Il paradiso perduto/Libro settimo

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Libro settimo

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John Milton - Il paradiso perduto (1667)
Traduzione dall'inglese di Lazzaro Papi (1811)
Libro settimo
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Rafaelo, pregato da Adamo, narra come e perché questo mondo fu creato che dio, dopo aver cacciato dal cielo Satáno ed i ribelli suoi Angeli, dichiarò il suo piacere di creare un altro mondo e altre creature che lo abitassero. L’Onnipotente manda il Figlio con uno splendido corteggio di Angeli a compiere l’opera della creazione in sei giorni. Gli Spiriti celesti la celebrano con inni e cantici e risalgono al cielo col Creatore.


 
Scendi, Urania, dal ciel, scendi, se questo
Nome a te si convien, la cui divina
Voce soave accompagnando, io m’ergo
Sopra l’Olimpio monte ed oltre il volo
5Delle Pegásee favolose penne.
Un vôto nome io non invoco, ed una
Di quelle nove imaginate suore
Non sei per me, nè dell’Olimpo in vetta
La tua dimora è già: tu quella sei
10Che nata in ciel pria che sorgesser colli
E scorressero fonti, insiem parlando
Colla germana Sapïenza eterna
E scherzando ti stavi innanzi al sommo
Padre e Signor, che de’ tuoi dolci canti
15Prendea diletto. Abitator terreno
Io, guidato da te, d’alzarmi osai
Fino all’empiree sedi e spirar l’almo
Purissim’aere che lassù tu spiri.
Tu salvo mi scorgesti; or salvo al pari
20In grembo al mio natal basso elemento
Tu mi riduci, onde, portato a volo
Dal mio sfrenato corridor, qual cadde,
Ma da altezza minor, su i campi Aléi
Bellerofonte un dì, non caggia anch’io,
25E vada errando abbandonato e solo.
Del canto la metà tuttor m’avanza;
Ma in più brevi confini e dentro il giro
Del sole or fia rinchiuso: io fermo il piede
In sulla terra alfine, ed oltre il polo
30Non più rapito, con maggior baldanza
Spiego la voce che non muta o roca
Divenne ancor, sebbene in tempi rei,
In tempi rei sebbene e ’n triste lingue,
Sonmi avvenuto, e benchè buio intorno
35E rischio e solitudine mi cinga.
Ma no, solo io non son, mentre tu vieni
Nel notturno silenzio i sonni miei
A visitar, celeste Musa, o quando
L’aurora innostra l’Orïente. Or segui
40A reggere il mio canto; un scelto e degno
D’ascoltatori, ancor che piccol stuolo,
Tu gli procura, e ’l barbaro fragore
Lungi tienne di Bacco e dell’insana
Seguace turba sua, turba discesa
45Dalla schiatta crudel che mise in brani
Il Treïcio cantor, mentre al divino
Suo carme ebbon orecchie e rupi e selve,
Finchè il feroce urlar coperse e spense
L’arpa e la voce, e non poteo la Musa
50Salvar il figlio suo; ma tu, che il puoi,
Soccorri a chi t’implora, o Dèa verace,
E non, qual essa, un vôto nome, un sogno.
Or di’ che fu poichè col fero esempio
Di ciò ch’avvenne ai ribellanti Spirti
55Ebbe l’Angel cortese instrutto Adamo.
Del destino che a lui sovrasta ancora
E a tutti i figli suoi, se in mezzo a tanta
Copia di frutti onde il bel loco abbonda,
Un sol vietato frutto, un sol comando
60Sì lieve e dolce, ei non rispetta e serba.
Con Eva al fianco, in gran pensiero assorto,
Tacito, attento, di stupor ripieno
Egli ascoltato avea sì strane ed alte
Incomprensibil cose; odio nel cielo,
65Guerra sì presso al Dio di pace, e in seno
Alla felicità scompiglio tanto:
Ma quando udì che il mal, qual verso il fonte
Onda rispinta, sopra lor ricadde
Da cui l’origin ebbe, il mal che starsi
70Là non potea dove ogni ben soggiorna,
Tutti del cor gl’insorti dubbj appieno
Ei disgombrò. Novella brama intanto,
Innocente tuttora, in lui si desta
Di saper nuove cose e al suo destino
75Congiunte più, come principio avesse
Questa dell’universo opra ammiranda,
Quando, perchè, come creata, e quanto
Dentro l’Eden o fuor, prima ch’ei fosse,
Era avvenuto; onde, qual è chi spenta
80Non ha sua sete appieno e il rio pur guata
Che mormorando ancor a ber l’invoglia,
L’ospite suo celeste in questi accenti
Ei segue a dimandar. - Sublimi cose,
Meravigliose ad intelletto umano
85E da queste terrene assai diverse
N’hai rivelate, o interpetre divino,
Per sovrano favor dall’alte sedi
Quaggiù mandato a farci a tempo instrutti
Di quel che tanto il pensier nostro eccede,
90E che ignorato esser cagion potea
Della nostra ruina. Eterne quindi
Grazie rendiamo a quell’immenso Bene,
E col fermo, immutabile proposto
D’ognor far nostro il voler suo supremo,
95A che fummo creati, i suoi benigni
Avvisi riceviam. Ma poichè tanto
Cortese tu ci fosti, e, come piacque
All’alta Sapïenza, a noi palesi
Così riposti alti misteri hai fatto,
100Scender più basso alquanto or non t’incresca,
E quello raccontar che util non meno
Forse a saper ci fia; dinne com’ebbe
Principio questo ciel che sì sublime
E sì da noi lontan cotanti aggira
105Sul nostro capo fiammeggianti lumi,
E quest’aere scorrevole che tutti
Empie gli spazj e mollemente abbraccia
L’alma, ridente terra intorno intorno.
Di’ qual mosse cagion l’alto Fattore
110Dal sempiterno suo sacro riposo
Questa gran mole a fabbricar sì tardi
Nel vôto grembo del Caosse, e in quanto
Tempo ebbe fin la cominciata impresa.
Sì, s’ei nol vieta, di svelar ti piaccia
115Quel che non già per esplorar gli arcani
Dell’alto impero suo, ma sol per meglio
L’opere celebrarne e ’l santo nome,
Noi cerchiamo saper. Molto rimane
Al grand’astro del dì, benchè dechini,
120Di suo corso tuttor. Della tua voce,
Dell’amabil tua voce al suon possente
Par che sospeso in ciel s’arresti e brami
Ei pure udir dalle tue labbra il grande
Suo nascimento, e come in pria natura
125Surse dall’invisibile Profondo:
E se al par desïoso il suo cammino
Colla compagna luna Espero affretti,
Starà la notte ossequïosa, attenta
A’ detti tuoi, sospenderà sue leggi
130Il sonno anch’esso, o il terrem lungi infino
Che il bel canto tu compia, e verso il cielo
Pria del novello albór riprenda il volo.
Sì prega Adamo, e dolcemente a lui
L’Angel risponde: - E questo ancora ottenga
135Il tuo modesto addimandar. Ma quale,
Qual è di Serafin lingua che possa
L’opre narrar del braccio onnipossente,
O mente d’uom comprenderle? Pur quello
Che intender puoi, quel che la gloria giovi
140Ad esaltar del gran Fattore e meglio
A farti insiem del ben che godi accorto,
Negato non ti fia; tal ordin ebbi
Io colassù di satisfar la brama
Ch’hai di saper, se temperata e saggia
145Ella sarà. Ma da tropp’alte inchieste
Rimanti, Adam; nè lusinghiera speme
Ti mova a rintracciar le arcane cose
Che alla terra ed al cielo in densa notte
Quel re sommo, invisibile, del Tutto
150Solo conoscitor, cela e ravvolge.
Altro abbastanza a investigar rimane,
Altro a saper; ma la scïenza è quale
Corporeo nudrimento, e legge e modo
Frenarla dee sì che la mente abbracci
155Sol quanto accoglier puote: ingordo eccesso,
Come le membra, anco lo spirto aggrava,
E ’l soverchio saper follìa diviene.
Odimi dunque, Adam: poichè dal cielo
Con le avvampanti legïoni in fondo
160Ai disperati abissi, al suo gastigo
Precipitò Lucifero (tal nome
Ebbe l’Arcangel tenebroso allora
Che fra l’angelic’oste ei più splendea
Della vaga del dì foriera stella
165Alle altre stelle in mezzo), e poichè indietro
Ritornò trïonfante il divin Figlio
Co’ Santi suoi, l’immenso stuol mironne
Dal solio suo l’onnipossente Padre,
E disse a lui rivolto: - Ecco distrutta
170Dell’invido nemico appien la speme,
Che tutte al par di sè pensò ribelli
Trovar le mie falangi e signor farsi
Di questa eterna, inaccessibil rocca
Con le lor forze e noi sbalzarne. Ei molti
175Trasse in sua frode che per sempre han vôti
I seggi lor, ma il numero maggiore
Serba tuttora i suoi: popol bastante
I vasti a posseder celesti regni
Meco è rimaso, e de’ solenni riti
180E del dovuto ministero il santo
Tempio mancar non può. Ma perchè altero
Del già commesso mal l’empio non vada
Entro il suo core, e d’aver scemo il cielo
Con danno mio non pensi, apprenda il folle
185Quanto m’è lieve il riparar quel danno,
Se alcun ve n’ha nel rimaner disgombro
Da que’ perversi. Un altro mondo a un cenno
Fia creato da me: là fuor d’un uomo,
D’un uomo solo, un’infinita stirpe
190D’altr’uomini trarrò ch’ivi soggiorni,
Finchè per proprio merto e dopo lunghe
Di fede e di pietà sincere prove
S’apra quassù la strada, in terra il cielo
Cangisi, in ciel la terra, e solo un regno
195Entrambi sien d’eterna gioia e pace.
Tutte son vostre queste sedi intanto,
O Possanze del cielo, e tu, mio Verbo,
Unico Figlio, va, per te mi piace
L’opra eseguir, parla e sia fatta: io spando
200L’adombrante mio spirito e la possa
Entro il tuo sen: fra termini prescritti
Tu impon che terra e ciel sorgano in mezzo
Del Profondo infinito e pieno solo
Di me medesmo che gli spazj tutti
205Occupo dell’Immenso, ancor che dentro
Me stesso incircoscritto io mi raccolga,
Nè di mia Deità sempre dispieghi
Fuor la bontade: ell’è d’oprare o starsi
Libero appieno e sempre: a me non caso,
210A me necessità non mai s’appressa,
E son lo stesso il mio Volere e ’l Fato.
Così parlò l’Onnipossente appena
Che il Verbo, il Figlio suo, quelle parole
Ad effetto recò. Men ratti assai
215Dell’eseguir di Dio son tempo e moto;
Ma per le orecchie nelle umane menti
Con succedevol ordine sol ponno
Trapassarne le idee. Gran gioia e festa
Si sparse in tutto il ciel quando l’eterna
220Mente s’udì. - Gloria al Sovran del Tutto
(Lassù cantossi), agli uomini venturi
Santo volere e in lor soggiorno pace.
Sia gloria a Dio, cui la giust’ira ultrice
Sbalzò dal suo cospetto e dall’albergo
225De’ giusti gli empj; a lui sia gloria e lode
Che il male stesso in suo saper profondo
Fa sorgente di ben; che i vôti seggi
A rïempir de’ rovesciati Spirti,
Crea nuova e miglior stirpe, e sovra mondi
230E secoli infiniti ampio diffonde
Di sue grazie il tesor. - Così cantâro
Tutte le gerarchie. La grande intanto
Opra a compir, d’onnipotenza cinto,
E di raggiante maestà divina
235Incoronato, il Figlio apparve. Immenso
Amore e Sapïenza e tutto il Padre
In lui splendeva. Al cocchio suo d’intorno
Innumerabil numero s’affolta
Di Cherubini e Serafini e Troni
240E Possanze e Virtudi; alati Spirti
E alati carri che a migliaia stanno,
Fin dall’eternità di Dio fra l’armi,
Pei celesti guerrier ne’ dì solenni
Apparecchiati sempre, in mezzo a due
245Monti di bronzo; ed or spontanei e presti
(Chè vivo Spirto gli anima e governa)
Accorrono di là. Spalanca il cielo,
Sovra i cardini d’ôr l’eterne porte
Con suono armonïoso innanzi a’ passi
250Del Re di gloria che venìa, possente
In sua parola e spirito, novelli
Mondi a crear. Sul margine celeste
Il divin Figlio, i folti carri e i Cori
Fermârsi, e, qual da lido, indi miraro
255Il vasto immensurabile baràtro
Torbido, nero, altomugghiante, orrendo,
Qual mar ch’abbian dal fondo irati venti
Sossopra vôlto e degli ondosi monti
Spinte le cime ad assalir le stelle
260E a confonder col centro il polo. Allora
Il Verbo creator: - Tacete, disse,
O tempestosi flutti, e tu, Profondo,
Plácati; i furor vostri abbian qui fine. -
Nè s’arrestò, ma sulle penne alzato
265De’ Cherubini, e di fulgór paterno
Tutto fiammante, nel Caosse addentro,
Nel Caosse che umìl sua voce intese,
Si spinse e nell’ancor non nato mondo.
In lunga schiera luminosa tutti
270Gli venìan dietro i Santi suoi, bramosi
Di rimirar le maraviglie eccelse
Della sua possa e l’apparir primiero
Delle cose novelle. Arrestò quindi
Le ardenti ruote e l’aurea Sesta prese
275Che custodita nel tesoro eterno
Di Dio si stava a circonscriver questo
Ampio universo e quanto in lui si serra.
D’un piè fe’ centro, e per la vasta oscura
Profondità l’altro aggirando, disse:
280- Fin qui ti stendi; ecco i confini tuoi,
La tua circonferenza è questa, o Mondo. -
Così ’l ciel cominciò, così la terra,
Materia informe e vôta. Un denso orrore
L’abisso ricoprìa, ma sull’ondosa
285Calma le fecondanti ali distese
Lo Spirito di Dio; vital virtude,
Vital calore entro la fluida massa
Per tutto infuse, e in giù le fredde e nere
Fecce, nemiche della vita, spinse
290E sceverò. Le varie cose quindi
Egli fuse e temprò; colle simìli
Aggroppò le simìli, e in varj siti
Il resto compartì; l’aere leggiero
Fra gli spazj ei diffuse, e in sè librata
295Stette la terra al proprio centro appesa.
- Sia la luce, - Iddio disse, e fu la luce,
La prima delle cose, etereo spirto,
Vivido, puro, che dall’imo fondo
Emerse e per lo folto aëreo buio
300Dal nativo Orïente il cammin prese
Conglomerata in radïante nube;
Chè il sole ancor non era, ed ella intanto
Quel nuvoloso tabernacol ebbe
Per sua dimora. Rimirò la luce
305L’Eterno e sen compiacque: ei la divise
Dalle tenebre quindi, e giorno lei,
Notte queste appellò. Così compiuto
Fu il primo dì, sera e mattin; nè il folto
Celeste coro senza onor lasciollo,
310Quando mirò dal cupo abisso fuora,
A guisa di vapor, spiccarsi il grande
Luminoso tesoro, e splender lieto
Della terra e del cielo il dì natale.
Suonò di plausi e di letizia tutto
315Dell’universo il cavo immenso giro,
E al concento divin dell’arpe d’oro
Fu celebrato il Creator sovrano
Del mattin primo e della prima sera.
Disse di nuovo Iddio: - Fra mezzo all’onde
320Stendasi il firmamento, il qual divida
L’acque dall’acque: - E ’l firmamento ei feo,
Liquido, spanto, trasparente e puro
Etere elementar, diffuso in giro
Fin del grand’orbe all’ultimo convesso,
325Argin saldo e sicuro, onde partite
Dalle soggette son l’acque superne.
Così al par della terra, il mondo ei pose
Tra circonfuse acque tranquille in ampio
Mar cristallino, e lungi del Caosse
330Il rovinoso furïar sospinse;
Perchè all’intera mole oltraggio e danno
Le contigue pugnanti estreme parti
Non potesser recare: e il firmamento
Ei nomò ciel. Così del dì secondo
335Cantâr l’alba e la sera i sommi Cori.
Era la terra, ma de’ flutti in seno,
Qual immaturo parto, ancor ravvolta
Non apparìa. Sulla sua faccia intera
Ondeggiava un vastissimo oceáno,
340E non invan; chè penetrando tutto
Della gran madre ed ammollendo il grembo
Con caldo, genïal, fecondo umore,
A mover la virtù de’ germi ascosa
Atta rendeala, allor che disse Iddio:
345- Acque che siete sotto il cielo, andate
A congregarvi entro un ricetto solo,
E fuor l’Arida appaia. - Ed ecco i vasti
Corpi sorger de’ monti, infra le nubi
Le larghe sollevar sassose terga
350E alteramente al cielo erger le fronti.
Quant’essi alto levârsi, in giù pur tanto
S’avvallò, s’adimò concavo e largo,
Capace letto all’acque, un alto fondo,
Ove repente s’affrettâr con lieta
355Rapida fuga, raggruppate come
Globose gocce in sulla secca polve;
E parte ancor di cristalline mura
O di ripide balze ebber sembianza
Nel veloce cadere: impeto tanto
360Impresse lor l’alto comando! e quali
Io già ti pinsi della tromba al primo
Squillo serrarsi le celesti schiere
A’ lor vessilli, tal l’ondosa piena,
Flutto su flutto, ove trovò la via,
365S’affollò, s’ammontò: dall’erte cime
Colà sonante e rovinosa cadde;
Qua per lo piano tacita si mosse
Con lento passo. Non montagna o rupe
Ne arresta il corso; ivi segreto varco
370Ella s’apre sotterra, e qui vagando
In tortuosi serpentini giri
Trapassa ogni ritegno. In sen del molle
Cedevol limo con profondi solchi
Fassi agevole strada; asciutto è il resto,
375E sol fra quelle sponde i fiumi vanno
L’ondoso rivolgendo altero corno.
Diede all’Arida Iddio di terra il nome,
E mar chiamò dell’acque il gran ricetto:
Indi, pago dell’opra: - Or sorgan, disse,
380Verdi erbe e piante dalla terra, e fuori
Conformi alla lor specie e frutta e semi
Germoglino da loro, onde novelle
Erbe e piante dipoi. - Disse, e l’ignuda
Terra, sparuta, squallida, deforme,
385Manda ad un tratto fuor minute e fresche
Erbe e d’un gajo verdeggiante ammanto
Tutta si veste e adorna; indi, virgulti
Spuntano e piante d’ogni fronda e fiore,
Onde il suo sen d’odori e color mille
390Olezza e ride. Florida serpeggia
La racemosa vite, e l’ampio ventre
Posato al suol, striscia la zucca; in campo
S’alzan schierate le nodose canne,
Sorge l’umile arbusto e l’irto cespo
395Con intrecciate chiome; ergonsi alfine,
Siccome agile stuol che sorge a danza,
I maestosi tronchi, e gli ampj rami
Distendon gravi di mature poma
O ingemmati di fior: d’alte boscaglie
400S’incoronano i colli, ornan le valli
E cingono de’ fiumi e delle fonti
Le amene ripe frondeggianti gruppi,
Dilettosi boschetti. Imago alfine
Parve del ciel la terra e degna sede,
405Ove a diporto andar vagando ancora
Potessero i Celesti o far soggiorno
All’ombre sacre. Dalle nubi scesa
La fecondante pioggia ancor non era,
Nè avea la terra alcun cultor, ma fuori
410Un rorido vapor le uscìa dal grembo
Che largamente ad irrigar cadea
Ogn’erba e pianta dall’Autor sovrano
Ivi creata, pria ch’a uscir dal germe
Per sè medesma e sopra il verde stelo
415A crescer cominciasse. Iddio con gioia
Mirò del terzo dì l’opre novelle,
E disse quindi: - Nel disteso giro
Del cielo, a dipartir dal dì la notte,
Splendan raggianti lumi; e sien de’ giorni,
420Delle stagioni e de’ girevoli anni
I certi segni, e, come lor prescrivo
Nella celeste ampiezza il ministero,
Versino luce in sulla terra. - Ei disse,
E così fu. Per le sublimi vie
425Del firmamento, a pro dell’uom, due grandi
Astri splendero in maestevol pompa:
Al giorno il primo ed il maggior diè legge,
Alla notte il minor. Le stelle a un tempo
Egli pur fe’ ch’a illuminar la terra
430Ed a segnar con lor vicende alterne
I confini del giorno e della notte
Sospese nei celesti immensi campi:
Indi sull’opra sua volgendo il guardo
Buona ei la scôrse. Questo re degli astri,
435Vasto fiammante orbe del sol, la tonda
Argentea luna e le sideree faci
Che sì varie di mole e così folte
Fur seminate negli eterei piani,
Prive di luce eran da pria, ma tosto
440Ella sgorgò dal nubiloso albergo
E corse, qual torrente, in seno al grande
Astro del dì che insiem poroso e saldo
L’assorbì, la ritenne e fu di lei
Sfavillante palagio. Al suo fulgòre
445Le corna indora il mattutin pianeta;
A lui, come a lor fonte, han l’altre stelle
Tutte ricorso; e le lor urne d’oro
Empion di luce, quante stelle, sparse
Ne’ più remoti spazj, al vostro sguardo
450Mostransi appena e di minuti punti
Hanno sembianza. Glorïoso, augusto
Del giorno reggitore in orïente
Egli da pria comparve, e lieto, altero
Di gire a misurar l’eterea via,
455Co’ vivi raggi l’orizzonte intorno
Folgorò tutto. Innanzi a lui, spargendo
Dolci influssi, le Pleiadi e l’Aurora
Carolavano liete, e ad esso opposta
Nell’occaso lontan dal pieno volto
460Spandeva il mite pallidetto lume
La luna, ch’è suo specchio e bee da lui
Quanto di luce ha d’uopo. Il sol s’inoltra,
Ella s’invola, e in orïente quindi,
Sull’ampio roteando asse del cielo,
465Ritorna ad apparir da mille cinta
E mille astri minor che seco il regno
Dividon della notte, e d’auree gemme
Spargono al firmamento il fosco velo.
Così dell’alme faci, onde rifulge
470Alternamente il cielo, adorne e liete
Furon del quarto dì l’alba e la sera.
Disse di nuovo Iddio: - Generin l’acque
Squamee, feconde, nuotatrici torme,
E per l’aperto liquid’aere a volo
475S’alzin gli augei sugli spiegati vanni.
Così le gran balene e quanto guizza
Per l’ampio mar, di tante specie e tante,
E quanto sulle penne il ciel trascorre,
Egli creò; buono lo scôrse e il tutto
480Benedisse così: - Di larga prole
Siate feraci, o pesci, e fiumi e laghi
E mari empiete, e sulla terra voi
Multiplicate, o augelli. - E tosto i mari
Brulican tutti, i golfi, i stretti e i seni
485Di multiforme popolo che l’onde
Cerulee solca con lucenti squame,
E in dense truppe unito, ingombra spesso,
Di sirti a guisa, i vasti equorei gorghi.
Di tanto marin gregge altri soletti,
490Ed altri in compagnia pascendo vanno
I giunchi e l’alghe: questi in gai trastulli
Saltan, corron, s’aggirano fra i boschi
De’ ramosi coralli e a’ rai del sole
Spiegan co’ vivi guizzi i varj e vaghi
495Color de’ rifulgenti aurati dossi;
Quelli in perlate conche attendon queti
Il lor guazzoso pasto; altri coverti
Di ben connesso arnese, ascosi e intenti
Sotto gli scogli ad aspettar si stanno
500La solit’esca. In sull’ondosa calma
Trescando van l’enormi foche e i curvi
Delfini in frotta. La lor mole immane
Altri ravvoltolando in larghe rote
Tempestan l’Oceán. Colà si stende
505La balena vastissima simìle
A un monte in sulle liquide campagne,
O se si move, un’isola natante
Tu la diresti: entro sue fauci un mare
Tragge ed ingorga, e per la cava tromba
510Alto riversa un mar. Le ripe intanto,
I tiepid’antri, le paludi, i boschi
Numerosa non men covan la prole
Delle famiglie aligere che, uscendo
Dello scoppiato guscio ignude in pria
515E tenerelle, si coprîr bentosto
Di varia e folta piuma, e valid’al
Stendendo al tergo, per le vie de’ venti
Slanciârsi a volo e in ondeggiante, oscura
Nube distese, la soggetta terra
520Sprezzâr con lieto risonante grido.
In cima agli alti cedri e all’erte rupi
I loro nidi a fabbricar volaro
L’aquila e la cicogna. Altri soletti
Fendon gli äerei piani; altri, più saggi,
525E di stagioni esperti, in densa, acuta
Ordinanza schierati apronsi il calle,
E col concorde remigar dell’ali
Travarcan terre e mari e nubi e nembi.
Drizzan così le accorte gru su i venti
530L’annuo vïaggio loro: ondeggia e romba
Dalle gagliarde innumerabil penne
L’aere sferzato e rotto. I pinti vanni
Di ramo in ramo dispiegaron lieti
Gli augei minori, e rallegrâr col canto
535Infino a sera le tacenti selve;
Nè allor cessò da’ suoi gorgheggi usati
Il tenero usignuol, ma in dolci note
Iterò tutta notte il suo lamento.
Altri de’ fiumi e degli argentei laghi
540Godon bagnar nelle chiare onde il molle
Piumoso petto: tale il collo inarca
Fra le distese candid’ali il cigno,
E sul piè vogator veleggia altero.
Pur spesso ancor dal basso letto ondoso
545Stendon robusto il volo e van sublimi
Pel cielo in giro. Altri col piè la terra
Aman meglio calcar; così passeggia,
Vigile nunzio delle tacit’ore,
Il gallo altocrestuto, e chiama e sgrida
550L’alba che indugia, con sonora voce:
Tal è il pavone ancor che di sè stesso
Fastoso ammirator dispiega e ruota
D’ogni color dell’iride splendente
L’occhiuta coda. Popolate l’onde
555Furon così d’abitator squamosi,
E fu pien l’aere di pennute schiere
Tra ’l sorgere e ’l cader del quinto giorno.
Spuntava il sesto al suon dell’arpe, il sesto
Che del crear fu meta, e disse Iddio:
560- Produci, o terra, anime vive, armenti,
Rettili e belve d’ogni specie. - Intese
La terra il suo comando e ’l fertil grembo
A un tratto aprendo, innumerabil copia
Di vive creature a un parto schiude,
565Perfette e appien cresciute: escon dal suolo,
Qual da covile, le selvagge belve
Ne’ lochi ov’usan, fra cespugli, in tane,
In selve ed in foreste: a paio a paio
Sbucaron fra le piante, e qua, là tosto
570Mossero i passi, mentre a’ campi in mezzo
E a’ verdeggianti prati uscìan gli armenti.
Rare andâr quelle e solitarie, in branchi
Questi, e insiem pascolanti. Appar figliante
Ogni gleba, ogni cespo: infino al mezzo
575Sorge il fulvo lione, e l’altre membra
A sprigionar, colla graffiante branca
Fende il terren; vinto ogn’impaccio alfine,
Su balza e scuote la vaiata chioma.
Così la lince, il leopardo, il tigre
580Sopra di sè lo screpolato suolo,
Di talpa a guisa, alzano in monti, e all’almo
Raggio del sol emergono. Protende
L’arboree corna al ciel l’agile cervo,
E la pesante sua mole solleva
585A grande stento l’elefante, il figlio
Della terra più vasto. Escon belando
Per colli e valli, numerose e folte,
Quai cespi in bosco, le lanose gregge;
Esce il marin cavallo, esce squamoso
590Fuor dell’arena il cocodrillo, incerti
Se deggiano abitar la terra o l’onda.
Di quanto striscia il suol, d’insetti e vermi
Fuor sprigionossi l’infinito a un tratto
Popol minuto; le lievissim’ali
595Nell’aer susurrante agitan quelli,
E le sì brevi e leggiadrette membra
Mostrano adorne di lucenti sprazzi
Aurati, porporini, azzurri e verdi,
E di quanti più vivi e gai colori
600Ha Primavera: a tenue fil simìli
Si strascinano questi e oblique tracce
Stampan sul molle suol. Tutti non furo
Sì minimi però, ma in larghe spire,
Meravigliosi di lunghezza e mole,
605Si raggrupparo i draghi, e in aere anch’essi
S’alzâr sull’ali. In bruni stuoli unite,
Parche, operose, del futuro accorte,
Chiudenti in picciol corpo un alto core
Se n’uscîr le formiche, un giorno forse
610A popoli e cittadi esempio illustre
Di giusto eguale popolar governo.
Apparver quindi aggrumolate in densi
Sciami le pecchie che il nettareo succo
Raccoglier san nell’ingegnose celle,
615Onde i pigri mariti involan poscia
Delizïoso e non mertato pasto.
Che giova il resto rammentar? Tu desti
Ad essi i vari nomi, e a te ben noti
Sono i lor genii e i lor costumi. Il serpe,
620D’ogni altra belva più sagace, ancora
Tu ben conosci: egli, talora immane
In sua grandezza, occhi bronzini aggira
E squassa la villosa orrida chioma;
Ma, come ogn’altra fera, ode sommesso
625E riverente di tua voce il suono,
E ognor l’udrà, se a Dio fedel ti serbi.
Già in tutta la sua gloria il ciel splendea
Rotando i giri suoi come diretti
Gli avea del primo gran Motor la mano,
630E nella pompa di sue ricche spoglie
Amabilmente sorridea la terra:
Già trascorreano il suolo e l’aere e l’onda
Belve, augei, pesci in ampie torme, e parte
Restava ancor del sesto dì: la prima
635Tuttor mancava e la più nobil opra,
D’ogni già fatta cosa il fin prefisso,
La creatura che non curva al suolo,
Siccome l’altre, ma il sublime e santo
Lume della ragione in sè portando,
640Alto levasse la serena fronte
Vêr gli stellanti giri, e sovr’ogni altra
Dominio avesse; che, de’ proprj eccelsi
Pregi a sè conscia, a corrisponder atta
Si stimasse col ciel, ma grata a un tempo
645D’ogni suo ben lo confessasse il fonte,
Gli occhi, la voce, il cor sempre volgendo
Divotamente a venerar l’augusto
Artefice sovran che lei fe’ capo
Di tutte l’opre sue. Quindi s’udìo
650Così l’eterno, onnipresente Padre
Al Figlio favellar: - A imagin nostra
Or l’uom facciamo, e sugli augei, sui pesci,
Sulle belve del campo egli abbia impero
E su tutta la terra e sovra quanto
655In sulla terra striscia. - E sì dicendo,
Te, Adamo, egli formò, te limo e polve
Di quella terra stessa, ed in tue nari
Soffiò spirto di vita; in te s’impresse
La sua medesma effigie, in te rifulse
660Di Dio la sacra somiglianza, e viva
Anima divenisti. Eri tu solo
Del maschio sesso, e di femmineo tosto
Una dolce compagna egli ti diede,
Onde da voi progenie uscisse, e tutto
665Benedicendo in voi l’umano germe:
- Moltiplicate, egli vi disse, empiete,
Dominate la terra, e quanto in mare
In aria e sopra il suol si move e spira,
Voi riconosca suoi signor. - Dal loco
670Poscia ov’ei ti creò, qual che si fosse
(Chè nome ancor non hanno i lochi), in questo
Dilettoso boschetto egli t’addusse,
Tu rimembrar lo devi, in questo ameno
Giardin ch’ei stesso popolò di tanti
675Sì dolci al gusto, a rimirar sì vaghi
Arbori e frutti, e libera la scelta
Infra lor ti lasciò. Quanto la terra
Tramanda ovunque dal fecondo seno,
Qui raccolto è per te: sol di quel frutto
680Che del bene e del mal contezza arreca
A chi lo gusta, t’è il gustar vietato:
Morte è l’imposta pena, e ’l dì che il gusti,
Giorno è per te d’inevitabil morte.
Reggi tue voglie, di fallir paventa,
685E morte che al fallir sarà compagna.
Ei qui diè fine, e quanto fe’ mirando,
Buono lo scorse appien. Così dall’alba
E dalla sera il sesto dì fu chiuso.
Cessò dall’opra, e non già stanco, allora,
690E al ciel de’ cieli, alla superna sede
Ritorno fe’, di contemplar bramoso
Dall’alto del suo trono il giovin mondo
Pur or aggiunto al vasto impero, e come
E buono e vago indi apparisse e al grande
695Suo disegno conforme. In mezzo ai canti,
Ai plausi e al suono rapitor di dieci
Mila angeliche cetre egli levossi:
L’äer tutto echeggiò, tutta la terra,
Alla dolce armonia (tu lo rimembri,
700Poichè l’udisti) risonâr le sfere,
Rispose il cielo, e s’arrestaro intenti
I pianeti ad udir, mentre ascendea
La festeggiante luminosa pompa.
- Apriti, o ciel (cantavasi), v’aprite,
705Viventi, eterne porte: ecco ritorna
Il Creator di nuova gloria cinto
Dall’opra sua mirabile, dall’opra
Di sei dì, l’universo. Ei vien: v’aprite
Ora, e sovente in avvenir; chè spesso
710Ei prenderà di visitar diletto
Le dimore de’ giusti, e i nunzj alati
Lor spedirà del suo favor ministri
Con amica frequenza. - Il glorïoso
Coro in salir così cantava, ed egli
715Attraversando il ciel, che le raggianti
Porte gli spalancò, verso l’eterna
Magion del sommo Padre il piè rivolse
Per ampia via che di folti astri e d’oro
Ha il pavimento, somigliante a quella
720Che tutta sparsa di minute stelle
Sopra il tuo capo biancheggiar tu vedi
Nel seren della notte, e, quasi fascia,
Per mezzo al firmamento si distende.
Già del settimo giorno il sol cadea,
725E tremolando fuor dall’orïente,
Foriero della notte, in sulla terra
Fosco barlume usciva, allor che al sacro
Monte, di cui l’inaccessibil vetta
Lo eternamente immobile sostiene
730Divino trono, il Figlio giunse. A canto
Del suo gran Genitor egli s’assise,
Del Genitor che là sedea, ma insieme
Invisibil venuto era col Figlio
(Tal è di Dio l’onnipresenza!), e dato
735Ordine all’opra aveva egli del Tutto
Autore e fine. Riposando allora
L’alto Fattor dalla fornita impresa,
Sacrò il settimo dì, qual termin posto
Alle grandi opre sue; ma non già mute
740Stettero l’arpe: animator empieo
Musico soffio ed oricalchi e trombe,
Organi e flauti, ed ineffabil suono
Dall’auree disgorgò tremule corde
Che delle or sole ed or alterne voci
745Accompagnò la melodia divina.
Da’ turiboli d’ôr salìano intanto
Nubi d’incenso, e d’odoroso velo
Coprìano intorno il monte, e de’ sei giorni,
Si celebrò così l’alto lavoro:
750- Quanto, o Signor, son l’opre tue sublimi!
Quanta è tua possa! Qual pensiero arriva
A misurarti, e qual può lingua sciorre
Di te degne parole? Assai più grande
Or tu riedi fra noi che quando armato
755Delle tremende folgori i giganti
Angeli iniqui sterminasti: allora
Distruggevi, or tu crei. Chi teco a prova,
Signor, chi può venir? Chi por confini
Al regno tuo? Delle ribelli squadre
760Che lo splendor della tua gloria e i tuoi
Adoratori di scemar tentaro,
Che valser mai le scellerate trame?
Quanto agevol ti fu quel cieco orgoglio,
Quei stolti sforzi rovesciar? Chi guerra
765Moverti ardisce, ei sol più grande e chiara
Fa la tua possa. Di quel mal tu saggio
Conosci l’uso, e in maggior bene il volgi.
Ecco un novello mondo, un altro cielo,
Da questo ciel non lungi, in sul lucente
770Mar cristallino, al tuo comando è surto,
Di quasi immensa ampiezza: ecco infiniti
Astri gli fanno splendida corona,
E ciascun d’essi è forse un mondo, ov’altri
Abitator saran locati un giorno;
775Ma il quando è a te sol noto. Ecco fra tanti
Globi la terra dal profondo intorno
Suo proprio mar cerchiata, ameno e lieto
Dell’uom soggiorno. Oh ben tre volte e quattro
Felice l’uomo e i figli suoi che a tanti
780Favori Iddio sortì! La propria imago
Ei con mano amorosa in loro impresse,
Ei di quel vago albergo a lor fe’ dono,
E sovra ogni opra sua diede l’impero
In terra, in aere, in mar, nè ad essi impose
785Che di cantar sue lodi il dolce incarco,
E d’accrescergli ognor di giusti e santi
Adoratori una novella stirpe.
Oh lor felici appien, se scorger sanno
La lor felicitade, e fermi e fidi
790La dritta via calcar! - Così cantaro
Gli empirei Cori, e d’alleluia lieti
Tutto il ciel risonò; così fu il primo
Sabbato celebrato. Or paga io fei
La tua richiesta di saper qual fosse
795Di questo mondo e delle cose tutte
L’origin prima e ’l primo aspetto, e quanto
Pria del tuo tempo avvenne, onde contezza
N’abbian da te quei che verran. Se brami
Altro saper che di saper negato
800All’uom non sia, la tua dimanda esponi.