Il libro del Cortegiano/Libro secondo/Capitolo XLII

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Libro secondo
Capitolo XLII

../Capitolo XLI ../Capitolo XLIII IncludiIntestazione 23 luglio 2008 75% Sociologia

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Io penso che ormai la signora Emilia mi darà licenzia di tacere; la qual cosa s’ella mi negarà, io per le parole mie medesime sarò convinto non esser quel bon cortegiano di cui ho parlato; ché non solamente i boni ragionamenti, i quali né mo né forsi mai da me avete uditi, ma ancor questi mei, come voglia che si siano, in tutto mi mancono -. Allor disse ridendo il signor Prefetto: - Io non voglio che questa falsa opinion resti nell’animo d’alcun di noi, che voi non siate bonissimo cortegiano; ché certo il desiderio vostro di tacere più presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Però, acciò che non paia che in compagnia cosí degna, come è questa, e ragionamento tanto eccellente, si sia lassato a drieto parte alcuna, siate contento d’insegnarci come abbiamo ad usar le facezie delle quali avete or fatta menzione, e mostrarci l’arte che s’appartiene a tutta questa sorte di parlar piacevole per indurre riso e festa con gentil modo, perché in vero a me pare che importi assai e molto si convenga al cortegiano. - Signor mio, - rispose allor messer Federico, - le facezie e i motti sono più presto dono e grazia di natura che d’arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte piú l’una che l’altra come i Toscani, che in vero sono acutissimi. Pare ancor che ai Spagnoli sia assai proprio il motteggiare. Trovansi ben però molti, e di queste e d’ogni altra nazione, i quali per troppo loquacità passan talor i termini e diventano insulsi ed inetti, perché non han rispetto alla sorte delle persono con le quai parlano, al loco ove si trovano, al tempo, alla gravità ed alla modestia, che essi proprii mantenere devriano-.