Il libro del Cortegiano/Libro secondo/Capitolo XLIII

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Libro secondo
Capitolo XLIII

../Capitolo XLII ../Capitolo XLIV IncludiIntestazione 23 luglio 2008 75% Sociologia

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Allor il signor Prefetto rispose: - Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna; e pur, dicendo mal di que’ che non servano in esse la modestia e gravità e non hanno rispetto al tempo ed alle persone con le quai parlano, parmi che dimostriate che ancor questo insegnar si possa ed abbia in sé qualche disciplina. - Queste regule, Signor mio, - rispose messer Federico, - son tanto universali, che ad ogni cosa si confanno e giovano. Ma io ho detto nelle facezie non esser arte, perché di due sorti solamente parmi che se ne trovino: delle quai l’una s’estende nel ragionar lungo e continuato; come si vede di alcun’omini, che con tanto bona grazia e cosí piacevolmente narrano ed esprimono una cosa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l’abbiano, che coi gesti e con le parole la mettono inanzi agli occhi e quasi la fan toccar con mano; e questa forse, per non ci aver altro vocabulo, si poria chiamar «festività», o vero «urbanità». L’altra sorte di facezie è brevissima e consiste solamente nei detti pronti ed acuti, come spesso tra noi se n’odono, e de’ mordaci; né senza quel poco di puntura par che abbian grazia; e questi presso gli antichi ancor si nominavano «detti»; adesso alcuni le chiamano «arguzie». Dico adunque che nel primo modo, che è quella festiva narrazione, non è bisogno arte alcuna perché la natura medesima crea e forma gli omini atti a narrare piacevolmente; e dà loro il volto, i gesti, la voce e le parole appropriate ad imitar ciò che vogliono. Nell’altro, delle arguzie, che po far l’arte? con ciò sia cosa che quel salso detto dee esser uscito ed aver dato in brocca, prima che paia che colui che lo dice v’abbia potuto pensare; altramente è freddo e non ha del bono. Però estimo che ’l tutto sia opera dell’ingegno e della natura -. Riprese allor le parole messer Pietro Bembo e disse: - Il signor Prefetto non vi nega quello che voi dite, cioè che la natura e lo ingegno non abbiano le prime parti, massimamente circa la invenzione; ma certo è che nell’animo di ciascuno, sia pur l’omo di quanto bono ingegno po essere, nascono dei concetti boni e mali, e piú e meno; ma il giudicio poi e l’arte i lima e corregge, e fa elezione dei boni e rifiuta i mali. Però, lasciando quello che s’appartiene allo ingegno, dechiarateci quello che consiste nell’arte; cioè delle facezie e dei motti che inducono a ridere, quai son convenienti al cortegiano e quai no, ed in qual tempo e modo si debbano usare; ché questo è quello che ’l signor Prefetto v’addimanda -.