Il diavolo nella mia libreria/La giustizia, il pudore; e una seduta parlamentare nel dicembre 1919

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La giustizia, il pudore; e una seduta parlamentare nel dicembre 1919

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La giustizia, il pudore; e una seduta parlamentare nel dicembre 1919
Le antiche fole della creazione Satana sostiene il mondo
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La giustizia, il pudore; e una seduta

parlamentare nel dicembre 1919.

E siccome queste memorie del diavolo nella mia libreria le scrivevo in dicembre, e nel dicembre (1919) era stato convocato in Roma il nuovo Parlamento che rappresentava il popolo italiano, ed erano seguite alcune sedute piuttosto tempestose, ma memorande, così mi vennero in mente altre fole dì altri doni fatti agli uomini: perchè si racconta che Giove mandò in terra, per mezzo del suo corriere Mercurio, la Giustizia e il Pudore, affinchè queste due divinità ordinassero la vita civile, e congiungessero i cittadini con scambievole benevolenza. [p. 117 modifica]Anzi Mercurio aveva domandato a Giove: «Come devo distribuire la Giustizia e il Pudore? Li devo distribuire soltanto ad alcuni uomini privilegiati come ho fatto per le arti, per cui un medico basta per molti uomini; un ingegnere basta per molti uomini; e un poeta poi basta per moltissimi uomini?»

«No, — rispose Giove. — A tutti ! Tutti gli uomini devono essere provveduti della Giustizia e del Pudore; anzi stabilirai questa legge, che qualunque cittadino sia privo di Giustizia e di Pudore, venga considerato come péste della nazione, e condannato senz’altro».

E perciò Platone, che racconta ì|uesta fola, osserva che mentre per i problemi tecnici vengono chiamati soltanto gli specialisti, per gli ordinamenti sociali vengono invece chiamati tutti i cittadini, perchè tutti devono possedere Giustiasia e Pudore, senza di che la società umana non potrebbe sussistere.

Qtiale fola! [p. 118 modifica]I deputati, rappresentanti del proletariato, ne avrebbero potuto ricavare bellissimo argomento in difesa delle loro opinioni di uguaglianza, se avessero letto Platone.

Ben è vero che quelle sedute parlamentari tenute dopo la guerra, parevano una nuova guerra, e invece della Giustizia e del Pudore, come racconta Platone, pareva che Giove avesse mandato in terra la Discordia.

Ed è un fatto che Giove mandò in terra anche la Discordia, come racconta E^odo.

I cittadini d'Italia si domandavano: «Sei per iò proletariato o per la borghesia?», come qualche secolo addietro gli italiani si domandavano: «Sei per la Francia o per la Spagna?».

E siccome l'Italia è nome grande e immortale, così era impressione che italiani fossero cosa diversa da Italia.

Ah, sì, furono sedute memorande ! I [p. 119 modifica]rappresentanti del proletariato erano i più furibondi e minacciavano la guerra proletaria per vendicare i danni della guerra borghese.

Io, che ascoltavo con animo libero da ogni passione, ricevevo un’impressione strana e deforme da quei discorsi, in cui l’odio contro una classe di uomini sì mescolava con le dichiarazioni di amore per tutti gli uomini.

Sua Eccellenza il ministro presentava con grazia ai rappresentanti del proletariato una specie di ponticello inclinato affinchè essi venissero a lui, senza far nuova guerra; ma non otteneva l’effetto desiderato.

Diceva anche; «Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli»; ma non riuscirà a placarli.

E in fatti quei rappresentanti del proletariato dicevano cose giuste e ragionevoli, secondo la mente loro; anzi tutti i rappresentanti della nazione dicevano, dal loro punto di vista, cose ragionevoli.

Ma non riuscivano ad intendersi. Pareva che la guerra avesse sforzato la storia e che [p. 120 modifica] un perno segreto nella macchina della nazione si fosse spezzato.

Io rimasi commosso quando S. E. il Ministro condannò il lusso sfrenato dei gaudenti; ma pregò i rappresentanti del proletariato di aiutarlo nel reprimere l’abuso del vino nelle osterie, aperte per tutta la notte.

Ma quei signori non si commossero.

Sua Eccellenza il Ministro proferì inoltre queste parole memorande: «Non posso pensare senza disgusto e schifo a quelli che spendono cinquanta mila, sessanta mila e persino cento mila lire per una pelliccia».

Sua Eccellenza evidentemente non tanto voleva occuparsi di pellicceria, quanto cattivarsi la benevolenza di quei rappresentanti del popolo proletario, di cui alcuni indossavano l'impressionante abito barricardiero.

Ma neanche per questa via riuscì a commuovere. [p. 121 modifica]In me stava nascendo il sospetto che tale mancanza dì emotività provenisse da scarsa intellettualità, da difetto di studi, i quali forniscono all’animo gentilezza (giacché sta scritto su tutti gli ingressi delle scuole che lo studio rende l'animo gentile), quando uno di quei rappresentanti del proletariato disse una frase così ciclopica che pareva avesse letto Platone. Disse: «Io non ho studiato libri, ma gli intellettuali verranno a noi quando noi andremo al potere»

All'udire queste parole mi balzò — non so io come — davanti l'ombra di Carlo Magno; Anch’egli non aveva letto libri, anzi non sapeva fare neppure la sua firma se non con un sigillo, eppure ordinò l’Europa. La ordinò a feudalismo, mentre quel signore la vuole ordinare a comunismo. Ma questo è un particolare insignificante. Il feudalismo aveva i suoi inconvenienti, come fu dimostrato dall’esperienza ; e così il comunismo ha i suoi inconvenienti.

Ma se le istituzioni umane non avessero [p. 122 modifica] inconvenienti, durerebbero in perpetuo, e allora i secoli non passerebbero mai e gli storici non saprebbero più come fare a scrivere la storia.

«E perchè — domandai ad un signore intellettuale — quei signori non vanno al potere?»

«Perchè adesso non è momento politico»

E chi era Carlo Magno?

Un uomo come un’altro, tanto è vero che anche lui mori. Ma fu rappresentato come un gigante di ferro.

Il suo re era un fannullone; e lui gli portò via la corona, e poi andò a Roma a farsi benedire dal Papa.

Dopo queste memorande sedute, mi trovai in un elegante ritrovo di giovani intellettuali. [p. 123 modifica]Udivo vari commenti, vari discorsi, i quali si componevano e scomponevano come le nubi quando galoppano sospinte dal vento. Fra quei discorsi scintillavano alcuni nomi, cotne proletariato, borghesia, Sovieti, Sindacato, Superamento, Fichte, Vico, Bela Kun, Marx, Sorel. Ed. erano ijuesti nomi proferiti come se avessero contenuto in sé forze magiche, che mi ricordavano lontani nomi che ricorrono su le labbra delle donne che vanno in chiesa: San Rocco miracoloso contro la pestilenza, Sant’Emidio contro il terremoto, Sant’Antonio che fa undici miracoli al giorno. Dicevano anche molte sentenze che potevano essere vere, e anche non vere.

Quegli eleganti parlatori pur seguitavano i loro discorsi; ma, ad un certo punto, io udivo soltanto il suono delle loro parole.

Avevo una sensazione visiva e acustica; ma non intellettiva.

Uno fra essi portava la camicia di seta bianca, che pendea dalla manica come un [p. 124 modifica] merletto del Settecento; uno sdraiato su una bella poltrona, esponeva scarpette assai profilate; uno ostentava un fazzoletto ricamato da cui esalava profumo; uno stendeva la mano bianca al calore di una stufa. Oltre alla stufa, c^era la macchina del telefono, con cui l’uomo comunica con gli uomini lontani: nel cielo volava un aereoplano; nella via sottostante correvano i tram, perchè in quel giorno non era sciopero. Ma uomini e cose mi si confondevano cosi dolorosamente insieme che mi pareva di essere ammalato.

Vedevo come due quadri: in uno Fuomo raffinato, con tutte le macchine della civiltà a portata della sua mano bianca. Vedevo nell’altro quadro l’uomo delle antiche fole, che a stento si moveva su le piante dei suoi poveri piedi, tremava di freddo nelle caverne, di paura per le belve.

Rauchi suoni soltanto uscivano dalla bocca dell’uomo primitivo.

In quella sala risonavano eleganti discorsi: [p. 125 modifica] ma io non avevo facoltà di distinguere se erano cose vere oppure non vere.

Uscii di lì per un gran bisogno di solitudine come spesso interviene agli infermi; e aggirandomi solo per le vie, vedevo alcune imagini strane e contradditorie.

Vedevo il sole che non passava più per gli antichi segni dello zodiaco.

Vedevo i nobili di Venezia, nell’ultima seduta del gran Consiglio; essi buttano via la parrucca e la toga rossa. Rinnegano di essere nobili e cercano di nascondersi. Borghesi, date anche voi le vostre dimissioni da borghesi!

Vedevo i proletari vestire gli stessi abiti dei borghesi.

Vedevo i nostri morti sul Carso: essi sono ignudi e su essi grandina.

Vedevo le moltitudini degli operai: essi non hanno letto la Genesi, dove Dio maledice il lavoro; ma la eseguiscono: non vogliono più lavorare. Vogliono comandare. Vogliono godere. Vogliono anch’essi, al [p. 126 modifica] modo dei ricchi, adorare il vitello d'oro. E chi può loro dar torto? Come si rimedia? Affoghiamo la nostra orgogliosa civiltà nell'oceano delle barbarie.

Il masso già precipita, la mole scoscende. Chi sono gli stolti che vogliono far ragionare alle moltitudini, quando appunto è necessario non ragionare?

Chi sono gli ingenui che vogliono con i puntelli della carta stampata sostenere la montagna che frana? Che cosa domanda la moltitudine? Che Ninive meravigliosa sia distrutta; che Roma dai mille templi, dalle mille statue erette al cielo, crolli e uguagli la terra. Quando la moltitudine sentirà che il cuore della civiltà non pulsa più, allora soltanto udrà il folle suo grido, e docilmente si rimetterà in cammino per riprendere l'ascesa, e eleverà su gli scudi il suo nuovo re.

La Discordia che imperversa su l’Italia, e anche su l’Europa e forse anche su tutto il mondo come un ciclone, risponde ad una segreta legge. [p. 127 modifica]Rimasi come spaventato di questo pensiero, perchè mi tornarono alla mente le parole di quel rappresentante del proletariato: «gli intellettuali verranno a noi, quando noi avremo il potere».

Dunque anch'io, benché assai meno elegante di quegli altri intellettuali, sono un cortigiano del proletariato?

Se non che, quando fui sull’angolo di una delle vie più belle della città, vidi cosa che mi fece grande stupore.

Una donna giovanissima era tranquillamente ferma dentro una pelliccia.

Gli occhi di colei erano cerchiati di bistro e per quegli occhi ingranditi pareva che la sua anima guardasse fuori.

Essa non aveva paura. Ma quegli occhi non hanno letto nel giornale le parole di S. E. il Ministro contro le pellìcce?

Dalla densa pelliccia uscivano due gambette trasparenti. [p. 128 modifica]È indubitabile che il contrasto fra qaella densità di pelliccia e quella nudità costituisce opera d’arte e domanda il suo genio.

Ora siccome molti sapienti negano il genio alla donna, così io dico: allora la donna è fornita di scienza occulta.

Non soltanto colei non aveva paura, ma per quella sua ostentazione dimostrava di esser convinta di non destare disgusto e schifo, come suonavano le parole di S. E. il Ministro.

Ella portava una pelliccia di molto valore: ed è fuor di dubbio che S. E. il Ministro, parlando delle pellicce, alludeva non soltanto a quelle degli uomini, ma anche a quelle delle donne.

O grande nostra smemoratezza! e anche di S. E. il Ministro! Esistono mille leggi, ma non esiste una legge che abbia frenato il lusso della donna. Perchè?

Le belle donne, che già vissero, si dissolvono anch’esse nel grembo della terra; ma le arche dove dormono nel sonno dei colori le vesti loro preziose, rimangono ancora. [p. 129 modifica]O stoffe antiche, velluti, broccati, esposti in queste vetrine di antiquario, quale caldo di belle carni alimenta l’ardore delle vostre inestinguibili tinte? Vasi unguentari di età sperdute nella storia, quale profumo recate voi ancora?

Soltanto dopo che Aracne intessè al telaio la stoffa della sua veste, Saffo cantò.

Nell’abbigliamento è la tua anima, o donna!

Fu già un Papa il quale, già come S. E. il Ministro, mandò un bando contro le ricche Testi. E una gentildonna cosi gli rispose con alto disdegno: «che ci siano tolti gli abbigliamenti, simbolo del nostro genio, a tutto podere non soffriremo».

«Che ci sian tolte le ricche pellicce, a tutto podere non soffriremo».

Simbolo del nostro genio! E ripensai queste strane parole, mi trovai di front ad una lastra di marmo con lettere d'oro dove era scritto: tea room.

Ecco che qui si potrebbe instituire [p. 130 modifica] rapporto fra questo ritrovo mondano e le osterie, di cui parlava S. E. il Ministro, «aperte per tutta la notte, dove si consumano enormi quantità di vino».

Si potrebbe osservare questa differenza: che qui è buon profumo, li sono malvagi odori.

Ma in quel punto, dallo sportello di un’automobile chiusa sporsero, ad una ad una, sei gambette.

Io le guardai. Lucide le gambette, lucido l'automobile, lucida la scritta tea room. Io provai il senso che le cose lucide producono, su gli idrofobi.

«È lecito guardare a tutte le età», mi disse Satana.

La lucidezza di quelle gambette poteva ricordare il guizzo iridescente del serpente antico. E anche l'improvviso dilatare del diametro, dalla caviglia sottile al polpaccio, non è senza suggestione: come il dilatare della serpe. Dopo le sei gambette, uscirono tre pellicce. E dentro le pellicce apparvero tre donne. Esse dondolarono un po’ ridendo [p. 131 modifica] fra loro davanti al tea room. Esse pure non avevano paura.

Così grandi e strane erano quelle pellicce che comunicavano alle tre donne una esotica deformità.

Dovevano essere pellicce del valore indicato da S. E. il Ministro, quel giorno, in Parlamento.

Ma quelle donne si movevano per entro cori snodate che ben pareva si potessero levare da quelle pellicce come le limiache con uno spillo fuor del lor guscio: levare nude o con una membranella appena di seta.

Chi erano? dame venute al nostro dolce sole da oltramontani convegni galanti? dive dell’arte muta? figlie dell’odierna generazione dei pescicani ? operaiette trasformate in mondane ? Non si chiede alla donna nd Petà, né il passaporto.

Entrarono a dar lor gioia, a prendere loro gioia.

Satana mi sbarrò la via.

«Sappiàtemene grado», disse egli penosamente.