro è più languire che vivere; e che stanno in vita più per lamentare il buono stato perduto, che per acconciarsi alla servitù. Quando l’elefante, dopo essersi difeso fin che duran le forze, non vedendoci più verso, in sull’essere preso, si avventa con le mascelle aperte a un albero, e’ si spezza i denti, che altro vi dice egli, se non che il gran desiderio di restar libero come è nato lo rende spiritoso, e lo fa accorto di venire a patti co’ cacciatori, se ne potesse uscire dando a loro i suoi denti, e se, accettando essi il suo avorio, potesse così ricomprare la sua libertà? Noi pigliamo il cavallino appena nato per avvezzarlo a servire; ma certo non gli sappiam far tante muine, che quando ci si mette a domarlo e’ non morde il freno, non iscalci contro lo sprone, quasi direi, voglia far vedere alla natura, e protestare alla meglio, che, degli serve, nol fa di suo genio, ma per altrui soverchierìa.

Che accad’altro?

Il bue medesmo sotto il giogo duolsi,

Geme l’augel rinchiuso nella gabbia;


come cantai altrove quando per passatempo facevo rime francesi: e scrivendo a te, o Longa, non dubito mica che tu mi dia del vanaglorioso, se ci mescolo de’ miei versi, i quali io non leggo mai, se non perchè tu fai sembiante che ti piacciano. Così dunque, poichè tutte le cose che sono dotate di sentimento, come prima esse l’hanno, sentono il guajo della servitù, e van dietro [p. 37 modifica]alla libertà; poichè le bestie, che pur son fatte per servir gli uomini, non si possono acconciare a servire, se non con manifestazione del desiderio contrario; qual mai sventura ha potuto così muta: la natura dell’uomo, il solo nato davvero per viver libero, che gli faccia perdere la ricordanza del suo primo stato, e il desiderio di racquistarlo?

C’è tre razze di tiranni, dico di cattivi principi. L’uno è re per elezione di popolo; l’altro per forza d’arme; l’altro per dinastia. Chi ebbe il regno per diritto di guerra vi si porta in modo che ben si pare, esser egli in terra, come dicesi, di conquista. Chi nasce re non è per lo più niente di meglio; anzi, nato e nutrito di sangue tirannico, succhia col latte la natura di tiranno, e tiene in conto di servi ereditarj i popoli suoi; e secondo la indole verso cui volge più, o avaro o scialacquatore, e’ fa del regno, come di cosa sua propria. Pare che dovesse esser più comportabile colui a cui il popolo avesse dato il regno; e credo che sarebbe: ma come prima si vede messo lassù, in capo a tutti gli altri, gonfiato da quel vento che si chiama grandezza, e’ s’ostina a non volersene muovere un ette. Questi poi, per ordinario, fa assegnamento di lasciare a’ figliuoli la potestà, che il popolo ha rassegnato nelle sue mani; e come s’è messo in capo quest’idea, l’è una maraviglia il vedere che in ogni maniera di vizio, e perfin nella crudeltà, avanza gli altri tiranni. Ad assicurare la novella tirannia non iscorge altro modo che lo stendere vie più sempre la servitù, o il disamorare tanto i popoli della libertà, con tutto che la ricordanza sia fresca, che possa farla lor perdere. E però, benchè a dire il vero, ci sia tra loro un qualche divario, io non vo’ saper nulla nè dell’uno [p. 38 modifica]nè dell’altro; e se la via di andare al regno è diversa, il modo di regnare suppergiù è quel medesimo. Il re eletto, come se avesse preso a domar dei tori, fa dei sudditi quel che de’ tori farebbe: il conquistatore pensa averci su il diritto che si ha sulla preda: il dinasta ne fa come di schiavi suoi naturali.

Ma facciamo un caso: se per sorte venisse un qualche popolo al tutto nuovo, non usato alla servitù, nè alleccorito alla libertà, e non sapesse che faccenda è l’una e l’altra; ed a fatica sapesse i nomi loro; e gli si proponesse, o d’esser suggetto o di viver libero, a che si butterebbe esso? Ci vuol poco a dire che avrebbe più caro assai l’obbedir solo alla ragione, che il servire ad un uomo; salvo che e’ non fossero come que’ d’Israel che, di suo, e senza un bisogno al mondo, si crearono un tiranno: la quale storia io non la leggo mai senza tanta stizza, che quasi quasi non mi renda inumano, e mi faccia gongolare de’ tanti guaj che piovvero loro addosso. E vero per altro che tutti gli uomini, finchè hanno qualcosa d’uomo, in sul lasciarsi mettere il giogo, una delle due, o son forzati o messi in mezzo: forzati dalle armi straniere, come Sparta e Atene da Alessandro; o dalle fazioni, come quando la signoria di Atene era venuta poco innanzi alle mani di Pisistrato. Per inganno perdono spesso la libertà; ed in ciò un poco sono sedotti da altri, un po’ chiudon gli occhi essi da sè, come il popolo di Siracusa, metropoli di Sicilia (oggi detta Saragozza), stretto dalle guerre, sbadatamente provvedendo al solo pericolo, chiamò Dionisio I, e gli diè carico di guidare l’esercito; e non badò a far sì grande quel buon tomo, che, tornando vittorioso, come se avesse vinto, non i nemici, ma i suoi cittadini, di [p. 39 modifica]capitano si fece re, di re si fece tiranno. Fatto ch’egli è servo un popolo, non è da credersi com’esso cada a un tratto in sì profondo oblio della libertà, che non gli è possibile il risentirsene per racquistarla: e’ serve sì allegramente e di tanto buona voglia, che a vederlo si direbbe: E’ non ha perduto la libertà, ma il servaggio. Da principio è vero che l’uomo serve a mal in cuore e per forza; ma chi vien dopo, che non ha mai veduto com’è fatta, nè di che sapore sia la libertà, serve senza repetìo, e fa per amore quel che gli stati innanzi a lui avevan fatto per forza. E così gli uomini nascono col giogo sul collo, e poi, venuti su nel servaggio, senza pensar più là, si appagan del viver come e’ son nati, e non si sognano nemmeno di possedere altri diritti e altri beni che quelli trovatici, prendendo per lo stato lor naturale quello dove son nati. Eppure non c’è erede sì spensierato e sì sbracione, che alle volte non dia un’occhiata a’ libri di casa, per sapere, s’e’ gode tutti i diritti di successione, e se nulla si è macchinato o contro di lui o contro il suo antecessore. Ma, gua’, il costume, che in ogni cosa ha gran balìa sopra di noi, in niun’altra però ce ne ha tanta, quanta nell’insegnarci a servire; e (come si legge di Mìtridate, che s’avvezzò a bere il veleno) a tirar giù, senza che ci paja amaro, il tossico del servaggio. La natura, bisogna confessarlo, giuoca in noi molto nel tirarci dove la vuole, e farci dar titolo di bene o mal nati; ma e’ bisogna anche convenire che ella è vinta dal costume, dacchè l’indole, sia buona quanto vuole, svanisce, se non si cerca di mantenerla; e la educazione ci mette sempre o l’una o l’altra cosa di suo, a dispetto della natura. I semi del bene, che questa getta dentro di [p. 40 modifica]noi, son così minuti e sbucchievoli che non reggono al minimo cozzo della educazione contraria: nè tanto è agevole il conservargli quanto è facile che essi intristiscano, si disfacciano, e vengano al niente, tale quale come i frutti, che hanno veramente qualche loro singolar proprietà, i quali la conservano se si lasciano venire su da sè; ma tosto l’abbandonano per produrre altri frutti non loro, secondo com’e’ s’innestano. Ciascuna erba ha sue proprietà naturali ed a lei peculiari; ma tuttavia il diaccio, il tempo, le cisoje o la mano del giardiniere, temperano, e scemano assai la loro virtù. La pianta veduta in un dato luogo, in un altro si riconosce a fatica. Chi vedesse quel pugno di gente dei Veneziani vivere vita così libera che il più meschino di loro non piglierebbe d’esser re; e tutti nati e creati in modo che non d’altro sono ambiziosi che di fare l’uno miglior prova dell’altro nel conservare gelosamente la loro libertà; e che, avvezzati in questa maniera fin dalla culla, non darebbero un’oncia della loro franchezza per tutte le altre felicità della terra: chi vedesse, diceva, questa gente; e poi, uscendo di là, andasse nelle terre di colui che noi chiamiamo il Gran Signore, e vedesse quella gente, che non possono nascere se non per servirlo, e che per mantenerlo danno la vita; penserebbe egli mai che gli uni e gli altri fossero della natura medesima, o piuttosto non crederebbe d’essere uscito da una città d’uomini, ed essere entrato in un parco di animali! Licurgo, incivilitore di Sparta, si dice che rilevasse due cani, tutti e due fratelli, e allattati dalla medesima cagna; che l’uno tenesse a ingrassare per la cucina, l’altro avvezzasse pe’ campi al suono della tromba e del cornetto; e che, volendo far vedere agli Spartani, [p. 41 modifica]gli uomini riuscir tali quali gli fa la educazione, portò i cani in piazza, e vicino ad essi una minestra e una lepre: l’uno corse alla scodella, l’altro alla lepre. „Eppure, egli disse, e’ son fratelli!“ Insomma egli, con le sue leggi e con la sua politica, tirò su tanto bene gli Spartani, che ciascuno di loro sarebbe morto mille volte prima di riconoscere altro signore che la legge.

Mi giova il ricordarvi qui che modo tennero già i cortigìani del gran Serse re di Persia rispetto agli Spartani. Allorchè Serse si apparecchiava di andare con quel grand’esercito al conquisto di Grecia, e’ mandò prima per i comuni greci suoi ambasciatori, a chieder l’acqua e la terra, che questa era l’intimazione usata farsi da essi alle città. A Sparta e ad Atene non ce ne mandò; perchè, quando ce li volle mandare Dario suo padre a far la domanda medesima, gli Spartani e gli Ateniesi, alcuni ne seppellirono in una fossa dicendo loro: „Pigliate pure acqua e terra quanta ne volete e portatele al vostro re;“ tanto quella gente era gelosa della libertà, nè pativa che vi si dicesse contro nemmeno una mezza parola. Poi gli Spartani si avvidero d’aver corso un po’ troppo, e che gli Dei stessi ne avevano loro preso odio addosso, massimamente Taltibio, Dio degli Araldi: e allora pensarono, per abbonir Serse, di mandargli due cittadini ch’e’ ne facesse il piacer suo, e cosi pigliasse vendetta degli ambasciatori uccisi già a suo padre. Si proffersero di andare a far questa ammenda due Spartani, l’uno detto Spetto, l’altro Buli, ed arrivati, strada facendo, al palazzo di un Persiano chiamato Gidarne, luogotenente del re in tutte le città della costa asiatica, questi fece lor grande onore, e parlando di più cose, d’un discorso in un altro, venne [p. 42 modifica]a domandar loro perchè tanto fieramente fossero avversi al suo re. „Credete, o Spartani, ve lo dico io, il re sa bene onorare coloro che il valgono; e se voi deste retta a lui, egli farebbe l’istesso con voi. Vedete, se e’ potesse avervi e conoscervi, ciascuno di voi sarebbe certamente signore di una città della Grecia“.

E gli Spartani risposero: „Gidarne, qui tu non puoi darci buon consiglio; perchè, è vero che tu hai gustato il ben che prometti, ma tu non conosci però quello onde godiamo noi: tu hai provato il favore del re; ma che sapore abbia la libertà, e quanto essa è dolce, tu non lo sai; se no, tu ci consiglieresti a difenderla anche con l’ugna e co’ denti, non che con iscudo e lancia.“ Il solo Spartano diceva quel che gli stava bene il dire; ma di certo e lui e quell’altro parlavano come dava loro la educazione. Come aveva a fare il Persiano a rimpiangere la libertà, se non l’aveva provata? e lo Spartano a lasciarsi mettere il giogo, essendo sempre stato libero?

Catone Uticense, ancor fanciullo e sotto il pedante, era spesso per casa a Silla dittatore, perchè, essendo della casa che era, non gli si chiudeva porta, e perchè era suo stretto parente. Ci andava sempre col pedante, come era costume de’ figliuoli delle grandi casate; e vedendo che su’ propri suoi occhi, ad un cenno di lui, chi si carcerava, chi si condannava, questi era bandito, quegli strozzato, uno domandava la confisca, un altro la testa di qualche cittadino; alle corte, che ogni cosa andava a modo non come di un ufficiale della città, ma come di un tiranno del popolo; e che ci era non un banco di giustizia, ma una caverna di tirannìa, quel [p. 43 modifica]giovanotto disse al maestro: „O perchè non mi date a un pugnale che me lo metta sotto? io vo spesso in camera a Silla prima che si levi; ed ho il braccio assai forte da purgarne la città.“ Questo si chiama parlar da Catone; e questo è degno principio di chi poi fece tal morte. Ma, anche a non dire di dove egli fu, ed a raccontare il puro fatto, la cosa parla da sè; e senza pensarci nemmeno, si dirà ch’egli era romano, e nato in Roma; nella vera Roma però, e quand’essa era libera. E come c’entra questa roba? C’entra, non ch’io stimi che l’esser nati qua o là giovi a nulla, dacchè in ogni paese, e sotto ogni cielo, è amara la servitù e dolce la libertà; ma perchè vorrei che si compatissero coloro i quali vanno col giogo sul collo; e che, o si compiangano o si perdonino, se, non avendo mai veduto in viso la libertà, e non avendone sentore, non si accorgono che gran danno è l’essere schiavi. S’e’ ci fosser de’ popoli (come dice Omero che ci sono i Cimmerj) a cui il sole si facesse vedere con altre faccia che a noi, e fatto luce per sei mesi di seguito, gli altri sei gli lasciasse al bujo e mezzi tra il sonno senza mai farsi rivedere; coloro che nascono durante questa lunga notte, e non sanno che cosa è luce, chi si maraviglierebbe se, non avendo mai veduto il giorno s’avvezzano alle tenebre dove son nati e non desiderano la luce? Non si rimpiange ciò che mai non possedemmo: il rammarico seguita il piacere; e il ricordarsi del tempo felice, va di pari con la conoscenza del bene: l’uomo ha da natura l’essere e il volere esser libero; ma la sua natura è sì fatta, che naturalmente conserva quella piega che le ha dato l’educazione.

Così dunque come sono naturali all’uomo tutte quelle [p. 44 modifica]cose a cui si avvezza da bambino, ma quello solamente è schietto e nativo a che il chiama la natura semplice e non alterata, così la prima ragione della servitù spontanea è il costume: compagni a’ più nobili destrieri, i quali da principio rodono il freno, e poi ci pigliano gusto; e dove prima ricalcitravano contro la sella, e’ vanno poi tutt’arnesati, e se ne tengono, e se ne pavoneggiano. E’ dicono: „Che volete? No’ siamo stati sempre soggetti: così furono i nostri vecchi;“ e sì pensano di esser tenuti a patire il morso, e lo danno ad intendere a forza d’esempj; legittimando essi stessi con la lunghezza del tempo il possesso di coloro che gli tiranneggiano. Ma gli anni, dico io, non danno mai il diritto di malfare; anzi rendono la ingiuria più grave. È vero che c’è sempre qualche spirito più gentile, a cui, puzza il barbaro giogo, nè può fare che non lo scuote; che non può mai avvezzarsi a servire; e che, a modo di Ulisse, il quale per mare e per terra cercava sempre di vedere il fumo di casa sua, non può tenersi di aver l’occhio al suo naturale diritto, e ricordarsi de’ suoi maggiori e del suo stato primitivo. Son questi senza fallo coloro che, avendo puro intelletto, e scorgendo nel futuro col senno, non istanno contenti al guardar solamente, come fa la plebaglia, quel che sta loro tra’ piedi, ma hanno l’occhio di dietro e davanti; ma riandano le cose passate, argomentando da quelle le avvenire, e misurandone le presenti. Sono questi che, avendo una testa ben quadrata, e’ l’hanno anche ingentilita con lo studio e con la scienza. Questi, anche quando la libertà fosse in tutto perduta e fuori del mondo, imaginandola sì che la sentono per ispirito, e quasi assaporandola, non possono mai far la bocca [p. 45 modifica]alla schiavitù, sia condita saporosamente quanto gli pare.

E che i libri e la dottrina più che qualsivoglia altra cosa mettono nel cuore degli uomini il sentimento del riconoscersi e di odiare la tirannia, e’ se n’è bene accorto il Gran Turco, perchè, sento dire, che nelle sue terre non c’è se non tanti sapienti quanti a lui fanno di bisogno. Per lo più non di meno, anche a esser parecchi coloro che, a mal grado dei tempi, serbarono in cuore buono zelo ed affetto alla libertà, questo e’ riman senza opera, perchè gli uni non sanno degli altri. Sotto la tirannide non si lascia loro balìa nè di parlare, nè di operare; e quasi quasi nemmen di pensare: e però tutti rimangono chiusi soli nella lor fantasia. Per questo Momo aveva ben di che motteggiare, quando trovò da ridire nell’uomo fatto da Vulcano, perchè non gli avesse messo una finestrina di faccia al cuore, da poterne vedere i pensieri. C’è chi dice che quando Bruto e Cassio si misero all’impresa di liberar Roma, o meglio tutto quanto il mondo, non vollero che Cicerone, quel grande zelatore del ben comune, fosse con loro, perchè stimarono il suo cuore troppo molle a sì gran fatto: del suo buon proposito se ne fidavano; ma non vollero star alla prova del suo coraggio. Tuttavia, chi si mettesse a riandare i fatti del tempo antico, e gli antichi annali, e’ troverebbe che coloro i quali, vedendo la lor patria in cattive mani e fattone strazio, si misero di proposito a volerla liberare, pochi o punti di essi non ne vennero a capo; e che la libertà si è sempre da sè medesima fatto spalla, chi ha voluto metterla in luce. Armodio, Aristogitone, Valerio e Dione, come virtuosamente pensarono, così prosperamente il misero in [p. 46 modifica]opera; che al buon volere non falla mai la fortuna. Bruto e Cassio tolsero via felicemente la servitù; ma, volendo ricondurre la libertà, perirono non indegnamente (dacchè non sarebbe egli un vituperio il dire che nella vita o nella morte di tali personaggi vi fu qualcosa d’indegno?); ma certo con gran danno, perpetua sventura, e compiuta rovina della repubblica, la quale, senza dubbio, e’ mi par che fosse sotterrata con loro. Le imprese fatte dappoi contro gli altri imperatori romani, non furono se non congiure di gente ambiziosa, che ben gli stette il mal tornatogliene in capo. Bella cosa il volere, non toglier di mezzo, ma far cadere una corona, pretendendo di cacciare il tiranno, e lasciar viva la tirannide? Anzi a questa genìa mi sarebbe rincresciuto che la gli fosse andata bene; ed ho gusto che abbian fatto vedere col loro esempio, come non va abusato il santo nome di libertà, per farne mantello a ree opere.

Ma, tornando al proposito che quasi ho smarrito, la prima ragione che gli uomini servono di buona voglia, l’è il nascere e l’esser tirati su servi: e da questa ne procede un’altra, che, sotto i tiranni, la gente diventa agevolmente vile, ed infemminisce; della qual sentenza io so altissimo grado a Ippocrate, il gran padre della medicina, che ce ne ha fatti accorti; e l’ha anche scritto in un de’ suoi libri cui egli intitola Delle Medicine. Egli aveva senza dubbio un cuore generoso, come chiaro si parve quando il grande Artaserse, volendolo tirare a sè a forza di offerte e di nobili presenti, e’ gli rispose arditamente che ci avrebbe di coscienza ad impacciarsi di risanare i barbari, i quali vogliono uccidere i Greci; e di servire tanto o quanto della sua arte coi lui che preparava catene alla Grecia. La lettera [p. 47 modifica]mandatagli si legge ancora tra le sue opere, e sarà perpetua testimonianza del suo bel cuore; e de’ suoi nobili spiriti. Ora è un fatto che insieme colla libertà si perde tosto anche il valore; la gente soggetta al combattimento non ci va allegra nè animosa: vanno al pericolo come appiccicati, abalorditi, e per disimpegno; nè si sentono bollire nel cuore l’ardore della libertà, che fa dispregiare ogni periglio, ed invoglia ad acquistarsi l’onor della gloria infra i compagni con un bel morire. Fra gente libera fanno a chi fa meglio, ciascuno per il ben comune, e ciascuno per sè; perchè tutti sanno di dovere aver la loro parte al male della disfatta, o al bene della vittoria; ma la gente soggetta, oltre al coraggio guerriero, perde la vivacità in ogni altra cosa, ed ha il cuore piccolo e molle, ed è incapace di ogni magnanima impresa. I tiranni sanno bene tutto ciò; e vedendo che pigliano questa piega, danno loro una mano a fargli meglio invacchìre.

Senofonte, solenne storico, e di prima bussola fra i Greci, compose un libro dove mette Simonide che parla delle miserie del tiranno con Jerone re di Siracusa. É un libro pieno zeppo di buoni e gravi ricordi, e scritti con tutto il garbo possibile: e Dio volesse che tutti i tiranni stati per antico se ’l fossero tenuto dinanzi e fattosene specchio! chè, mi par certo, si sarebbero vedute le male schianze sul viso, e vergognatosi di tanta sozzura. In quel trattato dipinge la pena che rode i tiranni, i quali, facendo male a tutti, son forzati ad aspettarselo da tutti; e tra l’altre nota anche questa, che i cattivi re usano per la guerra soldati stranieri e mercenari, non fidandosî di metter l’armi in mano a’ suoi popoli, a’ quali hanno fatto ingiuria. C’è stato ben dei [p. 48 modifica]buoni re, che hanno assoldato stranieri, ed anche dei re francesi, e più ne’ tempi passati che adesso; ma col solo fine di conservare que’ di casa, non curando il perder moneta, dove si risparmiano uomini; come diceva, mi pare, il grande Scipione Africano, che si sarebbe tenuto più di salvar la vita a un cittadino che di uccidere cento nemici. Ma in quanto a’ tiranni è certo che e’ non credono mai di avere assicurato la loro potenza, finchè non son venuti a termine di non aver sotto di sè verun uomo prode ed animoso. Dunque al tiranno starà bene il cantargli quel che Trasone appresso Terenzio si vanta di aver rinfacciato al maestro degli elefanti:

Tu fai tanto il feroce
Perchè in governo hai bestie.

Ma tale astuzia dei tiranni d’imbestiar i lor sudditi non si può meglio apprendere che dal modo tenuto da Ciro co’ Lidj, presa che ebbe Sardi, metropoli della Lidia, e ricevuto a discrizione Creso, quel re tanto ricco, e menatolo schiavo. Egli ebbe novella che i Sardesi, avean fatto novità: e’ gli potea aver tutti in pugno; ma, non volendo saccheggiare una sì bella città, nè sempre aver il sopraccapo di tenerci un esercito per guardarla, che ti fece per assicurarsene? l’empì di bordelli, di osterie, di giuochi pubblici, e fece bandire che i cittadini gli avessero avere in pregio; e gli fece tanto buona prova questa guarnigione, che d’allora in là, non ci fu più bisogno d’una sciabolata contro i Lidj. Questi poveri diavoli si spassavano a inventar giuochi sopra giuochi, tanto che i Latini composero da loro la parola, e ciò che noi diciam Passatempi essi lo dicono LUDI, che quasi tanto è a dire quanto LYDI. Non tutti i tiranni hanno fatto vedere così apertamente di volere [p. 49 modifica]femminire i lor sudditi; ma vero è che quanto egli ordinò formalmente e di fatto, il più di essi lo procacciano sotto sotto. Ecco qual’è la natura della plebaglia, il cui numero è sempre più grande nelle città: la guarda con sospetto chi le vuol bene, chiude gli occhi e mette il capo in grembo a coloro che la ingannano. Crediate che non c’è niun uccello, il quale resti meglio alla pania, nè pesce all’amo, che meglio tutti i popoli non si accalappino di botto alla schiavitù, sol che una piccolissima piuma passi loro, come si dice, dinanzi la bocca: ed è cosa mirabile come tutti si lasciano andare tosto, sol ch’e’ si faccia loro un po’ di solletico; chè teatri, balli, commedie, spettacoli, forze di Ercole, animali rari, medaglie, quadri, e simili leccumi, furono agli antichi popoli il chiapperello della servitù, il prezzo di lor libertà, arnesi della tirannide. Tali usanze, tal modo, tali saporetti, godevano sotto il giogo gli antichi sudditi; e così i popoli rimmelensiti, parendo lor bello sì fatto passatempo, divertiti da un vano piacere che passava loro dinanzi agli occhi, si avvezzavano tanto mattamente a servire; e, che è peggio, i bambini, per vedere le ridenti carte de’ libri miniati, ìmparavano a leggere. I tiranni romani inventarono anche il gingillo di festeggiare le diecine pubbliche, gabbando, com’era naturale, quella gentaglia, la qual si lascia più che altro chiappare al gusto della gola; ed il più intelligente di tutti non avrebbe dato la sua scodella di broda per una libertà a uso repubblica di Platone. I tiranni facevano il generoso con una misura di grano, una di vino, e qualche sesterzio; ed allora bisognava sentire che Viva il re! Facevano stomaco. Non si accorgevano, i goccioloni! che e’ non facevano se non ricuperare una [p. 50 modifica]parte del loro; e che quel medesimo ch’e’ ricuperavano, il tiranno non l’avrebbe dato loro, se prima lor non lo avesse tolto: e tali ci erano che avrebbero oggi ricolto i sesterzi, e gozzovigliato alla pubblica festa, benedicendo Tiberio e Nerone per la loro bella generosità, che domani, essendo forzati di abbandonare il loro in preda all’avarizia, i figliuoli alla lussuria, il sangue stesso alla ferocia di questi magnifici imperatori, non fiatavano, se non come un sasso, nè si bucicavano da qui a lì, se non come un tronco d’albero. La plebaglia è stata sempre a questo modo: in quel piacere che senza vergogna non potrebbe accettare, la ci si tuffa tutta all’impazzata; al torto e al dolore, cui non può comportare senza vergogna, non si scuote nemmeno. Io non credo esserci ora veruno, il quale udendo dir Nerone, non si senta venire i brividi al solo nome di quell’orribile mostro, di quella sozza e laida bestia; or chi crederebbe, che, dopo la morte di lui, così disonesta come la vita, il nobile popolo romano, per la ricordanza de’ giuochi e de’ feetini ne sentì cotal duolo ch’e’ fu lì lì per mettersi bruno? Almeno lo scrive Tacito, autore eccellente, grave, e da credergli a chiusi occhi. Nè ciò parrà mica strano, chi pensi che quel popolo medesimo aveva fatto altrettanto quando morì Giulio Cesare, affogatore delle leggi e della libertà; in cui non è stato trovato, se non erro, altro pregio di qualche conto, se non la affabilità, la quale comecchè messa tanto alle stelle, fu più pestifera d’ogni più gran ferocia del più brutale tiranno; perchè proprio questa velenosa dolcezza fu quella che indorò al popolo romano la pillola della servitù. E così, morto ch’e’ fu quel popolo, che aveva tuttor nel palato il sapore dei suoi banchetti, ed in cuore la ricordanza delle costui [p. 51 modifica]larghezza, per fargli i debiti onori e ardere il suo corpo, ammontarono tutti i banchi del foro, e gli rizzarono una colonna come a padre della patria (e c’era proprio scritto nel capitello), e così morto fecero più onore a lui che non se ne sarebbe dovuto fare a veruno eroe vivo di questo mondo, se non forse a coloro che l’avevano ammazzato. Anche un’altra cosa non dimenticarono gl’imperatori romani, quella d’intitolarsi Tribuni del Popolo, tra perchè quell’ufficio aveasi per sacrosanto, e perchè era ordinato alla difesa e protezione del popolo, e sotto il favore della repubblica. Così teneansi certi che il popolo si fiderebbe più di loro, come se e’ dovesse contentarsi del nome, e non sentirne gli affetti.

Per contrario non tengono oggi modo molto migliore coloro, che, facendone qualcuna, anche delle grosse, e’ metton sempre innanzi qualche parolone di ben comune e di utilità pubblica. E tu sa’ bene, o Longa, le formule onde potrebbero in certi casi fare uso utilissimo; ma per lo più non v’è pania che tenga, là dove la svergognatezza arriva a sì alto termine. I re d’Assiria, e que’ di Media altresì, non si facevano vedere, se non più tardi ch’e’ potevano, per metter la pulce nell’orecchio alla bordaglia ch’e’ fossero qualcosa più che uomini, e per lasciar i popoli in sì fatta illusione, dacchè volentieri lavorano di fantasia circa alle cose onde non possono giudicare di veduta. E con questa sicumera adusaronsi alla servitù tante nazioni che furono per gran tempo sotto l’imperio d’Assiria, e tanto più servivano allegramente, quanto non sapeano che padrone avessero, e quasi quasi s’e’ l’avevano o no, temendo tutti a credenza cui mai nessuno avea veduto. I primi re d’Egitto non andavan mai fuori senza un ramo d’albero, e alle [p. 52 modifica]volte del fuoco sul capo; e così mascherati facendo il ciarlatano, tanto era strana la cosa, che i sudditi ne prendevano qualche riverenza e ammirazione, dove a chi avesse avuto un po’ di cervello, o non fosse marcio di servitù, e’ mi pare che sarebbero serviti di spasso e di risate. E una pietà il sentir ricordare quanti amminicoli mettevano a lor pro gli antichi tiranni per fondare la tirannia; di quanti gingilli usavano ed efficacissimi, con quella plebaglia fatta proprio per loro, a cui non tendevano archetto che non vi restasse presa, e cui sempre hanno ingannato così agevolmente, che tanto meglio sempre l’han soggiogata quanto più la hanno canzonata.

Ma che dirò io d’un’altra bella favola che i popoli antichi prendevano per quattrini contanti? E’ tenevano per fede che il dito grosso d’un piede di Pirro re degli Epiroti facesse miracoli e guarisse le malattie di milza: e la rincararono ancora, dicendo che quel dito, bruciato ch’e’ fu il rimanente del corpo morto, s’era trovato fra la cenere che non pareva toccato dal fuoco. E così i popoli si sono sempre fatti da sè le menzogne, e se le son creduto essi stessi. Parecchi ne hanno scritto, ma in maniera che gli è un ridere a vedere com’hanno raccattato queste baggianate dalle chiacchiere delle città, o dai cicalamenti della plebe. Vespasiano fece miracoli quando tornava d’Assiria: e passando per Alessandria, nell’andare a Roma ad occupar l’impero, raddirizzò zoppi, illuminò ciechi, e un monte di altre belle cose, delle quali chi non vedeva il baco, era, o son io una bestia, più cieco di quelli ch’a’ sanava. Sapeva di strano agli stessi tiranni, che gli uomini potessero comportare un altr’uomo a far di essi mal governo; e però [p. 53 modifica]e’ voleano farsi scudo della religione, e, s’e’ potevano, accattavano un briciolino di divinità per puntello alla lor mala vita. E però Salmoneo, s’e’ s’ha a credere alla Sibilla di Virgilio e al suo inferno, sconta nel profondo dell’inferno dov’egli lo vide, l’aver così minchionato i popoli, e l’aver fatto il Giove.

Vidivi l’orgoglioso Salmoneo
Di sua temerità pagare il fio:
Che temerario veramente ed ampio
Fu di voler, quale il Tonante in cielo,
Tonar qua giuso e folgorare a prova.
Questi su quattro suoi giunti destrieri
La man di face armato, alteramente
Per la Grecia scorrendo, e fin per mezzo
D’Elide, ov'è di Giove il maggior tempio,
Di Giove stesso il nume e degli Dei
S’attribuiva i sacrosanti onori (2).


Ora, se colui, il quale in fondo non era altro che uno scimunito, è adesso trattato così bene laggiù, io credo che vi saranno trattati anche meglio coloro, i quali abusano la religione per fare il birbone.

Anche i nostri sparsero per la Francia di non so che rospi, gigli, ampolle, orifiamma, e che so io? Il che, io come io non voglio ancora discredere, dacchè nè noi nè i nostri vecchi non ne abbiamo avuto cagione veruna; essendoci toccato sempre de’ re così buoni in pace, così prodi in guerra, i quali, comecchè nati regi, e’ pare che non sieno, come gli altri, fatti dalla natura, ma che Dio onnipotente gli abbia prima di nascere eletti al governo e alla tutela di questo regno. Ma quando anco [p. 54 modifica]ciò non fosse, di certo io non vorrei mettermi la giornea per discutere la verità delle nostre storie: nè così minuziosamente purgarle, ch’i’ non togliessi quella nobil prerogativa, dove potrà bravamente far d’arme la nostra poesia francese, ora, non dico addobbata, ma a quel che pare, rimessa tutta a nuovo dal nostro Ronsard, dal nostro Baïf, e dal nostro Du Bellay, i quali in ciò nobilitano per forma la nostra lingua, che io da ora in là mi aspetto che, andando di questo passo, i Greci e i Latini per questo capo non potranno contrastarci altro che il diritto di priorità. E certo io farei gran torto al nostro ritmo (uso volentieri questa parola che a me non dispiace), perchè, sebbene parecchi lo abbian ridotto come a macchina, tuttavia vedo altrettanti che sono acconci a rinnobilirlo, e rendergli il pristino onore. Io, diceva, farei troppo torto a volergli torre que’ be’ racconti di re Clodoveo, ne’ quali vedo fin da ora come garbatamente e abbondantemente brillerà la vena del nostro Ronsard nella sua Franciade. Io so quanto il suo cavallo corre, conosco il sottile suo ingegno, e so quant’egli è grazioso e garbato: e’ saprà bene far suo pro dell’Orifiamma come i Romani de’ loro Ancili piovuti dal cielo, per dire come dice Virgilio: e’ farà ben giocare la nostra Ampolla, come gli Ateniesi il loro Canestro di Erisittone; e parlerassi delle nostre armi perfino nella rocca di Minerva. Sì, sì, sarebbe un peccato lo sbugiardare i nostri libri, e correr per nostre le terre de’ poeti. Ma, tornando al proposito, da me, non so neanch’io come, lasciato da parte, s’è egli mai dato il caso che i tiranni, per viver sicuri, non siensi ingegnati di tirare i popoli dalla loro, non pure avvezzandagli a una cieca ubbidienza, ma anche alla devozione? [p. 55 modifica]Le cose adunque da me sin qui noverate per insegnative di lieto servaggio, i tirannì le adoperan solamente colla minuta e matta plebaglia. Ma ora eccomi ad un punto, segreto secondo me, che è la molla della dominazione, il sostegno e il fondamento della tirannide. Chi pensa che le alabarde delle guardie, il metter sentinelle per tutto, guardino il tiranno, e’ dà stranamente in fallo: io per me credo ch’e’ se ne giovi più per cerimonia e per ispauracchio che per fiducia ch’e’ n’abbia. Gli arcieri vietano l’entrare in palazzo ai merendoni non buoni a nulla, non a chi è ben armato ed è uomo da fatti. È facile contar gl’Imperatori romani, e vedere che son meno quegli, che per ajuto dei loro arcieri hanno scampato il pericolo, di quegli altri ammazzati dalle lor guardie. Difesa del tiranno non sono gli squadroni de’cavalli, non le schiere de’ fanti, non le armi, no; ma sono (e benchè sia vero, così a un tratto non si crederà) e’ son sempre quattro o cinque, che lo tengono su; quattro o cinque che tengono in servaggio il paese tutto. È sempre stato così: cinque o sei hanno avuto l’orecchio del tiranno, o ch’e’ si facessero innanzi da sè, o ch’e’ fosser chiamati da lui per complici di sue crudeltà, per compagni de’ suoi spassi, per ruffiani di sue voluttà, e per fare a mezzo delle sue rapine. Questi sei mettono il lor padrone per sì buona via che gli bisogna esser tristo per forza e flagello de’ sudditi, non solo per detto e fatto delle sue, ma anche delle loro tristizie. I sei poi hanno altri seicento che ingrassano sotto di loro; e fanno de’ loro seicento quel che i sei fanno del tiranno. I seicento si tengon sotto altri seimila, cui essi sollevano in gradi, facendo dar loro o governi di provincia, o maneggio di denari, affinchè e’ [p. 56 modifica]tengan di mano alle loro avarizia e alle lor crudeltà, e le ajutino a mettere in atto a suo tempo; e dall’altra parte le facciano tanto grosse che non sia possibile a mantenersi, se non alla loro ombra, nè altro che per loro favore sfuggire le leggi e la forca. Dopo questi ne viene uu’altra sequenze infinita: e chi volesse divertirsi a dipanar questa matassa, e’ vedrebbe non i seimila, ma i centomila, i milioni star tutti attaccati al tiranno con la medesima fune, raccomandando sia quella, come Giove là in Omero si vanta che, s’e’ dà la stretta a una certa catena, tira a sè tutti gli Dei. Ecco di dove vennero, e l’accrescere del Senato sotto Giulio, e la fondazione de’ nuovi Stati, e la creazione di Uffici, non mica, chi ben guarda, per riforma della giustizia, ma per nuovi rincalzi della tirannide. Insomma a forza de’ favori, dei guadagni e delle mangerie che ci sono sotto il tiranno, e’ n’arriva a trovar quasi tanti di coloro a cui la tirannide sembra una cuccagna, quanti di quegli a cui sarebbe cara la libertà. Così come dicono i Medici che quando in una parte del nostro corpo c’è qualcosa di guasto, se nulla nulla si ridesta in un’altra, subito e’ va a far capo alla parte infetta, così appena il re diventa tiranno, tutto il cattivo, tutta la fecciaccìa del regno, non dico appunto un branco di ladri o di gente bollata, che non può far più nè mal nè bene in una repubblica; ma tutti coloro che hanno mala voce di infiammata ambizione e d’ingorda avarizia, gli si aggruppano attorno, e cercano di tenerlo su, per aver parte delle prede, e per essere egli medesimi tanti tirannelli sotto un tiranno più grosso. Tali quali come i grandi scherani ed i famosi corsari: gli uni vanno alle scoperta di un paese, gli altri pedinano i [p. 57 modifica]passeggieri: questi stanno in imboscata, quelli in agguato: questi trucidano, quelli spogliano; e comecchè ci sieno delle preminenza tra loro, non essendo gli uni se non valletti, e gli altri i capi della brigata, in fondo però non c’è nessun di loro che non abbia la sua parte nella preda principale, o almeno nel ricercarla. Si legge che, non solo i pirati di Cilicia si raccolsero in si gran numero che bisogno mandar contro di loro il gran Pompeo; ma che tirarono alla lor lega più città belle e popolose, ne’ cui porti riparavano in gran sicurtà tornando di corso, e davan loro per guiderdone un tanto sulla preda alla quale tenevan loro il sacco. E così il tiranno mette i sudditi sotto il giogo gli uni col mezzo degli altri: ed è difeso da coloro stessi, da’ quali, s’e’ fossero buoni a nulla, e’ si dovrebbe difendere; ma, come suol dirsi, per ispaccar grossi legni, e’ ci vogliono dei conj del legno medesimo. Guardate i suoi arcieri, i suoi alabardieri, le sue guardie; non è mica che alle volte e’ non abbiano da lui il malanno, ve’; ma quest’anime perse, questi maledetti da Dio e dagli uomini, son contenti come pasqua di sopportar il danno, purchè ne rifacciano, non mica a chi ne fa loro, ma a chi come loro il sopporta, senza potersene ajutare. E pure, al veder questa genìa che striscia il tiranno, per farsi grassa della sua tirannide e del servaggio del popolo, un po’ mi stupisce la loro tristizia, e un po’ mi fa compassione la loro grande stoltczza. Perchè, mettiamoci la mano al petto, che altro vuol dire accostarsi al tiranno, se non scostarsi dalla libertà; e, diciamo così, uno stringer la mano ed un abbracciar la servitù? Sì spoglino un briciolino della loro ambizione, pongano giù un pochino la loro avarizia; e poi si guardino e si esaminino [p. 58 modifica]bene; e vedranno chiaramente che que’ terrazzani, que’ contadini ch’e’ si pongono sotto i piedi, e che trattano come galeotti e peggio, benchè straziati a questo modo, sono appetto a loro felici, e liberi in qualche modo. Il contadino e l’artiere, benchè abbiano il collo sotto il giogo, quando hanno fatto ciò che lor tocca, non pensano più là. Ma coloro che mendicano e pitoccano il favore del tiranno, gli son sempre sotto gli occhi; e non basta ch’e’ facciano quel che loro ci comanda, ma devon pensarea modo suo, e spesso, spesso per andargli a genio, hann’anche a strolagare il pensiero di lui. L’ubbidirlo non basta, e’ va compiaciuto: bisogna ch’e’ si rompono le ossa, che si strazino, ch’e’ s’ammazzino per attendere alle sue faccende; che facciano lor voglia della voglia di lui; che, per il gusto di lui, lascino andare il lor proprio; che vadano a ritroso della loro natura, che vincano le loro forze. Tocca loro a misurare le parole, la voce, i gesti, il volger degli occhi: occhi, piedi, mani, ogni cosa bisogna che sia appostato a indovinar la sua volontà, a scoprire il suo pensiero. E questo si chiama viver felici? E questo è vivere? Ma dov’è al mondo una cosa più di questa incomportabile, non dico ad un uomo ben nato, ma a un uomo che abbia pure il senso comune, ed aspetto d’uomo senza più? Qual vita è di questa più misera, dove nulla ha di proprio; ma agi, libertà, il corpo, e la vita la chiaman da altrui?

Ma e’ voglion servire per aecumular delle possessìoni. Già! come dire che quel ch’e’ posson metter da parte sarebbe loro! Nè anche di sè stessi e’ posson dir: Siamo nostri; e vorrebbero, gli stolti! che quel che hanno sia loro, come se niuno potesse aver nulla di suo sotto un [p. 59 modifica]tiranno: nè penano che la forza di portar via ogni cosa a tutti, e di non lasciar nulla che altri possa dir: Questa è mia cosa, gliela danno loro stessi. E’ veggono che le sole facoltà fanno l’uomo segna alla sua crudeltà; che l’aver qualcosa è per lui il solo delitto capitale; ch’e’ non ama se non le ricchezze; non opprime se non i ricchi; e questi da sè da sè vanno dinanzi al beccajo, a farsi vedere così grassi e rifatti, per fargliene venir voglia. Cotali favoriti non dovrebbero aver tanto la memoria a coloro che, stando col tiranno, accumularono di gran possessioni, che non l’avesse: pure a coloro i quali, avendo per un po’ di tempo fatto sacco, ci hanno poi rimesso i beni e la vita. Non bisogna pensare quante ricchezze mise insieme Tizio o Cajo, ma quanto poco le conservarono. Si cerchino le storie più antiche, si guardino quelle a memoria nostra, e si vedrà compiutamente, essere infinito il numero di coloro che, acquistato con male arti l’orecchio di qualche principe, e fatta giocare la sua malvagità o abusata la sua semplicità, all’ultimo e’ furono disfatti da lui medesimo; e quanto era stato facile a sollevargli, tanto fu poi incostante nel mantenergli. Ed è vero che tra il gran numero di coloro, i quali mai sono stati attorno a’ cattivi re, ce n’è pochi, per non dir punti, ch’ e’ non abbian provato, o prima o poi, essi medesimi la crudeltà del tiranno che aveano aizzato contro gli altri; ed i più, dopo essersi arricchiti, all’ombra del trono, delle spoglie altrui, hanno poi arricchito altri delle spoglie loro.

Anche persone di garbo, se qualche volta i tiranni si trova che voglian bene ad alcuna, siangli pure in grazia s’e’ sanno, renda splendor quanto vuole la loro [p. 60 modifica]virtù ed intero animo, (cose che anche a’ più tristi si fanno tanto o quanto aver riverenza, vedendosele accanto); no signore, nè anco la gente di garbo alla lunga non ci dura, e bisogna che la senta anch’essa del mal comune, e che alle sue spese impari che cosa vuol dir tirannia. Seneca, Burro, Trasea, un terzetto di persone proprio di qualità, due de’ quali la loro mala sorte gli mise accanto a un tiranno, e diè loro a trattare le sue faccende; tutti e due ben voluti da lui e stimati, e per di più l’uno l’aveva educato, e l’averlo educato gli stava per sicurtà di amicizia; questi tre, con la lor fiera morte fanno sufficente testimonianza, quanto poco c’è da fidarsi nel favore de’ tristi padroni. E di fatto che amicizia c’è da aspettarsi da colui, che ha sì duro il cuore che odia il suo reame (il quale non ha altro peccato che quello d’obbedirlo) e non conoscendo ancora ciò che fa per lui, impoverisce se stesso e disfà il suo impero.

Ora, chi volesse dire che a que’ tre gl’incolse quel ch’e’ gl’incolse (3) per aver voluto fare il galantuomo; guardi un po’ meglio attorno di Nerone, e vedrà che coloro i quali gli vennero in grado, e ci si mantennero colle loro furfanterie, non ci durarono più di quegli. Chi si legge che si lasciasse mai andar così all’amore, e fosse così ostinato nelle affezioni? E chi dall’altra parte ha mai letto di un uomo così ostinatamente imbertonito di una donna, come costui di Poppea? e pure e’ l’avvelenò poi da sè stesso. Agrippina sua madre aveva ammazzato Claudio suo marito, per fargli via [p. 61 modifica]all’Impero; e nulla erano stati per lei e travagli e sofferenze, pur di contentarlo. Ed eccoti che suo figliuolo, suo allievo, Imperatore fatto colle sue mani, e’ le tolse la vita dopo averlo tentato più volte; e non ci fu allora chi non dicesse che le stava benissimo, sol ch’e’ l’avesse avuta da altre mani che da quelle che l’ebbe. Chi più maneggevole, più semplice, o per dir meglio, più vero baccello di Claudio Imperatore? Chi fu più cotto di una donna, che egli di Messalina? All’ultimo e’ ne fece un regalo al boja. La semplicità riman sempre addosso a’ tiranni, s’e’ n’hanno tanta quanta ce ne vuole per non saper fare il bene; ma non so perchè alla fin de’ conti quel po’ d’ingegno che e’ possono avere e’ si desta in loro appunto quando e’ voglion esse: feroci anche verso coloro che gli stanno in casa. Quasi tutti sanno il motto di quel buon chiacchierino che, vedendo scoperto il bel collo della sua donna, amata perdutamente da lui, e senza la quale parea ch’e’ non potesse stare un minuto, glielo palpava dicendo queste amorose parole: „Eppure una mia sola parola, e questo bel collo sarebbe mozzo!“ E però il più de’ tiranni antichi erano ammazzati da’ loro mignoni, i quali, conosciuto l’umor della bestia, non poteano tanto aver fede nella volontà del tiranno, che più non diffidassero della sua possanza. Così Domiziano fu ucciso da Stefano, Commodo da una sua concubina, Antonino da Marico; e così quasi tutti gli altri. E questo viene che il tiranno non amava e non è mai amato. Il nome dell’amicizia è sacro, essa è santissima cosa, non passa mai se non tra galantuomini, non si acquista se non per ostinazione l’uno dell’altro, e non si mantiene solo per benefizj, ma per onestà di vita. Un amico si assicura [p. 62 modifica]nell’altro per la sola cognizione della sua integrità; e sicurtà gliene fanno la buona natura di lui, la sua fede, la sua costanza. La dov’è crudeltà, slealtà, ingiustizia, amistà non può essere. Quando i tristi raccolgonsi insieme è combriccola non è compagnia; e’ non conversano, ma ei si guardano con sospetti: non sono amici, son complici.

Ma anche se non ci fosse tale ostacolo, tuttavia sarebbe difficile a trovar nel tiranno un amore sicuro; dacchè, essendo egli sopra tutti, ne avendo compagni, è di già fuor del confine dell’amicizia, che ha il suo pascolo nella parità, e non vuol mai traballare, anzi va sempre diritta. Ecco perchè dicesi esserci tra’ ladri qualche fede nello spartire la preda, perch’e’ son tutti d’una lega, e se e’ non si voglion bene, almeno l’uno sospetta dell’altro; e non vogliono, disunendosi, render minore la forza. Ma del tiranno che sicurtà hann’eglino mai i suoi favoriti? Niuna al mondo; posciachè essi medesimi gli hanno insegnato che e’ può quel che vuole, e che non c’è per lui o diritto o dovere che tenga; e però reputa solo signoria il far lecito del libito, il non aver pari o compagno, ma l’esser padrone di tutti e passeggiare a tutti sul capo. Non è egli dunque una vera pietà, che, con tanti esempj palpabili, con sì presente pericolo, non ci sia chi vuole imparare all’altrui spese? e che tanti si smaniino di stare attorno al tiranno; e poi non ci sia pur uno che abbia cuore e senno da cantargli ciò che, secondo l’apologo, cantò la volpe al leone quand’e’ faceva da malato: „Sire, io verrei proprio volentieri a farti visita nella tua lustra, s’i’ non vedessi di molte pedate di bestie ch’e’ vengono per codesto verso, e punte poi di quelle che tornano [p. 63 modifica]indietro.“ Questi veggono luccicare i tesori del tiranno, e rimangono stupidamente abbarbagliati da’ raggi del suo fasto; e tirati dal lecco di tal bagliore, s’accostano senza addarsi ch’e’ si mettono in una fiamma, la quale non può far ch’e’ non gli arda e consumi; tale quale come quel satiro indiscreto, che, vedendo, come si ha dalle favole, rilucere il fuoco trovato dal saggio Prometeo, parvegli tanto bello, che andò per baciarlo e si brucio tutto; e come la farfalla che, sperando diletto da quel lume perchè riluce, ne prova invece, secondo che scrive Lucano, l’altra virtù, che è quella di ardere. Ma su, mettiamo che questi mignoni la scampino da colui ch’e’ servono; ma non si salvano mai dal re che ad esso succede, il quale, o è buono, e bisogna render conto, e stare, almeno allora, alla ragione; o è tristo a uso il loro padrone, e non può fare ch’e’ non abbia anch’egli i suoi cucchi, i quali non si tengono contenti che or tocchi loro il posto degli altri, s’e’ non ne hanno anche il più delle volte i beni e la vita. O come va dunque che si trovi di quelli i quali uccellino a sì sciagurato ufficio di servire tanto pericoloso signore, con tutti i rischi che ci sono, e senza veruna sicurtà? Che tormento, che martirio è questo, Dio buono! Pensare notte e giorno come andare a genio a uno, e tuttavia aver più paura di lui che di chi altro sia: star sempre cogli occhi spalancati, l’orecchio sempre teso per appostare onde verrà il colpo, per iscoprire gli agguati, per leggere nella cera de’ compagni, per iscoprire chi ci tradisce: fare a tutti bocca da ridere, di tutti aver sospetto, non avere nè nemici scoperti, nè certi amici: col riso sulle labbra, col coltello nel cuore: non potere star lieto, nè osare di esser tristo!

[p. 64 modifica]Ma il bello è a vedere quel che loro frutta sì gran tormento, e quel ch’e’ possono aspettarsi dal loro travaglio e dalla misera lor vita. Il popolo, novantanove per cento, del mal ch’e’ patisce non ne fa carico al tiranno, ma a coloro che lo governano. Di costoro i popoli, le nazioni, tutti a gara, fino i terrazzani, fino i contadini, ne sanno i nomi, fanno il novero di tutti i lor vizj, gli caricano di oltraggi, di vituporj, di maledizioni: ogni loro discorso, ogni lor voto è contro di essi: tutte le sventure, la peste, la fame, ci hanno colpa loro; e se qualche volta, per salvar l’apparenza, fanno loro onore, dentro di sè danno ad essi il malanno, e gli hanno in orrore come bestie feroci. Ecco bella gloria, ecco onore che della lor servitù e’ si acquistano appresso genti, delle quali quando ciascuno avesse un brano del lor corpo, io dico che e’ non se ne terrebbero paghe, ne mezze sollevate dalla lor pena. Ed anche dopo morti, coloro che vengono poi non sono sì indolenti che il nome di questi mangiapopoli non sia oscurato dall’inchiostro di mille penne, e la loro fama straziata da mille libri, e le ossa stesse, a mo’ di dire, strascinate fra’ posteri, a punirgli ancora in morte della loro scellerata vita.

Impariamo dunque una volta, impariamo a ben fare. Leviam gli occhi al cielo; o meglio, per l’onor nostro e per l’amore della virtù medesima, a Dio onnipotente, testimonio cotto delle opere nostre, e giusto giudice de’ nostri falli. Io come io, penso, nè ho paura di sbagliare, non esserci cosa sì spiacevole a Dio, tutto buono e tutto liberale, che la tirannide; e che giù nell’inferno e’ serbi una pena apposta per i tiranni, e per lor manutengoli.

fine del volumetto

Note

  1. Omero Iliad. Lib. II, traduzione del Monti.
  2. Virgilio, Eneide, Lib. VI, v. 870 ec. Traduzione del Caro.
  3. Mi si perdoni questo solecismo; ma a metter qui due volte loro addio naturalezza.