Il mio diario di guerra/I/L’inverno nelle trincee dell’alta montagna

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L’inverno nelle trincee dell’alta montagna

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L’inverno nelle trincee dell’alta montagna
I - Le nostre truppe avanzano su Riva e oltre Monfalcone II

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L’inverno nelle trincee dell’alta montagna



31 Ottobre.


Giornata di sole e di calma. Corre voce che prestissimo il nostro battaglione andrà per qualche tempo in riposo a Ternova, sull’Isonzo. La notizia rende allegri i miei commilitoni, ma io ho ragione di ritenerla infondata. Non turbo la loro gioia. È giunto un battaglione di fanteria del 120° reggimento; ecco l’origine della voce. Nei «ricoveri» si canta, si fuma, si scrive. Nessuno bada al monotono, insistente stillicidio della vedetta austriaca. Il portaferiti De Rita, di Prosinone, narra le sue avventure americane. È stato sei anni nel Nord-America. Si dichiara repubblicano.

— E perchè? — gli ho chiesto.

— Perchè sono stato a New-York... —

In realtà, non sa nemmeno il significato della parola «repubblica». È, fra l’altro, quasi analfabeta. Ma è coraggioso, resistente alle fatiche. I suoi battibecchi con l’altro portaferiti tengono allegra la brigata. Un’altra voce: Tolmino è caduta... Nel pomeriggio ricevo un invito dal caporale [p. 78 modifica]Giustino Sciarra, di Isernia, della 13a compagnia. Egli è stato all’Infermeria per l’arsi visitare dal capitano e gli è riuscito di portare in trincea un paio di bottiglie di Asti spumante. Beviamo alla salute del Reggimento e alle fortune d’Italia. La giornata non finisce bene. Verso le cinque fischia uno shrapnel. Uno solo. Da un riparo si leva un grido di dolore: ci sono tre feriti, ma, fortunatamente, non gravi.


1° Novembre.


Comincia — per me — il terzo mese di guerra. Che cosa mi porterà? Notte di quiete e di sogni. Da qualche giorno, salvo la cannonata di ieri sera, l’artiglieria nemica tace. Anche il «cannoncino» riposa. Che significa? Sono state trasportate altrove le batterie che tiravano sulla nostra posizione? O si prepara con una copiosa scorta di munizioni un bombardamento in piena regola di qualche giorno? Chissà. Nei ripari si lavora accanitamente. Ogni tenda ha il suo fuoco. Si annuncia che Padre Michele dirà la messa al Comando. Ma, della mia compagnia nessuno si muove. Pomeriggio. Il cielo incupisce. Pioggia a raffiche.

— E’ la burrasca dei giorno dei morti, — mi dice qualcuno. Accanto a me, Rizzati, Massari e Sandri, tutti di Ferrara, parlano tranquillamente di canapa, di mediazioni, dei mercati, di barbabietole, come se non avessero altra preoccupazione. [p. 79 modifica]Nella tenda vicina i cremonesi Balista e Schizzi cantano una parodia del tantum-ergum. Ora la pioggia è diventata nevischio. Terzi, l’attendente del tenente colonnello Cassola, mi dà — passando — una notizia tristissima: la morte di Corridoni!

Attendo, con ansia, il giornale. L’ingegnosità dei soldati italiani si rivela nelle trincee. Avere una candela in trincea è un privilegio, consentito soltanto agli ufficiali, e non sempre. Ma i bersaglieri hanno risolto — con la massima economia di mezzi e con la più grande semplicità di apparecchi il problema della illuminazione serale. Le notti sono ora così lunghe! Si prende una scatola di carne in conserva vuota. Si versa dentro un po’ d’olio di scatola di sardine, insieme a un po’ di grasso liquefatto della scatoletta di carne. Colle pezze da piedi — debitamente sfilacciate — si fa lo stoppino che si immerge nell’interno, mentre una delle sue estremità esce fuori da un buco praticato verso il fondo della scatola. Si accende e se lo stoppino è bene inzuppato, si ottiene una luce un pochino più scialba di quella di una lampada ad arco, ma sufficiente per leggere e scrivere una lettera. Provare per credere.


2 Novembre.


Corridoni è caduto sul campo di battaglia. Onore, onore a Lui! Scrivo alcune righe per il Popolo dedicate alla sua memoria. Ho comunicato la [p. 80 modifica] notizia al mio commilitone, il gasista milanese Pechio. Sulle prime era incredulo. Quando gli ho mostrato la prima pagina del Popolo, ha creduto ed ha pianto.

Nevica rabbiosamente. Tutti i monti sono già bianchi. Ordine di affardellare gli zaini e di tenersi pronti per partire. La nostra compagnia deve sostituire la 9a, che si trova già da cinque giorni ai posti avanzati.

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Dopo due mesi comincio a conoscere i miei commilitoni e posso esprimere un giudizio su di loro. Conoscere è forse troppo dire. Le mie conoscenze sono limitate al mio plotone e — un poco — alla mia compagnia. La trincea nell’alta montagna costringe ogni soldato a vivere da solo o con qualche compagno, nella propria tana. Cerco di scrutare la coscienza di questi uomini, fra i quali, per le vicende guerresche, io debbo vivere e, chissà!... morire.

Il loro «morale». Amano la guerra, questi uomini? No. La detestano? Nemmeno. L’accettano come un dovere che non si discute. Il gruppo degli abruzzesi, che ha per «capo» o «comparo» il mio amico Petrella, canta spesso una canzone che dice:

E la guerra s’ha da fa,
Perchè il Re accussi vuol.

Non mancano coloro che sono più svegli e coltivati. Sono quelli che sono stati all’estero, in Europa e in America. Hanno letto prima della guerra [p. 81 modifica]qualche giornale. In guerra sono antitedeschi e belgofili. Quando il soldato brontola, non è più per il fatto «guerra», ma per certi disagi o deficienze ch’egli ritiene imputabili ai «capi». Io non ho mai sentito parlare di neutralità e di interventismo. Credo che moltissimi bersaglieri, venuti da remoti villaggi, ignorino l’esistenza di queste parole. I moti di maggio non sono giunti fin là. A un dato momento un ordine è venuto, un manifesto è stato affisso sui muri: la guerra! E il contadino delle pianure venete e quello delle montagne abruzzesi hanno obbedito, senza discutere.

Nei primi mesi della guerra, i bersaglieri hanno varcato il confine, cogli inni sulle labbra e la fanfara alla testa dei battaglioni. Dopo due mesi di sosta a Serpenizza, venuto finalmente l’ordine di riprendere l’avanzata, i bersaglieri hanno conquistato — al passo di corsa, malgrado un turbine di cannonate — la Conca di Plezzo e si sono trincerati a quattrocento metri oltre la città, che gli austriaci hanno poi, quasi completamente distrutta colle granate incendiarie. Quando i bersaglieri narrano gli episodi di quell’avanzata, vibra ancora nelle loro parole la soddisfazione e l’entusiasmo della conquista.

La vita di trincea — monotona e aspra — contrassegnata soltanto dallo stillicidio quotidiano dei morti e dei feriti, indurisce i soldati. Parlar loro, non si può. Riunire gli uomini in prima linea, per tener loro un discorso, significa esporli a un sicuro immediato massacro da parte dell’artiglieria nemica. È il «nemico», la presenza del [p. 82 modifica]«nemico» che spia e spara a cinquanta, cento metri, ciò che tiene elevato il «morale» dei soldati: non i giornali che nessuno legge; non i discorsi che nessuno tiene...

Sono religiosi questi uomini? Non credo troppo. Bestemmiano spesso e volentieri. Portano quasi tutti al polso una medaglia di santo o di madonna, ma ciò equivale a un porte-bonheur. E’ una specie di «mascotte» sacra. Chi non paga il suo tributo alle superstizioni delle trincee? Tutti: ufficiali e soldati. Lo confesso: porto anch’io nel dito mignolo un anello fatto con un chiodo di ferro da cavallo...

Questi soldati sono nella loro grandissima maggioranza solidi, sia dal punto di vista fisico che morale. Se il vecchio Enotrio Romano tornasse al mondo, dinanzi a questi uomini meravigliosi nella loro tenacia, nella loro resistenza, nella loro abnegazione, non direbbe più come un tempo:

La nostra Patria è vile!

Quale altro esercito terrebbe duro in una guerra come la nostra?


3 Novembre.


Ieri sera ci siamo spostati di duecento metri più in alto, a destra. Ora comprendo l’obiettivo della nostra azione. Bisognerebbe occupare la depressione fra il Vrsig e lo Jaworcek, per tagliare — io credo — la linea della difesa austriaca. A squadre e plotoni, abbiamo impiegato, per spostarci, quasi [p. 83 modifica]due ore. Non pioveva, per fortuna. Il mio riparo è relativamente buono. Da stamani pioggia e neve. La mitragliatrice austriaca spara, ma siamo «defilati» e finora nessuno dei nostri è rimasto ferito. Ci troviamo in mezzo al fango. Camminare nella mulattiera significa immergersi nella melma fino al ginocchio. Fra i ripari corre un vero torrente di mota. Qui, siamo più raccolti. I cannoni austriaci tacciono sempre. I nostri pure riposano. Anche se piove, anche se nevica o tempesta, quando i cannoni nemici tacciono, c’è allegria fra noi.


4 Novembre.


Ieri sera il mio plotone — il primo — è stato comandato ai piccoli posti. Siamo partiti alle diciotto. Pioggia a scrosci. Buio pesto. Siamo montati a uno a uno — in fila indiana — per un camminamento franato e pieno di fango. Quando i razzi luminosi degli austriaci solcavano il cielo, ci gettavamo di colpo a terra. Giunti alla posizione, non è stato facile trovarmi un riparo. Non un barlume di luce, all’infuori di quella dei razzi, spenti i quali, le tenebre erano più dense di prima. Finalmente ci siamo cacciati, io e il mio capo-squadra Mario Simoni, dietro a un masso roccioso.

Ho chiesto al mio capo-squadra:

— In caso di un attacco austriaco, quale la nostra fronte?

— Quella a destra... — [p. 84 modifica]La risposta non mi ha convinto. La responsabilità delle guardie avanzate sulle linee del fuoco è terribile. Devono costituire una garanzia e una prima difesa per coloro che stanno dietro. Per fortuna, gli austriaci non prendono mai l’offensiva per i primi. Possono contrattaccare, ma «attaccare», no.

Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. E’ la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici sino alle ossa. Simoni mi dice:

— Non posso muovere più le punte dei piedi. —

E la neve cade lenta, lenta. Siamo bianchi anche noi. Il freddo ci è penetrato nel sangue. Siamo condannati all assoluta immobilità. Muoversi significa «chiamare» la mitragliatrice austriaca. Vicino a me c’è qualcuno che si lamenta. Il tenente Fanelli lo redarguisce, con voce sommessa, ma il bersagliere risponde e c’è nella voce una invocazione quasi disperata:

— Tenente, sono gelato. Non mi «fido» più. —

E’ un meridionale. Ma anche il tenente, che è di Bari, deve trovarsi in critiche condizioni. Poco dopo, infatti, chiama me e il Simoni e ci manda insieme dal capitano per chiedere il cambio della guardia. Sono le quattro. La nostra guardia dovrebbe durare ancora quattordici ore.

Trovo il capitano nel suo riparo. Egli, insonne, veglia. Fuma. Si trovano in sua compagnia i sottotenenti Raggi e Daidone.

— Ebbene?

— Signor capitano, il tenente Fanelli mi [p. 85 modifica] manda a dirle che i bersaglieri di guardia non resistono più. Dopo sei ore di pioggia, quattro ore di neve... —

Il capitano mi fa qualche altra domanda e poi, volgendosi al sottotenente Raggi, gli dice:

— Lei va a dare il cambio con una squadra del terzo plotone.

— Benissimo, capitano. Le chiedo, però, un favore: mi dia una sigaretta... —

Sono tornato al mio riparo. L’ho trovato ancora in piedi, mentre moltissimi altri erano franati. E’, finalmente, l’alba. E’ stata la notte più dura dei miei due mesi di trincea.


5 Novembre.


A giorno fatto:

— Primo plotone, zaino in spalla... —

Scendiamo — per asciugarci un poco — alla posizione che occupavamo prima. Il nostro passaggio viene subito notato dalle vedette austriache. Ta-pum. Ta-pum. Ta-pum. Sette feriti cadono uno dopo l’altro. Di gravi non ce n’è che due. Giunti al luogo indicato, accendiamo dei grandi fuochi. Anche il sole viene a salutarci. Il sereno nel cielo riconduce la gioia fra noi. Il fuoco non asciuga soltanto i nostri indumenti infangati, ci rallegra. Pietroantonio, un abruzzese, tornato volontariamente dall’America, insieme ad altri 2000 per servire la Patria, ci racconta episodi interessanti sulla vita delle nostre colonie d’oltre Oceano. [p. 86 modifica] Immenso l’entusiasmo col quale fu accolta la nostra dichiarazione di guerra all’Austria. Moltitudini di uomini assediavano i Consolati per la visita militare e il rimpatrio.

— Ho visto — dice Pietroantonio — alcuni scartati mordersi per la rabbia.

— Si comprende. I milioni e milioni di italiani — in particolar modo meridionali — che negli ultimi venti anni hanno battuto le strade del mondo, sanno per dolorosa esperienza che cosa vuol dire appartenere a una nazione politicamente e militarmente svalutata.

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Ho asciugato al fuoco anche le pagine di questo diario. Alcune, coll’acqua, sono diventate indecifrabili.


6 Novembre.


Tornando ieri sera dalla posizione dove ci eravamo asciugati e rifocillati, ho trovato il mio riparo occupato da altri. Gli artiglieri della Sezione che è con noi mi hanno offerto ospitalità sotto la loro tenda. Sono stati gentilissimi. Hanno voluto dividere con me il loro rancio. C’è fra essi un volontario, tal Cecconi, vicentino. Stamani, cielo buio, di tempesta. Al lavoro! Bisogna costruirsi il «ricovero». Tre ore di fatica. Grande fuoco per asciugare il terreno sul quale dovremo stenderci.

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E’ giunto dalla Divisione, per telefono, l’ordine [p. 87 modifica] di partenza per il plotone accelerato degli Allievi Ufficiali. Del mio Reggimento siamo soltanto in cinque: io, Lorenzo Pinna, Vismara, di Milano; Moscatiello e Inglese, di Napoli.

Lascio la compagnia. Saluto il capitano e gli ufficiali. Tutti i bersaglieri mi gridano il loro affettuoso saluto e il loro augurio. Addio! Addio! Non sono contento. Mi ero ormai abituato alla trincea. Scendiamo allo Slatenik. Tre ore di marcia faticosa. In certi punti la mulattiera è tutta un pantano. A quota 1270, o Trincerone, tappa. Il maresciallo Zanotti deve farci il foglio di via. Al Trincerone c’è il 27° a riposo. In tutti i reparti ardono grandi fuochi. Qua e là si canta a gran voce. Piove. Ci ripariamo nella baracca del cantiniere. Come letto: il rivestimento di paglia delle bottiglie. Dormire? Niente. Poco lungi è Jacobone, napoletano, che dirige un coro di milanesi. Si canta a voce spiegata la canzone della «povera Rosetta»:


Ai ventisette agosto
Era una notte oscura
Commisero un delitto
Gli agenti della Questura...


7 Novembre.


Prima di scendere a Caporetto, ci siamo recati alle cucine del nostro battaglione, dove i nostri amici ci hanno regalato un caffè, come si dice in gergo militare, «fuori d’ordinanza». Il tempo non [p. 88 modifica] è malvagio. In marcia! E’ la strada di circa due mesi fa. Ecco il laghetto di Za Kraju. Ecco il Cimitero del 6° bersaglieri. Un piccolo muro di cinta. In mezzo una grande croce, con tenaglia, martello, chiodi e un gallo più abbozzato che scolpito. Attorno, attorno, le fosse. Quante? Un centinaio e più. Una è coperta da un grosso macigno. Mi avvicino e leggo:

Sottotenente Conte Luigi Alberti.

Su un grosso macigno c'è una bella epigrafe, deturpata, però, da un errore grafico. Invece di nuova, è scritto nuoja. Un altro masso indica una fossa collettiva. C’è scritto sopra:

Qui tutti riuniti.

La vista di questo Cimitero solitario, a piè dei costoni ripidi del Monte Nero, ci rende melanconici e silenziosi. Incontriamo una lunga colonna di muli che viene da Ternova. Ecco Tresenga, formicolante di soldati. Le campane della chiesa — bella e grande — che suonano mezzogiorno, mi fanno una strana impressione. A Tresenga si lavora. Sorgono da ogni parie baracche. Da Tresenga a Caporetto pochi chilometri. Bella strada. Carrozzabile. Cominciano i segni dell’«altra vita». Incontriamo degli ufficiali dall’uniforme impeccabile. Attendenti pasciuti e rubicondi, a cavallo. I soldati hanno una cera, molto, molto meno selvaggia della nostra. La guerra, vista nelle retrovie, non è simpatica. Ecco l’Isonzo impetuoso e [p. 89 modifica] ceruleo. Caporetto. S'è — in questi due mesi — ingrandito, abbellito. Sempre lo stesso formidabile movimento di camions e di carri d’ogni genere. I paesani guardano con una certa curiosità i nostri abiti laceri e infangati, le nostre mani e i nostri volti sudici e anneriti. Noi siamo — modestamente! — un po’ fieri, di essere oggetto della curiosità della gente.


14 Novembre.


Dopo sei giorni passati a Vernazzo — ambiente mediocre — stamani, domenica, un ordine è venuto, portato da un motociclista della Divisione. E l'ordine dice : «Il bersagliere Mussolini torna al reggimento». Non domando perchè.

La notizia non mi sorprende e non mi addolora. Do un'occhiata al Monte Nero, tutto incappucciato di neve e mi dico: «Domani sarò a quota 1270». Da San Pietro Natisone si vede nettamente stagliarsi sul fondo dell’orizzonte il famoso «Naso di Napoleone». I miei amici del plotone si mostrano non meno sorpresi e molto più addolorati di me. La trincea non ha fascino per loro, sebbene fossero quasi tutti allogati nei «posti ufficiali» e quindi lontani dal pericolo immediato.

Pochi saluti, in fretta. Zaino in spalla. Mi presento in fureria. Il maresciallo c’è. Mi paga la cinquina, mi consegna la «bassa» di marcia e una scatoletta di carne.

Sono nella strada. Mi fermo a San Pietro, al [p. 90 modifica] comando di Tappa, per attendere un camion automobile che mi trasporti a Caporetto. Ma qui faccio un incontro inatteso. Trovo Alberto Meschi, ex segretario della Camera del Lavoro di Carrara, soldato della territoriale. Egli mi dà un recapito per Caporetto: si tratta di certo Oreste Ghidoni, che ha piantato a Caporetto un negozio di tessuti e pannine. Ma mentre passeggiamo lungo il marciapiede, ecco giungere il Ghidoni su di un carro. Mi presenta. Il Ghidoni è un mantovano, traslocatosi a Carrara. E’ già sera. Ci fermiamo a Pùlfero, villaggio a 10 chilometri da San Pietro. All’osteria troviamo — naturalmente — dei soldati. Ci sono degli alpini che tornano dal fronte e si recano a Targetto per il plotone allievi-caporali; ci sono dei fanti del distretto di Cremona e della classe dell’83 che vanno a Caporetto. Uomini maturi, ma solidi e pieni di buon umore. Essi midicono che nel cremonese non c’è miseria e la popolazione attende con fiducia l’esito della guerra.


15 Novembre.


Oggi è il primo anniversario della fondazione del Popolo d'Italia. Ricordi, nostalgie. Mattinata grigia. Partiamo da Pùlfero alle 9. Per giungere a Caporetto ci vogliono tre ore. Solito enorme movimento di camions e di carri. Si dice che il fronte mangia per le retrovie, ma le retrovie mangiano il fronte. Nelle retrovie c’è un vero, formidabile esercito, mentre la linea del fuoco è un sottile velo [p. 91 modifica] che sembra sfumare nella lontananza. Durante il tragitto, il Ghidoni mi racconta i «casi» della politica carrarese. Sono interessanti. Passo le ore libere del pomeriggio a Caporetto. La cittadina è sempre piena zeppa di soldati. Sono sorti qua e là grandi baraccamenti e qualche edificio in pietra. Verso sera, mi reco al Camposanto militare. Il numero delle croci è aumentato. Saranno quattrocento. Quelle degli ufficiali, una quarantina. Primo di questi, il colonnello Negrotto. Sulla sua tomba c’è una grande corona in bronzo degli irredenti. Ora vado leggendo alcuni nomi sulle croci. V’è anche qualche austriaco.

L’unica fossa che abbia dei fiori è quella di un soldato austriaco e sulla croce sta scritto: Joseph Waltha, dell’esercito nemico. Il fatto è sintomatico.

In un angolo del Cimitero pei civili, ci sono due fosse senza croce e senza nome. Un soldato mi spiega che si tratta di due gendarmi austriaci fucilati dai nostri all’inizio delle ostilità.

All’estremità del Cimitero militare, che è cintato da un semplice filo di ferro, giunge un carro, ricoperto e trascinato da due soldati zappatori. Ci sono due casse da morto. Aiuto a scaricare la prima. E’ pesante. Sono due soldati morti all’ospedaletto da campo. Crepuscolo. Melanconia. Ritorno in piazza. Compero il Resto del Carlino e trovo la prima notizia del bombardamento di Verona. Crocchi di soldati leggono. Molti altri vanno in chiesa. Vado anch’io. La chiesa di Caporetto ha ai lati due gallerie, dalle quali si sporgono i fedeli, come [p. 92 modifica]dalle loggette di un teatro. Banchi, gallerie, scalinata, sono gremiti di soldati. C'è anche qualche ufficiale. Ce ne sono dei vecchi e dei giovanissimi. Un territoriale degli alpini, accanto a me, ha negli occhi un luccicore di lacrime. All’altare officia un prete che intona le laudi. I soldati rispondono in coro: «Ora pro nobis...».

Verso la fine, accompagnati dalle note gravi e profonde dell’organo, i soldati cantano un inno. Il coro si leva solenne e riempie la chiesa. Io taccio: ignoro l’aria e le parole. Il ritornello dice:

Deh, benedici, o madre,
L’italica virtù;
Fa’ che trionfino le nostre squadre
Nel nome santo del tuo Gesù.

Il coro è finito con un lungo gemito dell’organo.

I soldati sfollano.


16 Novembre.


Sono l’unico bersagliere dell’11º che torni al reggimento. In marcia. Vicino a Tresenza passo dinanzi a una polveriera. La sentinella mi guarda e mi riconosce. È un soldato romagnolo del 120º fanteria. Soffia dal Monte Nero un vento di neve. Mi affretto. Niente tappa a Rawna. Qui ci sono dei bersaglieri del mio battaglione venuti in corvée. Mi dicono che il 33º battaglione si trova a quota 1270 e non sull’Jaworcek. Notizia [p. 93 modifica]consolante. Sei ore di marcia di meno. Lunga fila di muli carichi di soldati coi piedi congelati. A Za Kraju incontro una barella coperta. C’è un morto che viene portato a Caporetto. Segue un caporale che piange. Lo conosco. È dell’8ª compagnia. Mi dice singhiozzando:

— Il morto è il sottotenente Mario Bottigelli, milanese. È stato fulminato da una pallottola, ieri sera, mentre disponeva il suo plotone di guardia. Ora lo portiamo al Cimitero di Caporetto. —

Al Cimitero del 6º bersaglieri, mi sferza la faccia una prima folata di nevischio. Il Monte Nero non si vede più. Neve. Neve. In trincea, dove sono giunto dopo tre ore di marcia sotto la neve, ho ritrovato i miei amici, soldati e ufficiali, che mi hanno accolto festosamente.

Notte di uragano. Eravamo nel ricovero in undici. Mal riparati. Freddo siberiano. Ma stamani c'è il sole.