Il libro del Cortegiano/Libro secondo/Capitolo XXXI

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Libro secondo
Capitolo XXXI

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Quivi essendosi fermato di parlare messer Federico, - Vorrei, - disse il signor Gasparo Pallavicino, - che voi ragionaste un poco piú minutamente di questo conversar con gli amici che non fate; ché in vero vi tenete molto al generale e quasi ci mostrate le cose per transito. - Come per transito? - rispose messer Federico. - Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole proprie che si avessero ad usare? non vi par adunque che abbiamo ragionato a bastanza di questo? - A bastanza parmi, - rispose el signor Gasparo. - Pur desidero io d’intendere qualche particularità ancor della foggia dell’intertenersi con omini e con donne; la qual cosa a me par di molta importanzia, considerato che ’l piú del tempo in ciò si dispensa nelle corti; e se questa fosse sempre uniforme, presto verria a fastidio. - A me pare, - rispose messer Federico, - che noi abbiam dato al cortegiano cognizion di tante cose, che molto ben po variar la conversazione ed accommodarsi alle qualità delle persone con le quai ha da conversare, presuponendo che egli sia di bon giudicio e con quello si governi, e secondo i tempi talor intenda nelle cose gravi, talor nelle feste e giochi. - E che giochi? - disse il signor Gasparo. Rispose allor messer Federico ridendo: - Dimandiamone consiglio a fra Serafino, che ogni dí ne trova de’ novi. - Senza motteggiare, - replicò il signor Gasparo, - parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi? - A me no, - disse messer Federico, eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente e per quello lasciasse l’altre cose di maggior importanzia, o veramente non per altro che per vincer denari, ed ingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiacere tanto grande, che fosse argomento d’avarizia -. Rispose il signor Gasparo: - E che dite del gioco de’ scacchi? - Quello certo è gentile intertenimento ed ingenioso, - disse messer Federico, - ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se po saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de’ scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobil scienzia, o far qualsivoglia altra cosa ben d’importanzia; e pur in ultimo con tanta fatica non sa altro che un gioco; però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia piú laudevole che la eccellenzia -. Rispose il signor Gasparo: - Molti Spagnoli trovansi eccellenti in questo ed in molti altri giochi, i quali però non vi mettono molto studio, né ancor lascian di far l’altre cose. - Credete, - rispose messer Federico, - che gran studio vi mettano, benché dissimulatamente. Ma quegli altri giochi che voi dite, oltre agli scacchi, forse sono come molti ch’io ne ho veduti fare pur di poco momento, i quali non serveno se non a far maravigliare il vulgo; però a me non pare che meritino altra laude né altro premio, che quello che diede Alessandro Magno a colui che, stando assai lontano, cosí ben infilzava i ceci in un ago.