Il podere (Tozzi)/XXIII

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Remigio avrebbe voluto far dimenticare anche agli altri l’incendio della macchia; e, quando gliene parlavano, diceva che non ci pensava. Ma si sentiva scoraggiare sempre di più; e restava abbattuto perfino troppo.

I denari consumati erano ormai parecchi; e tutti i giorni, per la spesa di casa ne bisognavano. Aveva dovuto pagare due altri mesi agli assalariati; e, in tutto, non erano bastate mille lire. In modo che, pagando anche il vitello, gli restavano soltanto seicento lire; troppo poche per i diritti di successione e i bimestri delle tasse. Tra meno di un mese, il primo d’agosto, c’era la prima scadenza della cambiale, e, perciò, non poteva toccare niente delle settecento lire serbate a posta. Ma quando dovette andare dal Pollastri, che non volle alleggerire il conto nè meno di un centesimo, restò con trecento lire soltanto. Cominciò ad avere paura; e, quando la macchina tribbiatrice, trainata da due paia di bovi, passò davanti alla Casuccia senza fermarsi, gli parve di perdere il cuore.

[p. 196 modifica]Prima veniva la macchina verniciata di verde, con il fornello spento e il tubo ripiegato all’indietro; poi, la tribbiatrice, rossa e con le figure dei santi appiccate sopra le bocchette del grano: lasciava i solchi nella strada; i ferri e le tavole rimbalzavano alle scosse, facendo un fracasso che si sentiva a distanza. Il macchinista e il fuochista camminavano dietro; quasi lasciandosi tirare, con una mano attaccata a certi pezzi di catena.

Remigio, perchè non lo salutassero, entrò sotto la parata; e, il giorno dopo andò a farsi consigliare dal Neretti.

Quasi tutti, tra quelli che per solito stanno fermi alla Croce del Travaglio a parlare di mercature e di poderi, sapevano della mucchia bruciata; e gli domandarono se avesse scoperto perchè aveva preso fuoco, ben lontani dal supporre che per Remigio era una molestia umiliante. Infatti, per ognuno di loro, sarebbe stato tutto il contrario.

Trovò l’avvocato a ridere con Giangio, guardando una caricatura, Si provò a ridere anche lui, ma non gli riescì; e, allora, il Neretti lo guardò, chiedendogli:

— Ti è accaduto qualche altra cosa? Scommetto che ti hanno fatto un’altra causa. Dimmi subito la verità.

— No; ti devo confidare...

Il Neretti ghignò, ma bonariamente:

[p. 197 modifica]— Che mi devi confidare?

Remigio gli fece capire che voleva essere solo con lui; e il Neretti acconsentì:

— Vieni di qua, nello studio. Entrarono, e il Neretti gli disse immediatamente:

— Ho capito: hai bisogno di denari. Ti si vede da sè.

Remigio era stupito, e gli sorrise di gratitudine. L’avvocato proseguì:

— Io, i miei clienti, l’indovino con un’occhiata. E come hai fatto a finire quelli della cambiale?

— Li ho dovuti spendere.

— Hai fatto male. Ma bisogna rimediare. Quanto ti occorre?

— Non saprei nè meno io.

L’avvocato fece una risata, e gli chiese:

— Te lo devo dire io, insomma?

Remigio, doventato sempre più incerto, balbettò:

— La mucchia del grano s’è bruciata... Non te l’avevo detto ancora.

— Se ti eri già assicurato, non le davano fuoco! Ma, ormai, è troppo tardi. Quanto ti ci vuole?

— Credo un migliaio di lire.

L’avvocato si mise a rosicchiarsi l’unghia d’un pollice, pensando a come procurargliele. Remigio gli chiese:

— Sono troppe?

[p. 198 modifica]— Non so se al Banco di Roma te le vorranno dare, senza che io ne parli al direttore; come feci l’altra volta. Ma se non te le danno lì, non importa. C’è il Monte dei Paschi, la Banca Popolare... oppure si trovano da qualche mio amico. Vuoi provare al Monte dei Paschi?

— Come mi consigli tu.

— Ora mando Giangio a comprare una cambiale. Ma sei sicuro che ti bastano mille lire? Fino a quando ti potranno durare?

Remigio non aveva più fiato, e tutto quel che doveva dire lo spossava.

— Io non lo so.

— Non capisci niente. Prendine subito duemila. Se no, tra un mese, dovrai riprenderne un’altra volta. Ma bisogna che ti venga giudizio e che tu metta a posto i tuoi affari. Con la matrigna vai d’accordo?

— Abbastanza. Ora devo firmare al suo avvocato, il Ceccherini, il contratto dell’usofrutto che le spetta.

— Perchè non l’hai fatta venire da me? Avreste speso meno tutti e due. E tu credi che l’avvocato Ceccherini la faccia contentare soltanto di un contratto? Vedrai, io lo so che consiglia la tua matrigna di fare un’ipoteca su la Casuccia; per essere più garantita.

Remigio non avrebbe voluto credere al [p. 199 modifica]Neretti; il quale, preoccupandosi da vero di come vedeva andare le cose, aggiunse:

— Vedrai che tutto andrà come ti dico io. Se, poi, dovrai dare le ottomila lire alla Cappuccini, dove le troverai? Dovrai fare un’altra ipoteca, purchè la tua matrigna acconsenta.

Remigio non sapeva che dire: si sentiva completamente stupido. L'avvocato chiamò Giangio:

— Vada a comprare una cambiale di duemila lire; lei ci farà la firma come su quella del Banco di Roma, da accettante, e, poi, la porti, a nome mio, al Monte dei Paschi.

Giangio si mise il cappello ed escì.

Questa volta Remigio era impaziente di mettere la firma, di giratario, dietro la cambiale; e ne provò un piacere che non sapeva spiegarsi. Quando tornò a casa, chiese subito alla matrigna:

— Perchè non m’ha detto che vuole garantirsi con un’ipoteca?

La matrigna si stizzì d’essere stata scoperta prima della sua intenzione.

— Non lo sapevo nè meno io: è stato il mio avvocato. E, io, ormai, mi fido di lui; e, quel che fa, sta tutto bene. Chi te l’ha detto?

— L’avvocato Neretti.

— E a lui che gliene importa, razza di un cane? Ti ha sconsigliato? Bada che io, [p. 200 modifica]senza l’ipoteca, non intendo di fare le cose in buono accordo. Io ti voglio essere di aiuto e non di peso; perciò, non ti opporre all’ipoteca.

— Mi pare, però, che non aveva nessun motivo per sospettare di me!

— Io non sospetto di te; anzi, mi fido e ti voglio bene. Ma mi piace che i nostri interessi siano subito regolati una volta per sempre. E, allora, non ci sarà bisogno di tornarci sopra. Chi mi dice per esempio, che tu, prendendo moglie, non ti venga l’idea di mandarmi via di casa? Non si sa mai quel che può succedere? Perchè anche la nostra volontà dipende dalle circostanze. Oggi siamo amici e domani nemici, magari anche contro i nostri sentimenti.

Ed ella, per quanto Remigio le dicesse che acconsentiva, non ebbe più pace finchè l’ipoteca non fu trattata e convenuta in presenza dell’avvocato Ceccherini; dopo nè meno una settimana.

Remigio aveva preso le duemila lire con la seconda cambiale; e con i denari nel portafogli si rianimava; credendo perfino, che a forza di pazienza, sarebbe riescito a togliere tutti i debiti.

Amava sempre di più il podere, e passava lunghe ore solo senza fare niente. Il giorno che doveva andare dall’avvocato Ceccherini per l’ipoteca della matrigna, era stato giù [p. 201 modifica]fino alla Tressa; attraversando una pendice di stoppia, tutta piena di certi fiori bianchi che spandeva nell’aria un odore amaro quasi repugnante.

Le galline raspavano nei fossetti della strada, ed egli udiva un cinguettìo, che pareva lontanissimo, nel silenzio dei campi. Sopra una poggiata, c’era una fila di bovi. Il cielo luccicava come una falce arrotata, e Dinda sciacquava i cenci al fontone dell’orto.

Passò accanto alle vacche che ruminavano ferme: avevano gli occhi umidi, e la pancia della gravidanza faceva loro due buche al posto dei fianchi. Tese un braccio, per toccarne una; ma la vacca dette una scrollata e se ne andò.

Gli pareva di potersi nascondere in mezzo al podere; e di non farsi mai più guardare da nessuno.

Quando fu l’ora di andare a Siena, trovò la matrigna già pronta che l’aspettava. Per la strada, non si parlarono quasi mai. Ella si sventagliava; a capo basso; e soltanto quando ebbe paura di una scrofa che scappava grugnendo, lo prese sotto braccio. Poi, lo rilasciò: prima, voleva essere sicura di lui.

Anche in presenza dell’avvocato stette zitta, sempre seduta in un cantuccio; avendo già tutto combinato il giorno avanti. Ma non le sfuggiva niente di quel che l’avvocato faceva; guardandolo riempire le pagine con [p. 202 modifica]quella sua calligrafia a lische; imbronciata, come se la volessero mettere in mezzo. Quand’ebbe finito, gli chiese:

— S’è dimenticato di niente? Badi di fare le cose con coscienza!

Il Ceccherini la guardò ridendo, quantunque dietro il collo gli ci fosse venuto un frignolo che gli dava fastidio quando gli si sdrusciava il solino per alzare la testa; si divertiva che fosse così sfidata e che le battesse sempre il cuore.

Il Ceccherini, gobbo dinanzi soltanto, aveva gli occhi furbeschi, il naso all’ingiù, a civetta; e i capelli bianchi. Portava una giubba a coda di rondine, vecchia e unta, e tossiva sempre. Le disse con la sua voce in falsetto:

— Che Dio la benedica! Ma crede che io la voglia mettere in mezzo?

— Nè meno io, — disse Remigio.

— Di lei, — rispose l’avvocato, — può magari non fidarsi; perchè, in questo caso, si tratta di fare un contratto e lei ne è parte interessata.

Remigio se n’ebbe a male:

— Ma lei non può dire così di me!

L’avvocato s’inquietò.

— Perchè devo fare un’eccezione per lei? Io sono qui a tutelare la mia cliente. Il suo avvocato non è il Neretti?

La matrigna disse:

[p. 203 modifica]— Non lo interrompere. Lascialo fare.

Poi, si fece rileggere il contratto a voce alta; sebbene lo sapesse quasi a memoria. L’avvocato, alla fine d’ogni periodo, la guardava come per dirle: non sente che c’è tutto?

E non essendoci nulla da cambiare, furono trovati due testimoni: un monco e uno storpio, che facevano quel mestiere per una lira.

Quando Remigio e la matrigna escirono, ebbero una mezz’ora di sentimenti e di propositi affettuosi. Remigio s’inteneriva a sentirla parlare; ed ella, quasi commossa, ringraziandolo, gli disse:

— Ora che hai fatto il tuo dovere, puoi contare su di me quanto tu vuoi.

Remigio rispose:

— Vedrà che andremo sempre d’accordo.

Per approfittare subito di quelle buone intenzioni, lo pregò:

— Accompagnami fino alla Casuccia.

— Io mi fermerei a San Lazzaro, perchè vorrei vendere un poco di quel fieno che è in capanna.

— Dai retta a me: non lo vendere ancora. Perchè poi, te lo pagheranno di più.

— Ma se va a male?

— Già! Non mi ricordavo che gli è piovuto addosso! Fai quel che credi meglio, allora.

— È bene che io lo venda, se trovo il compratore.

— Per un altr’anno, se darai retta a me, [p. 204 modifica]farai più prato. E anche più grano. Pensa, Dio benedetto, che non solo non ce n’è restato per mangiare, ma nè meno per il seme!

Remigio avrebbe desiderato parlare d’altro, e disse:

— Non bisogna scoraggiarsi!

Quando furono al podere di San Lazzaro, Remigio si fermò:

— Lei si avvii, io, tra un’ora sarò a casa. E ceneremo.

— Se tu avessi in tasca da darmi qualche lira, comprerei il tonno alla Coroncina; dove, ora, ce l’hanno buono.

Egli le dette cinque lire, e le suggerì che comprasse anche il salame.

Augusto Centini, padrone di San Lazzaro, stava su l'uscio di casa, in maniche di camicia, a prendere fresco; tra la moglie e la cognata. Erano tutti e tre grassi e tondi; con i capelli color di stoppa e gli occhi ceruli, quasi bianchi. Remigio salutò e chiese al Centini:

— Vorrebbe comprare qualche quintale del mio fieno?

Il Centini, prima di rispondere, lo costrinse ad avvicinarsi:

— Venga qua, si metta a sedere con noi.

Remigio dovette accettare. Quando fu seduto, disse alla moglie e alla cognata:

— Questo giovane è il proprietario della Casuccia; il figliolo del povero signor Selmi.

[p. 205 modifica]Le due donne lo guardarono, sbadigliando e accennando con la testa che avevano capito. Il Centini riprese:

— Ora, lei, mi dica la verità: vuol vendere a me quel fieno che le andò a male: così mi è stato detto. Anzi, mi pare di averlo visto da me quand’era da raccogliere di sul campo.

Remigio mozzò tutte quelle circospezioni, che a lui non parevano simpatiche:

— È quello: non ce n’ho altro.

Il Centini non tenne conto della sincerità risoluta, quasi indispettita; e pensò soltanto che non era un affare dei migliori. Poi, si risolvette:

— E quanto ne vuole?

Già, nella voce di Remigio si sentiva la paura di non essere capace a nulla.

— Me lo paghi al prezzo che c’è quest’anno!

— Senta: il fieno buono, ma proprio quello di lusso, quest’anno si compra a dodici lire. Quello un poco al disotto, a dieci e anche a nove lire.

E strinse con tutte le dita della destra prima il pollice e poi l’indice della sinistra; per significare che all’infuori di quei due prezzi, non c’era altro.

Le donne ascoltavano, approvando ogni parola.

Remigio si vergognò, e si sentì così da poco [p. 206 modifica]dinanzi a loro che si pentì d’esserci andato. Il Centini, dopo aver guardato le donne, a una per volta, e dopo aver preso da una tasca, fattasi fare a posta, una pipa grossa come un pugno, legata con un cordoncino a due colori, continuò:

— Come vede, quel fieno lì verrà a costare la metà, sì e no, di quello buono! Se me lo vuol dare, io le do cinque lire. Guardi; questo è il portafogli, e dentro ci sono i denari.

Prese il portafogli e ci ficcò le dita come quando cavava il trinciato per la pipa.

— Perchè io pago subito: i debiti non li voglio. Se io avessi uno che avanzasse da me, gli tirerei una fucilata dalla finestra. Il fieno si pesa. Si fa il conto e lei riscuote. Perchè a chiedere i denari da me io non ce lo faccio venire!

Remigio non sapeva quel che decidere, e sebbene capisse che di più non avrebbe potuto venderlo, rispose:

— Spero di venderlo meglio.

— E lei provi! Lei ha diritto di provare quanto vuole. Se non trova di meglio, torni da me. Quando mi vuole, tutti i giorni lei mi trova qui a sedere. E se non sono qui a sedere, vuol dire che dormo o mangio. Ma lei può fare un fischio; e io, oppure una di queste mie donne, s’affaccerà.

Quelle, sorridenti, accennavano con il capo; facendosi fresco con due ventagli [p. 207 modifica]eguali, larghi un mezzo metro, di tela rossa, e le stecche di legno. Il Centini, s’asciugò il sudore con un fazzoletto che non gli entrava nè meno in tasca; ed egli, anche per averlo meglio a portata di mano, lo metteva in punta a un ginocchio. Poi, chiese:

— Non per sapere i suoi fatti, ma il podere come va ora? Va sempre male?

Remigio si stupì che gli volesse parlare con tanta calma, di cose, che lo martoriavano; e rispose:

— Ora, sono più contento.

Il Centini dette un’occhiata alle due donne; e seguitò:

— Mi dicevano, invece, che lei non ci guadagna niente!

— Non è vero!

— Se non è vero, mi fa piacere.

Si grattò la mosca colore di stoppa, appena visibile sotto il labbro; e gli chiese:

— Quanto è all’anno la sua entrata?

Una delle due donne disse:

— Qui, noi abbiamo guadagnato, nelle annate migliori, anche diecimila lire.

L’altra disse:

— È vero! è vero!

Ma Remigio non rispose: si alzò, per non ritenersi da meno della loro serva venuta su l’uscio, tranquilla e nutrita bene, a domandare se la gallina già spennata doveva essere cotta in padella o allo spiedo.