Il marchese del Grillo
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IL MARCHESE DEL GRILLO
I.
Il Marchese Del Grillo, altri dicono Duca Del Grillo, fu un gentiluomo romano, nato fra il 1730 e il 1740 e morto verso il 1800, cioè più di ottant’anni fa.
Quantunque non mi sia riuscito di apprendere, per quante ricerche abbia fatto, il nome con cui egli fu battezzato, nè la data precisa della sua nascita, ho potuto verificare, dalle affermazioni recise dei suoi discendenti, che egli è un personaggio storico, vero, realmente esistito e che molte delle bizzarre avventure, dalla leggenda popolare unite al suo nome, fan parte effettivamente delle gesta compìte da quest’uomo, che io sarei disposto a chiamare l’ultimo e il più stravagante dei feudatari romani.
Il Marchese — che era un po’ gobbo — era dotato di uno spirito originale, stravagante, bizzarro, argutissimo. Egli, era desideroso sempre di porre ad atto i più strani disegni: non badava a spese, non temeva i rumori e gli scandali; concepita un’idea voleva ad ogni costo mandarla ad effetto.
Egli è perciò che ricca di avventure graziosissime e di salaci burlette è la leggenda che si ricollega al suo nome. Forse non tutte le scappate, non tutte le gaie trovate, non tutti gli atroci tiri attribuiti al Marchese furono da esso effettivamente immaginati e compìti, ma fatta anche la debita parte alla fantasia popolare, resta sempre intorno al Marchese tanto di vero quanto basta a darci un’idea esatta del carattere, delle tendenze, delle stranezze di questo tipo di burlone nel quale si accoglievano e si fondevano, in curiosa armonia, l’alterezza del feudatario, i pregiudizi religiosi del cattolico, lo spirito mordace di Pasquino e una parte della calcolata finalità morale di Esopo.
Ed io, narrando le meno oscene e le più salaci fra le gesta del Marchese, penso che, anche questa volta, non farò opera al tutto vana ed inutile, raccogliendo, prima che si disperda, la tradizione, fin qui mantenutasi viva in mezzo al nostro popolo, di quest’altro tipo il quale, insieme col Papa Lambertini e col Padre Fontanarosa, varrà a dare un preciso e veritiero concetto della gaiezza, della spensieratezza, dei costumi intimi, degli speciali atteggiamenti di quella società, scettica nel fondo, superstiziosa nella esteriorità religiosa, frivola, tentennante fra le vecchie tradizioni papali e le nuove aspirazioni rivoluzionarie, fra le inveterate usanze feudali e le nuove idee liberali, la quale visse nella seconda metà del secolo decimottavo, segnando il vero limite in cui sparisce ogni avanzo di medio evo e si inizia l’età moderna.
Della giovinezza del marchese Del Grillo si sa poco, quasi nulla. Pare che fosse educato da preti non molto culti e assai meno civili, in seno alla propria famiglia.
I preti, successivamente addetti alla educazione letteraria di lui, eran come quello cui descrive l’Alfieri nella satira VI e sembra che non intendessero a sordo le raccomandazioni del vecchio Marchese.
Non me li fate uscir dei dottorini;
Di tutto un poco parlino, in tal modo
Da non parer nel mondo babbuini.
Cosicchè, sia per la noia che al Marchesino recava l’aridità della grammatica latina, sia per la insufficienza degli insegnanti, sembra che egli, a 18 anni, avesse appreso a cavalcare, a danzare, a giuocare, ma in quanto a cultura, pare certo che egli, come il giovinetto descritto dal Giusti,
Beccando un po’ di tutto
Ossia nulla di nulla
si trovasse precisamente
Col capolino asciutto
In un presuntuoso
Ozio senza riposo.
Della sua mezzo-educazione casalinga, la quale non valse a correggere o a moderare il suo umore bisbetico, or gaio, or burbero, or rassegnato, or collerico, pare che gli rimanessero fitti nell’animo un’antipatia invincibile — che spesso degenerava in odio — contro gli ebrei, un senso non bene espresso, ma profondo di sprezzo verso il genere umano e un culto, più ingenito che studiato e razionale, per gli assunti e per le forme paradossali.
Fatto sta che, appena emancipatosi dalle strettoie del vecchio Marchese e dei pedagoghi, il giovine Del Grillo cominciò a segnalarsi, fra i nobili suoi coetanei, per le stravaganti foggia dei suoi vestiti, per la mordacità delle sue arguzie, per la volgarità delle burle che proponeva e che spesso mandava ad effetto.
Una notte, per esempio, egli trasse con sè quattro o cinque dei suoi amici, chiamandoli testimoni di una bella burla — così egli disse — che aveva ideata, per fare arrabbiare un celebre avvocato, dotto, ma ruvido, scortese, iracondo, col quale egli si era bisticicciato qualche giorno innanzi. L’avvocato aveva un’unica e bellissima figliuola, pudica e vereconda, della quale esso era fieramente geloso.
L’avvocato abitava al secondo piano della casa annessa al palazzo Massimo, all’angolo di via dei Sediari, sulla piazza di Sant’Andrea della Valle.
Sulla mezzanotte il Marchese andò, con gli amici, a piazza di Campo de’ Fiori ove abitava una ostetrica, abbastanza famosa per la sua abilità. Egli bussò al portone dell’ostetrica ripetute volte. Quando la levatrice si fu affacciata, il marchese chiamandola a nome, le gridò:
— Sora Rosa, sora Rosa benedetta, correte subito a casa dell’avv. Barbieri, perchè la figlia di lui è stata presa dai dolori del parto.
La signora Rosa eccepì, veramente, che essa non conosceva nè l’avvocato, nè la figlia, ma il Marchese ripetè che non era quella una buona ragione per non corrispondere a una così pressante chiamata e fece osservare che l’avvocato era ricco e che avrebbe compensato largamente i servigi della levatrice. E questa disse che si sarebbe vestita in un momento, e fecesi ben bene indicare la dimora dell’avvocato.
Il Marchese trasse con sè gli amici e li fece appiattare, approfittando della oscurità, nelle vicinanze della casa dell’avvocato, indi, dato, sottovoce, qualche ordine a un domestico, che egli aveva condotto seco e il quale tosto si allontanò, dirigendosi verso Sant’Eustacchio, stette aspettando, in silenzio, gli eventi.
Nè questi si fecero a lungo aspettare, chè, ben presto, giunse la levatrice a battere due tocchi al portone della casa abitata dall’avvocato. E poichè nessuno rispondeva, essa reiterò i colpi fino a tanto che la domestica dell’avvocato, tutta sonnacchiosa, si fece ad una delle finestre, domandando chi picchiasse e che cosa, a quell’ora, si volesse.
— Sono la mammana — gridò la sora Rosa dalla strada.
— La mammana?... Ma che mammana? — domandò la serva dell’avvovocato, con esclamazione di stupore.
— Oh bella! la mammana che avete mandata a chiamare per la figlia del vostro padrone.
— Ma di chi cercate?... Avrete preso equivoco!
— Ma che equivoco, che equivoco! Non abita qui l’avvocato Barbieri?
— Sì, ma...
— E la figlia dell’avvocato non sta per partorire?...
— Ma voi, scusatemi, siete matta.
In quella s’udì aprire un’altra finestra e la voce rauca e tonante dell’avvocato copriva di vituperi e di maledizioni la levatrice, e questa rinviava, di rimando, insolenze e male parole al giureconsulto. Di che ben presto il vicinato fu tutto a rumore, vociando e commentando, in varia guisa, l’avvenimento, fra le più grasse risa del Marchese del Grillo e dei suoi compagni.
La signora Rosa, brontolando e imprecando agli scellerati autori di quella burla se ne era andata, l’avvocato, sacramentando e giurando vendetta aveva richiuso la finestra, i casigliani e i vicini si eran ritratti a dormire, tutto era tornato in quiete all’intorno, allorchè, in tutta fretta, proveniente da Sant’Eustachio, giunse un’altra donna, un’altra levatrice, a rinnovare la scena di poco prima.
Immaginino i lettori i parossismi d’ira dell’avvocato, l’indignazione della levatrice, le risa, il chiasso, lo scalpore dei vicini... e la gioia del Marchese Del Grillo!
Una sera, sulla piazza di Ponte Sant’Angelo, approfittando dell’ora tarda, mentre i cocchieri delle case signorili stavano dormicchiando, a cassetta delle rispettive carrozze, aspettando che avesse termine lo spettacolo del teatro Tordinona egli, aiutato da alcuni amici e da un paio dei suoi domestici, riuscì a legare, per mezzo di corde, le gambe dei cavalli e le ruote di due di quelle vetture, onde allorchè esse ebbero a muoversi ne sorse un parapiglia indiavolato e ci volle del bello e del buono a rimettere l’ordine e la quiete fra gli spettatori del teatro, da prima atterriti e sparpagliatisi, poscia, man mano, affollatisi sul luogo ed irrompenti in risa, in frizzi, in commenti di ogni maniera.
Un’altra sera, vestito da operaio, entrò da un pizzicagnolo in via della Pace e, deponendo un grosso barattolo di vetro, ripieno di conserva di pomidoro, sopra la bilancia, disse al proprietario della bottega:
— Principale, mi fate il piacere di pesarmi questo barattolo di conserva?...
— Volentieri! — rispose il bottegaio. E si mise a pesarlo.
D’improvviso entra nella bottega uno dei domestici del Marchese del Grillo, vestito da operaio esso pure, armato di un grosso bastone, e, apostrofando violentemente il finto operaio entrato poc’anzi, gli grida:
— Ah ti trovo finalmente, ribaldo traditore!
E, in così dire, percuote di un gagliardissimo colpo non già il Marchese, ma il barattolo, che va in frantumi e dal quale si diffonde sul banco del pizzicagnolo un torrente, niente affatto odoroso, di quella viscida materia nella quale il divino Poeta affonda nell’inferno i lusinghieri e gli adulatori, là dove:
Le ripe eran grommate di una muffa
Per l’alito di giù che vi appasta,
Che con gli occhi e col naso facea zuffa.
E, mentre il domestico fuggiva, inseguito dal Marchese, gli amici di questo, che da lungi avevano assistito al fatto, si smascellavano dalle risa, intanto che il povero pizzicagnolo, imprecava e bestemmiava contro gli autori di quel tiro da coltello.
Un’altra volta, in prima sera, insieme con gli altri scapestrati suoi amici, i quali avevan cominciato a prender gusto a quelle quasi quotidiane e assai bizzarre avventure, essi approfittando dell’affollarsi della gente in due finitime botteghe l’una di pizzicagnolo e l’altra di fornaio in piazza Navona, sollevarono a spalla le imposte delle due botteghe e le scambiarono. Di che avvenne che quando, verso le dieci, l’uno e l’altro bottegaio vollero chiudere i loro respettivi negozi, trovarono le imposte immobili sugli arpioni, onde essi cominciarono a travagliarvisi intorno, e trassero fuori i lumi per vedere se sassi o pezzi di legno fossero stati introdotti nelle commessure e, tardi soltanto, e dopo lunghe fatiche, e dopo che gli autori della burla, i quali assistevano, da vicino, alla scena se l’ebbero goduta mezzo mondo, si accorsero dello scambio delle imposte e tornarono a metterle ciascuna al proprio posto.
In mezzo a un numero grande di scappate di siffatta specie, trascorsero i primi anni della giovinezza del Marchese Del Grillo, il quale, frattanto sempre più veniva manifestando la profonda sua antipatìa per gli ebrei, e specialmente contro quelli fra di essi che si aggiravano, e si aggirano tuttora, per le vie in cerca di robe vecchie e la manifestava con modi non troppo cavallereschi, avvegnachè spesso, dalle finestre del suo palagio, si dilettasse di farli bersaglio di sassate, le quali talvolta ferivano quei poveretti, cui il Marchese largiva poscia un po’ di danaro, per compensarli del danno loro inflitto.
Di che la Comunità israelitica, quantunque gli ebrei, a quei tempi di ignoranza e di pregiudizi, fossero invisi alla maggior parte della popolazione e dalla parte più culta e più eletta poco benevolmente tollerati, sporse rispettosamente varii reclami. Da prima al tribunale del Vicariato, poscia al pontefice Clemente XIII.
Il quale, in seguito alle raccomandazioni rivoltegli in favore delle vittime del Marchese Del Grillo da taluno degli ambasciatori esteri, chiamò a sè il patrizio, così ferocemente antisemita e, con belle parole, dolcemente rimproverandolo del suo accanimento contro gli ebrei, lo pregò a voler desistere dalle sue persecuzioni.
— Ma egli è, Santità, che io l’ho proprio nel sangue l’aborrimento contro questi fieri nemici della nostra santa religione, per cui...
— Sta bene, sta bene... ho capito... e io non posso non lodare, ottimo Marchese, cotesto suo zelo di fervente cristiano...
— D’altronde, pensi Vostra Santità che i giudei furono i crocifissori di nostro Signore...
— Ma si figuri.... comprendo benissimo... Ma che cosa vuole?... Siamo in tempi di liberalismo; in Francia, in Inghilterra, in Germania gli ebrei occupano eminenti posizioni... e dall’estero si fanno pressioni anche a noi, per ottenere che qui siano trattati come tutti gli altri uomini..... per cui...... io la prego... poichè ella proprio non può fare a meno di inveire contro di loro... la prego a farlo con minor violenza... Vuol tirare su di essi?.. Ebbene, tiri pure, ma non coi sassi... prenda delle frutta... dei pomodori, dei fichi, e li lanci sugli ebrei... ma sassate... via, no.
— I desiderii di Vostra Santità sono ordini per me... ed io le prometto che, d’ora innanzi, io non sfogherò la mia ira contro i compratori di robe vecchie, altro che tirando su di essi delle frutta.
E mantenne la parola: tanto vero che, dopo pochi giorni, nuovi e più vivi reclami giunsero al Papa sulle gravi contusioni e sulle ferite cagionate ai robivecchi dalle pigne che il Marchese Del Grillo lanciava su di essi.
E, allorchè il Pontefice rimproverò acerbamente il patrizio, questi si scusò dicendo che egli si era strettamente attenuto alle parole del Papa, lanciando sugli ebrei delle frutta.
II.
E di questo odio di lui contro gli ebrei si ebbe allora un’altra prova in un contratto dal Marchese fatto con uno dei più ricchi negozianti del ghetto, per nome Aronne Voltri.
Il quale fu un giorno chiamato al palazzo dal Marchese, allo scopo di concludere un affare.
Aronne Voltri andò, trepidante, al Marchese il quale, accoltolo umanamente, gli disse essersi egli determinato a rinnovare tutta la mobilia del suo palazzo, onde gli chiese se egli era pronto a comperare tutte le suppellettili delle quali in quel momento la sua casa era fornita.
— Ma, senza dubbio — rispose l’ebreo. — Purchè ci riesca d’intenderci sul prezzo.
— Ma ci intenderemo senz’altro — disse il Marchese. — Però, prima di entrare in trattative, venite a vedere la mobilia.
E Aronne Voltri fu condotto dal Marchese in giro per tutte le sale, i corridoi, i bugigattoli e i ripostigli del palazzo.
Quando questa perlustrazione fu terminata il Marchese disse al negoziante:
— E così? Che ve ne pare? Vi sentite in forza di acquistare tutta la roba che avete veduta?
— Eccellenza, si: purchè ci mettiamo d’accordo sul prezzo.
— Il prezzo che io domando della mia roba è così tenue che non potrete certamente avere il coraggio di non adattarvi. Voi mi pagherete un baiocco per ogni oggetto.
Il buon Aronne Voltri, sorrise bonariamente e, crollando leggermente le spalle, disse:
— Vostra Eccellenza ha piacere di scherzare!
— Io parlo con tutto il mio senno.
— Via.... via... Le pare?
— Che c’è? Trovate forse esagerata la mia domanda?
— Ma le pare, Eccellenza?... Io la trovo troppo tenue....
— Voi!... Un ebreo!...
— Eccellenza, io le dico, con tutto il rispetto, che se sono ebreo non sono perciò un uomo disonesto. Ho una coscienza anche io.
— Dunque non volete...?
— Ma, Eccellenza, come vuole che io possa credere che ella parla sul serio? Un sofà che varrà, a buttarlo via, dieci scudi, vuole che io lo paghi un baiocco? Vuole che paghi un baiocco un specchio?..... una pendola?.... un letto?.....
— Ma di cosa vi incaricate voi?... Quando son contento io...
— Eh... va bene... Eccellenza... Ma ci son buoni tribunali. In un contratto, come questo che ella mi propone c’è la lesione enormissima.
— Proprio?...
— Ma senza dubbio.
— Non mi pare che siate un avveduto calcolatore. Io ho detto che mi darete un baiocco per ogni oggetto, per ogni capo. Avete voi pensato che in casa mia ci sono molti chiodi, molti rampini e tanti piccoli capi di roba che non valgono forse un baiocco?
— Sia pure, sia... Ma quando ella avrà calcolato tutto, anche le spille, se io accetterò la sua proposta, sarò sempre considerato come un ladro che abbia derubato Vostra Eccellenza.
— Va benissimo! Andate pure. Chiamerò un altro. Bellissima questa, corpo di Bacco! Voi venite a fare il maestro di casa a me!... Bella affediddio!
L’ebreo stette alquanto incerto e pensoso, poscia, rivolto al marchese, domandò:
— Ma dunque vostra eccellenza è proprio decisa a questa vendita e ai patti indicati?...
— Irremovibilmente deciso.
— Ma proprio sei serio?
— Sul serio, sul serio. Tanto sul serio che, o venda a voi, o venda ad un altro intendo che i patti della vendita sian rogati per mano di notaio.
Dopo queste parole del Marchese il signor Aronne si dichiarò pronto a comperare tutte le suppellettili di casa Del Grillo. Il Marchese mandò pel suo notaio e il contratto, pel quale si stabiliva che Aronne Voltri acquistava tutti gli oggetti di mobilia esistenti nel palazzo Del Grillo al prezzo di un soldo per ogni capo, fu regolarmente stipulato e sottoscritto, previo un deposito di parecchie migliaia di scudi fatto dal signor Aronne in mano del notaio, a garanzia del venditore Marchese Del Grillo.
All’indomani, secondo il patto stabilito, il notaio incominciò l’inventario di tutti gli oggetti esistenti in casa del Marchese. Man mano che si procedeva innanzi nella enumerazione, il cuore del signor Aronne si gonfiava per la contentezza. Egli benediceva fra sè e sè, la pazzia del Marchese e si allietava dell’ottimo contratto concluso. Oltre a tre mila oggetti fra grandi e piccoli, fra freschi ed usati, erano stati registrati; oggetti che in media, valevano tre scudi l’uno e rappresentavano per lui un guadagno di nove mila scudi e una spesa di trenta scudi!
Per Aronne Voltri si rinnovava, dopo venti secoli, il miracoloso contratto per cui Giacobbe comperò da Esaù i diritti di primogenitura per un piatto di lenti!
L’inventario era presso al suo termine. Non restavan più da essere rovistate che due camere dell’abitazione del Marchese Del Grillo. Due camere, in una delle quali erano ammassati gli oggetti da pesca e da caccia, nell’altra tutta la roba vecchia della famiglia.
Aronne Voltri, rosso in faccia, coi neri occhi scintillanti, non capiva più nella pelle! Un affare come quello era la sua fortuna addirittura!
Giunto nell’ultima stanza il notaio prese nota di alcune vecchie livree, di certi vecchi gambali di cuoio, di vecchi cappelli da servitore. Vi erano in un angolo quattro vecchi bauli e il notaio aveva già notato nel suo inventario: «quattro vecchi bauli» quando il Marchese gridò:
— Un momento!... vediamo se, per caso, nei bauli ci fossero altri capi di roba da annotare.
— È giusto! — mormorò il buon Aronne il quale, senza saper bene perchè, provò un subitaneo turbamento.
— È giusto! - esclamò il notaio.
Un servo aprì i bauli...
Aronne Veltri fu per cader fulminato.
I quattro bauli erano pieni ricolmi di spille!
L’ebreo divenne pallido come un morto, barcollò, un sudore freddo gli corse per le ossa e comprese, allora soltanto, in quale trappola fosse caduto.
— Ah! corpo di Bacco! — esclamò con un maligno sorrisetto di trionfo, ma senza mostrarsi menomamente commosso, il Marchese — Sicuro, veh!... ci sono tutte quelle spille!...
— Ma egli è che le.... spille.... le spille non sono... non possono considerarsi come oggetti di mobilia!... - obbiettò, con voce esile e tremante, il signor Aronne Voltri.
— Che cosa? — gridò, con voce stridula e con occhi scintillanti di gioia selvaggia e di ira belluina al tempo stesso, il Marchese — Il contratto parla chiaro: un soldo per ogni capo!... Apposta l’ho voluto rogato per mano di notaio... so bene che voi altri giudei tendete sempre a frodare il cristiano!... Ma io me ne appello al notaio qui, me ne appellerò alla legge, ai tribunali.
Il notaio rilesse la formula del contratto. Era chiaro! Bisognava pagare un soldo per ogni spilla!
In quei bauli vi erano due milioni di spille, quindi l’ebreo fu costretto a pagare al marchese ventimila scudi, e il contratto riuscì per lui ruinosissimo, e la fama di avvedutezza degli ebrei nel fare i contratti rimase smentita dall’astuzia del Marchese Del Grillo.
Un’altra volta il Marchese in sull’imbrunire se ne stava affacciato ad una delle finestre del suo palazzo, quando vide passare frettolosi due rivenduglioli ebrei, che si avviavano verso il Ghetto.
Egli li fece chiamare e li volle tosto alla sua presenza.
E i due robivecchi vi andarono fra paurosi e fiduciosi; giacchè essi sapessero benissimo come il marchese amasse fare atroci gherminelle agli ebrei, ma sapessero altresì come egli le pagasse poi munificentemente, ricompensandone largamente le vittime. Quando essi furono dinnanzi al marchese, questi disse loro che aveva molti vestiti vecchi da vendere e che voleva cederli ad essi per tenue prezzo, desiderando soltanto di togliere quei vecchi abiti dal guardaroba, per impedire che essi divenissero tanti nidi di tignuole.
— Eccellenza — mormorò uno dei due giudei, sprofondandosi in inchini — noi siamo molto grati a Vostra Eccellenza... e, se ella ce lo permette, torneremo domani mattina a quell’ora che più piacerà a lei.... ma, pel momento, non potremmo trattenerci, perchè vostra eccellenza sa, al cader del sole si chiude la porta del Ghetto, e se non vi possiamo entrare innanzi la chiusura, corriamo rischio di essere arrestati.
— Non vi date alcun pensiero di ciò. Già ci spicceremo in un momento... e poi, in qualunque caso, il palazzo Del Grillo è tanto piccolo da non potere ospitare voi due per una notte? Orsù il maestro di casa faccia subito portar qui gli abiti dei quali si debbe sgomberare il guardaroba.
E, mentre il maestro di casa, già prevenuto di ogni desiderio del Marchese, tardava a recare gli oggetti richiesti, il patrizio andava intrattenendosi con i due ebrei, informandosi, con benevola premura, dei fatti loro, dei loro commerci, delle loro famigliuole.
Ma i due compratori di robe vecchie stavano sulle spine, rispondevano preoccupati: il buio cresceva, il maestro di casa non giungeva... essi avrebbero ormai trovate le porte del ghetto chiuse.
Si arrischiarono quindi a rinnovare la preghiera di esser lasciati andare: tornerebbero al domani: volesse averli per iscusati il Marchese...
— Ma ormai non giungerete più in tempo — disse il Marchese, guardando l’orologio — e siccome non voglio che per cagion mia, voi abbiate a capitar ne’ guai, cadendo nelle mani del bargello, così vi farò apparecchiare una camera qui in palazzo, ove cenerete e dormirete. Domattina poi tratteremo dell’affare per cui vi avevo fatto chiamare.
Quantunque i due rivenduglioli stessero in gran sospetto, non sembrando loro naturale tutta quella liberalità, pur tuttavia, per tema di peggio, si mostrarono, negli atti e nelle parole, gratissimi al Marchese di quella sua singolare benevolenza per loro e procurarono dissimulare le loro inquietudini.
E il Marchese, ordinato che ai due israeliti fosse servita le cena e venissero apparecchiati i letti, li congedò.
Ismaele e Geroboamo ebbero una lauta cena, inaffiata di sceltissimi vini e, preparati ormai ad ogni ventura, non vollero omettere di godere intanto del bene che Dio loro offriva, e mangiarono perciò e bevvero a crepapancia.
Furono indi condotti da due domestici del Marchese in una bella e ben’arredata stanza, fornita di due comodi letti. Ivi fu ad essi mostrato come nulla mancasse per qualsiasi loro bisogno, e dai domestici ebbero raccomandazione di non far rumore durante la notte; ricordassero — e qui i domestici, in atto circospetto, abbassavan la voce — che il marchese era assai bisbetico, che egli era mezzo matto e pensassero quindi come a lui bisbigli, clamori, querele, potessero far saltare in testa, con gran facilità, qualche brutto ghiribizzo.
— Eh!... non dubitate! — risposero Ismaele e Geroboamo — lo sappiamo purtroppo che Sua Eccellenza è di umore un po’ stravagante! Non dubitate, non faremo rumore.
E, data la buona notte ai domestici, e rimasti soli, tastarono i letti, ne ammirarono la fine biancheria, le coltri eleganti, la morbidezza dei materassi e finalmente si decisero a spogliarsi, a coricarsi, e a spegnere il lume.
Dopo mezz’ora russavano profondamente tutti due.
Ma il sonno fu breve.
Non era trascorsa un’ora quando Geroboamo si svegliò di soprassalto e cercò sulla comodina da notte l’acciarino, la pietra focaia e l’esca per accendere il lume e, non trovandola e ricordandosi anzi che i domestici non avevano lasciato loro di che potersi procacciare la luce, svegliò, facendo il minor scalpore che gli fu possibile, Ismaele il quale, tutto spaventato e confuso, gli chiese che cosa avvenisse.
— Ho certi tremendi dolori di ventre che... vedi.... non posso... qui non v’è acciarino, nè pietra focaia... guarda se ne hai tu, accendi il lume.
Ma, neppure Ismaele aveva il modo di far la luce fra quelle tenebre e, siccome Geroboamo si sentiva pressato e spasimava, così esso gli disse:
— Orsù... a che serve il lume? Scendi e senza far scalpore, provvedi alle tue necessità.
— Hai ragione... farò così — rispose Geroboamo, il quale mise i piedi fuori del letto, non trovò il pavimento e cadde ruzzoloni, da un’altezza di tre metri, con suo gran dolore e con gran fracasso.
— Misericordia! Aiuto! — gridò egli procurando di soffocare la propria voce.
— Dio ci aiuti!... Che è stato? — esclamò alla sua volta Ismaele; il quale, volendo soccorrere il compagno, uscì dal letto e come il compagno dette un gran tonfo, cadendo dall’altezza di tre metri.
A quei sordi rumori, alle grida e ai gemiti, a metà soltanto soffocati, dei due malcapitati israeliti, ecco accorrere un domestico col lume.
I due ebrei giacevano in terra, pesti, ammaccati, dolorosi, accanto ai rispettivi loro letti.
Il domestico chiese che cosa fosse avvenuto e raccomandò ai due disgraziati di parlare sottovoce, per non essere uditi dal Marchese. E allora Geroboamo e Ismaele narrarono come fossero caduti mentre, senza sospetto, avevan creduto di avere a trovare subito il pavimento, quando invece...
— Quando invece che cosa? — chiese mezzo sdegnato, il domestico. — Come si fa a cadere da un letto le cui materasse si levan da terra appena cinque palmi!... Dico... figliuoli... il vino di Marino vi ha dato alla testa!...
I due israeliti, rialzatisi, si diedero a guardare i letti loro... Infatti questi eran là, saldi, fermi, e la sponda loro era alta appena cinque palmi da terra.... ed essi non potevano e non sapevano persuadersi come ad ambedue fosse parso di ruzzolare da tanto alto.
Alla fine, ristabilita la quiete, il domestico uscì raccomandando di nuovo il silenzio ai due ospiti del Marchese, ma nell’uscire non lasciò loro la pietra focaia e l’acciarino.
Allora Geroboamo, per non esser costretto a chiamare il domestico ad alta voce, scese dal letto e procurò di corrergli dietro, ma l’altro era sparito, e tutto era buio e silenzio all’intorno.
Come si faceva?... Bisognava rassegnarsi: e l’ebreo tornò in letto. Stava per riprender sonno, quando udì i gemiti del suo compagno, il quale, agitato anch’esso da atroci dolori, ebbe bisogno di scendere dal letto e, come la prima volta, ruzzolò in terra dalla stessa altezza.
Insomma, ai due sventurati venditori di robe vecchie era stata, d’ordine del Marchese, propinata nei cibi una forte dose di scialappa, e i letti sui quali dormivano, per mezzo di un meccanismo, si sollevavano a tre metri dal suolo.
Immagini il lettore quale notte turbolenta, dolorosa, infernale, trascorressero i due ebrei, che al mattino, pallidi, sfatti tutti pesti e contusi, furono congedati con qualche scudo di regalo.
III.
Una sera di primavera, la luna irradiava di un benigno e pallido chiarore la piazza di Spagna.
L’acqua scivolava con lieve sussurio dalle due bocche di poppa e di prua dentro la barcaccia, e sulla scalinata della Trinità dei Monti, nel biancore smorto della luce lunare si proiettava lunga e nera l’ombra dell’obelisco.
Il Marchese Del Grillo passeggiava su e giù per la piazza proprio da quella parte, e più d’una volta gli aveva dato nell’occhio un uomo che, disteso sopra un gradino, russava profondamente.
L’amico atteso dal Marchese e che era salito a parlare con persona di sua conoscenza in una casa vicina, venne a raggiungere il patrizio, proprio nel momento in cui egli erasi fermato presso il dormiente, che egli scosse e riscosse invano.
Il dormiente era un carbonaio: giovine, di alta statura e gagliardo delle membra, il quale aveva preso, una tremenda sbornia. Lo stato di profondo letargo in cui trovavasi il carbonaio suscitò subito nel cervello del Marchese una di quelle bizzarre idee, che, concepite, egli voleva subito mettere in atto.
Egli comunicò il suo pensiero all’amico il quale, non soltanto non riuscì a dissuaderlo dal suo proposito, ma fu da lui costretto ad essergli compagno nell’impresa.
Non tardò a giungere a piazza di Spagna la carrozza del Marchese, che al suo cocchiere aveva ordinato di andarlo ad aspettare in quella località, e dentro la carrozza stessa, con l’aiuto del servo e dell’amico, il Marchese, collocò il carbonaio profondamente addormentato; e, fattolo condurre nel suo palazzo, ordinò che, con acqua calda e sapone fosse ben bene lavato e ripulito in guisa che da nero che egli era, apparisse un giovane candido e lindo; e, quando questo desiderato intento fu raggiunto, il Marchese comandò che il carbonaio forse adagiato in una magnifica stanza sopra un ricco e comodo letto.
All’indomani, il Marchese, in veste di maestro di casa e insieme agli altri suoi domestici, era già fin dalle ore mattutine, presso il letto del dormiente.
Questi, digerita la formidabile sbornia della sera precedente, alla fine si svegliò e protese le bianche e gagliarde braccia e spalancate le labbra ad un sonoro e plebeo sbadiglio, sbarrò gli occhi, guardando intorno a sè e osservò, stupito, il soffitto della camera, il letto su cui giaceva, quegli uomini in livrea i quali, in atto reverente ed ossequioso, lo stavano rimirando, e restò di stucco: quindi, credendo certamente di essere ancora ravvolto fra le strane visioni e i torbidi sogni dell’annebbiato cervello, si stropicciò ben bene gli occhi, surse, appoggiato ad un gomito, per metà sul letto, guardò ancora intorno, sempre in preda alla meraviglia e allo stupore, e, mentre egli stava per aprir bocca, udì un coro sommesso di voci le quali dicevano:
— Buon giorno, eccellenza.
— Ma che è successo? — gridò, balzando a sedere sul letto, sempre più stupefatto, il carbonaio.
— Ha riposato bene, eccellenza? — chiese colui che sembrava, alle vesti, il maestro di casa, e che era il marchese Del Grillo in persona.
— Ma che Eccellenza, ma che Eccellenza! — brontolò, cominciando a turbarsi il carbonaio, il quale domandò tosto: — Che è questo? Dove sono io? Chi siete voi?
— Oh bella!.. — rispose, con naturalezza, il finto maestro di casa, il quale gongolava dalla gioia esaminando, e direi quasi, gustando, ad una ad una tutte le sensazioni di meraviglia del carbonaio e tutte le particolarità di quella scena. — Oh bella! Vostra Eccellenza è nel suo palazzo... e noi siamo i suoi servitori. Già, Vostra Eccellenza, avrà volontà, secondo il solito, di far la burletta!
— Oh sangue di... corpaccio di... — e qui il carbonaio buttò giù una filastrocca di bestemmie e, mentre balzava giù dal letto, coperto, come egli trovavasi, della sola camicia, la quale era di finissima tela d’Olanda, furiosamente si mise a gridare:
— Siete voi altri che volete fare la burletta! Corpo di Dio! Chi siete voi!... Che roba è questa?... Come è che mi trovo qui?... Di quale Eccellenza mi andate parlando?... Io sono Baciccia, il carbonaio di via Tomacelli e non so davvero come e perchè...
Tutti i servi scoppiarono a ridere e interruppero la parola del povero diavolo: e il maestro di casa disse, con un certo piglio di famigliarità ossequiosa:
— Oh bella! L’ho detto io che questa mattina vostra Eccellenza aveva volontà di scherzare più del consueto!... Ecco che ella si sveglia con l’idea stravagante di mutare il Principe di Collepardo in un carbonaio?
— Il Principe di Collepardo? — domandò stupito il carbonaio — Ma chi è il Principe di Collepardo?
— Io no di certo! — rispose, umilmente il maestro di casa. — E chi dunque è il Principe di Collepardo se non vostra Eccellenza?
— Ma tu chi sei?
— Non sono io il maestro di casa di Vostra Eccellenza?
— Ma che Eccellenza! Ma che Eccellenza! Su via finiamola... la burletta è durata abbastanza... datemi i miei panni e lasciatemi andare pei fatti miei.
Un servo presentò subito al carbonaio le calze di seta, le brache di velluto, e gli pose nei piedi un paio di pantofole ricamate.
E il poveretto, dopo aver parlato con calma, dopo essersi nuovamente infuriato, dopo aver pregato, rimasto lunga pezza pensieroso, confuso, intontito, fu costretto a vestirsi degli abiti magnifici che gli venivano presentati.
Appena in piedi, il Principe improvvisato corse a guardarsi allo specchio e un oh lungo e roco di meraviglia uscì dalle sue labbra.
Egli si mirò per un pezzo nello specchio: era lui e non era lui: gli occhi, il naso, i lineamenti gli parevano i suoi, gli sembrava di riconoscersi... ma i capelli eran tagliati, eran corti, erano aggiustati, profumati e il suo volto non era nero come il giorno innanzi, ma era bianco... onde gli pareva di non essere Baciccia il carbonaio di via Tomacelli.
In preda ad uno sbalordimento che gli faceva, con terrore, pensare alla pazzia, il povero Baciccia tentò un ultimo sforzo per ribellarsi a quell’incubo, a quel sogno ad occhi aperti e, sacramentando nel più stretto dialetto genovese e mostrando i poderosi pugni stretti ai suoi ossequenti ed umili persecutori, li minacciò di percosse e di ferite.
Ma, allora, il maestro di casa mormorò ai domestici, in guisa però di essere udito dal carbonaio:
— Ohè! Ohè! l’affare si fa serio! Questa mane Sua Eccellenza minaccia di impazzire davvero. Se dura così mandiamo a chiamare gl’inservienti della Lungara e gli mettiamo la camicia di forza.
Queste frasi pronunziate dal marchese Del Grillo tramutato in maestro di casa, come se suo intendimento fosse che il carbonaio non le udisse, ma in realtà perchè egli le udisse, produssero immediatamente il loro effetto. Per paura del peggio, il povero diavolo si rassegnò alla parte di principe alla quale la fortuna, il caso, una malìa forse, forse un sortilegio lo avevano, senza che egli potesse arrivarne a comprendere il come e il perchè, fatalmente destinato.
Baciccia adunque si vestì, o meglio, si lasciò vestire, e con l’abito di velluto indosso, con la spada al fianco, col bastone fra le mani, col cappello dorato a punta sulla testa, coperta da una fine parrucca, gli parve, guardandosi nello specchio, che avessero ragione i camerieri, i servi e il maestro di casa, i quali andavan, di tanto in tanto, esclamando:
— Come sta bene Sua Eccellenza!... Gran bel giovine che è il nostro padrone!... Il più bel signore di Roma, non c’è che dire, è Sua Eccellenza!
Sorbì il cioccolatte, dopo avervi intinti parecchi biscotti, che trovò squisiti, poscia salì in carrozza insieme al maestro di casa, che si offrì di accompagnarlo.
Il principe improvvisato fu, così, condotto a zonzo per la città. Di tanto in tanto egli tornava a manifestare la propria confusione e la meraviglia del trovarsi, a un tratto, mutato in principe da carbonaio e pregava il maestro di casa a volergli spiegare in qual modo ciò fosse avvenuto.
E l’improvvisato maestro di casa rispondeva sempre a Baciccia che non tornasse a metter fuori quella brutta storia del carbonaio, la quale faceva nascere il sospetto che in lui vagellasse la ragione: esser noto a tutti in Roma che egli era stravagante e bizzarro; non accreditasse quelle ed altre voci che correvano sulla sanità della sua mente con discorsi sconnessi; godesse in pace il ben di Dio che aveva ereditato dai suoi avi gloriosi; aveva egli palazzo, feudi, ville, carrozze, cavalli servi, amanti, ricchezze?... O che andava dunque cercando?... E perchè correr dietro ai fantasmi della sua febbricitante fantasia?
— Anzi — concluse il maestro di casa — se in carrozza con Vostra Eccellenza vengo io, e se, oltre al cocchiere, dietro di essa vi sono due gagliardi servitori, ciò avviene per ordine superiore. Veniamo con Vostra Eccellenza per precauzione, perchè con questa fissazione che ella ha di essere stato carbonaio, si è sospettato che Vostra Eccellenza fosse sulla via di perdere la ragione. Stia buonino Eccellenza, mangi beva, goda e cacci le funeste immagini che le attraversano il cervello.
Il Principe carbonaio se lo tenne per detto e, a scansare di esser chiuso nella palazzina dei matti, decise di rassegnarsi ai voleri della fortuna e giurò a sè stesso di fruire dei beni presenti, in attesa di vedere come andrebbe a finire quella fantasmagoria.
— Vostra Eccellenza vuole andare a trovare la bella Olimpia.
— Chi è la bella Olimpia?
— Ma come? Si ostina ancora Vostra Eccellenza a fare lo gnorri sopra le cose più consuete della sua vita? Non è Olimpia l’amante di Vostra Eccellenza?
— Ah!... Ho anche un’amante io?
— Cioè, una sola? Chi sa mai quante ne ha! Ad ogni modo, Olimpia è quella che tutti conoscono come la sua amante. Ah! Ha una gran voglia di scherzare quest’oggi Vostra Eccellenza!
— Ah!... io ho voglia di... Sta bene, sta bene; andiamo dunque a trovare Olimpia.
E il Principe carbonaio fu condotto in un elegante appartamento di una casa in via del Babuino, dove il Marchese del Grillo aveva ordinato si trovasse una donna di partito, chiamata appunto Olimpia, la quale era stata già ammaestrata della parte che doveva sostenere nella gherminella che si giuocava al povero Baciccia.
Quando essa lo vide, gli corse incontro come a vecchia conoscenza, e lo rimproverò delle prolungate assenze, con le quali egli le si rendeva così prezioso. Eppure essa lo amava tanto il suo bel Principe di Collepardo! E lì carezze, tenerezze, e baci da non ridire; onde Baciccia, quantunque fosse ad ogni ora più sbalordito da quell’incalzarsi di inattese meraviglie, approfittò delle buone disposizioni di Olimpia la quale, effettivamente, era una bella donna, e si trattenne a lungo con lei, mentre il Marchese del Grillo, in compagnia della sua amante, da una camera vicina si dilettava alle strane inchieste che, intorno al proprio essere, il nuovo Principe, volgeva alla cortigiana Olimpia.
Alla fine il Principe carbonaio fu ricondotto a palazzo, dove era apparecchiato un sontuoso pranzo, durante il quale nuovo sollazzo fu offerto al Marchese dall’imbarazzo di Baciccia, ignaro del galateo signorile, degli usi e dei cibi di una tavola principesca.
Dopo pranzo il Principe fu ricondotto a spasso in carrozza, poi al Teatro Capranica ad assistere alla rappresentazione della commedia Pulcinella re in sogno. Poscia fu riportato, sempre in carrozza, a palazzo dove lo attendeva una splendida cena.
Ma questa non era ancora terminata che una grave sonnolenza sorprese il povero carbonaio, il quale, in breve, preso da grave torpore, causato dai narcotici, che, in misura non dannosa, gli erano stati propinati nelle vivande, s’addormì profondamente.
Allora, spogliato degli abiti principeschi, sporcato nuovamente e ritinto, e rivestito un’altra volta dei suoi indumenti, il povero Baciccia, sempre addormentato, fu ricondotto in piazza di Spagna e adagiato sulla gradinata della Trinità dei Monti, donde era stato tolto ventiquattr’ore prima.
E il Marchese e gli amici stettero sulla piazza attendendo il risvegliarsi del carbonaio per godere della scena che ne sarebbe susseguita.
E quale essa realmente fosse lo immaginino i lettori.
La meraviglia, lo stupore, il turbamento del carbonaio, le sue esclamazioni, i suoi discorsi con la prima persona di sua conoscenza nella quale si abbattè, e il dubbio che lo tormentava di non poter sapere, con certezza, se tutto ciò che gli era avvenuto era stato sogno o realtà, e, infine, il convincimento che cominciava a farsi strada nell’animo di lui di essere stato vittima di un sortilegio, tutto ciò, dico, io rinuncio a descrivere.
Il Marchese del Grillo continuò a ridere e a vantarsi di quella trovata per tutto il rimanente della sua vita.
IV.
Il Marchese andò una volta in una piccola città, nelle vicinanze di Roma, in una villa di un suo amico, ove si trattenne qualche tempo.
Un giorno, vestitosi dei più poveri panni che gli fu possibile di trovare, andò alla farmacia principale della città, dove convenivano i più ricchi ed autorevoli personaggi del luogo, e, comperato un po’ di rabarbaro, si mise a sedere vicino al crocchio di quei signori, i quali spoliticavano ad alta voce sulla guerra di Polonia e su quella degli Stati insorgenti d’America.
Il Marchese domandò ad uno se poteva prendere e leggere il Cracas, e quel signore, squadratolo da alto in basso, gli volse le spalle senza rispondergli. Chiese ad un altro se era vero che il generale La Fayette fosse rimasto ferito e ne ebbe per risposta un gesto di noncuranza. Pregò un terzo di permettergli di leggere, dopo di lui, la Gazzetta di Foligno, e quel signore, per tutta risposta, disse, rivôlto ai frequentatori della farmacia:
— Ma sapete, amici miei, che ci vuole una bella sfacciataggine ad andarsi a cacciare così liberamente in mezzo ai galantuomini?
Il Marchese Del Grillo non rispose; si trattenne ancora un poco, poi uscì.
Il giorno appresso verso l’ora medesima, ecco entrare nella farmacia un signore, vestito splendidamente... certamente qualche gentiluomo della capitale.
Costui ordina una bibita purgativa, la beve, prende un giornale e si mette a leggere, in mezzo all’ossequioso ritrarsi dei politicanti del giorno innanzi, i quali, ansiosi di sapere chi fosse colui, sottovoce si volgevano domande e facevan commenti sul misterioso personaggio.
Ed ecco un altro signore, evidentemente un altro pezzo grosso della capitale, entrare nella farmacia, scambiare un saluto confidenziale col signore venuto poco prima, ordinare del sale d’Inghilterra, prendere un altro giornale e mettersi esso pure a leggere.
La curiosità del medico, del podestà, del cancelliere e di quei tre o quattro ricchi possidenti rusticani era al colmo: onde un animato cicaleccio giungeva all’orecchio dei due lettori.
Ed ecco entrare finalmente quel fattore, mal vestito, del giorno innanzi.
Al suo apparire i due gentiluomini si levano di balzo, si inchinano in atto reverente e salutano il nuovo arrivato:
— Buon giorno, Eccellenza.
— Eccellenza, ben levato.
— Addio, addio — risponde con un gesto altezzoso il fattore. — State comodi, state comodi.
I due siedono: il Marchese ordina un po’ di rabarbaro, intanto che i frequentatori della farmacia, attoniti, stupefatti, son divorati dalla curiosità di sapere chi diavolo sia quello strano e misterioso personaggio, dalle vesti così abiette e che è ossequiato a quel modo da gentiluomini così ricchi.
— Che c’è di nuovo? - domandò lo sconosciuto dalle vesti povere ai due gentiluomini della capitale.
— Oh! Eccellenza... eh... pare che la guerra fra i russi e i turchi ricominci, non ostante la recente pace di Kaivardgi. Vuole il giornale, Eccellenza?
Così risponde uno de’ gentiluomini, levatosi in piedi in atto rispettoso, offrendo allo sconosciuto il Cracas, intanto che l’altro, alzatosi esso pure, per tutta risposta, ossequiosamente, aveva porto la sua Gazzetta di Foligno a colui che pareva un fattore.
— Grazie!... grazie!... Non serve... state comodi! — risponde, con noncuranza, l’uomo misterioso il quale soggiunge:
— Ma sapete, amici miei, che ci vuole una bella asinità a giudicare e ad apprezzare gli uomini dal loro abito e a dimenticare il proverbio che l’abito non fa il monaco?
E, ciò detto, esce dalla farmacia.
E, mentre i politicanti si affannano a rivolgere molteplici domande ai due gentiluomini rimasti in atteggiamento umilissimo dinanzi a quel potente che era uscito allora, questi, ritornato indietro, ordinò, d’in sull’uscio, ad uno dei due vestiti da gentiluomini:
— Alle quattro sia pronta la carrozza... chè questa sera debbo fare una scappata a Roma.
— Non dubiti, Eccellenza!
Poscia rivolto all’altro:
— Domani sia pronta la barca per la pesca.
— Non dubiti, eccellenza!
E se ne andò.
Quando i politicanti della farmacia seppero che quell’uomo, miseramente vestito, era il Marchese Del Grillo e che quei due gentiluomini, tanto riccamente adorni, erano i servitori di lui, compresero la burla e la lezione loro inflitta dal patrizio, celebre ormai, a quel tempo, per la sua arguzia e per le sue stravaganze.
Un’altra volta invitato ad una grande festa in casa de’ principi Albani, vi si recò vestito così confidenzialmente che il maggiordomo si oppose, con le maniere le più cerimoniose e riverenti, ma con la più grande fermezza, all’ingresso di lui nelle sale della festa.
— Ma mi conoscete, voi?
— Si, Eccellenza.
— Io sono il Marchese Del Grillo.
— Lo so, Eccellenza, ed io professo per Vostra Eccellenza la più profonda venerazione; ma ella comprenderà che se io lasciassi entrare nelle sale dei miei ossequiati padroni l’Eccellenza vostra in così fatto abbigliamento, mi esporrei ad essere scacciato.
— Eh!... allora, piuttosto che esporre voi a questo brutto rischio, andrò a fare toeletta.
E il Marchese se ne andò.
Di lì ad un’ora egli tornò indossando splendide e ricchissime vesti.
In mezzo agli inchini del maggiordono e del servitorame il Marchese fece il suo ingresso nelle sale della festa ed attrasse l’attenzione generale per lo splendore dei suoi abiti preziosi ed elegantissimi.
Il Marchese, ricevuto da tutti i gruppi, invocato da tutte le signore, fu gaio, faceto, mordace, secondo il suo solito.
Giunta l’ora della sontuosa cena, egli si assise al suo posto e, invece di mangiare e di bere lui, cominciò a dare da mangiare e da bere al suo abito e al suo panciotto. Egli prendeva una mezza pernice e la strofinava sull’abito e sul panciotto, i tartufi li buttava sull’abito e sul panciotto, e sul panciotto e sull’abito gettava i brodetti, le confetture e il vino del Reno e di Borgogna.
Risa, grida, richiami da tutte le parti.
— Ma le pare!... Marchese!...
— O che diavolo fa, Marchese?
— Ma non sta bene?
— O che maniera è questa?
— La smetta, via, Marchese.
— Ma che cosa trovano di strano in tutto ciò? - gridò il Marchese, alzando la voce e sorgendo in piedi. — Il Marchese Del Grillo credeva che si fosse invitata la sua persona e perciò era venuto vestito alla buona; gli fu vietato l’ingresso in queste sale. Quando, più tardi, egli tornò, con queste magnifiche vesti in dosso, fu ossequiosamente ricevuto ed ammesso. L’invito e le buone accoglienze riguardavano, adunque, le vesti, non l’uomo: mangino dunque le vesti, bevano le vesti.
E così dicendo buttò un altro bicchiere di Borgogna sulle trine incannellate di Fiandra, che guarnivano il suo vestito, fra le risa, i commenti, le proteste e gli applausi dei convitati.
Siccome è facile scorgere, in alcune di queste burle stravaganti c’era — lo dissi in principio — una certa finalità morale, come nelle favole d’Esopo.
Ma in nessuna delle burlette del Marchese meglio si manifestò il morale intendimento come in questa che ho riservata per ultima, anche perchè fu una delle ultime che egli immaginò ed eseguì, secondo ogni probabilità, fra il 1785 e il 1790.
Un giorno il falegname, che serviva la eccellentissima casa Del Grillo, presentò il conto di certi lavori per essa da lui eseguiti. Si trattava di una piccola somma di poco più di un centinaio di scudi. Il marchese, esaminata la nota presentata dal falegname, ordinò al suo maestro di casa di non pagare.
Tanto il maestro di casa quanto il falegname supposero che si trattasse di uno dei soliti ghiribizzi, derivanti dall’umore bisbetico del patrizio, e per un paio di mesi del conto del falegname non si parlò più.
Ma l’artista, stretto dal bisogno, dopo qualche tempo, tornò agli assalti. E il Marchese, andato su tutte le furie, comandò che il falegname non fosse pagato, nè ora, nè mai.
Nè, per quanto il maestro di casa cercasse, nei momenti in cui il padrone si mostrava di buon umore, di persuaderlo a pagare all’artista la sua mercede, nè per quanto il povero falegname presentasse suppliche scritte e domandasse udienze particolari al Marchese e a lui si raccomandasse, non ci fu modo di indurre questo a rimuoversi dal suo proponimento.
E la cosa andò tanto innanzi, che il falegname, dopo un paio di anni, ridotto ad appigliarsi ad un partito supremo, si rivolse alla fine ai tribunali.
Allora il marchese fece chiamare i suoi avvocati e consulenti legali e disse loro: essere ormai questione di puntiglio; non voler egli pagare per verun conto il falegname; non esser possibile che un vile plebeo l’avesse a vincere sopra un gentiluomo di antica prosapia: provvedessero essi alla completa e finale vittoria della casa Del Grillo; falsificassero documenti, corrompessero giudici e testimoni, adoperassero ogni mezzo perchè la domanda del falegname venisse, con sentenza del tribunale, respinta; non badassero a spesa: egli metteva a loro disposizione le rendite, il credito, le proprietà tutte della casa Del Grillo.
Figurarsi i procuratori e gli avvocati! Essi non domandavano di meglio e non se lo fecero dire due volte; anzi si misero subito a lavorare con le mani e con i piedi per inventar cavilli e raggiri, e si dettero a contorcere e a piegare il senso delle leggi al capriccio del loro ricco padrone.
Si litigò si disputò, si sollevarono incidenti, si ordinarono perizie, si usò di ogni astuzia forense e, finalmente, dopo due anni di lotta e dopo che il Marchese ebbe spesi otto o diecimila scudi, una sentenza definitiva riconosceva l’inesistenza del titolo di credito vantato dal falegname contro la eccellentissima casa Del Grillo.
All’indomani della sentenza le mille campane delle trecento chiese di Roma all’ora del mezzodì, suonarono contemporaneamente tutte a morto.
È facile immaginare quale emozione quel generale suono funebre eccitasse nella città. I cittadini, spaventati scesero nelle vie, le donne si fecero alle finestre, i battaglioni pontifici si schierarono in armi, corrieri mossero da tutte le parti alla volta del Quirinale, e un domandar continuo e generale, uno strepito di commenti, un vociar di preci...
Era evidente che era morto il Papa; tutte le chiese di Roma non suonano contemporaneamente a morto altro che nel giorno nel quale il cattolicesimo ha perduto il suo capo.
Il Papa, Pio VI, che stava tranquillamente passeggiando per le sue magnifiche sale del Quirinale, restò di stucco:
— Ma come, ma perchè tutte le campane suonano a morto?.. Eppure mi sembra di esser vivo ancora?.... Ah, forse!....
E siccome, a detta del poeta vernacolo,
Er papa, fijo mio, è un po cacone
E si sente fischià na’ rondinella
La pija pe’ na palla de cannone,
così Pio VI pensò che quell’universale scampanìo funebre fosse effetto di una congiura e che si trattasse di una rivoluzione.
Ma ben presto, al giungere di messi trafelati, inviati nelle chiese più vicine, il Papa apprese la verità: era stato il Marchese del Grillo che aveva ordinato in ogni chiesa, un sontuoso funerale a sue spese.
— Ah, una delle sue! — esclamò il mite Pio VI, il quale, indi ad un istante soggiunse:
— Ma questa è troppo grossa!.. Lo faremo rinchiudere in Castel Sant’Angelo.
Nè tardò molto a giungere, baldo e securo, il Marchese, il quale, dopo ascoltati gli acerbi rimproveri rivoltigli dal Papa domandò il permesso di esporre umilmente la ragione che lo aveva spinto a ordinare tutti quei funerali.
— Parli, parli pure, Marchese noi la ascoltiamo.
— Santo Padre, io doveva oltre a 100 scudi al falegname per lavori di casa eseguiti d’ordine mio: mi prese il capriccio di non volerlo pagare e, a furia di danaro, mi è riuscito ad essere assolto dal dovuto pagamento e di vedere condannato dai tribunali colui che domandava la dovutagli mercede. Questo fatto mi ha provato che la Giustizia è morta: e siccome ho creduto e credo che la Giustizia sia cosa santa tanto quanto lo è Vostra Beatitudine, così ho creduto che per la morte della Giustizia in tutte le chiese di Roma si dovesse cantare una messa funebre.
Il Papa stesso, non ostante l’emozione provata, non potè trattenersi dal ridere e dall’esclamare:
— Stia tranquillo, Marchese: la Giustizia non è morta, è in sincope; procureremo di resuscitarla e di punire i suoi carnefici.
Il falegname fu largamente compensato dal Marchese; si ignora se i giudici corrotti, i bugiardi periti e i falsi testimoni fossero puniti: i maligni affermano che fu soltanto sospeso qualche cancelliere; ad ogni modo, si cercò di resuscitare la giustizia: ma dicono chei da quel giorno, la sia sempre rimasta estenuata, monca e rattrappita così da non potersi più completamente riavere.
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