Il diavolo, novelle valdarnesi/ll Diavolo

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ll Diavolo

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Prefazione Il libro del comando
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IL DIAVOLO

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IL DIAVOLO

I.

Che ci sia, non c’è da negarlo.

— Eppure, tanti non ci credono.

— Chi lo sa? Ne ho conosciuti di questi bravi, che dicono per farsi grandi: Ma che Dio! Ma che diavolo! Sono per l’appunto questi, vedete, che in core ci credono più di voi e di me. E poi alle volte succedono certi casetti! Io m’ho a ricordar sempre di Chirola e di Pazzina, non rammento morti.

Chirola era un contadino, che stava al Poggiolo, accosto alla Badia Vecchia dei frati di Vallombrosa, un eresiarca, che non apriva bocca senza mandare un accidente o proferire una bestemmia: per nulla questionava con tutti e per di più voleva sempre ragione. Se poi qualcuno si metteva a competenza con lui, e’ non [p. 4 modifica] istava a far discorsi, veniva subito alle mani: lo sa Dio, le volte che si sarà picchiato. Ogni poco, chi lo voleva era al tribunale : in carcere ci sarà stato cento volte, e si era mangiato mezzo il suo in liti. Non c’era persona del vicinato, colla quale non avesse avuto che dire. E bella: quando si attaccava con qualcheduno o a parole o a fatti, andava quasi sempre a capo rotto, ma a lui non importava ; a torto od a ragione gli bastava di leticare. Tante volte gli dicevano per suo bene:

— O finiscila, Chirola, lascia andare, che a quistionare tu non ci guadagni nulla: alla fine dei conti tu avrai il male, il malanno e l’uscio addosso.

— Io non ho paura di nessuno — ripeteva sempre — quando ho quistionato, mangio con più appetito.

— Lo troverai da ultimo qualcheduno che ti metterà giudizio — gli diceva suo fratello.

— Ma intanto l’ho da trovare. Ho leticato con tanti, e nessuno finora mi ha mangiato. Vo’ durare finché campo, e se fosse vero che ci fosse il diavolo vorrei leticare anche con lui.

Aveva sempre questo intercalare:

— Se lo trovo questo vecchin f...., tu senti che botte; si deve fare a chi se le dà più belle.

Il vecchio stette un pezzo alla dura, ma alla [p. 5 modifica] fine poi si fece Vedere. Questo Chirola, come ho detto, era proprio un arnesaccio. Dice che fosse anche di mano lesta: fra le altre cose una volta....

— Una volta — seguitò il vecchio Pippo, votando il suo grembiule ormai pieno di foglia da bachi, bell’ e pulita dalle more, nella paniera grande dove la ’mettevano tutti — andava a Firenze con un suo compagno, poco di buono come lui. Per la strada si accompagnarono con un vecchietto che aveva una paniera con certa salciccia, certi fichi secchi e non so che altro: il Ceppo per i padroni. Chirola cammin facendo principiò ad attaccar discorso e quando fu ad un ponte, dove si erano messi tutti e tre per riposarsi, gli disse:

— O costì in codesta crina che ci avete, galantuomo?

Quello stette un po’ in forse, poi scoprì da una parte la paniera, e gli fece vedere quel che ci aveva. Chirola, non parendo suo fatto principiò a pigliare una salsiccia, poi un fico secco, dopo uno un altro, sicché a farla corta fra lui e il compagno si empirono le tasche e gli pulirono la crina. Quel povero vecchietto non si azzardò a dir nulla, perchè così di notte, (saranno state le ventiquattro) a ritrovarsi lì in quel modo, con quei due che non conosceva e che gli parevano cattivi soggetti, c’era da far poco. [p. 6 modifica] Chirola, mentre mangiava un fico, gli dava anche la canzonatura, e Ira boccone e boccone diceva al compagno:

— Eppure son buoni questi fichi! Eppure questa salsiccia l’è meglio del pan solo! Qualche volta che passo da casa vostra, galantuomo, mi dovete insegnare come fate a farla. Si sente un po’ troppo il pepe, ma non c’è tanto malaccio. Volete favorire .... ?

E quel disgraziato dovè stare zitto e buona notte.

— Le son proprio birbonate! — esclamò la Cicala — Che bel sugo a mangiare ogni cosa a quel pover’uomo !

— Oh, ma non gli fece prò: state a sentire. Una volta che era a batter nell’aia, e che bestemmiava più del solito, perchè il vento non faceva, gli scappò detto:

— Ecco, ora bisognerebbe che tu venissi ad aiutarmi. Se fosse vero davvero che tu ci fossi, a quest’ora tu saresti bell'e venuto!

Dopo un momento si volta, e vede un vecchietto che prendeva il grano e glielo buttava di sotto al balzo. Chirola fa una corsa per farlo fuggire, e lui lì fermo ad aspettarlo. Gli entra addosso e principia a dare. S’aggraticciarono; ma il vecchio, che aveva più forza di lui, lo prese a mezza vita, lo tirò in un tino vuoto e ce lo lasciò mezzo morto. Chirola [p. 7 modifica] urlava come un dannato, e il vecchio dava: pareva che cerchiassero il tino con una mazza di ferro, e nel sentire quel fracasso tutti dicevano:

— O che c’è oggi alla Badia? Almeno si rifanno per tempo a cerchiarli i tini; si vede che quest’anno se ne aspettano di molto del vino!

Io gliel'ho dimandato tante volte e gliel’ho sentito raccontare tanto spesso. Dice che ad ogni bòtta gli pareva che gli tritasse le costole: anche lui dava, ma sì, era come dare in una balla di lana!

— Qualche giorno dopo il fatto del tino, menò moglie il suo fratello, e, come usa fra noi contadini, Chirola attaccò i manzi e andò col carro a prender la cassa della sposa. Arriva alla casa, prende la cassa, la lega sul carro, ci si mette a seder sopra e vien via. Quando fu all’osteria della Gasa Bianca, si fermò a bere un bicchier di vino, e, attaccato discorso col bottegaio, fece buio senza avvedersene. Quando vide accendere il lume, disse:

— Ho fatto una bell’ora: se non tiro via, arrivo a casa chi sa quando.

— Dà la buona notte ed esce di bottega. Quando è nella strada non trova più nù il carro, né i buoi ; guarda in terra, e vede dalle rotate che il carro aveva seguitato ad andare.

— Qualcuno mi ha fatto la celia — disse [p. 8 modifica] fra sè — o i manzi hanno seguitato per conto loro: meno male che non sono paurosi.

E allestì il passo per vedere di raggiungerli. Cammina, cammina, non gli riesciva di vederli. Quando si fermava ad ascoltare, sentiva il carro come a due passi; arrivava alla voltata, e non c’era nessuno. Al solito principiò a sagratare e, quando spazientito mandò un giuro di quelli più belli, si trovò davanti i manzi col carro. Va per montare su, quando vede un capretto ritto sulla stanga. Chìrola non stette a pensarla: s’immaginò subito la cosa, e disse:

— O che ci sei?

Leva una spina del carro, e dà al capretto una bastonata da ammazzarne due. Il capretto casca di sotto. Che è che non e, lo vede ritto come prima sulla stanga. Chirola, sempre coraggioso, ripiglia la spina e dà, ma al solito era come non dare: la spina rimbalzava come sopra una palla di gomma; e ogni volta che lo buttava giù, il capretto ritornava al posto.

— Se tu non vuoi andar via, stai costì: non mi vo’ confondere, è segno che tu ci stai bene!

Rimontò su, e si mise a chioccar colla frusta. Ed ecco che sparisce il capretto e apparisce, giù nella strada, uno che gli sembra tutto quel vecchietto, al quale aveva rubato la salsiccia e i fichi. Quando è al rimpetto di [p. 9 modifica] Chirola, il vecchietto gli fa una riverenza, poi si mette avanti alla testa dei manzi e comincia ad andar attraverso, ora da una parte ora dall’altra della strada, e Chirola si dovè tenere ad una spina per non cascar nel fosso, perché una ruota era andata in fallo. Credendo che il vecchio avesse preso i manzi per la nasiera e che fosse lui che glieli mandasse per le prode, scese dal carro e andò per dargli una spinata. Si trovò a un bel fatto: appena alzata la spina gli diventò ogni cosa come una fiamma di fuoco; non vide più ne carro né manzi. Dopo essere stato un pezzo come fuori di su, passo passo, tutto ringiucchito, prese la strada, e tornò a casa. Arrivò più morto che vivo.

I manzi erano bell'e staccali, e mangiavano nella stalla. Gli fu detto che erano tornati da un pezzo, e che anzi quelli di casa si eran fatti maraviglia a vederli tornar soli in quel modo: non sapevano che si pensare, e dubitavano di qualche disgrazia. Costì, — sfido io, lo farebbe a tutti, — il cervello gli principiò a imbrogliarsi: diventò grullo. Oh! Da quella sera in poi non era tanto lesto come prima a chiamare il vecchio. Vide che a chiamarlo veniva davvero!

— Lo credo io, — disse la Cicala. — Gli è come quelli, che chiamano il male e che [p. 10 modifica] vorrebbero morire. Se poi vien loro anche un dolor di capo, vanno subito a fare scoprire la Madonna per veder di guarire. Su ceni affari non bisogna scherzare.

— Eh, no, — riprese Pippo; — per esempio mi fanno stizzire anche quelli che si mettono a ridere, quando si racconta che in qualche luogo ci si sente, o ci si vede.

— Basta aver occhi e orecchie, e che ci sia gente, si sente e si vede per tutto! disse la Maria.

— Si, scherza di molto — rispose suo padre. — Per esempio laggiù nel bosco della Casa Bianca, dove que’ due stipatori si ammazzarono, quando vuol mutare il tempo, non si vedono due lumi darsi dietro l'uno coll’altro? Io non ero nato, quando successe il fatto, ma i lumi io ce li ho visti, e più di una volta. Alla pozza del Capretti non si sente sfognare tutta la notte, perchè ci affogò una donna nel lavare il bucato? O al Borro ai Serpenti non ci si vede un coniglio bianco, lì nella spalletta del ponte? Ho visto anche quello, anzi una notte passando di lì,- il Moro mi disse: guarda c'è il conìgliolo, e gli voleva tirare un sasso....

— Per codesto son tanti i posti dove dicono che ci si vede! O sul ponte di Montalto, non raccontava Beppe, che ci si vede una [p. 11 modifica] vecchia a filare? E vicino all'Arno, sul greto, un guerriero a cavallo? Al ponte di Malba ci hanno visto uno a sedere sulla spalletta, e a toccarlo dice, che piglia e tira di sotto.

— Ma chi lo sa, se sarà vero, — disse la Maria; — se si dovesse credere a tutto quello che si sente dire!

— Tutto non sarà vero, lo so, — rispose Pippo. — Ma tu che fai tanto la coraggiosa, perchè quando è sonata l’un’ora non sei capace d’allontanarti cento braccia da casa?

— Questo non vuol dire ....

— Vuol dire, vuol dire. Per esempio, ci staresti tu una notte a dormire nelle stanze della Mora?

— Io no.... Eppoi sola....

— Nè sola, nè accompagnata. Oh! Ci sono stati tanti e più coraggiosi di te, soli e in compagnia; ma dormire non ci ha potuto dormire nessuno. Anche Angiolino, quello che non aveva paura di nulla, ci andò; prese la pistòla, voleva fare, voleva dire ma, oh! Quando fu entrato a letto, ci stette poco. Scappò fuori ignudo come Dio l’aveva fatto. Gli spiriti fanno degli scherzi brutti, e non c’è da dire che a loro si potrà far qualcosa.

— O dove resta questo quartiere della Mora?

— Poco lontano: eccolo lì, mi disse Pippo, accennandomi una fabbrica assai vasta accosto alla chiesa. [p. 12 modifica]— Si potrebbe vedere?

— Sfido, non sì avrebbe a dar noia ai pigionali.

— Come? Non ci sta nessuno?

— Chi vuole che ci stia ? Vede, se uno mi dicesse: Se tu torni qui di casa, ti regalo tutto il fabbricato, lo ringrazierei mille volte, ma non ne farei proprio di nulla. Ce l'ha dato il padrone per tenerci il fieno. Vuol venire a vederlo? Angiolina, prendi la chiave.

La bambina andò alla cassetta della tavola, e portò una di quelle chiavi antiche; grossa, tutta arrugginita, cogl’ingegni complicati, col manico lavorato e di forma elegante come tutta la roba del cinquecento.

— Guarda che bella chiave! — dissi.

— Ha la sua parte d’anni — mi rispose la Cicala.

— Si deve andare?

— Andiamo.

Dopo qualche minuto eravamo di faccia alla casa della Mora. [p. ill modifica] [p. 13 modifica]

II.

Era un fabbricato alto, a due piani, colle mura stonacate, annerite dal tempo ed in alcuni punti verdi dal muschio, colla tettoia mezzo rovinata. I pietrami delle finestre e delle porte erano consumati; le belle inferriate a gabbia del pianterreno erano rose dalla ruggine e sui davanzali rigogliosa cresceva l’erba. La porta era gialla: attraverso agli spacchi del legno e alle screpolature della tinta poteva giudicarsi quante volte mai fosse stata verniciata, e ogni imposta aveva la sua campanella di ferro battuto. In alto era murato l’antico stemma dei padroni di casa; e benchè il campo dell’arme fosse tutto mangiato, si vedeva che ci doveva essere un leone. La bestia era per isparire, come erano spariti i [p. 14 modifica] signori, che in testimonio della forza e della potenza della loro famiglia l’avevano scelta per impresa.

Il contadino mise la chiave nella toppa, prese la campanella a sinistra, la tirò a sé e col ginocchio pigiò l’altra imposta. L’uscio si apri cigolando, ed entrammo.

L’aria tetra del grande stanzone faceva uno strano contrasto coll’azzurro del cielo e colle balze, dorate dal sole, che si vedevano dalle due finestre aperte nella parete di faccia all’entratura, le quali finestre come due quadri luminosi spiccavano sul fondo scuro. Il pavimento era tutto sconnesso, mancavano dei mattoni interi; il soffitto di cipresso alla veneziana era diventato quasi nero per l’antichità. Nelle due pareti laterali due porte senza imposte, ma coi pietrami dalle eleganti modinature; a sinistra un monte di fieno, nel quale, a star fermi un momento, si sentivano razzolare i topi ; accosto ai muri g’i avanzi tarlati di cinque o sei seggioloni, coperti di cuoio rosso stampato a dorature, del quale appena qualche brandello accartocciato rimaneva trattenuto dai grossi bullettoni: appese alle pareti alcune cornici sconquassate e polverose con certi pezzi di cencio nero, ultimo avanzo di ritratti. L’insieme di quella stanza era lugubre. Il vecchio Pippo era accosto a me colle mani sui fianchi. [p. 15 modifica]Le nostre voci si perdevano in quella stanza quasi vuota, mentre fuori si sentivano giulive quelle argentine dei ragazzi, che facevano il chiasso. Pippo prendendo una presa di tabacco mi disse:

— Ma non è qui che si sente, è di qua — ed infilò l’uscio a destra. La stanza era la metà più piccola della prima, col soffitto uguale, col pavimento nel medesimo stato, ed illuminata da una sola finestra; in un canto una barchetta di carbone, al muro attaccati dei ferracci; sulla finestra due terzi di una brocca di maiolica antica, rozzamente dipinta, con una bella pianta di prezzemolo.

— È questa la camera che chiamano della Mora. La chiamano così, perchè ci stava una cameriera mora, che uno dei padroni antichi aveva portato di lontano e che ci morì senza assistenza di prete: lei non andava mai alla messa ne in chiesa, perchè non era della nostra religione; dice che in quelle parti adorano il sole. A venir qui a dormire non dubiti, non c’è pericolo di prender sonno. Vedere non ci si vede quasi mai, ma sentire ci si sente sempre; basta che voglia mutare il tempo. Sotto ci sono i frantoi dell'olio, e si sente macinare, mandare il bue e scricchiare lo strettoio anche quando non c’è nessuno. E bella, a essere di sotto si sente un rumore di sopra, come se ci [p. 16 modifica] fosse uno a rullare un pezzo di legno sull’impiantito.

Il cappellano di prima, che stava in questa casa accosto, ogni tanto scappava tutto impaurito. E poi le racconterò questa: Un certo Gaspero, che stava a podere alla Casaccia, e che morì.... quanto avrò avuto io?.... quindici o sedici anni?... era un uomo coraggioso; basta dire che era stato soldato di Napoleone, di quelli che andarono in Russia; uomo per uomo non c’era nessuno che ce la potesse; si figuri che una volta ebbe che dire con certi montagnoli al mercato, e benché fossero quattro fratelli se li bastonò tutti bene bene, e se non c*entra gente di mezzo li ammazzava quanti erano: durarono fatica a rilevarglieli dalle mani. Anche questo Gaspero veniva a far Folio qui ed una sera rimase solo nel frantoio. Era stato al mercato, aveva comprato certe braciole di maiale, e si era messo a cuocerle. Glielo avevano detto, che ci si sentiva, ma lui non ci credeva e diceva sempre: — Tutta immaginazione e tutte fandonie, non vedono ne sentono altro che i paurosi. Chi sa quanto pagherei di vedere e di sentire anch'io!

Le braciole erano quasi cotte, quando gli parve di sentir ridere su per la cappa del camino. Non se la fece né qua ne là, e disse:

— Ridi! Ridi! [p. 17 modifica]Sentendo rider da capo e più forte, mentre colla forchetta chinato sul fornello, metteva le braciole nel piatto, disse come in canzonatura voltandosi in su:

— Le braciole l'ho bell’e cotte, ridi quanto tu vuoi: intanto io mangio.

L’ebbe fatta! Vide il frantoio come tutto un fuoco, e dalla cima della cappa si sentì venire giù una mattonata, che gli ruppe il piatto, gli portò via le braciole e lo copri tutto di cenere.

— Eh! Il mattone sarà cascato!

— Altro che cascato ! E fosse stato il male del mattone poteva ^nche darsi, ma gli è che cerca e ricerca non gli riuscì di ritrovarle più le braciole; ne trovò solamente un pezzetto, ma tutto diventato carbone, sul’a soglia della finestra, lontano dieci braccia dal focolare. Oh! Da quel momento nel frantoio solo non ci fu verso di vedercelo più! O il mio povero zio Angiolone non aveva sospetto anco lui? Io ero piccino, mi rammento che mi mettevano a cavallucio alla stanga, da me non ci montavo; e quando si rimaneva soli, io e lui, si metteva sull’uscio a suonare l’organino o a cantare, come per iscacciar la malaria, e mi rammento che tante volte, quando sentiva quei rumori di sopra, usciva fuori del frantoio, e non ci rientrava fino a che non arrivava [p. 18 modifica] qualcun’altro. Il giorno siamo tutti bravi, tutti coraggiosi; ma la notte varia caso, parlo per esperienza. Io non fo vantazione, racconto le cose come stanno ; una notte ci fui messo anch’io a dormire; ma, parlo franco, non ci tornerei neanche a darmi cento scudi.

Usciti dalla stanza della Mora e traversata quella d’ ingresso, Pippo andò all’uscio, e mandando in là la stoia, che vi era appoggiata, disse:

— Questa stoia ce la mette la massaia, perchè ci tiene le chiocce a covare.

Anche quella stanza era come le altre due, gli stessi muri nudi, lo stesso palco, i medesimi ragnateli, lo stesso aspetto sepolcrale: due chioccie in un canto, in due cestelle, immobili sopra le uova. In un altro canto una barca di legne; in terra del granturco sparso ed un tegamino con un po’ d’acqua; sulla finestra un pentolo colla più bella pianta di basilico, che io abbia mai veduta. Pippo mi disse che quella era la cucina; ed infatti, addossato ad una delle pareti più lunghe, c’era un cammino immenso, ma mezzo disfatto: rimanevano le due fiancate di pietra con due elegantissime candelabre scolpite. Metà del frontone era in terra. Allargai col piede il sudicio che lo copriva, e vidi un bellissimo festone di fiori e frutta, scolpito meravigliosamente; dell’arme contornata da una ghirlanda d’alloro, che una volta era nel [p. 19 modifica] centro, ne rimaneva la metà: del leone si vedeva solamente l’estremità di una zampa e la coda ripiegata.

— O come mai questo bel frontone rotto così?

— Quando raccomodarono la casa del fabbro, ebbero bisogno di una pietra pel camino, e giacché c’era questa che non faceva nulla, il fattore morto la fece tagliare.

— Mi avevano messo in questa camera a dormire — seguitò Pippo, mandando in là col piede un uscio a due imposte, tutto tarlato, e che mal si reggeva sugli arpioni quasi usciti dal muro.

Le pareti erano un po’ più pulite delle altre, il soffitto di cipresso era ornato di piccoli rabeschi e di piccole losanghe bianche e rosse sulle travi e sui correnti ; da una parte un ammasso informe di legni, di pezzi di cornice dorata, di gambe di tavolini e di lavamani, di finimenti da letti parati. Da tutto quel mucchio ii legname usciva un rumore di tarli fitto fitto: pareva che piovesse.

— Il letto era li in quel canto: ci si portava nel tempo della fattura dell'olio; e ci venivano a dormire quelli che la notte, verso il tocco o le due, davano la muta a quelli del frantoio. Ero stato tutto il giorno a lavorare nel campo; la sera stetti in fattoria a giocare [p. 20 modifica] a briscola e si fece tardi. Battono le undici: costì: — buona notte, buona notte, — prendo il mio lume, prendo la chiave della stanza della Mora, apro, entro dentro, richiudo il mio uscio, mi segno, dico le mie devozioni ed entro a letto, dove era di già Tobia, il mio cugino, che russava come un istrice. Stanco com’ero, spento il lume e addormentato fu tutt’una. Nell’addomentarmi mi parve di sentire un non so che, un rumore come d*uno che grattasse nel muro; ma, così fra il sonno com'ero, non me ne feci caso credendo che fossero topi. Ad un tratto mi sentii chiamare per nome, ma adagio, sotto voce :

— Maso!

— Che vuoi? — domandai. Ma Tobia non era stato certo perchè se la russava pacificamente: stetti sveglio un momento, e poi ripresi sonno. Dopo poco mi risveglio e sento macinare giù nel frantoio: allora dissi fra me:

— Son bell’e arrivati: si vede, era vero che mi avevan chiamato, e che non mi sono raccapezzato, come tante volte succede ad esser nel primo sonno. Che è che non è ad un tratto mi sento tirar via i panni di fondo al letto.

— O finiscila, Tobia, — dissi, — o non è un bel gusto questo? Eh! Sì che gli è caldo! E mi misi in orecchi per sentire, se camminavano in camera, in fondo al letto, ma non sentii [p. 21 modifica] nessuno. Scendo dal letto, al buio, riprendo i panni, li raccomodo alla meglio e rimonto: sì, lo perdevo bene il mio tempo! Io a tirare in su, e un altro a tirare in giù : e bella, credendo sempre che fosse Tobia, perchè non lo sentivo russar più, stizzito a buono, gli dissi nel mentre che tenevo i lenzuoli:

— Insomma la vuoi finire?

Allora si che tiravano!

— Oh! Si deve vedere chi ha più forza! Presi i lenzuoli con tutte e due le mani e nel mezzo, per far più forza, li presi perfino coi denti.

— E chi vinse?

— Mi sentii strascicare per il letto come fossero in quattro a tirare, e quando fui in fondo, vedendo di non ce la potere, lasciai andare ad un tratto i panni: così, dissi fra me, ora a Tobia gli fo battere un bel picchio in terra. Ma sì, non cascò nessuno; sentii invece ridere in fondo di camera come in atto di canzonatura...., e sotto seguitavano a macinare. Cerco i fiammiferi e non li trovo, al tasto trovo i calzoni e me gl’infilo. Rinciampo un fiammifero, lo frego al muro, ed al bagliore vedo un’ombra scappare ed entrare in quel sotto scala: io fo una corsa colla giubba in mano.

— Caro Tobia, — dissi, — un po’ per uno; ci sei? O stacci, — e tirai la stanghetta. [p. 22 modifica]Finisco di vestirmi, lascio la chiave nell’uscio e vo fuori. Giù macinavano sempre. Giro dalla parte di sotto, vo nel piazzale, e nei frantoi ci vedo il lume dalle finestre. Non mi pareva vero di entrar dentro. Quando sono a dieci passi sparisce il lume, e vedo l’uscio chiuso. Chiamo, e nessun risponde. M’impaurii: mi principiò a girare il capo, e, non mi vergogno a dirlo, mi detti a fuggire sperso. Mi pareva d'aver gente che mi desse dietro, non ebbi il coraggio di voltarmi, e mi fermai solamente, quando sentii il carro per la scesa e sentii che erano i miei che venivano a far l’olio. Ero tutto un sudore; una paura in quel modo non l’avevo avuta mai né la potrò più avere. Mi domandarono perchè mi ero levato e perchè ero andato a riscontrarli. Lì per lì non mi volli far conoscere, e non dissi nulla, ma poi nel frantoio, al lume se ne avvidero, perchè avevo il viso bianco come un panno lavato. E bella! Fosse accaduto solamente a me! Faustino una sera, che tornava da badare alla foglia, vide come me il lume nel frantoio, si affacciò alla finestra, e il lume spari; sentì ridere, e gli sputarono in faccia. Le paion cose da non si credere, ma pure le son così: e non ci è da dire sarà, o non saràt Vedesse o sentisse uno solo, potrebbe anch’essere un’ubbìa; ma tutti non la possono aver la [p. 23 modifica] medesima ubbia. E non si sa, perchè succedano queste cose, e perchè in questa casa ci stiano gli spiriti. In tanti posti, dove si sente, dicono che c’è il tesoro, perchè nei tempi antichi, a’ tempi delle guerre, i quattrini li muravano; qui dicono però che ci si sente, perchè una volta, nella sala, ci fecero il ballo angelico. Il padrone chiamò tutte le contadine, le fece entrar qui, e ce le serrò dentro: c’eran tutti i suoi lumi accesi, tutto bell’e preparato per la festa da ballo; le fece spogliare, e poi l'obbligò a ballare: e per di più da un pittore fece ritrattare il ballo sui muri: i vecchi delle pitture se ne ricordano. Non è mica poi tanto che iJ padrone, il babbo di questo, per consiglio della moglie, che non ci voleva quelle porcherie, le fece tutte imbiancare, benché fossero tutte sciupate e si conoscessero poco: difatti erano cose che non ci stavan bene.

Era quasi buio, quando ritornammo sul prato. Mi voltai. La casa della Mora, grande e scura, presentava un aspetto tetro, sinistro.