Vai al contenuto

Il cuore rivelatore (Poe-Cinti)

Da Wikisource.
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Racconti Straordinari


[p. 33 modifica]

IL CUORE RIVELATORE



È vero! — sono nervoso, spaventosamente nervoso; lo sono sempre stato; ma perchè pretendete che io sia pazzo? La malattia ha acuiti i miei sensi, — non li ha distrutti, non li ha smussati. Più di tutti gli altri il senso dell’udito era finissimo, in me. Udii tutte le cose del cielo e della terra. Udii molte cose dell’inferno. Come posso dunque esser pazzo? Attenti! E osservate con quanta assennatezza, con quale calma posso raccontarvi tutta la storia.

È impossibile dire come l’idea m’entrò originariamente nel cervello! ma, quando l’ebbi concepita, mi assillò giorno e notte. Un motivo, non c’era. La passione non c’entrava affatto. Volevo bene a quel vecchietto. Egli non mi aveva mai fatto alcun male. Non mi aveva mai insultato. Non bramavo affatto il suo oro. Fu, credo, pel suo occhio! Sì, fu per quello! Uno dei suoi occhi pareva un occhio d’avvoltoio; era azzurro pallido, con un’albugine sopra. Ogni volta che quell’occhio si posava su di me, mi si gelava il sangue; e così, lentamente, a grado a grado, mi fissai nel capo di strappar la vita al vecchio e, con quel mezzo, di liberarmi per sempre dal suo occhio.

Ora, ecco! Mi credete pazzo. I pazzi non sanno nulla di nulla. Ma se mi aveste visto! Se aveste visto con quanta saggezza agii! con quali precauzioni, con quanta previdenza, con quanta dissimulazione mi misi all’opera! Non ero mai stato tanto cortese col vecchio, come lo fui in tutta la settimana che precedette l’assassinio. E ogni notte, verso mezzanotte, giravo la maniglia della sua porta, e aprivo, — oh! sì, piano! E allora, quando avevo aperto appena abbastanza per la mia testa, introducevo dall’apertura una lanterna cieca ben chiusa, che non lasciava filtrare nemmeno un filo di luce; poi introducevo la testa. Ah! avreste riso, se aveste visto con quale destrezza introducevo la testa dall’apertura! La muovevo lentamente, molto, molto lentamente, in modo da non turbare il sonno del vecchio. Impiegavo certamente un’ora, per introdurre interamente la testa, abbastanza avanti per poterlo vedere steso sul suo letto. Ah! un pazzo sarebbe stato, forse, tanto prudente? — E infine, quando la mia testa era proprio dentro la camera, aprivo la lanterna con cautela — oh! con quanta, con quanta cautela! — poichè la cerniera strideva. — L’aprivo esattamente quanto bastava [p. 34 modifica]perchè un filo impercettibile di luce cadesse sull’occhio d’avvoltoio. E questo, lo feci per sette lunghe notti, — ogni notte, a mezzanotte precisa; — ma trovai sempre chiuso quell’occhio; e così mi fu impossibile compiere l’opera; giacchè non era il vecchio, che mi irritava: era il suo Malocchio. E ogni mattina poi, entravo arditamente nella sua camera, gli parlavo coraggiosamente, chiamandolo per nome con cordialità e domandandogli come avesse passata la notte. Dunque, vedete, egli sarebbe stato un vecchio veramente assai profondo, se avesse sospettato che ogni notte, a mezzanotte precisa lo esaminavo mentre dormiva.

L’ottavo giorno, fui ancora più cauto del solito nell’aprire la porta. La freccia piccola di un orologio si muove più rapida che non si muovesse la mia mano. Mai, prima di quella notte, avevo sentito tutta l’estensione delle mie facoltà, della mia sagacità. Riuscivo a stento a contenere le mie sensazioni di trionfo. E dire che ero lì, ad aprir la porta a poco a poco, e che egli non sognava nemmeno dei miei atti o dei miei pensieri segreti! A questo pensiero, mi lasciai sfuggire una risatina; e forse egli mi udì, poichè si mosse improvvisamente sul letto, come se si destasse. Ora supporrete forse che mi ritirai. Ma no. La camera era nera come la pece, tanto le tenebre vi erano dense, — giacchè le imposte venivano chiuse con cura, per timore dei ladri, — e, sapendo che egli non poteva vedere la porta semiaperta, continuai a spingerla, la spinsi sempre più.

Avevo introdotta la testa, e mi accingevo ad aprire la lampada, quando il mio pollice scivolò sul metallo della serratura, e il vecchio si rizzò sul letto, gridando: — Chi è?

Rimasi assolutamente immoto, e non dissi nulla. Per un’ora intera, non mossi un muscolo, e per tutto quel tempo non udii che il vecchio si ricoricasse. Egli stava ancora seduto sul letto, in ascolto: — proprio come ero stato io, per notti intere, ad ascoltare i tarli nella parete.

Ma ad un tratto udii un gemito fievole, e sentii che era un gemito di terrore mortale. Non di dolore o di pena, oh! no! — era il rumore sordo e soffocato che sorge dal fondo di un’anima sovraccarica di sgomento. Lo conoscevo bene, quel rumore. In molte notti, a mezzanotte precisa, mentre il mondo intero dormiva, esso era sorto anche dal mio seno, scavando con la sua eco terribile, terrori che mi travagliavano. Dico che lo conoscevo bene. Sapevo che cosa provasse il vecchio, e avevo pietà di lui, quantunque ridessi in cuor mio. Sapevo che egli era rimasto desto dal primo lieve rumore, da quando si era voltato nel letto. I suoi timori erano cresciuti a poco a poco. Egli aveva cercato di persuadersi che fossero senza causa; ma non aveva potuto. — Aveva detto a sè stesso: È il vento nel camino; — non è altro che un topo che attraversa il pavimento; — oppure: è semplicemente il grido d’un grillo. — Sì, egli si era sforzato di farsi coraggio con queste ipotesi, ma tutto era stato vano. Tutto era stato vano, perchè la Morte che s’avvicinava era passata davanti a lui con la sua ombra nera, in cui aveva avviluppata la sua vittima. Ed era l’influenza funebre di quell’ombra non vista, che gli faceva sentire, quantunque non vedesse nè udisse nulla, che gli faceva [p. 35 modifica] Immagine dal testo cartaceo [p. 37 modifica]sentire la presenza della mia testa nella camera.

Quando ebbi aspettato per un lungo tempo, pazientissimamente, senza udirlo ricoricarsi, mi decisi a schiudere un poco la lanterna, — ma sì poco, sì poco... quasi come nulla. — La schiusi, dunque, tanto furtivamente, tanto furtivamente che non potreste immaginarlo, — fino a quando, infine, un unico raggio pallido, come un filo di ragno, si slanciò dalla fessura e piombò sull’occhio d’avvoltoio.

Era aperto, quell’occhio, — era spalancato, — ed io mi abbandonai al furore non appena l’ebbi guardato. Lo vidi con perfetta precisione, tutto di un azzurro opaco e coperto d’un velo orribile che mi gelava la midolla nelle ossa. Ma non potevo vedere altro, della faccia, della persona del vecchio; poichè avevo diretto il raggio, come per istinto, esattamente sul punto maledetto.

Ed ora (non vi ho già detto che ciò che credete pazzia altro non è che estrema acutezza dei miei sensi?) — ed ora, vi dico, un rumore sordo, soffocato, frequente, mi giungeva all’orecchio, un rumore simile a quello di un orologio avvolto nella bambagia. Quel rumore, lo riconobbi perfettamente, anch’esso. Era il pulsare del cuore del vecchio! Esso accrebbe il mio furore, come il rullare del tamburo esaspera il coraggio del soldato. Ma mi contenni ancora, e rimasi immoto. Respiravo appena. Tenevo assolutamente ferma la lanterna. Con uno sforzo continuo, mantenevo il raggio fisso sull’occhio. E intanto, la carica infernale del cuore batteva più forte, diveniva sempre più precipitata, e ad ogni istante sempre più alta. Il terrore del vecchio doveva essere estremo! Quel battito, dico, diveniva sempre più forte ad ogni istante! Mi seguite bene? Vi ho detto che sono molto nervoso; infatti, lo sono. Ed ora, proprio nel cuore della notte, nel silenzio formidabile di quella vecchia casa, un sì strano rumore gettava in me un terrore irresistibile. Per alcuni minuti, continuai a contenermi e restai calmo. Ma il battito diveniva di continuo più forte, sempre più forte! Pensavo che il cuore stesse per scoppiare. Ed ecco che una nuova angoscia s’impadronì di me: — quel rumore avrebbe potuto essere udito da qualche vicino! L’ora estrema del vecchio era venuta! Emettendo un grande urlo, aprii bruscamente la lanterna, e mi slanciai nella camera. Egli diede solo un grido, — uno solo. In un istante, lo precipitai sul pavimento e rovesciai su di lui tutto il peso schiacciante del letto. Allora sorrisi con gioia, vedendo già a buon punto l’opera mia. Ma, per alcuni minuti, il cuore battè ancora, con un rumore velato. Questo, per altro, non mi tormentò. Certo non poteva esser udito attraverso il muro, finalmente, cessò. Il vecchio era morto. Rialzai il letto, ed esaminai il corpo. Sì, egli era rigido, morto. Posai una mano sul cuore, e ve la tenni per parecchi minuti. Nessuna pulsazione. Egli era rigido, morto. Il suo occhio, ormai, non mi avrebbe più tormentato.

Se persistete a credermi pazzo, questa vostra supposizione svanirà quando vi avrò descritte le saggie precauzioni che usai per nascondere il cadavere. La notte passava, ed io lavorai frettolosamente ma senza far rumore. Tagliai la testa, poi le braccia, poi le gambe. [p. 38 modifica]

Poi divelsi tre assi del pavimento e deposi tutti quei pezzi fra i travicelli. Infine, riapplicai le tavole tanto abilmente, tanto destramente, che nessun occhio umano, nemmeno il suo, avrebbe potuto scoprire qualcosa di sospetto. Non v’era nulla da lavare; non una macchia di sangue. Ero stato tanto guardingo! Un mastelletto aveva accolto tutto. Ah! ah!

Quand’ebbi finito tutti quei lavori, erano le quattro, ed era ancora buio come a mezzanotte. Mentre le ore suonavano, udii bussare alla porta di strada. Scesi per aprire, a cuor leggiero, poichè, ora, che cosa potevo temere? Entrarono tre uomini, i quali, si presentarono, con perfetta gentilezza di modi, come agenti di polizia. Un vicino aveva udito un grido durante la notte, e ciò aveva destato il sospetto di qualche delitto. Una denuncia era stata trasmessa all’ufficio di polizia, e quei signori, gli agenti, erano stati mandati per esaminare i luoghi.

Io sorrisi, — poichè non avevo nulla da temere. Diedi il benvenuto a quei signori. Il grido, dissi, era sfuggito da me, durante un sogno. Il vecchietto, soggiunsi, era in viaggio. Feci passeggiare per tutta la casa i miei visitatori. Li invitai a cercare, e a cercare bene. Infine li condussi nella sua camera. Mostrai loro i suoi tesori, perfettamente al sicuro, perfettamente in ordine. Nell’entusiasmo della mia sicurezza, portai nella camera delle sedie e pregai gli agenti di riposarsi, mentre io stesso, con la folle audacia di un trionfo assoluto, ponevo la mia sedia precisamente sulle assi che coprivano il corpo della vittima.

I poliziotti erano soddisfatti. I miei modi li avevano convinti. Io mi sentivo singolarmente tranquillo. Si sedettero, e parlarono di cose indifferenti, ed io risposi loro gaiamente. Ma, poco dopo, sentii che impallidivo e desiderai che se ne andassero. Avevo male al capo e mi pareva che mi tintinnassero le orecchie. Ma quegli uomini rimanevano seduti e continuavano a conversare. Il tintinnio divenne più distinto; io chiacchierai più abbondantemente, per sbarazzarmi di quella sensazione; ma essa durò, e assunse un carattere assolutamente deciso, — cosicchè, infine, scoprii che quel rumore non era dentro le mie orecchie.

Certo, allora divenni pallidissimo; — ma ciarlavo ancor più correntemente e alzando la voce. Il rumore aumentava di continuo, — che potevo fare, io? Era un rumore sordo, soffocato, frequente, molto simile a quello che produrrebbe un orologio avvolto nella bambagia. Respirai laboriosamente. Gli agenti non udivano ancora. Parlai più in fretta, con maggior veemenza; ma il rumore cresceva incessantemente. — Mi alzai e discussi su delle cose da nulla in un diapason molto elevato e con una violente gesticolazione. Ma il rumore saliva ancora. — Perchè non volevano andarsene, quegli uomini? Percorsi qua e là il pavimento, pesantemente e a lunghi passi, come esasperato dalle osservazioni dei miei contradditori; — ma il rumore cresceva regolarmente. Oh! Dio! Che cosa potevo fare? Ero impaziente, vaneggiavo, bestemmiavo! Agitavo la seggiola sulla quale ero seduto, e la facevo scricchiolare sul pavimento; — ma il rumore dominava sempre e cresceva indefinitamente. Diveniva più forte, più forte, sempre più forte! E ancora, quegli uomini discorrevano, celiavano e sor[p. 39 modifica]ridevano. Era possibile che non udissero? Dio onnipotente! — No! No! Udivano! — sospettavano, — sapevano, si divertivano del mio spavento! — Lo supposi, e lo credo ancora. Ma qualunque cosa sarebbe stata più tollerabile di quella derisione! Io non potevo tollerare più a lungo quei sorrisi ipocriti! Senti che bisognava gridare o morire! — E anche adesso l’udite? — Ascoltate! — Più forte! più forte! — ancora più forte! — sempre più forte!

— Miserabili! gridai. Cessate di fingere! Confesso! Strappate quelle assi! È lì, è lì — È il battito del suo terribile cuore!